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Articles by: Goffredo Palmerini

  • Fatti e Storie

    ANFE. 65° anniversario. Grazie Maria Agamben Federici, e la storia continua

    ROMA – L’Associazione Nazionale Famiglie Emigrati (ANFE), il 30 novembre prossimo dalle
    ore 15, con una solenne cerimonia alla Camera dei Deputati, Palazzo Montecitorio - Sala della Regina, celebra il 65° anniversario dalla sua fondazione, avvenuta nel 1947 a Roma ad opera dell’on. Maria Agamben Federici, parlamentare aquilana nell’Assemblea Costituente. “Pane e pregiudizio. Storie di migrazioni. 65 anni dell’ANFE dalla sua fondazione”, questo il tema del Convegno sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, con il Patrocinio di Camera e Senato, che vedrà la partecipazione del Presidente della Camera, on. Gianfranco Fini, del Presidente del Comitato d’onore del 65° ANFE, on. Emma Bonino, del Presidente Nazionale dell’ANFE, Paolo Genco, con le relazioni introduttive e gli interventi del Primo Ministro belga, Elio Di Rupo, del Ministro degli Affari Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, della Presidente Mentoring Usa-Italia, Matilda Raffa Cuomo, del Portavoce Rete G2 – Seconde Generazioni, Mohamed Abdalla Tailmaun. Il direttore nazionale ANFE, Gaetano Calà, consegnerà agli illustri relatori la medaglia d’onore commemorativa del 65° di Fondazione e riconoscimenti ai rappresentanti dell’associazione convenuti dalle sedi ANFE all’estero (Argentina, Australia, Brasile, Canada, Repubblica Dominicana, Usa e Tunisia) e da tutte le regioni d’Italia.

     Nel corso della cerimonia, verrà proiettato un trailer del film documentario sull’ANFE e le migrazioni, regia di Giovanna Taviani, la storia dell’associazione con testimonianze del Presidente onorario sen. Learco Saporito, di Maddalena Bonauro, “storica” dirigente nazionale dell’associazione, infine con una testimonianza dall’Aquila, città natale della fondatrice Maria Federici, dove la regista ha girato riprese presso la casa natale della fondatrice, in via Accursio, nel centro storico della città lacerata dal terremoto, e alla cappella di famiglia, nel cimitero monumentale.

    L’intero evento sarà trasmesso in diretta sulla webtv di Montecitorio (http://webtv.camera.it) e in diretta streaming sul sito www.anfe.it.

    Le manifestazioni del 65° di fondazione il 28 novembre avranno una significativa anteprima, con il ricevimento all’Udienza di Papa Benedetto XVI, alla Sala Nervi, di un’ampia delegazione dell’ANFE guidata dal Presidente nazionale, Paolo Genco, mentre il 29 novembre l’Assemblea Generale dei Delegati regionali, dei Presidenti provinciali e dei Rappresentanti delle sedi all’estero dell’ANFE delibererà, tra l’altro, importanti modifiche allo Statuto tendenti a rafforzare i campi di attività dell’associazione, in Italia e nel mondo.

    L’ANFE si avvia dunque ad una rinnovata stagione d’impegno sui temi e sui problemi delle migrazioni, poggiando le fondamenta su una storia lunga di 65 anni d’esperienza su ogni aspetto dell’emigrazione italiana nel mondo e, da diversi anni a questa parte, sull’attualità delle questioni che riguardano l’immigrazione. Un cospicuo patrimonio di attività e conoscenze, quello della più antica associazione italiana impegnata nel mondo dell’emigrazione, a disposizione dell’intero Paese. Un patrimonio che si deve alla lungimiranza ed alla tenacia di una delle donne più significative del Novecento, la fondatrice dell’ANFE Maria Agamben Federici, che ha segnato dall’inizio la storia della nostra Repubblica, nell’Assemblea Costituente e poi alla Camera dei deputati, nella prima Legislatura.

    Nata a L’Aquila il 19 settembre 1899, famiglia benestante, laureata in lettere, insegnante e giornalista, Maria Agamben sposa nel 1926 Mario Federici, anch'egli aquilano, drammaturgo ed affermato critico letterario, tra le personalità più insigni del teatro e della cultura abruzzese. Da Roma, negli anni del fascismo, Maria Agamben Federici si trasferisce con il marito all'estero, dove continua ad insegnare presso gli Istituti italiani di cultura, dapprima a Sofia, poi in Egitto ed infine a Parigi. Cattolica impegnata, profonda fede nei valori di libertà e di democrazia, la Federici matura la sua formazione influenzata dal pensiero cristiano sociale (Emmanuel Mounier e Jacques Maritain) che avrebbe connotato profondamente la filosofia dello scorso secolo.

    Esperienza significativa, quella vissuta all'estero dalla Federici, cresciuta nella consapevolezza del valore della giustizia sociale e del ruolo essenziale della donna, non solo nella famiglia, ma anche in politica e nella società. Al rientro in Italia, nel 1939, mette pienamente a frutto tali convinzioni con un intenso impegno sociale e d'apostolato laico. A Roma è attiva nella Resistenza, organizzando un centro d'assistenza per profughi e reduci. Maria Federici è davvero un esempio ante litteram d'emancipazione femminile, con trent'anni d'anticipo sui movimenti poi nati in Europa. Nel 1944 è tra i fondatori delle Acli, poi del Centro Italiano Femminile (Cif) del quale diventa prima Presidente, dal 1945 al '50. Ma sopratutto è una delle figure più importanti della nuova Repubblica democratica. Deputato all'Assemblea Costituente per la Democrazia Cristiana, dal 19 luglio 1946 al 31 gennaio 1948, contribuisce a scrivere le regole fondamentali della nostra Costituzione. Insieme alla collega di partito Angela Gotelli (Dc), a Nilde Iotti e Teresa Noce (Pci), a Lina Merlin (Psi), Maria Federici è tra le cinque donne entrate nella Commissione Speciale dei 75 che elaborò il progetto di Costituzione, poi discusso in aula dall’Assemblea ed approvato il 22 dicembre '47. Promulgata il 27 dicembre dal Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, la Carta costituzionale entrò in vigore il 1° gennaio 1948. Maria Federici fu poi eletta alla Camera nella prima Legislatura (1948-1953), nel collegio di Perugia, nelle liste della Dc.

    Frattanto, l'8 di marzo del 1947, Maria Federici aveva fondato l'ANFE. Presidente dell'ente sin dalla fondazione, lo rimarrà fino al 1981. Sotto la sua guida sicura, con infaticabile impulso, l'associazione si espande con sedi in ogni provincia e nei comuni a più alta emigrazione, presente sempre laddove esistono i problemi, in Italia o nel nuovo mondo. Anche in quei lontani continenti, come pure nel vecchio continente, nascono sedi dell'ANFE, una rete capillare di strutture che diventano punti decisivi d'assistenza per i nostri emigrati, per la soluzione d'ogni problema sociale, burocratico ma anche psicologico nell'integrazione nelle nuove realtà. Dunque, un'opera notevole quella svolta dall'associazione, nella formazione professionale, nel sostegno alle famiglie ed a difesa della loro integrità, nella crescita culturale, sociale e civile dei nostri emigrati.

    Insomma, le meritorie attività dell'ANFE, riconosciuta Ente morale nel 1968, ne hanno fatto un insostituibile partner nei più alti organismi internazionali per l'emigrazione e l'immigrazione, grazie al suo enorme bagaglio di esperienze. Merito appunto di Maria Federici, tra i più fulgidi esempi femminili d'impegno civile e politico della nostra Italia. E' scomparsa il 28 luglio 1984 a L’Aquila. E tuttavia il suo insegnamento è il cespite su cui l'Associazione fa affidamento per svolgere efficacemente il suo prezioso servizio sociale nel terzo millennio. L'opera di Maria Federici, il suo pensiero illuminato, il contatto diretto con persone e problemi, il suo stile di vita restano un esempio notevole nel tempo incerto che viviamo, un riferimento luminoso per migliorare il rapporto tra Istituzioni e cittadini, per recuperare la necessaria credibilità della politica, per costruire nel reciproco rispetto il futuro del nostro Paese.

  • Arte e Cultura

    La letteratura italiana ed il concetto di maternità nel 900 alla NIAF

     Il  13 settembre 2012, alle 18.30, avrà luogo a Washington presso la sede della National Italian American Foundation (NIAF), la più nota e prestigiosa associazione italo-americana, un incontro con Laura Benedetti,  direttrice del dipartimento di italiano (Georgetown University) ed autrice di numerosi libri e articoli di critica letteraria.

    La serata verterà in particolare su The Tigress in the Snow: Motherhood and Literature in Twentieth-Century Italy, un suo volume che esplora come la letteratura abbia contribuito e reagito ai drammatici cambiamenti del concetto di maternità nel Novecento.  

     Laura Benedetti, con questo suo libro, propone all’attenzione del pubblico anglofono scrittrici italiane spesso trascurate, come Gianna Manzini, Annie Vivanti e Paola Drigo, situandole però in un contesto teorico decisamente internazionale e interdisciplinare, che ne esalta la rilevanza.

    Ne scaturisce un volume agile ed esauriente al tempo stesso, che fornisce un’ulteriore conferma del ruolo cruciale della letteratura nel dibattito culturale e nell’evoluzione sociale.  

    Pubblicato nel 2007, The Tigress in the Snow (La tigre nella neve) continua a riscuotere interesse e consensi, come attesta peraltro il Premio Internazionale Flaiano per l’italianistica, conferito a Laura Benedetti nel 2008, a Pescara.

    L’iniziativa è sponsorizzata dalla National Organization of Italian American Women (NOIAW), associazione che promuove la conoscenza del patrimonio linguistico e culturale italiano attraverso borse di studio e iniziative indirizzate a donne di origine italiana. 

