Articles by: Gennaro Matino

  • Opinioni

    San Gennaro in tribunale e non in processione


    NAPOLI è una città strana, si appassiona per i suoi simboli, li trasforma a suo piacimento, li rende storia o leggenda, comunque fa lo stesso, a condizione che soddisfi il suo bisogno di carnalità.



    Non c‘entra la Chiesa, non c'entra lo Stato, la gente usa i suoi simboli autonomamente, liberamente, anarchicamente, simboli antichi come le ampolle del sangue.


    Oppure simboli moderni come l'affresco di Maradona, solo per celebrare irritualmente i suoi culti, per dare sfogo al suo desiderio di rivalsa per una vita fatta di sconfitte.

    Questo lo sa la Chiesa, questo lo sa lo Stato e usa il sentimento popolare a suo vantaggio, frugando nella devastazione di una speranza persa, perché ora la Chiesa, ora lo Stato, possa garantirsi il più facile e vantaggioso dei bottini.


    San Gennaro questa settimana è stato inconsapevole protagonista di una querelle che poco lo riguarda come santo, un pretesto perché qualcuno lo usi meglio di un altro a suo vantaggio.

    Il popolo c'entra come attore non protagonista, gli affari, quelli veri, "nel nome del popolo sovrano", si giocano altrove.


    La settimana che si chiude è stata settimana di preghiere laiche intorno al sangue di San Gennaro, portato in tribunale e non in processione, perché sciolga la contesa tra il trono e l'altare, mentre le carte contrarie s'azzuffano, gli azzeccagarbugli di professione e i dilettanti allo sbaraglio si contendono lo scanno.


    Pare che anche qui prevalga il gioco delle tre carte, dove quella maldestra si nasconde a danno dei malcapitati rivali.

    C'è perfino chi, constatata l'anemia di una politica visionaria, ha immaginato che per la prossima tornata elettorale San Gennaro, dichiarato dalla stampa locale santo laico, scenderà in campo lui stesso.


    Esperto di sangue e di anemie indicherà finalmente la strada maestra da seguire agli opposti schieramenti di nobili e plebei.

    Già, perché solo un miracolo potrebbe riportare interesse vero, schietto, laico, aperto, in una politica stanca e stantia.


    Solo un prodigio potrebbe dare colore al gioco delle tre carte in una contesa nauseante, dove antichi rituali, che si credeva superati, riemergono dal sottobosco dei rimpianti e ritornano a far sperare i soliti noti pronti a mettersi al servizio della città, ma in realtà desiderosi di occupare altri preziosi scanni.


    San Gennaro conosce bene la città e sa che se vuole conservare il suo posto di Patrono in tutto può interloquire ma non in politica, o corre il rischio di essere detronizzato come avvenne in passato quando per ben 15 anni, dal 1799 al 1814, fu sostituito da Sant'Antonio da Padova.

    La sostituzione avvenne dopo la liquefazione del 24 gennaio 1799, giorno successivo alla proclamazione della Repubblica Napoletana, perché accusato di essere un partigiano della democrazia repubblicana, della libertà, dell'uguaglianza e quindi amico dei giacobini.

    In quel lontano giorno le ampolle furono esposte per volontà del generale Championnet.

    Il generale era sicuro che il santo avrebbe dato un segno di consenso al nuovo ordine repubblicano, e quando di fatto dinanzi a una gran folla avvenne il miracolo, il popolo, sicuro che Faccia Gialla avrebbe dato il suo voto al re Borbone e non ai giacobini, sentendosi tradito non lo perdonò e fu irremovibile nel sostituirlo.

    Cosa che a Napoli può capitare solo ai santi, né a re e né a governanti.

    Solo a San Gennaro, l'unico di cui il popolo non dimentica i tradimenti.


    Stasera sapremo chi del Partito Democratico sarà candidato nella corsa allo scanno più alto di Palazzo San Giacomo, nel frattempo sappiamo con certezza che nessun miracolo, o liquefazione, o processione, aiuterà il prossimo sindaco di Napoli a trasformare una terra refrattaria ai cambiamenti, che il più delle volte li soffre, una città che ancora cerca nel passato ciò che dovrebbe trovare nel presente organizzando il futuro. Le restaurazioni a Napoli hanno fatto scuola.



    C'è chi dice che la città ultimamente stia cambiando, me lo auguro, ma non me ne sono accorto.

    C'è chi racconta di una Napoli diversa da quella rassegnata, ci voglio credere ma fa fatica a farsi apprezzare.

    Nel frattempo il passato ritorna e non è un caso, non è fatalità, perché proprio il suo ritorno certifica che nulla è cambiato. 

  • Opinioni

    L'umanità intera sconfitta nella nostre stazioni



    VITA da stazione, pellegrinaggi underground di umanità sottoterra. "A metà degli anni Novanta facevamo anche cento arresti al mese. Scippi, rapine, risse". La "Repubblica" in settimana racconta di un terzo di reati in meno a Roma Termini, la minaccia di attentati ha costretto le forze dell'ordine a raddoppiare la propria presenza. Lo stesso a Napoli. "L'Espresso" pubblica invece un dossier sui giovani dello zoo di Roma, triste apologo di quello di Berlino degli anni '70.
    Decine di immigrati minorenni, senza famiglia, costretti a vivere tra i binari, negli anfratti incustoditi, nei cessi maleodoranti, e a prostituirsi per mangiare. Accade in quella stessa stazione "liberata" di Roma, dove ragazzi venuti dal nulla e scomparsi dal vocabolario della cittadinanza civile sono preda di pedofili. Anche a Napoli. 



