Articles by: Gennaro Matino

  • Opinioni

    Senza lavoro per i giovani non c'è futuro


     
    IL 3 maggio del 1968 iniziava a Parigi la grande avventura della rivoluzione giovanile, sogno di fantasia al potere e laboratorio insolito di lotta politica che vide due mondi fino allora prevalentemente distanti, quello studentesco e quello operaio, scambiarsi vita con sorprendente contaminazione.


    Vento di nuovo che, valicate le Alpi, arrivò in Italia, anche a Napoli, e qui trasformato in nuova sostanza provocò speranza di nuovi diritti nelle fabbriche e di nuovo linguaggio nell’università e nella scuola. Rivoluzione di speranza che, prima di degenerare in altro, segnò il carattere di un Paese che avrebbe potuto approfittare di quel nuovo vento per inaugurare una grande stagione riformista. Certo sarebbe servita a inaugurare una politica visionaria capace di dare forma a strategie economiche innovative, a una partecipazione appassionata della gente alla politica, ma che purtroppo si ripiegò presto su sé stessa, costretta all’angolo da antiche e irrisolte trame sovversive ereditate da una guerra civile consumata nel ventennio, guerra fratricida che divise l’Italia e che ancora oggi non la rende unita.


    Neppure la rivoluzione monetaria europea, anch’essa consacrata per una strana coincidenza proprio il 3 maggio ma del 2002, è riuscita a unificare il Paese che, benché abbia scelto l’Europa, in tanti suoi comuni, in tante sue regioni, ancora non ha scelto di essere l’Italia.

    Rivoluzione della moneta unica che, avvertita da troppi come tirannia del capitale, ha peggiorato il clima istituzionale e ancor di più ha reso antipatica la politica, lo Stato, venendo meno, almeno per ora, alla sua missione di dare dignità di lavoro e benessere ai cittadini europei.

     

    Il divario tra quei pochi che hanno tutto e i tanti che hanno sempre meno cresce sempre di più. Molti sono diventati più poveri, troppi senza lavoro, soprattutto le giovani generazioni sono le principali vittime.


    E in Campania e soprattutto a Napoli la situazione è ancora più drammatica. La mancanza del lavoro sta trasformando lo stesso tessuto sociale delle città impoverendolo di risorse strategiche per il futuro e di cittadini che altrove cercano risposte al loro diritto alla sopravvivenza.


    Fuga di giovani dalla Campania all’estero per cercare un lavoro. Lì dove c’erano le fabbriche, le piccole aziende, l’indotto che muoveva denaro, ora c’è recessione o precarietà.

    Le città della regione si stanno svuotando, Napoli ha numeri impressionanti di calo demografico nell’ultimo decennio. A qualcuno farà anche piacere che la città si svuoti un po’ ricordando l’antico detto “pochi siamo meglio sembriamo”, ma se i pochi che hanno la fortuna di restare non sono i migliori, quelli che renderebbero la città più bella per il loro valore, il loro entusiasmo, la loro passione per la vita, e sono invece i più vecchi e sfiduciati, i più raccomandati e non i più bravi, i più furbi e non i più preparati, il declino della nostra terra sarà inarrestabile. E resteranno comunque i disoccupati che per la loro mancanza di lavoro si sentiranno privati della dignità, sempre più arrabbiati, nella condizione migliore per una disaffezione sociale che rende instabile la vita delle istituzioni, determinando disordine e violenza.


    La mancanza di lavoro, quello che rispetta i diritti dei lavoratori, genera inevitabilmente nel migliore dei casi lavoro nero e morti bianche o, peggio ancora, offre manovalanza alla malavita organizzata che propone facili guadagni a chi, preso dalla disperazione, crede di non avere altra scelta.


    Ma può provocare anche altro, molto spesso ignorato: pensieri insopportabili, reazioni estreme, perché quando non ci sono alle spalle dei genitori benestanti che ancora possono provvedere al mantenimento dei propri figli disoccupati e delle loro famiglie, la depressione prende il sopravvento con conseguenze fatali.


    Se non si affronta il tema del lavoro in maniera costruttiva, se la corruzione continuerà a cancellare la meritocrazia, se ai giovani non si offre una concreta speranza di futuro, questa nostra terra è destinata a morire.


    È tempo ormai di operare una svolta, non si può più rimanere inermi ad assistere all’agonia di Napoli e di tutta la Campania.

  • Opinioni

    Ammalati di serie A e serie B

    I MEDICI recriminavano sul mancato impegno del governo sugli investimenti promessi alla ricerca. "Senza medici restano solo i miracoli": questo il loro slogan. L'economia e la sua preoccupante crisi rischia di cambiare i connotati alla nobile arte medica. «I medici» ha aggiunto Scotti «giurano di curare ogni paziente secondo scienza e coscienza, non di curare solo se non costa troppo».

