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Articles by: Gennaro Matino

  • Opinioni

    Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Paolo VI ed il Concilio Vaticano II

    Una sola domenica, il 27 aprile festa della divina Misericordia, per proclamare santi, insieme, in una sola volta, due Papi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, così vicini, così lontani. Mai personaggi del mondo ecclesiastico hanno avuto un percorso di esperienza e di vita così diverso tra loro. Anche se in tanti si stanno affrettando in questi giorni a trovarne faticosamente significati tangenti, esperienze collegate, caratteristiche somiglianti, in realtà non ci sono, se non per il fatto di essere stati entrambi papa.

    Una scelta però che non può essere stata casuale, anche se nessuno lo crede, e che nasconde in verità una strategia comunicativa, un desiderio condivisibile di proporre con la celebrazione delle virtù eroiche di questi due grandi uomini, oggi agli onori dell’altare, il desiderio prorompente di una Chiesa in declino che vuole riprendersi la scena mondiale e presentare un’immagine positiva di se stessa, una Chiesa capace ancora di dire una parola interessante al mondo contemporaneo, dopo che è stata sporcata da troppe sue interne miserie. Due Papi santi in una volta, una scelta mai avvenuta, che non può che lanciare una sfida di significato. Papa Francesco scommette sulla crisi della Chiesa e sulla necessità del suo rinnovamento, una Chiesa che vive un momento difficile e doloroso, una crisi che può determinarne il suo oscuramento e che, per essere così invasiva, va oltre la coraggiosa azione pastorale del Papa argentino, che quasi avverte la difficoltà a passare un verbo nuovo all’interno di mura ben serrate da poteri impermeabili ad ogni reale cambiamento.

    Certo Papa Francesco sta riscuotendo ampi consensi e simpatia provenienti da vari ambienti e non solo cattolici, ma sono successi personali che non incidono sul tessuto profondo della realtà ecclesiastica: per cambiare il volto della Chiesa c’è bisogno di ben altro di una Piazza san Pietro gremita ogni domenica.

    Lo sa bene il Papa, sa che la crisi della Chiesa sembra inarrestabile e sa che il suo giovane pontificato a fatica riesce a controllare e chi sa per quanto ancora. Una crisi che nelle sue stesse parole, pronunciate con enfasi e commozione ogni qual volta gliene è data occasione, egli stesso non nasconde, anzi semmai vuole ricordarla al mondo, descriverla, farla conoscere per poi poterla governare, semmai convertirla grazie ad adesioni importanti, significative e numerose di uomini, donne, laici e clero che sempre più coscienti stiano al suo fianco prendendo sul serio il dovere non più rimandabile di rinnovare il tessuto profondo della Chiesa.

    Una scelta pensata, allora, quella di Francesco di riproporre al mondo due grandi testimoni, i due Papi santi, che il mondo credente e laico diversamente hanno amato, ammirato, seguito, esaltato, criticato, combattuto, entrambi comunque al centro del dialogo mondiale, in tempi complicati e che oggi possono essere da stimolo, da incoraggiamento per quanti si sentono in dovere di cambiare la Chiesa, per riproporre al mondo, ma soprattutto alla Chiesa stessa, un messaggio problematico ed esaltante: a voi che pensate che la Chiesa sia finita, che non possa cambiare, che i suoi problemi resteranno insuperabili, io vi racconto una Chiesa ancora viva, che ha ancora tanto da dire come hanno saputo dire Giovanni XXIII e Giovanni Poalo II, nostri contemporanei, che con la loro vita hanno sconvolto il loro mondo, consegnando una parola autorevole e determinante. Due Papi che hanno descritto il secolo scorso, solo cinquant’anni li separano, anche se sembra essere un tempo lunghissimo.

    Papa Giovanni che seppe leggere la storia dell’umanità come esperienza d’amore tra Dio e i suoi figli di fronte alla quale perfino la luna, la notte dell’apertura del Concilio Vaticano II, in una piazza San Pietro esultante, si sentì chiamata ad affacciarsi per osservare lo splendido spettacolo: Dio, l’uomo, il creato, in un solo abbraccio.

    Papa Giovanni Paolo, l’uomo venuto da lontano, coraggioso viaggiatore nel mondo delle sofferenze umane, capace di raccontare ai più lontani una Chiesa presente, vicina, compassionevole, ma anche forte di denuncia contro ogni potere autoritario, contro la barbarie dell’ingiustizia sociale e della delinquenza organizzata.

    Tra loro il Concilio Vaticano II e un grande assente nella festa della canonizzazione, Paolo VI, che per entrambi i papi santi sarebbe stato davvero l’unico che avrebbe potuto avvicinarli, renderli contemporanei.

    Ma forse questa è l’intenzione sottaciuta di Papa Francesco: canonizzare Giovanni XXIII e Giovanni Poalo II, per parlare finalmente di Paolo VI e di quella straordinaria esperienza che è stato il Concilio, unica strada da praticare per poter sperare, oltre la piazza, in una Chiesa bella e santa.

    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale e insegna Storia del Cristianesimo presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Editorialista di 'Avvenire' e 'Il Mattino'. Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread" (Baldini & Castoldi - 2013).

  • Op-Eds

    Two Popes Declared Saint, Paul VI & the Second Vatican Council

    One Sunday, April 27th, the festivity of the Divine Mercy, to declare saint, together, two Popes, John XXIII and John Paul II. So close, yet so far.

