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Articles by: Goffredo Palmerini

  • Mario Fratti durante l'onorificenza a L'Aquila
    Arte e Cultura

    Orgoglio aquilano per i 90 anni di Mario Fratti

     

    Mario Fratti è tornato nella sua citta natale, L'Aquila, che lo ha accolto a braccia aperte. Il drammaturgo ha accettato l’invito del Presidente del Consiglio Regionale d’Abruzzo, Giuseppe Di Pangrazio, raggiungendo l’Emiclico per l’omaggio che l’Ufficio di Presidenza dell’Assemblea legislativa abruzzese ha pensato di riservargli proprio nel giorno del suo 90° genetliaco.

    Il primo impegno è l’intervista a tutto campo che egli rilascia a Giampaolo Arduini, capo dell’Ufficio Stampa, per le telecamere del Consiglio Regionale. Il drammaturgo aquilano, come sempre efficace, non si perde in giri di parole ed è netto nelle risposte. Una bella intervista. Alle 10 e mezza si va al 4° piano, per un incontro privato con il Presidente del Consiglio Regionale. Fratti si ferma un attimo per ammirare da una delle finestre del Palazzo la splendida facciata romanico-gotica della Basilica di Santa Maria di Collemaggio, tra le più preziose meraviglie architettoniche della città capoluogo d’Abruzzo, il monumento insigne dove Celestino V fu incoronato papa il 29 agosto 1294, annunciando l’istituzione della Perdonanza, il primo giubileo nella storia della Cristianità che da 723 anni si celebra aprendo la Porta Santa della basilica, dai Vespri del 28 a quelli del 29 agosto d’ogni anno.

    “Benvenuto! Come la debbo chiamare? Professore?”, l’accoglie così il Presidente Di Pangrazio, andandogli incontro. “Presidente, chiamami Mario, tra abruzzesi diamoci del tu”, replica Fratti con un sorriso solare che gli illumina il volto, gli occhi cerulei e il pizzetto di barba bianca che, di profilo, tanto lo fa somigliare a Pirandello. E subito il dialogo lascia le felpate formalità istituzionali e diventa colloquio amichevole, che apre immediatamente alla conoscenza reciproca, alla confidenza, al racconto delle esperienze. E’ un ciclone di simpatia, Fratti. Travolgente. Empatico. Diretto. Una straordinaria capacità di dialogo e di chiarezza, la sua. Con lampi di parole e opinioni monde da ogni circonlocuzione illustra al Presidente Di Pangrazio, in risposta a puntuali domande - e al Consigliere Segretario Giorgio D’Ignazio che gli siede accanto -, il pensiero sull’America, la storia della singolare sua “emigrazione” a New York nel 1963, il suo amore per l’Italia - “…quando vedo la bandiera dell’Italia, mi commuovo!” -, il segreto del grande successo come scrittore che, con una modestia non comune, egli imputa per metà a semplice fortuna. E poi il valore del sorriso e del dialogo, specie nella politica, e della collaborazione per il bene comune.

    Quindi l’amore per l’Abruzzo. E per L’Aquila, la sua città dove ha nitidi ricordi dei primi suoi venti anni, delle tragedie della dittatura fascista e dell’occupazione nazista, dei giovani 9 Martiri aquilani catturati e uccisi dai tedeschi, ai quali avrebbe potuto aggiungersi anche lui, se avesse accettato la sollecitazione dell’amico Giorgio Scimia.

    Ne ha scritto un dramma di questa storia, parlando della sua “codardia”. Ha poi raccontato quegli anni terribili in un romanzo scritto negli anni Cinquanta, ma che nessun editore volle pubblicare per la sua crudezza. E’ uscito solo nel 2013 per Graus Edizioni, sotto il titolo “Diario Proibito. L’Aquila anni Quaranta”. Bastano appena una ventina di minuti perché Fratti si riveli a tutto tondo, nel suo pensiero letterario e politico, nella sua umanità, nel suoi valori di fondo. Con gli occhi sempre rivolti agli ultimi, ai diseredati, ai meno fortunati, alla libertà e alla giustizia. Ma dell’incontro con il Presidente del Consiglio Regionale la giovialità, la semplicità del tratto e il sorriso sono la cifra.

    Sono quasi le 11, è l’ora di scendere nella Sala Pinacoteca “Benedetto Croce” per la cerimonia, il pubblico e la stampa attendono l’arrivo di Fratti con curiosità e interesse. L’evento, annunciato da giorni, ha riempito intere pagine di numerose testate abruzzesi e italiane, di agenzie internazionali e anche sulla stampa italiana all’estero. Alcuni registi ed autori di teatro sono venuti anche da lontano per abbracciarlo. Il Presidente Di Pangrazio invita il drammaturgo a sedere al centro, tra lui e il Consigliere D’Ignazio.

    Porge all’illustre ospite il saluto dell’istituzione, con parole intense, per nulla di circostanza. Parla dei 90 anni dello scrittore che non pesano sul suo entusiasmo e la sua energia. Ricorda come nel 2007 Fratti venne all’Aquila per il suo 80° compleanno, vivendo la festa a sorpresa che il Comune e il TSA gli prepararono. Connotate d’orgoglio, di affetto, di stima profonda e di gratitudine le parole del Presidente, per l’onore che in ogni angolo del mondo Mario Fratti rende all’Abruzzo con il suo prestigio di drammaturgo, grazie alle sue opere tradotte in 21 lingue e rappresentate in oltre 600 teatri in tutti i continenti. Gli consegna quindi una Targa con un medaglione tondo di bronzo dov’è raffigurato il Guerriero di Capestrano - il re vestino Nevio Pompuledio, VI secolo a.C. - simbolo di libertà e dell’Abruzzo. Legge poi la pergamena che accompagna il riconoscimento.

    a Mario Fratti,
    drammaturgo insigne e docente universitario emerito
    punto di riferimento della Cultura italiana negli Stati Uniti d’America
    il Consiglio Regionale d’Abruzzo
    in segno di ammirazione e gratitudine  
    per l’onore e il prestigio che in ogni angolo del mondo
    Egli rende all’Abruzzo sua terra d’origine
    L’Aquila, 5 luglio 2017
    nel giorno del suo 90° Genetliaco

    Il Presidente del Consiglio Regionale
    Arch. Giuseppe Di Pangrazio

    “Non è né l’unico, né l’ultimo riconoscimento - aggiunge Di Pangrazio -, basti questo a far comprendere che il Consiglio sta ragionando su ulteriori iniziative per rendere onore ai meriti dello scrittore. Chi vuole intendere…”, lasciando capire che l’Assemblea abruzzese si va orientando nella decisione di concedere la più alta onorificenza regionale al grande drammaturgo aquilano. Ha infine concluso affermando che “questo è un giorno straordinario, carico di emozioni. Per la comunità abruzzese è un onore reale, forte, avere tra noi Mario Fratti, è un simbolo per la nostra terra!”. Lo scrittore, toccato dall’emozione, ma con il grande sorriso aperto, afferma: “Sono felicissimo di essere tra la mia gente, nella mia città dove sono nato 90 anni fa. Mi sento amato e rispettato, forse per la mia cordialità e positività. Cerco di costruire un futuro migliore. Nelle mie opere, contrariamente a certi film o drammi teatrali dove non si capisce mai come finiscono, c’è sempre una conclusione positiva e chiara. Secondo me il dovere principale di un autore è proprio questo. Il sorriso mi ha aiutato tutta la vita a parlare con tutti. Rompe la diffidenza, aiuta a dialogare anche con chi ha un’avversione. Io credo nell’Uomo, nonostante l’uomo. Credo nell’Uomo…, nonostante Trump! La mia qualità è l’essere sempre ottimista e persistente. Quando parlo con i giovani, li invito ad essere persistenti. Anche quando si hanno sconfitte bisogna persistere, perché arriverà il momento del trionfo. Essere ottimisti e impegnarsi, le cose miglioreranno. Sono anche felice perché ho visto che L’Aquila sta rinascendo. Ieri pomeriggio ho fatto una passeggiata nel centro storico. Ho visto la mia casa in via Cembalo de’ Colantoni, i lavori non sono cominciati, ma molti cantieri in città sono all’opera e la ricostruzione procede spedita. Anche quando ho visto case lacerate, ho avuto gioia al pensiero che presto saranno restaurate. Vuol dire che gli amministratori stanno lavorando bene. In America si parla bene dell’Aquila, la percezione è positiva, c’è simpatia dopo un terremoto disastroso. Abbiamo cercato di portare il nostro aiuto. L’Aquila rinascerà, avremo una città molto più bella di prima!”

    Il presidente Di Pangrazio chiama infine chi scrive a portare una testimonianza. Cerco con poche parole di dare un tratto della personalità dello scrittore e della sua sensibilità umana, aperta ai valori positivi, all’attenzione verso gli umili, alla pace. “Non è ora l’occasione per parlare del drammaturgo e delle sue opere, se ne trova ampio riferimento in quanto s’è scritto anche in questi giorni su tutta la stampa abruzzese, italiana e anche all’estero, dagli Stati Uniti al Brasile, dall’Argentina alla Svizzera e oltre. Voglio invece annotare come Mario Fratti, con la sua semplicità e bonomia, dà il senso di come stare bene nel mondo. Chiunque l’abbia visto nel suo ambiente, a New York, ha avuto la percezione immediata della considerazione e del prestigio di cui gode questo straordinario ambasciatore dell’Abruzzo, dell’Aquila e della cultura italiana nel mondo. Lì a New York basta solo dire Mario perché si sappia già che si parla di Mario Fratti. Una relazione non costruita e senza orpelli lui ha con le più alte personalità ma anche con l’homeless, con il senzatetto che chiede per strada l’elemosina, cui non solo egli dà il suo aiuto ma anche una parola di saluto e d’incoraggiamento.

    Diceva bene il Presidente Di Pangrazio, cui va il merito insieme all’Ufficio di Presidenza per questa memorabile giornata: Mario rende migliore il mondo e l’Umanità con le sue opere. Lo credo anch’io che ci sia un quid in più nelle sue opere e nella sua scrittura teatrale, ma sopra tutto nel suo modo di vivere, sempre con l’attenzione rivolta verso ogni essere umano. C’è in fondo un nuovo umanesimo in tutta la quotidianità della sua esistenza. Fratti accende speranze. Ha entusiasmato L’Aquila e il Consiglio Regionale. E’ uno dei figli d’Abruzzo davvero straordinario.” Ha dunque ragione, Mario Fratti, quando dice che tutti possiamo migliorare un po’ il mondo e l’umanità. Ciascuno facendo con amore e passione la propria parte. C’è da credergli.

    Per vedere il video con il Presidente Giuseppe di Pangrazio e Mario Fratti all'Emiciclo clicca qui, per le foto dell'onoreficenza >>> 

    Clicca qui per vedere l'intervista realizzata da​ Letizia Airos al grande drammaturgo, Mario Fratti. A Life in Theater

  • Crotone's Castle
    Tourism

    The Enchantment of Calabria

    En Route from Matera

    Save for the first golden rays of sunshine over the “Sassi,” most of the ravine is still covered in darkness as we wave goodbye to the marvels of Matera.

    The route to the other side of the ravine is long and abounds in caves and Rupestrian churches carved out of the rock side. The churches are from different epochs, the majority of which date back to the Late Medieval Period, and the most interesting house Byzantine frescoes and sculptures. The churches stand as a testament to the significant, centuries-old presence of Byzantine and Benedictine monks who devoted their lives to prayer and contemplation in this evocative, rock-and-shrub strewn wilderness overlooking the ravine. Each merits an extensive visit to fully appreciate its rough beauty, but we can only make so many stops en route to Calabria. 