    I medici giurano ma ha ancora valore il giuramento di Ippocrate? È una provocazione lanciata a questo nostro mondo dove la confusione tra parola data e parole facilmente commerciabili lascia sempre più sullo sfondo del nostro agire il senso etico del vivere. E la buona medicina dipende solo dal legislatore, dalla politica o anche e soprattutto da quel giuramento che dovrebbe guidare il medico nelle sue scelte? La provocazione non allude ai casi di malasanità da tutti riconosciuti come distorsioni accidentali o condannabili del sistema.

    Tuttavia mi chiedo su quale etica si strutturi una prassi consolidata, e giustificata dal sistema economico e politico, che gestisce la sanità, non poche volte confermata dal comportamento del medico, che ritiene normale fare una distinzione tra il paziente che ha possibilità di pagare e chi invece no.

    Proverbialmente è risaputo che "senza denari non si cantano messe" e d'altronde è doveroso che in ogni mestiere o professione a ciascun lavoratore sia pagata la giusta mercede. Ciò nonostante non posso fare a meno di chiedermi in base a quale etica a chi paga è facilitato qualsiasi percorso diagnostico, mentre a chi non può pagare resta solo la rassegnazione a sopravvivere. Una strana logica che riduce la persona umana al suo valore economico e rende la malattia e la cura un numero quantizzabile, un articolo da inserire in un listino prezzi che costringe a fare i conti con il portafoglio e porta a distinguere di conseguenza gli ammalati in clienti di serie A e serie B.
     

    Questa distinzione di sicuro non rientra in quel giuramento di Ippocrate che ogni medico pronuncia prima d'intraprendere una professione che per la sua peculiarità, più delle altre, non dovrebbe mai perdere il sapore della missione. Purtroppo non c'è mestiere al mondo in cui non si subisca la tentazione e il fascino di barattare la propria vocazione con l'interesse economico. Là dove c'è maggiore guadagno, là c'è maggiore impegno, là s'investono le proprie energie.

    Senza demonizzare il benessere, né misconoscere il valore della meritocrazia, l'aver messo in secondo piano le motivazioni profonde, etiche, vocazionali, che dovrebbero guidare le nostre scelte, ha lasciato in ombra l'essere, mettendo in primo piano l'avere. Che un cristiano sostenga che il benessere spirituale, che affonda le sue radici nei sentimenti, nell'onestà, nell'altruismo, nella passione per la propria professione, sia più importante del valore contrattuale di un mestiere, della collocazione sociale e del benessere materiale appare scontato e si dovrebbe sentire in peccato il credente che andasse per un'altra strada. Ma in una società, che nella scala dei valori mette al primo posto ciò che si ha e non ciò che si è, nessuno si accorge del dramma dell'etica laica.

    Una volta rigorosa su pochi ma alti valori condivisi, oggi, investita dall'onda anomala della globalizzazione, costretta all'angolo dalla politica della sola economia, rischia di lasciar annegare ogni sano valore nella logica del profitto.
     

    Sta di fatto che ai nostri giovani non s'insegna più a costruire il futuro seguendo il proprio cuore, i propri sogni, le proprie attitudini, ma a scegliere sempre ciò che rende di più. Oggi l'unica ambizione sembra essere il potere economico e di fronte al fascino e alla seduzione della ricchezza non c'è più tradizione o giuramento che tenga.

  • Opinioni

    Quando l'istruzione 'crolla'


    AULE che crollano: basta una notizia di dissesto in una delle tante scuole e, in ogni città, il giorno successivo, si presenta la lista puntuale dello stato indecoroso in cui versa l’edilizia scolastica.


    Napoli è tra le più compromesse in questa materia, primato non certo d’onore che allarma e non di poco insegnanti, studenti e famiglie. Nei giorni scorsi, dopo gli avvenimenti di Ostuni, i pompieri sono dovuti intervenire in alcuni plessi della città. Quei calcinacci hanno ricordato a tutti quanto l’incuria o peggio la mancata applicazione di regole metta a rischio la vita dei nostri figli in mura che pretenderemmo essere le più sicure. E non basta.


    Decoro carente, pulizia approssimativa, cura pessima degli stabili. Non saranno le sole classifiche mondiali a dover impietosamente ricordare che la salute della scuola non dipende solo da una precaria edilizia, ma dallo stato dei luoghi messo a dura prova dal mancato senso civico di chi li vive, per non parlare delle ripetute scorrerie criminali che hanno privato gli studenti e gli insegnanti di strumentazione indispensabile al prosieguo corretto delle lezioni. Purtroppo la scuola soffre d’abbandono, di una devastante precarietà. È stata svuotata della sua dignità, ridotta a una sorta di azienda incapace di produrre profitto.


    Nell’era della globalizzazione, l’obliterazione dei valori sta risucchiando molti giovani nel tunnel dello scetticismo e della superficialità. In questo clima la scuola è vissuta da tanti come un obbligo imposto dall’alto, un tempo vuoto, utile solo a conseguire un pezzo di carta che ormai nemmeno serve a trovare lavoro. E più la scuola viene svuotata della sua dignità, più gli insegnanti si sentono defraudati della loro autorevolezza, più i giovani perdono la consapevolezza dell’opportunità che viene loro offerta da questa insostituibile agenzia educativa.


