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Articles by: Goffredo Palmerini

  • L'altra Italia

    A Roma, la prima Giornata delle Culture migranti tra Italia e Argentina

     Prende avvio a Roma la Giornata delle Culture migranti tra Italia e Argentina, la prima edizione  della serie che si celebrerà il 25 febbraio d’ogni anno, per fare il punto sullo scambio culturale tra i due Paesi alimentato attraverso i processi migratori.

    Appuntamento alle ore 18, dunque, per “Il giorno di Stefano” presso Casa Argentina, in Via Veneto 7, sede del Consolato Generale d’Argentina. Una riflessione a più voci sul rilevante patrimonio culturale addensato in due secoli di migrazioni tra l’Italia ed il grande Paese latino americano, il più italiano del mondo per cultura ed entità degli italici in seno alla sua popolazione. “Il giorno di Stefano” è un evento promosso ed organizzato dall’omonima Associazione culturale, alla cui presidenza è Marina Rivera.

    Con questa iniziativa l’associazione intende avviare, in collaborazione con Casa Argentina, una serie di attività culturali, didattiche e artistiche per favorire una migliore conoscenza reciproca ed incrementare lo scambio tra i due popoli, le cui migrazioni sono stati indotte da guerre mondiali, esodi politici e situazioni economiche, sociali e culturali.

    Il nome metaforico della Giornata nasce dal romanzo “Stefano” della scrittrice argentina Maria Teresa Andruetto - prossima l’uscita anche in Italia, con l’editore Mondadori - che, ispirata dalla storia di suo padre, narra le difficoltà vissute da un ragazzo italiano costretto ad emigrare in Argentina.

    Intenso il programma. La Giornata, dopo il saluto e la presentazione dell’evento a cura dell’Addetto Culturale dell’Ambasciata d’Argentina, Federico Gonzalez Perini, e delle organizzatrici Marina Rivera e Cristina Blake (Associazione Culturale “Il giorno di Stefano”), prevede alle 18:15 un breve video di Maria Teresa Andruetto e letture in spagnolo di brani del libro “Stefano”; alle 18:30  “Italia, andata e ritorno.

    La traduzione del viaggio di Stefano” a cura di Ilide Carmignani, introduce Simona Cives (Casa delle Traduzioni - Comune di Roma), e reading di brani del libro “Il viaggio di Stefano”; alle 19:00 la Tavola rotonda “Culture migranti tra Italia ed Argentina.

    Narrazioni e immagini”, introdotta e coordinata da Virginia Sciutto (Università del Salento), con gli interventi di Goffredo Palmerini, giornalista e scrittore, Maria Rosaria Stabili (Università Roma Tre) e Claudia Zaccai (Università di Roma La Sapienza); alle 19:40 “Culture migranti tra Italia e Argentina. Voci e Musica”, un concerto dell’Artificio Vocal Ensemble diretto dal M° Alberto De Sanctis.

    Casa Argentina si trova in uno dei luoghi più suggestivi del centro di Roma, in un palazzo dal famoso architetto Gino Coppedè e costruito negli anni Venti. Considerato patrimonio artistico e culturale, è sotto la tutela del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Le attività della Casa Argentina rispondono ai principi ed alle finalità che ne ispirarono la creazione: non solo la promozione e la diffusione in Italia dei diversi aspetti della cultura e della realtà del grande Paese sudamericano, ma anche il mantenimento dei legami con la propria nazione per gli argentini che per qualunque ragione si trovino in Italia. Le attività abituali riguardano corsi di lingua spagnola e di cultura argentina, stage di tango, corsi di teatro in spagnolo, ed altre iniziative culturali. Casa Argentina dispone, peraltro, di una preziosa biblioteca con oltre 4000 volumi. Ma ora torniamo brevemente a focalizzare le migrazioni che hanno interessato Italia ed Argentina

    “Quasi tutto in Argentina può essere collegato agli italiani”, scriveva Luigi Einaudi in un saggio pubblicato nel 1900 a Torino. “L’Argentina sarebbe ancora un deserto, le sue città un impasto di paglia e fango senza il lavoro perseverante, senza l’audacia colonizzatrice, senza lo spirito d’intraprendenza degli italiani. Figli d’Italia sono stati coloro che hanno creato il porto di Buenos Aires, che hanno colonizzato intere province vaste come la Francia e l’Italia; sono per nove decimi italiani quei coloni che hanno dissodato l’immensa provincia di Santa Fé, dove ora si diparte il grano che inonda i mercati europei; sono italiani coloro che hanno intrepidamente iniziato la coltura della vite sui colli della provincia di Mendoza, sono italiani moltissimi tra gli industriali argentini, ed italiani i costruttori e gli architetti dell’America del Sud, e italiano è quell’imprenditore il quale, emulo degli inglesi, ha costruito sulle rive del Plata per più di mezzo miliardo di opere pubbliche […]”. L’ardore del giovane Einaudi appare un po’ fuori misura, specie quando parla di colonizzazione dell’Argentina da parte degli emigrati italiani. Anche se sicuramente rilevante, e talvolta determinante, è stato il contributo italiano alla crescita e allo sviluppo d’un Paese sconfinato, ricco di enormi risorse naturali e di potenzialità economiche, sulle quali il talento e l’ingegno degli italiani hanno egregiamente operato. Come pure la cultura e il gusto italiano si sono fortemente innervati nelle espressioni culturali autoctone, determinando quella reciproca contaminazione che è cifra dell’attuale valenza culturale dell’Argentina. Certo è che di passi in avanti l’Argentina ne ha fatti dall’alba del Novecento, tra alterne vicende politiche ed economiche. L’America latina tutta è stata infatti l’approdo d’una straordinaria moltitudine d’italiani, a cavallo di due secoli, che hanno fortemente contribuito in quel continente alla formazione degli Stati, dal punto di vista economico, politico e culturale. L’Argentina è uno dei casi più eclatanti di questo processo. Basti pensare al fatto che oltre metà del Paese è di origine italiana, la percentuale più alta al mondo, con una comunità italiana in termini assoluti stimata in 20 milioni di oriundi, seconda solo a quella presente in Brasile. E davvero si riconosce, in Argentina, l’impronta italiana: nelle architetture, nello stile, nelle più varie espressioni culturali. E nella lingua e nella letteratura, come nella musica e nelle arti.

    Ben annota, infatti, Delfina Licata sul Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo (SER ItaliAteneo, Roma 2014), nel lemma “Argentina”, uno dei tanti redatti dalla grande studiosa di migrazioni sull’opera ideata e diretta da Tiziana Grassi, della quale lei è stata coordinatore scientifico: “[…] Singolare è il grado di integrazione che gli italiani hanno raggiunto in questa nazione in tutti gli ambiti professionali e culturali. Il 50% della popolazione argentina, compresi diversi ex Presidenti, vanta un’origine italiana. Ancora oggi a Buenos Aires si parlano il cocoliche e il lunfardo, nati dalla fusione di più dialetti italiani con parole di origine spagnola. L’Argentina è ancora il primo paese per numero di cittadini italiani residenti (più di 665 mila) - iscritti all’Aire, ndr - e il secondo, dopo il Brasile, per numero di italo-discendenti. Si tratta di una comunità, allo stesso tempo, giovane – grazie ai riconoscimenti di cittadinanza e alle nascite all’estero – e anziana a causa delle tre ondate migratorie che videro centinaia di migliaia di italiani imbarcarsi dai porti della Penisola con destinazione Buenos Aires, la prima tra l’Ottocento e l’inizio della Grande Guerra, la seconda tra i due conflitti mondiali e l’ultima nel secondo dopoguerra fino al calo degli arrivi e all’inversione di tendenza dei flussi. […] L’emigrazione italiana in Argentina risale però a molto prima addirittura dell’annessione, nel 1815, della Liguria al Regno di Sardegna, evento che spinse i liguri, abili navigatori, ad affrontare il lungo viaggio spinti dal desiderio di arricchirsi. L’emigrazione italiana in Argentina, quindi, non iniziò per opera di modesti lavoratori, ma con gli intellettuali, esuli dei moti del 1820-21 e delle rivoluzioni del 1848. La presenza dei genovesi sul Rio de la Plata divenne in pochi anni così massiccia che indusse il Regno Sardo Piemontese a inviare, nel 1835, un primo diplomatico per rappresentare, almeno in teoria, gli interessi del commercio, della marina e degli stessi sudditi. […]”

    Allora ben venga questa prima Giornata delle Culture migranti tra Italia ed Argentina, dove “galeotto” è il libro di Maria Teresa Andruetto, la storia d’un adolescente in fuga dalla povertà, che nel primo dopoguerra emigra dall’Italia verso l’Argentina. Dopo l’addio ai suoi affetti, Stefano parte per un lungo viaggio con la valigia piena di sogni e di ricordi. La gita in barca e il naufragio, il lavoro nei campi, ma anche il circo e la musica popolare italiana fanno da sfondo alla storia. Una lunga avventura, l’adempimento di una promessa. Dice l’autrice: “Se un libro è un modo per conoscere, un modo di penetrare il mondo e trovare il posto che ci appartiene, Stefano mi ha permesso di avvertire il senso della fame, dello sradicamento, dello straniamento di uomini e donne, come di coloro che oggi, migranti, vanno in cerca di una vita migliore”. Si tratta quindi d’una delle tante piccole storie che compongono lo sterminato bagaglio di esperienze umane intinte nella grande Storia dell’emigrazione italiana. Una storia narrata con una prosa limpida, coinvolgente, da una scrittrice feconda e sensibile qual è Maria Teresa Andruetto. Nata nel 1954 ad Arroyo Cabral, discendenza piemontese, insegnante di scuola primaria e poi secondaria nella provincia di Cordoba, Maria Teresa Andruetto è autrice di romanzi, poesie, opere teatrali, saggi e letteratura per l’infanzia. Argomenti a lei cari sono la ricerca delle origini, la diversità culturale, la costruzione dell’identità individuale e collettiva, l’universo femminile, le conseguenze inferte al suo Paese dalla dittatura. Numerose le opere pubblicate, tra le quali 6 romanzi, 6 volumi di poesia, 15 libri di narrativa infantile, diversi saggi e pièces teatrali, contributi di narrativa e liriche in molteplici antologie. Molti i riconoscimenti alla scrittrice, tra i quali spicca il prestigioso Premio “Hans Christian Andersen”, conferito nel 2012 dall’IBBY (Organizzazione Internazionale del Libro Giovanile), il più alto riconoscimento internazionale nell’ambito della letteratura per l’infanzia, considerato nel settore come una sorta di premio Nobel.    

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    Omaggio alle Costituenti abruzzesi, Maria Federici e Filomena Delli Castelli


    PESCARA – E’ stato il sindaco di Pescara, Marco Alessandrini, ad aprire i lavori dell’annuale Convegno che ANFE e CIF hanno dedicato a due abruzzesi straordinarie, Maria Federici e Filomena Delli Castelli, componenti dell’Assemblea Costituente e poi della Camera dei Deputati. Ieri, peraltro, ricorreva esattamente il quarto anniversario della scomparsa di Filomena Delli Castelli, mentre Maria Federici era deceduta nel 1984 a L’Aquila. Non formale il saluto del sindaco Alessandrini alle due Costituenti, del loro contributo alla nascita della Carta costituzionale e della democrazia italiana, richiamando il dovere d’essere vigili rispetto ai valori di libertà in una giornata segnata dalla notizia dell’arresto di 14 terroristi neofascisti di Ordine Nuovo, operato in diverse città italiane dalla Procura dell’Aquila.


    L’introduzione al tema dell’incontro è stato svolto da Cinzia Maria Rossi, presidente ANFE di Pescara. La relatrice ha reso un omaggio alle due Costituenti abruzzesi che hanno fatto parte di quella grande stagione politica e che, insieme alle altre 19 "Pioniere della parità" (democristiane, comuniste, socialiste e dell'Uomo qualunque) hanno contribuito a dare all’Italia la più bella Carta costituzionale del mondo. Le 21 donne della Costituente, infatti, pur provenendo da "mondi" molto diversi - per cultura politica, studi ed per estrazione sociale - collaborando trasversalmente alla stesura della Costituzione italiana, hanno contribuito fortemente a sancire i diritti fondamentali di parità per tutti, sul lavoro, nella famiglia e nella società.

     
    All’introduzione di Cinzia Maria Rossi, peraltro perfetta coordinatrice di un’intensa serata, sono poi seguiti gli interventi e le testimonianze. Intanto il saluto del presidente dell’ANFE Abruzzo, Goffredo Palmerini, soffermatosi sul valore del contributo delle 21 donne della Costituente alla nostra Carta fondamentale, e delle due abruzzesi in particolare, quando per la prima volta, con il voto del 2 giugno 1946 a loro finalmente esteso, le donne erano entrate nelle Istituzioni. Lo storico Licio Di Biase, con essenziali tratti, ha illustrato la vita e l’opera di Filomena Delli Castelli, chiamata affettuosamente Memena dagli Abruzzesi, sia nella Costituente che nell’attività parlamentare, politica e di amministratore, come sindaco di Montesilvano. Un’opera sapiente ed illuminata, talvolta di frontiera, per la quale subì poi un’emarginazione nel partito in cui militava, la Democrazia Cristiana. Ma che ella comunque continuò, sia come docente che come giornalista nella Rai. Interessante la testimonianza di Francescopaolo D’Adamo, mostrando un documento originale che di Memena Delli Castelli dimostrava il valore, una lettera invito a votarla dell’on. Giuseppe Spataro, personalità di spicco in Abruzzo e nella politica nazionale, indirizzata ad un esponente politico locale. Quando il voto poteva davvero essere una scelta, con le preferenze, contrariamente all’attualità che ci ha consegnato un esercito di nominati, ha concluso D’Adamo.
     
    Altra testimonianza quella del sindacalista Geremia Mancini, già segretario abruzzese dell’Ugl e per qualche mese segretario generale di quel sindacato. Mancini, peraltro con la sua organizzazione sempre dimostratosi attento all’emigrazione, incontrò Filomena Delli Castelli. Sebbene in avanzata età, ella dimostrò un’eccezionale giovinezza intellettuale e un grande interesse per i giovani e per la loro formazione. A Filomena Delli Castelli, infatti, l’Ugl conferì l’Arcolaio d’Argento, un riconoscimento a Personalità abruzzesi distintesi in campo sociale e culturale.  L’attrice Rosamaria Binni ha quindi letto due stralci di loro scritti, uno per ciascuna Costituente, tratti dai volumi “Scritti ed interventi di Maria Federici” di Alberto Aiardi (Ed. Andromeda), “Filomena Delli Castelli, una donna abruzzese alla Costituente” di Giovanni Verna – Cinzia Maria Rossi (Ed. Edigrafital). Il musicista Luigi Blasioli, al contrabbasso, ha accompagnato le letture con brani musicali di forte intensità.
     
    Camillo Chiarieri, guida turistica ed autore con Pierpaolo Di Simone del volume “La bella Pescara”, ha esposto il contesto politico e sociale della Pescara del secondo dopoguerra, passata da città turistica per le sue bellezze di città giardino, che aveva richiamato élite intellettuali da tutta Italia e che aveva scelto un grande urbanista come Luigi Piccinato per il suo Piano regolatore, alla Pescara dei distruttori della bellezza e degli scempi edilizi della seconda metà del secolo scorso. In quel contesto Filomena Delli Castelli si distinse per la lungimiranza del suo pensiero politico, attenta all’ambiente e alla qualità urbana, come dimostrò nella sua attività di sindaco. Franca Peluso Aloisi, presidente regionale del CIF, ha portato la sua testimonianza riguardo a Maria Federici, che del CIF fu fondatrice, e del valore culturale e sociale dell’opera di Filomena Delli Castelli. La chiusura del Convegno, oltre che dalle note struggenti del “Theme from Schindler’s List”, eseguite al contrabbasso da Luigi Blasioli, è stata affidata alla relazione conclusiva di Carlo Fonzi, vicepresidente regionale dell’ANFE. Nella Sala “La Figlia di Iorio”, nel corso del convegno, esposte alcune opere della pittrice pescarese Cinzia Napoleone.



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    AMYGDALUS. Radici, natura e colori dell'Abruzzo montano

    L’AQUILA – Un tempo, prima che la grande emigrazione prosciugasse di braccia queste aride terre dell’Abruzzo montano, l’altipiano che si snoda dai resti dall’antica città vestina di Peltuinum fino al magnifico borgo di Navelli, era un giardino di mandorli in fiore, a primavera. Perle bianche tenuamente tendenti al rosa ingioiellavano i campi distesi sull’acrocoro. E più ancora gli acclivi che nei due lati ne erano cornice, trapuntati di borghi dalle splendide architetture e vestigia d’antichi castelli e fortezze sulle sommità dei colli, a presidio di quelle comunità. Sulla piana, in sequenza, magnifiche chiese di pietra, le facciate squadrate, indorate dal sole.
     

    Correva, lungo l’altipiano dove da secoli si coltiva l’oro rosso più buono del mondo, l’antico“tratturo magno”, la grande via della transumanza. Era largo oltre centodieci metri. Prendeva avvio dai contrafforti amiternini, già patria di Caio Crispo Sallustio, superando di lato il colle dove nel 1254 venne fondata L’Aquila, e si dispiegava come “un erbal fiume silente” fino alla Puglia, alla Capitanata di Foggia, dove le greggi dai monti andavano per otto mesi a svernare. Dunque su quel tratturo, dalle terre dei Sabini e dei Vestini - gli antichi popoli italici di questa parte d’Abruzzo -, per oltre due millenni e fino a qualche decennio fa, i pastori hanno scritto storie di fatica, sofferenze, relazioni umane e commistioni di culture, accompagnando le loro greggi verso le campagne del Tavoliere pugliese. Vita dura, grama, specie in queste terre sassose dell’Abruzzo interno da cui negli scorsi due secoli fiumi d’emigranti sono partiti per le Americhe, poi per l’Europa e l’Australia. E con loro sono partite le braccia, quelle stesse che dalle balze inerpicate verso l’imponente catena del Gran Sasso prima carpivano dai sassi scampoli di terra da coltivare, per il parco nutrimento di famiglie ricche solo di bimbi, o che pascevano le greggi dei grandi armentari.