    Never in the ecclesiastic world two personalities had such different life journeys. Even if many are trying these days to find common meanings, related experiences, similarities…the truth is that there aren’t any, except for both of them having been Popes.

    A choice though that cannot be random, even if no one believes it, and that hides a communications strategy, the justifiable desire to present, by celebrating the heroic virtues of these two great men, the explicit urge of a declining Church that attempts to regain the world stage.

    A Church striving to propose a positive image of itself, that after being stained by too many internal misdeeds, still has something interesting to tell the contemporary world.

    Two Popes declared saints simultaneously: a first, a choice that cannot be but challenging.
    Pope Francis bets on the Church crisis and on its need for innovation. A Church that is going through a difficult and painful spell. A crisis that could determine its collapse, invasive to the point of threatening the audacious pastoral response of the Argentinean pope, who is surely aware of the difficulty of spreading the new word within those high walls made inaccessible by powers opposed to any real change.

    Of course Pope Francis is achieving resounding success in many domains, not only catholic, but they are personal achievements that don’t impact deeply on the ecclesiastic reality as such: what’s needed to change the face of the Church is more than a crowded St Peter’s Square every Sunday.

    The Pope knows it well, he knows that the crisis of the Church seems unstoppable and that his young pontificate barely manages to keep it under control, and who knows for how long more.

    An emergency that in his own words, pronounced emphatically and with emotion whenever he is given the chance, is not hidden, but actually reminded to the audience, in detail, with the aim of recognizing it in order to manage it. With the purpose of maybe transforming it, also thanks to numerous and significant new contributors, men and women, laics and clergy, who consciously and without postponing it, take seriously their duty to innovate the Church at its deepest level.

    A well thought out choice then, this one of Francis’, that presents to the world two great figures, the two saint Popes, that believers and non believers had differently loved, admired, followed, glorified, criticized, fought. But no matter what, both at the center of the world’s dialogue.
    Personalities that during the complex current circumstances could act as a stimulus, could be of encouragement for those who feel it’s their duty to innovate the Church. To challenge the world, but above all the Church itself, with a problematic yet exciting message: if you think that the Church is doomed, that it cannot change, that its problems will remain insurmountable, I’ll instead tell you about a Church that is still alive, that still has a lot to say. Like John XXIII and John Paul II, our contemporaries, did: by subverting their own world with their lives, delivering an authoritative and critical message.

    Two Popes that defined last century. Only 50 years separate them, even though it may seem longer than that.

    Pope John who read the history of humanity as and experience of love between God and his people. Even the moon, on the night of the opening of the Second Vatican Council, in the joyful St Peter’s Square, was called out to witness the spectacle: God, the man, all that’s been created. All enveloped in one embrace.

    Pope John Paul, the man who came from afar, brave traveler in the world of human suffering, able to recount to the most distant a Church that is present, close, compassionate. But also strongly opposed to any authoritarianism, to the cruelty of social injustice and the brutality of organized crime.

    Between them the Second Vatican Council and a great absentee on the day of the canonization, Paul VI, who for both of them could have been a point of contact.

    But maybe this is Pope Francis’ latent intent: proclaiming John XXIII and John Paul II saints to finally bring up Paul VI and that remarkable event that the Council has been, only way to go in order to hope, beyond the square, in a beautiful and saint Church.

  • Opinioni

    Napoli. L’ulivo si secca, la speranza no


    Domenica delle Palme, la memoria si intenerisce andando al tempo in cui i giovani mettevamo qualche fogliolina all’asola pronti a vivere il giorno di festa, il grido dell’Osanna che apriva la settimana santa. Tra le diverse ricorrenze, questa domenica è forse quella che da sempre conserva il rumore della strada. Lo è ancora per tanti, che senza alcuna remora si dichiarano credenti in quel poco d’ulivo indossato senza vergogna, quasi vessillo di appartenenza. Fruscio di ulivo che si sposta di strada in strada, verde giovane attaccato a ramo potato fresco per consentire al saporito frutto di crescere rigoglioso.

    Oggi è inizio di passione e attesa di resurrezione, giorno di incontri, festa di perdono per chi vuole tentare la via della riconciliazione. Un tempo le foglioline dall’asola o dalle borse passavano alle mani, agli affetti e consegnavano nel gesto antico un bisogno presente di serenità. Si portava in ogni casa la palma, che palma non è ma ramoscello di ulivo giovane, speranza di nuova avventura in attesa della Pasqua, voglia appassionata di serenità, di armonia, di famiglia riunita. Si portava a casa l’ulivo e si conservava per la domenica seguente quando, tuffato nell’acqua benedetta, ogni padre una volta l’anno si faceva coraggio e vincendo ogni pudore aspergeva la sua famiglia, benediceva il capo dei suoi cari e aggiungeva commosso: “Abbiamo visto insieme un altro anno!”.

     
    E anche quando, passata la Pasqua, la palma era ormai pronta a seccare si conservava con gelosa cura, reliquia di amore spartito, memoria di un gesto semplice e potente quanto il desiderio che quella benedizione paterna potesse durare tutto l’anno, tutta la vita. Seccava il ramo non la speranza, seccavano le foglioline che, ormai brunite, cadendo scricchiolavano sotto le scarpe. Non seccava la gioia di sentirsi casa, di sapersi protetti in casa propria. Era quella la festa, la gioia di spartire la vita. Napoli era tutta una famiglia, perché ogni famiglia era Napoli. Problemi ce n’erano tanti, di sicuro più di oggi, ma la festa era per tutti, anche per i meno fortunati, forse perché tutti erano un po’ più poveri.