    Le stazioni non sono solo il regno di bambini sfortunati in cerca di improbabile sopravvivenza, sono la masseria dello sfarzo arrogante e malato di una società che finge, si nasconde, giudica, condanna, mentre all'esterno si veste di moralismo nelle sue viscere si gonfia di corruzione. Le stazioni sono le città di sotto, il mondo sottosopra, dove il degrado di sfortunati interpreti di malata sostanza, protagonisti spesso inconsapevoli di un mondo falsamente diviso tra verità e maschera, tra realtà e finzione, tra carnefici e vittime, rimane nascosto, lontano, separato, indifferente alla fretta del viaggiatore, ai tempi di una vita in corsa. Ghetto di perduti, pura invenzione del mondo "perbene" che ha bisogno dei bassifondi per scoprirsi vincente, che paga prostituzione per sciogliere le giaculatorie della propria depravazione. Ghetto di vinti in combattimento tra luce e tenebra, contrario ma non opposto alla civiltà di sopra, specchio di città, di società, ipocritamente imbellettate fuori e corrotte dentro, malate sostanze, difficili da sanare con semplici maquillage di facciata. Nelle stazioni le storie underground raccontano il naufragio della dignità umana calpestata per gioco dal massacro di chi ha fatto dell'etica un optional, di chi smercia l'inferno per paradiso. 



    David Maria Turoldo così scriverebbe pensando al male nella storia che riemerge puntualmente quando l'uomo smarrisce la sua vocazione, quando risale la scala mobile del suo sotterraneo mondo: "Uomini, dentro, Non avete che morte, Morte che vi circola nel sangue, morte nel cuore, negli occhi nelle mani… Polvere di morte le parole… anche i bambini hanno la morte in faccia". Città malate, contaminate dai loro stessi bassifondi che, solo se curati nel profondo, possono riportare luce a civiltà in declino, città malate da epidemie di verità taciute, costrette a dirsi oneste fuori mentre restano marce dentro.



    Non ci sarebbero spacciatori senza drogati, non ci sarebbe prostituzione senza clienti, non ci sarebbe corruzione senza avidità, non ci sarebbe demagogia senza falsa politica, aborto di libertà, e non ci sarebbero stazioni degradate senza viaggiatori troppo distratti o collusi con chi nella stessa stazione di tanto in tanto cerca albergo per sfogare le sue turpi passioni. Viaggiatori politici, ecclesiastici, istituzionali, gente comune a cui potrebbe perfino far comodo il disordine, a cui potrebbe servire un capostazione che garantisca il sovvertimento etico di una parte di società per continuare a esercitare il proprio potere indisturbati, ad accumulare quattrini, a dividere le folle più che a unificarle. Potrebbe convenire un disordine etico, spirituale, della gente, anzi perfino provocarlo, per poi offrire a pagamento soluzioni provvisorie, miracolistiche, emozioni momentanee, rinviando con strategia consumata le scelte più radicali. E mentre il disordine impera, gli ideali più alti svaniscono, le fedi si consumano e si accresce il sottobosco di storie di vite frantumate tra di loro incomunicabili.


     

    La folla distratta dai falsi modelli, costruiti ad arte dall'economia diabolica, diventa sempre più solitaria, anonima, ridotta a merce incapace perfino di meravigliarsi, apatica al punto di non provare più dolore o compassione per bambini sedotti e seviziati nei suoi bassifondi. In fin dei conti ci si può convincere che è possibile, dietro la facciata di standards comuni, vivere in qualsiasi modo, realizzarsi in qualsiasi modo, magari scegliendo la morte degli altri e anche per sé, semplicemente rimanendo indifferenti. 




    Intanto a Napoli i candidati si preparano alla sfida elettorale, il mondo di sopra riorganizza i suoi cerimoniali per scegliere la sua guida. La città di sotto, quella che si nasconde tra le pieghe dei salotti buoni o delle stazioni degradate, nelle periferie del dolore o nelle strade rinomate, nel frattempo continua a scrivere la sua dolorosa storia, mentre i viaggiatori di sopra continuano ipocritamente la loro quotidiana corsa fingendo di non accorgersi di nulla. 

  • Opinioni

    La coscienza e l'essere cristiani


    A Barbiana don Milani insegnava ai suoi ragazzi ad essere cittadini sovrani, a prendersi a cuore il mondo (I care), insegnava loro che solo insieme si esce dai problemi, insieme si può inventare un mondo nuovo: "Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio, sortirne insieme è politica, sortirne da soli è avarizia". Sono passati cinquant'anni da quando il priore scrisse la sua struggente autodifesa: "L'obbedienza non è più una virtù", una pagina profetica che resta una delle più alte testimonianze di etica della cittadinanza cristiana, di cosa significhi essere cristiano e insieme cittadino. "La dottrina del primato della coscienza sulla legge dello Stato" è certamente, scrive don Milani, "dottrina di tutta la Chiesa". 



    Era il 1965. E quello fu anche l'anno della Dignitatis Humanae, che in coda al Concilio Vaticano II dichiarava: "Gli imperativi della legge divina l'uomo li coglie e li riconosce attraverso la sua coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente... Non si deve quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza". Quell'anno si affermava il valore di una radicale laicità di un cattolicesimo che voleva veramente rinnovarsi al fuoco dello spirito, in forza del Vangelo. Se questo pensiero avesse vinto, se i rigurgiti di una restaurazione di un clericalismo avaro di umanità, capace per interesse di parte di legare la libertà dei credenti e rendere infantile la loro coscienza, non avesse preso il sopravvento, la storia del nostro paese, e quella del mondo, sarebbe stata diversa grazie all'influenza della Chiesa. 


