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Il vero mestiere della Chiesa

Gennaro Matino (January 16, 2018)
Il destino della Chiesa si gioca sulla sua capacità di essere credibile nella Parola che annuncia, comprensibile nella verità che passa, creduta oltre il detto. “La sfida grande della Chiesa oggi è diventare madre, non una Ong ben organizzata”. Capisco che è difficile cambiare i paradigmi interpretativi in un mondo in rapido mutamento, capisco che quando Papa Francesco fa affermazioni come questa rischia, ma rischierebbe di più e con più vantaggio per la Chiesa se oltre le parole dicesse o facesse dire alla Chiesa gerarchica come realizzare il cambiamento, come far mutare le strutture di governo ecclesiastico e di annuncio della Parola.
 
“La sfida grande della Chiesa oggi è diventare madre, non una Ong ben organizzata”. Capisco che è difficile cambiare i paradigmi interpretativi in un mondo in rapido mutamento, capisco che quando Papa Francesco fa affermazioni come questa rischia, ma rischierebbe di più e con più vantaggio per la Chiesa se oltre le parole dicesse o facesse dire alla Chiesa gerarchica come realizzare il cambiamento, come far mutare le strutture di governo ecclesiastico e di annuncio della Parola.

Questo non c’è, non si vede all’orizzonte, anzi, dal mio modesto punto di osservazione del tutto criticabile, si ha la sensazione di una regressione di significato originario della Chiesa, di un allontanamento sempre più marcato tra la sua vocazione e la missione che è chiamata a svolgere. Per assurdo cedere alla tentazione di restare per lo più solo una Ong, proprio quello che il Papa avrebbe voluto evitare. Certo la stampa darà risalto a quello che sembra essere originale senza esserlo, mentre la Chiesa resta senza la sua identità originante che è l’annuncio della salvezza, il passaggio di parola per incarnare il Verbo nella complessità degli avvenimenti umani.

La generosità, l’operosità della Chiesa a favore degli ultimi è senza alcun dubbio una delle vie di comunicazione, ma con essa non si esaurisce il Vangelo, anzi solo con essa si lascia campo libero a spazi di improvvisazione ecclesiastica che, mettendo l’annuncio in stato subordinato all’assistenza sociale, relegano il messaggio del Maestro di Galilea a scuola di buone maniere, di buoni sentimenti, un dettato di buoni propositi lontano dalla sua forza rivoluzionaria: annunciare la resurrezione dei morti, la salvezza universale, la speranza contro ogni speranza. Per poter lanciare la sua sfida di Vangelo è indubbio che la Chiesa dovrà ricercare strategie di comunicazione che rendano comprensibile il messaggio alla differenza degli uomini, ma dovrà prima di tutto tener conto che per essere fedele a quel messaggio non potrà svenderlo per nessun consenso umano, per nessuna forma di propaganda, per nessuna necessità di aggiustamento alle richieste del mercato della comunicazione mediatica.

E per quanto mi riguarda, è qui che si gioca il destino della Chiesa, sulla sua capacità di essere credibile nella Parola che annuncia, comprensibile nella verità che passa, creduta oltre il detto. Certo, e ci mancherebbe che in forza dell’Amore la Chiesa non testimoniasse la sua profezia di carità negli avvenimenti tragici della storia. Ma mentre in questo campo, in quello della solidarietà, della compassione, in un modo o in un altro, in maniera convinta o forzata, durante la storia la Chiesa non ha fatto mancare il suo convinto contributo, dove è tragicamente assente è nella comprensione e nella individuazione di strategie di comunicazione capaci di raccontare il Vangelo nella complessità dei mutamenti umani, come se a un chirurgo per esercitare la sua professione bastasse indossare un camice senza avere le mani per operare. La parola è uno specchio nella quale la comunità si ritrova, difficile da imprigionare in dizionari preconfezionati che altro non restano che semplici istantanee di un processo di trasformazione continuamente in atto all’interno di una particolare comunità.

Annunciare la Parola significa fare i conti con l’ambiente, la cultura, la sensibilità del destinatario, con i suoni e i segni a lui familiari. Una predicazione avulsa dalla quotidianità, lontana dai problemi della gente, non arriva all’uomo della strada, è un camice senza mani. Mestiere difficile quello dell’evangelizzatore, ma è il mestiere della Chiesa che, con pazienza e umiltà, dovrà piantare il seme della Parola in diversa terra, districandosi tra la fedeltà alla verità e l’adeguamento al destinatario. Mestiere imprescindibile che ha consentito al Vangelo di rimanere attuale, benché i mutamenti fondamentali avvenuti nel corso del tempo. Ma mai come oggi, mentre avanza la rivoluzione globale del linguaggio, è necessaria la mediazione dell’evangelizzatore. C’è? E’ evidente? Si è attrezzati per questo? Non credo. Ed è su questo che primariamente sta puntando il nuovo della Chiesa? Non mi sembra. Trovare scuse è deludente, restare fermi a ragionare sulla crisi della fede causata da un mondo in cambiamento, dal cambiamento dei linguaggi non solo è rischioso per il suo futuro, ma è arrogante e infantile. La rivoluzione del linguaggio e dei mezzi di comunicazione ha tempi di velocizzazione tali che o si segue il nuovo mentre muta o si resta irrimediabilmente fuori. E non sarà nessuna minaccia del futuro inferno a convincere l’uomo di oggi, nessuna punizione eterna a renderlo pronto a credere alla verità del Vangelo.'

 
*Gennaro Matino, teologo, scrittore, docente di teologia pastorale e parroco a Napoli
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