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Articles by: Goffredo Palmerini

  • L'altra Italia

    Sette anni dopo il terremoto dell’Aquila

    Oggi è il giorno del ricordo di quella terribile notte di 7 anni fa, alle 3 e 32, quando il terremoto squassò L'Aquila e le sue 64 frazioni, ed altri 55 Comuni. La città capoluogo d'Abruzzo fu martoriata, paralizzata nei suoi servizi, mutilata e ferita nel suo straordinario patrimonio d'arte e d'architetture. 309 vittime. 

    A loro va il nostro pensiero e la nostra preghiera, ai loro familiari che resteranno per sempre conuna lacerazione nel cuore e con il peso di continuare a vivere, in specie chi ha perso i propri figli. Un dramma simile l'Italia non conosceva dal 1908 e 1915, dagli anni dei terremoti di Messina e della Marsica. Avrebbe potuto essere ancora più tragico il sisma dell’Aquila, se fosse accaduto 5-6 ore dopo, con la città in piena attività.

    Ma in tanta tristezza d'un ricordo che riporta nella mente immagini nitide, come fossero di qualche giorno fa, il dolore e la disperazione di quei giorni tremendi, non possiamo non ricordare con amore e con immenso affetto la vicinanza, la generosità, la solidarietà dei Vigili del Fuoco e dei tanti Volontari giunti da ogni parte d'Italia, organizzati in associazioni che sono impresse nel nostro cuore (Associazione Nazionale Alpini, Caritas, CRI, Misericordie, reparti di Protezione Civile delle varie Regioni italiane, e tante altre ancora), delle Forze dell'Ordine (Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Corpo Forestale), dell'Esercito italiano. Una gara di premurosa attenzione verso la popolazione aquilana e dei borghi colpiti dal sisma.
    Non potremo mai dimenticare questa che è la più bella Italia, quella del Volontariato e della Solidarietà, pronta generosa sensibile e straordinaria. Come pure non potremo mai dimenticare l'affetto e la vicinanza di tutti gli italiani nel mondo - in particolare degli Abruzzesi e delle loro Associazioni -, manifestati con tanti gesti di grande valore morale e di significativa generosità. E l'attenzione di tutte le nazioni del mondo, di fronte alla tragedia, che così hanno scoperto una delle più belle città d'Italia, sebbene brutalmente ferita dalla violenza del sisma.

    Dopo i mesi e i primi anni dell'emergenza, L'Aquila e i comuni colpiti dal terremoto stanno ora risorgendo dalle macerie. Da tre anni, assicurato dal Governo il regolare flusso dei finanziamenti, la ricostruzione sta andando alacremente avanti. Fuori dai centri storici è molto avanzata. 

    Diversa la situazione dei centri storici, dove la ricostruzione è più complessa. Specie per il centro storico dell'Aquila, che tuttavia è abbastanza avanti nella ricostruzione privata e ora s'incammina anche quella pubblica. Tornerà più bella di prima, la città capoluogo d’Abruzzo. Stanno invece ancora indietro i centri storici delle frazioni dell'Aquila, perché si è data prelazione alla città, ma ora, e nei prossimi mesi ancor più, s'avviano molti cantieri nel primo gruppo di frazioni definite nel cronoprogramma. Dalla Municipalità aquilana viene assicurato che entro il 2017 saranno approvati tutti i progetti per la ricostruzione dei centri storici, della città e delle frazioni.

    In questi anni complicati la nostra comunità ha dato un grande esempio di dignità. Nella tragedia è emersa la parte migliore e più bella della nostra gente. Ma non possiamo nasconderci che ha messo in luce, per una minoranza, anche i lati peggiori del comportamento umano, l’egoismo e l’ingorda speculazione sulla tragedia. Come pure c'è da annotare che su quello che viene definito "il cantiere più grande d'Europa" anche altri interessi non chiari hanno girato e girano, ma che la Magistratura e le Forze dell'ordine stanno tuttavia controllando, scoprendo, censurando e condannando. Non aggiungo altro, su questa parte squallida e più dolorosa. Non ultima la responsabilità di chi poteva informare la popolazione sulla prevenzione e sul rischio, durante il lungo sciame sismico e prima della grande scossa del 6 aprile, anziché rassicurare.
     

    In questo settimo anniversario, oltre la gratitudine per la continua calorosa vicinanza che abbiamo avvertito, vogliamo essere aperti alla speranza di futuro per la nostra comunità, per una sollecita ricostruzione materiale. Ma sopra tutto con la speranza operosa di una forte ricostruzione sociale e morale della nostra comunità, che deve ritrovare il senso profondo del vivere insieme con i valori antichi del Bene comune, quegli stessi valori che nei secoli ha fatto e mantenuto grande L'Aquila. Fraternità sociale, reciproca solidarietà, rispetto, impegno civico, etica delle responsabilità, cultura, creatività, attaccamento alla propria terra, amore per la propria storia e gratuita dedizione al bene comune: sono gli ingredienti che disegnano il nostro futuro, il futuro dell'Aquila nuova, non solo più bella di prima, ma anche migliore di prima. Chiudo questo ricordo, nonostante amarezze e problemi, con questo forte senso di speranza e di futuro. A ciascuno di noi aquilani è assegnato una parte d’impegno nella ricostruzione morale ed etica della nostra città, perché la qualità delle relazioni umane presieda a riedificare il connettivo d’una comunità più forte, perché più unita nei suoi valori fondanti. E’ il modo migliore per ricordare ed onorare degnamente le 309 vittime del terremoto dell'Aquila.
     

    Qui di seguito i link di due brevi video che riportano le immagini delle prime ore dopo la tragedia e le immagini riprese da un drone, qualche settimana fa, nel centro dell'Aquila.
     
    https://www.youtube.com/watch?v=ggEJ2u9VoQs
    http://www.videoinformati.info/video/laquila-come-non-lavete-mai-vista-126381/?fb_action_ids=1070859689640304&fb_action_types=og.likes

     

  • L'altra Italia

    Dan Fante ci ha lasciato!


    Dan Fante è morto questa notte a Los Angeles. Scrittore, poeta e drammaturgo di successo, 71 anni, figlio del grande John Fante, ci ha lasciato! Dan Fante era nato a Los Angeles il 19 Febbraio 1944, e lì era cresciuto.

     
    A vent'anni, lasciata la scuola, inizia il turbolento viaggio della sua vita, andando dapprima a risiedere a New York, per dodici anni, poi in giro per gli States. Nella Grande Mela Dan fece tutti i mestieri per sostenersi, spesso in condizioni molto precarie. Decine di esperienze di lavoro, talvolta scadenti, come venditore porta a porta, tassista, lavavetri, telemarketing, investigatore privato, hotel manager notturno, autista occasionale, postino, lavapiatti, parcheggiatore, venditore di mobili ed altre più umili occupazioni. Ogni esperienza della sua vita giovanile è tuttavia trapuntata dagli eccessi, sopra tutto da un uso smodato dell’alcool che è stato per anni il suo demone più assiduo. Vita complicata che ha ispirato la sua scrittura “di strada”, una prosa forte ed avvincente, che nelle diverse modulazioni alimenta, come già il padre John ad un livello eccelso, quel filone della letteratura americana che con Steinbeck, Faulkner, Fitzgerald, Kerouac, Miller, Bukowski e Selby Jr ha tracciato un solco profondo, facendo conoscere l’America, la società americana e le sue ossessioni meglio d’ogni altra corrente letteraria.

     
    Dan Fante aveva da molti anni affermato una sua dimensione di rilievo nel mondo letterario, come poeta, commediografo e sopra tutto romanziere. La sua scrittura è corrosiva e geniale. Certamente un talento della letteratura contemporanea. Invitato nel 1999 al Festival delle Letterature di Mantova, fu quello il suo primo viaggio in Italia. Poi è tornato più volte, sopra tutto alla ricerca della proprie radici. Così Dan Fante disse in quella occasione: “Per me essere qui, in Italia, è anche come fare una specie di pellegrinaggio sulle tracce di mio padre. Ho pensato molto a lui, stando qui. Mi è tornato in mente il suo amore per l’Italia, per i suoi avi, per il paesello. In Svizzera, a Mendrisio, ho sentito i mandolini e ho pensato molto a lui. A quando raccontava di Napoli, per esempio. Sarà stato tra il ’59 e il ’60, mio padre era in Italia a fare cinema, e ci scriveva dall’Italia, di quanto amasse essere lì, quei posti, quella gente. Ora sono in contatto anche con dei parenti. Pare che a Torricella Peligna, il paese in Abruzzo da cui sono venuti i nostri avi, ci siano ancora dei cugini…”. E in effetti, da allora, Dan Fante è tornato diverse volte in Italia, in particolare a Torricella Peligna, per partecipare al Festival letterario dedicato a John Fante “Il Dio di mio padre”, diretto da Giovanna Di Lello. Anche nel 2013 venne al Festival, dove presentò la sua bella silloge poetica Gin & genio. E ancora l’anno scorso. Eravamo diventati amici, da quasi un decennio.

     
    Conobbi Dan Fante a Los Angeles, nel Gennaio del 2005. Ero andato con una delegazione guidata dal sindaco dell’Aquila per una serie d’incontri istituzionali e di iniziative culturali, culminate alla Ucla, prestigiosa università della metropoli californiana, con una conversazione tra Dante Ferretti, scenografo premiato un mese dopo con l’Oscar per il film The Aviator di Martin Scorzese, Robert Rosen, direttore del dipartimento di Cinema e Teatro di quell’ateneo, e Gabriele Lucci, autore d’un prezioso volume sullo scenografo, edito da Electa e Accademia dell’Immagine, che nel Marzo di quello stesso anno sarebbe stato presentato con grande successo al Guggenheim Museum di New York.


    In quella occasione, per rendergli l’omaggio della città capoluogo d’Abruzzo e della terra natale di suo nonno, avevo contattato Dan Fante muovendo l’Associazione Abruzzese e Molisana di California che l’aveva trovato tramite l’Unione degli Scrittori. Abitava a Santa Monica. Dan venne all’università di Los Angeles, per quell’evento. Fu assai lieto d’incontrarci e si sentì onorato nel ricevere dalle mani del sindaco dell’Aquila il sigillo del Primo Magistrato, simbolo dell’antica Municipalità aquilana. Fu un incontro molto cordiale, amichevole e denso di reciproche emozioni, nel ricordo della storia della famiglia, del nonno Nicola, emigrato da Torricella Peligna a Denver, in Colorado, dove nel 1909 nacque John Fante, scrittore ormai nell’olimpo della letteratura americana, che tuttavia conobbe fama e successo negli ultimi anni di vita e sopra tutto dopo la morte, nel 1983.

     
    Dan Fante ci promise che sarebbe venuto a salutarci all’Aquila, in uno dei suoi viaggi in Italia. Mantenne la promessa l’anno dopo, in Giugno. Venne a farci visita, curioso di conoscere da vicino l’Accademia dell’Immagine e l’Istituto Cinematografico, due istituzioni note negli ambienti della settima arte di Hollywood. Gabriele Lucci, fondatore e anima delle due istituzioni, guidò lo scrittore nella visita al Palazzo dell’Immagine, illustrandogli le missioni della scuola d’alta formazione e le attività culturali della Lanterna Magica, con i suoi preziosi archivi cinematografici. Gli espose poi le prospettive per il futuro. Dan ne fu molto interessato.