     
    Ora le cose vanno in una direzione diversa e la speranza a Napoli rischia di seccare. Una città, la nostra, mai capace di capire se stessa fino in fondo, di vedere dentro di sé, una città difficile da raccontare a chi la guarda da lontano, ancora più difficile passarla in giorni complicati come questo, in cui le fronde odorose di ramoscelli d’ulivo devono fare i conti con una pace difficile da annunciare nel suo ventre, da raccontare a tanti suoi figli disgraziati, troppi per essere una città normale, uomini e donne che non sanno più cosa significhi vivere una festa.

     
    Ogni giorno per loro, stesso giorno, stessa prova da affrontare, poco pane da spartire. Difficile da spiegare che oggi è la festa del perdono a chi prova sulla propria pelle l’abbandono, e avverte tanta rabbia dentro, difficile portare pace a chi vive in perenne conflitto, a chi dalla festa è escluso perché stordito dal rumore delle proprie ferite, dal peso delle proprie lacrime. I soli rami da agitare per tanti restano quelli della disperazione, forse della ribellione, peggio della rassegnazione. Case abbandonate al loro destino, famiglie seviziate, futuro rubato.

     
    Tuttavia il coraggio della speranza si esalta proprio nel giorno della prova e se Napoli vuole ritrovare se stessa deve poter ridiventare città della compassione. Non si possono lasciare da soli quelli che ormai hanno perso tutto, che sentono di aver perso Napoli. Sperare è categoria da atleta speciale che non corre per gareggiare sugli altri ma con se stesso, con il suo domani che spera essere diverso da un presente sofferto, deluso, deriso, schiacciato dal sopruso.

     
    Speranza è lottare per un giorno migliore, che non sia più prigioniero come quelli vissuti in tempo di lutto. Napoli non è la sua decadenza, non è la scelleratezza di quanti, passando sul suo cadavere, fanno bottino delle sue carcasse. Napoli è fatta anche di gente generosa, aperta, orgogliosa della propria appartenenza, per questo può farcela, deve farcela, e la responsabilità è soprattutto di chi già ce l’ha fatta. Napoli può riscoprirsi famiglia se chi ha più degli altri fa pace con chi non ha più niente, se chi si sente benedetto abbraccia i maledetti dalla storia.

     
    Domenica delle Palme è icona di un percorso che racconta il passaggio dalla morte alla vittoria definitiva, un passaggio che non può non provocare chi ha a cuore il destino della propria città.


    Riappropriamoci dell’orgoglio di essere popolo, una famiglia allargata, prendiamo il ramoscello della pace, consegniamolo come annuncio di riscatto a chi proprio non se l’aspetta e auguriamo a lui e a noi: ce la possiamo fare, insieme ce la faremo.



    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale e insegna Storia del Cristianesimo presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Editorialista di 'Avvenire' e 'Il Mattino'. Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread" (Baldini & Castoldi - 2013).

  • Opinioni

    Napoli. Salicelle. Dove l'incesto urbano diventa umano


    “Mi chiamo Tommaso, sono nato alle Salicelle, periferia infame. Di chi sono figlio? Mio padre è mio nonno. Già, proprio così, avete capito bene, io ho saltato un giro”. Nascere è venire alla luce. È sfondare il buio, lasciare alle spalle la cella chiusa che imprigiona l’esistere. Nascere è vita che si apre al nuovo.


    Il suo sbocciare è come un rintocco di campana pronta a suonare per il tempo successivo le ore della storia.

    Dove sei nato? È un rintocco. Quando sei nato? Ne è un altro.

    Nascere è origine collocata e se nasci a Napoli, lo è di più, dove, a differenza di altri posti, la città s’intromette con prepotenza nel dna di chi, per provvidenza o per sciagura, viene alla luce nelle sue mura.


    La sua invadenza nell’io è così arrogante che si allarga a dismisura benché ci si sforzi a contenerla, perché è proprio di questa terra occupare spazi abusivamente.


    Si è così legati alle origini, alle radici, che l’aria di Napoli ti si attacca addosso dalla culla alla tomba. Nel bene e nel male è la tua terra e devi conviverci, sopportala, amarla, odiarla, forse.

    A dire il vero, dire che sei nato a Napoli non basta per capire da dove vieni, ‘a ro’ scinne, da chi discendi, direbbe il vecchio popolano, perché non si può parlare di Napoli come se fosse una realtà perfettamente compiuta. E questo vale soprattutto per chi da altrove, non conoscendola, pensa di risolvere il miscuglio delle diverse esperienze, luoghi e storie, di un antico popolo in una sola parola: napoletani.


    La città è un imbroglio di voci, di cuori, di vie, una grande metropoli con tante città. Tante Napoli quanti sono i rioni e i quartieri, tante quante sono le storie dei borghi e degli antichi villaggi, delle piazze d’arte e delle malate periferie.


    Dal centro ai grandi agglomerati alle porte di Napoli, tutti dicono di essere napoletani ed è certamente vero che la napoletanità è un sentire dentro più che un abitare presso, perché dirsi napoletano è sentimento esteso più del concetto stesso di popolo e di città, è vincolo di appartenenza universale che va oltre le sue mura, oltre lo specifico territorio di Partenope.


