Articles by: Gennaro Matino

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    Cancellare il Natale nelle scuole è contro la laicità dello Stato

    Dicono sia una bufala, potrebbe essere vero, ma vero è che Natale sembra l’ultimo gioco al massacro di questa malata modernità per chi confonde la libertà religiosa con la volontà di cancellarne ogni suo segno, di chi sbandiera il rispetto che si deve a tutti di vivere la propria fede senza essere offesi dai segni di altre religioni, con il disegno scientifico di cancellare ogni fatto religioso dal vocabolario della quotidianità. Falso nella premessa, dannoso nella costruzione di una società aperta e integrata, ridicolo per chi parla di cultura senza nemmeno vergognarsi, dimenticando che la cultura di un popolo è la sua storia, la sua arte, la sua tradizione.
     
    È l’insieme dei valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento e anche delle attività materiali che caratterizzano il modo di vivere di un gruppo sociale. Cancellare il Natale, volerlo fare, non è aggredire il credente che comunque se ne fa una ragione, di lotte e persecuzioni nel tempo dell’ignoranza ne ha dovute subire e ne continuerà a subire, ma è andare proprio contro quella laicità dello Stato, di una scuola che intanto può dirsi tale se ha come principio la libertà e come fine il suo raggiungimento nella verità. Natale è l’unica delle festività cristiane che supera il sentimento religioso e diventa un mondo di possibilità per raccontare laicamente un’avventura di pace, di fraternità tra gli uomini, di solidarietà con chi soffre, ribadendo la scelta dei poveri, l’accoglienza dei lontani, che dice famiglia, unisce credenti e non credenti, adulti e bambini, affascina il poeta e commuove il semplice.
     
    Restasse solo una favola, e per il credente favola non è, farebbe parte di un capitolo importante della vita di un ragazzo che, nel tempo della sua crescita, qualsiasi sia la sua religione o non ne abbia affatto una, potrebbe lasciarsi provocare dall’idea che anche Dio ha scelto l’umiltà di abbassarsi, di farsi piccolo per camminare insieme agli ultimi, solidale e compagno di avventura con chi soffre. Tutto questo offende il musulmano o l’ebreo? Sporca l’integrità intellettuale dell’ateo? Penso che si sentirebbero piuttosto offesi se nel calderone della libertà sbandierata per tutti fosse cancellato insieme al Natale cristiano, il Ramadan, la Festa delle capanne o qualsiasi altro ricordo che significa fede, ma rende unito un popolo, almeno quello che ancora prova a conservare le proprie tradizioni. E inoltre se la sentirebbe il dirigente scolastico di turno, che volesse essere coerente fino in fondo con la sua idea di “libertà” dalla religione, di provare a immaginare cosa significherebbe cancellare la fede cristiana dalla nostra cultura? Dovrebbe eliminare dal programma scolastico tutta la letteratura che rimanda al sacro testo e fare a meno di Dante, Francesco d’Assisi, Manzoni. Dovrebbe nascondere ai suoi allievi che perfino un non credente come Erri De Luca scrive del Libro sacro come l’ultimo appello di una umanità ancora capace di sognare.

     
    Dovrebbe eliminare gran parte della poesia, dell’arte, della pittura e della scultura. Che ne farebbe allora di Michelangelo, Raffaello, Leonardo? Dovrebbe cancellare anche i segni che accompagnano il linguaggio e per assurdo impedire agli studenti di visitare San Gregorio Armeno, una delle nostre strade più caratteristiche della città, ricca di tradizioni e di cultura dell’artigianato, per non turbarli con una rappresentazione plastica del sacro e non offendere l’intelligenza dell’ultimo difensore della libertà dalla religione. Perfino l’albero che si addobba in questi giorni in tutte le scuole, anche in quelle dove gli zelanti dirigenti si oppongono alle recite tradizionali, sarebbe allora da proibire. Certo, a prima vista l’albero festoso e addobbato è altra cosa dal presepe che si schiera decisamente per il Natale credente, ma in realtà rimanda allo stesso evento raccontato e proposto con differente linguaggio.

    Nel Medioevo durante il periodo natalizio si era soliti nelle chiese prepararsi al Natale partendo dall’Eden e da quell’albero del bene e del male che ha reso necessario la nascita del bambino. L’albero del paradiso che ora chiama Gesù, l’ultimo dono fatto all’umanità, a diventare il dono assoluto. Da quel dono, oggi mettiamo i nostri sotto l’albero per dirci ancora innamorati della vita. Allora se qualcuno vuole cancellare il Natale è affare suo, dica che non gli piace, ma non cerchi pretesti di libertà, offende la nostra intelligenza.

  • Opinioni

    Trasformiamo il 2018 in un anno per la speranza

     

    Il 2018 sarà ricordato come l’anno dello spread, parola nuova entrata di recente nel nostro vocabolario, parola che non tutti comprendono, nonostante il martellamento quotidiano che ci impone di pensare soltanto al differenziale tra l’Italia e la Germania. 2018, anno della crisi o della svolta come dice il governo, vocabolo ormai di uso comune che tutti comprendono, anche le persone più semplici che di economia ne sanno poco, ma che la crisi la vivono sulla propria pelle. Niente di nuovo sotto il sole, si tratta di quella stessa crisi che nel 2009 travolse i mercati e che oggi si fa ancora sentire nelle tasche dei cittadini. La crisi di cui tanto si parla è una crisi che viene da lontano. È la crisi dell’uomo, iniziata negli anni Ottanta, quando al valore dell’essere umano si è preferito quello economico aprendo la strada al pensiero unico, alla globalizzazione dei mercati, alla mercificazione dei diritti umani.