    Laura Benedetti, aquilana, ha conseguito la laurea con il massimo dei voti all’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma con una tesi su Luigi Pirandello. Ha poi continuato gli studi all’ University of Alberta (Edmonton, Canada), con una tesi di Master sul tema del giardino nella poesia epico-cavalleresca.

    Questo duplice interesse nel Rinascimento e nella letteratura moderna ha contraddistinto le successive tappe del suo percorso, che l’hanno vista conseguire un dottorato alla Johns Hopkins University (Baltimora, USA) e svolgere per otto anni attività d’insegnamento e di ricerca alla Harvard University (Cambridge, USA).

    Ha pubblicato diversi volumi di critica letteraria ed articoli, che spaziano dalla letteratura medievale alla produzione narrativa più recente, seguita da vicino per dieci anni quale curatrice della voce “letteratura italiana” per l’Encyclopedia Britannica Year in Review.

    Il suo volume, The Tigress in the Snow: Motherhood and Literature in Twentieth-Century Italy, ha vinto nel 2008 il Premio Internazionale Flaiano per l’italianistica. Di recente ha pubblicato, la sua traduzione in inglese delle “Esortazioni alle donne e agli altri”, corredata da un ricco apparato critico, che renderà di nuovo accessibile questo raro volume, ultima ed emblematica fatica di Lucrezia Marinella (1571-1653).

    Nel corso della sua carriera ha organizzato numerosi incontri, seminari e convegni, curando la raccolta e la pubblicazione degli Atti. Prescelta come prima titolare della cattedra in cultura italiana contemporanea intitolata a “Laura e Gaetano De Sole”, Laura Benedetti è attualmente professore ordinario e direttore del dipartimento di italiano presso la Georgetown University (Washington D.C. - Usa). 

  • Fatti e Storie

    Columbus Day con l'ANFE. L'orgoglio delle famiglie italiane a New York

    Corrono 519 anni da quel 12 ottobre 1492 quando Cristoforo Colombo scopri' l'America, il nuovo mondo. Sono invece 67 anni che qui a New York si commemora l'impresa del navigatore genovese e il contributo degli immigrati italiani allo sviluppo della nazione americana.

    Fu infatti Generoso Pope, un italiano della Grande Mela ad iniziare, nel 1929, la celebrazione del Columbus Day con una parata che da East Harlem scendeva fino al monumento dedicato a Cristoforo Colombo, al Columbus Circle, l'angolo sud di Central Park che guarda l'Ottava Avenue. Sin dall'origine il Columbus Day e' la manifestazione dell'orgoglio italiano per eccellenza, qui a New York come in tutti gli States, mantenendo l'originario spirito solidaristico verso i connazionali bisognosi che Pope impresse alla manifestazione e che oggi si traduce in una cospicua raccolta di fondi da parte della Columbus Citizens Foundation, destinati in gran parte a borse di studio per mantenere vive in America le radici della nostra cultura, l'italian heritage. Dunque, non una manifestazione di folclore italiano, come a prima vista talvolta potrebbe apparire, ma davvero un'occasione annuale per esprimere l'orgoglio della comunita' italiana, le eccellenza della nostra cultura, il contributo italiano alla crescita e alla storia degli Stati Uniti d'America. Tutti elementi che nel Columbus Day si fondono, in un caleidoscopio d'emozioni profonde, palpabili.

    Quest'anno chi scrive puo' raccontarle non da spettatore, ma dal di dentro, quale componente della delegazione italiana dell'Associazione Nazionale Famiglie Emigrati (ANFE), ente morale fondato nel 1947 dall'aquilana Maria Federici, deputata nell'Assemblea Costituente. L'ANFE ha un posto di rilievo nel Columbus Day, per lo stretto rapporto che da anni lega l'associazione alla Columbus Foundation, la fondazione che organizza l'annuale evento oltre a tant'altre attivita' sociali e culturali. Guida la delegazione il sen. Learco Saporito, presidente onorario dell'ANFE, con il direttore generale, Gaetano Cala', con Fabio Ghia, delegato della Tunisia, chi scrive, delegato dell'Abruzzo, e Anthony Tufano, delegato Usa e coordinatore delle sedi ANFE all'estero, che qui e' anche Console onorario d'Italia a Mineola, nello Stato di New York. L'ANFE e' una delle associazioni storiche dell'emigrazione italiana, certamente la piu' importante per la dimensione dell'opera sviluppata sin dalla sua fondazione. Presente in Italia con sedi in quasi tutte le province, l'ANFE ha una rete di rappresentanze all'estero nei principali Paesi a forte emigrazione.

    Ma ora torniamo alla cronaca del Columbus Day, che tiene la Parata sempre nel Lunedi' piu' vicino al 12 ottobre. Quest'anno cade il 10. Sono le 9 di mattina, quando raggiungo la Cattedrale di St. Patrick. Gia' dietro le transenne, sulla Quinta Avenue, il pubblico comincia a prendere posizione, mentre lungo la piu' famosa ed esclusiva strada di New York c'e' gia' il viavai del servizio organizzativo, i poliziotti agli incroci, i vari gruppi che si dirigono ai luoghi d'ammassamento, tra la 45^ e 46^ Street. Gran fermento davanti alla Cattedrale, dove mi unisco alla delegazione. L’annuale Messa solenne del Columbus Day, celebrata dall,'arcivescovo di New York, è un’occasione di riflessione sui milioni di uomini, donne e bambini che sono giunti in America alla ricerca di liberta' e di migliori opportunita' di vita e sulla fede che li ha aiutati a superare sacrifici ed avversita'. Riconoscibile dai due svettanti campanili, la Cattedrale di St. Patrick e' un monumento assai visitato. E' la più grande chiesa degli Stati Uniti, decorata in stile neogotico. Fin dalla posa della prima pietra, avvenuta nel 1858, la cattedrale è stata al centro della vita di New York, anche se la gente riteneva che sorgesse troppo a nord dell’allora centro residenziale e commerciale della città. Oltre allo splendore della struttura architettonica, la cattedrale vanta vetrate colorate eseguite a Chartres, Birmingham e Boston, mentre il rosone è di Charles Connick, forse il più grande artista di questo genere nella storia americana. Gli altari di St. Michael e St. Louis furono progettati da Tiffany & Co, mentre quello di St. Elizabeth è di Paolo Medici di Roma.

    Si e' in attesa dell'ingresso al tempio, per la Messa solenne. Alle porte c'e' un rigoroso controllo degli inviti e all'interno del rispetto dei posti assegnati, nelle due file centrali: le personalita' americane, i dirigenti della Columbus Foundation, gli esponenti della comunita' italiana di New York, gli invitati delle delegazioni giunte dall'Italia. Alle 9 e mezza in punto inizia la celebrazione, con un lungo processionale di chierici, sacerdoti, vescovi e prelati concelebranti, tra cui il Nunzio apostolico mons. Francis Chullikan, osservatore permanente della Santa Sede all'ONU, e il cardinale Edward Egan, arcivescovo emerito di New York. Presiede la celebrazione mons. Timothy Dolan, arcivescovo di New York. L'organo suona le note possenti del Preludio, l'andante dalla Sonata Op. 65 di Felix Mendelssohn, cui segue l'inno d'ingresso cantato dal Coro della Cattedrale. Alternate in inglese e italiano le letture. L'omelia e' affidata a mons. Peter Vaghi, dell'Arcidiocesi di Washington DC. E' un'intensa celebrazione. Joseph Sciame, esponente di spicco della comunita' italiana e presidente dell'Italian Heritage and Culture Month Committee, a fine Messa saluta l'arcivescovo. Il sacro rito, sorprendentemente per me, si conclude cantando gli inni nazionali italiano e americano. Poi le belle parole dell'arcivescovo Dolan rivolte alla comunita' italoamericana, quindi il saluto che egli porta con una calorosa stretta di mano al nostro Ambasciatore a Washington, Giulio Terzi di Sant'Agata,  che del Columbus Day ha seguito i principali eventi, insieme al Console generale di New York, Natalia Quintavalle, da poco alla guida dell'importante sede consolare.

    Le manifestazioni del Columbus Day avevano avuto un'anteprima sabato sera con il Gran Gala al Waldorf Astoria, presenti il nostro Ambasciatore e il Console generale, il Governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, l'ex Governatore Mario Cuomo, il vescovo di Brooklyn, Nicholas Di Marzio, il generale Leonardo Leso, consigliere presso la nostra missione all'Onu, il Commissioner del Dipartimento dei Vigili Fuoco, Salvatore Cassano, origini campane, e molti altri. Ovviamente, tutti gli esponenti della Columbus Foundation, in primis il presidente Frank Fusaro, il Grand Marshall della Columbus Day Parade, Joseph Plumeri, e Louis Tallarini, Chairman del Board of Governors. Molte le personalita' di rilievo della nostra comunita' a New York presenti al Gala, lungo sarebbe citarle. Oltre mille, riportano le cronache, gli invitati all'evento che contribuisce a raccogliere fondi per le attivita' filantropiche della Fondazione, tra cui ben 500 borse di studio a studenti meritevoli che altrimenti non potrebbero continuare gli studi. Numerosi i messaggi d'augurio giunti per il Columbus Day, a cominciare dalla "Proclamation" pronunciata dal presidente Barack Obama. Nel corso del Gala Frank Fusaro ha voluto richiamare i messaggi del Governatore Andrew Cuomo e del Sindaco di New York Michael Bloomberg, il quale ha messo in evidenza  l'impulso dato alla citta' da italo-americani come La Guardia, Di Maggio, Cuomo e Giuliani. Domenica mattina l'edizione n. 67 del Columbus Day era iniziata con la tradizionale deposizione della corona sotto la stele di Colombo al Columbus Circle, con l'Ambasciatore, Giulio Terzi Sant'Agata, il Console generale, Natalia Quintavalle, il presidente della Columbus Foundation, Frank Fusaro, il Grand Marshall, Joseph Plumeri, il Chairman Louis Tallarini. e Joseph Guagliardo, presidente del National Council of Columbian Associations in Civil Service. Presente alla cerimonia anche una delegazione di Vigili del Fuoco italiani, guidata da Robert Triozzi, comandante per le Nazioni Unite del "Fire Rescue Developement Program", con sede in Roma. Nel pomeriggio un magnifico concerto al Lincoln Center con l'Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari, diretta dal Maestro Alberto Veronesi.