    D’altronde la globalizzazione, anziché offrire una maggiore integrazione tra i paesi e i popoli del mondo, aprendo le frontiere alla libera circolazione di beni, ma anche e soprattutto di conoscenze, culture e persone, ha aperto la strada al potere assoluto dell’economia. Un potere che, asservito alla logica del mercato, incombe su di noi, sulle nuove generazioni, determinando non solo una crisi finanziaria senza precedenti, ma un vuoto etico che sta inghiottendo i nostri giovani nel vortice di un pensiero debole. Ed è in questo vuoto etico che ogni educatore, ogni scuola dovrebbe piantare il seme dell’eticità, certo il raccolto dipenderà da diverse variabili ma se si pianta il seme sbagliato anche il terreno più fertile non produrrà i frutti sperati.


    È in grado oggi la nostra scuola di piantare questo seme? Il passaggio di testimone dei saperi trova nella nostra scuola lo spazio dovuto per costruire una società migliore o la scuola stessa è rimasta vittima dei crolli più devastanti della speranza sotto il peso della rovina economica?

    È in questo nostro tempo, in cui l’unico fine dell’uomo sembra essere il profitto ad ogni costo, che la scuola e il mondo accademico, insidiati nella loro consistenza dall’esito nichilistico della cultura contemporanea, sono chiamati a formare cittadini del mondo, capaci di salvaguardare l’identità della propria nazione, città, cultura, valori senza cadere nella trappola del pregiudizio e di nuovi fondamentalismi.


    Cittadini aperti all’alterità, all’accoglienza, alla convivenza civile per fare della globalizzazione una ulteriore opportunità per guardare con occhi nuovi al bene comune, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini.


    La cultura di un popolo dipende da quello che i cittadini pensano di sé e degli altri, della propria e dell’altrui dignità, dei diritti inviolabili della persona e dei doveri di solidarietà che servono a garantire i diritti di tutti.


    Formare le coscienze significa far comprendere che non c’è relativismo culturale che tenga di fronte alla violazione dei diritti inalienabili dell’uomo, come d’altronde recita la Costituzione.

    Non possiamo permettere che i nostri figli, il nostro futuro, privati del diritto all’educazione, restino schiacciati sotto il peso dei nostri fallimenti.

  • Opinioni

    Votare o non votare



     
    LE ELEZIONI regionali sono ormai alle porte. Le finte parole di fuoco tra diversi schieramenti, come di rito, avanzano, pronte a tacitarsi non appena le elezioni saranno concluse e le poltrone spartite. Gioco di una parte minuscola della società, routine di nuovo potere, di una politica sempre più lontana dalla gente. Una lontananza ormai cronica e che certo non può risolversi con giochetti verbali, frasi a effetto che non riescono a nascondere la crisi di un sistema democratico.


    Tra le parole che più circolano tra i politici ce ne sono alcune che, volendo richiamare il dovere dei cittadini al voto responsabile, sembrano quasi che, come si dice dalle nostre parti, mettano la carne sopra e i maccheroni sotto, addossando la responsabilità del cattivo governo, o peggio della morte della democrazia, a coloro che deliberatamente scelgono di non votare.

    La frase in oggetto è quella dell’americano George Nathan che all’inizio del secolo scorso scriveva: «I cattivi rappresentanti sono eletti dai bravi cittadini che non votano».


    Nel secolo scorso forse questa affermazione aveva il suo valore, non lo può avere oggi se non solo come principio astratto, perché, nei fatti, il cittadino è sempre più costretto alla marginalizzazione di scelte che già sono state predeterminate nei nomi dei candidati, nelle alleanze elettorali improponibili nei mesi precedenti alle elezioni, lecite poche ore prima del voto, nei programmi impostati a copia e incolla tra diversi schieramenti, tanto simili da non comprendere quale differenza ci sarebbe tra l’uno e l’altro dei candidati. Forse da eleggere per simpatia, e per questo vale una campagna pubblicitaria milionaria di immagine. Scelte decise sulla pelle e il futuro della regione, oltre il pensiero dell’elettore che a nessuno interessa, perché del cittadino interessa solo il suo voto.


    Se è così l’unica scelta davvero libera che gli resta è decidere di votare o non votare, dando alla sua scelta la valenza civile di non assuefazione al sistema ormai decisamente plutocratico, un sistema in cui il predominio nella vita pubblica di pochi individui o gruppi finanziari è in grado d’influenzare in maniera determinante la cosiddetta politica democratica.


    La responsabilità della fine della democrazia non è da imputare alla anemia partecipativa del cittadino, ma all’aumento generalizzato delle diseguaglianze sociali in quanto il ceto ricco ha polarizzato la nuova ricchezza distruggendo la sicurezza di quella classe media che era il polmone della politica democratica: perché debbo partecipare, si chiede il cittadino sofferente, se i benefici saranno destinati ai soliti noti, ai privilegiati del sistema? Perché votare se a fronte di una crisi economica procurata dai potenti, a pagarne le spese sono i più deboli?