    Concluso l’incontro, egli avendo solo poco tempo disponibile per una visita in centro, l’accompagnai alla vicina Basilica di Collemaggio, parlandogli della fondazione della città, della singolare storia civica, della Perdonanza e di papa Celestino V. Provò una grande emozione varcando la soglia della basilica, al tramonto, quando il rosone centrale della facciata disegna la sua ombra sul magnifico pavimento, nitida e stupefacente specie nei giorni vicini al solstizio.
    Rimase come incantato dalla possenza delle arcate gotiche, dall’altera sobrietà del tempio, dalla raffinatezza del mausoleo di Girolamo da Vicenza dove riposano le spoglie di San Pietro Celestino, davanti le quali si raccolse, in silenzio, in una meditazione che mai avrei immaginato. Invece lo stupì la storia di quest’umile monaco diventato papa per cinque mesi fino a dimettersi il 13 Dicembre 1294 - caso unico nella storia della Chiesa - la sua statura spirituale, il messaggio di perdono e di pace lasciato all’umanità con la Bolla istitutiva del primo Giubileo della cristianità, la Perdonanza Celestiniana. Poi, lasciata Collemaggio e infilata via Fortebraccio in macchina, a Piazza Bariscianello fece una breve sosta, còlto ancora da suggestione nell’ammirare l’ampia scalinata e l’imponenza della facciata rinascimentale della Basilica di San Bernardino mentre candida risplendeva sotto i raggi del sole, calante dietro l’orizzonte di Roio.
    Da allora, da quella pur breve visita alla città, L’Aquila gli era entrata nel cuore. Lo testimoniò nell’Agosto 2011 quando venne all’Aquila, massacrata dal terremoto, per una bella testimonianza d’amore verso la città, firmandola sulla parete di tavole d’un cantiere lungo il Corso. Scrisse con lo spray sul tavolato “From my heart to L’Aquila. Dan Fante”.


    Gli scrissi un messaggio il giorno dopo, inviandolo al suo indirizzo email insieme ai link della rassegna stampa che gli avevo raccolto. “Grazie davvero di cuore per la tua testimonianza d’amore verso la nostra città, devastata dal terremoto. Ti vogliamo bene, sei un nostro fratello! ”. Appena rientrato in California, Dan mi rispose: “Goffredo, always good to hear from you. Thanks for the links. It is my honor to help support L'Aquila's struggle. Best regards, df ”. Grande spontaneità ed immediatezza d’emozioni il tratto del suo carattere. Dan era davvero una persona che non conosceva le mezze misure, si dava completamente, come la sua esperienza di vita racconta. Avere un padre famoso come John Fante poteva significare una vita comoda. Ma per Dan le cose erano state più complicate.


    D’altronde, tutto è raccontato nei suoi romanzi - in Italia sono stati pubblicati Angeli a pezzi (1999), Agganci (2000), Mae West (2008), Buttarsi (2010) e la commedia teatrale Don Giovanni (2009), Gin & genio (2013) - attraverso il suo alter-ego Bruno Dante e i personaggi che animano le sue storie, dove riecheggiano esperienze autobiografiche e complicati rapporti familiari.
    Più di tutto ne è specchio la storia narrata nella sua commedia Don Giovanni. Lo scrittore Jonathan Dante, gravemente ammalato, festeggia i settant’anni nella villa di Malibù. Al suo fianco, con la moglie Catherine, i due figli Dick e Bruno, la nuora Agnes e la nipote Dalia. In famiglia le tensioni sono pesanti: tra il padre e i due figli, tra Dick e Bruno, tra Agnes e il marito, tra la stessa Agnes e il cognato. Ne emerge un durissimo ritratto di famiglia, toccante e amaro, ma percorso da una potente vena ironica e dalla speranza di un padre che, negli ultimi anni di vita, cerca di recuperare il suo rapporto con i figli.


    La commedia, scrive Francesco Durante, potrebbe essere letta “come un curioso ma a suo modo fedele contributo alla biografia di John Fante”. E Dan Fante ha dichiarato spesso come la sua commedia fosse nata anche dall'esigenza d’una sorta di risarcimento nei confronti del padre, per rivelarne “la vera natura senza tacere dei suoi errori ma anche restituendogli integra una dignità di uomo che non coincide con quella del personaggio che tanto è piaciuto ai media nel periodo della ritrovata fortuna post mortem”.

     
    Oltre a essere un omaggio a John Fante, Don Giovanni è una critica feroce al sogno americano. Bello e intenso, invece, era stato il rapporto di Dan Fante con sua madre, Joyce Smart. Una donna davvero eccezionale, contraria alle convenzioni sociali appartenenti ai Wasp, i ricchi proprietari terrieri anglosassoni, cui la sua famiglia apparteneva. John Fante, che negli anni Trenta viveva a Roseville, cittadina californiana dove la sua famiglia s’era trasferita dal Colorado, lì conobbe Joyce Smart, la sua futura moglie, una delle prime donne laureate alla Stanford University. La famiglia di lei, ricca e conservatrice, mal sopportava che Joyce frequentasse un giovane scrittore dalle umili origini, figlio d’un emigrato italiano. Ma non ci fu nulla da fare. I due innamorati, Joyce e John, nel 1937 decisero di sposarsi in segreto nel Nevada, a Reno, e di andare a vivere a Los Angeles, dove ebbero i loro quattro figli.

     
    L’Abruzzo ricorderà Dan Fante, per sempre. Anche L’Aquila non potrà mai dimenticare i suoi gesti d’amore per la città, la sua solidale vicinanza negli anni più drammatici della sua storia recente, tra le macerie del terremoto, con intensa sensibilità verso gli Aquilani. Grazie di cuore, caro Dan. E che la terra ti sia lieve!


  • L'altra Italia

    L'Aquila. A chi dedicare lo stadio Gran Sasso?

    L’AQUILA – Il prossimo 3 ottobre ricorrerono 79 anni dal disastro ferroviario di Contigliano, paese a una decina di chilometri da Rieti. Diversamente dalla retorica del regime fascista, per la quale i treni erano sempre in orario e le ferrovie funzionavano alla perfezione, in quella disgraziata mattina di sabato 3 ottobre 1936, alle 9:44, la “littorina” proveniente dalla stazione di Aquila e diretta a Terni si scontrò frontalmente, sull’unico binario di marcia, col treno postale proveniente dal capoluogo umbro. Una tragedia. 8 i morti e quasi tutti i passeggeri della littorina, una trentina, gravemente feriti. Su quel treno per Terni viaggiava la squadra di calcio A.S. Aquila, allora militante nel campionato nazionale cadetto, che si stava recando a Verona per la partita dell’indomani. Coinvolti nel disastro 15 giocatori (Sain, Viganò, La Roma, Testoni, Rossi, Martini, Moretti, Corsarini, Angiolini, Battioni, Bon, Rossini, Gravisi, Pastorelli, Lessi), l’allenatore, il massaggiatore e due dirigenti accompagnatori dell’A.S. Aquila. Nel terribile scontro tra i due convogli perse la vita l’allenatore rossoblù Attilio Buratti, mentre Marino Bon - attaccante, tre campionati in serie B con i colori dell’Aquila, 61 partite giocate e 18 reti segnate -, persi i sensi nel violento impatto, fu dichiarato in un primo momento deceduto e accantonato tra i morti. Fu salvato dall’avvocato Gino Colella. Ricoverato in ospedale, Bon riuscì a riprendersi dal grave trauma.

    Tutti gli atleti riportarono pesanti conseguenze fisiche e la gran parte di loro non fu più in 2condizione di giocare. Per fortuita contingenza, si salvarono solo due giocatori squalificati rimasti a casa e il portiere Stornelli che, svegliatosi in ritardo, non era riuscito a prendere il treno. La Federazione Italiana Gioco Calcio, davanti ad una tragedia così grave per l’A.S. Aquila, propose alla società la salvezza d’ufficio, pur senza disputare le rimanenti partite del campionato cadetto, nel quale la squadra dal 1934 per tre anni aveva militato, unica in Abruzzo ad aver raggiunto un tale risultato. Ma il presidente della società Giovanni Centi Colella rifiutò, continuando il campionato con prestiti gratuiti di giocatori da altre squadre, con le riserve e tesserando nuovi calciatori. La squadra fu affidata all’allenatore ungherese Andras Kuttik. Non si riuscì, tuttavia, ad evitare la retrocessione. Da allora mai più la squadra di calcio dell’Aquila è riuscita a raggiungere quei risultati e a militare nella serie cadetta. Facendo le dovute proporzioni, per l’A.S. Aquila, nata nel 1927, l’incidente di Contigliano risultò essere come la tragedia di Superga per il grande Torino.

    Allenata da Barbieri, l’A.S. Aquila era stata promossa in serie B nel campionato 1933-34, battendo per 3 a 1 l’Andrea Doria di Genova (attuale Sampdoria) in un’epica finale. Questa la formazione che portò la squadra alla vittoria: Sain, Mattei, La Roma, Giannini, Testoni, Rossi, Piacentini, Corsanini, Battioni, Bon, Budini. Nel campionato successivo 1935-36, guidata dall’allenatore ungherese Hort, Aquila degli Abruzzi (ancora non si chiamava L’Aquila) ebbe la più bella squadra di calcio della sua storia, con Sain, Mattei, La Roma, Testoni, Rossi, Ballardini, Frossi, Carnevali, Battioni, Bon, Budini. Scrive Dante Capaldi nella Storia dello Sport abruzzese (Ed. La Regione,1988): “Potenza e velocità erano le caratteristiche fondamentali della formazione aquilana con individualità tecniche di primo piano quali Frossi e Bon. Quest’ultimo dal tocco fine ed elegante era definito la ballerina del calcio aquilano. Un misto di Rivera e Mazzola, sotto il profilo tecnico-atletico-tattico. Fu l’ultima stagione in cui all’Aquila si vide il vero calcio. La squadra si classificò al 9° posto”.

    Negli anni bellici, dal 1940 al ’45, i campionati vennero sospesi. Marino Bon, tornato in piena efficienza fisica dopo il disastroso incidente di Contigliano, continuò a giocare insieme a Rossini, Mancini, Brindisi, Izzo, Seccia, Iovinelli, Mariani, Scarlattei ed altri, disputando in quegli anni partite contro formazioni militari, tedesche e poi inglesi. In quegli stessi anni si mise in luce il mediano Italo Acconcia, proveniente dalle file dell’Oratoriana, che poi avrebbe avuto una bella carriera da calciatore con squadre come Fiorentina, Roma, Udinese, Genoa, Catanzaro, Salernitana, Modena, ed altre, nei campionati di serie A e B, ed una brillante carriera di tecnico anche delle Nazionali minori.

    Tornando a Marino Bon, riprese l’attività agonistica con la formazione rossoblù nel campionato di serie C del 1946-47, giocando fino a ridosso degli anni Cinquanta quando, dismessa l’attività agonistica, iniziò una nuova vita come formatore sportivo, nel calcio e sopra tutto nel tennis. Da allora intere generazioni di aquilani sono passate sotto la sua rigorosa guida nella formazione atletica e sportiva, ma anche morale. Il suo carattere forte, in apparenza talvolta spigoloso, era invece ricco di grande sensibilità e umanità. Il suo grande carisma. Molti calciatori hanno ricevuto da Bon i fondamentali tecnici della disciplina e le sottigliezze del gioco d’attacco, nel quale era stato maestro sui campi di gioco. E ancora, tutto il mondo del tennis aquilano è cresciuto tecnicamente sotto la sua scuola. Un impegno tecnico e formativo, sotto tutti gli aspetti, che Marino Bon (Trieste, 14 novembre 1910 – L’Aquila, 11 ottobre 1997) ha praticamente svolto fino all’età di 85 anni, un paio d’anni prima della sua dipartita, insegnando ai ragazzi lo sport e i valori di lealtà, onestà e coraggio, che rendono la vita più degna d’esser vissuta. Tutta la città lo ricorda con affetto ed ammirazione, salvo l’ultima generazione che non ha avuto la fortuna di conoscerlo. Un valore sportivo e umano, il suo, trasmesso ai figli Rossana e Antonio (Totò), che nel tennis si sono espressi brillantemente, con rilevanza nazionale, e nella loro vita professionale di docenti.  