    La lunga falda che dal tratturo sull’altipiano arrampicava verso la grande catena montuosa, nel suo versante meridionale, era territorio dell’antica Baronia di Carapelle, un ampio dominio feudale nato a cavallo tra il Duecento e Trecento e comprendente i borghi di Carapelle Calvisio, Santo Stefano di Sessanio, Calascio e la sua Rocca, Castelvecchio Calvisio, Castel del Monte e Barisciano. Un territorio florido per la pastorizia, che per quattro mesi nutriva le greggi sui pascoli in quota del Gran Sasso, per gli altri otto alimentava la transumanza verso la Puglia. Decine di migliaia di pecore, alcune di razza “carfagna”, così pregiate per la loro particolare lana scura da spingere nel 1579 i Medici di Firenze ad impiantare una cospicua presenza a Santo Stefano di Sessanio per controllare in loco la produzione della lana, poi lavorata in Toscana ed avviata ai mercati di tutta Europa. Un territorio che, dopo gli anni del prosciugamento migratorio e dell’abbandono, oggi finalmente riparte offrendo meraviglie architettoniche, artistiche e ambientali. A cominciare proprio da Santo Stefano di Sessanio, entrato nel club dei Borghi più belli d’Italia. Vi si sale da Barisciano, a Santo Stefano, lungo la strada che tra un’infinita serpentina di curve giunge fino a Fonte Vetica e Campo Imperatore, vestibolo delle grandi cime della catena del Gran Sasso, da Monte Camicia a Monte Prena, fino a Corno Grande, la vetta più alta dell’Appennino.

    Sulla via per Castel del Monte e Campo Imperatore, Santo Stefano di Sessanio è il primo centro abitato che s’incontra, a 1250 metri d’altitudine. Appare quasi d’improvviso su un cocuzzolo, con la cilindrica torre trecentesca dominante sulla sommità, ornata di merlature.

    Ora Santo Stefano è diventato un caso d’accademia, dopo che l’architetto d’origini svedesi Daniele Kihlgren, acquistando vecchie case abbandonate e rimaste immacolate negli originali materiali costruttivi, va restaurando gran parte del borgo ad albergo diffuso. Kihlgren ha cura del recupero certosino dei fabbricati mantenendone la qualità edilizia originaria, mentre l’inserimento impiantistico si dissimula senza soverchie apparenze. Ne parlano i giornali di tutto il mondo di Santo Stefano, pagine intere gli ha dedicato il New York Times. E intanto va crescendo un turismo di qualità che ama il silenzio, la bellezza dei luoghi, gli straordinari scenari che la natura espone, la singolarità del borgo con un impianto urbano integro da devastanti manomissioni. Santo Stefano di Sessanio sa ben recitare il suo fascino, con la sobria variabilità delle architetture che mitiga il parossismo delle abitudini nei grandi centri urbani. Insomma, tutto concilia verso una ricettività ospitale e tranquilla, in un contesto ambientale che mozza il fiato.

    Le viuzze lastricate s’intrecciano nel borgo, che dispiega la varietà tipologica delle abitazioni tutte in pietra calcarea, che solo i secoli hanno colorato, in un contesto urbano dove tutto si tiene ed è armonia. Dall´erta scalinata che costeggia la Chiesa di Santa Maria in Ruvo, risalente alla fine del Duecento, un intrico di budelli s’infila tra le case fino alla sommità del colle dove s’erge la Torre, con un percorso a tratti infilato a tunnel sotto i fabbricati.

    Un singolare sistema costruttivo per proteggersi dalla neve e dai rigori dei venti invernali. Appartengono al dominio dei Medici i loggiati dalla linea elegante, i portali ad arco con formelle fiorite, le finestre in pietra finemente lavorate e decorate da mani esperte, le stupende bifore e le mensole dei balconi. Sulla porta a sesto acuto, accesso di sud-est, risalta lo stemma della Signoria di Firenze, quasi un’impronta di raffinatezza.

    Pur in assenza di mura difensive, il borgo è contornato da un continuum di costruzioni che rivelano la funzione di case-mura, evidente dalla rarità di aperture ad eccezione di piccole finestre. Nel borgo s’ammirano alcune abitazioni quattrocentesche, tra cui la Casa del Capitano, la Torre risalente al Trecento, chiamata impropriamente medicea a retaggio della presenza della Signoria fiorentina, la chiesa di Santo Stefano Protomartire, edificata tra XIV e XV secolo, monoaula a cinque campate caratterizzata da un’insolita area presbiterale su cui si aprono le cappelle e un’abside semicircolare. Interessante anche la Chiesa della Madonna del Lago, del XVII secolo, che sorge subito fuori le mura, sulle verdi rive d’un minuscolo lago.

    Si ritiene che il nome “Sessanio” sia una corruzione di Sextantio, un piccolo insediamento romano situato nei pressi dell´attuale abitato, probabilmente distante sei miglia da un più importante pagus. Le prime documentazioni fanno risalire la storia di Santo Stefano di Sessanio all’anno 760,  quando il re longobardo Desiderio donò la località di Carapelle Calvisio al monastero di San Vincenzo al Volturno. Fino al Mille la storia di Santo Stefano fu collegata a queste due località. In quegli anni l’attività degli ordini monastici, benedettini e cistercensi, portò ad un aumento delle terre coltivabili, fino ad alta quota, oltre alla creazione di borghi fortificati in posizioni elevate. E infatti al 1308 risalgono le prime documentazioni certe dell’esistenza del borgo fortificato di Santo Stefano di Sessanio, territorio facente parte del feudo della Baronia di Carapelle.

    La Baronia ricorre spesso nei documenti, in particolare nel Chronicon Volturnense. La prima citazione nel placito del 2 marzo 779, dove si racconta la visita di Dagari, inviato dal Duca di Spoleto a dirimere una vertenza tra la gente di Carapelle ed i monaci di San Vincenzo al Volturno che, nella valle del Tirino, possedevano la cella di San Pietro ad Oratorium e numerosi beni. Uno dei periodi significativi nel processo di trasformazione del territorio s’ebbe con il nuovo assetto creato dai Normanni. Il placito del 779 riferisce per quel territorio un’economia di pura sussistenza, un paesaggio dominato da selve spontanee, la resistenza dei monaci alle attività di disboscamento. La riforma dei Normanni creò un nuovo disegno nel paesaggio, sia a livello difensivo che sull’economia del luogo. E’ da presumere, infatti, che a tale periodo risalga l’incastellamento sul territorio di Carapelle. Dal Catalogus Baronum s’apprende che Signore delle terre della Baronia di Carapelle fu Oderisio da Collepietro, che aveva possedimenti anche nell’altro versante del Gran Sasso. Dopo il dominio di Svevi e Angioini, nel 1384 il tenimento venne assegnato al Conte di Celano. Solo nella seconda metà del Quattrocento entrarono in scena i Piccolomini, che l’ebbero fino al 1579, i quali infine lo cedettero ai Medici di Firenze, che vi rimasero fino a metà del Settecento.

    Sarà stato l’eccezionale contesto ambientale ed urbano di Santo Stefano di Sessanio a far uscire dalla sua riservatezza artistica Bruna Bontempo Cagnoli, pittrice feconda, appassionata dai colori della nostra terra, ma finora mai lambita dal desiderio d’epifania. Nasce così AMYGDALUS, la prima Mostra personale di questa Artista sensibile e raffinata. Aprirà per l’appunto a Santo Stefano di Sessanio, dal 13 al 23 dicembre, presso il Palazzo dell’Opificio, in Via degli Archi. Vernissage alle ore 17 del 13 dicembre. L’amore per questi borghi, cresciuto con le assidue frequentazioni di Calascio e della sua magnifica Rocca - per National Geographic uno dei 15 castelli più belli del mondo - s’insediò nell’Artista dopo il tragico terremoto dell’Aquila, quando suo figlio, Franco Cagnoli, musicista e scrittore, vi andò a vivere. Molte le giornate passate lassù, in compagnia di Franco e Mimì, uno degli ultimi pastori calascini. Al pastore Mimì, e al suo gregge, l’Artista dedica infatti la sua esposizione. Quelle esperienze hanno accentuato in lei l’innata passione per la ricerca del colore, attinto dalla Natura al suo stato puro, in una percezione visiva di forte coinvolgimento. E la ricerca del colore en plain air e il suo tratto sulla grezza tela, a volte su semplice iuta, in Bruna Bontempo affondano radici nella storia di queste comunità montane, segnate nel bene e nel male dagli aspri luoghi delle greggi. Nella pastorizia e nelle faticose transumanze. Nella natura incontaminata e cangiante. Nei suoi ritmi e nelle impareggiabili cromie. I suoi dipinti rivelano il cordone ombelicale con la storia di queste terre d’Abruzzo, l’ancoraggio nell’ancestrale essenzialità della cultura rurale della gente di montagna.

    Nascono così i tratti del colore sulle sue tele. Intensi. Una pudica espressione dell’anima. La sapida trascrizione del vissuto atavico di queste genti e dei loro antichi rituali quotidiani. Un’umanità forte e schietta. Semplice e gelosa della sua terra, che tra immani fatiche e laceranti solitudini aveva tuttavia la sapienza d’attendere il ritmo del tempo, conosceva rumori ed odori della natura, apprezzava come un dono il cambio delle stagioni vivendo le diverse declinazioni del lavoro. Infine, assaporava lo stupore per i salti cromatici che dal candore delle cime innevate volgevano alle esplosioni dei colori in primavera, quando proprio i mandorli in fiore anticipavano come una rivelazione l’imminente risveglio della natura. E poi la cornucopia di tonalità cromatiche che l’autunno contrappuntava all’estate. “Un mondo magico – dice l’Artista – che ha visto uomini e greggi immergersi nella natura incontaminata e cangiante, nei suoi colori e nei suoi ritmi. Un racconto di vita, di sostentamento e di bellezza, che la memoria non deve mai abbandonare o far cadere nell’oblio, ma tenere desta l’attenzione perché tutto possa vivere, raccontarsi come Amygdalus, che torna a fiorire a primavera, in una rinascita continua di colori, di stagioni e di bellezza”. 

    La natura incorrotta. Selvaggia. Misteriosa. Sulle tele di Bruna Bontempo diventa scenario di gioco fantastico, poetico. Lirismo cromatico generoso e sensuale, eppure fine e delicato, come il rispetto verso luoghi e genti di questa terra. Una tacita narrazione di storie, d’umanità e di memoria, attraverso il colore. Il portato d’una densa sensibilità artistica e culturale, che sa attingere al vissuto intenso delle genti di questa incantevole porzione d’Abruzzo con l’umiltà di chi cerca l’autenticità vera, libera dai condizionamenti e dalle consuetudini delle comunità “evolute”, imprigionate dalle schiavitù della modernità. Ne deriva una pittura altrettanto libera da canoni estetici preordinati, dove il tratto cromatico rivela ogni volta spontaneità e il colore ostenta una sua purezza non formale. Questa - così credo di poterla descrivere, senza pretese critiche che esulano dalla mia competenza, ma solo quale manifestazione d’una emozione - mi pare l’indole artistica di Bruna Bontempo, formatasi nel crogiuolo culturale aquilano fatto di musica, teatro, cinema e cenacoli letterari, attraverso gli studi condotti tra la Facoltà di Lettere del nostro ateneo e l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila. Un’indole, tuttavia, che riesce a spiccare il volo grazie alla versatilità d’un animo attento all’Uomo e ai suoi retaggi culturali. Un’attitudine sincera a ricercare e comprendere i valori veri della nostra gente, laddove essa vive da secoli. Un talento, quello di Bruna Bontempo, non sepolto nella terra per semplice conservazione, bensì espresso a piene mani nella ricerca premurosa della dimensione profonda dell’Uomo.   

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    Presentato il Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni italiane nel mondo

    GENOVA – Questa volta è stata la Città della Lanterna, così fortemente legata alla storia della nostra emigrazione, ad ospitare il Seminario di presentazione del Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo (DEMIM), pubblicato da SER ItaliAteneo con la collaborazione scientifica della Fondazione Migrantes.

    L’emigrazione italiana tra Ottocento e Novecento è stata al centro del Seminario, tenutosi il 5novembre scorso all’Archivio di Stato di Genova. L’evento, promosso dal CISEI  (Centro Internazionale Studi Emigrazione Italiana) partner scientifico del Dizionario, ha visto tra i relatori Tiziana Grassi, ideatrice e direttrice del progetto, motore ed anima dell’opera, e del direttore editoriale Enzo Caffarelli. Un folto pubblico ha seguito i lavori del seminario, nonostante l’ Allerta Uno sulla città, gravemente flagellata da violenti nubifragi. Una partecipazione motivata, attenta, a conferma che l’emigrazione, sebbene persista un’inconcepibile distrazione di Istituzioni e classe politica del Paese su un fenomeno così significativo per la nostra storia, è tema centrale e quanto mai attuale, tra nuove mobilità che dall’Italia tornano a varcare i confini alla ricerca di lavoro, e gli 80 milioni di oriundi italiani nel mondo. Dunque una riflessione a tutto campo, quella tenutasi a Genova, stimolata delle tematiche trattate nel monumentale Dizionario sull’epopea migratoria italiana, resa possibile dall’iniziativa del CISEI in collaborazione con l’Archivio di Stato di Genova, il MuMa (Museo del Mare e delle Migrazioni), l’Università di Genova, l’Autorità Portuale e la Fondazione Casa America. Preceduto dalla firma del Protocollo di collaborazione scientifica tra CISEI e Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, sottoscritto dal presidente del CISEI Fabio Capocaccia, e dal Soprintendente Maurizio Galletti, il seminario ha preso il via con il saluto del direttore dell’Archivio di Stato di Genova, Francesca Imperiale, che presentando il convegno ha espresso vivo apprezzamento per la ricchezza di contenuti del Dizionario Enciclopedico, al quale l’Archivio di Stato ha dato un rilevante contributo con il proprio patrimonio storico-documentale, come banche-dati, liste passeggeri, registri d’imbarco e giornali nautici. Tasselli rilevanti che contribuiscono a ricostruire l’ampio mosaico conoscitivo sulla Grande Emigrazione.

    Maria Paola Profumo, presidente del MuMa - il più grande Museo marittimo del Mediterraneo - presente nel DEMIM con i cataloghi documentali relativi a mostre sulle migrazioni, nel suo saluto ha focalizzato le costanti che riguardano le partenze e i transiti transnazionali, dal passato al presente. Una dimensione che accomuna sia le attività scientifiche del MuMa, sia la costellazione semantica che il Dizionario ha affrontato nel curare lemmi di impianto ontologico come l’identità, la memoria, la nostalgia, lo spaesamento-sradicamento, il lutto migratorio, stereotipi e pregiudizi, costruzione di nuove territorialità. La parola è passata poi a Fabio Capocaccia, presidente del CISEI. Promotore dell’evento e moderatore del Seminario, l’ing. Capocaccia ha portato anche i saluti di Luigi Merlo, presidente dell’Autorità Portuale di Genova e di Roberto Speciale, presidente della Fondazione Casa America.

    Quindi è entrato nel vivo, sottolineando come la presentazione del DEMIM rappresenti il punto di arrivo d’una collaborazione che dura da oltre dieci anni tra Tiziana Grassi e il CISEI, “da quando Tiziana ci invitava in Rai International, a Sportello Italia, il programma di servizio per gli italiani all’estero di cui era autrice, una pietra miliare nel panorama informativo verso i nostri connazionali, a quando, nel 2009, presentammo a Genova presso il Museo Galata la sua opera multimediale in dvd “Segni e sogni dell’Emigrazione”, con Catia Monacelli e Giovanna Chiarilli (Eurilink, Roma 2009), opera alla quale il CISEI aveva collaborato sul piano scientifico e documentale. Un’opera che lei aveva fortemente voluto, come contributo originale alla valorizzazione del patrimonio di memorie e di cultura che l'emigrazione rappresenta per il nostro Paese. Da quel dvd nasce il progetto di questo Dizionario - ha proseguito Capocaccia - impresa veramente impegnativa, importante, che ha richiesto 5 anni di lavoro ad un team di 170 autori, tra studiosi, accademici e ricercatori. Il CISEI, che dalla sua fondazione dedica la propria attività alla costruzione di un Database computerizzato sui nomi e le vicende degli emigrati italiani, ha partecipato al progetto del Dizionario insieme ai migliori esperti nazionali, ritenendolo uno strumento prezioso, direi indispensabile, per tutti coloro che si avvicinano all'emigrazione, come terreno di studio,  di ricostruzione storica, o più semplicemente ricerca delle origini della propria famiglia. E’ nostra intenzione dotare progressivamente il Database, che attualmente conta oltre 4 milioni di schede di emigrati italiani, di ogni utile riferimento, come un link naturale al Dizionario, allo scopo di realizzare un sistema multimediale integrato, con libero accesso da parte di studiosi e appassionati”. 