    Our first is to Cristo la Selva, a church with a Romanic façade and square floor plan. Inside this enchanting space you’ll find frescoes of Saints John and Joseph, and a magnificent, wrought iron candelabrum. Next up is a group of grottoes occupying four different tiers linked by a network of white stone stairs and tunnels. Amid this group is San Nicola all’Ofra, a little church consisting of a single- nave chapel with a seashell niche and a fresco depicting the Madonna and Child. As we climb down toward Montescaglioso, we’ll make another stop at the Cripta della Scaletta. The view and setting here are breathtaking. The leafy plants and shrubs add to the landscape’s splendor and signal to us that we’re close to Murgia. The little rock-hewn temple has a stone wall dividing the presbytery from an area reserved for worshippers. 

    Back on the road, we make a windy descent toward Bradano. Here, the river coils through rushes and vegetation, which, at the start of spring, is nearly bursting with deep greens. In the distance, an eastern sun dapples the blue and turquoise Ionian Sea. Prior to Metaponto, we’ll turn onto the Ionic highway that carries us to Calabria, but not before we pay a visit to Policoro, where, in the 7th century B.C, Heraclea was founded. One of the most vibrant of the Greek colonies, it extended from the Gulf of Taranto along the entire Ionian coastline of Calabria and on into Sicily, forming the area that would become known as Magna Grecia. From the archaeological ruins, we can discern an orthogonal urban plan, an acropolis where the Policoro Castle now stands, and sanctuaries dedicated to Demeter and Dionysus. The precious, open-air archaeological digs at the Siritide Museum provide proof of the wealth and refinement of the area’s ancient inhabitants, thanks to the influence of the Achaean civilization. 

    The journey continues. A mix of salt air and eucalyptus drift up from the sea on our left. On our right, the large lush plain, once marshland, is getting ready to produce delicious fruit and vegetables bound for markets in Italy and half Europe. On the horizon, the mountainous profile of Pollino, with its crags and narrow gorges carved into its side by flowing water, slopes down toward the sea.  

    Entering Calabria

    We’ve arrived in Calabria. Those looking to escape the crowds are in for a real treat. In fact, we immediately come upon Rocca Imperiale, an ancient village crowning a hill. The village was founded around the year 1000 and, because of its proximity to the sea, fortified by Emperor Frederick II, the Duke of Swabia. Magnificent views can be had from its uniform houses, which are reached by a series of built-in steps that run all the way up the hill to the Castle, a Frederick-era construction resembling Lagospele and Lucera. Magna Grecia’s lushest strip of land often fell victim to the armies of Pyrrhus, Hannibal, the Goths, and Spartacus’ gladiators when they revolted against Rome. Now this countryside produces tasty lemons and other quality biological products.   

    We proceed at a good clip, past rolling hills scored by gullies rising up to forest-covered mountains. Below us, the green of the sea gives way to rows of cacti, which in the summer turn yellow and red, and produce delicious fruit. More villages dot the hills, more towns the marina. On one hill sits the Swabian Castle of Amendolara.  Further on, Trebisacce anticipates the Sibari Plain. There’s Cassano al Ionio, a scenic city with ancient roots that stretch back to the Neolithic Period. Neolithic ceramics and utensils were found in the karstic caves of Sant’Angelo. Here, in 720 B.C., the Achaeans founded Sibari. The colony flourished for two centuries until being destroyed by armies led by the famous Greek athlete Milo of Croton. Under the Romans, Cassano became Municipium. Then came a series of conquests at the hands of the Lombards, Normans, Swabians, Anjous, and Aragonese. In the decades spanning the year 1000, it was sacked several times by the Saracens. 

    But let’s return to ancient Sibari for a moment. The port of the Greco-Roman city was the primary stopover in the West for merchants from Mileto selling precious goods from Asia. Sibari was famous for the wealth of its land and the refinement of its citizens. After its destruction at the hands of the Crotons in 510 B.C., Pericles ordered that the Hellenic city Thurii be built over Sibari’s ruins. Three centuries later, it became a Roman colony named Copia. Today the ruins of Sibari’s ancient city are visible at a large site where archaeologists discovered baths, a temple, a theater, and the remains of Thurii. Invaluable relics are kept in the Sibaritide Archaeological Museum.   

     

    History and Beauty

    We set off once more on the arterial road that brushes up against the sea. The intense offshore colors of the Ionian turn to pearl nearer the golden shore. The water’s transparent. There’s a pleasant vibe. The small towns along the coast are modestly built and un-invasive as we draw closer to the turnoff for Corigliano Calabro. That city sits prominently on a hilltop. Its origins are probably Arabic, dating back two centuries before the year 1000. After the Norman conquest led by Robert Guiscard, the year 1073 saw the construction of the castle and church of St. Peter. The rest of the city developed around them. Corigliano was the fief of the Sangineto family, then the Sanseverino family. You can visit its beautiful churches—St. Peter’s Collegiate Church, the Carmelite Church of SS. Annunziata, the Church of San Antonio, and the church of Santa Maria di Costantinopoli, which houses an amazing 17th c. crucifix by Umile Pintorno. The mother church, Santa Maria Maggiore, was built in the 10th century and contains remarkable engraved wooden furniture and a 17th century painting attributed to Cesare Fracanzano. Also of note are the churches of Santa Anna and San Francesco di Paolo. The Castello Ducale is superb too.      

    Not 15 miles on is Rossano Calabro, another magnificent city and home to a Diocesan Museum containing the Rossano Gospels, recognized by UNESCO as one of the oldest illuminated manuscripts in the world. This ancient city (c. 1100 B.C.) became a colony of Magna Grecia and a Roman outpost when Emperor Hadrian ordered the construction of a port that could hold 300 ships. For five centuries, until 1050, the city thrived under the Byzantines both economically and culturally, and it was able to ward off invasions from barbarians, Lombards, and Saracens. Thanks to its treasure trove of Byzantine art, the city earned the nickname “Ravenna of the South.” The delicate purplish parchment of the Rossano Gospels contains 188 illuminated pages written in admirably miniature Greek characters in gold and silver ink. It dates back 14 centuries. One of the codex’s scenes (the resurrection of Lazarus) resembles one of Giotto’s frescoes in the Scrovegni Chapel in Padua, as well as a fresco by Beato Angelico in Florence’s San Marco convent. The codex is an extraordinarily beautiful work. Behind Rossano, you can see the spur of Sila up above, a wide mountainous plateau that, along with Pollino and Aspromonte, forms the Apennine spine of Calabria.  

    From Rossano we make our way toward Crotone. Halfway to Crotone is Cirò Marina, a beautiful city on the ancient site of the colony of Krimisa. Nearby, around Punta Alice, are the remains of a temple to Apollo. A popular beach resort known for its pristine waters and quality service industry, Cirò also earned a reputation for a wine of the same name made from Gaglioppo grapes, and a citrus fruit known as “Calabrian clementines.” The other wines in the area are Il Greco and Il Savuto. There are numerous monuments to visit in pretty Cirò Marina. 

    Crotone and its Vicinity

    Another 25 miles and we arrive in Crotone, the capital city of the province that has a population of 63,000 inhabitants. A former colony of Magna Graecia known as Kroton, the city is famous for its wealth, Pythagoras, and the school of metaphysics. The imposing castle, situated on a promontory over the ancient acropolis, and the 16th century fortifications erected by the viceroy of Naples Pedro da Toledo to defend again Turkish invasions, surround the mazelike old city facing the massive port. (Crotone is, in fact, the largest industrial center in Calabria.) The cathedral is definitely worth a visit, as are the castle housing the civic museum, and the archaeological museum, which has artifacts from Capo Colonna and the area around ancient Kroton. In Capo Colonna you can tour the remains of the Hera Licinia sanctuary (the base and column of a Doric temple are still standing). Grave goods, money, terracotta votives and other artifacts are on display in the archaeological museum. The coastal terrace from Capo Colonna to Capo Rizzuto is stunning: steep and rugged cliffs, bursts of Mediterranean scrub, little white sand beaches, and a sea that vaunts a variety of colors, from deep blue to emerald green, and a stupendous seabed of flora and fauna. This tract of coast has been declared a protected area by Capo Rizzuto and preserves an important environmental legacy. There are several well-established tourist facilities in the area. The coastal terrace runs all the way to Le Castella, an islet with a small Aragonese castle that now functions as a welcome center. Our journey ends (for now) in this enchanting place.

     

    * Writer and journalist Goffredo Palmerini continues his fascinating journey through the beauty of Italy.

  • Fatti e Storie

    La sorpresa dell’Aquila a Mario Fratti

    Voglio però raccontare, visto che è prossimo il suo 90° genetliaco, la sorpresa che la sua città natale gli volle tributare il 5 luglio 2007, nel giorno del suo 80° compleanno. Era venuto a festeggiarlo a L’Aquila, con i suoi familiari. Gli avevo solo accennato che ci sarebbe stata in suo onore una “piccola cerimonia” in Municipio. Lo andai a prendere in albergo, quella mattina, intorno alle 9 e mezza. Facemmo un giro nel meraviglioso centro storico della città, ancora non devastata dal terremoto, e un po’ prima delle 11 ci avviammo verso Palazzo Margherita d’Austria, sede del Comune. Sapeva d’incontrare il sindaco, on. Massimo Cialente, che voleva fargli gli auguri per i suoi 80 anni. Il sindaco, peraltro, era figlio d’un suo amico di giovinezza.

     

    Successe, invece, che Mario venne accompagnato nell’Aula consiliare. Gli andò incontro il sindaco per accoglierlo. Lo fece sistemare al centro dei banchi riservati alla Giunta, nel suo scranno, egli accanto a Mario, e all’altro lato Stefania Pezzopane, all’epoca presidente della Provincia dell’Aquila e presidente del Teatro Stabile d’Abruzzo, ora Senatrice della Repubblica. L’Aula era colma, negli scranni gli assessori, i consiglieri comunali e le Autorità della città, capoluogo della regione Abruzzo. Pieni i posti destinati al pubblico: tutti i familiari di Mario presenti, gli amici di gioventù, i suoi tanti estimatori, gli appassionati del teatro. La Municipalità aveva affidato a me l’intervento iniziale per illustrare il profilo biografico di Mario Fratti, i suoi successi, il suo talento di autore per il teatro. Seguirono i discorsi del sindaco Cialente e della presidente Pezzopane, che gli resero omaggio offrendogli una Targa d’argento e doni che esaltavano l’onore della Città e della Provincia dell’Aquila nel festeggiare l’80° compleanno di uno dei figli più illustri, conosciuto in tutto il mondo come drammaturgo insigne e fecondo.

     

    Mario ne fu commosso. Pensava che la sua sorprendente giornata finisse con quella cerimonia. Fu invece sorpreso nell’apprendere che a sera ci sarebbe stata un’appendice più congeniale alla sua vita. Infatti, il Teatro Stabile d’Abruzzo - uno dei 17 Teatri pubblici riconosciuti e finanziati dallo Stato - aveva per lui approntato uno spettacolo: una lettura scenica di brani tratti del dramma frattiano “Cecità”, interpretata dagli attori Edoardo Siravo e Vanessa Gravina. Il Teatro comunale era pieno in ogni ordine di posti. Intensa l’emozione del pubblico, quella sera. Manifesta la felicità di Mario quando, a spettacolo finito con un lungo applauso, egli salì sul palcoscenico a congratularsi con gli attori, con il direttore del TSA, Federico Fiorenza, a ringraziare la sua Città, le Autorità cittadine, tutti gli Aquilani per la straordinaria sorpresa che gli avevano riservato.