    Questa premessa storica, sebbene incompleta, stimolata dall’imminente ricorrenza anniversaria della tragedia ferroviaria di Contigliano, appare opportuna per richiamare l’epopea calcistica della squadra cittadina che ha vestito dal 1927 i colori aquilani. Lo è ancor più alla luce dell’intenzione dell’Amministrazione comunale di dedicare lo stadio Gran Sasso di Acquasanta, quasi pronto dopo 20 anni di lavori, a personalità del mondo calcistico, per la quale ragione ha promosso anche una specie di sondaggio dal quale attingere proposte. Alla quale iniziativa si è poi aggiunto un dibattito sulla stampa, sulle proposte fin qui emerse: Italo Acconcia e Guido Attardi. Entrambe proposte assai rispettabili, anche se le valutazioni non possono disconoscere il livello dei valori. Ma neanche della storia sportiva e civica, mi permetto di aggiungere. Ecco dunque il senso di questo intervento su di un tratto di storia civica e calcistica. E su Marino Bon, che di quegli anni d’oro del calcio aquilano - mai ripetutisi fino ad oggi - è stato il massimo interprete. Non è mia intenzione entrare in una querelle riguardo l’intitolazione dello stadio, o di parti di esso, a questa o quella importante figura del calcio aquilano. Ma di offrire a chi in fondo spetta la decisione - l’Amministrazione comunale - un ulteriore elemento di riflessione per una scelta meditata. Comprendo l’atteggiamento d’accortezza e di riflessione che attualmente sta osservano la Municipalità. E’ segno di serietà. E d’altronde una valutazione oggettiva, che tenga conto di tutti i fattori, certamente condurrà alla soluzione più giusta, anche articolando il doveroso riconoscimento a chi ha segnato le tracce più gloriose per la città di uno sport così amato e popolare.   

  • L'altra Italia

    A sei anni dal terremoto torna la Beata Antonia

    L’AQUILA – Sono passati più di sei anni da quella terribile notte del 6 aprile 2009, quando il sisma devastò il Monastero delle Clarisse e il centro storico di Paganica, popolosa frazione a 9 chilometri dalla città capoluogo d’Abruzzo. Alle 3 e 32 crollò il tetto del monastero, proprio sopra le celle delle Sorelle claustrali. L’abbadessa Madre Maria Gemma Antonucci perì sotto le macerie. Ferita gravemente un’anziana consorella, le altre miracolosamente illese.

    Continuavano le scosse quel giorno e in seguito. Quel serpe s’agitò ancora per mesi, nel ventre della terra, massacrando L’Aquila e i paesi del circondario. Le Sorelle clarisse, con l’aiuto dei soccorritori e dei Vigili del Fuoco prontamente accorsi, messa in salvo l’urna con il corpo incorrotto della Beata Antonia da Firenze, che era custodita nella Chiesa del Carmine del complesso conventuale, raccolte le poche cose recuperabili, partirono per Pollenza, in provincia di Macerata, per essere temporaneamente accolte nel Monastero delle Clarisse. Lì la Beata Antonia è stata da allora custodita in sicurezza. Intanto, a qualche giorno dal sisma, lo slancio di solidarietà promosso da Tele Pace, avviò la generosa raccolta di fondi che permise, entro la chiusa murata del convento, la costruzione d’un piccolo monastero in legno dove le Clarisse, sotto la tenace guida dell’abbadessa Madre Rosa Maria Tufaro succeduta a Madre Gemma, fin dal dicembre 2009 hanno fortemente voluto rientrare. Qui dimorano ancora, in spazi assai ristretti, vivendo in preghiera, nel lavoro - tra l’altro, “scrivono” magnifiche icone -, in unione spirituale e solidale con tutto il territorio. Intanto, sul complesso conventuale imponenti lavori sono da due anni in corso e un altro anno ancora sarà necessario per portarli a termine, mentre la Soprintendenza ai Beni Culturali dell’Aquila ha già quasi completato un pregevole restauro dell’antica chiesetta di San Bartolomeo, annessa al Monastero, dove il 16 luglio l’urna della Beata Antonia verrà collocata, in attesa di poter rientrare nella Chiesa del Carmine, a restauro ultimato.

    “Il rientro della Beata Antonia - dice Madre Rosa Maria - ci ricolma di gioia. Finalmente a casa perché le persone possano continuare a stare di fronte a lei con quell’affidamento vivo e quella preghiera rimasta sempre viva nel corso dei secoli”. L’evento del rientro della Beata Antonia è di portata storica, perché ricompone un pezzo di memoria civile e spirituale dell’Aquila dopo il sisma del 2009 e per la devozione che gli Aquilani hanno sempre portato verso la loro Beata che, insieme a S. Bernardino da Siena, a S. Giovanni da Capestrano, al Beato Vincenzo dell’Aquila e al Beato Timoteo da Monticchio, forma quella schiera di Santi francescani che hanno tenuto viva nella città e nel suo territorio aquilano la sempre affascinante spiritualità di Francesco e Chiara d’Assisi. Un evento rilevante anche per la rinascita religiosa, per la stessa identità civica dell’Aquila. E per quel rafforzamento del senso di comunità che il terremoto ha messo a dura prova, che così potrà tornare ad alimentarsi con l’amore del popolo aquilano verso la Beata, mai attenuato anche in questi anni di assenza. Con grande trepidazione, dunque, s’attende il rientro della Beata Antonia nel suo Monastero di Paganica. Un denso programma è previsto in preparazione dell’importante evento spirituale e civile. Il 14 luglio, alle ore 18:30, una conferenza con P. Carlo Serri, Ministro Provinciale dell’Ordine dei Frati Minori d’Abruzzo, con la relazione “Dal mondo al chiostro: l’esodo francescano della Beata Antonia da Firenze”, e con la dr. Paola Poli, Responsabile archivio arcidiocesano dell’Aquila, con la relazione “Saper fiorire dove il Signore ci ha seminati. Il culto della Beata Antonia”. Il 15 luglio, alle ore 17, l’arrivo da Pollenza dell’urna della Beata Antonia presso la Chiesa degli Angeli Custodi di Paganica e alle ore 21 una Veglia di preghiera e Lectio divina con l’insigne biblista Rosalba Manes. Dalla mattina del 16 luglio e fino alle ore 18, animazione della preghiera da parte di gruppi, movimenti, associazioni laicali, ordini secolari della Diocesi. Alle 18 la partenza dalla Chiesa degli Angeli Custodi in processione verso il Monastero S. Chiara. Alle 18:30 la Messa Solenne presieduta da Mons. Giuseppe Petrocchi, Arcivescovo Metropolita dell’Aquila, animata dal Coro Giovanile Diocesano. Finalmente la Beata Antonia ritorna nella sua terra e nella sua casa, il Monastero di S. Chiara a Paganica, dove le Clarisse dal 1997 vivono, dopo il trasferimento dal Monastero dell’Eucarestia, nel centro storico dell’Aquila, per un luogo più silenzioso e adatto alla vita contemplativa, trovato appunto a Paganica nell’ex Convento dei Frati Minori, da anni dismesso.

    Come si diceva, la Beata Antonia (Firenze, 1400 – L’Aquila, 1472) è una figura preminente nella spiritualità aquilana e nel contesto del grande movimento riformista del francescanesimo che va sotto il nome di Osservanza minoritica. Il movimento fu fortemente presente dal 1415 in poi a L’Aquila e in Abruzzo, al centro d’un fenomeno di dimensioni europee con importanti ricadute sulle comunità abruzzesi sia sotto gli aspetti religiosi che per quelli sociali e culturali. La Deputazione Abruzzese di Storia Patria e la Provincia Francescana dei Frati Minori d’Abruzzo opportunamente sta celebrando il VI Centenario dell’Osservanza in Abruzzo con numerosi eventi, che si concluderanno nel prossimo mese di ottobre. Ma del notevole rilievo dell’Osservanza ce lo dicono la stessa biografia della Beata Antonia ed il contesto storico e spirituale del Quattrocento, nel territorio aquilano e in generale. Ne vogliamo tracciare qui una sintesi, anche per comprendere l’attaccamento che gli Aquilani nutrono verso il francescanesimo e le sue figure più rappresentative.

    Antonia nacque a Firenze intorno al 1400. Andata sposa giovanissima ad un suo coetaneo, prematuramente morto a qualche anno dal matrimonio, ebbe un figlio che curò da sola e da sola attese alla sua prima educazione. Non intese passare a seconde nozze, nonostante le raccomandazioni dei familiari, per l’inatteso arrivo della chiamata alla vocazione. In quegli anni Bernardino da Siena, insieme ad altri frati minori, stava diffondendo l’Osservanza, che avrebbe dato un nuovo impulso all’ordine francescano con il richiamo all’austerità della Regola di Francesco ed alla povertà. Bernardino, predicando nelle chiese e sulle piazze di tutta Italia, aveva suscitato un’autentica primavera di vita cristiana. Predicò anche nella Chiesa di S. Croce, a Firenze, dall’8 marzo al 3 maggio 1425. Antonia lo ascoltò, maturando nel cuore la decisione di consacrarsi a Dio. 
    Entrò quattro anni dopo nel Terz’ordine francescano regolare femminile, fondato dalla Beata Angelina dei Conti di Marsciano. L’accolse il Monastero fiorentino di S. Onofrio, nel quale rimase per poco tempo, perché dalla fondatrice chiamata prima a Foligno, ad Assisi e poi a Todi. Infine, richiesta a L’Aquila per fondarvi un Monastero di terziarie, Antonia fu inviata insieme a un piccolo drappello di suore. Era il 2 febbraio 1433.

    Rimase alla guida del Monastero di S. Elisabetta per 14 anni, ma la pur intensa vita spirituale non riusciva ad appagare il suo desiderio d’una sempre più profonda contemplazione. Andava così maturando in lei il pensiero di lasciare il Terz’Ordine per abbracciare la Regola di S. Chiara. In quegli anni altri monasteri di Clarisse, vicine al movimento degli osservanti, stavano vivendo un intenso rinnovamento, volendo rivivere la freschezza delle loro origini, mediante la primitiva Regola di S. Chiara. In questa decisione forte ed eroica, Antonia trovò sostegno spirituale e guida in Giovanni da Capestrano, in quegli anni a L’Aquila, che procurò i locali necessari per lei e le consorelle che avevano deciso di seguirla. Era il 16 luglio 1447. Un grande corteo di cittadini con a capo Giovanni da Capestrano, partendo da Collemaggio, accompagnò la Beata e le altre 13 sorelle al Monastero dell’Eucarestia, chiamato successivamente “della Beata Antonia”, dopo la morte di lei. Incominciò così sotto il segno della più stretta povertà l’ultimo cammino ascensionale di Antonia, che portò tanto splendore all'Ordine delle Sorelle povere di S. Chiara. Per sette anni tenne l’ufficio di Abbadessa impostole da Giovanni da Capestrano, poi tornò nel silenzio e nella contemplazione più profonda del mistero di Cristo crocifisso, nel quale s’immedesimò completamente. Ma quei sette anni di badessato furono sufficienti ad imprimere uno straordinario impulso alla vita contemplativa del monastero, nella perfetta osservanza della Regola, tanto che la fama si diffuse subito in città e nei dintorni, procurando numerose altre vocazioni.

    Era tale la povertà che le Clarisse s’imposero che alcuni giorni dopo l’ingresso in monastero mancava anche lo stretto necessario per sopravvivere e lei di persona decise d’uscire per chiedere elemosina. Seppe tuttavia vivere l’austera povertà con letizia evangelica, tanto da essere sempre allegra, che pareva abbondasse d’ogni cosa. Sapeva trascinava tutte, con la parola e l’esempio. Era forte e materna, coltivando con tutte l’unità e l’armonia della vita fraterna. Le sorelle della fraternità subirono il fascino del suo esempio e molte di loro offrirono alla Chiesa un genuino esempio di santità, come Ludovica Branconio, Giacoma dell’Aquila, Bonaventura d’Antrodoco, Paola da Foligno, Gabriella da Pizzoli, Giacoma da Fossa, proclamate Beate, ed altre ancora. Antonia visse sempre in obbedienza ed umiltà. Il suo stile di vita sempre limpidamente evangelico: occupava a mensa e in coro l’ultimo posto, indossava i vestiti più logori della comunità. Le sorelle inferme, deboli, tentate e scoraggiate, trovavano sempre in lei conforto e l’amore tenero di una madre, pur essendo lei stessa affetta da un’orribile piaga che mantenne nascosta.