    E' quasi l'ora della sfilata. Intorno a mezzogiorno, di solito, muove la testa del corteo. Siamo in attesa all'incrocio con la 45th Street. E' un fermento incredibile di gente che si prepara. Le bande dei College, centinaia e centinaia di giovani nelle loro lustre divise, sono prese dal ruolo, e' un grande onore sfilare. Piu' tranquilli i musicisti delle bande militari, aduse a queste cerimonie. Le bande sono quasi un centinaio. E' una sarabanda di dimensioni inimmaginabili quel che si muove nelle retrovie, 35 mila persone che s'approntano a sfilare, ciascuna rappresentanza al suo turno, talvolta dopo ore di attesa, se si pensa che la Parata si conclude quasi alle cinque del pomeriggio. Eppure tutto e' regolato secondo un canone sperimentato dal rigido cerimoniale degli organizzatori, tutto gira come un orologio, almeno cosi' appare. Ormai la marea di spettatori, intorno al milione, e' ordinatamente assiepata dietro le transenne, sui due lati della Quinta Avenue. Gente d'ogni eta', molti con bandierine tricolori, spesso con i vessilli americano ed italiano. Ecco, si parte, e' mezzogiorno. E' il Sindaco Michael Bloomberg ad aprire la sfilata, con accanto il Grand Marshall Joseph Plumeri e il Commissioner della Polizia di New York, Raymond Kelly. Sfila il Governatore Andrew Cuomo, con i suoi sostenitori. E' un tripudio di consensi, il Governatore si ferma con il pubblico lungo il percorso, stringe mani. La famiglia Cuomo ha dato e sta dando un notevole contributo nelle istituzioni americane, che fa onore alle origini italiane. Passa il carro della Columbus Foundation, una specie di caravella tricolore su ruote con un grande busto di Cristoforo Colombo. Bimbi festosi agitano le loro bandierine. Poi la numerosa rappresentanza in fascia tricolore della Fondazione, guidata dal presidente Frank Fusaro, dai Governors e dai tanti esponenti del sodalizio che si occupano dei vari campi d'attivita'.

    Passano orgogliose macchine d'epoca italiane, poi una sequela di Ferrari e Maserati di piu' recente costruzione. Sfilano il nostro Ambasciatore Giulio Terzi di Sant'Agata e, in fascia tricolore d'ordinanza, il Console generale Natalia Quintavalle, al suo battesimo di folla nella Big Apple. E' il turno della Polizia di Stato italiana, una delegazione con numerose donne in divisa. Molti gli applausi. Passa la banda d'un College, volenterosa, ma nulla di paragonabile a quella splendida banda militare, immagino della Marina americana, che ha aperto la Parata. Ancora alcuni gruppi, in costume.

    Ecco che sfilano i  Vigili del Fuoco di New York, numerosi quelli d'origine italiana, gli amati eroi di tante operazioni di soccorso, ma sopra tutto alle Twin Towers, dove persero la vita 343 pompieri. Nel 2004 andai con una delegazione guidata dal Sindaco dell'Aquila alla sede del Dipartimento, a Brooklyn, per portare l'omaggio della citta' capoluogo d'Abruzzo e dei Vigili del Fuoco aquilani ai Pompieri di New York. Ci ricevette con molta cordialita' l'allora comandante in capo, ora Commissioner, Salvatore Cassano. Nella hall del grande palazzo una lastra di bronzo riportava i nomi dei pompieri caduti l'11 settembre alle Torri Gemelle. L'ampiezza di quella targa bronzea resta nella memoria a misura dell'immane sacrificio dei pompieri di New York deceduti a Ground Zero.

    Ora ci passano davanti con una storica autopompa Magirus rossa, con maniglierie d'ottone lucidate a specchio, carica di bimbi. Segue un'ordinata compagnia di pompieri a passo militare, con le insegne del corpo. Poi ancora un moderno rosso automezzo di dotazione, tutte luci intermittenti e cromature. Ancora una banda giovanile, poi e' il turno del reparto dei Vigili del Fuoco d'Italia, provenienti da varie province. Marciano perfetti, raccogliendo molti applausi dal pubblico. Mi emoziono, esprimo gratitudine profonda con l'applauso, non potro' mai dimenticare quanto straordinariamente generosa infaticabile ed appasionata e' stata l'opera dei Vigili del Fuoco in soccorso dell'Aquila, la mia citta', colpita dal terremoto del 6 aprile 2009.

    Ora e' il turno dell'ANFE. Siamo tra i primi gruppi a sfilare, a motivo dello stretto rapporto che l'associazione ha con la Columbus Foundation. Tony Tufano ci invita ad esser pronti, mentre fa dispiegare lo striscione con il logo del nostro ente morale. Ospitiamo sotto le nostre insegne il presidente dell'ASMEF, Salvo Iavarone, presente con la sua associazione a New York e poi Toronto per alcune iniziative sull'emigrazione, nonche' il sindaco di Tarquinia, Mauro Mazzola, venuto in America con una delegazione municipale per promuovere turisticamente la sua citta'. Non e' semplice partecipare alla Parata del Columbus Day, se non si ha un aggancio solido. L'ANFE e' stato per loro un eccellente traino. Da questo momento viviamo le emozioni direttamente.

    Il presidente Saporito e' al centro della nostra fila, gli sono accanto da un lato Gaetano Cala' e chi scrive, dall'altro Fabio Ghia e Tony Tufano. E' con noi un gruppo di volontari dell'ANFE Usa. Non abbiamo da raccontare molto se non le cose che vediamo lungo i 3 chilometri di percorso tra la 46^ Strada e le tribune d'arrivo, nei pressi della 69^. Il pubblico applaude, gli italiani oltre le transenne fanno domande e apprezzamenti, e' davvero una festa, un'ostentazione generosa d'attaccamento all'unita' nazionale, all'italianita'.

    L'arcivescovo Timothy Dolan, con altri prelati e religiosi davanti la Cattedrale di St. Patrick, saluta con gesti di cordialita' i vari gruppi che sfilano man mano. Dev'essere dotato d'una forte capacita' comunicativa e relazionale, d'una empatia fuori dagli schemi, davvero molto americana rispetto alle compunte abitudini dei suoi colleghi in Italia.

    La sfilata avanza, tra stop and go. Si hanno poche cose da riferire quando la Parata del Columbus Day si vive dall'interno, se non l'emozioni che si provano. Manca l'osservazione di quella multiforme congerie di colori e vivacita' che della Parata e' l'aspetto piu' pittoresco e spettacolare, invece godibile da spettatore. Arriviamo a Grand Army Plaza, che si apre su Central Park. Il corteo ora s'avvia verso l'ombra gradevole della rigogliosa vegetazione del parco, sulla sinistra.

    Eppure a destra  richiama l'attenzione il grande cubo bianco dell'Apple Store, diventato dopo l'immatura morte di Steve Jobs un luogo di memoria e omaggio all'uomo. Sulla bianca parete della recinzione sono attaccati migliaia di post-it, messaggi d'amicizia e gratitudine verso l'uomo che in tre decenni ha  cambiato il mondo, nella comunicazione, nella tecnologia informatica e nel design delle sue straordinarie creazioni. Tanti i fiori posati accanto al cubo, molte le mele, a richiamo del famoso simbolo della Apple.  La sfilata procede, dopo quasi due ore dalla partenza raggiungiamo le tribune. Numerose reti televisive riprendono la Parata. Un gran lavoro di riprese e documentazione dell'evento ha fatto anche la troupe di i-Italy, sotto l'efficiente direzione di Letizia Airos, editor del network piu' qualificato e attento nel descrivere l'attuale realta' della societa' italoamericana.

    Artisti italoamericani s'alternano sul palcoscenico approntato davanti alle tribune. Applauditissima Pia Toscano, la giovane e bella cantante italoamericana - e' nata nel 1988 a Howard Beach, NY - baciata da un grande successo, come pure e' assai apprezzato un gruppo di cantanti ballerini nell'esecuzione di "Be italian", uno dei brani piu' noti del famoso musical "Nine" tratto dal testo teatrale di Mario Fratti. Tagliamo il traguardo, la delegazione ANFE ha compiuto la sua missione, almeno riguardo la Parata del Columbus Day 2011.

    L'indomani, martedi', ci riceve il Console generale d'Italia. Ognuno e' libero, oggi nel pomeriggio. Sto tornando a casa, sulla 55^ strada. Sono quasi le due e mezza, quando incrocio il corteo, devo attraversare la Quinta Avenue. Ma stanno passando gli Alpini, una lunga fila di gruppi dall'Italia e anche dall'estero. Aspetto, sono alpino anch'io. Davanti a me sostano gli Alpini della Sezione ANA di Hamilton, in Canada. Incredibile! Accanto al vessillo della Sezione un alpino mi chiama per nome. Lo riconosco, e' il presidente della Sezione Fausto Chiocchio. Il pizzetto sul mento e' un po' piu' bianco di dieci anni fa, quando andai ad Hamilton con il Coro della Portella, in rappresentanza della Municipalita' aquilana. Viene verso le transenne, ci abbracciamo. "Che fai a New York?". Gli rispondo che con l'ANFE ho appena concluso la sfilata. E' proprio piccolo il mondo, talvolta riserva incredibili sorprese!