    “Porto di Genova, Archivio Centrale dello Stato, Archivio Ligure della Scrittura Popolare, CISEI, banche-dati, liste passeggeri, giornale nautico - diario di bordo, agenti di emigrazione, compagnie di navigazione, partenze, albergo degli emigranti, stazione marittima, biblioteche di bordo, medico di porto, nave, traversata, Navigazione Generale Italiana, oceano, solitudine, luoghi-simbolo, coraggio, orgoglio, sogni, resilienza, ritorno… Sono solo alcuni dei lemmi del racconto della Grande Emigrazione italiana tra Ottocento e Novecento raccolti in questo Dizionario e che sono fortemente connessi a Genova e alla sua storia e identità. Città alla quale sono molto legata per il suo essere luogo simbolo per eccellenza della diaspora italica che ha visto partire milioni di connazionali - ha dichiarato Tiziana Grassi nel suo intervento, illustrando genesi, impostazione e struttura del volume -, una città i cui studiosi di emigrazione hanno dato un significativo contributo di pensiero e competenze a quest’opera e che ringrazio per gli amplianti orizzonti disciplinari che hanno reso il Dizionario «una vera e propria summa di un fenomeno che ha segnato indelebilmente la storia del nostro Paese», come l’ha definito il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo Saluto di apertura all’opera. Questo volume enciclopedico, che peraltro ho curato insieme ad altri 4 curatori , si pone come un continuum di ricerca con la mia precedente opera multimediale “Segni e sogni dell’Emigrazione”, passando dalla prospettiva semiotica - dei segni intesi nella doppia dimensione di lacerazioni interiori nella persona migrante ma anche come simboli archetipi delle migrazioni - alla dimensione semantica, ovvero al significato espressivo delle parole legate all’universo migratorio. Nell’opera il magmatico portato della nostra epopea viene affrontato non nella lineare sequenzialità temporale cui sono improntate le numerose pubblicazioni sulla storia dell’emigrazione, ma come mosaico multidisciplinare, composto dai numerosi tasselli conoscitivi che vanno dalla letteratura alla musica, dalla linguistica alla fotografia, dall’antropologia alla devozione, dal cinema all’arte, passando per statistica, associazionismo ( la vera sfida storico-culturale che oggi vive la Grande Emigrazione nelle sue generazioni e che non dobbiamo trascurare nei effetti di lungo periodo) e genealogia, alimentazione, storie di eccellenza. E ancora l’economia, la promozione del sistema Paese, il Made in Italy, l’internazionalizzazione delle imprese italiane, lemma curato dall’esperto di rapporti bilaterali Angelo Giovanni Capoccia, uno degli autori del Dizionario oggi qui presente, che ha focalizzato tutto il potenziale, anche economico, che più sistematiche e strutturate relazioni tra le ‘due Italie’ potrebbero mettere a frutto. Argomenti e prospettive disciplinari che ho voluto affidare allo ‘specifico’ di 169 studiosi ed esperti e che appartengono tanto agli aspetti teorici, ai sistemi valoriali, ai segni e ai simboli, ai sentimenti e alla psicologia, quanto a luoghi, fatti, oggetti concreti, ben circoscritti nel tempo e nello spazio”.

    “Con molti degli autori - ha aggiunto Tiziana Grassi - ho stimolanti collaborazioni professionali sin dai tempi di Rai International e, tra tutti, penso al prof. Mario Morcellini dell’Università “La Sapienza” di Roma, che sin dall’inizio di questo mio progetto ha generosamente affiancato il progressivo strutturarsi del volume con un folto gruppo di studiosi del suo ateneo e che ha curato la smagliante Prefazione al Dizionario. Un volume complesso che ha richiesto cinque anni di intenso lavoro e che si articola in 1.500 pagine con 700 lemmi-articoli, 160 box di approfondimento, 17 appendici monotematiche e 500 illustrazioni e documenti storici che per anni ho cercato in musei, archivi, centri di ricerca e fondazioni, ottenendo anche numerosi patrocini di atenei italiani ed esteri, tra i quali mi fa qui piacere ricordare l’Università di Genova. Il Dizionario, con il coordinamento scientifico della sociologa Delfina Licata, che ha guidato anche il Comitato scientifico del Dizionario composto da 50 studiosi ed accademici, ha un taglio scientifico e al tempo stesso divulgativo, in una dimensione di servizio che è sempre stata il mio punto di riferimento sin dall’impostazione dell’opera e che ho condiviso con gli altri curatori del Dizionario, tra cui cito con particolare gratitudine Mons. Gian Carlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes: una dimensione inderogabile per trasmettere alle comunità italiane all’estero, ai discendenti degli emigrati rimasti o tornati in Italia, a scuole, giovani, amministratori pubblici ed operatori culturali una pagina fondativa del nostro Paese. Una pagina troppo spesso trascurata, se pensiamo alla sua perdurante marginalizzazione nei testi scolastici e ai tagli ai finanziamenti che le istituzioni le riservano, mentre 80 milioni di connazionali nel mondo ci osservano e, nel registrare l’inquietante miopia da parte di questa Italia dentro i confini, sono in attesa di segnali d’una più matura e consapevole attenzione. Questo Dizionario, nei miei auspici - ha concluso la Grassi - ha anche l’obiettivo di risvegliare la coscienza collettiva sul nostro importante e ineludibile passato migratorio, che per molti aspetti è anche presente, come ha ricordato Maria Paola Profumo, e palpita nella complessità e nelle contraddizioni di un tempo ad alto tasso di nomadismo transnazionale”.    

    Sulla complessità e l’impegno necessari per realizzare un’opera così ampia ed articolata, è intervenuto Enzo Caffarelli, direttore editoriale del DEMIM, nonché tra i suoi curatori ed autori. “La realizzazione del Dizionario - ha sottolineato il prof. Caffarelli - ha presentato numerose sfide, che sta ora agli studiosi, ai protagonisti in ogni settore del fenomeno migratorio e al pubblico in genere stabilire se siano state superate o no. La prima era quella di coniugare lo stile del Dizionario con il carattere dell’enciclopedia, cercando di raccontare e analizzare più temi possibili, ma con il rischio di dimenticare o di sottovalutare alcuni aspetti. La seconda era quella di utilizzare, moltiplicato per 169 autori, un linguaggio che fosse utile e accettabile da parte degli specialisti come da parte del pubblico generale. E di trovare una sufficiente armonia, una coerenza stilistica nell’offrire un’opera che vuol essere, ovviamente, di servizio. Una terza sfida era raggiungere alcuni target che ai curatori e agli autori, oltre che evidentemente all’editore, stanno particolarmente a cuore. Per esempio le scuole, considerando quanto poco i giovani sanno delle migrazioni del passato e del presente. Per esempio i Comuni, attraverso in particolare le biblioteche, perché sono fra i principali protagonisti del grande fenomeno migratorio. Per esempio le associazioni di/per gli emigrati italiani all’estero, superando le barriere della lingua, della distribuzione e del costo dell’opera”.

    L’intervento del prof. Fabio Caffarena, direttore dell’Archivio Ligure della Scrittura Popolare dell’Università di Genova, che ha aperto la sequenza dei contributi degli studiosi genovesi che in misura rilevante hanno collaborato alla realizzazione del DEMIM, ha sottolineato da una parte il ruolo svolto dall’Archivio Ligure della Scrittura Popolare (ALSP), attraverso la sua attività e il suo gruppo di lavoro, nell’ambito del Dizionario, dall’altra il patrimonio documentale conservato dall’ALSP, partner scientifico dell’opera, e le modalità di trattamento delle fonti. Il focus si è concentrato, attraverso un caso-studio particolarmente efficace, su un epistolario d’emigrazione ritrovato casualmente nella spazzatura, salvato proprio grazie al ruolo di presidio sul territorio che ormai svolge l’ALSP. Il prezioso ritrovamento - ha osservato Caffarena - ha consentito di sottrarre alla distruzione documenti di estremo interesse, appunto il caso d’una famiglia migrante le cui tracce sono state ritrovate anche nella banca dati dei partenti del CISEI, incrociate con le testimonianze orali e i ricordi ancora disponibili, rimontando così, non senza qualche sorpresa, una storia esemplare e al tempo stesso eccezionale di emigrazione. In tale contesto il Dizionario funziona come ‘risorsa quadro’, come strumento di consultazione da cui partire per orientarsi tra i temi e le problematiche che anche l’epistolario in questione pone. Se l’ALSP e altre istituzioni simili funzionano come rete - archivistica, ma non solo - il Dizionario fornisce le coordinate per muoversi all’interno di un ‘mondo migrante’ fatto di tracce e documenti labili, di lemmi da inseguire”.  

    Ancora centrale l’ALSP con il prof. Federico Croci, che trattando le migrazioni italiane tra accoglienza e contaminazioni culturali, ne ha tematizzato alcune parole chiave, curate dallo studioso per il ponderoso volume enciclopedico. Un intervento incentrato sul ruolo svolto dai luoghi-simbolo delle migrazioni italiane nelle Americhe e sulle marcate interrelazioni culturali rilevabili attraverso l’analisi delle lingue parlate degli emigrati nei Paesi ospiti. “Nei principali porti di destinazione dell’emigrazione transoceanica - ha osservato Croci - per ricevere gli emigranti in arrivo venivano allestite strutture dedicate all’accoglienza che espletavano le formalità burocratiche relative all’ingresso nel Paese ed i controlli igienico-sanitari. Castel Garden ed Ellis Island a New York, Pier 21 ad Halifax, l’Hotel de Inmigrantes a Buenos Aires, Ilha das Flores a Rio de Janeiro o Angel Island a San Francisco erano dunque i luoghi-simbolo dell’attraversamento dei confini e, in certa misura, l’ultima fase di un rito di passaggio, dalla condizione di cittadino a quella di migrante, iniziato nei porti d’imbarco. Spesso queste strutture venivano presentate come confortevoli e al servizio degli emigranti. In realtà si trattava di luoghi in cui le persone venivano ammassate allo scopo di essere selezionate, si trattava cioè di luoghi nei quali le politiche e le aspirazioni al controllo della mobilità umana da parte degli Stati nazionali assumevano le forme concrete della selezione dei migranti sulla base del gradimento politico, etnico, razziale, religioso ed eugenetico. Le gendarmerie nazionali fungevano da filtro o da sbarramento contro gli emigranti considerati indesiderabili. Spesso con accanita diligenza cercavano di far rientrare un mondo di sogni, speranze, strategie, progetti di vita e aspettative all’interno di maglie che potevano restringersi a seconda del governo in carica o del momento politico e che corrispondevano al modello di migrante ideale che le élite nazionali immaginavano facilmente e docilmente integrabile nella società ospite. Così come questi luoghi-simbolo rimandano ad un momento fondativo del processo migratorio, carico di elementi simbolici, le lingue parlate dai migranti, dal ‘broccolino’ al ‘cocoliche’, dall’ ‘australitalian’ al ‘carcamano’, sono il prodotto di un atteggiamento duplice da parte dei migranti. Si tratta di lingue che sono il frutto di un intreccio tra i dialetti d’origine, la lingua italiana e la lingua del Paese ospite; testimoniano la determinazione a mantenere la propria identità linguistica, a conservare le proprie tradizioni e, al tempo stesso, l’adattamento all’italiano dei prestiti di lingue altre, documenta un’apertura alla lingua della cultura dominante, certifica un processo di trasformazione. Convivono in queste parlate conservazione e innovazione, resistenza identitaria e integrazione. In esse si possono ritrovare frammenti di storie di sradicamento ed estraneità, di esclusione e isolamento, schegge di affetti, appartenenze e radici travolte dalle trasformazioni che il meccanismo migratorio ha inesorabilmente innescato. In ultimo, possiamo rinvenire l’estrema vitalità della cultura popolare capace di innovazioni, re-invenzioni creative e di una efficacissima potenza espressiva. Il Dizionario Enciclopedico - ha concluso lo studioso - è, in fondo, anche questo: un intreccio di percorsi multidisciplinari che aprono spunti di riflessione e stimolano ulteriori filoni di ricerca su uno dei fenomeni che hanno costruito la nostra identità nazionale”.

    Genova principale porto di partenza dell’epopea italiana e “archivio della memoria” delle migrazioni italiane tra Otto e Novecento, è stato il focus dell’intervento del prof. Carlo Stiaccini, ricercatore del CISEI, che ha sottolineato quanto “la presentazione del Dizionario Enciclopedico sia l’occasione per illustrare il rapporto che esiste tra le voci del Dizionario, che ho avuto il privilegio di scrivere, e gli archivi storici presenti a Genova. L’occasione per tentare di fare, in breve, il punto sul patrimonio archivistico presente in ambito genovese, utile a ricostruire i rapporti tra il territorio ligure, le sue istituzioni pubbliche e private, e il fenomeno migratorio italiano, a partire almeno dal XIX secolo e dal ruolo appunto che in questo lungo periodo ha avuto Genova come porto d’imbarco e luogo fra i più trafficati in Italia sulle rotte tra Europa e Paesi Americani. Voci come Liste di imbarco, Giornali nautici - Diari di bordo, Agenti di emigrazione, Porto di Genova, Navi-Pisoscafi, rimandano ad un giacimento di documenti e di memoria unico in Italia. La serie di registri conservata presso l’Archivio di Stato di Genova denominata ‘Spedizione passeggeri’, prodotta dall’Ufficio di Sanità Marittima del porto, sono uno dei pochissimi esempi oggi presenti in Italia, se non l’unico, di registrazione delle partenze da un porto italiano. Così i Giornali nautici, meglio conosciuti come Diari di bordo sono un documento prodotto dai comandanti dei piroscafi e sono una fonte preziosissima e possono essere considerati a tutti gli effetti dei racconti di viaggio, capaci di restituire informazioni per nulla scontate sulle vicende legate a quel fenomeno straordinario di mobilità che ha riguardato nei decenni a cavallo fra Otto e Novecento le due sponde del l’Oceano e che indirettamente ha visto protagonisti anche i comandanti dei piroscafi. I giornali nautici, più di 12.000 esemplari conservati a Genova, sono una fonte preziosa non solo evidentemente per la storia del trasporto marittimo ma anche per una storia sociale delle migrazioni per mare in età contemporanea. Non possiamo non dire qualcosa sulla voce Porto di Genova, voce altrettanto strettamente collegata a documenti conservati all’Archivio di Stato. Basti pensare, per esempio, alle serie prodotte dalla Prefettura in epoca pre-post unitaria (sicurezza e ordine pubblico in città e nel porto, rilascio passaporti per l’estero ecc.). Genova e il suo porto sono stati per almeno un secolo la “Porta per le Americhe”, ovvero l’imbarco scelto da milioni di persone dirette oltreoceano. Il Dizionario, mi sento di dire anche per questo suo forte rapporto col territorio - ha concluso Stiaccini -, può essere inteso come una straordinaria mappa di parole che rimandano a formidabili depositi della Memoria utili a capire meglio, e più a fondo, un tema centrale della storia italiana recente, che sovente si è tentato di normalizzare, semplificare e uniformare ad una serie di stereotipi ben noti”.

    Una prospettiva sociologica e linguistica di approfondimento, quella introdotta dal prof. Stiaccini, ampiamente affrontata nel Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni italiane in numerosi lemmi interconnessi, tra discriminazioni, razzismo e xenofobia, termini dispregiativi e denigratori, nomignoli gergali, soprannomi con cui gli italiani sono stati designati all’estero e che risentivano della stigmatizzazione di attributi culturali e sociali, di natura alimentare, storica, politica o linguistica, professionale o ideologica, spesso legati alle caratteristiche fisiche o alle origini etniche dei nostri connazionali. Ma sul sistema concettuale di ipersemplificazione per stereotipi su comportamenti e caratteristiche ritenuti tipici di un determinato gruppo etnico o nazionalità, e sull’indesiderabilità dei nuovi venuti espressa dalla popolazione ospitante, il celebre studioso di emigrazione Gian Antonio Stella, in un suo saggio (L’orda, Rizzoli, Milano 2002) che affronta un puntuale confronto tra passato e presente, tra emigrazione italiana all’estero e immigrazione straniera in Italia, osserva: “Non c’è stereotipo rinfacciato agli immigrati di oggi che non sia già stato rinfacciato, un secolo o solo pochi anni fa, a noi. «Loro» sono clandestini? Lo siamo stati anche noi: a milioni, tanto che i consolati ci raccomandavano di pattugliare meglio i valichi alpini e le coste non per gli arrivi ma per le partenze. «Loro» si accalcano in osceni tuguri in condizioni igieniche rivoltanti? L’abbiamo fatto anche noi, al punto che a New York il prete irlandese Bernard Lynch teorizzava che ‘gli italiani riescono a stare in uno spazio minore di qualsiasi altro popolo, se si eccettuano, forse, i cinesi’. «Loro»  vendono le donne? Ce le siamo vendute anche noi, perfino ai bordelli di Porto Said o del Maghreb. Sfruttano i bambini? Noi abbiamo trafficato per decenni coi nostri, cedendoli agli sfruttatori più infami o mettendoli all’asta nei mercati d’oltralpe. Rubano il lavoro ai nostri disoccupati? Noi siamo stati massacrati, con l’accusa di rubare il lavoro agli altri. Fanno troppi figli rispetto alla media italiana mettendo a rischio i nostri equilibri demografici? Noi spaventavamo allo stesso modo gli altri. Eravamo sporchi? Certo, ma furono infami molti ritratti dipinti su di noi. […] La verità è fatta di più facce. Sfumature. Ambiguità”. Ieri, all’estero, eravamo mangiamaccheroni, wog (virus, parassita), babis (rospi) o bat (pipistrelli). Oggi etichettiamo gli “altri” con un sommario e spregiativo vu cumpra’. Corsi e ricorsi storici. In assenza di Memoria.

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  • L'altra Italia

    Il terremoto del 1915 nella Marsica, nel racconto del danese Johannes Jørgensen

    L’AQUILA - L’evento è previsto per le ore 13 del 9 novembre 2014, presso la Sala Blu del Palazzo dei Congressi di Pisa, sede del Festival che vedrà presenti 150 editori italiani e stranieri. La presentazione avverrà nel contesto della manifestazione, alla sua XII edizione, che registra un crescente interesse in Italia e che quest’anno riserva alla letteratura dei paesi scandinavi il ruolo di protagonista. Insieme all’editore, parteciperanno alla presentazione del libro Antonio Bini e Bruno Berni, che ha curato la traduzione del testo, grazie anche alla collaborazione dell’Associazione Culturale “Johannes Jørgensen” di Svendborg, città natale dello scrittore. 

    Quel tragico 13 gennaio 1915 Johannes Jørgensen si trovava in Italia, a Siena. Appresa lanotizia del terribile terremoto che devastò tragicamente la Marsica, egli volle immediatamente raggiungere l’area colpita, e in modo particolare Civita d’Antino, per conoscere di persona le conseguenze del sisma nel borgo della Valle Roveto così caro a molti danesi, da oltre trent’anni sede estiva della scuola d’arte del maestro Kristian Zahrtmann. Da Siena arrivò a Roma, poi con un auto presa a noleggio, seguì l’itinerario per Tivoli, Tagliacozzo, Cappelle dei Marsi, Avezzano, Capistrello, Civitella Roveto, la stazione ferroviaria di Morino Civita d’Antino, per poi raggiungere finalmente Civita, erta sul colle, dolorosa tappa finale del suo viaggio in Abruzzo. Quella di Johannes Jørgensen, grande biografo di San Francesco d’Assisi, costituisce un’eccezionale testimonianza, lucida e al tempo stesso intensa e commovente, del dramma vissuto dalle popolazioni della Marsica, della devastazione provocata dal sisma, dei morti e feriti, ma anche della generosa opera di volontari e militari. Drammatica e prolungata la descrizione di Avezzano, interamente distrutta. Scriverà riferendo icasticamente d’aver avuto l’impressione d’essere tornato da un campo di battaglia.

