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Articles by: Gennaro Matino

  • Opinioni

    Claudio Ranieri, uomo dell’anno e credo non solo per lo sport


    Conosco Claudio da più di vent’anni, orgoglioso di essergli amico. Ho avuto sempre rispetto dei ruoli, della privacy  e mai mi sono prestato a scrivere o rilasciare interviste su di lui o su altri, che fossero famosi o meno, conosciuti dal grande pubblico o ignorati, che la provvidenza mi ha affidato come figli o fratelli. 
     
    Un padre spirituale si intende di altra Parola, altri percorsi intraprende anche se, per secondo mestiere, s’interessa variamente di scrittura. Giorni fa, appena  la notizia che il Leicester era diventato campione nella Premier, alcuni giornali mi hanno chiesto di fare delle dichiarazioni che ho fatto di buon grado, così come ora, per la prima volta, scrivo di mister Ranieri. 
     
    Cosa è cambiato?  Penso che sia giusto rendere onore ad un uomo che oltre il personaggio ha saputo conservare i valori in cui ha creduto e che non si è lasciato trascinare dall’onda anomala del ‘così fan tutti’. E’ ovvio che dietro ogni personaggio pubblico ci sia la sua vita privata, la sua famiglia, la sua storia, ma se ne parla solo quando l’eccesso vince, quando lo scandalo furoreggia o la stravaganza trionfa. 
     
    Restare normali, vivere di affetti condivisi, restare “semplicemente” e “prima di tutto” marito, padre, fratello, figlio, nonno, amico con la timida trasparenza di un uomo normale, sempre alla ricerca di se stesso, senza la presunzione di essere chi sa chi, non fa notizia. 
    Restare un uomo di fede, profonda, autentica pronta a fare domande e a cercare risposte, interessa ancora di meno. Solo ora la stampa si accorge che Ranieri è tanto credente che anche per la sua squadra inglese ha voluto il pellegrinaggio a Cascia per ringraziare Santa Rita a cui è profondamente devoto. 


     
    Non c’è stata squadra allenata da Claudio fino ad oggi che non abbia fatto il suo ritiro precampionato a Roccaporena, a pochi passi dal santuario umbro. Tenace come un marinaio che vede l’approdo anche in mezzo alla tempesta, non si è mai lasciato vincere dalla sconfitta o esaltare dalle vittorie e ha sempre rilanciato, riproposto a se stesso e alla sua famiglia nuove avventure. 


     
    Il calcio, la sua passione, il suo lavoro, ma l’onestà, non solo intellettuale, resta il suo verbo. Non è un panegirico, sarebbe facile per chi ha saputo scrivere una pagina di storia calcistica impareggiabile, è la vita di un uomo normale che ha saputo fare della sua passione un campo d’incontro etico. 
    Conoscendolo si schernirà, si imbarazzerà per questa inedita fotografia, ma credo che  Renata, sua madre, Rosanna la sua dolce moglie, Claudia sua figlia ne resteranno contente, forti di un convincimento come il mio, che un campione lo è in campo perché lo è fuori e si è  campioni veri solo se si è saputo esserlo nella vita. 


     
    Claudio dice di essere un uomo fortunato e per tanti lo sarà per il successo, per il suo conto in banca, per la gloria di questi giorni, non c’è dubbio. Ma lo è di sicuro perché non ha perso un solo amico lungo il corso della sua vita e questo può avvenire solo se un uomo è generoso e leale. 
    Mi ha detto qualche giorno fa che la gioia di vincere da vecchi fa più emozione, che il lavoro alla lunga ripaga. Una bella storia da raccontare anche a chi fatica la vita e spesso acchiappa poco. 

    Altre storie davvero, ma mi piace credere che sia possibile un sogno e passarlo a chi si sente vinto, a chi fa i conti con i conti che non tornano. Una speranza che gli ultimi, come il  Leicester, possano diventare primi. 

  • Opinioni

    Libertà e lavoro vanno declinati insieme




    LIBERTÀ e lavoro, due parole che si declinano insieme. Ancor di più a Napoli e nel Sud, dove la mancanza dell'uno condiziona tragicamente l'altra e dove il malaffare e la camorra trovano lo spazio fertile per organizzare il proprio bottino. Nauseante l'uso dei sostantivi per celebrare il lavoro quando il lavoro manca, politicanti che rivendicano la festa per chi il lavoro ce l'ha, lasciando generazioni di giovani ad aspettare invano che il vento cambi. Intanto passa la storia, la loro, e anche la nostra che senza quella vitale esperienza, quella straordinaria forza, senza il giovanile entusiasmo di trasformare il mondo, di nuove idee per aggredire il futuro, diventa vecchia e tragica, ripiegata sul passato, senza inventare futuro.




    Il presidente Mattarella ha chiesto a tutti in settimana di essere in stato permanente di resistenza, ma le armi per resistere all'inganno di una Repubblica che si definisce fondata sul lavoro è non negare quel diritto ai propri cittadini. La cultura di un popolo dipende da quello che i cittadini pensano di sé e degli altri, della propria e dell'altrui dignità, dei diritti inviolabili della persona e dei doveri di solidarietà che servono a garantire i diritti di tutti. Cosa penserà dello Stato, della Repubblica il cittadino che si sente escluso, che è vinto dalla mancanza di speranza? Cosa penserà il padre di famiglia che ha perso il lavoro e rischia di perdere anche la propria famiglia? Crederà che il suo diritto al voto lo renda cittadino? Penserà che valga la pena fidarsi delle istituzioni? E mentre la politica delle parole di fumo furoreggia in polemiche incomprensibili tra Stato e Regioni, tra Regioni e Comuni, tra presidente del consiglio e sindaco, tra partiti e magistrati, il lavoro che non c'è, e che nel frattempo non si vede all'orizzonte, giudica l'operato di tutti, buoni e cattivi, e compromette inesorabilmente il destino di tutti. 