    Martedi 11 ottobre, mattina. Il Consolato si trova al 690 di Park Avenue, di fronte all'Hunter College. Arrivo a piedi, ci troviamo puntuali tutti noi della delegazione ANFE, eccetto il sen. Saporito che e' ripartito per Roma. Il Consolato e l'Istituto Italiano di Cultura stanno in un bel palazzo in mattoni rossi, di proprieta' dello stato italiano, dichiarato dalla Landmark Preservation Commission edificio storico.

    All'orario fissato il ministro Natalia Quintavalle, Console generale a New York,  ci riceve nel suo studio al primo piano, con grande cordialita'. Nativa di Pietrasanta, in provincia di Lucca, e' giunta da poco piu' d'un mese a New York, una delle sedi consolari piu' complesse e prestigiose del mondo, per la presenza d'una comunita' italiana numerosa e di spiccato livello, come pure di realta' culturali rilevanti, come Casa Zerilli Marimo' della NYU, del Calandra Institute della CUNY e dell'Italian Academy della Columbia University, verso le quali dimostra un grande interesse. D'altronde il suo e' un ritorno a New York. Avevo tratto preziose informazioni da una bella intervista che Letizia Airos ha di recente realizzato con Natalia Quintavalle, che ne rivelano bene il pensiero, i propositi e le doti umane e professionali. Tanto mi conferma il colloquio.

    Peraltro, anche Letizia ci raggiunge in Consolato, quando Gaetano Cala' sta illustrando al Console generale - accanto il Console Laura Aghilarre - le molteplici iniziative che ANFE Sicilia ha realizzato a New York negli ultimi anni, con la collaborazione del Consolato e dell'Istituto di Cultura, tutte di notevole respiro culturale, come quella in preparazione per il 2012 che lumeggera' il contributo recato dai musicisti italiani al Jazz.

    Quindi si fa cenno al Console Generale delle altre iniziative che l'ANFE sta promuovendo su importanti tematiche, come la cittadinanza, sulle quali si ha modo di parlare nel corso d'un incontro assai ricco di spunti, durato oltre un'ora. Siamo davvero molto grati al Console generale, mentre ci congeda, per l'accoglienza e per il proficuo colloquio intrattenuto. Rientro in casa Fratti a mezzogiorno.

    Trovo il drammaturgo nel suo studio mentre conversa di teatro con Claudio Angelini, gia' corrispondente della Rai, per alcuni anni valente direttore dell'Istituto Italiano di Cultura ed ora presidente della Dante Alighieri di New York.  Della nostra missione nella Grande Mela devo ancora citare la partecipazione, la sera dell'8 ottobre, ad una conviviale della Federazione delle Associazioni Siciliane del New Jersey, con quasi 450 ospiti. Ho avuto possibilita' di svolgere un breve intervento, nel corso della serata. Ho ringraziato con tutto il cuore la comunita' siciliana per la vicinanza e l'affetto dimostrati con gesti di solidarieta' verso le popolazioni aquilane colpite dal terremoto. Proprio da loro il comune di Villa S. Angelo ha ricevuto una donazione di 450 mila dollari per la realizzazione d'una struttura di aggregazione sociale. Ci vedremo dunque a Villa S. Angelo, questa la promessa, quando s'inaugurera' l'opera edificata con il frutto della loro generosita'.

  • Fatti e Storie

    Presentate in Senato le "Giornate dell'Emigrazione", sesta edizione

    ROMA – Pomeriggio di grande interesse, il 14 aprile scorso a Roma, nella Sala Capitolare del Senato presso il Chiostro di Santa Maria sopra Minerva, a due passi dal Pantheon, per la presentazione della rassegna “Giornate dell’Emigrazione”, giunta quest’anno alla sesta edizione. L’evento, promosso ed organizzato dall’Asmef (Associazione Mezzogiorno Futuro) presieduta da Salvo Iavarone, gode del patrocinio della Regione Campania, del Ministero per gli Affari Esteri e del Senato della Repubblica.

    Il luogo è davvero superbo. La basilica di Santa Maria sopra Minerva è considerata l'unica chiesa gotica di Roma. Esistente già nell’VIII secolo come oratorio in uso alle monache di S. Basilio, provenienti da Costantinopoli, nel 1275 fu data ai frati predicatori, entrando a far parte d’un complesso conventuale domenicano. Qualche anno dopo iniziò la costruzione della grande basilica gotica, a tre navate, con il sostegno economico di Bonifacio VIII, prendendo ad esempio Santa Maria Novella a Firenze. La facciata, iniziata a metà del Quattrocento, venne completata solo nel 1725, per volere di papa Benedetto XIII. Il tempio custodisce le spoglie di Santa Caterina da Siena, patrona d’Italia, e del pittore fra’ Giovanni da Fiesole, noto sotto il nome di Beato Angelico, proclamato da Giovanni Paolo II “patrono universale degli Artisti”. Nel convento adiacente alla basilica Galileo Galilei, sospettato di eresia per le sue teorie astronomiche, il 22 giugno 1633 abiurò le sue tesi scientifiche. Il convento venne espropriato dallo Stato italiano dopo il 1870. Attualmente il complesso conventuale è occupato dalla biblioteca della Camera dei Deputati e dalla biblioteca del Senato, mentre una parte degli ambienti cenobitici è stata riconsegnata ad una comunità di frati domenicani. Sul magnifico chiostro del convento dà la Sala Capitolare dove si tiene la presentazione delle “Giornate dell’Emigrazione 2011”.

    Il parterre è di tutto rispetto, per l’occasione. Letto il saluto augurale inviato dal sen. Maurizio Gasparri, presidente del gruppo parlamentare del Pdl al Senato, anche il sottosegretario agli Affari Esteri con delega agli Italiani nel mondo, Alfredo Mantica, all’estero per un impegno istituzionale, ha fatto pervenire un messaggio dove, tra l’altro, richiama l’attenzione nei confronti dell’emigrazione italiana e sulla ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Un altro caloroso messaggio di saluto è stato inviato da Severino Nappi, assessore al Lavoro e all’Emigrazione della Regione Campania, nel quale si segnala la necessità che le Regioni operino fattivamente per riuscire a valorizzare le comunità all’estero. Silvana Magalli Rocco, in rappresentanza del Parco nazionale del Cilento, porta il saluto dell’ente anche a nome del suo presidente, Amilcare Troiano, non mancando di ricordare la sua diretta esperienza di figlia d’emigrati in Venezuela. E Tommaso Mitrotti, residente in Argentina, evidenzia come gli emigrati abbiano salvaguardato valori e tradizioni che in Italia si stanno invece perdendo. E tuttavia Italia e Argentina al fondo conservano comuni radici d’identità nazionale, mentre iniziative come queste contribuiscono a rafforzare i legami tra l’Italia e le collettività italiane all’estero.

    Tema dell’incontro è “Unità d’Italia ed emigrazioni. Il ruolo della Chiesa e delle opere assistenziali, dalla storia all’attualità, attraverso le loro figure carismatiche”. Nel convegno sono emersi aspetti di notevole interesse e riferiti dati di grande utilità per meglio comprendere un tema sociale di così specifico rilievo, come si riferirà più avanti. Un tema che da anni l’Asmef studia, approfondisce e indaga con un’articolata serie d’iniziative in Italia e all’estero. Nel corso del meeting viene intanto presentato il programma della rassegna del 2011, che prevede una serie di appuntamenti in Italia, con trasferte in Canada e Stati Uniti.

    Si parte il 6 maggio, con un incontro presso il Museo Regionale dell’Emigrazione “Pietro Conti” di Gualdo Tadino, in provincia di Perugia, quindi il 28 maggio presso Palazzo de Vargas, sede della Fondazione “Gian Battista Vico” di Vatolla, nel Cilento, sarà il Banco di Napoli al centro del dibattito. In particolare, il presidente dell’Istituto Banco Napoli - Fondazione “Adriano Giannola”, assieme ad altri relatori, parlerà del ruolo che il Banco ha avuto nei due secoli scorsi per i tanti emigrati italiani. Il 14 giugno ci si sposta al nord, a Torino, con il sottosegretario agli Affari Esteri, Vincenzo Scotti. Quindi, il 23 luglio, tappa a Ceppaloni, in provincia di Benevento, con la parlamentare europea Erminia Mazzoni e con il prof. Antonio Giordano, del Board della NIAF. Il 5 agosto si va in Molise, a Macchia Valfortore, in provincia di Campobasso. Nell’occasione, un particolare approfondimento si farà sui 150 anni dell’Unità d’Italia, in relazione al ruolo ed all’incidenza avuti dall’emigrazione italiana in tale periodo storico. Poi doppio appuntamento in Basilicata, in agosto e settembre, a Muro Lucano e Viggiano, ed incontri nelle isole di Ischia e Procida, tra settembre ed ottobre, luoghi che tanti loro figli hanno inviato nel mondo, alla ricerca d’una nuova vita. Infine, come si diceva, sono previste visite alle comunità italiane di Toronto, a fine settembre, e il 12 ottobre a New York, per il Columbus day, come negli anni passati organizzate assieme alla Regione Campania ed al Ministero per gli Affari Esteri.