     

    Ovazione finale al suo discorso di ringraziamento. Il pubblico tutto in piedi, diversi minuti di applausi. Mario, ma anche il pubblico, pensava che la serata fosse finita lì. Invece… Mentre tutti s’apprestavano a lasciare la platea, i palchi e il loggione, sorprendentemente il sipario s’apriva di nuovo per lasciare entrare un’enorme torta con 80 candeline accese. E mortaretti scintillanti e scoppiettanti, a festa. E tante bottiglie di spumante augurali. Oltre 500 concittadini aquilani festeggiarono con Mario Fratti il suo compleanno, nel luogo suo più naturale ed amato: il Teatro. Molte volte Mario ha parlato di quel suo memorabile compleanno, nella sua amata Città, nella sua terra d’Abruzzo. Un amore così profondo e intenso per L’Aquila, il suo, che solo quello che ha per New York può stare alla pari. Da allora più volte mi ha confidato, pur tra tante soddisfazioni e riconoscimenti che gli sono stati tributati - in America, in Italia e nel mondo intero - per il suo talento creativo, che la più bella giornata della sua vita è stata quel 5 luglio del 2007 a L’Aquila. Di gioie simili spero ne abbia tante altre ancora il nostro grande Mario!

  • Beautiful Lake Garda, the largest lake in Italy
    Tourism

    Garda.142 sq mi of Nature, Food, History, and Culture

    Heading down the “Serenissima” Highway out of Verona in the direction of Milan, we hardly expect to find a trove of wonders in under twenty minutes. Yet there is the sign for Peschiera del Garda, signaling how close we are to the largest lake in Italy. A couple minutes later, we pass the lake’s main outlet, Mincio, which skirts Mantua before reaching the confluence of the Po and flowing gently into the delta.

    The natural world suddenly looks lusher. Surrounded by an enormous body of water, the area enjoys mild temperatures that allow for the active cultivation of grapes and olives, as well as cedar, orange and lemon trees—trees otherwise nonexistent at such latitudes. Spanning 142 square miles, Garda is a massive triangle of water measuring 32 miles long, from its northern tip at the spur of the Alps—Adamello and Brenta—to its southern base, where we began our journey.

    The 346-meter-deep lake was formed during the Quaternary Period, when retreating ice sheets deposited large rocks to create the incomparable beauty of its western coast. Exiting the highway at Sirmione, we spy the nearby tower of San Martino della Battaglia, a reminder of the heroic standoff between the Piedmont armies and the Austrians during the Second Italian War of Independence. The commanding, intense blue of the lake, speckled with sailboats, is a sight for sore eyes on a sunny autumn day. A light wind ripples the surface. The waves form foamy arabesques as they crash against the rocks on the shore. The quaintness of the place is complimented by its architecture: the houses, villas and gardens that surround the lake keep a respectful distance. We continue down the peninsula, the narrow, verdant spit of land that cuts into the lake. The road is bordered by well cared for plant life and pastel-colored houses.

    From Sirmione to Desenzano

    We park at Sirmione and walk the rest of the way to the entrance, which is presided over by the majestic Rocca Scaligera as well as swans that root around the banks of the moat. The crenellated castle is magnificent. Built in the 13th century under the dominion of Verona’s Cangrande della Scala, it serves as Sirmione’s marvelous anteroom. The town is laid out in the medieval style. Its narrow cobblestone streets are lined with small shops, bars and colorful window displays. Talk about charm. The various houses, hotels and shops combine to form a pleasant and harmonious whole. Near the shore, cypresses and laurel trees, myrtles and holm oaks stare into the deep waters. We stick to the road till the town recedes and the peninsula opens up, making room for hotels and spas. The top of the promontory, the highest point of the peninsula, boasts winning views of the lake.

     

    To the left it encompasses the alluring skyline of Desenzano and the impressive rocky western coast as far as Riva del Garda, and to the right it includes the low-slung Veronese shore, which only becomes hilly around San Vigilio, at the foothills of Monte Baldo. From this very spot we catch a glimpse of the remains of the Grottoes of Catullus protruding into the lake. Here, the great poet of Latin antiquity sang of the beauty of these places and his love for Lesbia. Gaius Valerius Catullus was born in Verona in 56 B.C. He lived to the young age of thirty, still long enough to pen elegies and meditations of rare intensity. During his life, he split his time between Rome—where he had friends and lovers as well as thorny relationships with Cicero and Caesar Augustus— and at his father’s house in Sirmione, where the poet felt comfortably rooted. During antiquity, Garda witnessed a sharp rise in the number of Romans, thanks in part to the fact that Via Gallica passed just to the south of the lake. That strategically important arterial road connected Mediolanum (Milan) to Aquileia. But Romans also flocked to the place for its beauty and charm, including literary and patrician figures like the poet Virgil and the historian Livy. Now this enchanting town draws a multitude of visitors. In fact all the centers around Garda have become destinations for cultural and sports tourism, the latter drawing fans of water sports and sailing. There is a steady stream of Italian tourists, but still more come from abroad, in particular Germany, as well as other European countries, North America and, more recently, the Far East.

    Magic Desenzano

    One of the biggest tourist magnets is Desenzano, a beautiful city today regarded as the capital of Garda, given its size (almost 29,000 inhabitants), its abundance of attractions, the quality of its year-round cultural events, and its fine hotels and other accommodations. From Sirmione it’s a ten-minute drive to one of the parking lots outside the city’s historic center, which is closed to traffic. This manicured urban center is more garden than city, sprinkled with colorful flowers, intriguing vistas and pretty nooks that open out to Lungolago, the boardwalk that spans almost 4 miles, from the hamlet of Rivoltella to the Lido di Lonato. The center of the city has a port from which boats ferry people to the most visited areas of Garda. To the right of the port is a magnificent walkway where you can admire the play of waves against the shore. It’s like walking on water. You can also opt for a seat on one of Lungolago’s benches and appreciate the glittering hills and mountains jutting out against the deep blue waters. At the heart of Desenzano’s historic center is Piazza Malvezzi, distinguished by its porticoes and a statue of Saint Angela Merici. The city’s patron saint was born here in 1474 and founded the Order of the Ursulines.

    Off in the wings is the Duomo. Dedicated to Mary Magdalene and open for worship since 1611, the cathedral houses valuable frescoes by Andrea Celesti and a last supper by Giovanni Battista Tiepolo. There are several routes that climb up from the historic center to the highest residential area and forming a kind of amphitheater. The 11th century Castello sits at the summit. The strategic position of the castle suggests it may have been built on top of the ancient Roman castrum. Exquisitely restored by the municipality, it now hosts exhibits and concerts. Not far from the castle lie the stunning ruins of a Roman villa that was developed over several epochs, from the 1st century BC to the 4th AD. Today you can admire the villa’s splendid mosaics, a triclinium, a viridarium with some remaining murals and various lavatories and washrooms. An Antiquarium displays relics from a dig, and the nearby Archaeology Museum, housed in a former church, contains remnants from Bronze Age settlements around Garda. Not to be missed is an oak plow from 2000 BC—to this day the oldest object in the history of archaeology. Mention should also be made of a monument in Desenzano commemorating Francesco Agello, an Italian test pilot who broke the speed record, once in 1933 and again in 1934, right here on Lake Garda. In the 1930s, a group of pilots formed the famous Reparto Alta Velocità (High Speed Team) at Desenzano’s seaplane base. With their MC 72 Mach seaplanes, they would eventually claim three world titles for air speed and break the 700 km/hour ceiling.

    Salò

    We hop back on the coastal road and take in the castles and fortresses gilding the towns that dot the hills and shores around the lake. Each merits consideration. Each merits a visit. The Lonato and Soiano del Lago castles. The impressive castle of Moniga. The fortress of Manerba. The castle of San Felice sul Benaco. Our next stop is Salò, an enchanting town nestled in a cove. The town has preserved some of the pristine counters of a rich and powerful medieval village, despite suffering serious damage in the tragic earthquake of 1901. The splendid historic center is dominated by a bulky late Gothic cathedral. Inside the church are paintings by Paolo Veneziano, Zenone Veronese, and Girolamo Romanino. As the “Magnifica Patria” capital (traces of which can be seen in the precious palace connected to the Podestà) Salò was protected by a solid city wall. It is still easy to discern the old urban layout, despite the seismic activity and rebuilding. It takes after the Lungolago. Once a stronghold of the Viscounts of Milan, in 1426 it fell into the hands of the Serenissima Republic of Venice until the end of the 18th century. Salò later garnered unwelcome notoriety when in the fall of 1943 Mussolini established the headquarters of his notorious Social Republic there.

    Don’t miss il Vittoriale

    Our trip ends in Gardone Riviera, otherwise known as Vittoriale degli Italiani, where it’s impossible for an Abruzzese such as myself to neglect to pay my respects to Gabriele d’Annunzio, even if our understanding of the world differs significantly. Born in Pescara in 1863, d’Annunzio was one of Italy’s greatest poets, dramaturges and writers—given his sheer output and linguistic innovation—and the major figure in the Decadence movement. But he wasn’t only a man of letters. He was also a politician, journalist and soldier whose heroic and reckless acts became the stuff of legend: the flight over Vienna, the Bakar mockery, the endeavor to create a free state in Fiume. D’Annunzio proved too troublesome for the fascists. Despite singing his praises, they “confined” him to Villa Cargnacco, which “Vate” himself rechristened Vittoriale and transformed into a mausoleum—of extravagant and highly questionable taste—filled with mementoes and mythological symbols that celebrated his egolatry. There, d’Annunzio indulged in his decadent taste for “excesses,” living out his days in a gloomy yet gilded solitude, until his death on March 1, 1938. Today the Vittoriale has become a monumental facility and museum. Vate’s one addition is a panoramic open-air theater. The house is currently managed by the Fondazione del Vittoriale.

     

     

  • Trieste - Piazza Unità d'italia
    Arte e Cultura

    Alla scoperta Bel Paese. Nel Friuli Venezia Giulia

    Alla scoperta delle meraviglie del Bel Paese

    E’ notte fonda d’un fine dicembre quando partiamo da L’Aquila verso il Friuli Venezia Giulia. Attraversato il tunnel sotto il Gran Sasso, alle spalle la maestosità del Corno Grande, la vetta più alta degli Appennini, scendiamo verso l’Adriatico. Viaggio tranquillo, Morfeo ha subito ghermito i miei compagni di viaggio. In autostrada solo una sosta, si fila verso il mattino. Nei pressi di Venezia, a levante, un’enorme palla di fuoco incendia l’orizzonte. Sono quasi le 8, si scorre fluidamente verso Trieste. Ancora un’ora ed usciamo al casello di Sistiana per la strada costiera, il mare è imperlato di riflessi. Si va al Castello di Miramare, prezioso tesoro d’architettura situato sulla punta del promontorio di Grignano. Una posizione magnifica per apprezzare il panorama del golfo. Voluto nel 1855 dall’arciduca Massimiliano d’Asburgo per sé e sua moglie Carlotta, fu progettato dall’architetto austriaco Carl Junker. Immerso in un enorme parco ricco di specie arboree, questa splendida dimora principesca in pietra bianca d’Istria, anche dopo la tragica morte di Massimiliano in Messico, dov’era imperatore, ospitò più volte il fratello, re Francesco Giuseppe con sua moglie Sissi, nelle numerose visite a Trieste, importante città portuale del Mediterraneo e sbocco al mare per il Regno d’Austria e Ungheria.

     

    Ammaliante la visita a Miramare. Oltre la bellezza architettonica, vi si ammirano la ricchezza degli arredi, dei dipinti e degli arazzi, la raffinatezza delle suppellettili, in un contesto che fa sognare. Riprendiamo la via per Trieste. Bella la vista sul lungomare. Poi sfarzosi palazzi fanno da quinta verso Piazza dell’Unità d’Italia. E’ il salotto della splendida città adriatica, una delle più grandi piazze aperte sul mare. Forse la più vasta in assoluto. Contornata su tre lati da stupendi edifici, schiera da sinistra il magnificente Palazzo della Luogotenenza austriaca, il Palazzo Stratti, al centro il Palazzo Modello dov’è il municipio, l’antico Palazzo Pitteri, a destra il Palazzo Venoli e il Palazzo del Lloyd Triestino, ora sede del Governo regionale. Al centro della piazza la settecentesca Fontana dei Quattro Continenti con le sue allegorie.