    Non c'è alibi che tenga di fronte alla violazione dei diritti inalienabili dell'uomo, come d'altronde recita la nostra Costituzione, e il diritto più sacro è il lavoro. Nessuna forma di società, capitalista o collettivista che sia, può prescindere da principi etici universali. Il lavoro è vita. Una crisi economica in uno Stato di diritto non può permettere che alcuni vengano risparmiati e che altri, troppi soccombano. L'emarginazione, la disoccupazione, la povertà nella nostra regione è tale da prefigurare il rischio che i ricchi diventino sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri o alle dipendenze della camorra, l'unica a quanto pare sempre alla ricerca di nuova manovalanza. Ancora sento parlare di sviluppo e solidarietà come ricetta su cui investire per il futuro del lavoro, anche se probabilmente, per troppo tempo, da un lato abbiamo avallato un modello di sviluppo inadeguato, dall'altro abbiamo cercato di vincere la povertà con appelli alla generosità, chiusi nell'ambito di un discorso moralistico. In altri termini abbiamo frainteso o volutamente tradito le premesse dello sviluppo e della solidarietà. Forse l'errore di fondo sta nell'aver concepito lo sviluppo e la solidarietà del nostro paese come due categorie distinte: la prima legata a una sorta di naturale evoluzione dell'uomo, che nella progressiva conquista di nuove tecniche e di nuovi spazi raggiunge livelli di produzione tali da consentire un crescente benessere economico; un processo che letto in tal senso appare completamente indipendente dalla solidarietà. La seconda categoria in questione, che relegata nell'ambito della morale, si esprime nel migliore dei casi in forme più o meno valide di assistenzialismo, che certo non incidono nella trasformazione economica e socio-culturale di una società. 



    Spesso il benessere del singolo individuo, o di un intero paese, fa dimenticare che il fine dello sviluppo è il bene comune, dinamicamente concepito, come risultante di una solidarietà che fa appello alla giustizia distributiva e sociale. Se sviluppo significa potenziare, far crescere, allora sviluppo sociale significa potenziamento e crescita dell'intera società umana e non di singole parti a discapito di altre. In quest'ottica non può esservi sviluppo senza solidarietà, laddove per solidarietà si intende, non il ricco che dona al povero, ma il vincolo di interdipendenza che unisce tra loro determinati esseri, in particolare l'insieme di legami che uniscono l'uomo singolo alla società e la società all'uomo. Una concreta azione contro il lavoro che manca può nascere dunque solo nell'ambito di una nuova cultura dello sviluppo, che abbia come metro di valutazione non il modello economicistico, ma gli uomini che in reciproco rapporto di solidarietà si adoperano per promuovere la dignità umana. Distribuire il lavoro, perché tutti lavorino.

     

  • Opinioni

    L’impegno politico e sociale oltre la rete



    SE la rete è lo specchio dell’Italia allora c’è da preoccuparsi. Nulla da dire sulla grande opportunità che offre uno strumento di comunicazione di massa, indubbio il merito delle grandi community che hanno cambiato lo stile di vita dei cittadini nel mondo, ma non basta una tastiera e uno schermo per saper comunicare, come non basta una penna per saper scrivere.



    La comunicazione è un aspetto fondamentale della vita e dei rapporti umani, l’uomo è parola detta e ascoltata, ogni uomo è il risultato di parole ricevute ed è responsabile di quelle da passare, è la parola che ci rende uomini. Comunicare è dire all’altro ciò che sei, è passare nel segno e nel fiato la vita ed è per questo che comunicare, per l’uomo che dà valore all’umano, che ritiene la libertà sacra, è il dovere diritto di parole che devono essere gestite sempre più come incontro e confronto di esperienze e culture diverse, scambio di pensieri contrari, libertà di dire nel rispetto della differenza, e non come scontro e conflitto di mondi incomunicabili.



    Ogni evento, storia e fatto della vita vengono sottoposti alla radiografia spesso vera, giusta e a volte spietata dei mass-media e della rete, ma non possono diventare volgare materia di contrapposizione violenta che trasforma in nemici chi ha la sola colpa di pensarla diversamente. Quella che potrebbe essere definita il più democratico dei luoghi di incontro, la rete, può trasformarsi, senza etica della parola scambiata, in squadrismo, in gratuita violenza da usare come strumento rivendicativo di lotta malata. Basta leggere i post che l’ultima chiamata referendaria ha provocato negli opposti schieramenti per comprendere quanto sia lontana la democrazia nel nostro Paese, di quale orda barbarica sia popolata la nazione degli opinionisti per caso.



    Uguale scenario che si ripete puntuale per eventi diversi ma non distanti di inaudita volgarità, come regalare insulti alla squadra avversaria che si vuole morta, al diverso per fede che si manda al rogo, alla parte politicamente opposta che si vuole distrutta. Cosa è il razzismo, anche nelle sue forme estreme e violente, cosa è il disgusto e l’avversione crescente per il diverso, che sia profugo o altro, se non una mancata comunicazione tra universi culturali che invece potrebbero scambiarsi molto, potrebbero passarsi vita, se non altro il comune senso di appartenenza al genere umano? Ci si sorprende ipocritamente perché la gente non va a votare, perché la gran parte delle persone si sente fuori dall’universo politichese e non si fa autocritica, non si ha il coraggio di dichiarare che da tempo la gran parte di noi ha condannato all’insignificanza lo scambio umano di cui la politica è materia prima ridotta ormai a merce di scarto.