    Il suo racconto, pubblicato a Copenaghen nel 1915, aveva in particolare l’obiettivo d’informare i tanti danesi che conoscevano molto bene Civita d’Antino attraverso le tante opere dipinte da decine di artisti, amici o allievi di Zahrtmann. La notorietà del paese abruzzese in Danimarca è d’altra parte implicita nel titolo del racconto. Oltre alle migliaia di vittime, il terremoto segnò la fine d’una straordinaria stagione artistica, poi scivolata lentamente nell’oblio. La nuova edizione è curata da Antonio Bini, come la prima d’altronde, edita nel 2005 e andata subito esaurita, e segna una ripresa d’interesse nei confronti della scuola d’arte danese, frequentata anche da pittori svedesi, norvegesi e finlandesi. Il racconto viene riproposto all’attenzione del pubblico dopo le numerose richieste del volume che era andato ormai esaurito. La nuova edizione è ulteriormente arricchita dal saluto dell’Ambasciatore di Danimarca in Italia, Birger Riis Jørgensen. Un saluto non formale il suo, considerato che è stato il primo rappresentante ufficiale del paese natale di Zahrtmann ad aver visitato Civita d’Antino.

    Nella sua nota di saluto inserita nel volume, l’ambasciatore Birger Riis Jørgensen scrive: “Per il pittore danese Kristian Zahrtmann e i suoi tanti allievi e amici artisti nordici, Civita d’Antino ha rappresentato per molti anni un rifugio meraviglioso, dove crescere artisticamente, essere sfidati dalla luce e dai motivi, seguire la vita del paesino nel quotidiano e durante le festività, instaurare amicizie con i cittadini e scoprire una cultura tanto differente da quella dei propri paesi d'origine. Quest’età d'oro è durata per circa 30 anni, lasciando tante tracce sia in Italia che nei paesi nordici. Civita d’Antino vive oggi in dipinti bellissimi che è possibile ritrovare in alcuni musei danesi ma anche in altri paesi. Anche l’Italia conserva tanti ricordi di Zahrtmann e dei suoi colleghi. Il terribile terremoto del 1915 segnò la fine di questa avventura e fu devastante per i migliaia di uomini che ne furono colpiti. Il diciannovesimo secolo aveva già portato eventi dolorosi in Italia e altri ne sarebbero seguiti presto. Molti anni dopo, il terremoto dell’Abruzzo è stato descritto come una delle catastrofi più tragiche della storia italiana.[…] Vale veramente la pena – annota infine l’Ambasciatore - dedicare un po’ di tempo alla lettura di questo racconto dello scrittore Johannes Jørgensen, il quale aveva già scritto una bellissima biografia su Francesco d’Assisi. Il racconto può sembrare quasi un reportage di un giornalista di guerra, con tutto il suo orrore e la sua disperazione. Ma il racconto porta anche il lettore a Civita d’Antino che non tornò mai più ad essere quel luogo d’incontro prezioso per i tanti artisti nordici.”

    Ed in effetti Civita d’Antino, per opera del pittore danese Kristian Zahrtmann, era diventata davvero un vero e proprio cenacolo per centinaia di artisti scandinavi. L’artista vi era giunto nel giugno del 1883. Quel paese di montagna, la sua gente semplice e schiva, i ritmi della vita cadenzati dal lavoro nei campi, furono per Zahrtmann una scoperta che gli avrebbe cambiato l’esistenza. Così scrisse, in una lettera del 22 giugno, al suo amico Frederik Hendriksen: “Sono innamorato della montagna e del carattere che dona alla gente che l’abita. Dovresti vedere i giovani lavoratori tornare dai campi. Con le zappe in spalla, canticchiando allegri le loro melodie del Saltarello. Avresti detto con me che in nessun teatro s’era mai sentito un coro più bello. Questo perché tutti cantano di cuore, così che la loro gioia sale dritta nell'aria come una bolla scintillante”. Fatto sta che egli elesse proprio quello sperduto borgo come sua seconda patria, trascorrendovi ogni anno l’estate, fino al 1911. Entrò presto in comunione con quella gente, nella sua semplicità ricca di gentilezza e di valori dal sapore antico. D’ogni cosa che riguardasse la quotidianità di Civita d’Antino, le tradizioni e la religiosità, Zahrtmann rimase intrigato, tanto da amarla fortemente. Un amore certamente ricambiato, copioso di premure e d’affetto dei suoi abitanti, tanto da vedersi tributato, nel 1902, il conferimento della cittadinanza onoraria di Civita.

     
    Non fu un caso isolato il fascino che questo borgo esercitò su Zahrtmann. Uguale folgorazione aveva subìto nel 1877 il pittore danese Enrik Olrik e prima ancora - scrive Antonio Bini in un suo libro - nel 1843 Edward Lear, inglese di nascita ma di genitori danesi, “landscape painter” com’egli si definiva e viaggiatore attento, che pagine superbe avrebbe vergato proprio sull’Abruzzo. Ebbene, proprio Kristian Zahrtmann, di sua iniziativa, fece nascere a Civita d’Antino una vera e propria scuola estiva per artisti scandinavi, che poi prese il suo nome, completamente innovativa nei programmi e nei metodi formativi, in aperta contestazione con le politiche dell’Accademia delle Arti danese. Da quel momento quel borgo della Valle Roveto divenne punto di riferimento per centinaia d’artisti dal nord Europa. “Proprio questo felice isolamento - scrive Antonio Bini - sembra essere stato apprezzato da Zahrtmann, il cui tormentato carattere ritrovava semplicità e vitalità creativa tra le montagne abruzzesi, dedicandosi interamente alla pittura e trasformando il piccolo paese in un laboratorio en plein air, dove si dipingeva dalla prima mattina fino al tramonto, con tanti modelli a disposizione, in un clima di spensierata amicizia e di sorprendente integrazione”. 

    E tuttavia una vicenda così straordinaria sarebbe stata sepolta dalla polvere dell’oblio, o rimasta nota a pochi spiriti eletti, se l’indomita passione di Antonio Bini, sopra tutto, non l’avesse riportata alla luce. Si deve infatti proprio a Bini la promozione d’una serie d’iniziative per rinverdire la splendida avventura, culturale ed umana, di Kristian Zahrtmann, della sua Scuola a Civita d’Antino, e delle centinaia d’artisti scandinavi che per oltre trent’anni vi passarono, fin quando il terremoto del 13 gennaio 1915 non sconvolse la Marsica, con le sue distruzioni e con le trentamila vittime, determinando anche la fine di quella meravigliosa esperienza artistica.

    “[…] La riedizione, condivisa dall’amico Sitg Holsting, presidente dell’Associazione Jørgensen di Svendborg, - scrive Antonio Bini nella prefazione al volume “Civita d’Antino” - è dedicata alla memoria delle persone scomparse tragicamente a seguito del terremoto del 1915, ricordando con gratitudine quanti si adoperarono per soccorrere le popolazioni colpite, manifestando la loro solidarietà in diversi modi, a cominciare dagli stessi Jørgensen, Daniel Hvidt, Zahrtmann e i loro amici danesi, legati a Civita. Il racconto profondamente umano di Johannes Jørgensen segnala ad Avezzano, epicentro del sisma, l’encomiabile presenza dei Vigili del Fuoco di Bologna, che operò a supporto dell’esercito, ma anche di infermieri giunti da Roma in treno, di parroci e di tante persone. Nei paesi intorno ad Avezzano i soccorsi arriveranno più tardi, come nella stessa Civita, dove però lo stesso Jørgensen non mancò di cogliere l’operosità dei sopravvissuti e anche i primi segnali di ripresa, come sottolinea l’ambasciatore di Danimarca in Italia Birger Riis Jørgensen nel suo saluto, che arricchisce la presente edizione. Forme di solidarietà si manifesteranno anche nella successiva fase di ricostruzione, come ricorda, ad esempio, una targa apposta nell’attuale sede comunale di Civita d’Antino, un tempo scuola, edificata grazie alla solidarietà della popolazione di Genova che forse nulla sapeva di quel lontano paese tra le montagne abruzzesi, mentre l’Italia era in guerra”.

    Antonio Bini, con la pazienza del ricercatore, ma anche con l’amore di chi fa le cose per pura passione, non s’è fermato ed ha portato, come in questo caso, ulteriori e preziosi contributi alla conoscenza delle singolarità della nostra regione. Egli meglio di chiunque altro sa che l’immagine dell’Abruzzo, il suo appeal all’estero, affonda le radici certo sulle bellezze naturali, sulla storia millenaria della sua gente, sul grande patrimonio artistico e architettonico delle città d’arte e degli splendidi borghi, sulla qualità della cucina abruzzese e dei prodotti tipici di questa terra. Ma anche sa bene che nel mondo il successo turistico della regione poggia anche su storie come questa dei pittori scandinavi, dalla quale ebbe origine anche il racconto di Johannes Jørgensen. Aspetti e singolarità che destano forte interesse e curiosità, che la migliore stampa internazionale non manca di cogliere.

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    In scena a Roma "Madam Senato". Musical di Mario Fratti

    ROMA – In prima assoluta in Italia andrà in scena a Roma,il 31 maggio alle ore 21, al Teatro Greco - in via Ruggero Leoncavallo 10 -, l’opera musical Madam Senator di Mario Fratti, con le musiche originali di Tiziano Bedetti e la regia di Giosiana Pizzardo. Commedia musicale in due atti dal forte sapore politico, Madam Senator  ci porta in una competizione elettorale per eleggere un Premier, dove le donne, in un contesto satirico e grottesco intriso di rivendicazioni e contestazioni contro il maschilismo imperante, tentano la scalata al potere. Madam, la protagonista, maîtresse  in un bordello, mobilita le sue prostitute in una campagna elettorale senza esclusione di colpi che richiama l’attenzione di tutti, combattendo l’ingiustizia e la corruzione dilagante nel Paese, la violenza e i soprusi commessi contro le donne. Una pièce ricca di colpi di scena, quale da sempre sa essere il teatro di Mario Fratti che delle tematiche politiche e sociali, dove l’imprevedibilità domina, ha fatto la cifra della sua scrittura drammaturgica e in fondo la ragione del suo straordinario successo.

     

    Lo scrittore abruzzese da quarant’anni trapiantato a New York, tra i grandi del teatromondiale, in quest’opera s’ispira alle commedie classiche di Aristofane, Lisistrata e Le donne in parlamento, attualizzando alcuni temi, dando rilievo e voce alle donne e ai loro diritti. I protagonisti della commedia sono eroi positivi, credono fortemente di poter cambiare la loro condizione e di progredire, sono alla conquista di ogni spazio di libertà e della sua affermazione. Un’opera brillante, dunque, come Fratti ci ha abituato, ironica e mordace, divertente ma nell’essenza assai seria. In un tempo di politica confusa e guasta per corruzione, Madam Senator porta infatti a riflettere sulla necessità di recuperare i valori morali e sul dovere etico d’ogni cittadino nell’impegno civile. Tiziano Bedetti, compositore delle musiche originali, riesce a creare una sintesi unitaria tra le forme classiche dell’opera (ouverture, aria, duetto e tecnica dei leitmotiv che caratterizzano i principali personaggi) e il musical americano (forme della canzone e numeri danzati). Molteplici sono le suggestioni e i generi cui egli si ispira, spaziando dal country western al rhythm and blues, dal rock al gospel sino al rap e alla disco music. Lo spettacolo s’avvale della bravura di professionisti e giovani artisti e della regia di Giosiana Pizzardo, anche in veste di attrice protagonista. Al compositore Tiziano Bedetti rivolgo alcune domande su quest’opera musicale, scritta in stretta collaborazione con Mario Fratti, scrittore italoamericano - è nato a L’Aquila nel 1927 e dal 1963 vive a New York - considerato il più grande drammaturgo vivente, pluripremiato in tutto il mondo, vincitore di ben 7 Tony Award, il massimo riconoscimento per il teatro, come l’Oscar lo è per il cinema.

    Come è nato questo importante incontro artistico?

    “Da diverso tempo cercavo un testo teatrale per un’opera. Mi colpì una commedia in inglese intitolata Madam Senator, scritta da Mario Fratti, l’autore di Nine, il famoso musical che si ispira al film 8 e ½ di Fellini, che ha avuto più di duemila repliche a Broadway, portato sul grande schermo qualche anno fa da Rob Marshall nella versione cinematografica. Contattai Fratti tramite un docente universitario americano che aveva curato la pubblicazione di suoi testi. Dopo alcune lettere e telefonate intercorse, lo incontrai personalmente all’Aquila, sua città natale, nel 2008. Gli esposi il mio progetto, che subito lo convinse. Mi incoraggiò ad andare avanti e a portarlo a termine.”

    Che cosa ti ha colpito del testo di Fratti?

    “La sua immediatezza, l’attualità e i temi sociali. Fratti, ispirandosi a Pirandello e Brecht, ha sviluppato un teatro civilmente impegnato, caratterizzato dalla costante denuncia dell’ipocrisia che connota la società contemporanea. In questa pièce sono presenti molte tematiche forti: i diritti, lo sfruttamento e la violenza sulle donne, la battaglia  contro il maschilismo dominante, il riscatto sociale, la lotta alla corruzione della politica. Fratti ha la capacità di saper trattare temi molto impegnativi con ironia e freschezza e i suoi personaggi sono eroi positivi che lottano per riscattare la loro condizione sociale, anziché farsi annichilire dal fato. Madam, la protagonista dell’opera, diventa infatti paladina dei diritti delle donne, lottando contro il maschilismo, capovolgendo la sua condizione e quella di altre donne, trovando la possibilità di alzare la testa e di rifarsi una vita. Rimasi colpito dalla caratterizzazione reale dei personaggi, che parlano un linguaggio semplice e spontaneo, fatto anche di equivoci divertenti e doppi sensi, da colpi di scena e dalle trasformazioni che avvengono nel corso degli atti. Un teatro dell’imprevedibile, insomma. Sfogliando le pagine del libretto, mi rendevo conto che i personaggi sembravano vivi e avrebbero potuto presto cantare e duettare sulla scena.”

    E il drammaturgo, com’è di persona?

    “Un grande, un uomo pieno di energia, di entusiasmo e generosità. Dal punto di vista umano, uno degli incontri più straordinari che ho avuto. Mi ha subito dato fiducia e ha creduto in me, nel mio progetto, trasmettendomi una carica positiva. Gli sono davvero grato. All’inizio, avevo molto riguardo nel proporre le mie idee e le soluzioni al suo testo, dettate dalla necessità di trasformare una commedia nata negli anni ’70 per un teatro di off Broadway, fatto di pochi personaggi, in un’opera moderna cantata, adatta per il pubblico italiano. Poi, ho capito che il Maestro aveva la mia stessa curiosità nel vedere il suo soggetto prendere vita in una nuova versione. Così, mi regalò alcune vecchie foto del primo allestimento di Madam e una recensione tratta dal New Yorker Theater, firmata da un autorevole critico americano, il quale auspicava che il lavoro fosse sviluppato, in futuro, con più personaggi. Fratti è stato con me, da sempre, disponibile a discutere sulle mie idee, sulle modifiche e sui tagli che proponevo. Ci siamo scambiate molte lettere al riguardo. Ancora adesso mi pare incredibile di aver avuto la possibilità di collaborare con uno dei massimi autori teatrali che tra drammi, commedie e musical, al suo attivo ha più di ottanta opere pubblicate, tradotte in 21 lingue e rappresentate in quasi 700 teatri, dall’America all’Australia, dalla Cina alla Russia, dall’India al Giappone. Nella sua lunga vita, ha conosciuto personalmente miti come Arthur Miller, Marilyn Monroe, Tennessee Williams, Katherine Hepburn e i principali attori di Hollywood come Raul Julia, Antonio Banderas, Nicole Kidman, Daniel Day-Lewis, Marion Cotillard, Penelope Cruz e Sophia Loren, i quali sono stati interpreti dei suoi lavori. Ha reso omaggio, recentemente, anche al Presidente Barack Obama, dedicandogli uno degli ultimi suoi drammi.”

    Come si è svolto il tuo lavoro?

    “E’ durato sei anni. All’inizio ho tradotto il testo dall’inglese all’italiano. A seguire, ho scritto una prima serie di canzoni e orchestrazioni. Poi, studiando e meditando sul libretto, ho proposto a Fratti l’inserimento di alcuni nuovi personaggi (il Senatore Johnny, moralizzatore, dal carattere ambiguo e corrotto e la sua sciocca moglie, Concetta, creando, così, la coppia di antagonisti). Tutti sono caratterizzati da leitmotiv, come nell’opera. Abbiamo quindi lavorato sul libretto insieme alla regista, mettendo ulteriormente a fuoco i caratteri, il loro intreccio, le scene e le ambientazioni, apportando altri cambiamenti. E’ stato proprio attraverso gli ultimi due anni di studio che ci siamo resi conto che l’opera stava prendendo vita. Ora sono presenti ben sedici personaggi sulla scena e tra attori, ballerini e comparse, siamo complessivamente arrivati ad avere trenta persone sul palco.” 

    E lo stile delle musiche?

    “Il personaggio principale, Madam, è un soprano lirico, entra in scena con dei vocalizzi come nell’opera. La sua indole e filosofia di vita è l’essere ottimista, il saper lottare con tenacia contro le avversità della vita. Chuck, uno scrittore dalla personalità calda e affascinante, si presenta nella tradizione dei crooner americani alla Dean Martin e Frank Sinatra. Sua Eccellenza, invece, si scatena in un finale funky gospel. I personaggi più giovanili adottano uno stile più moderno che va dal rock, al rap e alla disco music. Ho cercato di sintetizzare il linguaggio dell’opera lirica e del musical attualizzandoli, ispirandomi anche ai film musicali e alla rivista cinematografica. Alcuni temi, richiamano i western perché rappresentano una metafora della scalata sociale e, se vogliamo, il Far West di certa politica!”