    Sono tempi in cui ragionare di libertà anche a Napoli non è cosa semplice, non lo è mai stato per un popolo che per utilità di parte ha preferito barattare la libertà con la propria immunità e cedere la propria cittadinanza attiva al prezzo della convenienza individuale. Non è semplice avere una serena visione del mondo che ci riguarda, se si è troppo presi e compromessi da un vivere quotidiano fatto di antiche costumanze figlie di indifferenza, di egoismo, di individualismo esasperato. Non è facile ragionare di libertà quando la legge quotidianamente, pacificamente, indisturbatamente, è offesa. Endemica resta l'illegalità alla quale non si può rispondere solo con misure straordinarie di repressione. Non serve a niente.

     
     La coscienza di un popolo è fondamento del vivere civile e le cause dello sfaldamento della civiltà sono nella cultura di quel popolo. Cultura è anche la religione, anzi per i popoli meridionali la religione è stata la matrice del progetto sociale, un intreccio potente tra potere dello Stato, Chiesa e classe dominante che ha segnato in maniera preponderante il carattere della gente. Schietta, generosa, aperta, ma illegale, sottomessa al capo di turno, ma pronta ad infischiarsene della legge. Obbediente al capo ma non alla legge. 


    Allora come oggi, uguale parodia di civiltà, drammatica celebrazione di una farsa, narrazione di un popolo che sarebbe per gesta e attitudine unico al mondo per la sua innata libertà e che oggi ha bisogno dell'esercito per garantirgli una coscienza etica di appartenenza civile. E allora, come uscirne? Don Milani ci consentirebbe di distinguere fra obbedienza e servitù: si obbedisce alla legge ma non al capo. Non mi sembra che a Napoli sia così. La religione, base della costruzione delle dinamiche sociali della nostra città, invece di insegnare e pretendere il rispetto delle leggi, ha preteso il rispetto dei capi. Invece di educare all'imprescindibile valore della legge in sé, come strumento di libertà per non offendere la libertà dell'altro, ha insegnato a rassegnarsi all'ingiustizia subita e ad attaccare, come diciamo a Napoli, il ciuccio dove vuole il padrone. Fatto sta che il motto "Viva il re", chiunque sia, anche un tiranno, andava bene, l'importante era garantire alla Chiesa libertà di culto e dei propri interessi. E nel frattempo la Napoli dei santi e dei miracoli si organizzava ad essere la terra dove, bandita la legge, l'illegalità, anche la più criminale e spietata, poteva diventare, se non endemica, strutturale, tanto che il malaffare dei camorristi o mafiosi cercava protezione e giustificazione addirittura in percorsi pseudo-religiosi. 


    Oggi per fortuna tanta Chiesa napoletana va annunciando con coraggio che il Vangelo è altro affare, è autolimitazione dei poteri terreni in forza dell'unico potere di Dio, al quale ogni autorità, istituzione o gente comune, dovrebbe inchinarsi. Siamo ancora in tempo per restaurare il perduto? "Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio, sortirne insieme è politica, sortirne da soli è avarizia". Ho imparato soprattutto che essere cristiano significa non fare agli altri quello che non voglio sia fatto a me. Se Napoli è cristiana, vorrei che non lo fosse solo nelle processioni e nelle congreghe. 

  • Opinioni

    L'esercito non sostituisce lo Stato


    «A Napoli serve l'Esercito». Credevo che servissero scuole, palestre, posti di lavoro, asili, campi da gioco, parchi pubblici, case di accoglienza, circoli culturali, oratori, percorsi di reinserimento sociale. Pensavo che servisse una grande rivoluzione culturale provocata da una nuova e originale visione politica, da una vicenda amministrativa di potente e solida caratura, capace di raccogliere la sfida che attende nei prossimi anni la più grande metropoli del Sud.


     

    Ritenevo che la questione del controllo del territorio, preso d'assalto dal terrorismo camorrista, si inserisse in un più ampio scenario di liberazione, in un respiro di vita formidabile da inalare nelle membra stanche di una società rassegnata al peggio, senza speranza di futuro, compromessa suo malgrado dal lasciar passare, lontana da parole da condividere insieme al governo e alle istituzioni. Mi sbagliavo: per risolvere i problemi di Napoli, per superare la conta dei morti ammazzati, «serve l'Esercito».




    Se il festival di Sanremo non si fosse chiuso da poco e se la faccenda non fosse così seria e drammatica, quasi da ultimo appello, direi che l'uscita di Angelino Alfano di qualche giorno fa, giaculatoria giornalistica settimanale, sarebbe potuta diventare un fraseggio rap da proporre durante il prestigioso concorso canoro. Rocco Hunt l'avrebbe potuta interpretare alla grande e intitolare il suo brano: "Ancora". 




    Qualcuno sobbalzerà per il già dato, ricordando la struggente canzone di Eduardo De Crescenzo. Eppure c'è un "Ancora" che rumoreggia nella mia testa e provoca un senso di disgusto. Ancora parole inutili, contraddittorie, false, amare, inopportune. Ancora ipocrite vie di fuga per non dirsi la verità. Ancora parole usate come via d'uscita dall'imbarazzo provocato dalla sensazione di fallimento di istituzioni lontane dai fatti e dalla gente. Ogni volta che lo Stato, da sempre, dall'Unità d'Italia ad oggi, viene interpellato sulla sua sconfitta, sulla morte della legalità a Napoli, causata dalla mancanza di una politica vera, da una visone alta capace di dare significato e conversione a una storia maledetta, usa come panacea la discesa in campo dell'Esercito.




    Una situazione che definire kafkiana è dire poco, una mancanza assoluta di strategia di senso, di comunicazione liberante che impedisce qualsiasi reazione, pratica e psicologica, da parte dei cittadini ormai rassegnati alle parole già date. Reprimere il malaffare è un dovere, ma superarlo con la voglia del riscatto è la sola, unica e possibile soluzione. Prima o poi dovranno pur mettersi d'accordo i diversi attori di una drammatica sceneggiata che, benché un formidabile lavoro delle forze dell'ordine, un giorno dicono che servono uomini e mezzi in più, e un altro invece giusto il contrario e ribadiscono che se la popolazione non collabora, non parla, non denuncia, sarebbe difficile anche a una missione dell'Onu portare pace in una terra che considerare endemicamente camorristica fa storcere il naso a più di qualcuno. 




