Scontro di populismi

Carlo Di Stanislao (April 12, 2011)
La recente affermazione del Tea Party negli Stati Uniti e le ricorrenti ondate anti-immigrati, anti-islamici e anti-rom che scuotono il mondo conservatore europeo mettono seriamente in discussione la stessa idea che esista una “destra normale”, non tentata dalle sirene e dai toni violenti dei “tribuni della plebe” e pongono nuovamente al centro del dibattito internazionale il tema del “populismo”.


Una distanza infinita, ben superiore agli effettivi tre secoli di storia, separa la Francia di oggi da quella generata dalla prima delle rivoluzioni liberali. Come scrisse un anno fa Nicaolau Merker in “Filosofia del populismo”, uscito per i tipi di Laterza, la recente affermazione del Tea Party negli Stati Uniti e le ricorrenti ondate anti-immigrati, anti-islamici e anti-rom che scuotono il mondo conservatore europeo mettono seriamente in discussione la stessa idea che esista una “destra normale”, non tentata dalle sirene e dai toni violenti dei “tribuni della plebe” e pongono nuovamente al centro del dibattito internazionale il tema del “populismo”.


E ferocemente populista e fortemente reazionario è l’atteggiamento assunto dal governo francese circa l’attuale emergenza migranti dal Nord-Africa, con blocchi a Ventimiglia e ferocie minacce al nostro governo. E guerra a questa Francia, dopo una prima fase di netta contrarietà all’accoglienza, la fa anche la Lega, con retromarcia sui permessi temporanei, sostegno all’operato di Berlusconi, che recentemente ha firmato i permessi ai circa 25mila nordafricani arrivati in Italia dal primo gennaio al 5 aprile e muso duro contro i francesi. Parigi ha risposto con uno stile simile a quello del Carroccio: il ministro degli Interni Gueant non ha detto “fora da i ball” mai ci è andato vicino, affermando: “Non accetteremo un’ondata di immigrati dall’Italia” e fornendo così al traballante Maroni, come ha notato l’Unità, un assist importante ed un invitante capo espiatorio.


“Da Parigi c'è stato un atteggiamento di ostilità”, ha tuonato il ministro dell’Interno Maroni durante la sua relazione al Senato, ringalluzzito dall’insperato autogoal francese, poi rincarando: “A meno che non esca da Schengen o sospenda il trattato, la Francia non potrà fermare la libera circolazione dei tunisini, già sbarcati in Italia”. Ma, intanto, in Aula, con un giro di parole, ha spiegato che i permessi “saranno concessi a chi ha manifestato l’intenzione di andare in un altro Paese europeo”. Piccola dimenticanza: i tunisini che intendono restare in Italia e che ugualmente avranno il permesso, per i quali sarà allestita l’accoglienza dalla Protezione civile e dalle Regioni, dovranno essere assistiti dal nostro Paese, come precisa l’accordo governo-Regioni siglato mercoledì sera e illustrato poi al presidente Napolitano. “Come mai Maroni si è dimenticato di dire che gli immigrati vanno assistiti anche se rimangono in Italia?”, si è domandato poi Bersani, concludendo che: “Probabilmente non ha voluto dire quello che la Lega non vuol sentire”.


Populismo, come si vede, sempre populismo, comunque lo si guardi. Ernesto Laclau in “La ragione populista” (Laterza, 2008), fa coincidere con la forma stessa della cosiddetta politica recente l’affermarsi diffuso del populismo. In altre parole, il problema centrale con cui si è costretti a misurarsi quando si parla del populismo è a quali domande si proponga di rispondere e quali sfide metta in campo, più che il suo appartenere esplicitamente a una precisa “tradizione politica”. In questa prospettiva il sociologo tedesco Ulrich Beck legge, ad esempio, fin dalle prime pagine di “Potere e contropotere nell’età globale”, dello scorso anno, la crescita della nuove destre populiste alla luce della sua visione del mondo globalizzato: “Il successo del populismo di destra in Europa (e in altre parti del mondo) va inteso come reazione all’assenza di qualsiasi prospettiva in un mondo le cui le frontiere e i cui fondamenti sono venuti meno. L’incapacità delle istituzioni e delle élites dominanti di percepire questa nuova realtà sociale e di trarne profitto dipende dalla funzione originaria e dalla storia di queste istituzioni. Esse furono create in un mondo nel quale erano ancora pienamente valide le idee di piena occupazione, di predominio della politica nazional-statale sull’economia nazionale, di frontiere funzionanti, di chiare sovarnità e identità territoriali”.


E’ in questa ottica va vista la crisi fra i due governi di destra, l’italiano ed il francese. E ancora più arroventato dai reciproci populismi, sarà l’incontro fra Berlusconi e Sarkozy, il 26 aprile prossimo. Sono lontanissimi i tempi dei sorrisi fra i due leader della destra populista, quelli del febbraio 2009 e dell’accordo tra l’italiana Enel e la francese Edf, per la costruzione di quattro centrali nucleari nel nostro Paese, con tanto di approvazione alla Camera del ddl dell’allora ministro dello Sviluppo Scajola, in cui veniva istituita l’Agenzia per la sicurezza nucleare in un Paese denuclearizzato come l’Italia. Ora i due populismi si affrontano su un tema scottante e se lo rimpallano, senza intezione di superarlo o risolverlo, ma col solo scopo di non scontentare i propri elettori.




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