    Soli, sempre più soli, drammaticamente soli, per scelta e non solo per avversità. Ci accontentiamo della finzione della rete dove postare l’immagine più artefatta, la più lontana da noi stessi, ci accontentiamo di amici virtuali, ci commuoviamo in rete, ridiamo in rete e cerchiamo dalla rete il consenso, l’applauso, la soddisfazione di esserci. E con un click, un mi piace o una faccetta, trasformiamo l’effimero in essenziale, il pettegolezzo in verità, l’attrazione in prostituzione di sentimenti, la curiosità in morbosa intromissione nel buco della serratura della vita degli altri.

    Se la presunta vita democratica del nostro Paese passa per questa insostenibile solitudine, allora la vita politica di questo Paese è una barzelletta.



    Il rapporto vita e politica è un rapporto sofferto, che passa per le mani di uomini che diversamente orientati condividono la vita come uomini, non come robot, tantomeno da controfigura, che desiderano da diverse posizioni una vita migliore per tutti che se diventa virtuale e non fatica quotidiana di risoluzione dei problemi veri della gente può risolversi nella mostruosità di forme totalitarie, lontane certo da quelle del passato, ma che tuttavia possono riproporre riveduto e corretto il pensiero unico come il più praticabile.



    Può risolversi in disgustosa querelle, come quella appena consumata all’ombra di un referendum, dove i pretesti sono diventati più importanti dei contenuti, dove la strategia dell’annientamento dell’avversario è stata palesemente più ricercata che le ragioni e i significati di una convocazione popolare. L’impegno politico e sociale va oltre la rete, deve poter andare, senza generalizzare, oltre il gratuito chiacchiericcio di chi al tempo delle parole significative ha dato potere alle parole inutili che nel tempo dell’insignificanza sono diventate parole di odio, quelle più ascoltate.

  • Opinioni

    La politica? Un mondo sospeso


     
    MENO di due mesi alla tornata elettorale per le comunali a Napoli e se non fosse per qualche titolo di giornale, l’interesse della gente sembra essere piatto. Saranno presentate a breve le liste dei candidati, si parla di almeno quaranta solo per il Comune, da non contare quelle per le municipalità, tanto che qualcuno si è affrettato a dire che ci saranno più candidati che elettori. Una esagerazione, senza alcun dubbio, ma comunque è un segnale della disaffezione, del disinteresse della gran parte dei cittadini per la politica e per il futuro amministrativo della città.
    D’altronde, già nella passata tornata di cinque anni fa il calo dei votanti a Napoli fu tale da portare alle urne appena il quaranta per cento degli aventi diritto e c’è da dire che allora ci fu la grande sorpresa de Magistris che suscitò attese e interesse, che comunque c’era ancora un Pd ben radicato sul territorio e la destra era abbastanza compatta intorno a Forza Italia. 



    Fatti che oggi sembrano essere preistoria, il quadro politico, qualora ne sia sopravvissuto qualcosa, è completamente sconvolto e di soprese al momento non se ne vedono in giro. Il dibattito è sul provvisorio, sul già dato, sul già fatto e le proposte, qualora ci sono, non riescono a perforare il muro dell’indifferenza della gente. E la cosa è preoccupante oltre il significato stesso della partecipazione dei cittadini alla politica, è questione di democrazia a rischio, e benché qualcuno lo sottovaluti, è questione di libertà. La domanda che dovremmo porci resta ancora drammatica, nsistente: che fine ha fatto la libertà, qual è il suo destino? Non parlo della libertà che avrà il suo riscatto alla fine dei tempi o quella che si rivelerà con la morte di ogni uomo, ma della libertà come modo di vivere su questa terra, in questa città, di come l’uomo esprime il suo essere politico. C’è una relazione tra mancata passione politica della città, poco coinvolgimento dei cittadini alla sua definizione e la questione degrado, la mancanza di senso civico, la poca attenzione da parte del cittadino comune alla difesa del suo patrimonio di bellezza e di arte? Fare politica è uguale alla passione di partecipazione civile alla vita della comunità. Oggi tira aria di crisi perché le parole, le affermazioni, gli slogans suonano nel vuoto, “democrazia, pace, progresso, sviluppo…”.


     
    La libertà non è un assoluto, è un faticoso divenire che va in cerca di una continua ridefinizione nelle mutate vicende storiche. Compito della politica democratica di un paese, di una città, è trovare sempre e continuamente lo spazio perché la libertà non venga offesa. Sicuramente a Napoli è più difficile che altrove, troppo individualismo, poco senso di appartenenza al bene comune, ma proprio per questo una politica per la città dovrebbe avere come suo primario compito l’educazione alla legge che rivendichi alla libertà i suoi spazi. Amministrare il bene comune è fare in modo che tutti ne abbiano parte senza che qualcuno limiti la libertà dell’altro. Il principio è semplice e ha ricadute formidabili nella quotidianità di una città: strade pulite, traffico controllato, il rispetto del silenzio notturno, regolamentazione dell’occupazione del suolo pubblico da parte di botteghe e ristoranti, parcheggi non abusivi e quelli legali non da ricatto, asili accoglienti, periferie vivibili e chi più ne ha più ne metta.

     
    La rivoluzione non è una barricata dalla quale si spara contro la guardia regia di turno, e forse nel nostro mondo non potrà essere più così, la rivoluzione è e non può essere altra che culturale, un modo di cambiare gli uomini, i cittadini in meglio nei rapporti con i propri simili. Non mi pare che la politica oggi giochi questo ruolo, non mi sembra che questo avvenga nella nostra città e per questo anche coloro che vorrebbero essere parte attiva nella costruzione di una città diversa, sentendosi ufo, o tacciono, o si adeguano alla massa, o vanno a vivere altrove.