    E l’assurdo è che in un sistema in cui si allarga la base degli ultimi non esiste più un’idea di partito capace di coagularne le aspirazioni e le attese rivoluzionarie, dando alla parola rivoluzione la sua accezione nobile ed etimologica di cambiamento del sistema malato.


    I partiti di massa radicati nel territorio sono stati sostituiti da versioni mediatiche più leggere e attente al potere della classe dirigente industriale, finanziaria, perdendo il potere di un tempo, ma soprattutto perdendo quella radicale presenza nel territorio che permetteva loro di comprendere i reali problemi della gente. Questo ha portato i nuovi politici a non rappresentare più una base larga che ipocritamente invocano solo quando debbono essere eletti, ma quella élite industriale e finanziaria che li ha plasmati, in grado nettamente di esercitare su di essi un’influenza superiore.


    I programmi politici sono da campagna elettorale, tentano di dare risposte a corto respiro, spesso condizionate dai sondaggi, da continui colpi di scena, dal sensazionalismo osceno di dossier costruiti ad arte per danneggiare l’avversario. Il non voto nasce così come estremo segnale sovversivo per gridare la non complicità a un finto sistema democratico trasformato in un involucro vuoto, addirittura a rischio di sparire.


    La politica è la forma più alta della carità, l’amore che diventa carne di futuro per rendere la città degli uomini sempre più capace di essere vissuta, condivisa.

    La politica dovrebbe essere un mestiere nobile, un ideale di servizio.

    Tradire la politica è tradire l’amore, e per chi crede è tradire Dio.


  • Opinioni

    Quando la famiglia è malata


    PENSARE che l'ultimo attimo di un gesto senza ragione sia tanto folle da non potersi ripetere è l'alibi mentale che ci costruiamo per difenderci dal credere che non possa capitare a noi gente normale. Restiamo sorpresi invece dall'apprendere che queste tragedie si moltiplicano e ci interpellano. Uomini, donne, sempre più numerosi, sempre più fragili, sono incapaci di reggere l'urto di una società complessa, lontana dall'essere risposta adulta alla crisi della comunità familiare. A Melito, ancora un innocente a cui è stato rubato il futuro, ancora un grido disperato che sembra ripetere il dolore del Giusto oltre questa settimana santa, oltre la gioia della Pasqua: "Mio Dio, Mio Dio perché mi hai abbandonato".

     
    In questi giorni si è parlato tanto del disastro aereo nei cieli di Francia, un dramma che ha consegnato alla morte 150 persone, raccontato giustamente in ogni sua dolorosa sfaccettatura, a ogni ora, follia di chi sceglie per sé la morte consegnando a uguale destino inconsapevoli vittime di una strategia distruttiva. Non è la stessa tragedia quella di un figlio, uno dei tanti, costretto a interrompere il suo viaggio per colpa di un amore malato, non è la stessa tragedia e fa meno notizia ma non per questo non merita che si scandagli nella profondità di un assurdo.


    Già perché la cronaca amara di figli uccisi da genitori impazziti, depressi, vinti dalla sofferenza di un abbandono del partner, ormai sembra assumere la dimensione di una strage tanto più significativa che, per non mettere mano a una politica seria per la protezione dell'infanzia, rende lo Stato silenzioso complice di quelle tragedie.

     
    Ricordo un'inchiesta di qualche anno fa, "I bambini senza diritto alla vita", sulla condizione dell'infanzia del nostro Paese, di Giuliano Zincone, pubblicata sul Corriere della se-ra: un'impietosa e lucida fotografia di un Paese che sembrava non rendersi conto di quanto fossero aberranti le violenze perpetrate sui minori nelle stesse mura domestiche. Sono passati anni da allora ed è sconcertante ritrovare ancora in quella stessa inchiesta un'attualità raccapricciante che racconta quanto l'Italia in questi anni sia rimasta ferma, impantanata, sui diritti dell'infanzia, affermati per principio, ma negati nei fatti. I dati erano allarmanti: cinghiate, bastonate, sigarette spente sulle braccia, lavoro minorile, prostituzione e tanti bambini soppressi in famiglia. Si dirà che era cronaca di altra epoca, di padri padroni.


    La violenza contro i bimbi ha cambiato abito, non virulenza. Genitori diversamente padroni, ma non meno spietati, sono un fatto che riguardano l'oggi: figli usati come armi di scontro per conflitti coniugali, come una puntata al tavolo verde della morte. Lo scandalo del male, in cui la sofferenza degli innocenti è l'aspetto più lacerante, ha turbato in ogni tempo la coscienza dell'uomo. "Rifiuterò fino alla morte di amare questa creazione, dove i bambini sono torturati" così scriveva Albert Camus, ne "La peste". E Dostoevskij, in una pagina famosa de "L'Idiota", si è chiesto: "Perché, Signore, i bambini muoiono". Oggi, Pasqua di Resurrezione, la vita vince la morte, ma quanto ancora dovremo aspettare prima che ce ne accorgiamo.


    Uomini, donne, sempre più numerosi, sempre più fragili, sono incapaci di reggere l'urto di una società senza risposte alla crisi della famiglia.



