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Marisa Merz e la poetica del quotidiano

Mila Tenaglia (April 24, 2017)
  • Lo studio di Marisa Merz a Torino. Foto di Renato Ghiazza
Fino al 7 maggio il MET Breuer ospita una delle più grandi retrospettive americane dedicate all’artista Marisa Merz. Per l’occasione abbiamo intervistato il curatore della mostra, Ian Alteveer, che ci ha raccontato l’incantevole mondo che si cela dietro il lavoro di “Marisa Merz. The Sky is a Great space”.

Ad un anno dall’apertura nello storico edificio noto per mezzo secolo come il Whitney Museum, il MET Breuer, continua con le rassegne di arte moderna e contemporanea da ogni parte del mondo. Lo fa con grande stile accogliendo una delle più prestigiose retrospettive negli Stati Uniti sui lavori dell’artista torinese Marisa Merz (Torino, 1926), unica donna italiana accostata al panorama dell’arte povera italiana. 

Marisa Merz. The Sky is a great Space esplora cronologicamente tutta la carriera dell'artista. Dalla metà degli anni ‘60 fino ad arrivare alle più recenti produzioni. Dai primi esperimenti, come le Living Sculptures, fogli incurvati di allumino che sinuosi si snodano dal soffitto, ai primi modellini in cera, le cosi dette Testine, fino ai lavori in graphite e ai grandi quadri con colori accesi rappresentanti figure di donne. Il fattore dello spazio, la dimensione illusoria e impalpabile delle opere presenti al MET Breuer è qualcosa di molto vivido e tangibile. Ci parlano di una esperienza personale intessuta da una influenza non solo scultorea e pittorica ma anche architettonica con cui Marisa Merz “gioca”. Il ruolo dello spazio, è fondamentale nelle sue opere. Come L’altalena – The Swing – o le Living Sculptures che aprono le porte della mostra al MET e che fanno parte della prima fase di produzione. Ci si addentra dunque in un percorso che ci proietta nelle prime installazioni, che morbide fluttuano nello spazio, per poi arrivare nelle stanze laterali e centrali con le produzione degli anni '80 e '90 fino ai giorni nostri.

Un cosmo costellato di elementi non convenzionali - poveri - come l’alluminio, il legno, la cera, filamenti di nylon, rame e grafite sono i protagonisti assoluti dei lavori della Merz, che svelano una estetica curiosa, provocante e seducente. Le grandi stanze del MET Breuer invitano a percorso evolutivo dell’universo di Marisa Merz, che prima di essere artista era soprattutto donna, ma anche moglie e madre. Sposata con Mario Merz, pittore e scultore esponente della corrente dell’arte povera, vivranno insieme una vita in bilico tra arte e sperimentazioni. Beatrice, la loro figlia, sarà fonte di ispirazione nel quotidiano di tutti i giorni. Infatti, come ci spiegherà Ian Alteveer, nelle sue opere emerge una dimensione domestica, biografica e familiare. Le opere presenti danno restituiscono un respiro domestico, quotidiano, hanno un significato diverso quando entrano nel museo e richiamano assolutamente lo studio-atelier dove Marisa lavora ancora oggi a Torino.

Marisa Merz e la dimensione artistica del quotidiano

Incontriamo il curatore della mostra Ian Alteveer proprio davanti una delle Living Sculpture realizzate da Marisa nel 1966: fogli incurvati di allumino che pendono dal soffitto si attorcigliano snodandosi in maniera morbida e ondulata. Sono imponenti ma allo stesso tempo dolcemente invasivi. “Le installazioni che vediamo dietro di me rivelano leggerezza e forza, giocano nell’architettura dello spazio del MET in maniera determinante. In realtà organizzare questa mostra è stato come adattare qui a New York lo studio dove Marisa vive e lavora .”

“Lei cuciva questi fogli metallici con il punto metallico per la figlia Beatrice e li ammassava nelle stanze di casa. Li potevi trovare anche dietro i fornelli di casa” continua Ian Alteveer.

Il curatore ci spiega di aver passato molto tempo a Torino con l’artista e di conoscere l’Arte Povera, di essersi innamorato dell’Italia fin da giovane durante uno scambio universitario a Firenze dove “Prima ho conosciuto l’arte barocca e rinascimentale, poi quella contemporanea da cui sono sempre stato attratto. Per me conoscere Marisa Merz dal vivo, spenderci del tempo insieme è stato molto importante per capire realmente chi è l’artista, come vive”.