    È la crisi del 2012, la crisi dei valori determinata passo dopo passo ogni volta che alla centralità dell’uomo si è preferita la sovranità degli speculatori ai bisogni primari della gente. Eppure, non mi va di pensare al 2018 come all’anno della sola crisi, mortifica la mia esistenza la sola idea di aver vissuto 365 giorni all’ombra dello spread. Possibile che non abbiamo altro a cui pensare? Di questi dodici mesi voglio ricordare altro, qualcosa di più prezioso del conto in banca, voglio socchiudere gli occhi e rivedere le domeniche trascorse in famiglia, il sorriso di un bambino, lo sguardo sincero di un amico, una stretta di mano, una carezza. Di quest’anno fatto di parole di sconfitta, di disfatta, di odio per l’avversario, di fake news, di nuova arroganza di potere che passa per popolare e invece ingabbia la libertà di dire, di pensare, di essere diversi, che sembra cancellare ogni speranza, voglio ricordare quelle piccole cose che fanno grande la vita.

    Voglio pensare al 2018 come all’anno della svolta in cui tutti ci siamo resi conto di quanto fosse vero il detto banale, ricco di saggezza, secondo cui i soldi non fanno la felicità, per lo meno non bastano da soli. Forse con il tempo impareremo a guardare al 2018 come all’anno della provocazione che ci ha costretto a vedere dentro di noi, a riappropriarci di noi stessi e a lasciarci alle spalle un’idea errata di politica, di economia il cui fine non è accumulare denaro, privilegiare alcuni a danno di altri, ma liberare l’umanità da ogni schiavitù, da quella lotta per la sopravvivenza che mette un popolo contro l’altro e causa lacrime e sangue.

    Il 2018 potrà essere ricordato come l’anno della svolta se la politica, la cultura, la scienza, se tutti gli uomini di buona volontà, se tutti insieme, pronti a invertire la rotta, impareremo a parlare nuovi linguaggi, il linguaggio dei popoli, della democrazia, il linguaggio della condivisione e non quello dell’individualismo, il linguaggio dell’uomo e non quello della disumana sua caricatura. Il tempo della crisi non è una novità per la storia umana costretta più volte nei suoi corsi e ricorsi a fare esperienza dei cambiamenti. L’unica novità è forse la velocità globale della moderna comunicazione che lascia spazio a una diversa e più catastrofica interpretazione dell’inevitabile processo di mutamento della storia, facendo apparire la situazione attuale come un drammatico approdo.

    Apocalissi iniziano e si concludono e in ogni tempo profeti dell’estinzione si affacciano sul palcoscenico del mondo ogni qualvolta il cambiamento non è stato previsto, quando i segni premonitori non sono stati colti come una provocazione tale da indurre a riflettere su un diverso e possibile stile di vita, continuando a credere che tutto possa rimanere immobile, immutabile. Di fatto, ogni crisi è intimamente espressione di un processo di mutamento, che non è necessariamente un evento negativo. Tutto sta a saper interpretare i suoi intimi significati e a avere il coraggio della profezia, la voce di chi sa guardare avanti, convinto che il tempo non sia solo prigioniero di rimpianti. Sarebbe drammatico se gli intellettuali e gli uomini di pensiero si lasciassero semplicemente travolgere dalla ruota del destino, annullando il peso della responsabilità che invece esige l’interpretazione del dato reale.

    La via di ogni liberazione passa attraverso il gioco faticoso della verità e il tempo della profezia nasce quando le parole malate, dettate dalla convinzione di essere arrivati all’approdo finale, si perdono nel silenzio assordante del nuovo che avanza, di un nuovo che non piace, che è volgare ma da cui non si deve scappare, non si può, con cui si devono fare i conti. Io non voglio morire di spread. Questo tempo non mi piace, ma è il mio tempo e per questo lotterò, ancora di più, perché la speranza ritorni a parlare.
     

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    Davvero un mondo senza Dio sarà migliore?

    Un nuovo paganesimo avanza, Dio è stato cancellato dal vocabolario della modernità, per adesso è toccato a Lui, ancora un poco e toccherà a noi, all’umanità. In Europa, le nostre città ormai da tempo hanno potuto rendersi conto di una avanzata di nuovo paganesimo nei loro stessi territori. Non si tratta solo di chi ha dimenticato o trascurato la propria fede, ma di una vita ispirata a una visione del mondo completamente riscritta che di credente in Dio non ha nulla.

    Qualcuno penserà, visto che le religioni sono state causa di conflitto e di divisioni, di spreco di intelligenza e di risorse economiche, finalmente quello che non è riuscito ai grandi teoremi totalitaristici e alle dottrine della morte di Dio ora si avvera e il sogno di Lennon, fatto in " Imagine", diventa realtà. Ne possiamo essere contenti? Davvero un mondo senza Dio sarà migliore? Credenti o meno, la nuova condizione umana è stata scritta da un visionario di libertà o da un’economia diabolica che non ha nulla di ideale, di spirituale, di mistico, di intimamente poetico? Spesso dico alla mia gente che se fossi ateo del Dio in cui credo, non potrei che desiderare per chi amo, per i miei figli, che conoscessero la via della fraternità universale, la pace tra le nazioni, il rispetto della diversità dei viventi, l’ubbidienza all’amore, la forza del perdono, la gioia della vita, il coraggio delle proprie idee.

    Vorrei che conoscessero Gesù e, credenti o meno, sapessero che un Maestro di Galilea aveva lanciato una sfida per un’umanità migliore che avesse coscienza della sua grandezza e del destino comune da spartire nel rispetto della singolarità di ogni uomo, nella irrinunciabile condizione di diventare un solo grande popolo.

    Le chiese cristiane celebrano oggi il loro fallimento che non possono semplicemente imputare alla cattiveria del mondo, alla perversione del diavolo e dei suoi seguaci, agli scandali volgari e crudeli che dentro le sue mura si perpetrano, come pedofilia, attaccamento al potere e al denaro, mediocrità dei suoi ministri, soprattutto dei suoi vertici, ignoranza diffusa e superstizione da vendere, ma per non avere saputo interpretare i segni dei tempi, per non sapere ancora oggi "Come cantare i canti del Signore in terra straniera" ( Salmo 136) e non domandarsi come farlo.