    “Sono nato alle Salicelle, sono un napoletano di frontiera, e ogni giorno è una scommessa. Chi debbo ringraziare, mia madre, che quando mi ha partorito aveva 16 anni? Mio nonno, che non mi ha mai fatto mancare niente e comunque è mio padre? Sono nato da un errore e il mio sangue è sangue sbagliato”.


    Il giorno in cui sei nato e il posto che ti ha visto venire alla luce fanno carne con la tua carne, ti accompagnano dal sorgere al tramonto della vita, te li porti appiccicati addosso come una malattia perché quel luogo e quel giorno parlano di te, ti individuano nella tua unicità, perché tu sia proprio tu e non un altro.


    Non puoi omettere il giorno e l’ora della nascita, né il luogo del tuo inizio, difficile farlo e se anche ci riuscissi sarebbe segno di dolore, di follia.


    Tommaso, lo chiamerò così, non ha avuto paura di raccontarmi della sua nascita, anzi me l’ha spiattellata in faccia, gridando il suo dolore, fuggendo il pudore, la vergogna, facendosi forza, per consegnare alle parole tormentate una frontiera di riscatto.


    “L’incesto” dicono gli esperti, “è un evento familiare, il sintomo, il punto di arrivo, di un complesso groviglio di relazioni patologiche interne alla famiglia, un insieme di complesse e profonde relazioni malate”. Nascere da un incesto è responsabilità che va oltre l’aberrazione di colui che compie un tale abominio.


    Alle Salicelle l’incesto non è un caso isolato e, per essere terra seviziata, anch’essa può dirsi nata da una visione urbanistica incestuosa, progettata contro ogni natura di vivibilità. Così si presentano tanti agglomerati costruiti dopo il terremoto del 1980 in Campania, specie a Napoli e in provincia, mucchi di case senza strutture sociali, che alla fine si somigliano l’un l’altro e dentro i quali scompare ogni individualità.


    Sono i “luoghi marginali”, di cui tante volte si occupano le cronache. E non sono quasi mai belle cronache, ma racconti di tragedie e fatti sanguinosi.


    Le Salicelle, dicevamo. Deportazione di popolo costretto ad occupare spazi angusti, gente spodestata dalla memoria e spostata in fretta da altrove per altrove miseria, povertà estrema, speranza di nuovo approdo, di nuova consistenza non trovata, futuro di giovani e ragazzi svenduto per calcolo politico, degrado da primato mondiale. Strade scure, tappeti di siringhe insanguinate, angoli di morte comprata in una dose, smercio di carne per osceno piacere. Tutto si può vendere alle Salicelle, anche la vita. Ogni giorno si inventa l’esistenza, arrivare a sera è già vittoria.


    La più famosa Scampia, suo malgrado, ha rubato la scena mediatica del degrado, tanto da diventare prototipo di quell’idea urbanistica fallimentare che ha perso ogni accezione positiva per rimanere solo l’indicatore spaziale di un disagio fatto di distanza dal centro, carenza di servizi e infrastrutture, ritardo nell’integrazione, tensione sociale, senso di emarginazione.

    Ma nelle tante dimenticate Salicelle, dove è nato Tommaso e tanti come lui, si vive peggio, si vive in attesa di risposte che non arrivano, mentre il giorno ormai si confonde con la notte.


    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale. Insegna Storia del cristianesimo. Editorialista di Avvenire e Il Mattino. Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread”

  • Op-Eds

    Pope Francis: Revolution From Above?

    Pope Francis is without a doubt the new man of our times. He knew how to take up a challenge of vital importance, that of value- related communication, by talking about the shared values of people today. That challenge has put the Catholic Church back at the center of the world’s stage. 

    For many, the Church is suddenly interesting again. A lot of people have seen the Pope’s new attitude as the start of a perhaps unhoped-for but clearly understood revolution. Yet while we’re celebrating the dawn of a new age, it’s important to remember that no Pope can singlehandedly change the Church.

    With his simple, warm style and frank, direct speech, Francis has inaugurated a new outlook for the Church. That much is beyond dispute. But even a pope with his charisma cannot change it by himself. Pontiff Bergoglio has chartered the course of hope, instilling a feeling in many people—believers and non-believers—that they can expect the Church to be less bent on power and more open to engaging with a different world. 

    Francis has made this clear from the beginning, trying to steer the Roman Church away from the media siege surrounding internal scandals and corrupt ministers, a siege that, among other things, caused Pope Benedict XVI to step down. But Francis alone cannot succeed where the Second Vatican Council—the largest Catholic gathering in our time—failed, or succeeded only partially. That prophetic event reunited bishops from around the world to try to let a little air into the stuffy rooms of the Church, setting out a plan to radically overhaul the system and rebrand the Church as the People of God, rather than a preserve of power wielded by an aggressive and self-serving hierarchy. 

    By seeking to repair the Roman Curia and restructure the IOR, or Vatican Bank, to foster the idea of a more open church, Francis has clearly aligned himself with the Second Vatican Council. But if you think that a bit of restyling can guarantee the Catholic Church will recover from its internal dysfunction, you may be setting yourself up to be let down. 