     

    Di fronte alla piazza, allungato sul mare, il Molo Audace, così chiamato quando la prima nave italiana - l’Audace, appunto - dopo la fine della Grande Guerra entrò nel porto di Trieste, tornata finalmente italiana. Gustate le bellezze del centro storico, crogiolo di culture con segni di nobiltà civica, ci infiliamo nel dedalo di vie che arrancano sulle le colline disposte ad anfiteatro attorno alla composizione urbana. Ricordiamo la Risiera di San Sabba, lager di sterminio nazista in terra italiana, e la Foiba di Basovizza, luogo di martirio d’italiani sotto il regime di Tito, mentre si va al Santuario di Monte Grisa. Erto a 330 metri sul mare, sul punto più alto dei colli che coronano la città, mostra una vista sul golfo davvero mozzafiato. Il Santuario è un’imponente costruzione in cemento armato a struttura triangolare. Progettato dall’architetto Antonio Guacci, dopo la fine della Seconda Guerra fu voluto dall’arcivescovo Antonio Santin per onorare un voto, promesso per proteggere la città dai bombardamenti. Dedicato a Maria Madre e Regina, fu completato nel 1965 e nel ‘92 visitato da Giovanni Paolo II.

     

    Riprendiamo il nostro viaggio verso Gorizia, tra campi conquistati tra le rocce e il vento, dove ordinati vigneti donano nettare per i sapidi vini del Carso: terrano, refosco, verduzzo, vitovska e malvasia. Una sosta a Redipuglia, dove arriviamo nel primo pomeriggio. Il Sacrario militare è immenso. Un’interminabile scalea disegna la saliente prospettiva fino al culmine, dove svettano tre grandi croci. Il motto “presente”, ripetuto all’infinito, campeggia sui frontoni dei gradoni in pietra lungo la scalinata monumentale, confinata tra due filari di cipressi. Sulla sommità dominano le tre croci, come su un doloroso monte Calvario. “Presente” è scolpito per ricordare ogni caduto di quell’enorme Memoriale, un cimitero per 100mila soldati italiani, parte degli oltre 600mila caduti nella Grande Guerra. Sono riportati in rigoroso ordine alfabetico, a ciascuno la sua lastra di bronzo. 35mila sono conosciuti con i loro nomi, 65mila sono militi ignoti.

     

    Qui nei dintorni combatté la sua guerra anche Giuseppe Ungaretti, lasciandoci struggenti liriche di sofferenza e di dolore. Nei pressi scorre infatti l’Isonzo, il fiume che fu rosso del sangue dei soldati morti in battaglia, poco distante da Caporetto, laddove il 24 ottobre 1917 il fronte cedette all’assalto dell’esercito austriaco, nella “rotta” diventata la più grave disfatta per l’esercito italiano. Seguì la dolorosa ritirata oltre il Piave, dove si preparò la riscossa per la vittoria finale a Vittorio Veneto, il 4 novembre 1918, immortalata nel famoso proclama del generale Diaz. Proprio in questi luoghi del Carso operò la Terza Armata del gen. Emanuele Filiberto di Savoia Duca d’Aosta, onorato con il grande parallelepipedo di marmo verde ai piedi della scalinata. Visitiamo pure i resti delle trincee, lì accanto, poi partiamo per Gorizia. La città confina ad oriente con il Sabotino e il Montesanto, colli cruenti nella Grande Guerra. Il sole va tramontando quando arriviamo a Gorizia, città di confine, incrocio di genti e culture. Una bella città, con una lunga storia.

     

    Dove oggi Gorizia si distende, dal I secolo a.C. sorgevano due villaggi romani, Castrum Silicanum e Pons Aesontii, come indica la Tavola Peutingeriana, copia d’una carta romana con le antiche vie militari dell’Impero. Lì, sulla via Gemina, nel punto in cui veniva attraversato l’Isonzo, c’era una stazione di posta che il governo romano riservava a dignitari e ufficiali, in viaggio per ragioni di stato. Intorno a tali strutture sulle vie consolari e militari romane si sviluppavano solitamente centri abitati. Appunto queste le prime origini dell’attuale Gorizia, allora confine con l’antica provincia romana del Norico. Ma per trovare la prima citazione della città bisogna aspettare l’anno 1001, quando Gorizia compare in una donazione dell’imperatore Ottone III con la quale si cedeva in parti uguali il castello di Salcano e la villa denominata Goriza a Giovanni, patriarca di Aquileia, e a Guariento, conte del Friuli. Dal 1090 la città venne governata dapprima dai Mosburg, poi dai Lurngau, sviluppandosi ed accrescendo la sua popolazione, costituita da friulani, giuliani, tedeschi e sloveni. La potenza militare dei Conti di Gorizia, unita ad una saggia politica matrimoniale, permise alla Contea, nel periodo di massimo splendore tra il Duecento e la prima metà del Trecento, d’estendersi su gran parte del nordest italiano, comprese le città di Treviso e Padova, parti dell’attuale Slovenia, dell’Istria, del Tirolo e della Carinzia.

     

    Gorizia ottenne il rango di città durante il regno di Enrico II (1304-1323). Nei primi decenni Quattrocento, con l’assorbimento alla Repubblica di Venezia del Principato patriarcale di Aquileia, i conti di Gorizia chiesero al Doge l’investitura feudale, riconoscendosi vassalli della Serenissima. Nel 1500 Leonardo, ultimo conte rimasto senza discendenti, alla sua morte lasciò la contea in eredità a Massimiliano I d’Asburgo. L’atto, non valido per il diritto internazionale del tempo - per il fatto che la Contea aveva vincoli di vassallaggio alla Repubblica veneta -, spinse la Serenissima a denunciare la violazione per canali diplomatici. Ma ogni tentativo veneziano di riappropriarsi della città, anche mediante la forza, risultò tuttavia vano. Occupata militarmente nel 1508 per sedici mesi, fu abbandonata dalla guarnigione veneta dopo la disastrosa sconfitta subita dai Veneziani ad Agnadello, ad opera dei Francesi. Da allora Gorizia farà parte dei domini asburgici, come capitale della Contea, entrando a metà dell'Ottocento a far parte del Litorale Austriaco. Suoi Conti saranno gli stessi imperatori asburgici, fino al 1918.

     

    Durante la Prima Guerra mondiale, con enormi sacrifici di vite umane, le truppe italiane entrarono una prima volta a Gorizia nell’agosto del 1916. Nella cruenta battaglia del 9 e 10 agosto, sul monte Podgora, persero la vita quasi 52mila soldati italiani e dalla parte austriaca ne morirono circa 41mila. Fu uno dei più grandi massacri di quella sanguinosissima guerra. Persa nel 1917 a seguito della rotta di Caporetto, la città venne definitivamente ripresa dall’esercito italiano il 7 novembre 1918. Teatro di scontri sanguinosi anche durante la Seconda Guerra mondiale. Al termine del conflitto, con il Trattato di pace, Gorizia dovette cedere alla Jugoslavia tre quinti circa del proprio territorio, ma il centro storico e gran parte dell’area urbana restarono in territorio italiano. Il confine attraversava una zona della città, lasciando nella parte non italiana anche molti edifici e strutture di pubblica utilità, tra cui la stazione di Gorizia Montesanto, sulla linea ferroviaria Transalpina che collegava la città all’Europa Centrale. La piazza davanti la stazione, divisa tra le due nazioni, dal 2004 è tornata liberamente visitabile con l’abbattimento della rete confinaria dopo l’entrata della Slovenia nell’Unione Europea. L’eliminazione del “muro” divisorio ha consentito anche di “liberare” le relazioni in territorio sloveno con la moderna città di Nova Gorica, costruita negli anni Cinquanta del secolo scorso.

     

    Dal 21 dicembre 2007, con il Trattato di Schengen, le città di Gorizia e Nova Gorica sono finalmente senza interposti confini. Il legame sempre più forte che le unisce ha permesso alle due città d’avviare un significativo processo di sviluppo, nel segno della reciproca collaborazione fra Italia e Slovenia. Negli ultimi anni, peraltro, Gorizia sta conoscendo una progressiva rinascita. Vi si respira l’atmosfera sospesa, tipica d’una città di confine con grande fermento economico e sociale, orgogliosa di mostrare le sue tante bellezze. Il Castello medievale, con l’incantevole borgo, è un vero gioiello. Dai suoi spalti la vista può spaziare sulle dolci distese di colli e sull’intera città dove in modo armonioso convivono architetture medievali, barocche e ottocentesche. La borghesia asburgica amava Gorizia per il suo clima mite: era chiamata la “Nizza austriaca”. Il clima e il contesto ambientale ne fanno un luogo ameno. Incantevoli sono i suoi parchi, come il Parco Piuma sul fiume Isonzo, il Parco del Palazzo Coronini Cronberg e il Parco Viatori.

     

    Grandi gli spazi dedicati alla cultura, con tanti musei, come il Museo della moda e delle arti applicate, il Museo della Grande Guerra e la Collezione Archeologica, il Museo del Medioevo Goriziano e la Pinacoteca di casa Formentini. Fra i molti palazzi storici della città emergono il Palazzo della Torre, Palazzo Attems Petzenstein e Palazzo Werdenberg. La storia della comunità ebraica di Gorizia è raccontata nel Museo Sinagoga Gerusalemme sull'Isonzo. Sulle alture della città si trova infine l’Ossario di Oslavia. Raccoglie le spoglie di soldati italiani ed austro-ungarici caduti durante la Prima Guerra Mondiale. Il Centenario della Guerra 1915-18 dovrebbe davvero essere occasione per far riflettere sulla tragedia di tutte le guerre e sull’insipienza umana.

     

  • Fatti e Storie

    Educare alla salvaguardia del creato in tempo di migrazioni

    Oggi la consapevolezza nei confronti del problema climatico e ambientale cresce e le potenze mondiali hanno iniziato a capire che bisogna agire per ridurre le emissioni di CO2 e che “ognuno deve fare la sua parte. Ma se aumenta l’interesse politico sul clima resta un vulnus importante sulla questione che riguarda le principali vittime del degrado ambientale e del cambiamento climatico, i poveri e i migranti. Ecco perché occorre collaborare e lavorare sulle cause dell’emigrazione e favorire uno sviluppo dei popoli nei loro Paesi. Le motivazioni che spingono a partire vanno limitate e solo attraverso una sincera e fiduciosa cooperazione si potranno ottenere dei risultati soddisfacenti.

    "La Chiesa promuove un cambiamento di mentalità, un nuovo stile di vita, una collaborazione sincera in favore dello sviluppo umano integrale – di tutto l’uomo e di ogni uomo – nel rispetto dell’ambiente. Un cambio di mentalità è possibile" – si legge nel volume di Venturi – “solo a patto si esca dalla logica del do ut des, del puro utilitarismo, che ci sia un rinnovato interesse dell’umanità per l’umanità, contro l’indifferenza e l’individualismo. A patto, cioè che l’umanità riscopra in sé stessa capacità di dialogo e di empatia e riconosca nella solidarietà un valore da coltivare e condividere".