    Per fare breccia in un mondo indifferente ci affidiamo a Papa Francesco che ne inventa una al giorno per rendere simpatica la Chiesa, curiosità che si spegne giorno dopo giorno con gli slogan che con il tempo non funzionano più, speriamo in qualche vescovo che gira in bicicletta per la cattedrale o suona la chitarra, senza chiederci davvero qual è il nostro futuro di Chiesa, quale il nostro ruolo, cosa ci aspetta domani.

    Certo "le porte degli inferi non prevarranno", ma siamo davvero sicuri che il nostro essere Chiesa funzioni ancora? Siamo certi di essere ancora il sale della terra e la luce del mondo? Forse dovremmo chiederci se il sale abbia già da tempo perso sapore e la luce sia stata irrimediabilmente nascosta sotto il moggio. Stessi riti, stesse stanche liturgie, stesse parole che ci scivolano addosso, poveri reperti archeologici di un passato che in fondo non è mai stato davvero glorioso. Il cristianesimo sembra a tanti essere al margine della realtà mutata, nell’angolo degli avvenimenti, incapace nei suoi predicatori di comprendere le situazioni vere che interessano il vissuto quotidiano. Nel 1830 Dupanloup, molti anni prima della costatazione di un fallimento europeo, scriveva: " Trentamila sermoni ogni domenica nelle chiese di Francia, e la Francia ha ancora la fede!". Nel frattempo la Francia ha perso la fede, l’ha persa l’Europa, l’occidente cristiano.

    Nausea di una parola predicata, annunciata, incapace di penetrare il reale, di rendere giustizia a un’idea che sappia comunicare la vita e renderla capace di senso. Non è questa la sfida? Non dovrebbe essere questa? E dove se ne parla? Nel frattempo ci preoccupiamo se le scuole cattoliche debbano pagare o meno l’Ici piuttosto di che senso abbiano ancora scuole che si dicono cattoliche, ma non sanno parlare di Dio. Ci preoccupiamo dei giovani sempre più indifferenti al Vangelo e facciamo un Sinodo che dovrebbe riguardarli, ma che a scriverlo sono dei vecchi, vogliamo che il mondo ci ascolti ma non siamo attenti a quello che il mondo vuole dirci. Solo una grande, nuova, originale, straordinaria riflessione della Chiesa su sé stessa, sul suo ruolo, la sua missione in un mondo irrimediabilmente cambiato, potrebbe rimetterla in dialogo con la diversità degli uomini. Solo un nuovo Concilio davvero ecumenico, aperto a ogni sua componente, a ogni diversità rappresentata, potrebbe riscrivere la sua presenza nel tempo, se ancora ci è rimasto del tempo.

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    Chiesa. Tanto impegno contro Halloween, e contro i demoni di casa nostra?

    Halloween festa satanica? Ma fatemi il piacere! Lo dissi lo scorso anno, lo ripeto oggi, stufo di una banda di fanatici che fanno dell'ignoranza il loro fortino. In settimana nel cortile della chiesa un allegro gruppetto di ragazzini giocava e schiamazzava, tutti mascherati, felici del "curioso" giorno di festa. Tutti ma non tutti. Una bimbetta se ne stava sola, triste triste, seduta sulla panchina. Mi sono avvicinato: " E tu? Niente maschera? " . " Mamma ha detto che non si può fare, Gesù si dispiace " . " E chi glielo ha detto? " .

    " Il suo prete " . Ma vi rendete conto di quanto danno? Fosse solo l'innocenza di questa bambina tradita dalla fanatica arroganza di quattro analfabeti di speranza già basterebbe. Quando siete alla frutta, quando non sapete più che pesci pigliare, quando non avete più argomenti per convincere il mondo con le vostre parole inutili, ecco che spuntano le corna del diavolo per intimorire quegli ultimi sopravvissuti alla religione della paura.

     

    Se pure fosse vero, ragiono per assurdo, proprio la vostra insistenza stupida a trasformare una mascherata infantile e burlesca in affare infernale la rende più suggestiva per chi già di suo ha perso le cervella e fa del satanico arte di intrattenimento per una vita inutile. Se il diavolo esiste, e per quanto mi riguarda non faccio obiezioni, dovrebbe essere più scaltro di quanto lo descrivete e di sicuro lo è, di certo preferisce le ricche corti, le corrotte curie, le tavole imbandite dei potenti, il gioco al massacro della finanza, della politica dell'odio e dei partiti dei signori della guerra a tutti i costi. Si traveste, si camuffa, si trucca non certo con quattro pezze colorate per fregare una notte con dolcetti e scherzetti alla luce di una zucca illuminata e a fare da spalla alle grida sguaiate di quattro scalmanati che restano tali oltre la festa.

    È a suo agio nei vestiti in doppiopetto di chi in nome della solidarietà si è arricchito, negli strascichi profumati di incenso di chi ha violato la trasparenza dell'infanzia, di chi per trenta denari tradisce la verità sapendo di farlo. Parlate del diavolo come se lo conosceste, se fosse una divinità a sé stante, un contraltare su cui celebrare la vostra vittoria, quella di chi come mestiere dovrebbe conoscere l'amore di Dio, la fiducia nell'uomo, la grazia del perdono, l'accoglienza del diverso e invece si fa portavoce del maligno.
     

    Se uguale fosse stato l'impegno di certa chiesa che se la prende con Halloween nel difendere i suoi figli dagli orchi di casa sua, da quelli che per decenni incontrollati hanno rubato il sorriso dei fanciulli, seviziando la loro carne e il loro futuro, forse la sua denuncia di questi giorni non sarebbe più comprensibile ma più onesta, più coerente. Tanto impegno contro Halloween, e contro i demoni di casa nostra?
     