    *Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale e insegna Storia del Cristianesimo presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Editorialista di 'Avvenire' e 'Il Mattino'.  Opinionista di 'La Repubblica". Parroco della SS Trinità. Il suo più recenti libri: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread" (Baldini & Castoldi - 2013) e "Tetti di Sole" (2014).


  • Opinioni

    La corruzione si stratifica e giustifica se stessa. Occorre una reale rivoluzione culturale


    BASTI a determinare un cambiamento di stile senza puntare su una solida rivoluzione culturale. Intanto la legge anticorruzione ha iniziato il suo iter in parlamento: tempi del parto incerti e peso e salute del nascituro per qualcuno a rischio sopravvivenza.


    Non passa giorno senza che uno scandalo politico-affaristico indigni l'opinione pubblica, riempia le prime pagine dei giornali, susciti qualche reazione censoria, qualche predica degli indignati di professione e poi torni a inabissarsi nel disinteresse generale. Già, perché la corruzione puzza, ma l'olfatto è tra i primi sensi che si adatta con estrema facilità e i cattivi odori in certi casi possono scomparire addirittura per anosmia o iposmia, come normalmente accade a Napoli dove la percezione della corruzione è ormai completamente cancellata.


    Non perché sia stata debellata dal legislatore, corretta dall'amministratore, repressa dall'etica pubblica o sanzionata da quella religiosa, ma perché ormai fa parte del costume della città, è un fatto endemico, una malattia virale che ognuno si porta addosso, come l'Epatite A, che altrove terrorizzerebbe e che invece qui da noi è cosa da niente, non c'è chi non l'abbia provata, ed è meglio prenderla subito per immunizzarsi. I diversi livelli della società, i diversi gradi dell'intelligentsia convivono con il fenomeno corruttivo pacificamente e, con consapevole complicità, trasformano la corruzione quasi in risorsa, in patrimonio positivo della città, arte scaltra di chi per necessità, per sbarcare il lunario, per superare le pastoie burocratiche deve pur trovare un metodo di sopravvivenza.


    Da noi si potrebbe con facilità affermare, smentendo Papa Francesco, che la corruzione non è materia di decomposizione del tessuto sociale ma la sua intima definizione, la sua descrizione più raffinata, la stratificazione di un territorio che da secoli si autodetermina sul fenomeno corruttivo tanto da poter declinare paradossalmente, qui più che altrove, non l'anatema ma l'elogio della corruzione, arte suprema di sopravvivenza, di ribellione allo Stato mai compiutamente accettato.


    La corruzione da noi si incrementa ogni giorno più massicciamente, si struttura quotidianamente in mille nuove creazioni, con improvvisazioni geniali di nuova illegalità tanto da far dire a qualcuno che i costi per estirparla sarebbero maggiori dei benefici che comporterebbe la sua eliminazione.


    Sarebbe quasi uno snaturare, alterare l'indole di una popolazione che così campa, questo è il suo unico lavoro e che certo non può, per mancanza di Stato, di regole, essere costretta ad abbracciare l'antistato camorristico. E allora tutto è lecito a tutti i livelli, lecite le piccole e grandi manovre di aggiustamento a proprio vantaggio dell'affare, passate come piccolezze, pratiche indecenti di comune indecenza. Il contrabbando di sigarette? Un treno di gomme usate vendute come nuove? Un telefonino di occasione? Uno stock di vestiti a basso prezzo appena arrivato? Un regalo all'usciere per la pratica? La bustarella al commendatore per la raccomandazione? La spesa al brigadiere per ampliare il "puosto" al mercato? E l'esame? Il posto letto all'ospedale? Il posto in tribuna? Il posto macchina garantito da un parcheggiatore rigorosamente abusivo? Fesserie da riderci sopra, cose che non fanno male a nessuno sapendo bene che non è così, che il male passa proprio attraverso la verità taciuta, passa attraverso il complice silenzio di chi ha lasciato fare le "piccole cose" per potersi spartire comodamente le "cose più importanti".


    Già, perché la corruzione acquisisce un ruolo diverso e di maggior peso quando il comportamento illecito è taciuto dal potere per conservare il potere, sapendo che proprio quel silenzio garantirà il massimo guadagno. La libertà finisce quando ostacola o limita la libertà dell'altro, questa la regola, per questo a Napoli la libertà è sempre stata un'illusione, per questo è facile combattere la corruzione a parole, con promesse illusorie, tanto fare fessi ed essere fatti fessi fa parte del costume.


    *Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale e insegna Storia del Cristianesimo presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Editorialista di 'Avvenire' e 'Il Mattino'.  Opinionista di 'La Repubblica". Parroco della SS Trinità. Il suo più recenti libri: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread" (Baldini & Castoldi - 2013) e "Tetti di Sole" (2014).

  • Op-Eds

    Immigration: Is it Really Not Our Business?




    “Millions of families today experience the dramatic condition of refugees,” writes Pope Frances. “And Jesus and his family faced the same difficult reality . . .” The problem of borders, of major waves of immigration affecting every corner of the world, of masses of people driven out by hunger, desperation, political terrorism, war and ecological devastation— the product of historical colonialism and present-day corruption—is a problem that concerns us and, more significantly, anyone hungry for justice.