    Su questi stessi temi il progetto “Amici della Terra. Vivere nel rispetto del Creato” promosso dalla Migrantes e rivolto ai più piccoli e alla loro educazione. Amici della Terra attraverso l’unione di un edugame e una tradizionale dispensa tematica, si rivolge al tema dell’ambiente e del rispetto del Creato a partire dall’Enciclica Laudato si’ di papa Francesco. L’interesse alle nuove forme della mobilità, in un momento storico in cui la protezione internazionale è la forma di migrazione che coinvolge numeri sempre più importanti, diventa imprescindibile - si legge nel testo -  per il cammino formativo ed educativo dei piccoli cittadini così come fondamentale è renderli protagonisti attivi di scelte ponderate di consumo e di vita per il loro futuro.

    Al convegno, moderato dal giornalista Gabriele Moccia, interverranno, dopo i saluti istituzionali, Rocco d'Ambrosio della Pontificia Università Gregoriana; Carlotta Venturi, autrice del volume “Senza casa e senza tutela”, Daniela Marcheggiani e Mirko Notarangelo, curatori del progetto “Amici della Terra”. Durante l’incontro, che sarà concluso dal direttore Generale della Fondazione Migrantes, Mons. Gian Carlo Perego, anche la testimonianza di un profugo ambientale.

  • Goffredo Palmerini davanti all'Ambasciata d'Italia a Washington
    L'altra Italia

    Reportage. Le tre giornate a Washington

    L’AQUILA – Il rientro nella propria città dopo due settimane all’estero è sempre piacevole, quando la tua terra madre t’accoglie con il profluvio delle chiome degli alberi dai cangianti colori dell’autunno, impareggiabile tavolozza d’espressioni cromatiche. E la tua città all’orizzonte, indorata dal tramonto incipiente e trapuntata da innumerevoli sagome di gru all’opera. E poi la nostra montagna, la maestà del Gran Sasso d’Italia, che si staglia con la sua mole possente già imbiancata di neve sull’azzurro intenso e nitido del cielo. Ora però è tempo di raccontarle, queste due straordinarie settimane di missione negli States, a New York e Washington. E cominceremo proprio da Washington - doveroso rispetto alla Capitale - con le tre intense giornate del 13, 14 e 15 ottobre.

     

    Il 13 ottobre, giovedì. E’ una bella giornata di sole, ma ancora fresca quando alle 7 e mezza uscendo m’avvio in subway nei pressi di Pennsylvania Station. Da là parte il bus Vaamose che mi porterà a Washington. Anzi nei pressi, a Bethesda. Trovo gente che già aspetta. Bagagli ordinati in fila sul marciapiede della 7^ Ave, un addetto che sul tablet spunta il nome dei viaggiatori. Dieci minuti prima dell’orario di partenza arriva l’autobus. Si sale. Alla guida un signore austero, barba fluente e kippah in capo. Lo zucchetto rivela le sue origini ebraiche. Prendo posto in prima fila, ho tutta la strada sotto i miei occhi. Alle 8:30 in punto si parte, scendendo lungo la Settima, con il sole che da sinistra comincia a penetrare tra i profili dei grattacieli. All’incrocio della 12^ Strada la svettante sagoma dell’One WTC si para di fronte con i primi riverberi del sole sui suoi vetri. Il grattacielo, il più alto della Grande Mela, è l’erede delle Twin Towers, il simbolo del coraggio, dell’orgoglio e della rinascita dopo la tragedia dell’11 settembre 2001. Ancor giù, dopo il toro bronzeo di Wall Street, l’autobus infila l’Holland Tunnel, passando sotto l’Hudson River, per riemergere a Jersey City, sull’altra riva del fiume. Sulla sinistra, in lontananza, stende il braccio con la sua torcia la Statua della Libertà. Passato l’aeroporto di Newark già si corre sull’interstate 95, la lunga arteria che collega il nord e il sud dell’America.  

     

    Lasciati i centri abitati si marcia spediti, a 65-70 miglia orarie, tra due sponde rigogliose di alberi fronzuti, una lunga teoria di verde che s’interrompe sul Deleware Memorial Bridge, lungo ponte di ferro che scavalca l’omonimo fiume. Scorrevole il traffico, sebbene vi si snodi una serpentina di truck, quei giganti delle strade americane. Trenton, Philadelphia, Atlantic City, Wilmington, sfilano le uscite per quelle città. E già s’annuncia Baltimore. Eccola da lontano, con i grattacieli della City e il suo porto, mentre la strada s’insinua nell’Harbor Tunnel. Manca ormai poca strada per Bethesda. Alle 12:30 l’arrivo, nel centro di questa graziosa città del Maryland che dista una manciata di chilometri da Washington. Vi abita un’aquilana illustre, Laura Benedetti, venuta qui, dopo aver insegnato ad Harvard, per assumere la docenza di Letteratura italiana presso la Georgetown University. In questo prestigioso ateneo della capitale federale ha poi diretto per sei anni il dipartimento di studi italiani. Mi viene a prendere alla fermata. Sono onorato, è un privilegio averla come guida, speciale e premurosa, in questi tre giorni di missione a Washington.

     

    Nel primo pomeriggio subito una visita a Georgetown. Ateneo privato prestigioso, è la più antica università cattolica degli Stati Uniti, fondata nel 1789 dal gesuita Padre John Carroll, la cui statua bronzea si trova appena dopo l’ingresso centrale. Belle le spiccate architetture dell’antico edificio in pietra squadrata, cui fanno da pendant le forme moderne dei nuovi edifici. Strutture sportive, parchi, biblioteche, una cappella e perfino un piccolo cimitero dove riposano i padri gesuiti, s’articolano nella mappa degli edifici destinati all’insegnamento e allo studio. L’ateneo è una piccola città autonoma, dove gli studenti esterni e quelli ammessi dopo rigorosa selezione al Campus interno, circa 15.000, vivono i loro studi in una dimensione di serenità, di benessere, d’efficienza nelle strutture e d’eccellenza nei servizi. E ancora nella qualità dell’insegnamento, che dell’ateneo è il vero prestigio. Tranquilla, questa parte di capitale, perché l’università - che prende il nome dell’antico borgo e poi quartiere -, è contornata tuttora da piccole case monofamiliari dipinte in colori pastello, protette dal vincolo architettonico che le tutela da invadenze dell’edilizia moderna, che tuttavia a Washington ha i contorni della moderazione e della gradevolezza delle forme.

     

    Laura Benedetti mi accompagna alla scoperta dell’ateneo, guidandomi nel palazzo antico dove sono gli uffici del Rettore, anzi del President nella definizione americana. A guidare la Georgetown dal 2001 è John J. De Gioia, 48° presidente e il primo “laico” nella storia dell’ateneo, sempre diretto da un padre gesuita. Laura mi accompagna fin quasi alla soglia della stanza del Presidente, chiedendo all’ossequiosa segretaria il permesso di farmi visitare l’auditorium, la sala delle riunioni, la storica biblioteca con volumi preziosissimi ed altri ambienti ricchi di memoria. Quindi la visita al dipartimento italiano, attualmente diretto dalla prof. Anna De Fina, alla quale Laura mi presenta e con lei teniamo un breve colloquio. Il dipartimento, e i suoi docenti, sono una punta avanzata della cultura italiana a Washington, con importanti attività ed eventi, condotti sovente in stretta collaborazione con l’Istituto italiano di Cultura e l’Ambasciata d’Italia. Non posso qui non ricordare l’assiduità con la quale la prof. Benedetti ha promosso e organizzato negli anni passati numerose Summer School in Italia - e nella nostra città - in partnership con l’Università dell’Aquila. E mi auguro che questa consuetudine possa continuare proficuamente negli anni a venire, trovando significativa e feconda la collaborazione tra le due università. Infine, la visita si conclude nel moderno edificio della Lauinger Library, nel salone dove si sta per tenere una seduta del Senato accademico. Entriamo qualche minuto per godere dall’ampia vetrata una davvero straordinaria vista sul Potomac e sulla sponda da cui inizia il territorio della Virginia.

     

    Alle 4 e mezza lasciamo l’ateneo per recarci proprio in Virginia, ad Alexandria, in casa di Omero Sabatini, altro aquilano di vaglia. Diplomatico in pensione del governo federale Usa, ministero dell’Agricoltura, Omero ha una densa biografia di rappresentanze ufficiali all’estero e di pubblicazioni scientifiche. Nella sua abitazione, in una tranquilla zona residenziale della città, ci aspettano lui e sua moglie Belinda, ma anche Lucio D’Andrea e signora Edvige, e Nancy De Santi. Lucio D’Andrea, molisano, ingegnere petrolifero, è stato promotore nel giugno 2000, con Omero Sabatini e altri, della costituzione dell’Abruzzo & Molise Heritage Society (AMHS), l’associazione cui fanno capo gli abruzzesi e molisani del District of Columbia, l’area della capitale, e dei confinanti stati del Maryland e Virginia. Del sodalizio è attualmente presidente Maria D’Andrea-Yothers, dirigente del dipartimento per il Commercio del governo federale e già componente del Segretariato dell’Organizzazione mondiale del Commercio a Ginevra. E’ figlia di Lucio, presidente emerito dell’AMHS insieme ad Omero. Ho avuto possibilità di conoscere Omero nel 2008 a L’Aquila, in casa del fratello Bruno – medico, scrittore, pittore, amante della musica e della montagna - con il quale ho un forte rapporto di amicizia. Con Omero Sabatini parliamo anche di un’interessante traduzione e riduzione del romanzo “I promessi sposi” di A. Manzoni, diventato “Promise of Fidelity”, della quale egli è autore, pubblicata nel 2002 negli Usa. Il volume ha incontrato l’apprezzamento dei lettori americani, per l’agevole comprensione della storia narrata nel romanzo manzoniano.

     

    L’incontro con i componenti del Consiglio direttivo dell’AMHS si tiene in una sala riservata di un ottimo ristorante siciliano ad Arlington. Ho accettato volentieri, quest’anno, l’invito a visitare la comunità abruzzese e molisana dell’area di Washington. M’informo nel corso dell’incontro sull’associazione e sulle numerose attività sociali e culturali che realizza. Poi parliamo dell’Aquila, dello stato della ricostruzione della città dopo il terremoto del 2009. Li rinfranco sui progressi della ricostruzione, molto avanzata - oltre il 90 per cento - quella esterna alle zone rosse, abbastanza avviata quella del centro storico del capoluogo, mentre solo ora sta iniziando nei centri storici delle frazioni. La ricostruzione a L’Aquila sta restituendo un centro storico di straordinaria bellezza, circondato dai 6 chilometri e mezzo delle antiche mura urbiche anch’esse restituite, con le loro 12 porte, al loro splendore. L’Aquila, tra le più belle città d’arte d’Italia, sarà tra qualche anno una vera meraviglia. Certo, ci sono anche ombre nella ricostruzione, che la magistratura va accertando e censurando, ma nel complesso, dopo i primi anni problematici, nel 2012, grazie al pluriennale programma di finanziamenti assicurato dai governi Monti e Renzi, la ricostruzione è finalmente decollata. Queste notizie li rinfrancano, essendosi loro fatta un’idea diversa dalle notizie spesso inesatte che sovente passano attraverso i mezzi d’informazione, prive di attualità nei riscontri. Altri riferimenti fornisco sulla situazione di Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto, colpite dal terremoto del 24 agosto 2016, per le quali popolazioni il sodalizio sta raccogliendo aiuti.