    Tali appuntamenti si aggiungono ai tanti percorsi degli anni precedenti - questa è la sesta edizione delle “Giornate dell’Emigrazione”- che hanno portato delegazioni dell’Asmef in missione nel mondo, negli Stati Uniti (New York), in Argentina (Buenos Aires), in Brasile (San Paolo) e in tante località del territorio nazionale. Tra gli scopi delle iniziative dell’ Asmef, primariamente quello di valorizzare quanto gli italiani hanno fatto oltreconfine, d’approfondire la storia e le storie di tanti di loro, di lavorare ad una sempre più forte relazione tra i nostri connazionali sparsi nel globo ed il Paese d’origine. Il quale, bisogna riconoscere, non sempre fornisce risposte adeguate ai tanti suoi figli che non chiedono benefici economici né chissà cosa, ma spesso solo considerazione ed ascolto delle loro esperienze, in diversi casi difficili e sofferte, come pure attenzione e riconoscimento per il prestigio che in innumerevoli altri casi sono stati capaci di conquistare all’estero con il loro ingegno, con la capacità d’intrapresa e con vite esemplari, contribuendo ad elevare la stima verso l’Italia. Mostre fotografiche, convegni, rappresentazioni teatrali, mostre d’arte: questi ed altri eventi ancora costituiscono occasioni d’incontro sui temi dell’emigrazione che, di anno in anno, l’Asmef svolge in appuntamenti organizzati sul territorio nazionale e in un Paese estero, scelto tra quelli dove è maggiormente significativa la presenza di comunità italiane, campane in particolare. E dunque nel 2008 ciò è avvenuto a New York, nel 2009 a Buenos Aires, l’anno scorso a San Paolo, mentre quest’anno la destinazione è Toronto, la metropoli canadese dove quasi un terzo della popolazione è d’origine italiana.

    Riesco a rivolgere qualche domanda a Salvo Iavarone, presidente dell’Asmef, prima che i lavori del convegno entrino nel vivo. “Presidente, quali motivazioni vi spingono ad organizzare le Giornate dell’ Emigrazione?”, gli chiedo. “Abbiamo iniziato così, quasi per gioco - risponde Iavarone - presentando un libro scritto da uno dei principali studiosi dell’argomento, Francesco Durante. Invitammo nel Cilento istituzioni, opinionisti ed emigrati rientrati occasionalmente in Italia; nacque subito un intenso e variegato dibattito che rappresentò, a nostro vedere, la voglia di approfondire i temi e andare avanti nel coinvolgere altri amici ed istituzioni”. “Avete trovato ostacoli? Come finanziate le vostre iniziative?”, gli chiedo ancora. “Chi cerca di far qualcosa nel nostro Paese trova sempre ostacoli. Ma quando si è convinti di far bene e si è portatori di energie positive, si riscontra anche entusiasmo. E sostegni. Riceviamo contributi pubblici e siamo affiancati da sponsor privati”. “Quali realtà avete trovato all’estero?”, gli chiedo infine. “Tantissimi figli del Paese, sovente innamorati di qualcosa. Certamente dell’Italia, che non ricambia adeguatamente”, conclude lapidariamente il presidente dell’Asmef, senza tanti giri di parole. Ed è quanto di più effettivamente lamentano le comunità italiane all’estero.

    Hanno inizio i lavori del meeting, dopo una breve introduzione di Valeria Vaiano, direttrice scientifica di dell’Asmef, sul ruolo svolto dalla Chiesa nel mondo dell’emigrazione italiana. Un’opera ancora da indagare a fondo per il suo rilievo, approfondendo il percorso di figure carismatiche che hanno legato il loro nome e la loro missione alle vicende dell’ondata migratoria seguita all’unificazione nazionale. A mettere a fuoco l’impegno della Chiesa cattolica nelle migrazioni pensa mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, che richiama i campi d’impegno della Fondazione nei settori della mobilità migratoria: emigrati italiani all’estero; migranti interni italiani; immigrati stranieri e profughi; rom, sinti, circensi e fieranti; addetti alla navigazione marittima e aerea. In particolare, mons. Perego ricorda l’opera di figure rilevanti della Chiesa che si sono distinte nel mondo dell’emigrazione, come San Giovanni Bosco, Vincenzo Pallotti, Giovanni Battista Scalabrini, Luigi Guanella e Geremia Bonomelli. “Personaggi carismatici – annota mons. Perego - che, oltre alla missione di sostegno e accompagnamento agli emigranti, hanno cercato di favorire anche un’azione politica per la tutela dei diritti di questi ultimi e delle loro famiglie”.

    Sulla donna nell’emigrazione italiana, e in specie sulle religiose impegnate tra gli emigrati, relaziona suor Etra Modica, missionaria scalabriniana. “Le missionarie, donne emigrate con e tra gli emigranti italiani all’estero - afferma la religiosa - hanno contribuito a salvaguardare la dignità dei migranti e svolto un servizio di mediazione utile all’orientamento e ad una prima assistenza nei luoghi di arrivo”. Richiama quindi il contributo d’importanti figure religiose femminili, quali madre Francesca Cabrini, madre Assunta Marchetti e suor Adele Brambilla. Sulla figura di Francesca Cabrini, in particolare, si sofferma Mina Cappussi, curatrice con Tiziana Grassi del “Primo Dizionario dell’Emigrazione Italiana” di cui è prossima l’uscita della pubblicazione, segnalando peraltro come tanti parroci di provincia scelsero di seguire i loro parrocchiani all’estero, contribuendo così a mantenere salda l’identità personale e le tradizioni dei luoghi d’origine, oltre ad un forte legame con l’Italia.

    Flavia Cristaldi, docente di Geografia all’Università “La Sapienza” di Roma, svolge un’interessante relazione intrattenendosi sul ruolo avuto dai religiosi all’estero, definendo la chiesa luogo d’elezione nel conservare e trasmettere cultura, tradizioni, lingua e identità, portando a conferma dell’assunto una significativa esperienza di emigrati trentini in Bosnia Erzegovina. Il padre scalabriniano Vincenzo Rosato, direttore del Centro Studi Emigrazione in Roma, segnala l’impegno portato avanti dal Centro nella ricerca delle origini della nostra emigrazione, nella riscoperta delle vicende dei pionieri religiosi che seguirono l’emigrazione italiana nel mondo, dove ricrearono luoghi di fede nei quali ciascuno potesse sentirsi a casa, ma anche impegnati ad assecondare la graduale integrazione nel nuovo mondo. A seguire l’intervento del segretario generale dell’Istituto Italo-Latino Americano, Giorgio Malfatti di Monte Tretto, che sottolinea come il nostro Paese sia impegnato a sostenere le comunità latino-americane immigrate in Italia, in forza degli accordi definiti nel corso del summit G8 tenutosi all’Aquila nel luglio 2009, in particolare sulla riduzione dei costi di trasmissione delle rimesse alle famiglie in America latina.

    Interviene Pier Luigi Gregori, vaticanista della Rai, con un richiamo alle radici culturali dell’Europa e alla loro importanza, quindi sul principio di libertà d’emigrazione, sancito dalla nostra Carta costituzionale. Infine, il sen. Luigi Compagna, componente della Commissione Affari esteri del Senato, fa il punto sui problemi e sulle difficoltà più evidenti che attualmente riguardano le comunità italiane all’estero, soffermandosi sui dannosi riflessi sulla presenza internazionale dell’Italia, conseguenti alla contrazione della rete consolare, e ai pesanti tagli alle risorse destinate all’assistenza dei connazionali all’estero. Invoca in conclusione una riforma costituzionale in grado di tutelare la presenza internazionale dell’Italia. Ora, specie queste ultime considerazioni svolte dal sen. Compagna, a mio parere sono proprio ferite aperte per gli italiani all’estero. Sulle quali, almeno al momento, il Governo italiano non sembra avere alcuna intenzione di mettere riparo e di cambiare rotta. Da qualche anno a questa parte le politiche rivolte alle nostre comunità all’estero hanno subìto battute d’arresto. Anzi, per chiarezza, hanno fatto più d’un passo indietro.

  • Fatti e Storie

    Aggiungi un Posto a Tavola... all'Aquila non si può

     L’AQUILA – Racconto con una punta d’amarezza questa vicenda, che avrebbe dovuto avere un esito diverso, per lo spirito che l’ha animata, per le finalità, per la passione che tanti giovani vi avevano profuso. Tra le tante belle testimonianze d’amicizia, solidarietà ed affetto che da tutta Italia e dal mondo sono state generosamente tributate alle popolazioni dell’Aquila e dei suoi borghi, dopo il terremoto del 6 aprile 2009, va comunque aggiunta quella che riferisco, anche se non è andata purtroppo in porto.

    L’ho raccolta direttamente da Carlo Zanini, funzionario d’un importante istituto di credito e volontario della Caritas. Egli avrebbe desiderato portare all’Aquila, quale ulteriore forma di vicinanza alla città ed alla sua gente, il famoso musical AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA* di Garinei e Giovannini, scritto nel 1974, con le musiche di Armando Trovajoli. Certamente non lo spettacolo con gli artisti professionisti che attualmente sta girando l’Italia, ma una compagnia amatoriale di Corsico, cittadina alle porte di Milano, composta da giovani attori animati da grande passione e dal desiderio di dedicare gratuitamente a chi ha bisogno il frutto della loro propensione per il teatro. Ma sentiamo come è andata, dalla viva voce di Carlo Zanini.  

    “E’ l’unico lavoro che abbiamo pronto in questo periodo. Dopo oltre sette mesi di prove, l’abbiamo rappresentato a giugno nella nostra città ”. Così ci racconta Carlo Zanini, presidente della compagnia amatoriale Non a caso. “All’epoca l’autorizzazione ci venne concessa, ma per una sola rappresentazione. E dopo innumerevoli insistenze. Infatti il ritorno della commedia, dal dicembre dello scorso anno, in varie città italiane ad opera della compagnia di Johnny Dorelli, con il figlio Gianluca Guidi nei panni del protagonista don Silvestro, è bastato a far alzare barriere altissime, sino a diventare insuperabili, alla messa in scena da parte di altri

    soggetti. Pur rendendomi conto delle motivazioni di un simile blocco autorizzativo, certamente valido e comprensibile per compagnie di professionisti, non riuscivo a trovare giustificazioni ragionevoli al pervicace diniego del nullaosta alla nostra compagnia.

    AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA, per altro, è uno dei lavori maggiormente rappresentati, negli anni, da compagnie amatoriali come la nostra. Avevo chiara consapevolezza - aggiunge Zanini - che, pur avendo noi proposto lavori sempre più che dignitosi nella nostra breve storia, non volevamo, né potevamo competere con dei professionisti. Inoltre la finalità del nostro fare teatro è stata chiaramente rappresentata agli Autori: non ci prefiggiamo scopo di lucro; quando a pagamento, le rappresentazioni sono sempre calate in un contesto di solidarietà verso situazioni di bisogno o di disagio, delle quali ci impegniamo a dare un’ampia preventiva informazione”.

    “Con i nostri spettacoli abbiamo sostenuto, ad esempio, ricerche su malattie rare, tipo l’osteogenesi imperfecta (fragilità ossea) o la progeria (invecchiamento precoce). Come pure abbiamo aiutato associazioni che operano in sostegno alle maternità difficili, o attive nell’avviamento al lavoro di soggetti disabili. Abbiamo inoltre contribuito a finanziare talune iniziative di volontariato sociale in Bosnia, servizi a beneficio di non vedenti, ed altre iniziative di solidarietà. Insomma non avremmo di certo creato problemi o addirittura sottratto spettatori ai più che titolati attori, anche perché i “nostri” spettatori vengono a vederci più per la finalità che per il titolo dell’opera, che comunque cerchiamo sempre di realizzare in modo apprezzabile, come ci viene di solito riconosciuto. Neppure le argomentazioni circa la funzione aggregante e, per molti aspetti, educativa del teatro amatoriale, fatto da giovani e ragazzi sotto la guida di adulti motivati, sembrava smuovere la coscienza degli Autori che più volte rispondevano picche alla nostra richiesta di autorizzazione avanzata tramite un gentilissimo funzionario della Siae di Roma. Poi, per un miracolo, è il caso di dirlo, è arrivato il sospirato via libera ancorché, come detto, per una sola serata”.
     

    “Finito lo spettacolo, a giugno, ci siamo trovati un po’ spaesati. Ma ecco che, subito dopo, un sogno straordinario, balenato nella mia mente già nelle prime settimane successive al terremoto del 6 aprile 2009, è venuto prepotentemente ad occupare i miei giorni e a dar corpo al desiderio manifestato all’Aquila da alcune persone. Grazie ad una rete di conoscenze, divenute amicizie, nate da una piccola esperienza di volontariato, mia e di mia moglie Laura, nell’estate 2009, poi ripetuta nel 2010, presso un campo “Caritas” di Paganica, è stato possibile mettere in cantiere il progetto di portare la compagnia dei NON A CASO nel capoluogo abruzzese. L’entusiasmo, pur nella consapevolezza di un’impresa ardita ma

    possibile, era palpabile in tutti. Ho contattato il dott. Giorgio Paravano, segretario generale dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese, persona di grande sensibilità, che non appena gli ho illustrato la proposta ha subito offerto disponibilità a valutare l’inserimento della rappresentazione nel calendario della stagione concertistica 2010/2011 dell’ISA nel Ridotto del Teatro Comunale dell’Aquila. Da quel momento è immediatamente partita la mail a tutti i componenti della nostra compagnia teatrale. In essa illustravo in dettaglio le finalità del progetto già precedentemente abbozzato - non una “toccata e fuga”, ma un prendere coscienza e consapevolezza delle conseguenze del terribile terremoto per far nascere e mantenere vicinanza, creare ponti di amicizia ed arricchirsi in umanità - e richiedevo la loro disponibilità per una 3 giorni in terra d’Abruzzo. Devo dire che, nonostante le non lievi difficoltà di vario ordine, le prime risposte pervenute dalla compagnia facevano prevedere una generale appassionata adesione. Nessuna preoccupazione per la sistemazione logistica (50-60 elementi, tra attori, coristi, tecnici e responsabili), grazie al dichiarato appoggio di Don Claudio Tracanna, della diocesi dell’Aquila, che avrebbe all’occorrenza coinvolto alcune comunità parrocchiali. Per le spese di trasporto, noleggio ed altro, ci saremmo dati da fare sia autofinanziandoci, sia ricercando qualche sostegno straordinario, già per altro ipotizzato. La cosa non rappresentava un’angoscia”.
     

    Carlo Zanini, dell’esito della vicenda, non riesce ancora a farsene capace. “Occorreva a quel punto porre la prima pietra del progetto - l’autorizzazione degli Autori - senza la quale nulla si sarebbe potuto costruire. Avevamo tutti chiara consapevolezza della difficoltà al riguardo, ma anche la fondata speranza che, considerato il contesto e le finalità, si sarebbe potuto ottenere il permesso agognato. Che, purtroppo, non è arrivato. Questo nonostante una prima richiesta avanzata direttamente dalla Siae dell’Aquila, grazie alla cortesia della signora Teresa Badini. Senza alcun esito si sono di lì a poco rivelate due mie successive insistenze, ampiamente motivate. All’ultimo dei tre messaggi negativi, pervenutomi il 9 agosto scorso, ho risposto esprimendo il mio profondo rammarico: un evento terribile di morte e distruzione, che ha smosso una coralità di menti, cuori e braccia, evidentemente, per ragioni a me ignote, non è riuscito a smuovere cuore e mente degli Autori di AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA. E pensare che il messaggio della commedia musicale - accoglienza, attenzione all’altro - faceva supporre una decisione del tutto diversa. Peccato! Ma ai ragazzi della compagnia, comunicando l’infrangersi del sogno, ho voluto trasmettere la voglia di “stare dentro” le vicende del terremoto, adesso approfittando delle potenzialità di internet e un domani, chissà, conoscendo da vicino e di persona la bellissima - anche se per ora ferita - città dell’Aquila e la tenacia della sua gente, così dignitosa, così umana.” Ho fatto ancora qualche domanda a Carlo Zanini sullo scopo che l’iniziativa si proponeva.

    Dr. Zanini, lei è stato più volte in Abruzzo, tra le popolazioni terremotate. Come è maturata l’idea di portare un musical e come uno spettacolo può essere utile alla ricostruzione del morale d’una comunità offesa dal terremoto?

    “Oltre a partecipare alle varie iniziative di raccolta fondi da donare alle comunità colpite dal sisma, la cosa più semplice, dicevo ai ragazzi, è fare ciò che sappiamo fare, il teatro per l’appunto. La cosa più bella e significativa, però, sarebbe ancora quella di poter scendere in Abruzzo e fare teatro in mezzo alla gente”.

    Comprendo che questo avrebbe comportato e comporterebbe per la vostra Compagnia anche qualche difficoltà organizzativa…

    “Senza avere un nome altisonante e senza essere sotto i riflettori dei media, volevamo fare una cosa di sicuro faticosa per i nostri mezzi e per le nostre possibilità, ma che consideravamo straordinaria. E devo dire che il progetto aveva tutte le caratteristiche per essere realizzato. Tutte, meno una…”.

    Come può essere utile uno spettacolo teatrale offerto alla gente colpita da una grande tragedia, come il terremoto dell’Aquila?

    “Le persone colpite dal terremoto, per quello che ho potuto percepire io incontrandole, hanno un grande bisogno non solo di sapere, ma soprattutto di sentire e, se possibile, di vedere la vicinanza di tanti fratelli. Noi, ne sono convinto, se vogliamo, sappiamo dare con gioia questa fraternità”.

    Si conclude qui questa bella testimonianza d’affetto per gli Aquilani, quantunque amaramente arenatasi per ragioni che restano incomprensibili. Un dramma terribile, come quello patito dalla gente del capoluogo abruzzese e dei paesi del cratere, non è riuscito a scalfire una determinazione ostinata e ferma, degna d’altra causa. Nella circostanza è apparsa, ci sia consentito, venata d’una certa ottusità. La porta per rimediare, però, è sempre aperta!

    *AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA è una commedia musicale scritta da Garinei e Giovannini con Jaja Fiastri, liberamente ispirata al romanzo di David Forrest “After me the diluge”. Debuttò nel 1974, con le musiche di Armando Trovajoli, con le coreografie di Gino Landi e le scene e i costumi di Gino Coltellacci. E’ stata prodotta più volte e, nel 2009, ha ripreso di nuovo a girare l’Italia. Porta in sé un messaggio di grande solidarietà umana, contenuto nella bella favola senza tempo che è tutt’oggi recepito dal pubblico come attuale. Scrive il critico Mauro Guidi in una recensione: “… Questa - della commedia, ndr - è una grande consolazione e speranza per il futuro, pensando che nel 1974 in Italia non era ancora neppure ipotizzabile il boom di immigrazione che è arrivato nei tempi successivi. Un lavoro quasi profetico per l’intensità e la freschezza del messaggio contenuto che ha attraversato nel tempo e nello spazio tutto il mondo, con oltre 50 versioni dalla Russia al Perù…”. Nell’edizione attuale la commedia presenta un cast eccezionale, guidato da due attori di grande prestigio, simbolo della continuità con le precedenti edizioni: Gianluca Guidi, figlio di Johnny Dorelli e Lauretta Masiero, ed Enzo Garinei. Johnny Dorelli, per primo, interpretò la figura del protagonista della commedia musicale, Don Silvestro, portandola al successo. Ora tocca al figlio Gianluca continuare la tradizione paterna.