    Il lavoro debutta con la regia di Giosiana Pizzardo, che interpreterà anche il ruolo di Madam. Come ti sei trovato a lavorare con lei?

    “Molto bene. Giosiana ha nel teatro un’esperienza a 360 gradi, avendo ricoperto ruoli principali come cantante ed attrice, sia nel campo dell’opera e dell’operetta, che della commedia musicale italiana e del musical. Ha avuto la fortuna di lavorare a fianco di Garinei e Giovannini, Tato Russo, Roberto De Simone, Johnny Dorelli, Massimo Ranieri, Christian De Sica. Ha ereditato un grande artigianato e una professionalità che le permettono di avere un’immediata visione d’insieme. Si è subito appassionata a questo lavoro e mi ha chiesto di poter interpretare il ruolo di Madam. La sua idea è stata di costruire un’ambientazione senza riferimenti geografici e al di fuori del tempo, quasi a voler raccontare una favola moderna. Giosiana, inoltre, essendo una delle poche maestre italiane che insegnano il canto lirico e il moderno, ha seguito personalmente la scelta del cast e tutta la preparazione degli attori-cantanti, costituita da professionisti dello spettacolo e da giovani artisti.”

    Illuminante questa breve intervista al compositore Tiziano Bedetti sulla genesi dell’intrigante avventura teatrale. Telefono a Mario Fratti. Negli orari per lui consueti, fino a metà mattinata, è sempre al suo posto di lavoro. Conosco a menadito le sue abitudini. E infatti lo trovo. Dopo un aggiornamento su come vanno le cose all’Aquila, che apre di norma le nostre telefonate, gli faccio tre domande sul musical.
     
    Mario, come trovi l’adattamento della commedia realizzato da Tiziano Bedetti? Sei soddisfatto? 
     
    “La musica di Bedetti è eccellente.”
     
    L’Italia, diversamente dagli States, non ha una grande tradizione nella commedia musicale. Credi che Madam Senator ed altri innesti di musical americani possa sviluppare una migliore sensibilità ed attenzione da parte del pubblico italiano?
     
    “Venti anni fa gli italiani avevano disprezzo per le commedie musicali americane. Ora vengono a New York, copiano, cercano di essere perfetti, convincono gli italiani che non hanno visto la perfezione delle produzioni  Usa. Ora a New York c’è Rugantino. Per  tre  giorni. Non ebbe successo cinquant’anni fa. Bisogna insistere ed imparare. Lo dico sempre ai giovani autori. Vale la pena. Madame Senator ebbe un bel successo a New York.”
     
    Sarai presente, a Roma, alla “prima” italiana di Madam Senator ? 
     
    “Mi piacerebbe tanto vedere la produzione italiana, ma non posso venire, sfortunatamente. Sono molto impegnato in questi giorni a New York, con due produzioni teatrali. Noi invece ci vedremo ad ottobre, qui a New York, per il Mese della Cultura italiana, come mi hai confermato. Il tuo libro “L’Italia dei sogni” sta avendo molti apprezzamenti. Già gli Istituti di studi italiani di due università hanno manifestato l’intenzione di programmare una conversazione con te. Un caro saluto a te e a tutti gli aquilani!”
     
    Fa dunque piacere a Mario Fratti questa produzione italiana di Madam Senator. Trova buona ogni occasione per tornare in Italia, anche se non gli mancano certo impegni che lo tengano ancorato nella Grande Mela, come in questa occasione. O come avvenuto di recente, con la presentazione del suo romanzo “Diario proibito” all’Istituto Italiano di Cultura di New York, alla presenza del nuovo direttore Giovanni De Santis, del Console generale Natalia Quintavalle e del prof. Francesco Bonavita, della Kean University, che ha curato la relazione introduttiva. E’ stato un incontro molto partecipato, per un fatto davvero singolare, quale la presentazione dell’unico suo romanzo, edito l’anno scorso da Graus mezzo secolo dopo da quando fu scritto, ambientato a L’Aquila negli anni della dittatura fascista, della liberazione e dell’avvio della democrazia. L’incontro con l’autore ha raccolto un notevole interesse. E ancora con un altro importante evento in suo onore, che si è tenuto al Theater for the New City - uno dei teatri dell’era leggendaria di New York, nell’East Village - con un riconoscimento che ha voluto premiare il valore e il prestigio di Mario Fratti nel portare alto il nome del teatro italiano negli States e nel mondo. La serata è stata una vera e propria celebrazione del drammaturgo, che da molti anni collabora con il Theater for the New City. Prolifico come pochi altri autori, Fratti ha persino scritto un testo, Poet, appositamente per la serata, recitato da Ian Campbell Dunn e dalla brava Giulia Bisinella. Poi, la magnifica attrice e cantante francese Liliane Montevecchi ha cantato un brano di Nine. Quindi il tributo di artisti e cantanti. Infine il grande F. Murray Abraham ha letto un pezzo di Vanzetti. Un riconoscimento, questo, che lo consacra - ove ce ne fosse ancora bisogno - nel mondo del teatro americano. Lunga vita al drammaturgo aquilano!

    MADAM SENATOR
     
    Testo e soggetto originale: MARIO FRATTI
    Libretto: MARIO FRATTI e TIZIANO BEDETTI
    Musiche originali, canzoni e orchestrazioni: TIZIANO BEDETTI
    Compagnia: PRIMADONNA ENSEMBLE
    Adattamento e regia: GIOSIANA PIZZARDO
    Coreografie: NAZARENA GULINAZZO
    Scene e proiezioni: MASSIMILIANO FIORINI
    Sound supervision: Z-Best Music Studio di GIUSEPPE ZANCA
     
    MARIO FRATTI, scrittore, commediografo, drammaturgo, autore di musical, critico letterario, è nato all’Aquila nel 1927. Si reca a Venezia all’Università Ca’ Foscari, dove insegna lingue e letterature straniere. Si trasferisce in America nel 1963 e, da allora, vive a New York. Già docente universitario di letteratura italiana nella prestigiosa Columbia University e all’Hunter College, è fondatore dell’Italian Theatre in America, promotore del nostro teatro attraverso spettacoli, letture, traduzioni e convegni. Le sue opere sono state tradotte e rappresentante in ventuno lingue in oltre seicentocinquanta teatri del mondo, dall’America all’Europa, dalla Russia al Giappone, dal Brasile alla Cina, dal Canada all’Australia. È autore, tra gli altri di: La menzogna, La Gabbia, Suicidio, Ritorno, Rifiuto, I Frigoriferi, L’Accademia, I Seduttori, La vittima, Che Guevara, Madri e Figlie, Eleonora Duse, Mafia, Il Telefono, Razze, Amanti, Caccia al Morto, Iraq (Cecità), Promesse, Terrorista, Alessia, Amici, A.I.D.S., Porno, The White Cat, Brothel (The Doorbell), Due Secoli, Non più bambole, Famiglia, Sorella, Missionari, Leningrado, The Bridge, Beata, Five thrillers, Obama 44. Fratti ha scritto anche musical tra i quali: Anaïs Nin, Cybele, La vedova Bianca (Mafia) Seduttori, Paganini, Puccini, Encounter 500 (Cristoforo Colombo) e Nine, il più acclamato in tutte le lingue, ispirato al celebre film “8 ½” di Federico Fellini che è stato rappresentato per 790 giorni a Broadway, per più di 2.000 rappresentazioni, durante la stagione '82-'83 e gli ha fatto vincere 7 Tony Award. Negli USA, ci sono state 36 produzioni di Nine, una a Londra, una a Parigi (regia di Saverio Marconi) ed una a Tokyo; l’ultima versione ha visto interprete l’attore Antonio Banderas al Teatro Eugene O’Neil di Broadway; recentemente, è uscito anche il film adattato per il grande schermo diretto dal regista Rob Marshall con Nicole Kidman, Penelope Cruz e Sophia Loren. Fratti è vincitore di oltre 40 premi teatrali tra l’Italia e l’America, tra cui il Premio O’Neill, il Richard Rodgers Award, tre Outer Critics Circle Award, otto Drama Desk Award, il Leone di S. Marco, l’Heritage and Culture e il Premio Italia. Il suo stile che rinuncia a ridondanze, metafore e sfumature tipiche del teatro europeo, si connota per immediatezza della scrittura teatrale, asciutta e tagliente come la denuncia politica e sociale senza veli che egli vi trasfonde.
     
     
    TIZIANO BEDETTI, compositore, nato a Rovigo nel 1976. Diplomato in Pianoforte, Composizione, Musica Corale e Direzione di Coro, si è perfezionato in Composizione con Bruno Coltro, Bruno Bettinelli, Goffredo Petrassi, conseguendo poi il Diploma Accademico di Secondo Livello con 110 e lode. Si è diplomato anche alla Civica Scuola di Musica di Milano con Mauro Bonifacio, all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in Roma e all’Accademia Musicale Chigiana di Siena con Azio Corghi. Ha inoltre studiato orchestrazione con il compositore americano Jon Ward Barman. È stato premiato in concorsi nazionali ed internazionali di composizione fra i quali: “Premio Valentino Bucchi” (Roma 1992, 1993, 1994), Torneo Internazionale di Musica (Roma, 1999), “Concorso Internazionale di Composizione Città di Pavia” (1999), Concorso Internazionale “Antonio De Curtis” di Napoli (2001), INMC 2000 Composition Competition di New York, (U.S.A.). Ha ricevuto inoltre lo Jahrespreis 2001 dalla STAB Foundation di Zurigo (Svizzera) ed è stato premiato al Concorso “Opera Prima Talenti” 2002, organizzato da Casa Ricordi e dalla Festa della Musica di Milano. I suoi lavori sono stati eseguiti in Italia e all’estero presso importanti sale, teatri e festival tra cui: Festival Nuova Consonanza (Roma), Auditorium Parco della Musica (Roma), Auditorium “G. Verdi” (Milano), Festival Antidogma Musica (Torino), “Einstein” Auditorium (Bochum, Germania), Hall of the National Radio (Sofia, Bulgaria), Università di Parigi (Francia), Stockholm New Music Festival (Svezia), National Gallery of Australia (Canberra, Australia), Michelangelo Hall (Nairobi, Kenya), Teatro Romano di Leptis Magna (Libia), Carnegie Hall (New York, USA), New York University (USA), Schwartz Center for Performings Arts of Emory University (Atlanta, USA), Sala Rossellini (Los Angeles, USA), Shibuya Concert Hall e Akat Concert Hall (Tokyo, Giappone), Conservatorio Rimsky-Korsakov di S. Pietroburgo (Russia). Le principali emittenti gli hanno dedicato interviste e trasmesso le sue composizioni quali: RTVE (Radiotelevisione spagnola), Radio WDR di Colonia (Germania), SR2 (Saarbrücken, Germania), Concertzender (Hilversum, Olanda), BFBS (Inghilterra), RTÉ Lyric (Irlanda), Klassika Raadio (Tallin, Estonia), Radio Budapest (Ungheria), WNYC Radio (New York, USA), WQXR Radio (New York, USA), WPRB Radio (Princeton, USA), Radio Vaticana (Città del Vaticano), RAI-Radio 3 e V° Canale Filodiffusione RAI (Italia). Ha pubblicato per le edizioni RaiTrade di Roma, Edizioni Curci di Milano, Rugginenti di Milano, Carrara di Bergamo, Bèrben di Ancona, Bayard Nizet (Belgio), Bardon Enterprises (Inghilterra), Harrock Hall (USA). Ha inciso per la Ariston, la Phoenix Classics, Rara Records, Vdm Records e Tactus. È iscritto ed è stato Commissario tecnico alla SIAE, Società degli Autori ed Editori di Roma. È socio dell’Unione Nazionale Compositori Librettisti e Autori di Milano ed è Rappresentante per l’Italia dell’European Composer Forum di Vienna. Ha insegnato presso i Conservatori Musicali Statali “Bonporti” di Trento, “G. Frescobaldi” di Ferrara, “G. Puccini” di La Spezia, “G. Nicolini” di Piacenza, “G. Verdi” di Milano. E’ docente al Conservatorio “A. Buzzolla” di Adria.
     
     

    GIOSIANA PIZZARDO, attrice, cantante, regista e didatta, inizia lo studio del canto con Rina Malatrasi e, successivamente, con Rina Rizzieri a Rovigo, formandosi poi al Conservatorio di Firenze con Leila Bersiani. In seguito, si trasferisce a Roma ancora in giovane età, dove ha occasione di perfezionare i propri studi con la Sig.ra Clara Scarangella e con il M° Sorgi, ove frequenta contemporaneamente corsi di danza classica e moderna. Frequenta i corsi di recitazione presso l’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” sotto la guida di Giorgio Presburger. Il debutto teatrale nel musical è a 17 anni al Teatro Sistina di Roma con Accendiamo la lampada di Garinei e Giovannini, al fianco di Johnny Dorelli, Bice Valori e Paolo Panelli, trovandosi ben presto a dover sostituire Gloria Guida nel ruolo della protagonista. In seguito, è interprete di Jenny Lind in Barnum, al fianco di Massimo Ranieri e Ottavia Piccolo, spettacolo che la porta in tourneé in tutta la penisola, riscuotendo un grande successo personale. Sempre in teatro, ma a Napoli, lavora sotto la guida di Roberto De Simone in La gatta cenerentola, Le 99 disgrazie di Pulcinella, Un’ora al S. Carlino.Con Tato Russo, realizza Scugnizza di Lombardo-Costa, La Tempesta e Sogno di una notte di mezza estate di W. Shakespeare e L’opera da tre soldi di B. Brecht. Inoltre, è Ninì Tirabusciò al fianco di Dalia Frediani. Nel 1986, al Teatro Eliseo di Roma, è co-protagonista nello spettacolo musicale Un’ora sola ti vorrei dar con Walter Corda e Cecilia Calvi. Per quanto riguarda la musica leggera, partecipa alla fase finale del Festivalbar nel 1977, vincendo la categoria giovani col brano Do it for me. Successivamente, durante il soggiorno romano, è prima voce del coro 4+4 di Nora Orlandi. Più recentemente, incide su cd insieme ad altri artisti, la versione italiana del musical No, no Nanette. Dal punto di vista concertistico, si esibisce al Festival di Salonicco, nel 1991, ed in numerosi teatri in tutta Italia e all’estero. C’è spazio anche per la televisione nella sua lunga carriera: dopo il debutto nei fotoromanzi e un serial di quattro episodi di telefilm per Raidue (Winchester MC2), è conduttrice di Happy Circus e Happy Magic, le fortunate trasmissioni televisive che lanciarono in Italia i telefilms Happy days, al fianco di Sammy Barbot. Dopodichè, partecipa alle trasmissioni Cordialmente con Enza Sampò, Vediamoci sul due con Fabrizio Frizzi e Orecchiocchio con Fabio Fazio, Italia sera, con Emilio Fede e Enrica Buonaccorti; presenta i collegamenti esterni di Sereno variabile ed è attrice nei filmati di Quark, Telefono giallo e Mi manda Lubrano. Recentemente, ha preso parte alla fiction Nebbie e delitti2 con Luca Barbareschi, per la regia di Riccardo Donna e nel film di Carlo Vanzina Buona giornata, con Christian De Sica.

    NAZARENA GULINAZZO, ballerina, insegnante e coreografa.  Ha studiato alla Scuola di Teatro dell’Opera di Roma, al Ballettschule Pergel Ernst di Düsseldorf, al Ballett International di Bonn e alla BallettAkkademie di Colonia (Germania). Vincitrice di numerosi premi e borse di studio, ha frequentato diversi stage: danza jazz con Renato Greco e Maria Teresa Dal Medico, musical con Max Bartolini, danza classica con Andrei Fedotov, C. Hamel, prima ballerina del Stuttgart Ballett, Diane J. , prima ballerina dell’American Ballett, Sabino Rivas, Cristina Amodio, Vittorio Di Rocco, Marc Renouard, Elene Diollott, modern Jazz Dance con Laura Della Longa, flamenco con Carmen Fuentes, Marc Aurelio, Simona De Paoli. Si è esibita, come ballerina, per il gruppo musico-teatrale I Luna Canto, nello spettacolo musicale Cambierà, al Teatro della Forma di Roma, per la compagnia Mvula Sungani, Opera Medea, Taormina Arte, per Teatro Dance Company, opera Romeo e Giulietta, (Roma), ospite sul canale televisivo T9 nella coreografia di Fandango (Roma), Children for children, Il Cielo (Roma), nel musical Chicago, coreografie Max Bartolini (Minori – Napoli), in Tango, coreografie R. Greco e M. T. Dal Medico (Minori – Napoli). E’ insegnante di danza classica, istruttrice Pilates presso l’Équipe Mediterraneo (Toscana), di propedeutica e fisiotecnica presso la scuola Centro Studio - Danza (Catania) ed Emozione Danza e Club92 (Roma), di flamenco presso la scuola Centro Studi Danza, Movimento e Salute ed Emozione Danza (Roma).

                                                    

    GIUSEPPE ZANCA compositore, arrangiatore, produttore musicale e polistrumentista. Diplomato in tromba presso il Conservatorio di Ferrara e ha studiato armonia con Ettore Ballotta. Si è diplomato in musica jazz al Conservartorio di Verona. Si è perfezionato con Vincent J. Penzarella, Cecil Bridgewater e Hal Galper presso la New School University, con Rex Martin (orchestra sinfonica di Chicago), Laurie Frink e con Bob McCoy (prima tromba dell’Orchestra di Frank Sinatra). Si è perfezionato in musica da film con Blake Neely a Vienna. Vincitore di premi e concorsi, svolge attività di arrangiatore. Ha fatto parte di molti gruppi musicali, fondando una sua Big Band. Ha registrato dischi per Ornella Vanoni, Umberto Bindi, Aida Cooper, Vladi Tosetto, Loredana Bertè, Gilberto Gil e altri. Ha suonato in tour con Fred Buongusto, Manuella Villa, Raoul Casadei. Ha fondato uno studio di registrazione e la sua etichetta, Z-Best Music, con la quale ha prodotto tanti e bellissimi progetti musicali, oltre che musiche per la televisione (RAI e Mediaset). E’ stato docente di Informatica musicale al Biennio Superiore presso il Conservatorio “B. Maderna” di Cesena, Musica d’assieme al dipartimento di Jazz, presso il Conservatorio “A. Buzzolla” di Adria. È docente di tromba presso la Scuola di Musica Comunale “Roveroni” di Santa Sofia (FC).