     

    La riunione va volgendo al termine quando inopinatamente Lucio D’Andrea, quale presidente emerito dell’AMHS - la presidente Maria D’Andrea-Yothers aveva un impegno in NIAF -, mi consegna una pergamena con la nomina a Socio onorario. Sono commosso per questo gesto di considerazione, ancor più sorpreso nell’apprendere che è stato finora riservato solo a cinque personalità tra le quali il Giudice della Corte Suprema degli Usa Antonin Scalia e l’Ambasciatore Luigi Einaudi, già Segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani presso le Nazioni Unite. Esprimo la mia gratitudine con un intervento che sottolinea il valore e il contributo dell’emigrazione italiana nella scrittura della grande Storia del nostro Paese. Non sempre questo viene affermato, come si dovrebbe, anche per la superficiale conoscenza che si ha della storia delle migrazioni italiane nel mondo, talvolta infarcita di stereotipi. Ancor più grave quando questo limite si riscontra presso la classe politica. Il mio ringraziamento va ai nostri emigrati non solo per il contributo reso alla rinascita dell’Italia, specie nel secondo dopoguerra, ma sopra tutto per aver testimoniato, con le loro capacità e il loro talento, le vere qualità degli italiani in Paesi dove talvolta permangono diffidenze e pregiudizi verso l’Italia. Qual è davvero l’Italia, allora, si conosce proprio attraverso le testimonianze di vita degli 80 milioni d’italiani che vivono nel mondo, l’altra Italia, che dovrebbe essere conosciuta e riconosciuta in Patria. Quindi la mia gratitudine, espressa in forma comunitaria in ragione di un lungo servizio che ho reso nelle istituzioni. Dunque, una bella serata d’amicizia e d’emozioni condivise, nella comunanza delle nostre radici d’origine e culturali.

     

    La mattinata di venerdì 14 la dedichiamo a Bethesda. Prende il nome dall’omonima chiesa presbiteriana edificata nel 1820 e dalla biblica piscina in Gerusalemme. Interessante la passeggiata con Laura, per conoscere da vicino la città: 60mila abitanti circa, bella davvero, immersa nel verde. Spesso alberi secolari s’incontrano nei suoi parchi, mentre piante e fiori colorano le sue strade. Ma è l’immersione nel bosco, nel Capital Crescent Trail, che mi emoziona. Un sentiero dove si va in bici o per il footing, che scende fino al fiume Potomac. Ma è il sentiero che Alice, protagonista del bel romanzo “Un paese di carta” - la prima incursione di Laura Benedetti nella narrativa, come autrice -, percorre nel racconto per andare a spirare sulla riva del fiume. Il romanzo narra tre generazioni di donne. La prima è quella di Alice, emigrata dall’Abruzzo nel secondo dopoguerra e bibliotecaria a Bethesda. Le vicende del romanzo, nell’intreccio tra Alice, sua figlia Jane e la nipote Sara, si svolgono tra Maryland, Utah e infine l’Abruzzo, a L’Aquila devastata dal terremoto, dove Sara va a disperdere le ceneri della nonna. Con le sorprendenti scoperte sulla vita antecedente di lei, nei tragici giorni dell’occupazione tedesca e della sua partenza improvvisa per gli Stati Uniti, appena dopo la fine della guerra.

     

    All’una del pomeriggio Laura m’accompagna in macchina a Washington, al Marriott Wardman Park hotel. Là si svolge il 41° Gala Weekend della National Italian American Foundation (NIAF) che dal 13 tira fino al 16 ottobre. M’incontro con Lucio D’Andrea e con suo fratello Joseph, venuto da Pittsburgh dove è stato Console onorario d’Italia e Consigliere comunale. Molisano di Roccamandolfi, nato nel 1930, emigrato in Usa nel ’48, lauree in Lingue ed Economia, ha lavorato come interprete presso il ministero della Giustizia. A lui si deve un forte impulso a far luce, a quasi un secolo dall’evento, sulla tragedia di Monongah, in West Virginia, nell’esplosione e l’incendio della miniera di carbone avvenuta il 6 dicembre 1907, dove persero la vita quasi mille persone, benché la cifra ufficiale fosse molto inferiore. Tra le vittime 171 italiani, di cui 87 molisani ed una trentina di abruzzesi. Nel 2007, ricorrenza centenaria della tragedia, a cura di Joseph D’Andrea veniva pubblicato il volume “Monongah cent’anni d’oblio”, una puntigliosa ricerca su quel terribile fatto e sulle vittime molisane del disastro. Finalmente, proprio ad un secolo dalla tragedia, anche l’Italia finalmente rendeva onore alle vittime di Monongah, il doveroso tributo del Paese a quei figli emigrati periti nella miniera. Era stata necessaria un’intensa campagna di stampa condotta dal direttore del quotidiano La Gente d’Italia, Domenico Porpiglia, a riaccendere l’attenzione sul caso e finalmente a smuovere le istituzioni italiane. Con Joseph abbiamo anche parlato dei due giovani universitari che la comunità italiana di Pittsburgh “adottò” nel 2009 dopo il terremoto dell’Aquila. Joseph mi chiese i nomi di due studenti d’Ingegneria dell’Università dell’Aquila, un abruzzese e un molisano, ai quali gli italiani di Pittsburgh avrebbero assicurato le spese d’ospitalità, mentre l’Università di Pittsburgh li avrebbe accolti nella medesima Facoltà. Mi rivolsi alla prof. Anna Tozzi, responsabile dei rapporti internazionali dell’Università dell’Aquila, che provvide celermente a scegliere i due studenti con un avviso pubblico. Quel fatto ha portato fortuna a Luca, molisano, e a Berardo, abruzzese di Teramo. Il primo sta studiando a Pittsburgh per il dottorato, Berardo invece già lavora in Olanda per un’importante società multinazionale.

     

    Mentre parlo con Joseph si avvicina per salutarlo John Viola, il giovane presidente della NIAF. Mi congratulo con lui per la sua tenace opera alla guida della prestigiosa Fondazione degli italoamericani. Incontro e saluto poi il prof. Anthony J. Tamburri, direttore del Calandra Institute della City University di New York. Tra l’altro mi annuncia che prossimamente verrà a L’Aquila con una delegazione per consegnare alla Municipalità 10mila dollari destinati ad un’iniziativa di ricostruzione nella città. Restiamo d’intesa che mi comunicherà per tempo la data della visita, volentieri darò ogni collaborazione. Altri incontri nel pomeriggio, con Umberto Mucci e Melo Cicala, e un veloce saluto a Tony Renis che nel concerto della serata riproporrà alcuni celebri suoi brani. In macchina, con Joseph e Lucio D’Andrea, Edvige e Luca, si va a visitare la National Cathedral, il magnificente duomo della capitale. Non solo una splendida chiesa cristiana, ma anche un impareggiabile luogo di concerti e d’esposizioni d’arte. Realizzato in pietra dell’Indiana, il tempio è a croce latina, imponente, tra i primi sei al mondo per dimensioni, con una navata centrale lunga 161 metri. Architettura gotica, svettante, con diversi rosoni in pietra ornati da splendide vetrate e varie opere in ferro battuto, vetro colorato e tessuti. Finemente lavorato il Coro ligneo dietro l’altare centrale, suggestiva la cripta sottostante. I lavori di costruzione della Cattedrale, dedicata ai Santi Pietro e Paolo, iniziarono nel 1907 con la prima pietra posata dal presidente Theodore Roosevelt. Nel 1990 la posa dell’ultima pietra a cura del presidente George H.W. Bush. Attualmente vi sono lavori in corso per la riparazione dei danni del terremoto del 23 agosto 2012, magnitudo 5,9 della scala Richter, che danneggiò il tetto e fece crollare alcuni pinnacoli, ancora non ricollocati e al momento adagiati in un lato del sagrato. Completata la visita in cattedrale facciamo un salto all’Ambasciata d’Italia, su Whitehaven Street. Ammiro le bianche forme architettoniche e la simbologia dell’opera, progettata dall’architetto Piero Sartogo.

     

    Alle sei di sera si torna a casa di Laura. Al nostro rientro Brad ha acceso il fuoco in camino e aperto una buona bottiglia di vino rosso francese. Brad Marshall è direttore del programma di Lingua francese presso la George Washington University. L’ho conosciuto qualche anno fa a L’Aquila, venuto per una vacanza con sua moglie Laura e con Martina, la loro figlia che ora studia a Georgetown, residente nel Campus dell’università. Una bella serata, una buona cena, poi una visita in notturna ai monumenti simbolici della Capitale, ai Memorials. S’inizia dal Franklin Delano Roosevelt Memorial, un suggestivo percorso monumentale per ricordare uno dei più grandi presidenti degli Stati Uniti d’America, cui si deve l’uscita dalla grande depressione del 1929, l’unico ad essere eletto in quattro mandati consecutivi, dal 1932 al 1945, e deceduto all’inizio del suo ultimo mandato. Un presidente illuminato, che ispirò leggi sociali importanti, dando peraltro avvio a quel grande piano d’investimenti che va sotto il nome di New Deal, oltre a guidare il Paese negli anni difficili della seconda Guerra Mondiale. Nel granito del Memorial sono incise le sue frasi più celebri e significative. Commoventi. Seguono le visite al Jefferson Memorial, al Lincoln Memorial, al National Mall, l’obelisco in memoria di George Washington, al Capitol Hill, il Campidoglio, dove hanno sede il Senato e il Congresso degli Stati Uniti. Ancora un giro per ammirare velocemente gli esterni dei numerosi Musei che contornano l’area dei Memorials e infine la Casa Bianca. Una breve ma intensa immersione nei simboli della grande Storia degli Stati Uniti d’America.

     

    Ultimo giorno a Washington, sabato 15 ottobre. Arriviamo con Laura alle 11 di mattina al Marriott per seguire un importante evento: la presentazione del progetto multimediale “Grandparents and Granchildren in Italian America”, prodotto da i-Italy TV e ANFE, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri – Direzione generale per gli Italiani all’estero. Si tratta della presentazione del primo gruppo d’interviste tra nonni e nipoti nell’America italiana, in particolare le conversazioni tra Matilda Raffa Cuomo e Amanda Cole; Joseph Tusiani e Paola Tusiani; Aileen Riotto Sirey ed Emma Banker; Rosaria Liuzzo e Mara Sparacino; John P. Calvelli e John D. Calvelli. Nato da un’idea di Gaetano Calà, direttore generale ANFE, Letizia Airos e Ottorino Cappelli, rispettivamente direttore ed editore del prestigioso network i-Italy (Tv, testata on line inglese/italiano e magazine bimestrale in lingua inglese), il progetto affronta il mondo dell’emigrazione italiana in America attraverso interviste con le sue più affermate personalità nei diversi campi d’impegno. Delle interviste in progetto questa è solo una prima serie. Alle 11:30, dopo la trasmissione d’un video con brani d’interviste, stupendi spot che promuovono la lingua italiana ed altri contributi, Ottorino Cappelli introduce l’evento, presentando il panel dei relatori composto da Patricia De Stasi Harrison, Linda Carlozzi, Aileen Riotto Sirey. Moderatore il giovane John D. Calvelli. Il presidente della NIAF John Viola porta il saluto della Fondazione, sottolineando la qualità del progetto e l’attenzione che NIAF riserva all’iniziativa. Significativi gli interventi delle tre relatrici, brioso e frizzante il moderatore. Qualificato il pubblico presente all’evento. Dopo la presentazione il colloquio tra Letizia Airos, Ottorino Cappelli e Laura Benedetti. La testata presto aprirà una redazione a Washington, successivamente anche in altre grandi città degli States. La prelazione è verso giovani talenti che vogliano operare nel mondo dell’informazione, con particolare cura del linguaggio della comunicazione, cifra del network, rivolto alle giovani generazioni.