    Don Silvestro, parroco d’un immaginario paese di montagna, riceve una telefonata del Padreterno in persona che gli comunica l'intenzione di mandare sulla terra il secondo diluvio universale. Come un novello Noè, riceve l'incarico di costruire un’arca di legno per mettere in salvo dal diluvio tutti gli abitanti e gli animali del paese. Per portare a termine il suo compito, il curato avrà bisogno dell'aiuto dei compaesani che non subito gli crederanno, ma saranno convinti da un miracolo 'in diretta'. Di Don Silvestro è perdutamente innamorata Clementina, figlia del sindaco del paese, Crispino. Questi, avido e miscredente, è invece ostile al parroco e tenta d’ostacolarlo in tutti i modi, creandogli non pochi problemi. Don Silvestro non può ricambiare l'amore di Clementina, per rispettare il vincolo del celibato ecclesiastico. La storia è impreziosita da altre figure, come Consolazione, una donna di facili costumi che giunge in paese a distrarre dai doveri coniugali gli uomini del luogo, proprio nella notte prima del diluvio, destinata dal Signore alla procreazione. A ristabilire l'ordine e riportare gli uomini tra le braccia delle mogli penserà nuovamente Dio, che ridonerà all'impotente Toto, lo scemo del villaggio, la sua virilità per tenere impegnata Consolazione. Alla fine, il diluvio viene scongiurato proprio da Don Silvestro, che convince Dio che è meglio lasciar perdere. Nel gran finale si mangia e si brinda attorno ad una tavola circolare, sulla quale scende una colomba bianca che va ad occupare un posto rimasto vuoto. È per Lui che si aggiunge un posto a tavola.

  • Arte e Cultura

    L'Aquila: quella emozione che toglie il respiro

    Ero sempre disponibile. Anzi, ero felice di liberarmi una giornata per accompagnare delegazioni in visita alla Città, dopo i rituali incontri in municipio. L’ho fatto tante volte negli anni passati, con gli ospiti italiani e stranieri. E non solo perché la visita guidata alle bellezze della città apparisse meglio conveniente se condotta da un amministratore civico, ma sopra tutto perché sentivo il piacere di farlo. Poi, quando altri impegni con l’estero hanno moltiplicato le occasioni, il caso mi capitava di frequente, specie durante la buona stagione.

    Chi all’Aquila non era mai stato, la scopriva con grande meraviglia. Pochi, in effetti, s’attendevano una tale fioritura di bellezze, tanta ricchezza d’architetture, monumenti di tanta singolarità. Il più delle volte si comprendeva al volo che gli ospiti giungevano in città solo con qualche conoscenza, con l’attesa di trovarvi qualcosa degno di nota, eppure circoscritto al solito rinvenibile in provincia. Poi bastava dargli qualche cenno della singolare nascita della città, del suo legame con i castelli fondatori, del clima che vi si respirava nei primi tre secoli della sua storia, che mutavano parere e pensavano d’essere arrivati in una “capitale”, meglio ancora accompagnandoli a Collemaggio, o al Forte Spagnolo, o alle 99 Cannelle.

    Era appena l’inizio. Perché poi L’Aquila non è solo quella dei monumenti insigni, ma è la città dei particolari, dei dettagli, delle curiosità nascoste nei suoi vicoli, negli sdruccioli, lungo le coste che arrancano alla grande piazza del Mercato. E’ la città, stupefacente ed inattesa, delle tante chiese, incredibile cornucopia per chi la scopre, dei tanti palazzi di magnificente fattura, scrigni di sorprese nei loro chiostri, nelle scalinate, negli archi, nelle modanature, nelle fogge delle finestre, negli stipiti e nei portali. Ma anche nel verde che dall’alto si può ammirare sopra la fuga dei tetti, con le chiome delle piante che spuntano sui profili delle case insieme a quei particolari camini aquilani che solo la nostra abitudine distratta non ci consente d’ammirare anch’essi come opere d’arte.  

    Appunto dopo la visita ai monumenti più noti s’iniziava il giro della città da scoprire nei suoi dettagli, dalle cisterne al centro dei cortili, alle bifore appena sotto il tetto, dalle ogive dei portoni, ai ricorrenti lapidei simboli del nome di Gesù, quel bernardiniano sole con IHS al centro, il cui originale è inciso sulla tavoletta che il Santo senese mostrava durante le sue predicazioni e che ora si conserva al museo del convento di San Giuliano.

    Mi toccava spesso invitare a tener lo sguardo in alto, sorvolando sullo stato delle vie, spesso con qualche peccato di manutenzione. La città ha un territorio immenso - avvertivo - 477 mila ettari e 64 borghi, un caleidoscopio di centri abitati che solo di strade conta più di duemila chilometri, tutte da curare con le sempre scarse risorse del bilancio comunale. Più che la benevola comprensione, era il primato delle bellezze a coprire qualche guasto nella città.

    Eppure mi logoravano alcuni sfregi dell’imbecillità umana, come i graffiti sui colonnati o lungo la scalinata che arranca a San Bernardino, le scritte sui muri con lo spray, le offese dei writers alle mura della cinta urbica, gli innamorati stupidi che scrivono banalità melense con la vernice, come i rifiuti che la sciatteria di qualche maleducato abbandona per strada e chi deve curare l’igiene urbana tarda a raccogliere. Eppure i richiami del bello superavano qualche bruttura.

    Ricordo ancora lo stupore di Dan Fante - figlio del grande John e brillante scrittore egli stesso - quando, dopo una commossa visita a Collemaggio sostando davanti al mausoleo di Celestino V, salendo per via Fortebraccio,  s’ebbe all’improvviso davanti la Basilica di San Bernardino, con la facciata splendente di sole, al tramonto. Un’emozione che gli tolse il respiro.

    Ci mancano, ora, queste emozioni. Ogni erbaccia ci appare un insulto, ogni rovina una ferita profonda. Toccherà lavorare sodo, per anni. Ma ce la faremo. Sogno però, quando la calura è insolente nelle lande dove ora viviamo, quella frescura che si godeva rasentando le ombre delle vie aquilane, mentre il sole picchiava a mezzogiorno.

    (dal numero Speciale a stampa, Luglio-Agosto 2010, “L’Aquila. Mi ritorni in mente …” , www.ilcapoluogo.it)

  • Associazionismo all'estero e giovani. Riflessioni da Palermo


    Il Palazzo dei Normanni sta su un’altura compresa tra le depressioni dei fiumi Kemonia e Papireto. Da lì si domina tutta la città di Palermo, spianata nelle sue belle architetture fino al mare. Oltre un secolo prima dell’anno Mille, sui resti d’una antica roccaforte punica e poi romana, gli Arabi avevano costruito il “Qasr” - il Càssaro - la loro residenza fortificata. Con l’avvento dei Normanni l’imponente costruzione divenne la Reggia, munita di quattro torri, delle quali solo una oggi è superstite. Ruggero II la rese sua dimora sfarzosa, convocandovi il fior fiore di artisti arabi e bizantini a decorarla. La testimonianza più splendida e magnificente è la Cappella Palatina, basilica a tre navate realizzata in modo singolare al primo piano del Palazzo. Un vero gioiello artistico ed architettonico, risplendente dei suoi mosaici su fondo d’oro che illustrano storie del Vecchio e Nuovo Testamento, gli Evangelisti ed un meraviglioso Cristo Pantocrator. Mirabile fusione d’arte bizantina e maestria decorativa araba, sintesi superba di più culture che ne fa un autentico scrigno, un incrocio di tradizioni artistiche e civiltà al massimo livello - romanica, islamica e bizantina - che nell’attuale difficile congiuntura storica dovrebbe insegnare molto e far riflettere certi soloni da strapazzo. Oggi la Cappella è ancora più luminosa, appena restituita all’ammirazione dopo un accurato restauro finanziato da Reinold Wurth, generoso mecenate innamorato della Sicilia e del suo patrimonio artistico. Il Palazzo, con  Federico II di Hohenstaufen, diventò centro di quel grande crogiolo di culture che l’imperatore svevo, definito “Stupor  mundi”, volle diventasse Palermo, la città dove con sapienza governò il regno, dove nel 1250 si spense e dove è sepolto, in un sarcofago, all’interno della splendida cattedrale. Poi la funzione del Palazzo si stempera, con gli Angioini e gli Aragonesi, per rinascere a metà del Cinquecento con i Viceré spagnoli e poi  con i Borbone, che vi realizzarono le stupende Sale Gialla, Rossa e Verde. Dal 1947 Palazzo dei Normanni è sede dell’Assemblea Regionale Siciliana (Ars) e vi si svolgono le attività del Parlamento siciliano. Ma non solo. In questi giorni gli ampi locali a pian terreno adiacenti alla porta carraia del complesso ospitano una mostra di 66 opere di Picasso, tele e disegni di natura fantastica del grande pittore spagnolo provenienti dalla collezione Wurth. Una vera meraviglia.


    Nella Sala Gialla, al secondo dei tre piani del Palazzo dei Normanni, dalle cui finestre s’ammira il profilo della città nella sua fuga di tetti, cupole e campanili stagliarsi sull’azzurro del mare, il 28 e 29 novembre si sono tenuti due giorni intensi di riflessione sul rilancio dell’associazionismo italiano – e regionale, in particolare - all’estero, sul ruolo che le giovani generazioni dell’emigrazione italiana potranno assolvere, ed in quali modalità, nella conservazione della memoria e nella valorizzazione della cultura italiana. L’ossimoro “Memorie del futuro” dà felicemente percezione degli obiettivi del convegno internazionale promosso dall’ANFE Sicilia, in collaborazione con la Regione Siciliana. Semplicemente perfetta l’accoglienza e l’organizzazione, entrambe assicurate dalla delegazione regionale dell’ANFE attraverso il dipartimento Politiche Migratorie diretto da Gaetano Calà.