    “Refugees and immigrants,” adds the Pope, “aren’t always really welcomed, respected, or appreciated for the values they bring.” Like prisoners trapped in a mine, people from the Southern Hemisphere arrive on our shores hoping for a better future, for a bit of air. Our shores in Italy have become a theater of adventure, a dream of redemption and defeat, where men, women and children, fleeing totalitarian regimes, arrive clinging to masts and makeshift boats. Too many people look the other way, the Pope seems to be saying, when faced with injustice and war. They have no compassion for their struggling neighbors. Instead they secure their own borders and hoard provisions, fearing a hypothetical worldwide disaster.


    If pressed to welcome someone into our country, we do it out of self-necessity, not in the spirit of fraternity. When the poor immigrant comes to work here, neither her rights nor her dignity is always respected. Nor is her right to an honest contract.


    We offer immigrants underpaid work, work we won’t do anymore.The movement of immigrants from one part of the world to another would seem to be determined by the individual freedom that the global world has accepted. Opening borders to allow for free trade should, of necessity, allow people—more than goods—to cross borders. In reality, more often than not, what looks like free will is instead an obligation, a necessity dictated by survival instinct: relocation is not born out of the freedom to travel elsewhere, but rather out of the impossibility to do otherwise, since it’s the economy that, by guaranteeing free borders, causes forced deportations, investing and disinvesting from one part of the planet to another, as it pleases.


    “Justice sees not,” writes Euripides in Medea, “with the eyes of those who hate unwronged at sight their fellow, ere they learn his character. The stranger needs must carefully conform himself to his adopted home; nor have I thought of praising the citizen who with his airs is rude unto his fellow, through ill-breeding.”


    Although he wasn’t quoting Euripides, Pope Francis was certainly thinking of the Gospel when he reminded us that the culture of affluence makes us “insensitive to the screams of others,”
    placing us “in a soap bubble,” in a situation “that leads to indifference.” Moreover, today there exists “globalized indifference.”


    “We have grown accustomed to the suffering of others, it doesn’t concern us, it doesn’t interest us, it isn’t our business!” But is it really not our business?

     
     
     
     


  • Opinioni

    Aspettando il Papa a Napoli




    PUR senza generalizzare, la cosa strana, quella che davvero non ti aspetti, è che il più grosso problema in cui dovrai imbatterti per restare fedele al tuo entusiasmo e continuare la tua sfida annunciando il Vangelo non è il mondo, ma la struttura della Chiesa in cui vivi, che comunque ami, ma che molte volte trovi pesante, contraddittoria, inadeguata all'annuncio della verità in cui credi, in un tempo complesso e in un mondo in continua trasformazione.


    Una Chiesa spesso vittima, soprattutto dalle nostre parti, di una presunzione di potere, lontana dal volersi mettere veramente in gioco, costretta e prigioniera nelle dinamiche dei suoi riti sorpassati, invece di spendersi in nuovi linguaggi capaci di dare ragione a una fantasia pastorale pronta a dialogare con la differenza degli uomini e a gridare speranza a chi dalla speranza si sente abbandonato. Una Chiesa che all'esterno tuona con una forza spropositata il suo dissenso contro un modo di vivere contrario al Vangelo, e ci mancherebbe altro che non lo facesse, ma che al suo interno si adegua, si adagia, si giustifica, si compromette, si accetta nel suo limite con estremo paternalismo rassegandosi spesso a una modalità che definirei di normalizzazione.

     

    Papa Francesco presto sarà a Napoli, ed è già forte da ora l'entusiasmo di una città che non vede l'ora di incontrarlo. Spero che la sua parola così in controtendenza alle incrostazioni del passato, e per questo ancor più sorprendente, tocchi temi a lui cari anche qui tra noi, come quelli che ha affrontato nell'Evan-gelii Gaudium: «Sogno una scelta missionaria della Chiesa capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l'evangelizzazione del mondo attuale, più che per l'autopreservazione ». Spero che il suo entusiasmo rilanci proprio da Napoli il suo desiderio di rinnovamento di tutte le Chiese locali, diocesi e parrocchie, partendo dal riconsiderare la loro stessa struttura, la loro stessa origine voluta dal Fondatore non per la loro autocelebrazione, ma per lanciare la sfida del Vangelo. Non penso certamente che il Papa possa cambiare la Chiesa con una magia o una battuta, anche se a volte i mezzi di comunicazione ne hanno bisogno per soddisfare il clamore mediatico. Vorrei solo che qui da noi il Papa andasse oltre le sue parole di auspicato rinnovamento e ci assicurasse che non si tratta di pii desideri, di semplici battute, ma che oltre la sua buona intenzione, nel segno del Concilio Vaticano II, la riforma della Chiesa troverà continuità oggettiva.