    Ma la domanda sorge spontanea: in cambio di che cosa la gente dovrebbe parlare? Denunciare il malaffare certo è dovere di ogni cittadino consapevole del suo ruolo, ma la consapevolezza dei propri doveri dovrebbe essere sorretta da uno Stato presente, attento ai bisogni della gente, affinché si sentisse garantita, protetta, accompagnata. Se lo Stato non c'è, anzi dichiara che ha bisogno dell'esercito perché è in stato di guerra nel suo stesso territorio, molta gente rischia di affidarsi ad altri eserciti per ottenere più facilmente, con il suo silenzio complice, risposte a domande mai soddisfatte dallo Stato. Se lo Stato è assente, se manca la sua azione educativa, formativa, propositiva cresce sempre di più la distanza tra lo Stato e il cittadino che cercherà vie d'uscita più comode da quella casa comune per garantirsi uno spazio proprio, salvifico, mentre tutto intorno crolla. 




    In un territorio dove si guerreggiano più di 104 clan, dove si muore come in nessuna altra parte del mondo civile, dove interi quartieri nel cuore pulsante della città, come la Sanità, il Rione Traiano, Il Pallonetto di Santa Lucia, Bagnoli, Forcella, piazza Mercato, vivono principalmente di droga, sarà difficile chiedere collaborazione alla gente se quella collaborazione significa la perdita dell'unico posto di lavoro che hanno mai avuto e forse della vita. Senza una contropartita salvifica la guerra è persa, con o senza l'esercito. 




    Mussolini sul finire dell'ultimo conflitto provava a rincuorare i suoi, ormai in fuga, con una promessa solenne: le sorti sarebbero presto cambiate con l'uso delle armi segrete che di fatto non arrivarono mai e la guerra persa si trasformò in ecatombe. «A Napoli serve l'Esercito», una promessa che suona come uno sfottò. Lo Stato, la città, i napoletani, noi tutti perderemmo se ancora credessimo alle funamboliche armi segrete. 

  • Opinioni

    Quel disprezzo per l'altrui pensiero ...


    «NON sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire ». Voltaire non ha mai pronunciato questa frase, anche se tutti gliela attribuiscono, tuttavia è un'ottima sintesi per dire cosa s'intenda per tolleranza. 




    Contrariamente a una frase di Papa Gregorio XVI, di certa attribuzione, che va giusto nell'opposta direzione: «Da questa corrottissima sorgente dell'indifferentismo scaturisce quell'assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, a cui apre il sentiero quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato». 



    Qualcuno dirà che i tempi sono cambiati e siano lontani dall'oscurantismo di un passato che limitava o peggio impediva alla parola di essere libera, ma a ben vedere ogni tanto quel passato si ripresenta. La libertà di pensiero, di espressione, appartiene alla dignità stessa dell'uomo. Il diritto di avere idee proprie, di poterle sostenere, divulgare, far conoscere, difenderle, manifestarle è sancito nella Carta dei diritti fondamentali dell'uomo ed è alla base della fondazione della nostra Repubblica. Esiste una stretta relazione tra verità e libertà di parola, anche se la reale possibilità d'utilizzo, al di là dei proclami, non sempre è garantita, prova ne è l'amara consapevolezza di tanti di quanto angusto e disagiato spazio sia concesso a chi la pensa diversamente dalla massa. 



    La libertà di parola è rispettare che la parola altrui abbia accesso al dialogo tra uguali, che sia pari al desiderio che la propria parola non sia impedita o oscurata. Avere pensieri diversi dagli altri è natura di dialogo, essere infastiditi dalle altrui convinzioni è integralismo che si trasforma, e storicamente ne abbiamo la prova, in volgare contrapposizione, in odio di parte, in guerra, in asservimenti e deportazioni, in stragi di massa, roghi inquisitori o brutali decapitazioni. Non esiste un diritto all'offesa, alla denigrazione, alla derisione altrui. Non esiste un diritto alla diffamazione, alla calunnia. Non vi è alcun diritto alla persecuzione né all'istigazione. Per le religioni il dialogo, fondato sulla libertà di parola, dovrebbe essere perfino forza scaturente dal proprio credo, fatto spirituale, conversione profonda e pensosa, che chiama alla via di Dio. Un dialogo che le diverse fedi pretendono con forza dalla società civile per poter liberamente professare le cose in cui credono. 



    Eppure, anche tra credenti, in questi giorni, cosa che è sotto gli occhi di tutti e la rete ne è una testimonianza impietosa e scandalosa, la discesa in piazza su argomenti di vita vissuta come la coppia, i figli, nuove vie di unione familiare, ha prodotto una inaudita aggressività, un disprezzo impensabile per chi la pensa diversamente. È comprensibile accaldarsi per gridare forte la propria opinione, per dire tutta quanta la verità in cui si crede, ma il disprezzo per l'altrui pensiero fa risorgere muri di odio sepolti e porta inevitabilmente alla sconfitta di qualsiasi proposta ideale o credente. 