    Dell’esito del meeting può davvero essere soddisfatto il presidente dell’ANFE Sicilia, Paolo Genco, che della meritoria associazione, fondata nel 1947 da Maria Federici per curarsi delle famiglie degli emigrati, è anche vice presidente nazionale. Dunque, una riflessione a tutto tondo sul fenomeno migratorio italiano e sull’associazionismo che l’ha accompagnato in ogni angolo del mondo, assicurando il mutuo sostegno tra gli emigrati nel difficile salto di culture e nell’inserimento nelle nuove società, ma sopra tutto nella conservazione dell’identità, prima regionale e poi nazionale, nei suoi valori culturali e sociali. Molte migliaia le associazioni regionali ed italiane sorte fin dagli albori della grande emigrazione italiana in tutti i continenti. L’associazionismo all’estero ha svolto un ruolo fondamentale su diversi fronti, sicuramente notevole nel mantenere saldi i legami con le proprie radici, con tradizioni e culture delle regioni di provenienza e con il senso della propria italianità. Una valutazione che riguarda ogni regione, ma particolarmente la Sicilia, tra le regioni italiane quella che più di tutte ha conosciuto la diaspora, tanto che oggi si stimano in oltre venti milioni gli oriundi siciliani nel mondo, più d’un terzo dell’altra Italia che vive oltre confine. Oggi l’associazionismo italiano e regionale all’estero, dopo una storia di tutto riguardo, comincia a soffrire condizioni di crisi. Si rischia che la vitalità associativa delle prime generazioni dell’emigrazione vada progressivamente spegnendosi nel crescente disinteresse delle nuove generazioni, sempre più assimilate nei Paesi d’accoglienza. Quali politiche innovative mettere dunque in campo per rilanciare il ruolo dell’associazionismo, perché sia in grado d’innovarsi verso i giovani e contribuire alla ricostruzione della continuità culturale ed a custodire la ricchezza della propria storia?


    Questo, appunto, il senso dell’iniziativa dell’ANFE che a Palermo ha messo a confronto politici, studiosi del fenomeno migratorio, accademici, storici e gli esponenti del mondo associativo regionale ed italiano all’estero. Ed infatti la risposta non è mancata. Già dal prologo, con  la mostra fotografica “Sicilian Crossings”, inaugurata il 27 novembre nella dismessa chiesa di San Mattia ai Crociferi – Palermo, curata e diretta da Marcello Saija, docente all’Università di Messina e direttore della “Rete dei Musei siciliani dell’emigrazione”. Molto più d’una esposizione, l’evento si dispiega come un suggestivo percorso iconografico, frutto di anni di lavoro e ricerca, che dell’emigrazione siciliana riesce a dare un’immagine storica completa e commovente, come delle cause sociali ed economiche che ne furono causa. Comprensibile e meritato, quindi, il successo avuto dalla mostra nel 2007 a New York, esposta al Museo dell’Immigrazione di Ellis Island, e successivamente a Boston, Newark, Miami, Norwich e quindi a Ragusa, nel Castello di Donnafugata.


    Presenti al meeting le Istituzioni, con il vice presidente del Senato, sen. Domenico Nania, con gli assessori regionali Carmelo Incardona (Lavoro ed Emigrazione) e Francesco Scoma (Famiglie ed Enti Locali), con il presidente del Consiglio della Provincia di Palermo, Marcello Tricoli, con l’assessore Patrizio Lodato della Municipalità di Palermo, e con il messaggio del presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, Francesco Cascio, recato dal segretario generale dell’Ars. Dopo l’apertura dei lavori con l’intervento del sen. Learco Saporito, presidente nazionale dell’ANFE, chiara è stata l’analisi dell’emigrazione siciliana fatta dall’assessore Incardona, rivendicando dei milioni di siciliani all’estero il contributo reso alla crescita dell’Italia e dei Paesi d’emigrazione, come il valore civile ed etico che non può essere scalfito da circoscritti fenomeni criminali. La Sicilia laboriosa ed onesta lotta contro la mafia ogni giorno, con la propria testimonianza civile, sull’esempio luminoso di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

    All’estero i siciliani, con l’amore verso la propria terra, danno testimonianze esemplari di serietà, ingegno e valori etici, dimostrandosi i migliori ambasciatori per l’immagine della Sicilia. Necessario, secondo l’assessore, superare le difficoltà che vedono inattiva la Consulta regionale degli emigrati, anche attraverso una riforma della legge in vigore che ne esalti compiti e funzioni attraverso una composizione più agevole, proprio per rilanciare il mondo associativo siciliano all’estero al quale il governo siciliano annette grande rilevanza. Sono quindi entrati nel vivo del fenomeno migratorio, nella sua storia, nell’attualità e nelle prospettive, gli accademici convenuti da varie Università, come Marcello Saija (Messina), John Alcorn (Harford), Antonino Checco (Messina), Gioacchino Lavanco (Palermo), Elio Mannetta (Baltimora), Bianca Gelli (Lecce), Ellie Vasta (Oxford), ricercatori ed esponenti del mondo dell’emigrazione, quali Pio Guida (Regione Sicilia), Salvatore Augello (USEF), Vincenzo Arcobelli in collegamento telefonico dagli Usa (Confederazione Siciliani Nord America), Carmelo Pintabona (Federazione Siciliani d’Argentina), Domenico Azzia (Sicilia Mondo), Francesco Viola (CISAL), Luciano Luciani (Istituto Fernando Santi), Roberto Mazzarella (Comune Palermo), Giampiero Finocchiaro (Istituto Laura Lanza), Luis Tallarini (presidente Columbus Citizens Foundation), Elio Carozza (segretario generale CGIE), Rino Giuliani (presidente Consulta Nazionale Emigrazione) e Salvatore Mulè (CSNA, Florida).


    La giornalista Letizia Airos Soria, direttore della testata multimediale americana I-italy, ha coordinato i lavori con grande perizia ed incisività, assicurando attraverso la struttura del giornale anche quattro importanti video interventi sui temi del convegno, con interviste al Console Generale d’Italia a New York, Francesco Maria Talò, al direttore dell’Istituto italiano di Cultura nella Grande Mela, Renato Miracco, al direttore della “Casa Italiana” della New York University, Stefano Albertini, ed al direttore del Calandra Institute, Antonio Tamburri. La testata on line I-italy, sia per la formula giornalistica che per la sua apertura alle nuove tecnologie ed alle sensibilità dei giovani, si configura come una finestra della cultura italiana aperta al mondo ed in relazione con numerosi docenti e studenti di molti atenei.

    Quantunque recente la sua nascita, il notevole apprezzamento ne indica un promettente futuro proprio verso le giovani generazioni italiane nel mondo che cercano nuove forme di aggregazione e dialogo culturale. Vie quanto mai opportune e necessarie, oltre al sistema classico di presenza della cultura italiana all’estero, sofferente degli scarsi mezzi che l’Italia mette in campo per la promozione della lingua e della cultura nel mondo, le basi su cui meglio potrebbe procedere il made in Italy e l’economia connessa.

    Aspetto  richiamato con forte decisione da Elio Carozza nel suo intervento, da un lato lamentando la falcidia ai fondi destinati alle politiche per gli italiani all’estero operata dal Governo con la finanziaria, dall’altro mettendo in risalto la scarsità di risorse per il 2009 a sostegno della lingua e della cultura italiana nel mondo, solo 14 milioni di euro, rispetto ai 400 stanziati dalla Francia. Per fortuna che va crescendo l’iniziativa delle Regioni. Auspice l’ANFE, il presidente della Regione Sicilia, on. Raffaele Lombardo, ha sottoscritto il 29 novembre a Catania con Luis Tallarini, chairman dell’Italian Language Foundation, un protocollo d’intesa per lo sviluppo della lingua italiana, cui è destinato un investimento di un milione di euro.

    Il Convegno ha offerto un’opportunità mai prima d’ora registrata, questo il suo merito, mettendo a confronto storie, esperienze e valutazioni critiche diverse. Seguito in diretta web attraverso il sito www.sicilia.anfe.it, il meeting ha registrato un successo anche nei contatti da tutto il mondo, circa duemila nei due giorni di lavori. Nessuno s’è arrogata la pretesa di impartire indicazioni di strategia uniformi, ma la trattazione organica da più angolazioni del complesso sistema della nostra emigrazione e della sua organizzazione in associazioni consente a ciascuna realtà di mettere in campo le più adeguate iniziative di coinvolgimento per consentire alle giovani generazioni di vivere l’associazionismo secondo le proprie preferenze culturali o d’interessi, essendo proprio essi stessi, i giovani, protagonisti del cambiamento e dell’innovazione. A tale riguardo l’esperienza maturata dalla Regione Abruzzo, citata nel corso del convegno e che ha consentito di portare nel Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo una vivace presenza giovanile grazie alla riforma delle norme di settore, può essere uno dei modelli cui far riferimento per incentivare il rilancio dell’associazionismo proprio attraverso i giovani. Ma indicazioni ancor più importanti potranno venire dalla prossima Assemblea Giovani Italiani nel Mondo del CGIE, in programma fra qualche giorno a Roma, come ha chiaramente auspicato Elio Carozza nel suo intervento. Questa, dunque, la transizione che l’associazionismo vive oggi. Un futuro che si ancori alla memoria non solo è possibile, ma doveroso, se si sa interpretare il segno dei tempi con apertura e fiducia verso le giovani generazioni. L’ANFE, in forza degli oltre sessant’anni d’esperienza, ha dato con “Memorie del futuro” un ulteriore contributo al tema delle migrazioni, collocando la sua sensibilità al servizio della valorizzazione del grande patrimonio di memoria della nostra emigrazione, la cui conoscenza avvertita apre anche i sentieri del futuro.


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