     

    È difficile senza alcun dubbio anche per un papa convincere la Chiesa al suo interno che solo il suo rinnovamento le permetterà di dare significato efficace al suo ministero. Ogni nuova proposta pastorale per riformare la sua struttura inadeguata a rispondere alle attese della gente, ogni tentativo di rivedere il ruolo della gerarchia all'interno della vita comunitaria viene avvertito come lesa maestà, benché ci sia stato un grande Concilio a ribadire che o si cambia o si muore. Qualsiasi innovazione, venisse anche dal Papa, viene avvertita come un turbamento di sacri e inviolabili diritti di potestà assoluta soprattutto dai sacri pastori che più in alto occupano posti di potere, più fanno fatica a volerli trasformare in altro. Il problema del cambiamento della Chiesa nasce e si struttura proprio intorno al ripensamento del ruolo di guida dei suoi ministri. L'intendersi su che cosa significhi essere capo all'interno di un gruppo di fratelli costituisce uno dei problemi più rilevanti della riforma della vita comunitaria e a mio parere uno dei problemi più urgenti da risolvere per rendere visibile, ancora oggi, una Chiesa capace di annunciare al mondo la verità di Cristo. Ci riuscirà Francesco?


    Ogni nuova proposta pastorale per riformare la struttura inadeguata a rispondere alle attese della gente viene avvertita come lesa maestà.


    *Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale e insegna Storia del Cristianesimo presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Editorialista di 'Avvenire' e 'Il Mattino'.  Opinionista di 'La Repubblica". Parroco della SS Trinità. Il suo più recenti libri: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread" (Baldini & Castoldi - 2013) e "Tetti di Sole" (2014).


  • Opinioni

    Napoli per una casa delle religioni


    LE RELIGIONI occupano uno spazio sempre più rilevante nel quadro geopolitico dell'area mediterranea: molti fattori di crisi derivano da una contrapposizione che sembra partire da una differente sensibilità di sacro, da un modo diverso di credere. Il problema non si risolve annullando le differenze, assimilando le altre in una cultura ritenuta superio-re o peggio organizzando crociate di annientamento di massa del diverso o di conversioni forzate. Anche perché i contrasti non nascono dal credo religioso ma dall'economia diabolica: i santi di tutte le fedi sono sempre per la pace e aperti al dialogo. Le politiche economiche occidentali o orientali che vogliono investire allargando spazi nuovi e originali di profitto, nel tempo della globalizzazione, possono inventare nemici, e li inventano, sono costretti a farlo, esasperando le differenze per aprire contese, approfittare del credo religioso per organizzare guerre che una volta vinte permettono di spartirsi il bottino. La storia ci ha insegnato che le ragioni economiche sono alla base dei conflitti, le crociate del passato come nel presente nascono solo dal profitto economico.

     
    Tuttavia oggi è diverso, il meccanismo consolidato nel tempo di gettare sassi per provocare disordine e approfittare del caos è sfuggito al controllo dei mistificatori: anch'essi sono rimasti vittime di un mercato che non si è aperto, di una contrapposizione drammatica che miscela ignoranza, fondamentalismo, violenza, fame, ingiustizia, uso e possesso di armi terribili, manipolazione dei mezzi di comunicazione a servizio dello scontro. Distruggere il dialogo tra culture e tra fedi equivale a costruire un muro di separazione tra comunità che, cessando di comunicare, si separano e si spingono reciprocamente verso una tragica quanto aggressiva autosufficienza isolazionista. Ripristinare il dialogo è decisivo per il futuro dell'umanità, ancor di più quando alla violenza si risponde con il terrore, ai kalashnikov con le epurazioni o il marchio di infamia. Scriveva Giovanni Paolo II:"Il dialogo tra religioni e culture non ignora le reali differenze ma invita tutti a irrobustire quell'amicizia che non separa e non confonde. Dobbiamo tutti essere più audaci in questo cammino".


    Per costruire il dialogo, dunque, bisogna essere più audaci, più visionari tanto da immaginare per esempio una comune casa di preghiera per diversi, un Tempio che lanci ponti tra differenze per vincere la paura che divide. Alle teste mozzate ostentate in segno di odio, bisognerebbe contrapporre un'icona potente di fratellanza tale da superare l'oscena e diffusa convinzione di impurità del diverso per fede. Un'idea visionaria che Napoli avrebbe già da tempo potuto realizzare vestendo gli abiti di città di pace, luogo sperimentale di nuova accoglienza. Ma si sa non sempre la profezia vince e le pastoie politico burocratiche rallentano se non impediscono l'avverarsi dei sogni. La "Casa di Abramo", il progetto studiato da Sandro Raffone della nostra università, doveva essere realizzato a Napoli, sarebbe stato il primo tempio in cui, senza annullare le differenze, i diversi per fede avrebbero potuto pregare uno accanto all'altro.

     
    Una grande sfida, una grande provocazione di speranza. L'incontro tra soggetti differenti induce al rispetto della diversità, all'integrazione reciproca per ripristinare un rapporto semmai corrotto. Uno stesso luogo di fede per fedi differenti, una convocazione non massificata, una unità non uniforme, una sala della preghiera unica per diverse liturgie, potrebbe essere una riposta audace per una provocazione al dialogo.