    Antonia morì la sera del 29 febbraio 1472, “vegliata dalle sorelle che udirono suoni di cetre, organi e canti”. Fu l’inizio della sua glorificazione. Il suo trapasso fu segnato da miracoli prima ancora che fosse inumata la salma, come le guarigioni istantanee d’un aquilano sofferente di idropsia e di suor Innocenza clarissa, anche lei aquilana, che fu guarita dalle numerose piaghe. Quindici giorni dopo la sepoltura le suore riesumarono il sacro corpo per rivederlo prima che si disfacesse completamente. Con grande meraviglia lo rinvennero incorrotto. Ripeterono più volte l’esperienza, tanto che se ne diffuse la voce in città. Ma per evitare esagerazioni il vescovo, cardinale Amico Agnifili, ordinò che la salma fosse sepolta allo scoperto, fuori del luogo sacro. Cinque anni più tardi il vescovo Ludovico Borgio, successore dell’Agnifili, concesse la riesumazione del corpo, trovato nuovamente incorrotto. Solo allora venne autorizzato il culto pubblico e il corpo fu levato da terra. Dopo regolare processo canonico, il 28 luglio 1848, Pio IX la dichiarava Beata. Il messaggio lasciato dalla Beata Antonia è quello d’una santità gioiosa e nascosta, totalmente avvolta nella segreta bellezza di un Dio sommamente amato. Ancor oggi le Sorelle povere, trascinate dal suo esempio e da quello di S. Chiara, vivono una vita semplice, nel silenzio del chiostro, ponendo Dio come il Tutto della loro vita. Le Sorelle dell’antico Monastero dell’Aquila, oggi trasferite nel nuovo Monastero di S. Chiara a Paganica, custodiscono con fedeltà il corpo incorrotto della loro Madre e continuano il cammino di consacrazione, nella gioia d’un amore che non ha fine. Sono davvero un punto di riferimento spirituale, di serenità, di attenzione verso gli ultimi, di preghiera, che molto giova ad una comunità così duramente colpita dalla tragedia del terremoto, consapevole della certezza di trovare nelle Clarisse un luogo sicuro di meditazione e fraternità.

    Ancora un’annotazione per concludere con l’opera della Beata Antonia e dell’Osservanza francescana in territorio aquilano. Gli osservanti erano arrivati all’Aquila intorno al 1415. Ma la forte espansione del movimento s’ebbe con la predicazione a L’Aquila di S. Bernardino da Siena (Massa Marittima, 1380 – L’Aquila, 1444), insieme a S. Giovanni da Capestrano (Capestrano, 1386 – Ilok, 1456) e S. Giacomo della Marca (Monteprandone, 1393 – Napoli, 1476), che con Alberto da Sarteano costituiscono le quattro colonne portanti dell’Osservanza. Alla loro opera s’unì la Beata Antonia, insieme alle consorelle clarisse, con il grande carisma che l’animava. Grande la fioritura spirituale nel Quattrocento, dunque, grazie a queste grandi figure, cui s’aggiunsero i francescani osservanti Beato Vincenzo dell’Aquila e Beato Timoteo da Monticchio, insieme alle numerose Beate clarisse, già citate, tutti straordinari testimoni della fede.

    Con loro, e con l’Osservanza, fiorì la rinascita spirituale a L’Aquila, in Abruzzo, in Italia e in Europa. Rinascita resa ancor più feconda dalla scelta di Bernardino di tornare in città, sentendo vicina la morte. “Eamus, fratres, ad Aquilam. Non subsisto possum, ad Aquilam, ad Aquilam, ad Aquilam missus sum”. Così la notte del 30 aprile 1444 Bernardino degli Albizzeschi, 64 anni, sfinito ed emaciato dalla malattia e dalla penitenza, aveva salutato per l’ultima volta i frati del convento della Capriola, nei pressi di Siena. Vincendo le loro preoccupate implorazioni a restare in città, spinto da una grande forza interiore, con quattro confratelli s’era messo in cammino verso l’Abruzzo in quello che sarebbe stato il suo ultimo viaggio. Un viaggio lungo, faticoso, pieno di sofferenze. Giunto all’Aquila, nel suo convento di San Francesco, sentendo arrivare l’ora del trapasso, Bernardino aveva chiesto ai confratelli d’essere deposto, spoglio e con le braccia aperte a croce, sul nudo pavimento della sua cella. Poco dopo, al vespro di quel mercoledì, spirò. Era il 20 maggio del 1444. Con tutte le residue forze aveva desiderato transitare alla vita eterna non nella sua terra toscana ma ad Aquila, la bella città che più amava, dove aveva predicato insieme ai fedeli discepoli Giovanni da Capestrano e Giacomo della Marca, esercitando una  grande influenza nella vita spirituale, sociale e civile.

    Enorme commozione aveva procurato nella città la scomparsa di Bernardino da Siena. Gli aquilani avevano ottenuto che le sue spoglie riposassero all’Aquila. Il processo di canonizzazione, subito avviato, in appena sei anni aveva portato alla santificazione di Bernardino. A 10 anni dalla morte del santo, dalla Polonia, Giovanni da Capestrano aveva indirizzato agli Aquilani una lettera, una durissima reprimenda alla città, per non aver ancora edificato a San Bernardino la basilica promessa. Ne valse la pena, perché iniziarono presto i lavori per edificare quella meraviglia rinascimentale che è la Basilica di San Bernardino, dove le spoglie del Santo senese riposano nello splendido mausoleo scultoreo di Silvestro dell’Aquila. Giovanni da Capestrano, “grande apostolo e difensore dell’Europa”, come lo ha definito Giovanni Paolo II, nel 1456 girò in lungo e in largo l’Europa orientale, su incarico del papa, predicando la mobilitazione contro i Turchi, che avevano invaso la penisola balcanica. Con le migliaia di volontari raccolti partecipò nel luglio di quell’anno all’assedio e alla liberazione di Belgrado, con la sconfitta dell’esercito turco. Purtroppo vi contrasse la malattia che tre mesi dopo l’avrebbe portato alla morte, ad Ilok, in Croazia.

  • L'altra Italia

    Abruzzo e Molise, insieme in vetrina al WICCNY

    L’AQUILA – Per un mese e mezzo, dal prossimo ottobre, le eccellenze di Abruzzo e Molise saranno in vetrina a New York presso il Westchester Italian Cultural Center (WICCNY). Abruzzo & Molise, Yesterday and Today 2015: arte, cultura, tradizioni, artigianato, enogastronomia, rassegne espositive: il meglio delle due regioni, che fino al 1963 sono state unite, potrà essere mostrato agli americani della Grande Mela, sempre attenti alla cultura italiana e alle meraviglie che si celano nella provincia del Belpaese, fuori dai soliti circuiti del turismo organizzato. E l’Abruzzo, in particolare, che chi scrive conosce meglio, è uno scrigno inesauribile di tesori d’arte e singolarità, di sapori e valori ambientali, che davvero riesce ad intrigare chiunque, ogni volta che lo s’incontra.

    Lo raccontano le pagine stupende che grandi letterati e viaggiatori, a cavallo dei due secoli precedenti, hanno lasciato impresse sull’Abruzzo: da Edward Lear a Maud Howe, da Ferdinand Gregorovius a Richard Keppel Crafen, da Anne MacDonell a John Cultbert Hare. E ancora, nei loro appunti di viaggio e nei loro scritti, da Carlo Emilio Gadda a Ugo Ojetti, da Mario Soldati a Guido Ceronetti, da Guido Piovene ad Alberto Savinio, fino a Paolo Rumiz, per citare i più noti. Senza contare i nativi abruzzesi Gabriele d’Annunzio, Ignazio Silone, Laudomia Bonanni, Mario Pomilio, Ennio Flaiano, per limitarci ai grandi. Del progetto si sta alacremente occupando la dr. Patrizia Calce, direttrice del Westchester Italian Cultural Center. Da oltre due mesi prende contatti e stimola l’interesse sull’iniziativa, importante evento promozionale in un mercato, come quello americano, sempre molto attento e curioso alla qualità e particolarità delle proposte.

    C’è quindi da augurarsi che le pubbliche istituzioni - Regioni, Province, Comuni, Parchi nazionali e regionali, Camere di Commercio - e gli operatori culturali ed economici delle due regioni sappiano cogliere appieno questa straordinaria opportunità che il Centro Culturale Italiano di New York rende possibile, mettendo a disposizione gratuitamente le sue strutture, con due grandi sale espositive destinate ad Abruzzo e Molise ed altri spazi per performance e dimostrazioni.

    D’altronde l’iniziativa - che si colloca temporalmente nel Mese della Cultura italiana nella Grande Mela - rientra appieno nella missione del WICCNY che è quella - dice Patrizia Calce - “di preservare, promuovere e celebrare il patrimonio e la cultura italiana attraverso diversi dai programmi ed eventi. Offriamo film, mostre e programmi, anche corsi di cucina. Tutto ciò che ha a che fare con la cultura italiana”. Chi scrive ha sollecitato tutte le istituzioni a raccogliere positivamente l’invito, che peraltro – fatto assai raro quando si parla di eventi all’estero – non peserebbe sui bilanci, almeno riguardo gli spazi espositivi, altrimenti di non lieve entità in un paese come gli Stati Uniti, e per un periodo così lungo. Insomma, un’opportunità unica, per enti pubblici e privati, per promuovere a livello internazionale l’economia ed il turismo delle regioni Abruzzo e Molise.

    Nelle intenzioni del WICCNY e della sua direttrice, la mostra vuole rappresentare un viaggio virtuale attraverso le regioni Abruzzo e Molise che, sebbene così vicine a Roma, non sono ancora contaminate dal turismo di massa, offrendo, nella variabilità dei loro paesaggi dalle vette dell’Appennino al mare, stupefacenti scenari d’una natura selvaggia e di straordinaria bellezza. Sede di tre Parchi nazionali e di uno regionale, di ampie aree naturalistiche che coprono un terzo del territorio, l’Abruzzo e il Molise conservano pregevoli emergenze archeologiche, grotte e cave rupestri risalenti al periodo neolitico, meravigliosi castelli ed antichi paesi arroccati alle montagne, una costa magnifica e incantevoli spiagge.

    Dunque molto importante, questo evento, anche per favorire la rinascita dei territori colpiti dal terremoto del 2009, e la città capoluogo d’Abruzzo, L’Aquila, che è stata martoriata nel suo straordinario centro storico, il sesto più prezioso d’arte in Italia. L’iniziativa, infatti, tende a mettere in risalto le risorse naturali delle regioni Abruzzo e Molise, la loro antica storia, cultura e tradizioni, evidenziando le loro produzioni artigianali, il patrimonio letterario ed artistico, così come le loro eccellenze enogastronomiche.

    Il complesso del WICCNY offre due ampie ed eleganti sale espositive, una sala conferenze, una biblioteca, oltre che ad una cantina ed una cucina completamente attrezzata e funzionale. Conferenze, spettacoli, concerti, presentazioni di libri, corsi di cucina e degustazioni di vini, saranno offerti per tutta la durata della mostra, non solo per arricchire ulteriormente l’evento, ma soprattutto per richiamare maggiormente l’attenzione del pubblico durante il periodo interessato, tra ottobre e novembre 2015.

    Patrizia Calce ha progettato con cura le aree espositive perché le due regioni possano “narrarsi” e farsi conoscere nei loro aspetti più autentici e suggestivi. Intanto, nella Hall, un’area che rappresenti “il cuore verde dell’Italia”, con pannelli informativi dei Parchi delle due regioni. Nella Sala ABRUZZO, poi, una sezione fotografica d’epoca e gli antichi mestieri: l’arte orafa, con Nicola da Guardiagrele, la tecnica della filigrana, i gioielli iconici come la presentosa e la cannatora, la lavorazione orafa attuale; l’arte della Ceramica e le produzioni artistiche di Castelli; l’arte del Ferro battuto e del Rame; le produzioni artigianali in legno, pietra, pelle; tessuti e coperte, strumenti musicali. Quindi una sezione destinata a Folklore e Tradizioni, con esposizione di costumi. Ancora, una sezione destinata ai Luoghi sacri e ai Percorsi della fede: il Miracolo Eucaristico di Lanciano, San Tommaso Apostolo ad Ortona, il Volto Santo di Manoppello, la Perdonanza e la Porta Santa di Collemaggio a L’Aquila, la Scala Santa di Campli; Santo Spirito a Majella, San Bartolomeo in Legio, Sant’Onofrio al Morrone. E ancora, i castelli e borghi abruzzesi più belli d’Italia per immagini, infine specialità gastronomiche e vini. Nella Sala MOLISE una sezione destinata a Natura e biodiversità: Collemeuccio - Montedimezzo “L’Uomo e la Biosfera”, l’Oasi WWF di Guardiaregia. Una sezione dedicata ad Arte, Storia e Cultura. Una sezione per gli antichi mestieri: le Campane di Agnone, le Zampogne di Scapoli, il Merletto a tombolo, Ferro battuto e Rame, l’artigianato regionale. E ancora i Costumi tipici, Feste religiose e Tradizioni. Infine, architettura religiosa, castelli e borghi del Molise.