    Quale destino può darsi una nazione, una città, una chiesa che sceglie l'odio, camuffato o palese, per il diverso come matrice di riferimento della propria lotta, per l'affermazione dei propri convincimenti? Lo sforzo di comprendere le ragioni dell'altro sono alla base del vivere civile e se anche le mie ragioni, i miei ideali politici, la mia stessa fede fossero lontani da quelli di un altro, confrontandomi, ascoltando, provando a venir fuori dal preconcetto che limita la mia serenità di giudizio, potrei perfino imparare ad essere un uomo migliore e continuare a crescere insieme agli altri, tutti gli altri diversi da me, come una comunità. Pareri diversi e interpretazioni diverse della storia, della vita, dello stesso Dio si possono anche titanicamente contrapporre, si possono sostenere con forza, ma la libertà, che è rispetto della libertà altrui, impone che alla fine del contendere, quel rispetto dell'altro, del diverso, prevalga su ogni volontà di dominio. 



    Non mi sembra che quello che sta succedendo in parlamento e nella società riguardo alle coppie di fatto stia andando verso questa direzione. Basterà una legge per garantire spazi di civiltà dopo un confronto così acceso? La spaccatura che esiste nella società italiana su un argomento non secondario, come quello della famiglia, troverà una pacificazione dopo la promulgazione di una legge sulle coppie di fatto? Sperarlo è d'obbligo, ma è triste constatare che ancora vale quello che scriveva Giulio Andrè: "Di questa magnifica parola, libertà, si fa un uso nauseante." 

  • Opinioni

    Unioni civili. La distanza della Chiesa dal mondo in veloce cambiamento



     
    NON sarà certo una piazza rumorosa a cambiare il corso della storia, ancor meno se quella piazza la riempiono la Chiesa o movimenti di matrice cattolica. Non dico che la Chiesa cattolica non debba o non possa rivendicare un suo spazio "politico" nell'agorà dei pensieri liberi per sostenere le proprie idee, come fa normalmente con grande disinvoltura, contrariamente a quanto detto da Papa Francesco pochi giorni fa, ma ritengo che un'invasiva discesa in campo, nell'ampio dibattito sulle unioni civili, possa trasformarsi in un'ulteriore distanza tra il mondo in veloce cambiamento e la sua proposta, la sua idea di società e la sua concezione di coppia o di famiglia.



     
    Riempire una piazza, una soltanto, e svuotare di simpatia, nel senso etimologico del termine, le mille piazze della comunicazione umana, dove nel quotidiano normalmente ci si ritrova, non si ottiene nulla, se non impedire ogni possibilità di dialogo con la differenza delle idee e allontanare qualcuno che, pur pensandola diversamente, potrebbe appassionarsi al vangelo.



     
    La simpatia è spazio di pre-evangelizzazione, è condizione indispensabile per costruire ponti sulla diversità di opinioni, anche se essere "in simpatia" con il mondo non significa svendere i propri convincimenti, abbassare l'asticella dei valori a cui la Chiesa fa riferimento.



     
    Certo non si vuole negare proprio alla Chiesa quella libertà di parola che a giusta ragione si rivendica per tutti, ma è necessario che la Chiesa non dimentichi che il tempo della societas christiana è irrimediabilmente finito e che il suo ipse dixit, che anche al suo interno è sempre meno considerato come cattolico, universale, non è più ritenuto dalla maggioranza degli uomini e delle donne italiane un imperativo assoluto.



     
    La libertà di parola, che la Chiesa rivendica, o si inserisce in uno spazio di condivisione, di confronto con altre parole, con altre idee, con altre visioni di vita, o quel dialogo con il mondo che a fatica si costruisce, e ha impegnato Papa Francesco dall'inizio del suo pontificato, finisce per essere interpretato come un bluff, o peggio uno squallido "sfottò".



     
    Al tempo del Concilio Vaticano II, la consapevolezza della necessità del dialogo e la nuova idea di mondo avevano suscitato interesse e curiosità nei confronti della Chiesa, e anche se per la maggioranza degli uomini, diversi per religione e idee, la sua parola non era del tutto credibile, era comunque da ascoltare, e questa condizione era e resta l'unica premessa per intercettare un possibile confronto. La Chiesa era attenta ai cambiamenti del mondo e dell'umano: "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore" (Gaudium et Spes 1).



     
    Oggi, si può anche essere in disaccordo con proposte di legge che vorrebbero equiparare il matrimonio tradizionale a quello tra due persone dello stesso sesso, si può ritenere che l'adozione di bambini da parte di coppie omossessuali possa compromettere il sano sviluppo e la crescita armoniosa dei figli, ma la storia è cambiata, la cultura è cambiata e il mondo va irrimediabilmente in una direzione contraria. E se la Chiesa vuole ancora dialogare con il mondo, pur rivendicando le sue idee, non può fare barricate, né forzare i governi democratici a scegliere quello che ritiene giusto, soprattutto se in questo modo la sua posizione venisse interpretata dalla maggioranza dei cittadini come prevaricazione sulla loro libertà.



     
    Succederebbe ancora una volta quello che purtroppo successe nella società italiana con i referendum sul divorzio e sull'aborto voluti con forza dalla Chiesa, che non solo perse i referendum, ma anche quella maggioranza degli italiani che, pur essendo battezzati e quindi cattolici, furono pronti a scegliere in maniera diversa dalle sue indicazioni. Il referendum, a cui oggi sembra appellarsi il ministro Alfano, quando afferma che la maggioranza degli italiani è contraria alla legge proposta sui matrimoni gay, non servirebbe a molto.



     
    In ogni caso, l'esito del referendum, in Italia come è successo in Irlanda, sancirebbe quello che dappertutto, perfino nelle chiese, è già vita data e vissuta. Comprendo il disagio della Chiesa italiana, capisco anche la sua sensazione di sconfitta, ma la sua missione, ovunque si trovi, a Roma o a Napoli, in qualsiasi contesto o condizione, è comunicare il vangelo in un mondo che cambia, senza pretendere che sia quello più congeniale, il più sottomesso, il più facile e semplice da evangelizzare.
     