     

    Dopo l’evento, girando tra gli stand promozionali nell’ampio corridoio che serve le varie sale dove si tengono i diversi eventi in agenda, molti gli incontri. Il primo con Francesca Alderisi, amica carissima e volto tra i più noti e amati della Rai, nei programmi per gli italiani nel mondo. Attualmente è impegnata in un programma giornaliero tutto suo, “Pronto Francesca”, molto apprezzato. Poi Maria D’Andrea-Yothers, che abbraccio e ringrazio per la calorosa accoglienza ricevuta dall’AMHS. E ancora Cristina Fontanelli, bravissima soprano che mi annuncia il suo concerto prenatalizio, invitandomi a New York. Mi commiato da Joseph D’Andrea, suo fratello Lucio, quindi da Letizia ed Ottorino con la loro splendida équipe di operatori tv. E’ ora di avviarsi per ripartire. Laura mi accompagna a Bethesda a prendere l’autobus delle 14:50. Un abbraccio alla mia straordinaria guida, la concittadina aquilana che ringrazio anche per la concessione di una bella intervista, raccolta per un’elegante rivista culturale abruzzese. Il viaggio di ritorno è spedito. Quando arrivo nei pressi di Newark un’enorme luna piena torreggia sui grattacieli di Lower Manhattan.

     
  • Art & Culture

    The Green Region Has It All

    Abruzzo has an inexhaustible wealth of artistic gems, suggestive ancient traditions, and a wide variety of flavors. Its landscape ranges from the vertiginous white summits of Gran Sasso, Majella and Sirente to green hills quilted with splendid villages that drop off dramatically into the intense blue of the Adriatic.

    Abruzzo is full of woods, its nature untrammeled. A third of the region is protected, thanks to three national parks (Parco Nazionale d’Abruzzo – the oldest in Italy – Parco del Gran Sasso and Parco della Majella), the regional Parco del Velino Sirente, and a large number of natural oases, earning it the nickname “The Green Region of Europe.”

    Paradise pure and simple, Abruzzo is home to many species of animals and birds that have survived the threat of extinction, as well as an extraordinary variety of plants. Abruzzo has always been a wild landscape, one of rare beauty.

    All who encounter it remain intrigued, forever mesmerized, almost bewitched, like countless foreign writers and travelers who visited the region and wrote fabulous passages about it. 

    That is to say nothing of Abruzzo’s native sons and daughters, includng Gabriele d’Annunzio, Ignazio Silone and Mario Pomilio, to name just a few who may be better known in the U.S.

    Ranked Among the Best
    Recently the Huffington Post published an article on the 12 best places in the world to retire. The American news outlet awarded Abruzzo fifth place, behind Algarve, Portugal; Cayo, Belize; Medellin, Colombia; and Pau, France, beating out seven beauty spots in Central America and Asia.

    According to Huffington Post, Abruzzo stands out for its beautiful seaside, golden beaches, and marvelous mountains. The region’s human side doesn’t hurt either: without huge crowded cities, major industry or pollution, the air is healthy and the landscape dotted with vineyards, small towns, stone houses, and various castles.

    Here, people pull their chairs out into the street, kids play outside, and people do their shopping at street markets. The cooking revisits ancient recipes for preparing fish, lamb, goat, and wild boar.

    There are a host of other attributes that make Abruzzo one of the best places in the world
    to live, too, so the Huffington Post’s flattering assessment should come as no surprise.

    After centuries of being labeled a harsh land of imposing and remote mountains where only gruff pioneers and shepherds could carve out a life, in the last few years Abruzzo’s appeal has been ascendant. The misconception stemmed from a dearth of transportation routes, which, in the past, made it hard for the region to develop.

    But all that has changed in the last forty years with the creation of highways making it possible to travel from Rome to L’Aquila in an hour, and to Pescara, Chieti, Teramo, and other cities on the Adriatic in two hours. Now Abruzzo is at the center of Italy, thanks also to an airport connecting it to the rest of the country, Europe, and the world.

    A cornucopia of surprising gems
    Abruzzo’s visitors – tourists are coming here in growing numbers – discover a truly intriguing land, extraordinarily rich in natural beauty, great art, splendid urban architecture, secular traditions, and a culture enriched by hospitable people. Now all one needs to do is choose between climbing the sheer cliffs of Gran Sasso or playing winter sports in the mountains and high plains; between visiting the wonderful cities of art or exploring its enchanting villages (out of 253 listed in the exclusive Most Beautiful Villages in Italy Club, a whopping 22 are from Abruzzo); between lakes or rolling hills; between vast sandy beaches to rocky shores on the green coast where an emerald sea is speckled with ‘trabuccos.’ Beachgoers will find it all along Abruzzo’s 100-mile long coastline.

    In short, visitors will discover that Abruzzo has a lot more variety than they might have imagined, perhaps under the illusion that it was still stuck in its centuries-long isolation. Instead they will find a striking, kind, and welcoming people and a cornucopia of surprising gems, as surprising as the discoveries archaeologists have made in the last two decades, digging up numerous necropolises intact.

    Rather than crumbling funerary objects, they’ve turned up sophisticated ruins, precious jewels, and priceless ornaments, evidence of the Italic civilizations in the region. Indeed, centuries before Christ, the ancient populations of the region famously joined forces in order to fend off the Romans during the Social War, before eventually forming alliances with Rome and its citizens.
     

    The Eagle Reborn
    Since the Bronze Age, Abruzzo’s historical importance has been embodied by places such as the region’s capital city, L’Aquila, the queen of the Apennines. The city (its name menas ‘The Eagle’ in Italian) is currently rising out of the rubble left by the disastrous 2009 earthquake, and is more beautiful than ever. One of the most precious artistic sites in Italy, its vast and important historic center is surrounded by almost 4 miles of city walls that have now been magnificently restored.

    L’Aquila’s singularity dates back to its founding in 1254, when 99 surrounding castles (castrum) united, each doing its best to erect its own neighborhood in the new city, following an harmonious – rather than haphazard – urban plan. In the history of urban planning, L’Aquila was the first city to be fortified and constructed at the same time. 

    It wouldn’t happen again until 1703, when Saint Petersburg was founded. The second largest city in the southern Kingdom after Naples, L’Aquila enjoyed broad independence. It had its own laws, fiscal privileges, and the freedom to coin its own currency. For three centuries, until the middle of the 1500s, it was one of the most prosperous and important cities in Europe, trading wool and saffron. By the latter half of the 1400s, it had opened both a university and one of the first printing presses, thanks to a student who interned with Gutenberg, the inventor of the press.

    In 1294 in L’Aquila, with Francis of Assisi in attendance among others, Celestine V was crowned pope. One of the most luminous spiritual figures in history, Celestine instituted the first Christian jubilee, the ‘Perdonanza’, which, thanks to a papal bull honored by local authorities, has been celebrated annually for 722 years in L’Aquila. Celestine V, the first Pope to resign his post five months after being elected, has made a powerful impact on Abruzzo’s spirituality. 

    His magnificent hermitages were bravely carved out of the rock of Majella and Mount Morrone, and, in the 1400s, his spirituality was reinforced by the Franciscans, San Bernardino da Siena, and San Giovanni da Capestrano. L’Aquila is now a vibrant cultural center, home to prestigious institutes of music, theater, and film; a research university; and a nuclear physics laboratory located underneath Gran Sasso, where scientists all over the world study the origins of matter in the absence of cosmic rays.

    Beyond L’Aquila
    Heading away from L’Aquila in the direction of Pescara and the Adriatic, you’ll encounter wonderful Romanic churches along the road skirting ancient Tratturo, where flocks of sheep were once herded across nearby region of Puglia. Inside the churches are extraordinarily beautiful frescoes, paintings, and sculptures. Who would have thought that so many fine artists could have been born in a place believed to be as isolated and backward as Abruzzo was, artists who have no reason to envy the greats of the 14th century and Renaissance.

    Not to mention major goldsmiths, carpenters, potters. Their works turn up on treasure hunts through small country churches, monasteries, magnificent cathedrals, in places like Sulmona, Chieti, Atri, Teramo, Tagliacozzo, Penne, Giulianova, Città Sant’Angelo, Ortona, Guardiagrele, Lanciano, Vasto, and other centers.

    Once in Pescara you find yourself in the “jewel of the Adriatic,” a lively, dynamic city that trades freely with towns and cities on the Balkan coast. As a transport hub, it serves a large commercial and industrial area that stretches as far as Chieti, a beautiful ancient city that, like Pescara, has a good university.

    The strip of hills in Abruzzo is dominated by a series of orderly vineyards; the region produces excellent wines that compete at top levels around the world. Wine is one strong suit of the region. Others are oil, pasta, salami, and traditional sweets. Abruzzese cuisine revolves around excellent, grass-fed meat as well as tasty legumes and vegetables. Land around Fucino Lake is farmed. 

    The region’s long tradition of great cooking owes a debt of thanks to the famous cooking school at the Villa Santa Maria. Excellent places to taste Abruzzo cuisine can be found in the city of Teramo and in the countryside. Get going, Abruzzo’s waiting for you!  

  • L'altra Italia

    Atri. Omaggio a Rodolfo Zanni

    ATRI (Teramo) – La città di Atri rende onore a Rodolfo Zanni, compositore e direttore d’orchestra di straordinario talento, nato a Buenos Aires nel 1901 e “desaparecido” in Argentina in una vicenda oscura e ancora tutta da chiarire a quasi un secolo dalla morte, nel 1927, di quel giovane genio della musica, il “Mozart d’Argentina”, figlio di emigrati, padre abruzzese di Atri e madre genovese.

    Sabato 21 maggio, alle ore 17, la bella città nel teramano intitola una strada al grande musicista: Vico del teatro, infatti, diventerà Via Rodolfo Zanni. Quindi alle 17 e 30, presso il Teatro Comunale di Atri, dopo il saluto del sindaco Gabriele Astolfi, la vita del compositore sarà raccontata dal prof. Luciano Pellicani e dalla prof. Anna Pintus Fadda. Seguirà un concerto l’esecuzione di opere di Rodolfo Zanni, con il tenore Fabio Armiliato, il soprano Vittoriana de Amicis e al pianoforte Luisa Prayer, docente al Conservatorio “A. Casella” dell’Aquila e direttore artistico dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese. Infine il recital “CanTango, la canzone del Tango al tempo di Rodolfo Zanni”, con il tenore Fabio Armiliato, Fabrizio Mocata al pianoforte, Dario Flammini al bandoneon, Camila L. Cipoletta al contrabbasso e Natalia Bolani voce recitante. L’evento sarà presentato da Maria Serena Manco.

    Questo significativo tributo a Rodolfo Zanni segue d’un mese l’omaggio che l’Orchestra Sinfonica Abruzzese ha dedicato al compositore italo-argentino, con un concerto diretto dal M° Marcello Bufalini presso il Ridotto del Teatro Comunale dell’Aquila, il 22 aprile scorso, con l’esecuzione in prima italiana dell’opera La campiña adormecidadi Rodolfo Zanni e di due Concerti per chitarra e orchestra del compositore italo brasiliano Radamés Gnattali. Ma ancor più memorabile fu la giornata del 17 agosto 2014, nel Teatro Comunale di Atri, alla presenza di Torcuato Di Tella, Ambasciatore d’Argentina in Italia e già Ministro della Cultura nel suo Paese. In quell’evento fu presente il mondo della Musica, con il soprano Daniela Dessi e il tenore Fabio Armiliato, con la direzione del M° Marcovalerio Marletta, docente all’Accademia di Santa Cecilia e direttore del Coro dell’Opera di Varsavia, e con il prof. Marco Della Sciucca, docente di Composizione al Conservatorio “A. Casella” dell’Aquila, e fu presente il mondo della Cultura, con il prof. Jens Francesco Manzini, dell’Università di Oxford, il prof. Luciano Pellicani della Luiss di Roma, e il dr. Cesare Milanese, critico insigne e scrittore.