    Il Westchester Italian Cultural Center si trova a Tuckahoe, mezz’ora di Metro North da Central Station, in un’area residenziale immersa nel verde, come tutta la Contea di Westchester, d’altronde. Il Centro è il sogno realizzato di Generoso Pope, uno dei più famosi e stimati italiani d’America, con importanti relazioni politiche, stretto collaboratore del Presidente Franklyn Delano Roosevelt. Un generoso di nome e di fatto - nomen omen -, che tanto ha fatto per emancipare la comunità italiana ed accompagnarla, nella realizzazione del sogno americano, alla dignità ed al rispetto che oggi ha conquistato. E’ sede della Fondazione Generoso Pope, nata nel 1947. Pope ne fu presidente fino alla sua morte, nel 1950, quando gli succedette la moglie Catherine per 48 anni alla presidenza, ed altri discendenti. La Fondazione prosegue le tradizioni filantropiche di Pope, che riguardano promozione della cultura e della lingua italiana, aiuto ed assistenza ai bisognosi, ricerca medica, sostegno e borse di studio per la formazione di giovani, anche per studi fuori degli Stati Uniti, sostegni ad ospedali, musei, università e istituzioni religiose.

    Generoso Pope nacque nel 1891 ad Arpaise, in provincia di Benevento. Figlio di contadini, all’età di 15 anni, aveva lasciato il paese natio per arrivare a New York City con soli 10 dollari in tasca e senza un posto dove dormire. Ottenuto un lavoro a 3 dollari la settimana, portava acqua agli operai impiegati nella costruzione del tunnel sotto l’East River della società ferroviaria Pennsylvania Railroad. Fu poi per cinque anni operaio nelle cave di ghiaia della Colonial Sand & Stone, frequentando la scuola di notte. Nel 1911 entrò a far parte della società. Quando nel 1916 la società stava per fallire, convinse i proprietari e i creditori di dargli la possibilità di ripristinare la solvibilità e rafforzare il business. Prese quindi su di sé la responsabilità per i debiti della società, in cambio della completa gestione e di metà proprietà dell’impresa. In due anni, lavorando fino a 16 ore al giorno, raddrizzate le sorti della società, Generoso Pope ne era diventato presidente e nel 1926 l’azienda aveva assunto la maggior parte delle principali commesse di sabbia e ghiaia a New York. A 36 anni era il proprietario miliardario della Colonial, la più grande azienda di sabbia e ghiaia degli States, fornendo il calcestruzzo ai cantieri di numerosi grattacieli che disegnano il profilo di New York City, tra cui il Rockefeller Center, l’Empire State Building, Radio City Music Hall e lo Yankee Stadium, e degli aeroporti e metropolitane.

    Nel 1928 Generoso Pope, acquistando il più grande quotidiano in lingua italiana d’America, Il Progresso Italo-Americano, si lanciò anche nel settore editoriale, controllando una catena di giornali italiani fino alla Pennsylvania. Rafforzò così la sua influenza, diventando il leader più potente a New York. I suoi giornali furono la principale fonte d’informazione politica, sociale e culturale per milioni di immigrati italo-americani. Generoso divenne il difensore e sostenitore per gli immigrati italiani in America, incoraggiando i lettori dei suoi giornali ad imparare l’inglese, a diventare cittadini e a votare, esaltando i sentimenti d’orgoglio per le origini italiane e vellicando la voglia di realizzazione individuale. Questo forte impegno di Pope per tenere sempre vivo il senso di italianità dei nostri emigrati trova coronamento nel Columbus Day, la manifestazione più alta dell’orgoglio italiano, ormai diventato l’evento più celebrato in tutti gli Stati Uniti, quasi come le Feste nazionali dell’Indipendenza e del Ringraziamento. Fu appunto l’intraprendente Generoso Pope a dare inizio, il 12 ottobre 1929, alla tradizione del giorno dedicato a Cristoforo Colombo, con una sfilata da East Harlem a Columbus Circle, all’angolo sud di Central Park. Da allora la straordinaria Parata del Columbus Day a New York è cresciuta enormemente, fino alle attuali dimensioni.

    Tornando all’eventoAbruzzo & Molise, Yesterday and Today 2015, la partecipazione alla mostra è un modo efficace per promuovere l’economia ed il commercio d’Abruzzo e Molise. Immaginabili i possibili vantaggi, quali l’elevazione del profilo internazionale dell’attività commerciale; l’alta visibilità di prodotti e servizi; l’esposizione a potenziali clienti e la creazione di nuove relazioni; il networking con altre imprese; la promozione della propria azienda su nuovi mercati. Altre opportunità sono date dalla possibilità d’inserimento del marchio delle aziende nella Guida Abruzzo & Molise Exhibit, della promozione sul sito del Westchester Italian Cultural Center , della pubblicità sulla brochure dei programmi autunnali del WICCNY, di poter essere tra gli sponsor della manifestazione.

    Per ogni ulteriore informazione si può contattare Patrizia Calce, direttrice dei programmi, al numero 914-771-8700, oppure tramite email a [email protected]

    Abruzzo & Molise, Yesterday and Today 2015
    Westchester Italian Cultural Center, One Generoso Pope Place
    Tuckahoe, New York 10707
    (914) 771-8700
    (914) 771-5900 Fax

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    Abruzzo e Molise, insieme in vetrina al WICCNY

    L’AQUILA – Per un mese e mezzo, dal prossimo ottobre, le eccellenze di Abruzzo e Molise saranno in vetrina a New York presso il Westchester Italian Cultural Center (WICCNY). Abruzzo & Molise, Yesterday and Today 2015: arte, cultura, tradizioni, artigianato, enogastronomia, rassegne espositive: il meglio delle due regioni, che fino al 1963 sono state unite, potrà essere mostrato agli americani della Grande Mela, sempre attenti alla cultura italiana e alle meraviglie che si celano nella provincia del Belpaese, fuori dai soliti circuiti del turismo organizzato. E l’Abruzzo, in particolare, che chi scrive conosce meglio, è uno scrigno inesauribile di tesori d’arte e singolarità, di sapori e valori ambientali, che davvero riesce ad intrigare chiunque, ogni volta che lo s’incontra.

    Lo raccontano le pagine stupende che grandi letterati e viaggiatori, a cavallo dei due secoli precedenti, hanno lasciato impresse sull’Abruzzo: da Edward Lear a Maud Howe, da Ferdinand Gregorovius a Richard Keppel Crafen, da Anne MacDonell a John Cultbert Hare. E ancora, nei loro appunti di viaggio e nei loro scritti, da Carlo Emilio Gadda a Ugo Ojetti, da Mario Soldati a Guido Ceronetti, da Guido Piovene ad Alberto Savinio, fino a Paolo Rumiz, per citare i più noti. Senza contare i nativi abruzzesi Gabriele d’Annunzio, Ignazio Silone, Laudomia Bonanni, Mario Pomilio, Ennio Flaiano, per limitarci ai grandi. Del progetto si sta alacremente occupando la dr. Patrizia Calce, direttrice del Westchester Italian Cultural Center. Da oltre due mesi prende contatti e stimola l’interesse sull’iniziativa, importante evento promozionale in un mercato, come quello americano, sempre molto attento e curioso alla qualità e particolarità delle proposte.

    C’è quindi da augurarsi che le pubbliche istituzioni - Regioni, Province, Comuni, Parchi nazionali e regionali, Camere di Commercio - e gli operatori culturali ed economici delle due regioni sappiano cogliere appieno questa straordinaria opportunità che il Centro Culturale Italiano di New York rende possibile, mettendo a disposizione gratuitamente le sue strutture, con due grandi sale espositive destinate ad Abruzzo e Molise ed altri spazi per performance e dimostrazioni.

    D’altronde l’iniziativa - che si colloca temporalmente nel Mese della Cultura italiana nella Grande Mela - rientra appieno nella missione del WICCNY che è quella - dice Patrizia Calce - “di preservare, promuovere e celebrare il patrimonio e la cultura italiana attraverso diversi dai programmi ed eventi. Offriamo film, mostre e programmi, anche corsi di cucina. Tutto ciò che ha a che fare con la cultura italiana”. Chi scrive ha sollecitato tutte le istituzioni a raccogliere positivamente l’invito, che peraltro – fatto assai raro quando si parla di eventi all’estero – non peserebbe sui bilanci, almeno riguardo gli spazi espositivi, altrimenti di non lieve entità in un paese come gli Stati Uniti, e per un periodo così lungo. Insomma, un’opportunità unica, per enti pubblici e privati, per promuovere a livello internazionale l’economia ed il turismo delle regioni Abruzzo e Molise.

    Nelle intenzioni del WICCNY e della sua direttrice, la mostra vuole rappresentare un viaggio virtuale attraverso le regioni Abruzzo e Molise che, sebbene così vicine a Roma, non sono ancora contaminate dal turismo di massa, offrendo, nella variabilità dei loro paesaggi dalle vette dell’Appennino al mare, stupefacenti scenari d’una natura selvaggia e di straordinaria bellezza. Sede di tre Parchi nazionali e di uno regionale, di ampie aree naturalistiche che coprono un terzo del territorio, l’Abruzzo e il Molise conservano pregevoli emergenze archeologiche, grotte e cave rupestri risalenti al periodo neolitico, meravigliosi castelli ed antichi paesi arroccati alle montagne, una costa magnifica e incantevoli spiagge.

    Dunque molto importante, questo evento, anche per favorire la rinascita dei territori colpiti dal terremoto del 2009, e la città capoluogo d’Abruzzo, L’Aquila, che è stata martoriata nel suo straordinario centro storico, il sesto più prezioso d’arte in Italia. L’iniziativa, infatti, tende a mettere in risalto le risorse naturali delle regioni Abruzzo e Molise, la loro antica storia, cultura e tradizioni, evidenziando le loro produzioni artigianali, il patrimonio letterario ed artistico, così come le loro eccellenze enogastronomiche.

    Il complesso del WICCNY offre due ampie ed eleganti sale espositive, una sala conferenze, una biblioteca, oltre che ad una cantina ed una cucina completamente attrezzata e funzionale. Conferenze, spettacoli, concerti, presentazioni di libri, corsi di cucina e degustazioni di vini, saranno offerti per tutta la durata della mostra, non solo per arricchire ulteriormente l’evento, ma soprattutto per richiamare maggiormente l’attenzione del pubblico durante il periodo interessato, tra ottobre e novembre 2015.

    Patrizia Calce ha progettato con cura le aree espositive perché le due regioni possano “narrarsi” e farsi conoscere nei loro aspetti più autentici e suggestivi. Intanto, nella Hall, un’area che rappresenti “il cuore verde dell’Italia”, con pannelli informativi dei Parchi delle due regioni. Nella Sala ABRUZZO, poi, una sezione fotografica d’epoca e gli antichi mestieri: l’arte orafa, con Nicola da Guardiagrele, la tecnica della filigrana, i gioielli iconici come la presentosa e la cannatora, la lavorazione orafa attuale; l’arte della Ceramica e le produzioni artistiche di Castelli; l’arte del Ferro battuto e del Rame; le produzioni artigianali in legno, pietra, pelle; tessuti e coperte, strumenti musicali. Quindi una sezione destinata a Folklore e Tradizioni, con esposizione di costumi. Ancora, una sezione destinata ai Luoghi sacri e ai Percorsi della fede: il Miracolo Eucaristico di Lanciano, San Tommaso Apostolo ad Ortona, il Volto Santo di Manoppello, la Perdonanza e la Porta Santa di Collemaggio a L’Aquila, la Scala Santa di Campli; Santo Spirito a Majella, San Bartolomeo in Legio, Sant’Onofrio al Morrone. E ancora, i castelli e borghi abruzzesi più belli d’Italia per immagini, infine specialità gastronomiche e vini. Nella Sala MOLISE una sezione destinata a Natura e biodiversità: Collemeuccio - Montedimezzo “L’Uomo e la Biosfera”, l’Oasi WWF di Guardiaregia. Una sezione dedicata ad Arte, Storia e Cultura. Una sezione per gli antichi mestieri: le Campane di Agnone, le Zampogne di Scapoli, il Merletto a tombolo, Ferro battuto e Rame, l’artigianato regionale. E ancora i Costumi tipici, Feste religiose e Tradizioni. Infine, architettura religiosa, castelli e borghi del Molise.