    E inoltre è possibile che ancora facciamo leva sull'ignoranza, sulla superstizione, che ancora non abbiamo imparato dalla storia che la superstizione non ha successo se non nel breve periodo, ottenendo, da chi non si lascia manipolare, antipatia crescente nei confronti della Chiesa? Di brutte figure nella storia già ne abbiamo fatte troppe. Penso ai roghi, alle condanne sommarie di chi la pensava diversamente per fede, per politica, per cultura, a quanto è stato reso infelice l'umano per il sospetto clericale che il demonio si infiltrasse in ogni azione, in ogni diversità, in ogni spazio di libertà, di allegria umana che non fosse riconosciuta lecita e approvata dall'autorità ecclesiastica. Che fine ha fatto il limbo che per secoli ha costretto bambini innocenti a restare bloccati alla periferia della salvezza? Vogliamo parlare della condanna inflitta a chi praticava la chirurgia considerata arte medica demoniaca, perché "squartava corpi" destinati alla resurrezione della carne?
     
    Perfino un Concilio la riteneva opera "dell'antico nemico che lavora insistentemente per far cadere le inferme membra della Chiesa". O forse, parlando di spazi meno "intellettuali" e accostarci meglio ad Halloween, ad attività ricreative più legate al divertimento, vogliamo ricordare quanto la Chiesa affermava riguardo al tango argentino, ballo da postribolo, severamente vietato, da confessare come peccato mortale? Il mondo ha le sue feste e i suoi riti, spesso diversi da quelli della Chiesa, e meno male, spesso lontani dal suo costume, ma non per questo demoniaci. Il credente tra gli uomini è uno fra tanti e la sua resta una proposta che come tale è aperta all'incontro e al confronto con la differenza. Basta accettare la diversità del mondo senza subirlo e soprattutto senza ripudiare i propri convincimenti, provando a ripetersi quello che qualcuno più saggio solennemente proclamava durante il Concilio Vaticano II: "Tutto ciò che umano interessa la Chiesa".
     
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    Senza polemica con il Governo. Vorrei solo abolire la povertà

    I poveri in Italia in dieci anni sono triplicati: lo dice l'ultimo Rapporto Caritas. Dal 2007 sono aumentati del 182 per cento, uno su due è giovane o minorenne. In crescita anche i senza dimora. Forse per troppo tempo non abbiamo compreso appieno quanto un'economia basata sulla costante violazione del rispetto tra gli uomini possa condurre a pericolosi cataclismi sociali. Mai avremmo potuto immaginare di doverci trovare di nuovo a ribadire quanto, all'indomani del Concilio Vaticano II, affermava Paolo VI, finalmente santo: " Oggi, il fatto di maggior rilievo, del quale ognuno deve prendere coscienza, è che la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale".

    Credevamo che la globalizzazione dei mercati portasse ulteriore benessere, ricchezza per tutti, e invece abbiamo globalizzato la povertà. Come sempre nelle grandi trasformazioni epocali della società sono gli ultimi, quanti dentro la storia ne restano ai margini, a pagare il prezzo del progresso, del benessere di chi decide per tutti il destino della storia. D'altronde, non servono statistiche per comprendere quanto sia drammatica oggi la situazione: chi fa fatica ad arrivare a fine mese è sempre più schiacciato da un'economia senza controllo che rispetta le regole del mercato, ma non rispetta l'uomo.

    I poveri ci sono sempre stati, è vero, ma un tempo in tante città, come a Napoli, anche chi aveva poco poteva vivere grazie a quella economia del vicolo che permetteva anche alle famiglie numerose di far quadrare il pranzo con la cena. Esistevano mercati a misura d'uomo che consentivano a tutti, a ognuno secondo le sue possibilità, di soddisfare le proprie attese. E tutto questo porterebbe a considerare che forse il reddito di cittadinanza voluto dal governo gialloverde andrebbe nella direzione di alleggerire il dramma descritto dalla Caritas. Ma lo stesso Don Francesco Soddu, direttore della Caritas Italiana, commenta: " La povertà non è solo mancanza di reddito o lavoro: è isolamento, fragilità, paura del futuro. Dare una risposta unidimensionale a un problema multidimensionale, sarebbe una semplificazione che rischia di vanificare ogni impegno finanziario".

    Ho conosciuto Muhammad Yunus, oggi Premio Nobel per la pace, che ha fondato la Grameen Bank, un istituto indipendente che pratica il microcredito senza garanzia, anzi, è molto di più. Ha come scopo lo sradicamento della povertà in un paese come il Bangladesh che è per antonomasia il paese della povertà senza speranza, tanto è vero che i 30 miliardi di dollari affluenti in Bangladesh nel quadro degli aiuti internazionali non sono riusciti a smuovere una situazione ormai radicata, come non riusciranno a smuoverla in Italia i dieci miliardi destinati al reddito di cittadinanza. " Tutti", scrive Yunus, "sono concordi nel pensare che non vi sia miglior rimedio alla povertà della creazione di posti di lavoro.

    Gli economisti, tuttavia, riconoscono soltanto una forma di lavoro: il lavoro salariato (...). Quando i nostri antenati sono apparsi su questo pianeta, non hanno cercato qualcuno che li facesse lavorare. Se così avessero fatto, la razza umana sarebbe estinta da tempo. Essi hanno preso in mano il proprio destino e si sono inventati le proprie attività: la raccolta e la caccia, in seguito l'agricoltura. Sono stati da sempre lavoratori indipendenti. I manuali di economia ignorano il termine lavoro indipendente; e siccome gli economisti lo hanno cancellato dai propri libri, i politici lo hanno cancellato dalle proprie menti. Offrire sbocchi al lavoro indipendente mediante la creazione di istituzioni e di politiche appropriate è la migliore strategia per eliminare la disoccupazione e la povertà".