    Tempio di Abramo, Padre del monoteismo, primo dei credenti dell'unica fede nel Dio unico che ha generato diverse chiese. Punto di partenza per un nuovo dialogo che includa il pregare insieme per ebrei, musulmani, cristiani. Non riduzioni semplicistiche, sincretismi superficiali, ma audace speranza di vicinanza per scambiarsi la gioia della fede, per comunicarsi la differenza, per imparare dalla prossimità l'uguale desiderio di fratellanza universale. Da anni ci si interroga sul futuro del dialogo, forse varrebbe la pena rischiare un'utopia partendo da una casa di preghiera ecumenica: perché non a Napoli?
     
    Vivere insieme include condividere, senza compagnia di vita nessuna integrazione e nessun dialogo tra culture e religioni sarà possibile. La storia ci ha insegnato che le ragioni economiche sono alla base dei conflitti, le crociate del passato come nel presente nascono solo dal profitto.

    *Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale e insegna Storia del Cristianesimo presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Editorialista di 'Avvenire' e 'Il Mattino'.  Opinionista di 'La Repubblica". Parroco della SS Trinità. Il suo più recenti libri: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread" (Baldini & Castoldi - 2013) e "Tetti di Sole" (2014).


  • La rivoluzione francescana

    Si chiamerà Francesco, mai nome pronunciato in San Pietro risuonò chiaro alle orecchie di chi aspettava il nuovo Papa. Francesco, oltre il nome, è un mondo che si svela alla sorpresa dei semplici e richiama la Chiesa alla sua originaria forza rivoluzionaria, la richiama al dovere di mettere il grembiule e di farsi serva per dare ragione della speranza che è in lei.

    La speranza di gridare la verità dai tetti, di carezzare di tenerezza gli afflitti, di aprire le finestre chiuse dell’egoismo alla carità che salva. Francesco è un nome che ho sognato per un Papa da quando ero ragazzo, pensavo che il solo nome del poverello d’Assisi  scelto da un pontefice avrebbe potuto dare inizio a un nuovo corso per la storia della Chiesa.

    Francesco d’Assisi a ragione viene considerato il santo più rappresentativo del millennio passato, tanto che perfino un giornale profondamente laico come il Times, quando ha dovuto scegliere a chi dedicare la copertina per indicare l’uomo del millennio, non ha avuto dubbi nel dedicarla a Francesco.

    La sua storia provoca ammirazione per una rivoluzione pacifica che trasversalmente commuove e fa riflettere, storia intimamente rappresentata dalla scelta di abbracciare sorella povertà e trasformare la sua condizione di privilegio sociale in una nuova opportunità di incontro, donando se stesso, più che le sue sostanze, agli ultimi. Ma in realtà la sua profonda conversione è intimamente linguistica, rivoluzionaria nei segni e nelle parole che poco erano frequentate nella Chiesa del tempo. La maggior parte dei suoi contemporanei in Europa erano credenti formalmente, ma non evangelizzati.

    La rivoluzione francescana, rivoluzione di nuova evangelizzazione dell’Europa, è proprio la scelta di luoghi simbolici, strutturali, linguistici, interpretativi per meglio passare l’annuncio del Verbo. Inculturazione insomma che scoperta per la “follia” di Francesco diventa metodo, così da poter intimamente parlare di percorso di vangelo: dalla profezia al metodo.

    Ma Francesco è anche il nome del primo santo gesuita che ha evangelizzato l’Oriente. In un solo nome la santità di vita come dono offerto ai più deboli, la proclamazione di un mondo più giusto e la volontà di portare il Vangelo fino ai confini della terra. E mentre da più parti si chiede alla Chiesa di continuare ad annunciare il Vangelo restando coerente con i suoi insegnamenti, di essere più presente nelle piaghe dolorose del tempo e si chiede anche una straordinaria forza di adattamento della Parola alle mutate vicende umane, mentre necessita una purificazione al suo interno, lo Spirito Santo ci ha donato un papa che si chiama Francesco.

    Il cardinale Bergoglio che nella sua diocesi di Buenos Aires già aveva dato testimonianza di quanto amore avesse per la lotta per la giustizia e la vicinanza agli ultimi, ora è il Papa della Chiesa universale, il nostro Papa pronto a fare con noi un tratto di strada difficile che deve riconsegnare parole significative ad un tempo che non parla la stessa lingua della chiesa, parole d’amore gridate a tutti i suoi figli, senza eccezione e senza riserve.  Il mondo ha aspettato con ansia questo momento e a chi pensa che la Chiesa sia ormai un fatto passato, prigioniera dei suoi problemi, a chi ha tentato in tutti i modi, dentro e fuori delle sue mura, di trasformarla in campo di indegne battaglie, Papa Francesco sta rispondendo con la sua gentilezza e la sua potente profezia. Difficile mestiere quello di papa, ancor di più per chi si è caricato di carezzare di speranza i credenti e  di dire parole di novità al mondo. Per ora la speranza è in quel meraviglioso nome: Francesco, il nostro Papa, si chiama Francesco.

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