    ''PRIMADONNA ENSEMBLE'' è un'associazione nata nel 2001 grazie all'iniziativa di Giosiana Pizzardo (Soprano, Presidente e Direttore artistico). L'associazione ha costituito un'omonima compagnia con l'obiettivo di fornire ai giovani le conoscenze e la preparazione necessarie per affrontare il palcoscenico. L'idea di Giosiana è quella di valorizzare i propri allievi portandoli alla ribalta di questo fantastico mondo, dando loro gli spazi e la possibilità di crescere professionalmente. La voce duttile ed espressiva e la presenza scenica di Giosiana Pizzardo sono le caratteristiche che le hanno consentito di affermarsi in una carriera che ha toccato brillantemente tutti i teatri italiani. Giosiana Pizzardo si è formata al Conservatorio di Firenze con Leila Bersiani; ha debuttato al teatro ''Metastasio'' di Prato, al fianco di Roberto Servile, Bruno Beccaria e Paola Romanò. Nel 1995, ha vinto il Concorso ''Licinio Refice'', debuttando nel frattempo nelle seguenti opere: Elisir d'amore, Barbiere di Siviglia, Rigoletto, Traviata e Pagliacci (nel ruolo di protagonista), oltre a Carmen (nel ruolo di Micaela). In diretta televisiva Rai dal Teatro ''Mercadante'' di Napoli, con l'Orchestra ''D. Scarlatti'', ha rappresentato l'Italia durante il bicentenario della morte di Mozart, nel ruolo di Donna Anna (Don Giovanni). Nel mondo dell'operetta, ha realizzato circa 1400 rappresentazioni. La carriera teatrale l'ha vista al fianco di Johnny Dorelli, Bice Valori e Paolo Panelli in Accendiamo la Lampada di Garinei e Giovannini; successivamente, si è esibita nel ruolo di co-protagonista in Barnum accanto a Massimo Ranieri. La lunga carriera di Giosiana è quindi contraddistinta dalla facile versatilità con cui passa attraverso vari tipi di spettacolo: dal Musical all'Operetta, all'Opera lirica, alla Prosa, versatilità che ha fatto propria, risultando essere, al giorno d'oggi, una delle pochissime insegnanti specializzate in musica leggera e musical. Attualmente, allestisce spettacoli, tra i quali: Che confusione, Mamma Mia! e Momenti di Grease, nei quali gli allievi si esibiscono. Insegna a Roma, Bologna (Iskrartlab di Iskra Menarini) e Castello d'Argile.

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    “L’Arte della Cinematografia”


    ROMA – Sarà presentato a Roma, in Campidoglio (Sala della Protomoteca), sabato 18 gennaio

    alle ore 11, il volume “L’Arte della Cinematografia”, di Vittorio Storaro, Bob Fisher e

    Lorenzo Codelli. Il prezioso volume, edito da Skira/Aurea, è un omaggio a 150 Autori della

    fotografia cinematografica. Con testi bilingue (italiano e inglese) scritti da Bob Fisher e Lorenzo Codelli, è illustrato con le immagini in doppia visione di 150 film simbolo, curate da Vittorio  Storaro, uno dei massimi cinematographers del mondo, tre volte Premio Oscar della Fotografia (Apocalipse now, Reds, L’ultimo imperatore).


    Il volume (29x29 cm, pagine 340, colori e b/n) scritto da Bob Fisher, giornalista americano e

    cinefilo, e da Lorenzo Codelli, saggista, reca le note di presentazione del curatore Vittorio

    Storaro, di Luciano Tovoli, altro grande autore della fotografia, di Daniele Nannuzzi, direttore della fotografia in film di famosi registi, di Gabriele Lucci, insigne cultore della settima

    arte e fondatore di prestigiose istituzioni cinematografiche. L’opera è corredata da un Dvd-

    Videopedia con immagini in movimento tratte dai 150 film che hanno fatto la storia del Cinema, curate da Daniele Nannuzzi e accompagnate da un originale commento sonoro di Francesco Cara.


    Dopo il saluto del sindaco di Roma, Ignazio Marino, seguirà la presentazione dell’opera con gli

    interventi di Marco Girella, Goffredo Bettini, Vittorio Storaro, Luciano Tovoli, Lorenzo

    Codelli, Gabriele Lucci, Daniele Nannuzzi e Francesco Cara. Il volume è una grande opera figurativa che, per la prima volta, propone una rilettura della Settima Arte attraverso gli occhi dei più importanti Autori della fotografia cinematografica del mondo, in una visione originale dei capolavori del Cinema di tutti i tempi.


    Una ricca carrellata, dunque, quasi un catalogo ragionato dei film fondamentali del cinema mondiale che dal 1910 arriva ai giorni nostri, disegnando 150 profili di cinematographers. Grandi personalità che hanno fatto sognare, hanno insegnato ad amare l’Arte della Cinematografia.


    In essenza, un omaggio degli Scrittori di Luce agli Scrittori di Luce. Illustrato da immagini fotografiche in doppia visione, rielaborate appositamente dal curatore, Vittorio Storaro, il volume è arricchito dai contributi di Luciano Tovoli, Gabriele Lucci e Daniele Nannuzzi.


    Questo magnifico volume si aggiunge molto proficuamente alla ricca, e purtroppo cessata, collana di opere sulla settima arte, curata dall’aquilano Gabriele Lucci per la Electa/Accademia dell’Immagine, della quale si richiama dapprima la pubblicazione della trilogia “Scrivere con la Luce” e poi del volume “Luce, Colori, Elementi”, di Vittorio Storaro, quindi dei volumi successivi “Ferretti. L’arte della Scenografia” e “Morricone. Cinema ed oltre”, curati dallo stesso Gabriele Lucci, sullo scenografo pluri Oscar Dante Ferretti e sull’Oscar per la Musica Ennio Morricone.


    Per il volume “Morricone. Cinema ed oltre” Gabriele Lucci, nel 2008, vinse ad Agrigento il premio internazionale Efebo d’Oro, per il “Miglior libro di cinema” dell’anno, assegnato dal Centro Ricerca Narrativa per il Cinema in collaborazione con il Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani. Sempre sotto la direzione e la cura di Gabriele Lucci, non si può non richiamare i volumi pubblicati dall’Istituto Cinematografico dell’Aquila per la collana “I Mestieri del cinema” (Costumisti e Scenografi del cinema italiano, volumi 1-2, e Nestor Almendros, direttore della fotografia) e infine la Collana dei Dizionari del Cinema della Mondadori/Electa, una quindicina di dizionari, concepiti dalla sezione editoriale dell’Accademia dell’Immagine dell’Aquila, ora anch’essa cessata per i problemi che la prestigiosa accademia aquilana sta attualmente vivendo.


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    L'Aquila. Back to the street. La pellicola torna in strada



    Il desiderio di scoprire,

    la voglia di emozionare,

    il gusto di catturare,

    tre concetti che riassumono l’arte della fotografia.  

    Helmut Newton


    L’AQUILA – Apre il 30 Novembre dalle ore 17 alle 20, nella Galleria Commerciale Viaroma a L’Aquila, e rimane aperta tutti i giorni nel medesimo orario fino al 15 Dicembre 2013, la Mostra fotografica collettiva “Back to the street – La pellicola torna in strada”, degli artisti Mauro Branchi, Luca Cardarelli, Stefano Di Scipio, Marco Esposito e Pier Luigi Pietropaoli. La Mostra si articola nell’esposizione di 12 foto per ogni artista, delle medesime dimensioni e con identico allestimento. Tema di fondo la “fotografia di strada”, sul quale ciascun artista si è espresso secondo la propria sensibilità e cifra personale. Rigorosamente in bianco e nero, le immagini sono scattate con macchine analogiche e stampate su carta baritata, in camera oscura. Molta l’attesa per questo evento che mette in parallelo cinque artisti di esperienza e provenienza diverse in un’iniziativa culturale stimolante.  
     
    La street photography, o “fotografia di strada", è una sensibilità, più che un genere di fotografia, che con scatti estemporanei mira a cogliere soggetti, luoghi, ambienti ripresi nella loro realtà e spontaneità, in contesti urbani frequentati dalla gente d’ogni giorno. Niente di costruito, dunque, e pose studiate, neanche a pensarci. Nata a Parigi verso la fine dell’Ottocento, la “fotografia di strada” ebbe in Eugene Atget (Libourne, 1857 – Parigi, 1927)il suo vero antesignano.


    Atget ebbe un ruolo fondamentale nel promuovere strade e scorci della capitale francese come soggetti da immortalare con le sue immagini fotografiche. Già qualche anno prima del 1890, quando Atget iniziò, il fotografo scozzese John Tomson aveva cominciato a imprimere su pellicola immagini di vita quotidiana colte dalla strada. Ma è con il fotografo francese Henri Cartier-Bresson (Chanteloup en Brie, 1908 – L’Isle sur la Sorgue, 2004), definito “l’occhio del secolo”, che la fotografia di strada coglie la sua massima espressione nel Novecento. Cartier-Bresson, con il suo stile, diventa punto di riferimento, specie riguardo le immagini di persone e la scelta del “momento ideale” per lo scatto. Eccezionale la sua abilità nel coniugare tecnica e tempismo. Dall’altra parte dell’oceano, intanto, negli Stati Uniti intorno a metà del secolo, nasceva la New York School of Photography, con diversi esponenti. Tra essi Robert Frank è il più famoso, anche per essere stato elemento di punta della Beat generation.
     
    Fatta questa sintesi delle origini, per quanto il genere richiami esplicitamente la strada, in effetti la street photography evoca piuttosto un luogo dell’anima, una dimensione che vuole descrivere l’uomo, la città, l’ambiente nell’abituale ordinarietà. Tanto è sufficiente per cogliere, con la repentinità d’uno scatto, le attività, le relazioni e le interazioni sociali, i luoghi che fanno da fondale alle quotidiane vicende umane. Sicché un luogo o un ambiente, finanche privo di persone, può essere soggetto fotografico “di strada”, perché l’occhio dell’artista ne fa il contesto evocativo dell’attività umana, rendendolo esso stesso pulsante di vita. Tutto sta nell’inquadratura e nel tempismo, che sono gli aspetti determinanti di quest’arte capace di cogliere immagini in momenti decisivi o densi di pathos. Ma tutto si gioca senza premeditazione, lasciandosi guidare dall’istinto e dal desiderio di cogliere la vita, declinata in tutte le sue sfaccettature, di percepire la dimensione umana nelle sue variabili espressioni ed emozioni, coniugandola fisicamente ai rispettivi contesti.
     
    Sarà poi la sapiente arte del bianco e nero, la suggestione delle luci e delle ombre, a scolpire i volti dell’anima - siano persone o luoghi urbani - a fornire i “colori” della vita immortalati nella impercettibilità d’uno scatto fotografico. Di dargli, talvolta persino inconsapevolmente, un senso e un significato. Per dirla con Henri Cartier-Bresson, maestro in assoluto di quest’arte, “La fotografia è il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato d’un evento”. La “fotografia di strada”, dunque, al pari di altre arti (musica, teatro, cinema, pittura, letteratura) che attingono con lo stesso spirito all’immediatezza del momento e alla realtà, diventa anche icona del tempo e della storia, elemento percepibile della narrazione umana a tutto tondo, grazie alla sua espressività genuina, non mediata da riflessioni preventive che ne potrebbero minare la spontaneità e l’essenzialità. Per questa sua specificità è un medium straordinario per raccontare l’Uomo e il suo contesto, la strada e i suoi volti, la gente e le sue emozioni, ma anche una comunità nella sua città, disegnandone per frammenti persino l’indole.
     
    Questa mostra collettiva ne è semplicemente esempio illuminante. Mauro Branchi, Luca Cardarelli, Stefano Di Scipio, Marco Esposito e Pier Luigi Pietropaoli, infatti, con le loro immagini istantanee scattate in luoghi e contesti diversi, riescono alla perfezione a dare icasticità e senso a quanto premesso. Le loro collezioni in esposizione sono un mix di varia umanità, capaci di evocare una suggestione forte. Vi si colgono i segni dell’esistenza, le emozioni dell’avventura umana, a volte il desiderio intenso di comunità, di memoria condivisa, del respiro della propria storia, attraverso riti e tradizioni che conformano un’esperienza comunitaria. Per quanto gli Autori tendano a rifuggire da pretese che delle loro opere possano dare una dimensione artistica riconosciuta, posto che la loro fotografia s’alimenta solo d’una forte e consolidata passione extra-professionale, credo di non eccedere nell’esprimere un apprezzamento convinto per questa esperienza espositiva, segnalandone un livello che va ben oltre il valore artistico in sé, ampiamente riconoscibile, rafforzato dalla tecnica dal sapore antico che si affida all’immagine analogica e allo sviluppo della pellicola in camera oscura.
     
    Back to the street”, infatti, è un felice esperimento artistico di cinque appassionati di fotografia che hanno davvero il talento di saper rappresentare il volto del tempo e della società che viviamo. E’ questo un invito a coglierne gli attimi e le sensazioni. E quantunque le collezioni raccontino ciascuna una tessera d’emozione, le cinque insieme si tengono a meraviglia, per disegnare una parte d’umanità attenta alla propria identità, alla sua storia, al legame con le rispettive radici. Assume ancor più valore, quindi, la collettiva di Branchi, Cardarelli, Di Scipio, Esposito, Pietropaoli, intensamente voluta qui a L’Aquila, per alcuni città natale e per altri d’elezione.
     
    Non è un caso, né un’arbitraria deduzione, se questa mostra di “fotografia di strada” richiami in tutti gli Aquilani il desiderio, la passione, la bramosia dei luoghi urbani che hanno connotato la loro vita. E nasce come queste foto, repentinamente e spontaneamente, la “visione” delle vie, delle piazze, degli sdruccioli e delle coste dell’Aquila rianimate dalla sua gente, con i colori e i suoni che ne disegnano la vita. In fondo, anche questa collettiva è un imperativo richiamo a riempire di volti, voci, sentimenti ed emozioni la città che le macerie ci hanno temporaneamente sottratto. Un desiderio che colma il cuore di speranza e di passione civile, arnesi dell’anima che per quasi otto secoli ci hanno consentito di ricostruire la nostra bella e straordinaria città, perfetta simbiosi tra le sue magnifiche architetture e la sua gente.
     
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    Mauro Branchi è nato a Genzano di Roma l’11 gennaio 1960. Vive e lavora a L'Aquila. Appassionato di fotografia fin dal 1981, comincia ad avvicinarsi al mondo del bianco e nero utilizzando una Chinon CM4s. Tra i vari generi predilige l’archeologia industriale, la foto di paesaggio e la fotografia di strada. Entra a far parte del Fotoclub99 negli anni ’90, partecipando a mostre collettive ed allestendone una personale intitolata “Erano abitate”, sul tema dell’abbandono e del degrado urbano della città capoluogo d’Abruzzo. Realizza i suoi scatti in bianco e nero attraverso l’obiettivo di una Nikon F4.
     
    Luca Cardarelli è nato a L’Aquila il primo febbraio 1983. Inizia ad appassionarsi al mondo della fotografia nel 2006, trovando in casa una macchina fotografica Zenit 12 xp. Fa foto essenzialmente con pellicola in bianco e nero, ma apprezza anche la fotografia digitale. E’ socio del Fotoclub99 cittadino, con il quale partecipa a corsi e mostre. Partecipa al suo primo concorso fografico nel 2012 “sui passi di Thomas Ashby nell’Abruzzo aquilano 2012”, organizzato dalla English school of L’Aquila con la collaborazione dell’Associazione Amici dei Musei d’Abruzzo e Ad.Venture srl, vincendo il primo premio. Il 6 aprile 2013 partecipa con alcune sue fotografie alla mostra fotografica “1424 giorni, una città” insieme ad altri giovani fotografi, curata da Marco D’Antonio e organizzata dall’Associazione Libera e dalla sezione abruzzese dell’Associazione Magistrati, con il patrocinio del Comune dell’Aquila. Temi preferiti sono la fotografia di strada, la fotografia di architettura e di paesaggio.
     
    Stefano Di Scipioè nato a L’Aquila il 7 novembre 1954. Vive nella sua città natale, dove esercita la professione di geometra libero professionista. Da molto tempo coltiva la fotografia per puro diletto personale. Con una Canon FTB e un obiettivo da 50 mm, prestati da un amico, ha mosso i primi passi in un mondo nuovo pieno di attimi da immortalare. Come tutti i nati in quel periodo, ha iniziato con la pellicola e in particolare con il bianco e nero, sviluppato e stampato in proprio in una piccola camera oscura. Attualmente alterna, sempre con maggiore frequenza, la fotografia digitale, mai totalmente recepita, con la fotografia analogica. Un ritorno al vecchio amore, la pellicola. I temi preferiti sono la fotografia di strada, la fotografia di architettura, con particolare attenzione agli aspetti grafici, e la fotografia sportiva. Ha partecipato a numerose esposizioni collettive del fotoclub d’appartenenza e ha realizzato una mostra personale con foto raffiguranti tagli particolari su forme architettoniche della sua amata città. Utilizza un corredo fotografico Nikon formato prevalentemente da vecchi corpi macchina analogici e da ottiche a messa a fuoco manuale. Il colpo di fulmine per lo storico marchio giapponese è scoccato dopo aver visto, in giovane età, il film “Blow -Up”, stregato dalla mitica F, protagonista della famosa pellicola di Michelangelo Antonioni.
     