     

  • Opinioni

    Quando una città è governata come un ducato, una baronia


    AMAGGIO saremo chiamati alle urne per il rinnovo del consiglio comunale, una tornata elettorale che, comunque la si intenda e benché la degenerazione della politica l'abbia trasformata in un circo di periferia, resta ancora un grosso avvenimento civile che si presta a volte a interpretazioni contraddittorie. Da un lato si dice che tutto sommato sono elezioni che hanno un carattere locale e vanno ridimensionate alla loro portata, quasi a mettere le mani avanti sulle possibili ricadute negative dell'esito elettorale sugli equilibri nazionali.





    Dall'altro, chi sa perché, gli analisti e i politici di Roma, approfittano degli orientamenti che si determinano con le scelte degli elettori alla scadenza delle amministrative considerandoli utili, come segnali più generali da interpretare. Per quanto mi riguarda, politici e osservatori, dovrebbero invece fare attenzione, molta attenzione, a quello che succederà alle prossime amministrative di maggio, perché la democrazia si sta avviando a una situazione pericolosa che non risparmia lo Stato centrale e si sta avvicinando ulteriormente a una sua occulta trasformazione che la snatura da quello che dovrebbe essere se verrà ancora meno la presenza della partecipazione popolare al voto, se sarà ancora così massiccia la distanza del cittadino dalla cosa pubblica. Difficile pensare che qualche spot pubblicitario di qualche candidato sindaco riesca a colmare il vuoto di rappresentanza, ridicolo perfino non comprendere che ormai le promesse elettorali siano per lo più percepite dalla gente come un repertorio di stravaganze.



    Come stravagante è la ricerca di nomi di cartello da parte di questo partito e di quest'altro movimento che possano meglio interpretare il ruolo di candidato a sindaco o consigliere, quasi una medaglietta in più sulla divisa della popolarità della lista, tanto che se si presentasse come candidato Higuain, di sicuro verrebbe eletto allo scranno più alto di Palazzo San Giacomo. La caccia a nomi "prestigiosi" e "noti" ha senso se è una cosa seria, se seria è la proposta politica che a quel nome è collegata, come seria dovrebbe essere la loro individuazione, la loro scelta non con lotterie mediatiche in rete, gioco di carte, bussolotti aperti a caso, che vincono o perdono senza autorevolezza e competenza. Non dico che non sia una cosa buona la partecipazione sempre più ampia, aperta e interessata di uomini e donne alle amministrative, gente lontana da quel professionismo politico che spesso è degenerato in mestiere familistico, ma la democrazia non ha bisogno di anonimi attori in cerca di un copione da recitare, ma di uomini e donne forti di programmi e di idee da condividere.




    E nel quadro di questi avvenimenti l'uso che si è fatto della poltrona di sindaco negli ultimi anni da Bassolino a de Magistris (la legge lo consente) ha visto Napoli uguale alle grandi metropoli essere governata come un ducato, una baronia, un marchesato o meglio trasformato in un'azienda retta da un presidente di amministrazione così come richiesto al sindaco manager. Fatto che ha una sua logica ma ripropone modelli lontani, quasi neo prefettizi tra l'antica Roma e il napoleonico, che non riescono a rendere appetibile la vita democratica. Certo quando viene eletto un sindaco ci si affretta a proclamare che sarà il sindaco di tutti, ma è chiaro che così non sarà, le decisioni resteranno nelle mani di uno solo o semmai, in realtà quasi mai, della parte a lui favorevole, senza costruzione di percorsi condivisi anche con la differenza delle visioni, delle opinioni.




    Tutto questo inevitabilmente allontana la maggioranza dei cittadini dalla partecipazione attiva alla costruzione del bene comune della città, spinge fuori dal recinto dell'interesse democratico soprattutto quelli che si sentono offesi dalla parte che vince o peggio gli arrabbiati, i delusi, la maggior parte dei cittadini che evita di partecipare alla vita democratica disertando il voto e colpevolmente consente ai pochi di governare indisturbatamente sul destino di tutti. Gli antichi dicevano che la democrazia è possibile solo se è possibile esercitarla effettivamente nella città, dove si può discutere di bene comune nelle piazze. La crisi valoriale della città è anche crisi di pensiero. Rischieremmo di compiere un serio errore se ritenessimo che l'affermarsi o il declinare delle "grandi idee" che cambiano il mondo sia dovuto solo alla volontà di qualcuno, sarebbe davvero serio se pensassimo che le colpe della nostra sofferenza siano solo altrove. La democrazia locale è la democrazia della vita quotidiana ed è troppo importante perché se ne trascuri l'esercizio e il controllo, per permettere che qualcuno la trasformi in gioco di potere o di avanspettacolo.

     

  • Op-Eds

    Shalom Aleichem: Francis’ Message at Rome’s Synagogue


    The event coincided with a “Day of dialogue between Catholics and Jews.” At a time when tensions are running high, the eloquent and visionary icon told the Jewish and Christian communities that they have an important contribution to make in the campaign for peace.


    Today’s world is plagued with crises; anti-Semitism has resurfaced and intensified, and many Jewish communities have paid dearly for it. There is an ideology of fear threatening to destroy the positive progress that has been made through dialogue, engagement and a reciprocal easing of tensions between people. Embracing and shaking hands, Pope Francis and Rome’s chief rabbi Riccardo Di Segni have renewed their firm vow to continue the dialogue between the faiths without which men are only capable of doing violence to one another. 


    It’s a task that awaits every person of good faith confronted by a complex world, an indispensible need for good news in a time of diminished hope. For religions, dialogue is a spiritual reality, a deep and thoughtful conversion that harkens to the path of God and initiates a dialogue with He who is greater than us. Nevertheless, that dialogue has been interrupted by the shortsightedness of global capitalism—a shaky road to nowhere—in spite of the fact that everyone can see that a world in which we do not talk to one another can only bring about aggression.