     

    La politica è diventata qualcosa a sé, un mondo sospeso per aria dove siedono gli onnipresenti che tengono a bada il popolo che ogni tanto fa qualche domanda. La sfiducia, la lontananza, il disinteresse di tanti dipende da questo sentirsi fuori gioco e avvertire distanti, ormai perfino irrilevanti, parole come stato, parlamento, cosa pubblica, ancor di più sindaco, consiglio comunale, municipio. I rinunciatari formano quella grande massa che Benedetto Croce chiamava “il partito dei senza partito” e Dante Alighieri descriveva come la grande massa ondeggiante. 



    Vedremo quanti andranno a votare a giugno, proveremo a capire a che punto stanno la democrazia e la libertà nella nostra città, ma comunque chiunque sarà sindaco di Napoli dovrà farne riflessione onesta perché non basta essere sindaco per governare, c’è bisogno del partito dei senza partito, della gran parte dei cittadini. 

  • Op-Eds

    Amoris Laetitia: Modernization Without Revolution


    The press rushed to predict a major – even revolutionary – shift. Yet upon reading it, there appears to be no major shift, far less a revolution. Expecting one overlooked the heated debate between the synodal fathers and the majority, who fiercely opposed tampering with so much as a hair of the Catholic doctrine concerning marriage. 




    The exhortation turns out to be business as usual, despite the indisputably novel openness, especially the Pope’s jubilee counsel/urge to endorse his proposal that no one feel excluded from ecclesiastical life. His counsel is really aimed at the extraordinary ministers empowered to Oursocietyhaschangeddramatically; judge – on a case by case basis – “irregular” couples, who, after a process of conversion and The world is rapidly evolving, compelled So: no law, no regulation, no provision. 



    Case by case. Pope Francis reiterates his long held belief that they should not fall into the trap of rallying behind one irreversible law. But it would be ungenerous not to recognize that the text is a sweeping and cogent outline of the Church’s attitude toward Christian matrimony and the family unit in a complex society increasingly removed from the Catholic tradition, and how it means to disseminate that old and new vision in a world where there exist myriad forms of conjugal life, myriad couples. by an overly individualistic culture, centered on amassing possessions, generate within the family intolerance and aggression.” Many people have been abandoned or decided to take other conjugal routes. 


    Many face an unpredictable economic future, and raising children, the conversations and arguments new relatives entails, comes at too high a cost. For many, this is all for the good. Nevertheless, says the Pope, to silence the Christian model of the family goes against freedom. penitence, could inch closer to the Eucharist. People who are divorced or remarried “are not excommunicated,” and one must “guide, discern, and integrate weakness” when facing complex or “irregular” situations. Cases should be judged individually: “The divorced who have entered a new union... may find themselves in a variety of different situations which should not be pigeonholed or fit into overly rigid classifications.” 


    As Francis notes, “In some cases, this can include the help of sacraments. I want to remind priests that the confessional must not be a torture chamber, but rather an encounter with the Lord’s mercy.” So: no law, no regulation, no provision. Case by case. Pope Francis reiterates his long held belief that they should not fall into the trap of rallying behind one irreversible law. But it would be ungenerous not to recognize that the text is a sweeping and cogent outline of the Church’s attitude toward Christian matrimony and the family unit in a complex society increasingly removed from the Catholic tradition, and how it means to disseminate that old and new vision in a world where there exist myriad forms of conjugal life, myriad couples. 



    Our society has changed dramatically; ignoring that disincarnates the Gospel. The world is rapidly evolving, compelle by new ideas that modify our fundamental values. Right or wrong, that is the state of things. It’s hard to ignore what has become of couples in recent years. Divorce is now our daily bread, and new family models have emerged. On the other hand, “equal consideration needs to be given to the growing danger represented by an extreme individualism which weakens family bonds and ends up considering each member of the family as an isolated unit, leading in some cases to the idea that one’s personality is shaped by his or her desires, which are considered absolute. The tensions caused by an overly individualistic culture, centered on amassing possessions, generate within the family intolerance and aggression.”



    Many people have been abandoned or decided to take other conjugal routes. Many face an unpredictable economic future, and raising children, the conversations and arguments new relatives entails, comes at too high a cost. For many, this is all for the good. Nevertheless, says the Pope, to silence the Christian model of the family goes against freedom. Even those with opposing views of marriage would find it hard to imagine marriages based on the sacrament being so obsolete or demanding as to be impractical. Understanding the difficulties of separation and embracing those who live outside the sacrament of marriage does not mean placing fidelity and infidelity on the same plane. Marriage is a wonderful experience, the Amoris Laetitia, and the family unit an undeniable asset. 


    The Pope’s statement does nothing but reiterate that fact; what else could it do? The media will inevitably concentrate on the few “openings” for “irregulars,” ignoring the fact that the Church may be reconsidering the viability of a holy marriage not open to everyone, better practices for preparing the sacrament, providing counsel to couples, and emphasizing holy matrimony as a Christian vocation. Their focus isn’t primarily those who haven’t done it but those who, having to choose which conjugal route to pursue, do so reasonably and maturely. *


    Gennaro Matino teaches Theology and History of Christianity in Naples, where he runs the parish of SS. Trinità. He has written several books and collaborates extensively with both traditional and new media.

  • Opinioni

    De Luca e gli ultimi barellati dell'ospedale Cardarelli



     
    “ULTIMO” è denominato chi è all’estrema periferia della sopravvivenza umana, ma forse conviene domandarsi se il termine sia il più idoneo a qualificare i poveri, gli emarginati. Spesso lo usiamo in modo spregiudicato per raccontare storie di dolore e di disagio, per citare forse il Vangelo.
     

    Il Vangelo che in realtà quando parla di “ultimi che saranno primi”, parla di tutt’altra cosa. A parte il fatto che tra le stesse categorie poste nella casella degli “ultimi” occorrerebbe stabilire una graduatoria di chi sia effettivamente ultimo in assoluto.