    Marco Esposito è nato a Battipaglia il 6 dicembre 1987. Vive all’Aquila dal settembre 2006, dove studia ingegneria presso l’ateneo aquilano. Appassionato di fotografia fin dalla giovane età - consumatore accanito di fotocamere usa e getta Kodak! - trova finalmente la sua occasione di cominciare a fotografare quando, nell’estate del 2009,  gli viene “affidata” una Nikon FA del 1984, dalla quale non si è più separato. Studia da autodidatta quest’arte che, poco a poco, è diventata qualcosa di più d’un semplice hobby, ed i grandi fotografi di Magnum Photo. Ispiratosi proprio ad uno di questi, Elliot Erwitt, e ad una delle sue opere maggiori, “Dog Dogs”, nel luglio del 2012 organizza la sua prima mostra da analogico intitolata “L’amico... HA quattro zampe!”. Il progetto è ancora in corso e prevede la raccolta di circa 250 scatti da pubblicare in un volume che vuole essere un umile tributo al Maestro Elliot Erwitt. Scatta prevalentemente a pellicola, sviluppa e stampa da sé le sue foto in una piccola camera oscura, allestita negli anni pezzo dopo pezzo.
     
    Pier Luigi Pietropaoli è nato a Livorno l’11 maggio del 1951. Attualmente in pensione, vive all'Aquila.
    Ha cominciato a fotografare fin dai primi anni ‘70 utilizzando una Zenit E, sviluppando e stampando in bianco e nero. E’ riuscito, col passare degli anni, a collezionare circa quaranta macchine fotografiche di svariate marche (dalla Nikon alla Leica) che utilizza tuttora con gran soddisfazione. Preferisce l’utilizzo del bianco e nero, sviluppando le pellicole per poi digitalizzarle e post-produrle in PS CS6. Predilige la street photography ed i landscapes, sempre ragionando in bianco e nero.
     
     

  • L'altra Italia

    Columbus Day. Emozioni italiane a New York

    NEW YORK – E’ mercoledi’ pomeriggio quando il volo DL 107 della Delta, da Francoforte, atterra in anticipo all’aereoporto JFK, alle quattro e un quarto. Cielo coperto. Una brezza consiglia di coprirsi. Lunga fila all’immigrazione, si concentrano numerosi voli. Un’ora abbondante per le procedure d’immigrazione. I bagagli hanno girato a lungo al banco di riconsegna. Si va verso i taxi. Era immaginabile la fila. Ma la coda e’ paziente, ordinata. Oltre mezz’ora, poi si parte.

    Molto traffico, oggi, verso Manhattan. L'autista tenta un paio di strade alternative ma non e' giornata buona. Il percorso che di solito richiede una mezz’ora oggi dilata i tempi. Il taxi draiver dissimula, eppure e’ leggibile il suo disappunto. Impiega infine un’ora e mezza per arrivare alla 55^, sulla Sesta Ave, nei pressi di Central Park. Meno male che qui i taxi dall’aeroporto hanno prezzo fisso, 52 dollari. Aggiungo una discreta mancia, capendo la situazione. Il taxista mi sembra sollevato. Sono gia’ le sette passate. Mario Fratti, il mio ospite e’ a teatro, ha lasciato le chiavi come d’accordo, ma in casa mi apre Argia, drammaturga di Torino. Casa Fratti e’ quasi sempre un cenacolo d’artisti. Sistemo in camera il bagaglio ed esco ad incontrare la citta’, scarpinando sulla Settima verso Times Square. Come al solito piena di gente, illuminata dai grandi schermi colorati della pubblicita’ che rendono unico questo posto di New York, animatissimo, quantunque non abbia poi granche’ d’interessante nelle architetture, se non il famoso orologio e la tribunetta dove i ragazzi a turno si siedono qualche minuto. Il fuso orario mi consiglia di guadagnare il letto. Ci attendono giorni di grande impegno.

    Giovedi’, prima giornata a New York. Si esce di buon mattino nella metropoli che non si ferma mai. Si annusano odori, si scruta la gente, si entra nel clima, insomma si gode la citta' calandosi nella sua atmosfera. Si prendono contatti, al rientro: Rita Monte, Sal Palmeri e Luisa Potenza (radio ICN), Letizia Airos, il prof. Mario Miglione, direttore Centro di Studi italiani della Stony Brook University, Tony Tufano, l’Italian American Museum.

    Il prof. Miglione conta di organizzare una conversazione per martedi 15, se riuscira’ con i tempi stretti, dove andrei a parlare dell’Aquila. Si pranza da ABA, ristorante turco sulla 58^. New York e’ un crogiolo di cucine e sapori da tutto il mondo. A sera, off Broadway, si va a teatro con Mario Fratti e sua figlia Valentina, regista teatrale. E’ l’ultimo “play” del grande drammaturgo aquilano, “The Vatican knows”. Anche quest’anno il Theater for the New City, nel Village, ha invitato Mario Fratti a rappresentare una novita’. E cosi’ hanno messo in scena “The Vatican knows”, dramma sul rapimento di Emanuela Orlandi, scomparsa dal Vaticano durante il papato di Giovanni Paolo II, nel 1981. Un mistero non risolto. Il New York Times, nel maggio 2012, ipotizzo’ che fosse stata rapita per fare uno scambio con Ali Agca, in prigione per aver tentato di uccidere il papa. Fratti costruisce il suo dramma brillantemente, intorno a questa versione. Una compagnia di ottimi attori, ma davvero eccellente e commovente e’ la protagonista, Giulia Bisinella, attrice di Belluno. L’opera di Fratti e’ stata scelta per le celebrazioni dell'Anno della Cultura Italiana negli Stati Uniti, tra gli eventi a New York promossi dall’Italian Heritage of Culture Month Committee, presieduto da Joseph Sciame. E’ in programma per tre settimane. Come sempre il dramma ha un finale imprevedibile! La cifra di Fratti. Molti gli applausi. Tra il pubblico era presente anche la drammaturga Argia Coppola, che ha scritto un interessante dramma su Marilyn Monroe. Andiamo a cena in un ristorante polacco, sulla Prima Ave.

    Venerdi’ 11, cielo coperto. La giornata si prevede intensa. Mi sono alzato presto, alle 5 e venti, postumi del fuso orario. Mattinata di contatti: email, facebook, telefono. Alle 11 chiamo al cellulare Domenico Accili, non risponde. Mi chiama qualche minuto dopo, concordiamo di vederci in giornata. Sposta un appuntamento nel pomeriggio e propone d’incontrarci da lui, ora pranzo. Ci verra’ a prendere, alla fermata della Metro, alla 168^ Str. Viene anche Mario, e’ interessato a conoscerlo. Mimmo Accili e’ medico, abruzzese dell’Aquila, ma e’ vissuto a Roma fino al 1985. Poi a Washington, al Clinical Center National Institutes of Health fino al 1998, quindi a New York. Insegna alla Columbia University, dove e’ direttore del Centro Ricerche Diabete ed Endocrinologia “Naomi Berrie”, finanziato dalla fondazione Russell Bernie. Sono molto emozionato di rincontrarlo, l’ultima volta che l’ho visto fu il 17 ottobre 2007, alla cerimonia funebre di suo padre, il sen. Achille Accili, uno dei riferimenti della mia formazione politica. Il sen. Accili era nato nel 1921, ad Acciano, dove era stato sindaco. Poi fu segretario provinciale della Dc e nel 1968 fu eletto per la prima volta in Senato, confermato per cinque mandati. La famiglia, attraverso Giorgio Castellani, chiese a me - e non ad illustri personalita’ politiche aquilane - di tenere la commemorazione del senatore, in Cattedrale, a L'Aquila. Mi ricordo quando l’arcivescovo Giuseppe Molinari mi diede la parola, ero emozionato davanti alla grande folla che riempiva il Duomo. Tutta la citta’. La figura politica ed umana del senatore Accili aveva contribuito notevolmente alla formazione d’una intera generazione di classe dirigente aquilana. Questo dissi, con parole venute dal cuore.

    Ma lasciamo i ricordi, torniamo a New York. Mimmo ci vede dalla finestra del suo ufficio e ci viene incontro. Un forte abbraccio, poi gli presento Mario, che egli conosce di fama, come scrittore. Ma Fratti e’ stato anche docente diversi anni proprio alla Columbia University, prima d’andare ad insegnare all’Hunter College. Con Mimmo, nel suo ufficio, parliamo molto dell’Aquila, della sua famiglia, dei suoi ricordi da ragazzo, quando capitavo qualche volta a casa a trovare il padre, in via Santa Elisabetta. Poi andarono a vivere a Roma, in una casa sulla Nomentana. Mimmo vuole notizie della mia famiglia, dei miei figli. Poi di Mario, che gli racconta in modo succinto, come sua abitudine. Io sono piu’ dettagliato e aggiungo quel che Fratti mai direbbe di se’, che e’ un grande autore teatrale, dei suoi successi, del prestigio di cui gode nel mondo del teatro americano e internazionale. Pranziamo all’Universita’, nel ristorante interno. Ottimo. Pesce, io. Mario carne. Mimmo un’insalata. Ha un fisico asciutto, da maratoneta, Mimmo. E infatti dice che, di sabato, va in universita’ da casa sua, a Tribeca, di corsa per 16 chilometri. Al fine settimana, alternativamente, torna a casa la moglie, libanese d’America, da Toledo, dove insegna Fisiologia e fa ricerca di base, oppure la raggiunge lui in Ohio. Mimmo ci fa visitare il Centro, organizzatissimo ed efficiente. In laboratorio molti ricercatori giovani, tanti asiatici e una sola ragazza italiana, medico di Recanati. Nel Centro orbitano 30 mila pazienti, dai 2 mesi fino a tarda eta’. Pagano le assicurazioni, la differenza non coperta la paga la Fondazione Russell Berrie. L’ultima donazione, nel 2012, e’ stata di 27 milioni di dollari. La Fondazione ha fatto costruire a sue spese la magnifica struttura, bella anche architettonicamente. E’ uno dei Centri antidiabete migliori al mondo. Mimmo si definisce un "professional writer", girando il mondo per congressi medici, almeno 50 viaggi l’anno, una trottola. Lo fara’ di nuovo all’inizio di settimana. Mimmo Accili dara’ il suo sostegno alla Candidatura dell’Aquila a Capitale della Cultura, direttamente ed attraverso la Casa Italiana della Columbia University.

    Ci salutiamo che sono le tre e mezza. E’ l’orario del suo appuntamento spostato, ma anch’io devo correre per incontrare Fabio Ghia, contrammiraglio di Marina in pensione, ora imprenditore e giornalista, presidente di ANFE Tunisia. Rappresentiamo l’associazione delle famiglie emigrate fondata dalla deputata costituente aquilana Maria Federici alle manifestazioni del Columbus Day e alla grande Parata del 14 ottobre. Arrivo in orario, prendiamo una birra insieme al bar vicino al Carnagie Hall, dove gli avevo dato appuntamento. Alle cinque mi avvio verso il Calandra Institute, sulla 43^ strada. Faccio quattro passi a piedi, ho tempo. Scendo verso Times Square. Come sempre una varia umanita’ riempie la piazza, pullula di gente. Una ragazza in bikini a stelle e strisce suona una chitarra bianca ad un crocicchio. In Italia la polizia la fermerebbe per oltraggio al pudore. Qui negli States, dove persino piu’ castigati sono nei costumi, si consente. Arrivo al 25 della 43^ Street, piano 17. C’e’ la redazione di i-Italy, network stampa e tv diretto da Letizia Airos. Alla testata collaboro curando la rubrica che Letizia ha chiamato L’Altra Italia, dandogli persino l’immagine di copertina del mio libro. Il network e’ una delle iniziative editoriali, in inglese ed italiano, piu’ innovative e multimediali in America. Saluto Ottorino Cappelli, Letizia ancora non arriva. Al Calandra Institute, il dipartimento di studi italiani della CUNY (City University of New York), c’e’ la presentazione di uno spettacolo teatrale che ASMEF e Loups Garoux Produzioni stanno programmando per rappresentarlo a New York, “Gilda Mignonette, la Regina degli emigranti”. La drammaturgia e’ firmata da Francesca Pedrazza Gorlero, Guido Polito e Riccardo Reim. Interprete e regista sara' l’attrice napoletana Marta Bifano, presente alla presentazione insieme alla giornalista Didi Leoni, alla portavoce ASMEF e giornalista Mariangela Petruzzelli, all’artista Mark Kostabi, a Joseph Sciame e al direttore del Calandra Institute, prof. Anthony J. Tamburri.

    Prima dell’evento saluto il prof. Tamburri e parliamo alcuni minuti. Gli faccio omaggio del mio “L'Altra Italia”, lui si ricorda che l'ultima volta gli ho fatto omaggio del mio libro “L'Aquila nel mondo”, lo ha apprezzato. Gli parlo della Candidatura dell'Aquila a Capitale europea della Cultura 2019. E’ molto vicino moralmente alla nostra citta’, ci sara’ sicuramente un’adesione del Calandra, un plauso per la candidatura.
    Si procede alla presentazione dello spettacolo teatrale sulla figura poliedrica ed affascinante dell’eroina dell’emigrazione italiana negli States, l’attrice e cantante napoletana Gilda Mignonette che nel 1924 arrivo’ a New York diventando un’icona dei nostri emigrati in America. L’ASMEF (Associazione Sviluppo Mezzogiorno Futuro) promuove a New York questo evento, che ha debuttato a Todi. Con molta efficacia lo espone Mariangela Petruzzelli, anche autrice di programmi Rai, in assenza del presidente Salvo Iavarone, infortunatosi a Napoli per una caduta dal motorino. Di ASMEF sono membro del Comitato scientifico, mi sento un po’ a casa. A fine evento parlo con Letizia Airos, tenace direttore di i-Italy, ormai punto di riferimento per la cultura italiana che passa a New York, impossibile che lei non faccia un’intervista: Jovanotti, Battiato, Pino Daniele, e numerosi altri. Qualche giorno fa lo scenografo, tre volte Oscar, Dante Ferretti. Ripasso al MoMA. La libreria e’ ancora aperta, sono quasi le 8 di sera. Faccio un giro, trovo il libro “FERRETTI - L'arte della Scenografia”, seconda edizione, curato da Gabriele Lucci ed edito da Electa-Accademia dell'Immagine, una preziosita’ tutta aquilana. Che emozione, un po’ dell’Aquila in un tempio della cultura americana! C’e’ la mostra sul grande scenografo italiano al MoMA. La vedro’ nei prossimi giorni.

    Sabato 12 ottobre, giorno della scoperta dell’America, sole e vento. Giornata di contatti telefonici e di shopping, con una puntata al Macys. Domenica 13, vi riassumo la giornata, almeno fino al pomeriggio. Una bella giornata di sole. I colori cangianti dell’autunno dipingono le chiome degli alberi e Central Park e’ come un quadro impressionista. Oggi e’ domenica, voglio andare a Messa. Scelgo la cattedrale di St. Patrick, naturalmente, sulla Quinta Ave. La trovo impacchettata dai tubi innocenti, sta in restauro integrale, ma non e’ sottratta al suo scopo. E’ piena come un uovo. Celebra il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, ne riconosco la voce. A fine celebrazione dice alcune parole che non comprendo tutte, comunque sta annunciando il Columbus Day e la parata dell’indomani. I fedeli ridono, il cardinale ha una forte tendenza all’umorismo, come gia’ avevo notato due anni fa. La messa e’ finita, il corteo dei celebranti mi passa a due metri di distanza, faccio una foto ravvicinata al cardinale, che sorride. Esco. Telefono ad una amica carissima, da un mese trasferitasi a New York. E’ Mariza Bafile, figlia di Gaetano, cittadino onorario dell’Aquila, il fondatore del quotidiano “La Voce d’Italia” di Caracas, giornale con il quale collaboro. Mariza e’ nata a Caracas, la madre aquilana doc, famiglia Tazzi. Lei che ha fatto gli studi fino alle superiori all’Aquila, poi torno’ in Venezuela per laurearsi e per lavorare al giornale del padre. Gaetano Bafile e’ stata una grande penna del giornalismo italiano all’estero, di servizio per i nostri emigrati. Di lui e del suo coraggio parlo’ anche lo scrittore Gabriel Garcia Marquez. Del giornale Mariza e’ stata vicedirettore, fino al 2006, quando venne eletta nella Circoscrizione America del Sud al Parlamento italiano, dove ha ricoperto la carica di Segretaria di presidenza della Camera dei Deputati. Mariza scrisse la prefazione al mio primo libro “Oltre confine” e venne all’Aquila a presentarlo. Sono molto legato a lei e alla sua famiglia. E a suo fratello Mauro, che dalla morte di Gaetano e’ direttore del giornale.

    Ma torniamo a noi. Ci siamo dati appuntamento davanti alla Cattedrale, per le 12 e mezza, lei deve arrivare da Brooklyn. Sono le 11 e qualche minuto. C’e’ un gran movimento di transenne e molti agenti della polizia di New York (NYPD). Immagino che stiano preparando per l’indomani, quando ci sara’ la famosa parata alla quale dovro’ partecipare come delegazione ANFE. Invece, un quarto d’ora dopo, eccoti arrivare un corteo, alla testa un drappello della Polizia a cavallo, poi la banda della Polizia di New York. Non mi spiego, ma poi subito capisco. E’ il Columbus Day degli Ispanici: spagnoli, messicani, portoricani, haitiani, cubani, centro-americani, venezuelani, boliviani, argentini, cileni, peruviani, e gli altri. Festosa, colorata, coloritissima. La Quinta si va riempiendo di turisti e curiosi, la giornata festiva aiuta. Proprio oggi ci dovevamo dare appuntamento in mezzo a questa baraonda! Per farla breve, meno male che ci sono i telefonini, non si sarebbe sentito nulla con tutto quel chiasso di voci e di suoni, ma con i messaggini siamo riusciti a ritrovarci. Una bella rimpatriata aquilana, con Mariza. Ha voluto sapere le ultime novita’ della citta’ che ama molto, cosa vi succede di positivo e quali sono invece i problemi.