    Aggression breeds contempt. Contempt once again gives rise to those walls of hatred thrown down a few decades ago. But what destiny can lead humanity to choose hate as its guiding light, where “Christians and Jews are confined to defending themselves from merciless, violent and intolerant enemies, who in the name of God incite terror?” Salvation for all—Christians, Jews and Muslims alike—can only be arrived at through dialogue. Living together means more than physical proximity.


    It is not enough to know where our neighbors come from or to what religion or group they belong. Living together entails sharing the ups and downs of human experience: welcoming and being welcomed in return, laughing and crying together.


    Without a vital togetherness there can be no integration, no dialogue between cultures or religions. John Lennon’s “Imagine” calls for a world without religions, without heaven or hell, to overcome conflicts generated by difference. Religions occupy an increasingly relevant space in the geopolitical spectrum, in the Mediterranean and around the world: many crises stem from what seems to be a clash of different religious sensibilities, from different forms of belief.


    The problem will not be solved by denying our differences, assimilating others into a culture considered to be superior, or worse, by organizing crusades that wipe out “the Other” or force them to convert to one side. Because conflicts do not stem from religious belief but from diabolical economics: the saints of every faith have always favored peace and open dialogue.


    Destroying such dialogue between cultures and faiths means building a wall that divides communities, cuts off communication, and drives everyone to adopt a stance of self-sufficient isolationism that is as tragic as it is aggressive. To reengage in dialogue is decisive for the future of humanity, even more so when violence is met with terror, Kalashnikovs with purges or the seal of disgrace. In order to build dialogue, we must be so daring and visionary as to imagine a common house of prayer for all faiths, a temple that bridges our differences to overcome the fear that divides us.  We must counter those hatefully decapitated heads with a powerful symbol of brotherhood so that we can surmount the obscene and widespread conviction that diversity is impure. At Rome’s Tempio Maggiore, Jews and Christians took another step toward fully accepting each other, an important step on a long road yet, pronouncing “every man is and forever will be my brother.”  

     
    * Gennaro Matino: teaches Theology and History of Christianity in Naples, where he runs the parish of SS. Trinità. He has written several books and collaborates extensively with both traditional and new media.

  • Opinioni

    Bsogna essere audaci, visionari, per costruire un dialogo


     
     
    Papa Francesco si è recato in visita alla Sinagoga di Roma. Si tratta della terza visita di un Successore di Pietro al Tempio Maggiore della capitale, dopo quelle di Giovanni Paolo II nel 1986 e di Benedetto XVI nel 2010. L’evento coincide con la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei. Una visita che cade in un tempo carico di tensioni e di problemi, un’icona profetica di fraternità eloquente, per dire che ebrei e cristiani hanno un contributo originale da dare alla pacificazione tra gli uomini. Nel mondo di oggi ci sono tante tensioni; c’è un risorgente antisemitismo, pagato a caro prezzo da tante comunità ebraiche. 
     
    C’è un’ideologia della paura che rischia di divorare anche quanto di positivo è già in atto per ciò che riguarda il dialogo, l’incontro, la distensione degli animi nel rispetto reciproco. Papa Francesco e il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, hanno rinnovato nel loro abbraccio e nella stretta tra differenti per fede la ferma volontà al dialogo senza il quale l’uomo può solo partorire violenza. Un compito che attiene ad ogni uomo di buona volontà di fronte ad un mondo complesso, un bisogno indispensabile di buone notizie in tempo di anemia di speranza. Per le religioni il dialogo è un fatto spirituale, é conversione profonda e pensosa, che chiama alla via di Dio, iniziando un dialogo con Colui che è al di là di noi. 
     
    Tuttavia proprio il dialogo è stato additato dalla miopia del capitalismo globalizzato, come una via debole e perdente, anche se è sotto gli occhi di tutti che un mondo senza parole condivise genera solo aggressività. L’aggressività produce disprezzo. Il disprezzo fa risorgere muri di odio sepolti appena da pochi decenni. Ma quale destino può darsi l’umanità che sceglie l’odio come matrice di riferimento, dove “cristiani ed ebrei sono costretti a difendersi da spietati nemici, violenti ed intolleranti, che stanno usando il nome di Dio, per spargere il terrore?”. La salvezza per tutti, Ebrei, Cristiani, Mussulmani, può venire solo dalla via del dialogo. Vivere insieme è più che una prossimità fisica. 
     
    Non basta sapere da dove vengono i nostri vicini, a quale religione o gruppo appartengono. Vivere insieme include il condividere gli alti e bassi dell’esperienza umana: dare e ricevere ospitalità, ridere e piangere insieme. Senza compagnia di vita nessuna integrazione, nessun dialogo tra culture o religioni sarà possibile. John Lennon in Imagine evocava un mondo senza religione, senza inferno o paradiso, per superare i conflitti generati dalla differenza. Le religioni occupano uno spazio sempre più rilevante nel quadro geopolitico dell’area mediterranea e del mondo: molti fattori di crisi derivano da una contrapposizione che sembra partire da una differente sensibilità di sacro, da un modo diverso di credere. 
     
    Il problema non si risolve annullando le differenze, assimilando le altre in una cultura ritenuta superiore o peggio organizzando crociate di annientamento di massa del diverso o di conversioni forzate. Anche perché i contrasti non nascono dal credo religioso ma dall’economia diabolica: i santi di tutte le fedi sono sempre per la pace e aperti al dialogo. Distruggere il dialogo tra culture e tra fedi equivale a costruire un muro di separazione tra comunità che, cessando di comunicare, si separano e si spingono reciprocamente verso una tragica quanto aggressiva autosufficienza isolazionista. Ripristinare il dialogo è decisivo per il futuro dell’umanità, ancor di più quando alla violenza si risponde con il terrore, ai kalashnikov con le epurazioni o il marchio di infamia. 
     