“Per la riuscita di questa mostra è stata indispensabile la collaborazione che ho avuto con la figlia, Beatrice, che gestisce la fondazione Merz, Mariano Boggia - studio assistant di Marisa e Mario Merz per molto tempo - e il co-curatore dell’Hammer Museum di LA dove la mostra poi si sposterà a giugno. New York e Los Angelese in particolare sono state molto importanti per l'artista in quanto città che hanno ospitato nel passato mostre sull'artista, come per esempio la Gladstone Gallery di New York.

“Non è possibile collocare bene Marisa Merz in nessuna avanguardia artistica” ci spiega il curatore “C’è molta ambiguità su quanto lei si sentisse coinvolta nel panorama dell’arte povera, anche se naturalmente aveva partecipato a degli show con il marito Mario.”

Per comprendere l’artista bisogna ricordare il contesto storico in cui lei viveva: siamo alla fine degli anni ‘60, in tutto il mondo compreso gli Stati Uniti, le donne che esprimevano i propri valori e le proprie idee attraverso l’arte dovettero aspettare la seconda ondata del femminismo per essere comprese, accettate e far parte del mondo artistico.

“Allo stesso tempo” sottolianea Altveer “Lei non si riteneva parte del femminismo”. Marisa Merz era libera dagli schemi, dalle imposizioni, la si potrebbe definire una voce indipendente e forte del proprio tempo. Ciononostante non aveva paura di esprimere se stessa, di fare delle cose considerate stravaganti, soprattutti per quei tempi.

The sky is a great space. Quando la scrittura è arte

Un altro aspetto pratico di Marisa Merz è la scrittura e l’amore per la letteratura italiana classica. Queste hanno sempre fatto parte del processo creativo in tutte le sue sfumature. “Pensate al nome Beatrice - o meglio il diminutivo con cui la chiama Bea - ci fa capire il suo interesse per la letteratura classica di Dante Alighieri e La Divina Commedia”. Spiega Alteveer. “Bea è anche un lavoro inedito che vediamo qui appeso sul muro. Ci rivela la dimensione domestica e i tipi di lavori che faceva durante gli anni mentre la figlia cresceva. L’idea dell’eterno in Merz torna sempre maniera ciclica.”

A Torino, nella casa-studio di Marisa Merz Ian Alteveer si è imbattuto nella sua grande libreria dove c’erano poesie scritte da lei e pubblicate sporadicamente, testi di cataloghi di mostre, collezioni di alcuni scrittori italiani degli anni '60 e '70.

“Guardando e leggendo alcune pagine ci siamo imbattuti in alcuni esempi della scrittura di Marisa. Ma nulla di tutto questo è mai stato tradotto in inglese. Per il catalogo abbiamo deciso di pubblicare alcuni dei poemi di Marisa per la prima volta”. The Sky is a Great Space - ci rivela il curatore - è infatti uno dei versi di una sua poesia che per Alteveer è stato evocativo ed emblematico per racchiudere il concept della mostra negli States. “Questo poema ci rimanda anche a una performance che lei fece in un aereoporto a Roma nel 1970, città con cui ebbe un forte legame”.

Una performance in volo: piccoli aneddoti di vita

Durante la preparazione di una mostra vicino Roma presso la Galleria L’Attico di Fabio Sargentini, Marisa Merz chiese al gallerista di organizzare per lei un sorvolo di Roma che si svolse il 28 febbraio 1970. L’artista salì su un velivolo Cessna F172G del '65 e cominciò a comunciare via radio le quote della rotta ascoltate da Mario, rimasto a terra, e appuntate su un foglio da Sargentini. Il fotografo Claudio Abate documentò tutta l’azione e nella sequenza fotografica si vedranno Marisa, Mario Merz e Fabio Sargentini e il foglio sul quale il gallerista ha tracciato le quote della rotta che Marisa ha dettato dall’aereo. In quella stessa occasione Mario e Marisa si recano presso il Villaggio dei Pescatori a Fregene, vicino Roma, e Claudio Abate scatta una sequenza in cui Mario si muove sul bagnasciuga con le coperte di Marisa, che saranno poi esposte in mostra presso il garage di Sargentini.

Il cielo, così caro a Marisa Merz, risulta una metafora costante nella vita di tutti giorni dove poter esprimere la propria vena artistica e poetica. Cè una linea divisoria tra arte e vita fatta di passione, energia e la mostra al MET breuer è riuscita a trasmettere questo universo.

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