    The change, if it comes, must come from the ground up, from the dioceses, parishes, and neighborhood churches all over the world. Because if it doesn’t work for the church down the street, it won’t work for the Church at large. Furthermore, the change must be embraced by Rome, which has so often barred local churches from making amendments to the faith. Francis’s revolution will begin the day Rome—the primary and certainly most holy seat of the Church—makes room for others.

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    Gennaro Matino teaches Theology and History of Christianity in Naples, where he runs the parish of SS. Trinità. He has written several books and essays, and collaborates extensively with both traditional and new media.

  • Una Chiesa che indebolisce la scelta individuale: è tiranna


    ESISTE una mistica della disobbedienza, sapiente arte che ti permette di conservare l’integrità morale ed elevarti al di sopra del pantano dei caproni che hanno per motto l’antico detto napoletano: “Attacca ‘o ciuccio addò vo’ ‘o padrone”, che tradotto liberamente significa rassegnati allo strapotere dell’arrogante.


    Suprema disciplina, la disobbedienza, indispensabile per chi nella società civile vuole porre argine alla volgarità della menzogna e all’inganno del potere malato, ma ancora più urgente nella comunità ecclesiale spesso seviziata da vescovi mediocri e arroganti che hanno dimenticato che ogni uomo è stato chiamato alla libertà (cf Gal.5,13). Scrivo qui di quest’ultima che più frequento, ma utile sarebbe ragionar anche di altrove. Da ragazzo mi è stato insegnato che chi ubbidisce non sbaglia mai, che basta ubbidire alla Chiesa per ubbidire a Dio e che è sufficiente abbandonarsi alle disposizioni del proprio superiore per sentirsi tranquilli: niente di più falso se a monte di ogni decisione non viene anteposto il primato della coscienza. Nessuno può sostituirsi alla sofferenza personale di una scelta, nessuno può pensare di passare sopra alla responsabilità individuale giustificando il tutto come virtù di umiltà, come docilità, soprattutto quando la corruzione è cosi dilagante.


    Forse nasce proprio qui quel malato rapporto che esiste tra autorità della Chiesa e Vangelo, tra potere ecclesiastico prepotente e la libertà della Parola che invece si propone e mai si impone. E forse sta qui la radice dell’inebetire del laico nella Chiesa cattolica, incapace di scelte autonome, ancora alla ricerca infantile del permesso concesso dell’autorità ecclesiastica, sta qui quell’anemia di un laicato adulto lontano dalla maturità credente, privo di radicata formazione evangelica che si affida pedissequamente alle decisioni dei vescovi e dei preti più che alla Parola del Maestro di Galilea.


    Esiste una Chiesa che non educa l’uomo alla ricerca interiore, che privilegia ancora l’oggettivazione del contenuto di fede, più che la soggettività del credente, la verità della regola più che la libertà dell’uomo, della sua coscienza.


    Persa l’intuizione della coscienza, tra i credenti la verità si è di nuovo confusa con la menzogna. Non ha senso che il cristiano accetti per fede una verità, se poi non è in grado né di capire, né in nome di quella fede e di quella verità di compiere un’inversione di rotta, un’autentica scelta morale autonoma, come se la fede consistesse nel proferire parole, invece che nella comprensione dell’animo, come se fosse questione più di bocca che di cuore. Esagero? Forse.


    Ma la storia la dice lunga rispetto a chi per osservare le leggi dell’uomo ha dimenticato la Parola del Maestro che aveva invece ammonito: “Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”. (Mt 7,7-8). Oggi non è diverso da quando prima del Concilio, in nome di un Limbo che non esisteva, per la salvezza del feto che rischiava di non andare in Paradiso senza il battesimo, si poteva praticare perfino un battesimo intrauterino. A una falsa verità conseguiva una orrenda pratica.


    Possibile che nessun uomo di Chiesa, prete o laico, abbia saputo resistere a questa aberrazione in uso per secoli che offendeva la dignità della donna e certo non risparmiava dall’imbarazzo chi doveva praticare il rito, aspergendo il feto mediante una siringa da iniezione per via vaginale? Assurdo? Non più assurdo di quanto sia invadente e invasivo un agire clericale che si intrufola ancora senza vergogna nella vita intima della gente, nel decidere la condotta sessuale delle persone, nelle scelte politiche e sociali, nel volersi sostituire alla libertà del singolo con la pretesa di averne autorità derivante da mandato divino.


    Non può esservi né coscienza, né discernimento se non nella libertà di scelta e nessuna fede sarà adulta senza tale libertà. La coscienza rende l’uomo libero dalla legge. Un precetto non può essere imposto dall’esterno, ma deve nascere dentro la coscienza come frutto di un lavoro interiore di discernimento. Ciò non significa che la coscienza sia l’ambito nel quale ognuno possa cercare gli alibi alla propria condotta. Anzi, la coscienza è più esigente di qualsiasi legge anche per coloro che non la ritengono il sacrario dove Dio parla all’uomo.


    Erich Fromm scrive: “La coscienza domina con un’asprezza non minore di quella delle autorità esterne, anzi il suo dominio può essere anche più duro di quello delle autorità esterne, dato che l’individuo ne considera gli ordini come propri. Come può ribellarsi contro se stesso?”. Una Chiesa che indebolisce la scelta individuale non è una madre che educa a libertà, ma una tiranna.

  • Opinioni

    Papa Francesco. Una sola voce. Una profezia, ancora


    Mi preoccupa l’eccessivo entusiasmo della stampa internazionale per le ultime parole di papa Francesco, non perché non siano parole importanti, ma perche sembrano interpretate più in forza di legittime attese che per il loro autentico significato.