    Le ho parlato a lungo, consegnandole il documento presentato al Ministero per i Beni e le Attivita’ Culturali sulla candidatura dell’Aquila a Capitale europea della Cultura, per la quale impegnera’ ogni suo sostegno. Abbiamo pranzato assieme. Poi un caffe’ espresso appena decente e i saluti per Mario Fratti, che lei conobbe molti anni fa in Venezuela. Mario oggi e’ andato ad un lunch ufficiale, con una sua conferenza all’Association of Italian American Educators. Torna a sera. Mariza mi dice che gli fara’ un’intervista, prossimamente, per il primo numero della rivista mensile che dirigera’. Parlera’ anche del romanzo “Diario proibito”, uscito di recente in Italia e presentato in prima nazionale all’Aquila. Le ho inviato il formato pdf del romanzo, cosi’ potra’ intervistare l’autore conoscendo la sua opera.

    Lunedi’ 14, giorno della parata. Mi alzo presto, come al solito. Scrivo un’email a Laura Benedetti, che vive e lavora a Washington, dove insegna alla Georgetown University. Ci sentiremo poi per telefono. Esco di buonora, alle 9, per andare al Columbus Day. Le manifestazioni cominciano con la Messa in cattedrale, celebrata dal cardinale Dolan. Tutta la comunita’ italo americana e’ presente, con i massimi esponenti. Il Console generale a New York, Natalia Quintavalle, fa gli onori di casa. E’ molto stimata ed apprezzata dalla nostra comunita’. Sono con Fabio Ghia, siamo la rappresentanza ufficiale dell’ANFE, che ha un posto di rilievo nella parata, tra le prime delegazioni, grazie ad uno stretto rapporto con la Columbus Citizens Foundation, la potente associazione che da decenni organizza l’evento nato nel 1929 per iniviativa di Generoso Pope. E’ una bella giornata di sole. Fabio Ghia potra’ stare per poco, nel pomeriggio riparte per Tunisi.

    Appena fuori della cattedrale mi sento chiamare, e’ Rosanna Di Michele, una vera ambasciatrice della cucina abruzzese e delle eccellenze gastronomiche della nostra regione. Fa almeno due missioni gastronomiche l’anno nei ristoranti di New York. E’ molto conosciuta e la sua simpatia conquista. La conosco da alcuni anni e apprezzo la sua passione e la qualita’ del suo impegno per promuovere l’Abruzzo. Come di solito accade, il mondo istituzionale stenta a riconoscere le vere qualita’ delle persone, sulle quali poter investire, preferendo logiche che spesso costano molto e producono assai poco. Invece, basterebbe vedere cosa Rosanna riesce a fare in due settimane, non solo nelle sue dimostrazioni in cucina, ma nel mondo delle buone relazioni, per capire quanto sarebbe utile all’Abruzzo investire anche sulle potenzialita’ di questa “ambasciatrice” delle qualita’ della nostra regione.

    Parte la parata, in testa il Console generale, Natalia Quintavalle, e gli esponenti della comunita’ italiana nella Columbus Foundations con il suo presidente Louis Tallarini ed il responsabile delle celebrazioni, Frank Fusaro. Poi una banda. Quindi la rappresentanza della Columbia University. Intanto che il corteo muove, arriva il candidato sindaco di New York, l’italo americano Bill De Blasio. Scatto una foto a Rosanna con lui, mentre lo andiamo a salutare. Altissimo. E’ molto alla mano, come capita qui in America. Intanto ci ricongiungiamo con Mariangela Petruzzelli, madre abruzzese e padre lucano. Lei vive a Roma, persona eccellente, preparata e grande promoter di eventi culturali. Come gia’ dicevo, e’ addetta stampa di ASMEF. Facciamo insieme la sfilata, scegliendo di aggregarci alla delegazione del Governatore di New York, Andrew Cuomo, una personalita’ di spicco insieme a suo padre Mario, della nostra comunita’ negli States. Sfilare alla testa del corteo non consente di gustare la parata, nei suoi aspetti piu’ suggestivi e nelle sue curiosita’. Ma e’ un’esperienza che gia’ ho fatto. Partiamo dalla 48^, alle 11 circa.

    La nostra sfilata sulla Quinta Ave si scioglie a mezzogiorno, alla 69^ Street, dov’ha sede la Columbus Foundation. Vi e’ allestito un buffet per gli ospiti. Usciamo poi a goderci la sfilata, si concludera’ alle tre del pomeriggio, con l’ultima banda giovanile d’un College del Connecticut, che gia’ le macchine pulitrici dell’igiene urbana spazzano e lavano la strada. Alle cinque, in Consolato, il ricevimento. Saluto Natalia Quintavalle, Console generale, il prof. Tamburri, il prof. Sciame, altre conoscenze e il vice console onorario Tony Tufano, pilastro dell’ANFE nell’area di New York. Ringraziando gli ospiti, Natalia Quintavalle presenta il nuovo responsabile della Rappresentanza Permanente d’Italia presso le Nazioni Unite, a New York, l’Ambasciatore Sebastiano Cardi. E’ quasi sera, ma una passeggiata da Park Avenue rientrando a casa attraverso Central Park e’ sempre piacevole. Turisti in carrozza, persone sui prati, bimbi che giocano, un giovane suona il sax, scoiattoli che scorrazzano sulle rocce di granito bruno e s’arrampicano sui tronchi delle betulle, mentre il cielo sul tetto del Plaza si stempera di rosso, al tramonto, e la luna a meta’ compare sulla punta del grattacielo che svetta dietro all’Essex House.

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    Mario Fratti. "Diario Proibito" da New York a L'Aquila

    L’AQUILA – L’ultima volta che Mario Fratti era tornato dagli Stati Uniti nella sua città natale risale al marzo dell’anno scorso, per la “prima” al Teatro comunale di “Frigoriferi”, una delle sue brillanti commedie allestita a musical dalla Compagnia Mamo’ e dall’Orchestra Sinfonica Abruzzese diretta dal Maestro Luciano Di Giandomenico, autore delle musiche originali. Fu davvero un trionfo per il drammaturgo aquilano, dal 1963 trapiantato a New York, tra gli autori di teatro più famosi al mondo, con all’attivo una novantina di opere tradotte in 22 lingue e rappresentate in oltre seicento teatri, dagli Usa all’Argentina, dal Canada al Brasile, dal Messico all’Australia, dalla Russia alla Cina, dal Giappone alla Turchia, come in quelli di tutta Europa. Dalla sua pièce “Six Passionate Women” trent’anni fa Arthur Kopit trasse “Nine”, il musical che su testi e musiche di Maury Yeston per anni è stato rappresentato nei teatri di Broadway, con oltre duemila repliche. Molti riconoscimenti e ben sette Tony Award - che nel teatro sono come gli Oscar per il cinema - sono stati tributati allo scrittore aquilano, tra i personaggi più in vista nella vita culturale della Grande Mela, dove ha insegnato “Storia del teatro e scrittura teatrale” alla Columbia University e all’Hunter College.
     

    Mario Fratti tornerà ancora a L’Aquila, il prossimo 18 settembre, per la“prima” non di un’opera teatrale, come sovente gli capita in giro per il mondo, ma per la presentazione del romanzo “Diario proibito – L’Aquila anni Quaranta”, unica sua opera di narrativa scritta più di mezzo secolo fa ed ora pubblicato da Graus Editore. Fra qualche giorno sarà nelle librerie di tutta Italia. Sarà dunque un vero e proprio evento, anche perché la trama del romanzo si svolge quasi tutta nella città capoluogo d’Abruzzo a cavallo degli anni ultimi del Fascismo e primi dell’Italia libera e democratica, sulla traccia di un diario segreto del protagonista. Scrittura singolare, temi “forti” e situazioni scabrose per narrare quegli anni, dove il racconto s’intreccia con la storia della città e dell’Italia in quegli anni terribili.

    La presentazione del volume mercoledì 18 settembre, alle ore 17, presso l’Auditorium “E. Sericchi” della Carispaq, in via Pescara 2. Vi prenderanno parte il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, lo storico Walter Cavalieri, l’opinionista e scrittrice Annamaria Barbato Ricci, il presidente della Deputazione Abruzzese di Storia Patria, Walter Capezzali, l’editore Pietro Graus e l’autore Mario Fratti. Chi scrive coordinerà gli interventi dei relatori. Dopo questa “prima” aquilana, il romanzo di Fratti verrà presentato a Montesilvano (Pescara), Roma, Firenze, Napoli ed altre città, ancora in via di definizione. L’evento ha il patrocinio della Deputazione Abruzzese di Storia Patria, dell’Istituto Abruzzese di Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea e naturalmente della Municipalità, in omaggio ad uno dei suoi figli migliori, conosciuto e stimato in tutto il mondo. La presentazione del romanzo di Mario Fratti sugli anni della dittatura fascista all’Aquila e sul forte spirito di libertà degli aquilani - in appendice al volume è pubblicato il dramma “Martiri”, atto unico sui Nove Martiri Aquilani -, ben s’inquadra con le celebrazioni del 70° anniversario dell’eccidio nazista (23 settembre 1943) quando nove giovani aquilani, coetanei ed amici dello stesso Fratti, vennero dai Tedeschi arrestati in montagna, poi passati per le armi e sepolti in una fossa comune da loro stessi scavata all’interno della Caserma “Pasquali”, all’Aquila, senza che della loro sorte si sapesse più nulla fino alla liberazione della città, il 13 giugno 1944.

    Dedicato “A L’Aquila, città che tanto amo. Ai miei figli Mirko, Barbara e Valentina.”, il romanzo reca la prefazione di Mario Avagliano, storico e saggista, giornalista per le pagine culturali del quotidiano Il Messaggero. Così scrive Avagliano in apertura della sua prefazione: “Quando mi è stato proposto di scrivere la prefazione per il romanzo storico di Mario Fratti, ambientato all’epoca della Repubblica Sociale e del primo dopoguerra, ho provato molta curiosità. Cosa spingeva un drammaturgo di fama mondiale, che vive dal 1963 a New York, vincitore di ben sette “Tony Award” (l’Oscar del teatro), autore di decine di opere, spesso a sfondo sociale, rappresentate in tutti i teatri del mondo (tra i quali il musical Nine, liberamente ispirato al film 8½ di Federico Fellini, che ha superato la cifra record di duemila repliche), a ripescare dai cassetti un testo scritto negli anni Cinquanta? Pagina dopo pagina, ho capito che Fratti, al pari di quanto ha fatto in alcune sue opere teatrali (da Tangentopoli a Mafia), in

    questo suo primo (e per ora unico) testo narrativo, con il suo stile crudo, privo di pudicizia, che spesso colpisce duro alla testa come una sassata, fatto di dialoghi serrati e di frasi secche come fucilate, aveva un intento di denuncia. Sotto tiro c’è l’Italia di ieri e di oggi. L’Italia complice di Mussolini e del nazismo, delle sue violenze e delle sue bestialità. L’Italia che non ha mai epurato i fascisti, anzi li ha riciclati nei posti di comando. L’Italia che tuttora stenta a fare i conti con il Ventennio e con Salò, propagandando il mito di un fascismo buono”.

    La storia comincia a metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, con l’Italia che affronta i problemi del dopoguerra. Siamo a Venezia, dove il protagonista del romanzo, incolore impiegato d’un ufficio pubblico, vive in una camera affittata d’un appartamento di due donne sole, madre e figlia, con un’ossessione quasi compulsiva del sesso. Un’influenza con febbre molto alta costringe a letto il protagonista, quindi dovendosi assentare dal lavoro. La situazione prospetta giornate di segregazione in casa, appena mosse dalle notizie pubblicate dal Corriere della Sera, rese poi intense dalla lettura d’un quaderno d’appunti, un suo diario proibito, dimenticato, rinvenuto nella valigia contenente vecchie carte e documenti. Sono le sue memorie, allora giovane tenente repubblichino di Salò. Nel diario ritrova, puntualmente descritti, fatti e dettagli dell’efferatezze e delle violenze, fisiche e morali, che il suo comandante, il “Maggiore”, infliggeva agli oppositori e ai loro familiari nei locali di detenzione e tortura, oltre agli altri squallori di quel periodo storico. Sono appunti che egli accuratamente nasconde alla vista di chi per una qualche ragione entra in camera sua, preoccupato che si possa scoprire il suo passato di ufficiale “nero”, uscito indenne dopo il ‘45. La narrazione interpunta al racconto anche fatti realmente accaduti, dando al romanzo un valore aggiuntivo.

    “[…] La scelta dell’io narrante - annota tra l’altro Mario Avagliano - e della sua identificazione nell’adolescente fascista (al quale Fratti arriva addirittura ad attribuire la sua età dell’epoca e il suo nome, Mario) a primo acchito è spiazzante e imbarazza chi legge. L’autore, abruzzese di nascita, come ha spiegato nell’introduzione, utilizza per costruire la sua storia molti ricordi autobiografici, ma, in realtà, già da ragazzo era tutt’altro che seguace di Mussolini. Era animato da vividi sentimenti antifascisti e i suoi amici del cuore erano i partigiani che poi vennero chiamati i “Nove Martiri di L’Aquila”, anche se lui non trovò il coraggio di seguirli in montagna. Tuttavia, man mano che il romanzo va avanti, l’identificazione tra l’autore e il ragazzo di Salò (poi adulto) protagonista della storia mostra tutta la sua potenza evocativa. All’imbarazzo iniziale del lettore, subentra la vergogna. È come guardarsi allo specchio e non piacersi, anzi provare disprezzo per se stessi. È come guardare allo specchio, da italiani, una pagina di storia che abbiamo voluto dimenticare (e che qualcuno addirittura vuole equiparare alla Resistenza), e che invece Fratti ci costringe a rimembrare. Inchiodandoci, senza possibilità di scampo, alla lettura di torture, vessazioni, violenze di ogni tipo che subirono gli oppositori politici, le donne, tutti coloro che finirono nelle grinfie del Comando di Presidio fascista, guidato da un maggiore che, per il suo sadismo e il suo opportunismo, ricorda da vicino gli aguzzini della banda Koch. […]”.

    Il volume ha una bella introduzione dell’Autore. E’ la sua vita in pillole. “Sono nato a L’Aquila il 5 luglio 1927. Ho vissuto lì fino al 1947. Vita tranquilla, piccolo borghese, con genitori e due fratelli: Mimina, Leone - i miei genitori -, Mario, Gustavo (scomparso qualche anno fa), Fernando. La guerra ci ha solo sfiorati. Ha risparmiato la nostra città. Studente, passavo intere giornate alla Biblioteca Tommasi, sotto i portici. […]”. Seguono i ricordi d’adolescente e giovinetto, Balilla per forza, nelle adunate e nelle cerimonie ufficiali del regime. “I primi germogli del mio antifascismo mi vennero da Giorgio Scimia, uno dei Nove Martiri di L’Aquila. Mio compagno di scuola, si parlava fra noi del suo odio per il fascismo. Io scoprii un mondo nuovo e fui affascinato dal concetto del “plusvalore”. Nell’atto unico “L’Aquila”, che troverete riportato in fondo al romanzo, Giorgio e Bruno, due dei Nove Martiri, discutono della personalità e della codardia di Mario. Esitai a seguirli in montagna. Partirono. I Nove Martiri, altrimenti, sarebbero stati dieci”.

    Ancora annotazioni biografiche, alcune molto personali. “Dal 1945 al 1947, euforia per la fine della guerra. Ci sentimmo finalmente liberi. Scrivevo per “Paese Sera”. Nel 1947 lasciai definitivamente L’Aquila ed andai a Venezia, per laurearmi in Lingue e Letterature Straniere alla Ca’ Foscari. Molti dettagli sulla vita a L’Aquila riportati dal mio romanzo sono veri. Strade, nomi, qualche episodio. Sono l’amalgama di un’opera di pura fantasia. Sono reali, ad esempio, l’esperienza dei “Ludi Juveniles” con Marcello Vittorini e la mia ammirazione verso sua sorella Silvana […]. Costruisco tutte le mie opere sulla conclusione, sull’ultima pagina. Voglio stupire il pubblico per l’imprevedibilità del finale. Anche per “Diario Proibito”, la mia prima ed unica opera di narrativa, usai lo stesso metodo, pensando innanzitutto all’ultima pagina. Essa contiene la “morale” di un “amorale”: il “Maggiore” che dava ordini al “Tenentino” ha ancora potere e sponsorizza missini e democristiani. A Venezia affittai una stanza presso due donne, madre e figlia. Mi ammalai e si presero cura di me. Approfittai di quel periodo per scrivere “Diario Proibito”. Gli articoli che cito nel testo sono veri, li leggevo in quel periodo di malattia e delimitano il lasso di tempo in cui scrissi il romanzo. Decisi di adottare un linguaggio estremo, di concentrare nei personaggi, a cominciare dal protagonista, a cui diedi il mio nome, tutta la malvagità, le malefatte che trasudarono da quel periodo. […]”

    Scrive ancora Fratti, sintetizzando il senso del suo romanzo: “Ed ora c’è l’emozione di vedere pubblicato il mio romanzo. Con una consapevolezza che voglio riaffermare, confidandovela. Oggi, oltre 50 anni dopo la sua creazione, quella ribellione che era stata molla per la mia scrittura, è incanalata nel mio impegno culturale e civile. Dalla denuncia estrema che insanguina il libro c’è quel mio dolore, quel mio appello a che i lettori si rendessero conto di quanto fu feroce e insopportabile quel periodo per l’Italia. Dalla finta voce di un mal-protagonista; di un complice di scelleratezze per il movente di briciole di vantaggi, ecco il controcanto di un mondo di resistenti che vollero affrancarsi e ritornare a ossigenarsi nella fierezza degli uomini liberi”. “Diario proibito” è questo ed altro ancora, connotandosi per la scrittura tutta particolare, dal ritmo dialogico serrato che non lascia spazio a ridondanze, mettendo in evidenza i prodromi dell’autore teatrale che poi si è affermato in America, scrivendo plays come e meglio degli americani. Il volume si chiude con un pezzo “ospitato”. E’ il “capitolo” che Maurizio Molinari, corrispondente da New York del quotidiano La Stampa, ha scritto sul teatro di Mario Fratti nel suo bel libro “Gli italiani di New York” e che l’editore Laterza ha consentito di riportare.

     
     
     
     
     
     
      

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