    È la parola stessa che pone domande se sia legittimo o meno definire un uomo “ultimo” e se non costituisca per lui una ulteriore umiliazione. Non è solo una mera questione linguistica, è una questione di dignità che va oltre la “consolazione” che siamo disponibili a concedere a chi è nella necessità.



    Capisco che molti potranno storcere il naso, che qualcuno dirà che meglio delle parole sono i fatti, che ultimi o meno il necessario è aiutarli. Tuttavia anche le parole rischiano di limitare confini tra classi di appartenenza fortunate o sfortunate, meritevoli o no, benedette o maledette, così che definire qualcuno ultimo potrebbe costituire perfino un alibi per chi in quella condizione non c’è mai stato, un sentirsi risparmiato dagli ultimi posti forse per questione di merito, di fortuna, come se la vita fosse una gara dove i migliori vincono e si godono la vittoria e chi perde si arrangia, lontani dall’essere fratelli e comunque lontani dall’essere cittadini per diritto, uguali di fronte allo Stato.



    Fratelli che soffrono, cittadini ingiustamente condannati a subire umiliazioni per strada, negli uffici pubblici, per le pretese assurde di una burocrazia farraginosa che impedisce ai semplici di rivendicare i propri diritti, cronaca di ordinaria ingiustizia consumata sotto gli occhi indifferenti di troppi che come unico rimedio al male evidente preferiscono coprirsi la faccia.


    Non ultimi i “barellati” dell’ospedale Cardarelli che il presidente De Luca in settimana ha visitato, “sospesi in corsia”, in attesa di giusta e dignitosa dimora.


    Si è sorpreso il presidente, si è indignato, ha alzato la voce, è andato lì per questo.

    Forse che non conoscesse lo stato delle cose?


    Sarà stato un gesto simbolico, di forte impatto per raccontare la vicinanza del governo regionale ai degenti, agli ammalati “ultimi” per ribadire il diritto alla salute di ogni cittadino.


    Serviranno anche “coup de théatre” per rimettere al centro della questione politica di questa regione, di questo Paese, i diritti svenduti della povera gente a partire dal diritto alla vita, ma nessuno creda che si sia così sciocchi da pensare che basti qualche gioco di prestigio comunicativo per nascondere il fatto drammatico che chi ha denari ha cura e chi non ne ha è a rischio, al di là delle barelle in corsia.



    Nello stesso ospedale Cardarelli, in quelle stesse corsie, dove comunque tanto bene fanno operatori sanitari e medici, basta avere risorse economiche e le porte si aprono “intramoenia”, le camere si attrezzano, le barelle si evitano, le liste si accorciano, la degenza si limita, l’assistenza migliora. E come se non bastasse, farmaci salvavita, che altre regioni del nord passano, da noi bisogna pagarli.



    Nello stesso ospedale di istituzione pubblica e non privata, la cura che è alla base del rapporto medico paziente risulta diversa per chi ha potere d’acquisto e chi no. È stabilito per legge, si dirà, anche se su questo ho qualche perplessità, e mi sia concesso, perfino qualche dubbio di correttezza costituzionale e di certo nessun dubbio di etica se dovremmo essere uguali di fronte allo Stato.



    La storia della precarietà umana, dei fallimenti, del dolore è insita nel sistema stesso della convivenza sociale, dell’orizzonte di ogni sistema di azione che qualifica l’interagire degli uomini.

    Non c’è, non ci può essere a norma della Costituzione di questo Paese, una sospensione di questa interazione quando accade a un cittadino di trovarsi in una situazione di sofferenza.



    Nell’idea di una vita che quasi sospende il suo insieme di diritti rispetto alla società in generale, c’è anche il tentativo di scorporare, non dico eliminare ma mi verrebbe di dirlo, dalla quotidianità di una società, il soggetto umano più debole, più sofferente.

     

  • Opinioni

    Una politica globale di economia solidale e di giustizia sociale


    Doevo essere in Brasile in questi giorni, un viaggio programmato da tempo per ritornare a Rio, via Parigi, per celebrare il trentennale della mia prima visita di solidarietà in favore dei ninos de rua nella Favela Major. Le vicende di Bruxelles, e non solo, hanno consigliato di rimandare.




    Nessuna paura, nessun timore, nessuna ipotesi di nuovi attacchi terroristici allo scalo francese ma, d'accordo anche l'agenzia, se si poteva rimandare, era consigliabile spostare il viaggio in altra data. Meglio evitare strani pensieri in aereoporti super militarizzati e ansia d'attesa esasperata per i giusti ma asfissianti controlli. Le procedure di imbarco troppo lente, possibili ritardi, soprattutto l'incertezza di trovare le coincidenze per il ritorno a casa all'ordinario lavoro obbligano, chi come me deve fare i conti con altri impegni improrogabili, a rimandare il viaggio.



    «Bisogna abituarsi alla nuova situazione internazionale», mi diceva l'impiegata dell'agenzia, «ormai bisogna convivere con il terrorismo ». Frase che in questi giorni sento ripetere spesso, la stampa ne sta facendo un refrain, che certo andrà pure bene per chi deve rimandare un viaggio di piacere o di lavoro, ma convincerà i congiunti delle vittime del terrore a rassegnarsi? Potranno mai accettare che hanno perso i loro affetti in disumane vicende perché non si poteva evitare? Il ruolo della politica, delle istituzioni, delle intelligence non è forse quello di rispondere a questa domanda? Si poteva evitare? E nel futuro si potrà evitare? 



    Ho sentito ripetere che per far fronte alla nuova guerra, che usa folli interpreti di sacri testi, bisogna cedere spazi di libertà individuale conquistati a fatica, bisogna dichiarare lo stato d'assedio e militarizzare il quotidiano per poterlo controllare. 