    Già. Senza fare assistenzialismo, Yunus è riuscito, attraverso il microcredito, a far riemergere la creatività e l'ingegnosità dell'essere umano, riportando l'economia dalla sua degenerazione in scienza degli affari alla sua originale vocazione di scienza sociale, di ritorno all'economia del vicolo direi. Di fatto, la Grameen Bank, pur essendo a tutti gli effetti una banca, non si limita al prestito, ma incide sulla ristrutturazione del tessuto sociale in una realtà che sembrava chiusa in schemi rigidi, fissi, inamovibili.

    Se il sistema del microcredito funziona nei villaggi più poveri del mondo, può e deve poter funzionare in tutti i paesi in cui la crisi economica e lo spettro della disoccupazione stanno spazzando via l'illusione del benessere a ogni costo. Non voglio aprire un'ulteriore polemica con il governo, vorrei che il loro sforzo di " abolire la povertà" davvero potesse inseguire visioni di liberazione piuttosto che tentazioni di propaganda.

    Il microcredito è un'esperienza già consolidata di restituzione di dignità, l'assistenzialismo non lo è. Perché non rifletterci?
     

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    Quel Fascismo che incanta

    "Il Fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità". Ci sono dei momenti della storia in cui è necessario lasciarsi provocare da chi la storia l’ha fatta prima, da chi maestro per il suo passato ha visto e poi raccontato perché chi venisse dopo di lui non dimenticasse, così che ci fosse nel futuro un barlume di verità capace di rendere ancora possibile la libertà conquistata a duro prezzo. Ho tra le mani in questi giorni alcuni scritti del grande Ennio Flaiano che mi piacerebbe condividere con quei pochi lettori che ancora hanno la pazienza di leggermi e ancora potranno farlo finché in questo Paese governato da gente come Rocco Casalino, a cui va poco a genio che esista libertà di opinione, sarà ancora possibile farlo.

    "In questi tempi l’unico modo di mostrarsi uomo di spirito è di essere seri. La serietà come solo umorismo accettabile". In questo epigramma, appuntato sul taccuino Don’t forget del 1976 a margine del Diario degli errori, Ennio sintetizza la sua teoria dell’umorismo: far pensare, provocare per rischiare parole di verità. E rischiava parole sorridendo, pesanti come macigni che oggi suonano come profetico presente: " Vorrei soltanto che Dio, o chi ne fa le veci, tenga lontano da questo paese un sistema politico che ci costringa daccapo a credere, a obbedire e a combattere, o a essere migliori di quello che siamo". Il " me ne frego" di Salvini e " gli italiani prima" annunciano nei titoli che il film già mandato nelle sale è di nuovo in programmazione."

    Il Fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli altri le cause della sua impotenza o sconfitta." Fascista oltre il nome è un sistema comportamentale, è un modo di essere che trascina i mediocri a sentirsi forti nel branco degli ignoranti, che gridano slogan di destra o di sinistra poco importa per far rumore, per convincersi che democratico è il fatto che tutti la possano pensare nello stesso modo anche se sbagliato e questo possa trasformare da solo una menzogna in verità, costringendola semmai perfino con la prepotenza ad essere come conviene alla massa. "Il fascismo è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista". Capace di incantare con parole di fumo, pronto a dire il contrario di quanto ha detto, a vestire i panni dell’uomo di libertà che indossa da clown nel circo degli ominicchi che l’applaudono solo per sedersi al tavolo della futura spartizione.

    "È cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui". Della volgarità sa farsi vanto rendendo " democratica" la bassezza d’animo per cui vale cimentarsi in ogni grossolanità o rozzezza. Sa circondarsi di "benvestiti" solo per nascondere il tanfo dei cuoi cenci. "Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri". È bene che la Chiesa ricordi i suoi passati accordi con chi fascista ha consegnato Dio ai suoi commerci, ricordi il tradimento del vangelo il giorno in cui i suoi preti hanno osannato l’uomo della provvidenza che ancora si ripresenta puntuale nel gioco dei nuovi signori della storia, di quel dispotismo ora morbido che può trasformarsi in un solo istante, al momento opportuno, in tirannia. Perché "Il fascista è disposto a tutto purché gli si conceda che lui è il padrone, il padre".

    Profezia di chi disgustato dal suo tempo fece dell’ironia arma per svestire i potenti, Ennio Flaiano sapeva che la responsabilità della mediocrità volgare al potere era di chi aveva permesso che questo accadesse, di quegli intellettuali manichini deboli e frivoli smerciati e venduti dall’industria culturale per soddisfare le esigenze di un pubblico sempre più esigente e "ignorante", meno interessato all’arte fine a se stessa: "Batte le mani il pubblico a chi sputa per aria". Amo la libertà, amo ancora credere che finalmente l’Italia si svegli da questo incubo in cui è ricaduta. Non mi fanno paura le marionette al governo, temo chi ne muove i fili, chi con lucida follia, nascosto nelle tenebre, vuole portare non solo fuori dall’Europa, non solo fuori dall’euro ma fuori dal mondo libero il nostro Paese. Ed io non voglio sentirmi ripetere dalla mia coscienza: "T’avevo avvertito".
     

     

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    Datemi un sorriso e solleverò il mondo, datemi speranza e il mondo sarà migliore

    Ci andrà la Chiesa nostrana con vescovi e apparati e come vorrei che lo spirito d’Assisi, non quello rubato a slogan melliflui e preconfezionati, ma quello originato dalla strategia coraggiosa di Vangelo, quella che ha fatto del Serafico l’uomo della rivoluzione cristiana, fasciasse di significato le scelte della comunità ecclesiale, la sua visione, la sua improcrastinabile conversione pastorale. Francesco a ragione viene considerato il santo più rappresentativo del millennio passato, tanto che perfino un giornale profondamente laico come il Times, quando ha dovuto scegliere a chi dedicare la copertina per indicare l’uomo del millennio, non ha avuto dubbi nell’attribuirla a Francesco.

