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L'aggressione dell’ignoranza

Gennaro Matino (November 28, 2017)
I fatti raccontano una citta' allo sbando ed è inutile ricercare colpevoli, sono noti, sono sotto gli occhi di tutti e l’indignazione da sola dei soliti commentatori del giorno dopo è un alibi per nascondere responsabilità, scappare di fronte all’assurdo di crimini gratuiti, vigliaccheria, comunque, in ogni caso già scritti, tutti prevedibili. Quello che cercano i ragazzi “perduti” è essere ritrovati proprio là dove la prepotenza criminale li trasforma da quotidiani fantasmi in primi attori per esistere, per uscire alla scoperto, per vincere il nulla che li opprime.
La sorpresa è che ci si sorprenda, o si faccia finta di sorprendersi in questa ipocrita, ennesima, analisi di devianza giovanile, subnormale e scandalosa quotidianità di una Napoli che fa i conti con il suo strutturale disagio, quello di sempre, quello raccontato da anni di assenza di Stato, di regole, di governo, di educazione civica. Violenza, soprusi, ovunque aggressioni, branco, di notte o in pieno giorno senza pudore, senza vergogna.

Non c’è posto a Napoli, non c’è spazio che non sia occupato da volgare delinquenza spicciola o organizzata, oltre ogni confine prestabilito, oltre l’antiquata e malata nomenclatura di zona bene e quartieri malfamati checché ne dica il questore De Iesu.

Nessuno è risparmiato dall’aggressione dell’ignoranza che palesa il pressapochismo organizzativo della politica che rende ogni progetto di ristrutturazione della vita pubblica titanico, ogni sfida di futuro, utopia, ogni lotta per la legalità, fatua promessa. I fatti raccontano una citta allo sbando ed è inutile ricercare colpevoli, sono noti, sono sotto gli occhi di tutti e l’indignazione da sola dei soliti commentatori del giorno dopo è un alibi per nascondere responsabilità, scappare di fronte all’assurdo di crimini gratuiti, vigliaccheria, comunque, in ogni caso già scritti, tutti prevedibili. Non è oggi emergenza nazionale più di quanto lo era ieri e qualche coltellata in più per quanto deplorevole non aggiunge alla sconfitta delle istituzioni altra vergogna di quella che già hanno accumulato da tempo, da troppo tempo. Da Matilde Serao, dai suoi lazzari sfrontati e delinquenti, al dossier splendido dell’indimenticabile Joe Marrazzo che raccontava in “Sciuscià” le storie dei tanti adolescenti della Napoli degli anni Ottanta, pronti a diventare manovalanza della camorra, il fatto è lo stesso, uguale parafrasi della decadenza di una parte della gioventù, sempre più numerosa, che diventa storia di umana delinquenza.
 

La cosa triste è che più nessuno ormai, e dico nessuno, oggi a Napoli davvero sa cosa sia la vergogna, pronti come si è a scaricare sulle spalle degli altri la responsabilità della sconfitta che peraltro insieme alla Stato vede in stato avanzato di decomposizione la famiglia che non è più in grado di contenere le angosce e le inquietudini dei ragazzi che ancora troppo piccoli possono restare in strada fino a tardissima notte, non li aiuta a decodificare le mille informazioni per lo più violente o demenziali, né a discernere tra la verità e la menzogna che il mondo degli adulti propone.

Difficile bypassare lo stile di Gomorra che, aldilà del giudizio artistico, si è trasformato nel file rouge linguistico di tanti giovanissimi di diversa estrazione che lega in un solo imbroglio la loro vita e la traveste in malata rivalsa, in rivincita, in lotta per il territorio, perfino in un diritto di sopravvivenza. Difficile proporre a loro un qualunque modello positivo alternativo se nello stesso linguaggio “ gomorrista” non si trova traccia di qualcuno che contrasti, lotti, si opponga alla scelleratezza del male. Gli unici modelli da imitare restano i bulli del quartiere, gli sprangatori, gli accoltellatori, i pratici di scorribande armate o coloro che in un modo o nell’altro fanno notizia, sia pure con la morte.

 
Quello che cercano i ragazzi “perduti” è essere ritrovati proprio là dove la prepotenza criminale li trasforma da quotidiani fantasmi in primi attori per esistere, per uscire alla scoperto, per vincere il nulla che li opprime. La violenza delle bande è la risposta peraltro al controllo del territorio fallito, alla prevenzione mancata, alla cura ambientale quasi del tutto assente che passa non ultima per gli orari di chiusura e apertura dei locali che non possono avere il dominio assoluto solo perché sono l’ultima attività economica che resta alla città ma passa prima di ogni altra cosa per il fallimento del progetto educativo della città, di quella sfida a favore dei giovani che avrebbe dovuto vedere insieme famiglia, scuola, stato, chiesa. A questo andrebbe aggiunta una sana e logica strategia repressiva partendo dalla piccole infrazioni.
 
Mi prendo tutta intera la responsabilità di rivendicarla perché per quanto mi riguarda è proprio la disaffezione alle piccole regole che aiuta le grandi a prosperare. Una grande città come New York con il sindaco Giuliani cambiò il suo volto negli anni Novanta quando decise che la tolleranza al crimine doveva essere zero e mentre i grandi traffici li lasciava combattere allo Stato centrale, l’amministrazione della città si concentrava a debellare il microcrimine. Ma New York, i newyorkesi volevano una nuova città, i napoletani non ne sono convinti, e forse neppure la vogliono la sua polizia locale, lontana dalle strade, lontana dalla gente.
 
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