    È questa la risposta? È difficile, mi rendo conto, pensare, come ha detto qualche esperto, di tenere sotto controllo spazi enormi abitati ordinariamente dalla folla, frequentati a ogni ora da tantissima gente come stazioni, mercati, teatri, non basterebbe un poliziotto-badante per ogni cittadino per garantire la sicurezza. Meglio mettere i telefoni di tutti sotto controllo, meglio restringere gli spazi di autonomia personali per la salvezza di tutti.



    Ma in questo modo saranno evitate le stragi? È chiaro che no, ma nel frattempo senza quelle libertà il mondo sarà cambiato in peggio e la responsabilità del cambiamento non sarà addossata ai politici, alle istituzioni, all'intelligence. 



    Anche per Napoli, per diversa situazione, espressi perplessità sulla decisione di schierare l'esercito a fronte della recrudescenza della criminalità camorristica che peraltro ha continuato comunque a fare i suoi affari e a mietere vittime. E anche allora mi permisi di consigliare di stare attenti a far passare l'idea che più uomini in strada, più mezzi militari, più coprifuochi avrebbero fermato la mano armata dei delinquenti. 



    Le cause vanno eliminate a monte e "quel monte", per quanto possa essere fastidioso sentirselo dire, non ha per nome l'Islam, i fanatici, l'integralismo, che sono solo trasduttori del vero responsabile che è l'odio, il solo odio contro chi è ritenuto responsabile di una strage più larga di uomini, donne e bambini, di chi ha sacrificato la dignità di popoli interi per garantirsi il più largo vantaggio per la propria casa. Paghiamo oggi le conseguenze di politiche coloniali devastanti, di abomini perpetrati per secoli ai danni di popolazioni inermi. Paghiamo il dazio di guerre preventive che di prevenzione avevano solo la necessità di allargare il bottino, mercato a basso costo, di interventi militari inventati ad arte per inaugurare democrazie là dove avevamo garantito per anni dittature spietate.


    E i poveri, i disperati, i senza patria provocati dalla nostra politica globale ora vagano a milioni in cerca di risposte, di pane, di aria ai confini delle nostre aree protette, chiuse all'accoglienza, alla solidarietà, al futuro. Unica soluzione che abbiamo saputo inventare sono altri campi di concentramento, altre scuole di odio per indottrinare futuri kamikaze. 


    Non sarebbe stato preferibile rinunciare solo al dieci per cento della nostra economia per garantire spazi più liberi a paesi disperati, più dignità, sviluppo, pace? Non sarebbe stato giusto restituire ai quei popoli parte delle ricchezze da noi defraudate per secoli? La fame fa uscire i lupi dai boschi, recitava un antico proverbio, e i lupi ora sono in mezzo a noi. E per quanto mi riguarda il problema loro è anche il nostro, perché resta un problema di libertà che non sarà risolto con l'inasprimento dei controlli di sicurezza e la limitazione della libertà personale, ma solo con una nuova politica globale di economia solidale e di giustizia sociale.

     

  • Opinioni

    Nella domenica delle Palme. Quando vince la PACE


    UN simbolo è un oggetto, un individuo o altro ancora che può sintetizzare ed evocare una realtà più vasta o un’entità astratta. Prendiamo l’ulivo, da sempre segno delle speranze riannodate, scambio di possibili dialoghi interrotti, sintesi di un coraggioso impegno per una nuova relazione tra popoli, persone, culture.



    Da quando una colomba ne portò un ramoscello stretto nel becco significò pace. Il volo libero del bianco alato consegnava nel verde ramo la speranza che l’umanità avrebbe potuto vivere giorni migliori: la guerra era alle spalle. In settimana studenti delle Università di tutto il mondo, circa tremila delegati di oltre 110 nazionalità, si sono ritrovati a Roma per il WorldMun 2016, venticinquesima edizione dell’Harvard world Model united nations, le cosiddette “Olimpiadi” dei Model united nations, la più grande e importante simulazione di sedute delle Nazioni unite del mondo, per parlare di futuro, di pace, per trarre insegnamento dal passato e ridisegnare il futuro della politica e dell’umanità. 


    Oggi è la domenica delle palme e la memoria si intenerisce andando al tempo in cui noi, allora giovani, figli di una guerra alle spalle, racconto dei nostri vecchi di un assurdo consumato sulle frontiere dell’odio, mettevamo qualche fogliolina all’asola e ci attrezzavamo dalle prime ore a vivere il giorno di festa, il grido dell’osanna che apriva la settimana santa. Era inizio di passione e attesa di Resurrezione che scorreva come giorno di incontri, festa di riconciliazione, di perdono, di fiducia, di futuro. Le foglioline dall’asola o dalle borse passavano alle mani, agli affetti e consegnavano nel gesto antico un bisogno presente di pace.


    Si portava a casa la palma, il ramo della riconciliazione e dell’attesa della festa, che palma non era ma, benché ad altro ramo appartenesse, il frutto che si passava era quello uguale di festa desiderata, di armonia attesa, di famiglia riunita. Si portava a casa la palma-ulivo e si conservava per la domenica seguente quando, immersa nell’acqua benedetta, ogni padre per lo meno una volta l’anno si faceva coraggio e vincendo strani pudori aspergeva la sua famiglia, benediceva il capo dei suoi e aggiungeva commosso: “Abbiamo visto un altro anno!”. E anche quando, passata la Pasqua, la palma era ormai pronta a seccare, si conservava con gelosa cura come speranza che la commozione per l’amore spartito, quel gesto profondo e semplice, il sentirsi benedetti dal proprio padre, durasse per tutto l’anno, accompagnasse con immutato vigore la famiglia a vivere la pace di quel giorno. Seccava il ramo non la speranza, seccavano le foglioline che, ormai brunite, cadendo scricchiolavano sotto le scarpe. Non seccava la gioia di sentirsi casa, di sapersi protetti in casa propria. Napoli era tutta una famiglia, perché ogni famiglia era Napoli.