    Certo la sua storia è intimamente rappresentata dalla scelta di abbracciare sorella povertà donando sé stesso, più che le sue sostanze, agli ultimi. Ma in realtà la sua profonda conversione è intimamente linguistica, rivoluzionaria nei segni e nelle parole che poco erano frequentate nella Chiesa del tempo e probabilmente anche nella nostra. Francesco davvero annunciava il Vangelo come una bella notizia, esigente, impegnativa, trasformante, ma una buona nuova con tutto il coraggio dell’allegria necessaria per convincere i fratelli che la gioia non è peccato.

    La rivoluzione che Francesco portò in quel mondo di papi e re, in lotta tra loro per stabilire chi fosse il primo e il più grande, era una rivoluzione di senso, di passaggio di parola che pur considerando i dolori della vita, le miserie e le sofferenze, l’enorme ingiustizia per il divario tra chi aveva tutto e chi non aveva niente, proponeva il sorriso come rimedio, uno stile che riconsegnasse l’uomo ad una visione positiva della vita.

    Troppo spesso abbiamo permesso che il cristianesimo, soprattutto ai giovani, arrivasse come la religione dei vinti, che induce alla tristezza, alla rassegnazione, alle rinunce in attesa di una gioia futura che sembra rinnegare la felicità sulla terra, quasi che il vivere stesso fosse un peccato da cui redimersi. In molti, e non solo i giovani, erroneamente si sentono chiamati a subire i soprusi, a volgere l’altra guancia, non per spezzare le catene dell’odio, ma perché, come spesso si dice, il Signore ti mette alla prova, come se bisognasse per forza soffrire per conquistare il cielo e non bastassero da sole le pene che la vita già ti riserva.

    Troppo spesso il linguaggio della Chiesa, e non solo quello verbale, è pesante, rischioso di pene, di castighi, di paura. Non è quello della gioia che la Parola sussurra: “Non abbandonarti alla tristezza, non tormentarti con i tuoi pensieri! La gioia del cuore è la vita dell’uomo, l’allegria di un uomo è lunga vita” (Sir.30,22-23). Chi entra in una chiesa a trovare conforto è più facile che si trovi in un ambiente buio tra il freddo dei marmi e l’odore acre dei fiori che richiamano alla mente il cimitero. Ho trovato scritto su un foglietto domenicale di una parrocchia una riflessione che condivido appieno: “È un miracolo che il cristianesimo esista ancora, nonostante i cristiani".

    Nonostante le loro facce appese, i loro discorsi complicati, i loro problemi morali, i loro canoni e le loro regole. Chissà, mio Dio, cosa farebbe il tuo Figlio, se decidesse di tornare sulla terra per una nuova incarnazione. Probabilmente si terrebbe lontano dalle chiese troppo glaciali, dalle parrocchie troppo formali, da quelle prediche in cui il vangelo sembra diventato geometria e aritmetica, e il regno di Dio un problema da risolvere con stecca e squadra e l’ausilio di un goniometro”. “ Dove diavolo nascondete la vostra gioia?”, chiedeva Georges Bernanos ai cristiani.

    Certo, è difficile vivere nella gioia quando quotidianamente siamo travolti da uno spaventoso tsunami di cattive notizie, difficile chiedersi come possa vincere l’allegria quando nel mondo i bambini muoiono di fame, dove ogni giorno i volti di migliaia di persone sono inondati di lacrime. In noi stessi non mancano motivi di tristezza per le difficoltà economiche, per la salute malferma, per le nostre precarie relazioni familiari, per le nostre sconfitte. Tuttavia, una fede senza allegria, senza speranza è senza futuro, è senza Dio, cartastraccia per coprire piaghe senza guarire. Datemi un sorriso e solleverò il mondo, datemi speranza e il mondo sarà migliore.
     

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    San Gennaro. Che Napoli sciolga i suoi antichi mali

    Napoli dedica la settimana al suo patrono, il martire Gennaro, protettore della città, della Campania e del meridione d'Italia. È una ricorrenza che travalica il religioso e si insinua nel sentimento di appartenenza di un popolo che si sente abbandonato, che non sa più di chi fidarsi, a chi lanciare il proprio grido di frustrazione.

    Qualche tempo fa ebbi un confronto in un dibattito radiofonico con la compianta astrofisica Margherita Hack, la quale sostenne che il sangue del Santo altro non è che un poco di sciroppo colorato che si scioglie a comando, buono solo per alimentare la superstizione dei creduloni. Non mi sorprese la sua opinione, peraltro condivisa da tanti, ma nonostante restassi fermamente convinto del carattere prodigioso dell'evento, della fede semplice e sincera di quanti credono nella liquefazione del sangue di San Gennaro, non mi sfuggì la possibilità effettiva di un rischio di fuga nell'infantilismo religioso, probabilmente sfruttato anche dalla Chiesa e dai governi di ogni tempo per amministrare una realtà sociale non sempre governabile. La domanda da porsi è allora questa: il prodigio è segno di liberazione e riscatto per Napoli e il meridione o una fuga omeopatica per cercare soluzioni nel mistero, dato che dal quotidiano vivere non ne arrivavano ancora?

    Napoli viene definita la città dei sangui e il rimando alla sua stessa natura non è sottaciuto da diversi commentatori che vedono un legame fortissimo tra il sangue del martire e il color porpora dei significati propri di appartenenza alla città e alla sua gente: vigore, passione, fantasia color sangue, gente sanguigna che non colma nella moderazione il suo vivere, ma nell'esagerazione. Eppure, la storia di Napoli, benché gloriosa, sembra essere, più che sanguigna, dissanguata da lotte di liberazione mai portate a termine e da progetti mai realizzati. Più facile aspettare che scorra il sangue di Gennaro, che lasciar scorrere il proprio per restare fedeli all'impegno civile e al rispetto del bene comune. E mentre le aule ecclesiastiche si sono riempite per secoli di fedeli, la città si è svuotata di cittadini, napoletani che ancora non riescono, forse anche per una mancata coerenza tra messaggio e vita, a coniugare Vangelo e società.