    Il rischio per molti potrebbe essere la delusione. Una sola voce a raccontare l’emozione di un incontro, una parola che sorprende, quasi sveste. Papa Francesco semplicemente sbalordisce investendo la comunicazione tradizionale di un nuovo vento. In un soffio di tempo, la semplicità del tratto, la dolcezza dei lineamenti, il coraggio della parola franca hanno permesso a Francesco di essere accolto come uno di famiglia che, non sai perché, si aspettava che tornasse e finalmente aprisse la porta di casa.


    La gente comune ha percepito a pelle che può fidarsi. Succede raramente, ma quando succede è possibile prevedere rivoluzioni capaci di cambiare il senso delle parole e il destino degli avvenimenti. Succede quando quella strana alchimia che si crea all’improvviso tra più persone permette di dare credito a qualcuno anche senza credenziali.


    Tra la gente semplice le coraggiose parole di Papa Francesco, rilasciate al gesuita Antonio Spadaro, in una intervista pubblicata su Civiltà Cattolica, sono arrivate dirette e tutti hanno avuto la sensazione che qualcosa di nuovo, di importante, stia per avvenire: “Nella vita, Dio accompagna le persone, e noi dobbiamo accompagnarle a partire dalla loro condizione. Siano esse omosessuali, divorziati…Bisogna accompagnarle con misericordia”.


    Già in luglio, in volo per Rio, provocato dalle domande dei giornalisti, il Papa aveva auspicato una Chiesa ricca di misericordia, pronta a immaginare nuove strade di dialogo e di accoglienza. Misericordia, appunto, parola seducente e appassionata, ancora di più sulle labbra di un Papa che può inaugurare un nuovo stile di Chiesa e per tanti, che da essa si sono sentiti esclusi, aprire frontiere di speranza. Ma cosa dice Francesco? Non c’è uomo o donna  che non debbano essere accolti, la Chiesa e il mondo, la Chiesa e ogni uomo, debbono camminare insieme per scambiarsi “gioie e speranze”, interessarsi l’uno all’altro anche quando la speranza sembra essere compromessa, anche quando tutto sembra perduto, come in tempo di crisi. I mutati scenari sociali e culturali chiamano la comunità credente a vivere in modo rinnovato la  sua esperienza comunitaria di fede. Un cambiamento che vede la Chiesa pronta a fare il suo esame di coscienza per questa vicinanza all’uomo spesso tradita. Una Chiesa che mentre riconosce l’offerta entusiastica e coraggiosa di tanti suoi membri, non nasconde i suoi fallimenti e soprattutto i peccati dei ministri del Vangelo, che pesano sulla sua credibilità.


    La crisi del nostro tempo chiede alla Chiesa questa conversione, di metodo e di presenza, a una nuova visione del mondo che riesca a guardare al futuro. Conversione come cambiamento di prospettiva, per guardare all’uomo nella sua specifica consistenza, nella sua situazione concreta di gioie e dolori per incontrarlo nella sua reale esperienza senza giudicarlo, ma con la volontà di chiamarlo amico.


    Non c’è divorziato, separato, omosessuale che come uomini  non debbano poter sentire la carezza della misericordia, come ogni altro uomo. Grande rivoluzione di sensibilità, quella di Francesco, di una chiesa spesso avvertita insensibile, rivoluzione certamente di linguaggio, proposta di vicinanza all’uomo nella sua specifica condizione. Ma chi pensa di trovarci altro si sbaglia.


    Le stesse parole del papa sono chiare: “Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto”. E poi aggiunge, per evitare ogni falsa attesa e collocare il suo intervento in un alveo ben protetto: “Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione”. Non parlarne però, in certi casi come questo,  può indurre in errore come  interpretare la parola accoglienza con quella di accettazione.


    La vera rivoluzione certamente adombrata nelle parole di Francesco sarà il giorno in cui davvero coloro che sono invitati a pranzo dalla Chiesa, diciamo accolti, potranno sedersi a tavola, per consumare il pasto, diciamo accettati nella loro condizione. Solo allora passeremo dal tempo della profezia al tempo della condivisione.

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    Per leggere il testo integrale dell'intervista di Antonio Spadaro S.I. - Civiltà Cattolica  al Pontefice, pubblicata da Avvenire su concessione di Civiltà Cattolica >>>

     * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale. Insegna Storia del cristianesimo. Editorialista di Avvenire e Il Mattino. Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread”
     

      

  • Fatti e Storie

    Papa Francesco: “Mai più guerra!”


    Pregare per la pace è un dovere imprescindibile per chi crede in Dio. Papa Francesco ha annunciato che  sabato prossimo sarà giornata di digiuno per invocare pace, per supplicare il mondo dei potenti a trovare ogni mezzo per scongiurare un intervento in Siria, a riscoprire  la forza del dialogo. Invito raccolto da uomini di pensiero, di cultura, di strada, rilanciato dalla stampa internazionale con singolare evidenza.


    Ogni uomo di buona volontà sa di dover lottare per la realizzazione della pace. La pace riguarda gli uomini nella loro diversità e chiama tutti ad un impegno coraggioso in sua difesa, perché venga promossa in ogni luogo abitato dalla vicenda umana, e ancor più interpella tutti quando essa è seriamente a rischio.