    Oggi non è più così. Non è nostalgia che comunque serve a reggere la storia anche quando la storia diventa amara, ma è la dura costatazione che la città sa ormai emozionarsi solo quando la sua squadra del cuore mette in rete la vittoria. Una città mai capace di capire se stessa, di vedere dentro di sé, una città difficile da raccontare a chi la guarda da lontano, ancora più difficile passarla in questi giorni complicati, in cui le fronde odorose di ramoscelli d’ulivo dovranno coprire lo squallido gioco di potere tra bande di giovani mai educati alla pace, di adulti rinchiusi in un mortale menefreghismo, di uomini e donne costretti da un presente malato al solo passato. Quando prevale l’odio, esplode la guerra, quando vince il dialogo, nasce la speranza, quando si affermano le paure i popoli diventano deboli, quando vince il coraggio di stringersi la mano, vince la pace. Difficile da spiegare la festa nel giorno dell’abbandono della nostra terra, e tuttavia il coraggio della speranza si esalta proprio nel giorno della prova.


    Al World Model United Nations si è parlato di futuro, e la pace si costruisce solo se il futuro, anche nella nostra città, è più importante del passato. Sperare è categoria da atleta speciale che non corre per gareggiare sugli altri ma con se stesso, con il suo domani che vuole diverso da un presente sofferto, schiacciato dal sopruso. Speranza è lottare per un giorno migliore non più prigioniero di lutto.


    Napoli non è solo il suo problema, non è la scelleratezza di quanti, passando sul suo cadavere, fanno bottino delle sue carcasse. Napoli è sapore di famiglia da ristrutturare, che vuole ripercorre le vie della pace, che vuole sentire di nuovo la memoria brillare di benedizione, anche se è forte la sensazione di essere, agli occhi degli altri e non solo, maledetti per sempre. Napoli è il gusto dei gesti, delle parole antiche che non possono, non debbono rimanere patrimonio di soli ricordi. 

  • Opinioni

    Lo sballo. Per riempire un vuoto




    “UCCISO per vedere l’effetto che fa”. Massacrano l’amico per il solo desiderio di fare del male a qualcuno. Alcol e droga nella confessione shock di Manuel Foffo che, a Roma, insieme a Marco Prato, in una serata come tante, seviziano, torturano e uccidono Luca, adescato per una mancata serata “alternativa”.



    Tutti ragazzi appena più che ventenni. Violenza insopportabile perfino da raccontare, inaudita, passata negli ultimi giorni dalle pagine dei nostri quotidiani con lucida puntualità. Un fatto isolato si spera, folle, e proprio per questo capace di suscitare domande, emozioni, ribellione, disagio.


    Non può un uomo arrivare a tanto, si ripete la gente, soprattutto dei giovani, tutti di buona famiglia, studenti, che ti aspetti che facciano qualche cazzata e poi filino dritto. Lo studio, la ragazza, la vita insomma. È una speranza, certo, ma è anche una menzogna perché nel cuore molti sanno che non è così, non per tutti, ma non per pochi.


    Lo sballo è ricerca quotidiana di chi fa i conti con il proprio nulla, con il vuoto insopportabile da riempire a ogni costo. La droga ha sempre un nome, un cognome e un indirizzo: eroina, cocaina o crack che sia. Da giovane prete mi attrezzavo per cercare di affrontare il problema, caso per caso, studiando i ragazzi che mi trovavo di fronte e provando, al termine di un lungo percorso di tanti tossicodipendenti, a favorirne il reinserimento tra gli amici, in famiglia, a scuola.


    Negli anni della contestazione le droghe tra i giovani erano largamente diffuse e benché fossero “praticate”, anche chi ne faceva uso, era consapevole di fare una trasgressione: oggi la trasgressione si è trasformata. Chi non trasgredisce non è normale, bisogna sballarsi ogni sabato sera, altrimenti si rischia di rimanere isolati, fuori dal gruppo. E questo complica tutto maledettamente.



    Lo sballo è la condizione per essere, per divenire. E man mano che la vita presenta i suoi conti, lo sballo organizzato per un “innocuo” festino diventa progressivamente struttura della mente, l’unica risposta possibile per affrontare il quotidiano.


    La posta si alza sempre di più, il bisogno della pseudo trasgressione cerca sempre più spazio fino ad occuparlo tutto, l’asticella portata sempre più in alto, per sentirsi vivo, per nascondere il fallimento delle emozioni tradite. Si sballa il giovane camorrista per trovare il coraggio di uccidere a basso costo, si sballa lo studente per sostenere l’esame, si sballa chi teme di fare cilecca nel fare sesso, si sballa l’onorevole per giustificare la complice corruzione, si sballa il professionista per restare a galla nella scorretta competizione, si sballa l’intellettuale a corto di fantasia, si sballa l’uomo d’affari per procurarsi il massimo profitto, si sballa il religioso anemico di fede che celebra ciò in cui non crede. Non saranno droghe mortali, ma fanno ambiente, costruiscono case in cui i nostri giovani, persa l’innocenza troppo presto, respirano il falso e con il falso convivono. Bullismo, violenza, l’attenzione ossessiva al proprio aspetto fisico sono tutti segnali inequivocabili del fallimento di una generazione, la nostra, che non ha saputo riempire quel “vuoto desolante” che porta i nostri ragazzi a cercare esperienze drogate per trovare un po’ di senso a una vita che sembra non averne. E quando il prezzo da pagare per una compagnia più “esigente” è la follia di una notte “originale”, “unica”, “irripetibile”, l’assurdo può diventare fatto, la sceneggiatura di un film dell’orrore diventa cronaca. Ci sono droghe che possono servire a questo macabro scopo, forse come lo è stato per il delitto efferato di Roma. Una sostanza che molti, anche napoletani, hanno scoperto in Spagna o in Inghilterra di cui si parla poco: la droga del cannibale.