    Napoli aspetta più volte l'anno il prodigio del sangue e questo la rende tra le città del mondo più religiose, forte di una fede popolare difficile da rintracciare altrove. Tuttavia, l'attesa del prodigio fa parte della sua stessa struttura psicologica, il suo essere città dell'attesa e non della concretezza, sempre in bilico tra la speranza ottimistica e il fatalismo. Una condizione che spegne sul nascere progetti a lungo termine che avrebbero bisogno di coraggio e di un paziente lavoro di verifica costante tra l'annuncio del possibile traguardo e la strada faticosa da intraprendere.

    Napoli è famosa per la liquefazione del sangue, ma liquefazione rimanda a fluente, liquido, un termine che a detta di Bauman descrive la nostra società. E in realtà qui si palesa la più grande delle contraddizioni: mentre il sangue di Gennaro si scioglie, Napoli rimane un grumo perennemente solido, ferma come la finale del famoso dramma di Beckett che mentre annuncia la partenza, mostra sul palco gli attori immobili. Ferma tra programmi e realizzazioni, tra teatrali annunci e inconsistenza di struttura. Anch'io aspetto il giorno del prodigio, ma spero che insieme al sangue di Gennaro si sciolga, per chi crede e chi non crede, la verità che libera: il prodigio di una città che, forte della propria memoria, dei propri mezzi, della sua gente, raccolga tutte le sue forze per legare al grande prodigio del sangue che si scioglie, una città prodigiosa, forte di passione civile, capace di sciogliere i suoi antichi mali.

    *Gennaro Matino, teologo, scrittore, docente di teologia pastorale e parroco a Napoli

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    Violenza. Denunciare è un atto di amore

    Violenza sulle donne, ancora. Insopportabile catena di dolore, vergogna, abuso. Non bastano appelli, non riesce il tam tam quotidiano di nuovi crimini a far ragionare chi si sente autorizzato a far prevalere la forza bruta sul dialogo, chi forte di codici d'onore disumani si fa giustizia ferendo, brutalizzando, perfino uccidendo chi una volta si diceva amore, chi ancora pensa che una donna sia proprietà personale, che deve essere sua e di nessun altro. Ultima ma non ultima la giovane donna accoltellata sul lungomare di Napoli dal suo ex, insopportabile per lui vederla al braccio di un altro uomo.

    Subcultura che viene da lontano e non muore, che anzi si rafforza di nuovi significati, si colora di nuovo linguaggio, si attrezza con nuovi strumenti di tortura dovunque una donna abbia la cattiva sorte di capitare sulla strada di un compagno, amante, amico, sposo, padre o figlio che si sentono suoi padroni e non accettano insubordinazioni, non osano nemmeno pensarlo.

    Poche ancora quelle che denunciano, poche quelle che riescono a farlo soprattutto per quella violenza subita tra le mura di casa costrette al silenzio per mantenere il buon nome della famiglia. Quante ne ho accolte nella mia vita pastorale e quante ne ho ascoltate, difficile convincerle che essere cristiani non significa perdonare se il sopruso si ripete.

    Il primo dovere di chi crede è difendere la dignità della propria vita che si è avuta in dono, è peccato grave subire senza reagire, senza dare valore anche alla propria sofferenza che diventa offerta solo se pretende la conversione del reo. La santità non può essere passata come subire e tacere e di sicuro di modelli a riguardo ne abbiamo offerto tanti, troppi. Criminale ancora più spietato chi in quel silenzio complice riesce a giocare il doppio ruolo di padre e marito devoto fuori casa e di torturatore in casa, tanti nella città borghese dove non t'aspetteresti, dove il perbenismo dilaga e il disastro relazionale si espande a vista d'occhio. Meglio separarsi che dannarsi, meglio trovare una via di fuga che accettare una violenza ingiusta che grida al cospetto di Dio.

    Anche noi preti, forse in buona fede, di certo per ignoranza, siamo stati complici dei torturatori, per troppo tempo abbiamo permesso come Chiesa che questo scempio avvenisse, come se fosse normale che una buona moglie, una buona compagna accettasse "qualche debolezza" del partner per il bene della famiglia, perché la famiglia andava difesa a tutti i costi.

    Non è vero, è una menzogna contro il Vangelo che invece rivendica alla verità tutta intera il dominio della libertà, che come massima lancia la sfida: "Non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te" e che peraltro perfino nei Codici canonici ritiene giusta una separazione per violenza subita. Capisco che non sia facile per chi ama ancora denunciare, ma quale amore è possibile da chi ha trasformato le parole di incontro in menzogna, sopruso, inganno, dispregio per la vita dell'altro? Capisco che si nutra la speranza che un giorno la situazione possa cambiare in meglio e che l'uomo di cui si è innamorati si penta, cambi, e che smetta di rendere la loro vita un inferno. Ma quando un uomo alza le mani su una donna probabilmente è già troppo tardi e se una possibilità sussisterebbe sarebbe nel parlarne, farsi carico della denuncia dell'amato per salvare l'amore, perfino il compagno, forse, di sicuro la vita.

    Denunciare è un atto di amore, è esperienza di libertà e forza di civiltà. Lo è anche di sicuro quando la violenza la subisce l'uomo e di questo in realtà si parla di meno, per vergogna. È un altro tema, un altro argomento? Non credo, se di violenza vogliamo parlare, se la libertà vogliamo difendere, allora è bene non confondere, certo, ma è meglio non occultare, non nascondere sotto il tappeto del politically correct la spazzatura di soprusi perpetrati da donne ai danni dei loro uomini. Non c'è paragone di sicuro, femminicidio è parola che è stata coniata apposta.