    Alla fine della II guerra mondiale, il mondo, ancora attonito per le troppe atrocità vissute, si unì in un'unica speranza: “Mai più guerra!” Una speranza, allora come oggi, purtroppo tradita dall’egoismo e dagli interessi di chi non ha scrupoli, da chi offende impunemente la dignità degli ultimi per i propri guadagni, da chi non comprende che con la guerra tutto è perduto. Mai avremmo immaginato, dopo più di sessant’anni dall’ultimo conflitto, di dover assistere a nuovi massacri per guerre ingiuste.


    Mentre si continua a discutere sulle presunte ragioni di un intervento in Siria, ultimo tra tanti che, più degli altri, rischia di aprire scenari di guerra globale, mentre ci si interroga se è giusto o meno rispondere con un ‘intervento mirato’ alle atrocità perpetrate dal governo siriano e mostrare le foto delle vittime dei gas, dei bambini feriti dal volto sgomento, terrorizzato, mentre alla televisione scorrono veloci le immagini delle rovine di Damasco, quasi si dimentica che in quegli stessi istanti la gente muore, come muore il mondo intero ogni volta che la pace viene oscurata dalla violenza, ogni volta che al di là della presunta giustizia l’unica cosa evidente è il dolore.


    La lacerante condizione di un mondo che ancora vive la tragedia della guerra e il rischio che si possa estendere su larga scala non può che vedere uniti gli uomini giusti che, diversamente orientati ma unitamente protesi verso il bene, sentono il bisogno di denunciare quanto siano ancora aperte e sanguinanti le piaghe della violenza delle armi, fonte di sofferenze e di povertà, di mancanza di lavoro e di dignità e di minacciosi conflitti sempre in agguato. Per questo Papa Francesco invita alla preghiera, per questo un digiuno come pellegrinaggio di senso, protesta contro tutto ciò che divide gli uomini, contro un mondo che, mentre globalizza i mercati, marca le distanze tra culture, religioni e popoli; proposta di pace che nasce dal cuore di tutti gli uomini di buona volontà perché solo la pace, come l’arcobaleno, potrà dipingere con colori nuovi la storia dell’umanità. Una preghiera, un grido di migliaia di uomini e donne che con il Papa sfilano nelle strade del mondo alla ricerca di una nuova speranza: “Mai più guerra!”.
     
     * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale. Insegna Storia del cristianesimo. Editorialista di Avvenire e Il Mattino. Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread”

     
     
     
     

  • Opinioni

    Papa Francesco in Brasile. "Fare casino": un'altra cosa



    “Fare casino”, così il Papa si è espresso alla Giornata Mondiale della Gioventù in Brasile. Sintesi efficace per parlare di rivoluzione  in perfetto gergo giovanile. Parola non in uso fino ad ora nelle protette stanze della Chiesa Vaticana. Nei documenti ufficiali ancora cerca di edulcorare il termine usando parafrasi per proteggere il passato: chiasso, clamore... Ma casino è un altra cosa, dice distanza tra il delicato e elegante linguaggio ufficiale e il coraggio di oltrepassare il confine per calarsi tra la gente, per abbracciare le speranze e le sofferenze dell’uomo e interessarsi di ciò che all’uomo interessa. Casino è dire rivoluzione in tempo di parole di fumo e certo di evangelica rivoluzione si tratta.


    Riproponendo la spada che il Maestro di Galilea sognava che impugnassero i giusti, chiede che finalmente chi è nella verità si schieri dalla parte degli ultimi, dei diseredati, di chi vuole che il mondo cambi, un mondo in cui ognuno abbia lo spazio per difendere ed affermare la propria dignità. Papa Francesco usa parole non protette, fuori dal canone ufficiale e per questo acchiappa anche i più diffidenti ed entusiasma chi forse da quelle parole si sente rappresentato.


    Ma mentre il bianco pastore avanza tra le folle immense di chiassosi ragazzi, mi sovviene una domanda: le parole sono coraggiose quando al rumore del loro suono accompagnano il fragore di un progetto realistico di trasformazione del mondo. Quale progetto ha la Chiesa da proporre e con quali strutture? Basta la parola del Papa entusiastica ed autorevole per lanciare la sfida di questa trasformazione? E basta dire che il Vangelo è il progetto che la Chiesa propone, senza rischiare di diventare fumosi? Il nostro tempo è carico di sofferenza e la crisi in atto non è solo crisi di denaro, è assenza assoluta di strade proposte da attraversare, di progetti realizzabili, di fatti che possano riportare l’uomo abbandonato a se stesso alla verità di una vita vissuta in dignità.


    Le parole da sole possono finire per diventare nemiche della trasformazione possibile, perfino dannose al Vangelo se non raggiungono lo scopo che alla motivazione del cuore offrano progetti credibili e realizzabili. Ai giovani senza lavoro, a quelli sfruttati alle strade del mondo, traditi dagli inganni di una proposta illusoria che vorrebbe tutti felici nella logica del profitto, quale società offriamo, quale modello di vita, quale economia possibile, quale famiglia, quale politica, quale futuro. Gli entusiasmi si assopiscono dopo la festa, resta la memoria del banchetto che può diventare perfino indigesto, serve alle parole il riscontro di un progetto, di un’idea percorribile, di una nuova strada da percorrere.