    L’unità anti-droga della Guardia Civile a Ibiza ha individuato una sostanza simile alla cocaina, che può essere fumata come marijuana sintetica, sniffata o iniettata, e che produce estrema paranoia, psicosi, reazioni violente, istinti suicidi e morsi sulle carni vive. Il farmaco è il “Cloud Nine” che mischiato con altre sostanze sintetiche note come “sali da bagno” può causare una sensazione di estremo relax, attacco di panico, perfino un ictus, e trasformare il consumatore in un omicida spietato fino al cannibalismo. Gli effetti di cinque milligrammi di questa micidiale droga possono durare fino a una settimana. Il consumatore non sente dolore.


    A Washington hanno addirittura fermato persone con arti mutilati, ferite da taglio profondissime che camminavano per strada come se niente fosse. Se così fosse, se di quella droga si tratta, il delitto efferato di Roma non sarebbe il semplice epilogo di una notte di orrore, ma Dio non voglia, il prologo di una devastante escalation. 

  • Opinioni

    San Gennaro in tribunale e non in processione


    NAPOLI è una città strana, si appassiona per i suoi simboli, li trasforma a suo piacimento, li rende storia o leggenda, comunque fa lo stesso, a condizione che soddisfi il suo bisogno di carnalità.



    Non c‘entra la Chiesa, non c'entra lo Stato, la gente usa i suoi simboli autonomamente, liberamente, anarchicamente, simboli antichi come le ampolle del sangue.


    Oppure simboli moderni come l'affresco di Maradona, solo per celebrare irritualmente i suoi culti, per dare sfogo al suo desiderio di rivalsa per una vita fatta di sconfitte.

    Questo lo sa la Chiesa, questo lo sa lo Stato e usa il sentimento popolare a suo vantaggio, frugando nella devastazione di una speranza persa, perché ora la Chiesa, ora lo Stato, possa garantirsi il più facile e vantaggioso dei bottini.


    San Gennaro questa settimana è stato inconsapevole protagonista di una querelle che poco lo riguarda come santo, un pretesto perché qualcuno lo usi meglio di un altro a suo vantaggio.

    Il popolo c'entra come attore non protagonista, gli affari, quelli veri, "nel nome del popolo sovrano", si giocano altrove.


    La settimana che si chiude è stata settimana di preghiere laiche intorno al sangue di San Gennaro, portato in tribunale e non in processione, perché sciolga la contesa tra il trono e l'altare, mentre le carte contrarie s'azzuffano, gli azzeccagarbugli di professione e i dilettanti allo sbaraglio si contendono lo scanno.


    Pare che anche qui prevalga il gioco delle tre carte, dove quella maldestra si nasconde a danno dei malcapitati rivali.

    C'è perfino chi, constatata l'anemia di una politica visionaria, ha immaginato che per la prossima tornata elettorale San Gennaro, dichiarato dalla stampa locale santo laico, scenderà in campo lui stesso.


    Esperto di sangue e di anemie indicherà finalmente la strada maestra da seguire agli opposti schieramenti di nobili e plebei.

    Già, perché solo un miracolo potrebbe riportare interesse vero, schietto, laico, aperto, in una politica stanca e stantia.


    Solo un prodigio potrebbe dare colore al gioco delle tre carte in una contesa nauseante, dove antichi rituali, che si credeva superati, riemergono dal sottobosco dei rimpianti e ritornano a far sperare i soliti noti pronti a mettersi al servizio della città, ma in realtà desiderosi di occupare altri preziosi scanni.


    San Gennaro conosce bene la città e sa che se vuole conservare il suo posto di Patrono in tutto può interloquire ma non in politica, o corre il rischio di essere detronizzato come avvenne in passato quando per ben 15 anni, dal 1799 al 1814, fu sostituito da Sant'Antonio da Padova.

    La sostituzione avvenne dopo la liquefazione del 24 gennaio 1799, giorno successivo alla proclamazione della Repubblica Napoletana, perché accusato di essere un partigiano della democrazia repubblicana, della libertà, dell'uguaglianza e quindi amico dei giacobini.

    In quel lontano giorno le ampolle furono esposte per volontà del generale Championnet.

    Il generale era sicuro che il santo avrebbe dato un segno di consenso al nuovo ordine repubblicano, e quando di fatto dinanzi a una gran folla avvenne il miracolo, il popolo, sicuro che Faccia Gialla avrebbe dato il suo voto al re Borbone e non ai giacobini, sentendosi tradito non lo perdonò e fu irremovibile nel sostituirlo.

    Cosa che a Napoli può capitare solo ai santi, né a re e né a governanti.

    Solo a San Gennaro, l'unico di cui il popolo non dimentica i tradimenti.


    Stasera sapremo chi del Partito Democratico sarà candidato nella corsa allo scanno più alto di Palazzo San Giacomo, nel frattempo sappiamo con certezza che nessun miracolo, o liquefazione, o processione, aiuterà il prossimo sindaco di Napoli a trasformare una terra refrattaria ai cambiamenti, che il più delle volte li soffre, una città che ancora cerca nel passato ciò che dovrebbe trovare nel presente organizzando il futuro. Le restaurazioni a Napoli hanno fatto scuola.



    C'è chi dice che la città ultimamente stia cambiando, me lo auguro, ma non me ne sono accorto.

    C'è chi racconta di una Napoli diversa da quella rassegnata, ci voglio credere ma fa fatica a farsi apprezzare.

    Nel frattempo il passato ritorna e non è un caso, non è fatalità, perché proprio il suo ritorno certifica che nulla è cambiato. 

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