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Dietro quella nobile #sfida accettata in rete...

Gennaro Matino (March 19, 2017)
Quanti di voi l'hanno fatto? Quanti di noi? Quanti si sono trovati coinvolti in una strana catena di 'Sant'Antonio' di #sfida accettata? ... L'idea nata in Spagna, virale ormai nel mondo, era buona, nobile perfino, per provocare segnali di attenzione su chi di cancro si ammala. Fine nobile ma che nel frattempo, velocemente, come avviene facile nella combine dell'effimero, si è trasformata nella nuova catena dell'ovvietà, della ricerca sproporzionata di un passato da riproporre, per accattivare i viandanti della rete, per raccontare di se stessi "sopra le righe" a sconosciuti compagni di viaggio, spesso con la vanità di pensare che l'immagine sbiadita di ieri possa essere più "attraente" di quella di oggi. Per chi ancora non lo avesse capito il futuro del mondo libero si gioca nella resistenza alla più estrema e scorretta comunicazione.

"#sfida". Impazza in rete la nuova moda, postare foto vintage, memorie di passato da consegnare ad "amici" in facebook o su twitter. L'idea nata in Spagna, virale ormai nel mondo, era buona, nobile perfino, per provocare segnali di attenzione su chi di cancro si ammala, di chi muore, per ragionare di ricerca e di possibili cure, per ricordare che dal colore vivace di una vita normale si può piombare all'improvviso nella solitudine del bianco e nero, forzati alla croce da una frontiera nemica, da un male non sempre incurabile ma che non sempre trova compagnia di compassione.

Fine nobile ma che nel frattempo, velocemente, come avviene facile nella combine dell'effimero, si è trasformata nella nuova "catena di sant'Antonio" dell'ovvietà, della ricerca sproporzionata di un passato da riproporre, per accattivare i viandanti della rete, per raccontare di se stessi "sopra le righe" a sconosciuti compagni di viaggio, spesso con la vanità di pensare che l'immagine sbiadita di ieri possa essere più "attraente" di quella di oggi. Nobile lo scopo come peraltro già usato in passato, con diversa sostanza per solidarizzare con il mondo gay e già allora il fenomeno rischiava di trasformarsi in un boomerang e il patetico e il volgare in molti casi presero il sopravvento.

Quanti sono quelli che postando una loro foto di qualche anno fa o di secoli addietro davvero sono disponibili ad accettare la sfida, quella di rompere l'accerchiamento nemico che visita l'ammalato di cancro? Quanti sono disponibili a farsi carico dell'aiuto alla ricerca? Saranno sicuramente in tanti, non lo nego, lo voglio sperare, ma la sensazione è che il "gioco" ormai è sfuggito di mano a chi lo aveva ideato e così si può postare liberamente di tutto sotto il titolo "come eravamo", patacche, offese, caricature, lotta politica e messaggi subliminali di ferventi accattoni e di impenitenti ruffiani.

È la libertà della rete, è ovvio, e di sicuro i suoi apostoli avranno parole appropriate per difenderne ad oltranza la significanza, il valore, l'indiscussa popolarità tanto da farne il più grande business dell'era contemporanea, ma qual è il suo limite, quale deve essere se ce ne è uno, se anche di fronte alla tragedia di una morte, di tante morti atroci, di dolore inaudito prevale la malata volontà dell'ego bisognoso di apparire o di raccontare un sé sbiadito che dovrebbe interessare a qualcuno?

Quanto successo avrebbe avuto in rete invece il racconto di chi il dolore lo vive ogni giorno sulla propria carne? Se dall'effimero potessimo passare alla verità che libera, se le foto le avessero postate gli ammalati di cancro, mostrando il loro calvario nudo, feroce, vero, senza veli, quel "come eravamo" e "come siamo diventati", che adesso riguarda loro e che può riguardare ciascuno di noi? Nessun successo. Ricordo campagne pubblicitarie di sensibilizzazione estrema sul fumo, sugli incidenti stradali, sull'anoressia che provocarono accessi dibattiti sulla loro opportunità.

Ma lì si raccontava la verità, anche se la verità fa male guardarla negli occhi, la verità è comunque una guida, comunque libera. Diversamente dal gioco perverso di chi vuole sensibilizzare con l'unico strumento ormai rimasto nelle mani della comunicazione globale, puntare al culto di sé per raccogliere pochi spiccioli di noi. Peggio quando per raccoglierli si spinge sull'acceleratore della falsità. La Germania, prima tra i paesi del mondo, non senza polemiche e con grande fatica, sta per varare una legge per limitare l'uso spregiudicato della rete, per costringere chi pubblica fake news alle proprie responsabilità, fino a multarli con cinquanta milioni di euro.

È un primo passo e qualcuno potrebbe obiettare che certo il gioco innocente di "accetta la sfida" è altra cosa dalle notizie costruite in rete ad arte per far accrescere il numero degli utenti, per ottenere una maggiore raccolta pubblicitaria, per sconfiggere un avversario politico, ma forse non lo è, forse proprio le "innocenti" pratiche nei social sono alla base della giustificazione dei grandi imbrogli, il brodo di coltura dove cuocere a fuoco lento i catturati nei linguaggi senza contraddittorio, in quegli utenti tenuti al guinzaglio dell'ultima moda da adorare a tutti i costi per non incorrere nel rischio di restare "fuori" dal gruppo, dal salotto, dal branco.

Per chi ancora non lo avesse capito il futuro del mondo libero si gioca nella resistenza alla più estrema e scorretta comunicazione. Trump lo sa bene e sta facendo scuola, difendersi è possibile solo con una nuova civiltà fondata sull'uso corretto e vero delle parole. La libertà tra le parole è la più nobile che mai dice: tutto mi è concesso, il mio limite è non offendere e ledere il diritto dell'altro, non fare agli altri quello che non voglio che sia fatto a me.

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