    Il Westchester Italian Cultural Center si trova a Tuckahoe, mezz’ora di Metro North da Central Station, in un’area residenziale immersa nel verde, come tutta la Contea di Westchester, d’altronde. Il Centro è il sogno realizzato di Generoso Pope, uno dei più famosi e stimati italiani d’America, con importanti relazioni politiche, stretto collaboratore del Presidente Franklyn Delano Roosevelt. Un generoso di nome e di fatto - nomen omen -, che tanto ha fatto per emancipare la comunità italiana ed accompagnarla, nella realizzazione del sogno americano, alla dignità ed al rispetto che oggi ha conquistato. E’ sede della Fondazione Generoso Pope, nata nel 1947. Pope ne fu presidente fino alla sua morte, nel 1950, quando gli succedette la moglie Catherine per 48 anni alla presidenza, ed altri discendenti. La Fondazione prosegue le tradizioni filantropiche di Pope, che riguardano promozione della cultura e della lingua italiana, aiuto ed assistenza ai bisognosi, ricerca medica, sostegno e borse di studio per la formazione di giovani, anche per studi fuori degli Stati Uniti, sostegni ad ospedali, musei, università e istituzioni religiose.

    Generoso Pope nacque nel 1891 ad Arpaise, in provincia di Benevento. Figlio di contadini, all’età di 15 anni, aveva lasciato il paese natio per arrivare a New York City con soli 10 dollari in tasca e senza un posto dove dormire. Ottenuto un lavoro a 3 dollari la settimana, portava acqua agli operai impiegati nella costruzione del tunnel sotto l’East River della società ferroviaria Pennsylvania Railroad. Fu poi per cinque anni operaio nelle cave di ghiaia della Colonial Sand & Stone, frequentando la scuola di notte. Nel 1911 entrò a far parte della società. Quando nel 1916 la società stava per fallire, convinse i proprietari e i creditori di dargli la possibilità di ripristinare la solvibilità e rafforzare il business. Prese quindi su di sé la responsabilità per i debiti della società, in cambio della completa gestione e di metà proprietà dell’impresa. In due anni, lavorando fino a 16 ore al giorno, raddrizzate le sorti della società, Generoso Pope ne era diventato presidente e nel 1926 l’azienda aveva assunto la maggior parte delle principali commesse di sabbia e ghiaia a New York. A 36 anni era il proprietario miliardario della Colonial, la più grande azienda di sabbia e ghiaia degli States, fornendo il calcestruzzo ai cantieri di numerosi grattacieli che disegnano il profilo di New York City, tra cui il Rockefeller Center, l’Empire State Building, Radio City Music Hall e lo Yankee Stadium, e degli aeroporti e metropolitane.

    Nel 1928 Generoso Pope, acquistando il più grande quotidiano in lingua italiana d’America, Il Progresso Italo-Americano, si lanciò anche nel settore editoriale, controllando una catena di giornali italiani fino alla Pennsylvania. Rafforzò così la sua influenza, diventando il leader più potente a New York. I suoi giornali furono la principale fonte d’informazione politica, sociale e culturale per milioni di immigrati italo-americani. Generoso divenne il difensore e sostenitore per gli immigrati italiani in America, incoraggiando i lettori dei suoi giornali ad imparare l’inglese, a diventare cittadini e a votare, esaltando i sentimenti d’orgoglio per le origini italiane e vellicando la voglia di realizzazione individuale. Questo forte impegno di Pope per tenere sempre vivo il senso di italianità dei nostri emigrati trova coronamento nel Columbus Day, la manifestazione più alta dell’orgoglio italiano, ormai diventato l’evento più celebrato in tutti gli Stati Uniti, quasi come le Feste nazionali dell’Indipendenza e del Ringraziamento. Fu appunto l’intraprendente Generoso Pope a dare inizio, il 12 ottobre 1929, alla tradizione del giorno dedicato a Cristoforo Colombo, con una sfilata da East Harlem a Columbus Circle, all’angolo sud di Central Park. Da allora la straordinaria Parata del Columbus Day a New York è cresciuta enormemente, fino alle attuali dimensioni.

    Tornando all’eventoAbruzzo & Molise, Yesterday and Today 2015, la partecipazione alla mostra è un modo efficace per promuovere l’economia ed il commercio d’Abruzzo e Molise. Immaginabili i possibili vantaggi, quali l’elevazione del profilo internazionale dell’attività commerciale; l’alta visibilità di prodotti e servizi; l’esposizione a potenziali clienti e la creazione di nuove relazioni; il networking con altre imprese; la promozione della propria azienda su nuovi mercati. Altre opportunità sono date dalla possibilità d’inserimento del marchio delle aziende nella Guida Abruzzo & Molise Exhibit, della promozione sul sito del Westchester Italian Cultural Center , della pubblicità sulla brochure dei programmi autunnali del WICCNY, di poter essere tra gli sponsor della manifestazione.

    Per ogni ulteriore informazione si può contattare Patrizia Calce, direttrice dei programmi, al numero 914-771-8700, oppure tramite email a [email protected]

    Abruzzo & Molise, Yesterday and Today 2015
    Westchester Italian Cultural Center, One Generoso Pope Place
    Tuckahoe, New York 10707
    (914) 771-8700
    (914) 771-5900 Fax

  • L'altra Italia

    Mario Fratti. Un libro tra italiano ed inglese



    L’AQUILA – E’ uscito di recente, pubblicato da REA Edizioni (L’Aquila, 2015), un interessante volumetto di 118 pagine curato dall’anglista Emanuela Medoro: “Mario Fratti fra italiano e inglese”, un mini laboratorio sulla ricerca linguistica del grande drammaturgo italo-americano, nato a L’Aquila, che dal 1963 vive a New York. Il volume, in formato digitale (€ 2,99 e-book), è acquistabile sulle maggiori agenzie di vendita on line, mentre in formato cartaceo si può richiedere direttamente all’editore (www.reamultimedia.it - [email protected]). Il lavoro della Medoro non ha la pretesa d’essere un Saggio linguistico tout court. Piuttosto vuole offrire solo un esempio di come Mario Fratti abbia dedicato una particolare attenzione alla ricerca del linguaggio, attingendo in modo certosino da svariate fonti e, più assiduamente, da quella giornalistica. 
     
    “L’Inglese non è la prima lingua di Mario Fratti - scrive Emanuela Medoro nell’introduzione al volume -, è una lingua presa in prestito in età adulta, cui ha dedicato attenzione e cure documentate da una ampia raccolta di frasi, prese prevalentemente dal New York Times, ma anche da romanzi e testi teatrali. Una decina di grossi quaderni, manoscritti sempre con lo stesso ordine, con una grafia ordinata e sistematica sono il risultato di questa paziente ricerca portata avanti con passione nel corso degli anni vissuti a New York. A proposito di questa attività di ricerca M. Fratti dice: «L’Inglese non è la mia prima lingua. Ho cominciato a scrivere in Inglese cinquant’anni fa. Durante la mia lunga carriera ho trovato che ci sono molte espressioni o modi di dire in Inglese che, a causa della unicità del loro costrutto, non saranno mai facilmente usate da quelli la cui prima lingua non è l’Inglese. Per far sì che le traduzioni in Inglese dei miei lavori suonassero più autenticamente “Inglese” (o Inglese-Americano), ho dato la caccia ed ho collezionato molte frasi Inglesi, costrutti grammaticali, che sono in qualche modo così idiomatiche che non saranno mai ovvie per i traduttori la cui prima lingua è diversa dall’Inglese. La raccolta è durata circa quarant’anni.» In prima lettura la raccolta si presenta come una massa caotica di frasi ritagliate da contesti diversi, l’alto mare aperto dell’inglese, la realtà infinita ed inafferrabile per non nativi della lingua parlata e scritta dalle persone colte, che comunicano in modo pieno e idiomatico. Attraverso queste frasi il lettore può compiere un viaggio affascinante che esplora usi e abitudini americane nello spazio dell’isola di Manhattan, può entrare nel cuore di New York.”
     
    “Ho notato particolare interesse - aggiunge Emanuela Medoro - per frasi che toccano i temi ricorrenti nell’opera di Mario Fratti drammaturgo: persone e atteggiamenti, idee e sentimenti, conflitti, bugie e inganni, relazioni sociali, il lavoro e gli affari, vincitori e vinti, la politica, lo spettacolo. Questi concetti sono diventati le aree tematiche che raggruppano le frasi della raccolta seguente. Da notare che non sempre è stata facile l’attribuzione di una frase all’una o all’altra area, accade che alcune frasi siano inserite perché interessanti dal punto di vista linguistico, anche se non precisamente appartenenti al tema del gruppo. È bene notare che questa raccolta di frasi, pur spaziando all’interno della lingua inglese, idiomatica, parlata e scritta dalle persone colte, non va letta come un dizionario che illumina i significati e gli usi più comuni delle parole e delle combinazioni di esse. Invece essa acquista significato come un capitolo, invero molto singolare, dell’opera complessiva di Mario Fratti, poeta, drammaturgo ed anche filologo. Infine sottolineo che, poiché manca il contesto da cui sono ritagliate le frasi, le mie traduzioni sono solo delle proposte e spero di aver centrato il loro significato fondamentale e più usato.”
     
    Ho accolto volentieri l’invito dell’autrice a scrivere la Prefazione al suo libro. Qui di seguito la riporto, magari può essere minimamente utile a trarre un’idea del buon lavoro di Emanuela Medoro, linguista, ma anche giornalista di talento.
     
    Scrivo volentieri questa breve presentazione al prezioso lavoro di Emanuela Medoro. Un piccolo esempio del fecondo giacimento linguistico raccolto dal drammaturgo Mario Fratti nelle quotidiane letture di giornali - in primis il New York Times - e riviste americane, annotando con cura certosina frasi idiomatiche della lingua inglese, non altrimenti reperibili. In oltre cinquant’anni di vita culturale nella Grande Mela - dove era giunto nel 1963 per una sua opera messa in scena da Lee Strasberg, poi per insegnare alla Columbia University e all’Hunter College, quindi per un’intensa attività drammaturgica - Mario Fratti rivela, con questa curiosità d’indagine sulla qualità della lingua inglese, una passione che va ben oltre l’interesse verso un idioma. Una lingua, l’inglese, che in più occasioni ha dichiarato d’amare, esaltandone l’efficacia e la spigliatezza.
     
    D’altronde, la sua stessa capacità d’armeggiarla in maniera brillante nella sua produzione di commedie e drammi teatrali è la rappresentazione icastica che la padronanza di quella lingua è diventata così forte patrimonio, al pari dell’italiano, da avergli conquistato l’ammirazione degli americani per il suo teatro. Asciutto, tagliente, imprevedibile il suo teatro, dove la costruzione letteraria e drammaturgica è talmente aderente al costume e alle abitudini di quel popolo da avergli procurato apprezzamenti e successi talvolta ben più significativi di quelli che gli americani hanno riservato a giganti della loro drammaturgia, quali Tennessee Williams, Arthur Miller, Thornton Wilder, Edward Albee, Eugene O’ Neil.
     
    E la cifra del successo di Fratti sta proprio nella sua capacità di scrivere teatro con un fraseggio dialogico che non ricorre a fronzoli, a giri di parole, ma è diretto, penetrante, fulminante, quando con finali del tutto inattesi e sconcertanti riesce sempre a stupire. Eppure, alla straordinaria fecondità della produzione teatrale, il drammaturgo aquilano, ormai trapiantato a New York, ha coltivato un insospettato interesse filologico, un’attenzione alle qualità e alle raffinatezze della lingua inglese, da portarlo ad annotare con regolarità e passione frasi e locuzioni singolari, con il relativo significato in italiano, che hanno riempito una mole impressionante di pagine di quaderni.
     