    Le parole di Francesco possono essere un felice viatico, una straordinaria provocazione al cambiamento, ma la Chiesa ha altri strumenti ed altre possibilità da mettere in campo e per poterlo fare a una gioiosa giornata della gioventù, bisogna far seguire un’assise mondiale sul futuro del pianeta che, sotto il peso dell’egoismo dei forti, non si accorge che forse altre rivoluziono non pacifiche sono alla porta. Il tempo è maturo perché la spada di Cristo venga finalmente impugnata non solo per dire parole capaci di sorreggere i giovani in un giornata indimenticabile, ma che diano valore alla vita intera, per ogni uomo, per tutto l uomo.
     
     * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale. Insegna Storia del cristianesimo. Editorialista di Avvenire e Il Mattino. Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread”


  • Fatti e Storie

    Papa Francesco. Dalla 'fine del mondo' a Lampedusa

    "Chiediamo perdono per l'indifferenza, per chi si è chiuso nel proprio benessere che porta all'anestesia del cuore, per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno portato a situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore".

    Francesco, il Papa arrivato dalla fine del mondo, visita Lampedusa per dare voce agli esclusi della terra, migranti, clandestini, uomini e donne, vecchi e bambini, un popolo di disperati in cerca di patria.

     Il primo viaggio pastorale del nuovo pontefice non poteva che essere in linea con la sua rivoluzione linguistica, pronta a fare del Vangelo non solo un annuncio ecclesiastico, gergo da addetti ai lavori, ma frontiera di pane da condividere con chi ha perso il pane necessario, pane come speranza di vita, passata con la semplicità di un verbo che riesce ad acchiappare anche i più lontani, affascinati dalla semplicità di parole proprio per loro, scritte per raccontare la loro drammatica ed esaltante storia.

    "Siamo caduti nella globalizzazione dell'indifferenza", così Papa Bergoglio nell'omelia della messa. "La cultura del benessere che ci porta a pensare a noi stessi ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono illusioni del futile, del provvisorio, che portano alla globalizzazione dell'indifferenza".

    Molti osservatori sono rimasti sorpresi e spiazzati dalla scelta del pontefice di partire proprio da Lampedusa per iniziare il suo ministero petrino fuori le mura di Roma, spiazzati non solo dalla destinazione ma dalla irritualità data dall’annuncio stesso e dalla organizzazione del viaggio. Francesco ha deciso tutto da solo, forse proprio per impedire a chi avrebbe voluto consigliarlo diversamente, in forza di ragioni di opportunità logistiche e politiche, senza passare per le solite procedure ha annunziato alla stampa il suo desiderio di partire.

    Arrivato a Lampedusa ha consegnato alle onde una corona di fiori in memoria di tutte le vittime di una guerra ingiusta mai dichiarata, una guerra vera, tuttora in corso, che lascia inghiottire dal mare, nell’indifferenza assoluta di gran parte del cosiddetto mondo civilizzato, figli innocenti che avrebbero voluto trovare altrove quello che era stato loro rubato, sottratto, privato in casa propria. In fuga dalla fame, dalle carestie, dai despoti di turno al soldo di governi occidentali, pronti a fare affari con i tiranni, ma sordi al pianto delle loro prede.

    Il Papa ha pregato per loro, con loro, con chi ha perso la dignità di uomo dimenticato da chi uomo ormai non lo è più perché sordo al grido di giustizia che sale dalle piaghe di una storia compromessa da secoli: colonialismo, sfruttamento contro natura di territori e popolazioni, razzismo, schiavismo.

    Le ragioni della protezione dei sacri confini, impongono alla politica dei paesi ricchi di regolamentare i flussi migratori, cosa che certamente va fatta ma senza mai dimenticare che per legge di natura chi è oppresso va aiutato ovunque si trovi, chi è disperso ovunque deve essere accolto, e a chi bussa alla porta comunque deve essere data una risposta.

    Irrituale e inaspettato il viaggio di Francesco nell’isola degli abbandonati, ma dove avremmo voluto che andasse, dove lo avremmo inviato il vicario di Cristo? Nelle stanze dorate dei potenti della terra, nei salotti comodi dei benpensanti, sui palcoscenci osannanti di ricchi teatri mediatici?

    Il viaggio del Papa, il suo primo, è iconico del suo intero viaggio pastorale, volontà di ritrovarsi su quel confine che resta deserto dai più per dare voce a chi voce non ha, confine, terra di nessuno abitata dai senza terra di ogni dove e di ogni condizione.

    Confine dove si trova a suo agio il messaggero di buone notizie pronto a dare ragione della sua speranza dove la speranza è persa, pronto a ricordare a se stesso e a chi le avesse dimenticate, nella Chiesa e fuori le sue mura, le parole del Maestro di Galilea: ero forestiero e mi avete ospitato.

    Francesco nel suo gesto ha dato inizio ad una nuova modalità di fare Chiesa che non solo muove consensi ma anche feroci critiche per carità senza infingimenti, come quelli arrivati al Papa da ambienti politici italiani che hanno interpretato la sua presenza a Lampedusa come una inqualificabile intromissione in fatti. di politica interna.

    Ben venga un Papa controcorrente nella Chiesa e fuori le sue mura a condizione che le parole e i fatti profetici superino il tempo dell’avvenimento e si trasformino in struttura permanente di giustizia. Come a Lampedusa.

    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale. Insegna Storia del cristianesimo. Editorialista di Avvenire e Il Mattino. Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread”

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