    Per costruire il dialogo bisogna essere più audaci, più visionari tanto da poter immaginare perfino una comune casa di preghiera per diversi per fede, un Tempio che lanci ponti tra differenze per vincere la paura che divide. Alle teste mozzate ostentate in segno di odio, bisognerebbe contrapporre un’icona potente di fratellanza tale da superare l’oscena e diffusa convinzione di impurità del diverso per scelta credente. Al Tempio maggiore di Roma Ebrei e Cristiani hanno fatto ancora un passo verso l’accettazione piena gli uni degli altri, un passo importante per un percorso ancora lungo per dire che “ogni uomo è e resta mio fratello”.
     

  • Opinioni

    La logica dell’uomo solo al comando



     
    “ANNO nuovo, vita nuova”, così il detto, sperando che sia vero, sperando soprattutto che il 2016, anno bisesto, non sia funesto come vorrebbe l’altra filastrocca. Di sicuro l’anno che verrà sarà nuovo e come canterebbe Lucio porterà novità: “Ogni cristo scenderà dalla croce e… sarà festa tutto l’anno”. Provocazione ardita, comunque rumore di speranza, passatempo verbale “per poterci ridere sopra”, in ogni caso coraggio di invenzione in tempi cupi, dove si investe al contrario sul disfattismo maniacale, dove è più facile farsi male da soli con parole contrarie a tutti e a ciascuno pur di creare facili consensi non essendo in grado di organizzare futuro.'




    “L’anno vecchio è finito ormai” ma resta ancora nell’aria quell’aria irrespirabile dell’ultimo mese che ha dato spunto a polemiche e a preoccupazioni sulla salute del pianeta che, imprigionato in polveri sottili, ne compromette il clima sciogliendo ghiacciai ai poli, improvvisando primavere impensabili a latitudini glaciali e tuffi fuori stagione alle nostre.




    Fatto sta che l’anno che è appena arrivato porterà nelle più grandi città italiane la tornata elettorale per il rinnovo delle amministrazioni locali e se questa non è una novità lo diventerà perché passerà alla storia per il fatto che per la prima volta dopo i totalitarismi del passato a scendere in campo non saranno più i partiti, ormai scomparsi quasi totalmente dalla scena politica per dissoluzione del loro pensiero progettuale, ma “rappresentanti del popolo” a cui i partiti chiedono soccorso per poter esistere ancora. Convinti che se non troveranno l’uomo giusto, se non sapranno inventare l’uomo della provvidenza dal sorriso accattivante che sappia meglio fare scena, non solo perderanno le elezioni ma sarà il loro ultimo treno dopo il quale scenderanno tutti, politici e portaborse.




    Sarà l’anno in cui verrà consacrata definitivamente la logica dell’uomo solo al comando inaugurata in stile naïf dal dispotismo morbido berlusconiano. In realtà mai pienamente attuato dal cavaliere, non avendone capacità e struttura, ha però ben orientato i successivi anni della politica italiana e burlescamente quella amministrativa locale, dove il trionfo della demagogia, quel gioco perverso che attraverso false promesse vicine ai desideri del popolo mira ad accaparrarsi il suo favore, fa vincere le elezioni al populista di turno per poi far trionfare il disastro municipale.




    Eppure si sa che un uomo solo al comando non può dare risposte a una realtà complessa come lo è una grande città, una regione, non può inventare percorsi virtuosi per inaugurare stili di vita capace di coniugare insieme nuove abitudini dei cittadini, che vanno convinti, orientati, governati, ammoniti, e il rispetto dell’ambiente, per promuovere atteggiamenti corretti che se non potranno da soli proteggerci dall’incursione di climi sballati, potrebbero aiutarci a difendere noi e i nostri figli da irrespirabili sostanze.




    L’anno che verrà, ormai è chiaro, porrà al centro di ogni proposta elettorale la questione ecologica ambientale che di per se stessa è una questione politica nel senso più nobile del termine. È uno sguardo diverso sulla vita, sul vivere insieme, una visione, un programma educativo, uno stile di vita, che impongono scelte rivoluzionarie. Chiunque sarà il nuovo sindaco delle grandi città italiane, e chiunque lo sarà a Napoli, non potrà che avere a cuore l’interesse della gente e la loro salute.




    Ma dire aria da respirare è dire traffico da regolare, fumi tossici da controllare, è dare spazio a una nuova qualità del trasporto pubblico, giusta proporzione tra costi e servizi, mezzi gratuiti per le fasce più deboli.




    Dire traffico è dire percorribilità delle strade, significa liberare la questione urbanistica prigioniera di falsi e fuorvianti chiavistelli che impediscono alla città di coniugare passato e presente e soprattutto proiettarsi in un futuro in cui le pietre non siano solo memoria ma presente da consumare; dire inquinamento è dire città annonaria, orari di apertura e chiusura dei negozi e dei mercati, carico e scarico di merci, rispetto delle diverse fasce orarie di apertura scuole, attività produttive e amministrative.




    Dire clima è dire presenza dei controllori nelle strade, del rispetto delle regole condivise, della tolleranza zero per chi infrange la legge, per il rispetto del ciclo delle acque e dei rifiuti.

    Dire controllo è dire nuova organizzazione della macchina burocratica che sovraintende alla correttezza dei processi e al rispetto etico delle scelte dei controllori.




    L’anno che verrà è già arrivato ed chiaro che non “sarà festa tutto l’anno”. Resistere alla demagogia è degli uomini liberi o sarà il caso di dire che “l’anno vecchio è finito ormai e qualcosa ancora qui non va”.

     

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