    In questo pelago di ricchezze idiomatiche si è avventurata Emanuela Medoro. Non senza qualche incertezza e dubbio, all’inizio, se non altro per la difficoltà d’operare una selezione tra tanta disponibilità. Se posso fare un’annotazione personale, io l’ho certamente incoraggiata in questa iniziativa. Per almeno tre ragioni. Non posso osare nel riconoscerne un valore filologico, non avendo la necessaria conoscenza dell’inglese per dare questo giudizio. Eppure questa potrebbe essere una prima ragione. La seconda è quella di mostrare, di Mario Fratti, un interesse spinto fino alla scoperta d’ogni dettaglio della caratura idiomatica d’una lingua, che peraltro passa per l’essere semplice e stringata. La terza ragione credo di significarla nel rilevante valore di quest’accurata documentazione linguistica di Mario Fratti, che immagino non abbia precedenti.
     
    Mi spingo a ritenere che tale mole di patrimonio idiomatico sia anche il modo di certificare, attraverso la singolare e duttile modularità del fraseggio, l’anima profonda d’un popolo, e l’indole, che traspare dalla fioritura della sua parola. Fratti l’ha rinvenuta ed archiviata meticolosamente nei suoi quaderni, l’anima del popolo americano, dentro la ricchezza linguistica magari difficile da trovare in letteratura e che invece è rinvenibile nella lingua quotidiana, che sia di strada o delle élite culturali, riportata nelle pagine dei giornali.
     
    Qui sta anche la preziosità di questa piccola opera d’arte di Emanuela Medoro. Non era e non è intenzione dell’autrice dare senso esaustivo a questa iniziativa di documentazione sull’opera del nostro insigne concittadino. Al più, vuole tentare di dare solo saggio del rilevante cespite linguistico accumulato da Mario Fratti, sottoponendo ai lettori desiderosi di scoprire la lingua degli americani un esempio della ricchezza espressiva, che è anche sintomo della cultura d’un popolo. Una piccola ma significativa selezione espunta da una dotazione rilevante di locuzioni, che ad altri - linguisti, filologi ed accademici - potrebbe interessare compiutamente per studio e trattazione. Resta sicuramente illuminante la doviziosa curiosità che alimenta l’intensa vita culturale del nostro concittadino Mario Fratti. Che ci fosse noto come uno degli autori di teatro più grandi e famosi nel mondo, è del tutto acclarato. Mentre è per noi sicuramente una sorpresa scoprirlo nell’inconsueto sconfinamento: un Fratti così particolare ed imprevedibile anche nel campo della ricerca filologica, come solo il suo teatro poteva averci abituato.       
     
    Mario Fratti, professore emerito presso l’Hunter College, è un drammaturgo e critico teatrale di fama internazionale. Autore di oltre ottanta opere per il teatro, commedie e drammi, tradotte in una ventina di lingue e rappresentate in seicento teatri di tutto il mondo, è meglio conosciuto per il suo musical Nine (ispirato dal famoso film di Fellini, 8 e mezzo), che nella sua produzione originale del 1982 ed in quelle successive ha vinto numerosi premi, tra cui 7 Tony Award, che per il teatro è come l’oscar per il cinema. Mario Fratti è nato a L’Aquila il 5 luglio 1927. Vive a New York dal 1963. Oltre ai suoi scritti drammaturgici, di recente Fratti ha pubblicato il romanzo “Diario proibito” (Graus Editore, Napoli 2013), ambientato nella sua città natale, e la silloge poetica “Volti” (Edizioni Tracce, Pescara 2014). Scrive note di critica teatrale per America Oggi, il più diffuso quotidiano italiano negli Stati Uniti, e per nove giornali europei.
     


  • L'altra Italia

    6 aprile 2009 - terremoto dell'Aquila. Un ringraziamento e un augurio


    Oggi è il 6° anniversario del terremoto dell'Aquila, il 6 aprile 2009 alle ore 3:32. Mentre il pensiero va commosso alle 309 vittime del sisma - molti i giovani e i bambini -, alle sofferenze morali e materiali di una città lacerata nel profondo, forte si avverte il senso di gratitudine verso tutti i Volontari che da ogni parte d'Italia vennero a soccorrerci, o che da ogni angolo del mondo ci furono vicini con la solidarietà e l'affetto.


    Eccezionale fu la vicinanza delle comunità abruzzesi nel mondo, cui va il nostro pensiero riconoscente e grato. 
     
    Questa Pasqua di Resurrezione ci fa sperare sulla rinascita di una città che sta già risorgendo, tra tanti problemi ancora. Ci fa pensare alle giovani generazioni, al loro futuro nella città e nei suoi borghi ricostruiti.


    Tra le tante difficoltà che bisogna affrontare - e anche qualche squallore! -  non viene meno la speranza e la determinazione di riconquistare la bellezza di una città straordinaria di preziosità artistiche e culturali, ma anche una comunità che sappia, nella concordia, lavorare insieme per il proprio destino. Memoria e futuro, dunque, superando le difficoltà innumerevoli del presente. Affido l'anelito di speranza al messaggio contenuto in questo video, realizzato da adolescenti, oggi, ancora bambini in quel 6 aprile del 2009 >>>
     
     
     
    Un buon augurio per la tua rinascita, L'AQUILA, coraggio e buona fortuna a tutti gli Aquilani!


  • L'altra Italia

    L'Uomo Carbone e Marcinelle


    L’AQUILA – Sabato 21 marzo è una bella giornata di sole all’Aquila. L’inizio della primavera è splendente, nel parco del Castello cinquecentesco. Molti giovani si godono l’insolito tepore in attesa dell’apertura dell’Auditorium progettato da Renzo Piano, dove alle 10 il Teatro Sociale di Pescara porta in scena “L’Uomo - Carbone”, un dramma scritto nel 2010 da Michele Di Mauro e Federica Vicino. L’iniziativa, promossa dalla prof. Luciana De Paolis e prontamente accolta dalla dirigente Serenella Ottaviano, è destinata agli studenti degli Istituti Superiodi di Studi “Leonardo da Vinci” e “Ottavio Colecchi” dell’Aquila. Gli studenti possono così conoscere un pezzo di storia dell’emigrazione italiana in Belgio, attraverso il drammatico racconto della vita nelle miniere di carbone, fino a quel tragico 8 agosto del 1956, quando nella miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle esplose la tragedia che fece 262 vittime, tra cui 136 italiani.
     
    Pagina luttuosa della nostra emigrazione, purtroppo non la sola - quest’anno ricorre il 50° anniversario della tragedia di Mattmark, in Svizzera -, che richiama la responsabilità di far conoscere la diaspora italiana per il lavoro nei cinque continenti. Ora all’estero sono 80 milioni gli oriundi italiani delle varie generazioni. Un’altra Italia, più grande di quella dentro i confini, che ha saputo farsi apprezzare, conquistando rispetto e prestigio in ogni angolo del mondo dove il talento e la creatività dei nostri emigrati si sono affermati in ogni campo. E’ necessario, quindi, che il rilevante fenomeno migratorio italiano, con i suoi risvolti sociali, economici e politici, entri finalmente nelle scuole e nelle università.
     
    Ecco, dunque, l’importanza di questa iniziativa, germinata l’anno scorso a Torricella Peligna durante il Festival “Il dio di mio padre” dedicato a John Fante, dove nel focus riservato all’emigrazione venne presentato il romanzo “L’Uomo - Carbone” (SensoInverso Edizioni, 2013) di Michele Di Mauro, che lo stesso autore ha scritto dopo aver composto, nel 2010, l’omonima in pièce teatrale. In quell’occasione, presente la prof. Luciana De Paolis, nacque con lo scrittore l’idea di proporre l’opera agli studenti aquilani, ora diventata realtà grazie anche alla collaborazione delle docenti Ventura Cinque, Sara Ricci, Marcella Gigante e Nadia Drago che sul tema delle migrazioni hanno svolto con gli studenti una puntuale progetto di studio e riflessione, del quale hanno dato un saggio come anteprima allo spettacolo, esponendo i lavori della loro ricerca. Ma veniamo all’opera di Michele Di Mauro, con lo stesso autore nelle vesti di attore, rappresentata con forte intensità dagli attori del Teatro Sociale di Pescara, per la regia di Federica Vicino, che collaborò alla stesura del testo.
     
    Una performance davvero eccellente. Un pugno allo stomaco. Commovente. Gli attori fanno il miracolo di portare all’attenzione e al silenzio gran parte degli studenti che, durante l’esposizione del loro lavoro di ricerca prima dell’inizio dello spettacolo, non facevano altro che parlare tra loro, creare disturbo o immergersi nella contemplazione dei loro telefonini. Poi il dramma li ha assorbiti e coinvolti, in un silenzio assoluto e con l’emozione che si taglia a fette. Potenza della drammaturgia e del suo linguaggio, che sa portare le storie direttamente al cuore degli spettatori, in quel colloquio diretto, quasi carnale, che solo il palcoscenico riesce a stabilire tra attori e pubblico. Forte la recitazione di Michele Di Mauro e dei suoi colleghi attori. Un lungo, convinto applauso liberatorio scioglie il groppo in gola che ha preso gran parte del pubblico, talmente coinvolgente è stata la narrazione scenica della vita in miniera attraverso la vicenda umana dei due fratelli minatori, Antonio e Sandro - la pièce racconta una storia vera -, fino a quella mattina dell’8 agosto 1956, quando si consumò la tragedia. Sandro si salvò solo per non essersi svegliato in tempo per scendere a lavorare nel Pozzo numero 1 della dannata miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle.
     
    Nel secondo dopoguerra, tra Italia e Belgio, il 20 giugno 1946, fu stipulato un accordo che prevedeva l’invio di 50mila lavoratori in cambio di carbone. Il Belgio concedeva quindi la possibilità di occupazione nelle sue miniere di carbone, riconoscendo all’Italia per ogni lavoratore la fornitura di un certo quantitativo di carbone. Questo romanzo di Michele Di Mauro, e l’opera teatrale da cui è ispirato, ci proietta sotto terra insieme ai minatori che hanno versato sudore e sangue per inseguire i loro sogni, scoprendosi poi come topi in gabbia, in condizioni di lavoro disumane e senza vie di scampo. “L’Uomo-Carbone”, sia il romanzo che il dramma teatrale, racconta con grande efficacia la miniera, attraverso la narrazione di Antonio e Sandro, due fratelli originari di un piccolo paese d’Abruzzo. Dopo un tragico incidente in miniera, in cui il padre perde la vita, i due fratelli acquisiscono come risarcimento il diritto di andare a lavorare in Belgio. Mentre Antonio, il maggiore, è entusiasta di questa opportunità, Sandro – diverso dal fratello per carattere e inclinazioni, sognatore ed amante dei libri – vive invece tale situazione con rabbia, considerandola uno squallido baratto, persone contro carbone. Una volta in Belgio, nella miniera dove sono destinati, conoscono molti connazionali, discutono di sogni ed aspettative, ma si scontrano con la cruda realtà delle condizioni di lavoro, con le vessatorie clausole del contratto, con la diffidenza dei cittadini belgi. La lettura del libro, come lo spettacolo, rivelano efficacemente l’altro di questa storia. Michele Di Mauro, autore del volume e del dramma teatrale, è nato nel 1973 a Lesina, in provincia di Foggia. Si è laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Chieti. Cardiologo e cardiochirurgo, con un forte impegno sui temi sociali, dagli anni ’90 Di Mauro si è dedicato al teatro, come autore ed attore. Nel 2006 ha fondato, insieme a Federica Vicino, il Teatro Sociale di Pescara, che produce pièces teatrali inedite a carattere storico, sociale e civile. Considera come una specie di missione civile portare, dal 2010, nelle scuole e nei teatri questo dramma “L’Uomo Carbone”. Con tutte le motivazioni possibili, se ripercorriamo la storia.
     