    Ma l'inciviltà delle relazioni tradite ormai dilaga oltre i sessi, oltre i ruoli. Mariti cacciati di casa che perdono in un istante i figli e la moglie e si ritrovano a vivere in macchina, violenza senza appello anche se innocenti, tacciati dei più infamanti epiteti solo per giustificare la scelta egoistica di una parte, obbligati agli alimenti pur sapendo che a volte saranno costretti alla povertà.
    La violenza è contro le donne, ma quella contro gli uomini è meno violenza e dimenticarlo rende meno credibile la giusta lotta, meno comprensibile la protesta. Vorrei un mondo senza violenza, sempre, in ogni caso. Mentre il caldo di ferragosto ancora prova a insidiare il sonno, non dorme la ragione dei giusti, non può assopirsi nel tempo dove più che mai c'è bisogno di un pensiero di pace, per le donne, per gli uomini.

     

    *Gennaro Matino, teologo, scrittore, docente di teologia pastorale e parroco a Napoli

     

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    Quando si vede con occhi che non vedono

    Quattro passi di una domenica pomeriggio afosa e lo sguardo oltre i cancelli chiusi da tempo del " Domenico Martuscelli" a Napoli, memoria di solidarietà e cura.
    Nei miei primi anni di insegnamento mi è capitato tra quelle mura, in quel giardino di fare un’esperienza straordinaria. Mi fu affidata la cattedra di religione per i ragazzi non vedenti che frequentavano la scuola. Erano poche classi miste di media inferiore, frequentate ognuna da pochi ragazzi. Forse sono stati gli studenti più incredibili che abbia mai avuto.

    Uno può pensare che per il fatto che ti trovi dinanzi giovani con un handicap così significativo, marcato, tu abbia difficoltà nel parlare, nello spiegare, nel comunicare la vita che è fatta anche di immagini, di colori, di sfumature, di luce. È certamente impegnativo, faticoso trovare un punto di contatto con chi ha linguaggi che non sono immediatamente i tuoi, parole che non possono tutte essere comprese nello stesso modo come tu le pronunci, le conosci. E tuttavia quando superi la barriera linguistica che ti divide da loro, scopri che affascinante mondo si sveli dinanzi ai tuoi occhi. Quanto tu possa donare loro, ma quanto hai da imparare da loro! Si dice che abbiano sviluppati altri sensi, ed è indubbiamente vero che il tatto, l’udito, l’olfatto tentano di compensare la mancanza di luce. Ma la verità è che essi vedevano con il cuore e attraverso il cuore.

    Quando capivano che erano amati, vedevano oltre. Erano ragazzi che per lo più vivevano lontani dalle loro famiglie, e non sempre circondati da affetto. Certo non mancavano di nulla: erano perfettamente accuditi e ognuno di loro aveva abbastanza capacità di autogestirsi. Qualcuno aveva perfino calcolato, passo dopo passo, l’area del grande parco dell’istituto e ogni tanto ne approfittava per fare quattro passi da solo. Qualcuno si avventurava anche all’esterno, nelle vie del Vomero. Ma in tanti era evidente che non solo la luce del sole era assente. E se venivano a mancare risultati scolastici, molto spesso non era per negligenza. Era per solitudine. Per la nostalgia d’affetto. Un giorno ero disperato. Non riuscivo assolutamente a spiegare un concetto che avevo nella mente, che credevo fosse necessario per loro per aprirsi alla meraviglia del creato. Non solo erano non vendenti, ma molti di loro non erano mai usciti dall’istituto. Provate a immaginare che idea di Dio possa avere un ragazzo in tale situazione. Quale idea del mondo, degli altri, della natura che lo circonda. Come possa immediatamente avvertire che Dio è Padre e Madre, quando la gran parte di loro, senza colpa di nessuno, era difficile che incontrasse i genitori se non per le grandi feste. E tuttavia avevo una responsabi-lità, dire che la vita era bella.

    Non sapevo proprio da che parte iniziare. Come fare per farmi accettare con il cuore da quei ragazzi? Certamente di caramelle e cioccolatini avevano fatto a più riprese l’esperienza: ma non bastava. Decisi che avrei rischiato. Era difficile ottenere un permesso, ed era comprensibile, di portare fuori istituto i ragazzi, se prima non fossero arrivate tutte le autorizzazioni. Era complicato muovere l’iter burocratico per fare cose al di fuori dell’organizzazione scolastica. Ma come professore di religione, e vicario nella parrocchia accanto all’istituto, mi era concessa la possibilità, di volta in volta, di portare una classe, che non era composta più che di cinque, sei studenti, in chiesa per partecipare alla messa. Approfittai di questa concessione e con una deviazione di itinerario, complici i ragazzi che sarebbero venuti in chiesa solo per uscire dall’istituto, sicuro che avrebbero mantenuto il segreto, a turno con un pulmino 850 Fiat li portavo sugli scogli di Posillipo a sentire il mare. Li facevo sedere ordinati e loro ascoltavano commossi il frangersi delle onde sugli scogli. Aspiravano forte. Poi ridevano fragorosamente. Ti commuoveva vederli carichi di novità. E quante domande a cui dovevi rispondere! Spiegare e finalmente fare quello che ti era impossibile in classe: descrivere, dipingere la loro immaginazione dei loro colori, quelli conosciuti solo da loro, nel silenzio della loro mente. E sembrava che il mare passasse nei loro cuori attraverso il loro naso, le loro orecchie, e la mia voce.

    Un giorno ritornando da una di queste improvvisate gite rubate, uno di loro, Pietro, che spero oggi sia felicemente sposato come lui desiderava, per avere finalmente una famiglia che non aveva mai avuto, mi disse: « Grazie, Prof. Grazie a nome di tutti. Oggi sei stato i nostri occhi»! Da allora altro desiderio non mi è dato da "maestro" e da "discepolo" di aprire gli occhi, i miei e di chi mi è stato affidato. Altra lotta non credo esista in tempo di tenebra.

    *Gennaro Matino, teologo, scrittore, docente di teologia pastorale e parroco a Napoli

     

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