    L’8 agosto del 1956 la tragedia nella miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle, rivelò con i numeri del disastro - 262 morti di cui 136 italiani - l’immane dimensione del sacrificio abruzzese, con 60 vittime, in gran parte originarie di Manoppello, Lettomanoppello, Tuttivalignani, Roccascalegna, Farindola. Una tragedia sul lavoro che denunciò la sommarietà se non l’assenza delle condizioni di sicurezza in miniera, la lacunosità della previdenza e dell’assistenza ai lavoratori, il vergognoso contratto tra i due Stati, per il quale i lavoratori destinati in miniera avevano rilevanza solo per assicurare le forniture di carbone all’Italia. La tragedia, con la dolorosa eco che immediatamente si diffuse in Italia e nel mondo, costrinse i parlamenti e i governi a scrivere norme per la sicurezza sul lavoro e la previdenza. Quella data e quella tragedia sono ora state riconosciute nella memoria collettiva del nostro Paese, come Giornata del lavoro italiano nel mondo.
     
    Ci sono stato io, a Marcinelle, due anni fa. Sono stato un’intera giornata nella miniera di Bois du Cazier. Mi sono fermato a riflettere, nella stanza del Memoriale delle vittime. Ho letto i nomi delle 60 vittime abruzzesi: 23 erano di Manoppello, 6 di Lettomanoppello, 6 di Farindola, 9 di Turrivalignani, 6 di Roccascalegna, 2 di Castel del Monte, e una vittima ciascuno di Alanno, Elice, Rosciano, Casoli, Castevecchio Subequo, Sant’Eusanio del Sangro, Ovindoli e Isola del Gran Sasso. Le altre vittime italiane provenivano dalla Calabria (4), Campania (2), Emilia Romagna (5), Friuli Venezia Giulia (7), Marche (12), Lombardia (3), Molise (7), Puglia (22), Sicilia (5), Toscana (3), Veneto (5) e Trentino (1). Al processo che seguì, l’unico condannato, in appello, fu il direttore dei lavori. Nel locale delle testimonianze sono apposte le targhe commemorative, da tutta Europa. La miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle, per preservarne la memoria imperitura contro i tentativi di cancellarne la storia, trasformando la destinazione d’uso del luogo, è stata riconosciuta dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Tante cose sono cambiate da quegli anni, per i nostri emigrati in Belgio. Oggi l’Abruzzo può andare fiero d’un fatto straordinario: il figlio d’un emigrato abruzzese di San Valentino, in provincia di Pescara, è diventato Primo Ministro del Belgio. Elio Di Rupo è motivo d’orgoglio per l’Italia e per l’Abruzzo, terra dei suoi padri.
     
    Il progetto di ricerca che le due scuole aquilano hanno sviluppato e la rappresentazione teatrale “L’Uomo-Carbone” sono state iniziative importanti per far conoscere agli studenti una piccola parte della storia dell’emigrazione italiana, attraverso la tragedia di Marcinelle e il lavoro nelle miniere. Credo che nei viaggi d’istruzione le scuole italiane dovrebbero inserire una giornata a Marcinelle, al Bois du Cazier. A cominciare dalle scuole superiori dell’Abruzzo. Si dovrebbe studiare quella tragica vicenda e visitare quella miniera. Una pagina nera del lavoro italiano all’estero, non la sola purtroppo. Oggi siamo portati a celebrare la parte gloriosa dell’emigrazione italiana, i tanti successi raggiunti dai nostri emigrati. Ma talvolta sfugge ciò che c’è dietro in termini di sacrifici, pregiudizi, umiliazioni e morti, prima che gli italiani abbiano potuto finalmente affermarsi, riscattare una vita dignitosa, conquistare stima e prestigio per il loro talento e la voglia di farcela. E’ un compito, questo, che spetta alle istituzioni, cancellando quella specie di rimozione dalla memoria del fenomeno migratorio italiano. Spetta alle scuole e alle università studiare e fare ricerca sulla nostra emigrazione. Non è più accettabile che la storia dell’emigrazione, che ha coinvolto milioni d’italiani a cavallo di due secoli, non entri ancora pienamente nella Storia d’Italia.   



  • L'altra Italia

    La lingua italiana è uno spettacolo

    FIRENZE - Qual è lo stato di salute della lingua italiana? In questi tempi di massiccia contaminazione con linguaggi imposti dal web, di migrazione verso altre lingue e di  fastidiosi barbarismi, l’interrogativo rimbalza spesso sui media, suscitando intriganti dispute
    tra esperti e cittadini preoccupati di una costante erosione della nostra bella lingua. Ma l’argomento è anche croce e delizia delle comunità italiane all’estero, da un lato fortemente interessate a tutelare e promuovere la nostra lingua, con una passione senza pari, insieme alle istituzioni culturali e in primis la Dante Alighieri; dall’altro mortificate dal crescente disinteresse dei vari Governi che fanno a gara nel contrarre le già magre risorse destinate alle politiche culturali all’estero. E pensare che proprio sull’espansione della lingua e della cultura italiana si rafforza l’interesse verso il nostro Paese e il Made in Italy. Quanto di più crescerebbe il richiamo verso l’Italia se solo s’investisse un po’ di più all’estero su lingua e cultura, stimolando ancor più l’attenzione già innata verso il Belpaese. Malgrado la disattenzione e le grame risorse, oggi l’italiano si colloca al quarto posto tra le lingue più studiate al mondo. Orbene, proprio nell’ambito dell’azione di tutela, diffusione e valorizzazione in Italia e nel mondo della nostra amata Lingua, la società Dante Alighieri di Firenze ha promosso, in collaborazione con la Compagnia delle Seggiole, un originale evento teatrale dal titolo “Sao ko kelle terre”, su testo di Marcello Lazzerini.  

    Già giornalista Rai, Marcello Lazzerini ha scritto numerosi libri - tra i quali “La leggenda di Bartali”, Premio Bancarella Sport 1993 - e vari lavori teatrali. Tra questi ultimi mi piace ricordare “Celeste e Galileo”, che debuttò nell’ottobre 2010 a New York nell’ambito delle iniziative per il Mese della Cultura italiana,  per iniziativa del grande drammaturgo Mario Fratti. Alla “prima” di quello spettacolo, al Theater of the New City, anche chi scrive ebbe l’opportunità di partecipare, apprezzandone la forte suggestione e il successo che il dramma raccolse, con una superba interpretazione di Sandro Carotti e Laura Lamberti. Un elegante, sofisticato dramma basato sulla vita di Celeste che, religiosissima, ama suo padre Galileo e soffre per la persecuzione cui la Chiesa sottopone lo scienziato pisano. E’ un testo di grande finezza, ispirato alla corrispondenza effettivamente avvenuta tra Celeste e suo padre, nel decennio precedente il 1633, l’anno del processo al grande scienziato e della condanna per eresia, che poi lo condusse all’abiura delle sue teorie astronomiche.

    Marcello Lazzerini ha inoltre scritto una serie di “Faccia a faccia improbabili” per la Radio Vaticana, quali Galileo, Vespucci, Lorenzini, La Palla, Monna Lisa, e il Ventaglio. Queste opere su singolari colloqui con personaggi del passato sono state riproposte dal vivo e con successo dalla stessa Compagnia, la quale ha messo in scena anche altri testi dell’autore, dedicati al dialogo tra Shakespeare e Galileo e tra Galileo e Leonardo, rappresentati in occasione dei 90 anni della Radio ( “90 anni on Air”) nella sede della Rai Toscana, ai “Salotti di Firenze Capitale”. Su questa nuova produzione teatrale “Sao ko kelle terre” rivolgo qualche domanda all’autore Marcello Lazzerini.

    Marcello, come è nata l’idea di dedicare uno spettacolo alla Lingua italiana?

    “Dal desiderio di conoscere lo stato di salute della nostra lingua e di metterne in luce – di fronte ai barbarismi ed agli eccessivi anglismi che denotano, diciamolo, un certo provincialismo, i tanti colori e le mille sfumature che costituiscono la sua ricchezza, l’armonia, la musicalità, in una parola la bellezza, di cui dovremmo essere orgogliosi. Quale dunque miglior modo dunque se non quello di chiederlo direttamente a lei, alla ……Signora Lingua!”

    Si tratta, dunque, di un’intervista ( in) credibile alla …Signora Lingua, secondo il tuo ormai collaudato schema?

    “Anche, ma non solo. L’ insolito e, diciamo pure, originale dialogo con la Signora Lingua è il filo conduttore di uno spettacolo magistralmente interpretato dagli attori della Compagnia delle Seggiole, che unisce l’elemento divulgativo al divertimento, ripercorrendo i momenti salienti della sua vita, dalla nascita ai nostri giorni, che narra delle sue gioie e dei momenti difficili, nonché delle sue aspettative circa il futuro.”

    Perché quel titolo non a tutti comprensibile?

    “Perché è il certificato di nascita della lingua, sancito in un atto giuridico, il  Placito Capuano, in cui è riportata per la prima volta non in latino ma in volgare la nota frase “Sao ko kelle terre, per kelle fini que qui contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti”. E’ la testimonianza in base alla quale il giudice confermò l’assegnazione di alcune terre della piana tra Capua e Benevento, rivendicate da un privato, ai monaci dell’Abbazia di Montecassino. Parliamo del 960 dopo Cristo. Da qui prende le mosse lo spettacolo.

    Che, se ho ben capito, è una sorta di bignami della storia della letteratura. Come si sviluppa?

    “Fabio Baronti, capocomico della compagnia, veste i panni di un giornalista a colloquio con una “Signora” (Sabrina Tinalli, che cura anche la mise en espace) elegante e raffinata, ma anche ciarliera e talvolta spudorata: è proprio lei, la Lingua Italiana nelle sue mille sfaccettature. Il dialogo tra i due è originale, sin da subito la donna rivela di non provare alcun fastidio per i “barbarismi” subiti da parte delle innovazioni mediatiche: il tutto comunque contribuisce alla sua diffusione; in fondo anche in epoche passate è stata vittima di angherie e corruzioni, non solo nell’ultimo secolo! Durante l’intervista viene rappresentata la scena del Placito e da lì si ripercorrono le tappe salienti della vita della lingua italiana, grazie anche all’ausilio di immagini, filmati e contenuti musicali, la cui proiezione è intervallata dalle appassionate interpretazioni delle opere dei maggiori autori della letteratura italiana interpretate dagli attori della compagnia (Fabio Baronti, Marcello Allegrini, Luca Cartocci, Andrea Nucci, Silvia Vettori). Del gruppo fanno parte anche Vanni Cassori, per i contenuti musicali, e Daniele Nocciolini, tecnico video, mentre i contenuti video sono di Andrea Nucci. Il tutto si snoda - questo il giudizio di quanti lo hanno visto ed accolto con entusiasmo - con garbo e leggerezza, ma senza tralasciare nessuno dei nomi che hanno dato lustro al nostro paese. Un ringraziamento particolare va dato anche ad Antonietta Ida Fontana, Presidente della Società Dante Alighieri di Firenze - ed ex Direttrice della Biblioteca Nazionale - per la preziosa collaborazione al testo e per la disponibilità della sede. Infatti, proprio nel suggestivo oratorio di San Pierino, in via Gino Capponi a Firenze, abbiamo messo in scena le prime rappresentazioni: la più recente il 24 febbraio scorso.”

    E’ uno spettacolo esportabile?

    “Certo, ovunque in Italia e all’estero, come tutti gli altri che sono nel repertorio della Compagnia, che ha al suo attivo un’importante tournée a Kyoto con Mandragola e che opera soprattutto in luoghi storici e museali, quali Palazzo Corsini, Casa Martelli, Villa La Petraia, il Corridoio Vasariano, gli Uffizi, la Certosa, Palazzo Davanzati e tanti altri. Penso anzi che “Sao ko kelle terre” potrebbe interessare le varie Società della Dante Alighieri sparse nel mondo, gli Istituti di Cultura, le istituzioni scolastiche. La bellezza della nostra lingua è un segno della nostra identità.”

    Altri spettacoli in programma?

    I “Salotti di Firenze Capitale”, nella ricorrenza dei 150 anni (qui mi sono avvalso anche della testimonianza di un giovane Edmondo De Amicis), e mi auguro nuove repliche di “Celeste e Galileo” a Villa Il Gioiello, ultima  dimora del grande scienziato e, spero, dell’altro spettacolo “Divento vento”. Tutti lavori che hanno ottenuto calorosi consensi.”

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