    Ricorda quella straordinaria giornata, in una nota di presentazione dell’evento di sabato 28 maggio, il sindaco di Atri Gabriele Astolfi, sottolineando come tutte quelle Personalità intervennero per rendere un solenne riconoscimento alla memoria di Rodolfo Zanni e per celebrare il musicista argentino, pianista, geniale compositore e direttore d’orchestra. “Concorde fu il giudizio dei presenti - annota il sindaco Astolfi - sull’originalità e sulla musica di Zanni, come grande fu lo sgomento manifestato per la persecuzione, che ebbe a subire in vita, e la damnatio memoriae alla quale fu condannato insieme a quasi tutte le sue opere. Questa Amministrazione, insieme agli autori del libro “Desaparecido in do maggiore”, Giuseppe Zanni e Elio Forcella, rivendica il merito della prima ora, per aver riproposto all’attenzione di tutti l’importanza del musicista di origine atriana, prematuramente scomparso. […] Oggi che musicologi insigni ed autorevoli interpreti - tra i quali vogliamo menzionare Fabio Armiliato, Luisa Prayer e Marcello Bufalini -, la stampa internazionale e il Paese dove ebbe i natali lo celebrano in diversi modi, noi vogliamo dare corso alla decisione che allora prendemmo e dedichiamo al nome di Rodolfo Zanni la via dalla quale entrano gli artisti nel nostro storico e bel Teatro Comunale. Volendo significare non solo la riscoperta e il recupero alla Storia della Musica del grande compositore ritrovato, ma salutando il ritorno nella nostra comunità di un figlio della nostra terra, meritevole del nostro onore e della nostra riconoscenza, che, come tanti figli di emigrati, costretti dal bisogno a raggiungere lidi lontani, con la loro vita e le loro opere fecero grandi, allo stesso momento, i loro paesi d’approdo e le loro patrie d’origine. Noi siamo quindi molto lieti di poter simbolicamente riaccogliere tra noi Rodolfo Zanni e lo eleggiamo, a pieno titolo, a patrimonio culturale della nostra città”.

    Ma ora è bene dare qualche cenno sulla vita del grande compositore e direttore d’orchestra, facendo sintesi della ricca biografia tracciata da Giuseppe Zanni, nato a Roma da genitori di Atri, diplomatico in pensione con una carriera passata a Parigi all’OCSE, a Bruxelles presso la Comunità Europea e infine a Roma, come direttore generale presso il Ministero del Tesoro e docente presso l’Università di Teramo e la Libera Università Luiss. Rodolfo Antonio Agelodeo Zanni nasce nel 1901 a Buenos Aires, figlio di emigrati italiani, e muore a Cordoba nel 1927. Visse solo 26 anni, tanti quanti Pergolesi, nove meno di Mozart e cinque meno di Schubert. Fu un bambino prodigio e un prodigioso direttore d’orchestra già a 16 anni. A 19 anni integrava il corpo dei direttori d’orchestra del prestigioso Teatro Colon nella capitale argentina e il grande Felix Weingartner (1863-1942), allievo prediletto di Liszt, lo sceglie come maestro preparatore e direttore scenico. L’opera che deve affrontare è una delle musiche più complesse e monumentali: la Tetralogia di Richard Wagner. Rodolfo Zanni assolve il compito con grandissimo successo ed elogi da parte della critica e del pubblico.

    La sua apoteosi, però, l’ha nel 1922 con un Gran Concerto Sinfonico al Teatro Colon, egli appena ventunenne, dove dirige in onore del Presidente della Repubblica Argentina, Torcuato de Alvear, un’orchestra di 120 professori e 100 coristi, presentando solo opere da lui stesso composte, ottenendo uno straordinario successo e, secondo la stampa dell’epoca, “ovazioni deliranti”. Dopo questo trionfo qualcosa d’inspiegabile tuttavia succede e l’artista tanto osannato viene allontanato, cancellato, ridotto all’anonimato. Muore nel 1927 in circostanze misteriose. Il suo corpo, prima sepolto in terra sconsacrata, viene riesumato e scompare, senza che si abbia più notizia delle sue spoglie. Inoltre, fatta eccezione per quattro brani minori, scompaiono pure le 81 composizioni a lui attribuite: sinfonie, ouverture, balletti, romanze e due opere liriche (Rosmunda, quattro atti su libretto di Sem Benelli, e Gliceria, su suo libretto). Immenso era stato il lavoro creativo nella sua breve vita, con una predilezione per la musica su grande scala, di cui quasi nulla è pervenuto fino a noi. Una vera e propria damnatio memoriae. A tutt’oggi si ignora dove siano finiti i suoi spartiti musicali.

    Giuseppe Zanni e Elio Forcella, autori del recente romanzo sulla vita del grande musicista, insieme ad ostinate ricerche condotte in Argentina, hanno cercato di riportare alla luce il compositore dimenticato, con un insperato successo: la Rai (Tg2 e Tg3), la radio, i più importanti giornali, persino l’Osservatore Romano con un pezzo firmato dal capo servizio Cultura, le riviste musicali in Italia e all’estero, con articoli tradotti in più lingue, hanno dato risalto alla straordinaria vicenda umana e artistica di Rodolfo Zanni. La rivista Musica, una delle più autorevoli in Italia, ha promesso 5000 euro a chiunque segnali o ritrovi i suoi spartiti significativi. In Argentina la Radio Nacional ha mandato in onda una lunga trasmissione sul musicista, come pure la radio ufficiale del Teatro Colon ha ricordato diffusamente Rodolfo Zanni e il suo genio musicale. L’Istituto Superiore di Musica “José Hernandez” ha pubblicato un numero monografico della rivista “Atriles” sul musicista e anche un’analisi critica, molto approfondita, del musicologo argentino prof. Lucio Bruno Videla sulle quattro opere rimaste conosciute.

    Recentemente, con la collaborazione del prof. Massimo Gentili Tedeschi del Ministero dei Beni Culturali e della prof. Laure Marcel Berlioz, direttrice del Centre de documentation de la Musique Contemporaine di Parigi, si è riusciti ad individuare 12 altre opere dello sfortunato musicista, senza tuttavia riuscire a recuperare gli spartiti, avendo la Società francese degli Autori, Compositori e Editori di Musica depositati solo gli incipit delle opere, comunque recuperati. Molto importante è stata anche la pubblicazione, sulla rivista ufficiale del Teatro Colon di Buenos Aires, di un corposo articolo titolato “Un silencio elocuente”, pieno di interrogativi, dove si chiede come mai fosse stato dimenticato un musicista che il Colon stesso aveva giudicato talmente importante da dedicargli una serata monografica. Un’orchestra di Buenos Aires, diretta dal M° Lucio Bruno Videla, ha messo in repertorio ed eseguito qualche tempo fa La campiña adormecida, il breve poema sinfonico superstite di Rodolfo Zanni. Ora tutto il mondo musicale, dopo l’oblio, tornato alla consapevolezza del talento, del valore e della rilevanza del grande compositore scomparso, è in fermento per ritrovare almeno una parte delle opere per le quali i contemporanei di Zanni lo avevano tanto favorevolmente giudicato ed osannato.

    Ci si augura che il rinnovato interesse sul grande musicista italo-argentino possa davvero stimolare in Argentina la collaborazione delle comunità italiane, ed abruzzesi in particolare, nelle ricerche in ogni angolo del Paese, negli archivi di associazioni musicali, tra gli appassionati di musica, nelle biblioteche, di ogni traccia di notizia, indizio, informazione utile, per poter auspicabilmente ritrovare gli spartiti delle numerose opere composte da Rodolfo Zanni. Come pure per avere risposte sulla strana sorte e sull’emarginazione che ha dovuto subire in vita, nonostante il suo indiscusso talento, sebbene egli con un carattere altero, alieno dai compromessi, e sopra tutto libero e amante della libertà, in un periodo purtroppo complicato della vita politica in Argentina. Chissà se l’apertura degli archivi segreti del Paese, gli archivi della Polizia, o la memoria di qualche superstite del tempo, non possano chiarire tanti lati rimasti oscuri sul trattamento subito dall’artista e dell’inconcepibile damnatio memoriae sua e delle sue opere. E’ un appello, questo, che presto verrà diffusamente rivolto alle comunità italiane d’Argentina, alle associazioni culturali, alla stampa, perché possa partire una campagna sistematica di ricerche sulle opere del grande musicista, perché possano finalmente diventare patrimonio della cultura argentina e della musica mondiale. 

  • L'altra Italia

    Sette anni dopo il terremoto dell’Aquila

    Oggi è il giorno del ricordo di quella terribile notte di 7 anni fa, alle 3 e 32, quando il terremoto squassò L'Aquila e le sue 64 frazioni, ed altri 55 Comuni. La città capoluogo d'Abruzzo fu martoriata, paralizzata nei suoi servizi, mutilata e ferita nel suo straordinario patrimonio d'arte e d'architetture. 309 vittime. 

    A loro va il nostro pensiero e la nostra preghiera, ai loro familiari che resteranno per sempre conuna lacerazione nel cuore e con il peso di continuare a vivere, in specie chi ha perso i propri figli. Un dramma simile l'Italia non conosceva dal 1908 e 1915, dagli anni dei terremoti di Messina e della Marsica. Avrebbe potuto essere ancora più tragico il sisma dell’Aquila, se fosse accaduto 5-6 ore dopo, con la città in piena attività.

    Ma in tanta tristezza d'un ricordo che riporta nella mente immagini nitide, come fossero di qualche giorno fa, il dolore e la disperazione di quei giorni tremendi, non possiamo non ricordare con amore e con immenso affetto la vicinanza, la generosità, la solidarietà dei Vigili del Fuoco e dei tanti Volontari giunti da ogni parte d'Italia, organizzati in associazioni che sono impresse nel nostro cuore (Associazione Nazionale Alpini, Caritas, CRI, Misericordie, reparti di Protezione Civile delle varie Regioni italiane, e tante altre ancora), delle Forze dell'Ordine (Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Corpo Forestale), dell'Esercito italiano. Una gara di premurosa attenzione verso la popolazione aquilana e dei borghi colpiti dal sisma.
    Non potremo mai dimenticare questa che è la più bella Italia, quella del Volontariato e della Solidarietà, pronta generosa sensibile e straordinaria. Come pure non potremo mai dimenticare l'affetto e la vicinanza di tutti gli italiani nel mondo - in particolare degli Abruzzesi e delle loro Associazioni -, manifestati con tanti gesti di grande valore morale e di significativa generosità. E l'attenzione di tutte le nazioni del mondo, di fronte alla tragedia, che così hanno scoperto una delle più belle città d'Italia, sebbene brutalmente ferita dalla violenza del sisma.

    Dopo i mesi e i primi anni dell'emergenza, L'Aquila e i comuni colpiti dal terremoto stanno ora risorgendo dalle macerie. Da tre anni, assicurato dal Governo il regolare flusso dei finanziamenti, la ricostruzione sta andando alacremente avanti. Fuori dai centri storici è molto avanzata. 

    Diversa la situazione dei centri storici, dove la ricostruzione è più complessa. Specie per il centro storico dell'Aquila, che tuttavia è abbastanza avanti nella ricostruzione privata e ora s'incammina anche quella pubblica. Tornerà più bella di prima, la città capoluogo d’Abruzzo. Stanno invece ancora indietro i centri storici delle frazioni dell'Aquila, perché si è data prelazione alla città, ma ora, e nei prossimi mesi ancor più, s'avviano molti cantieri nel primo gruppo di frazioni definite nel cronoprogramma. Dalla Municipalità aquilana viene assicurato che entro il 2017 saranno approvati tutti i progetti per la ricostruzione dei centri storici, della città e delle frazioni.

    In questi anni complicati la nostra comunità ha dato un grande esempio di dignità. Nella tragedia è emersa la parte migliore e più bella della nostra gente. Ma non possiamo nasconderci che ha messo in luce, per una minoranza, anche i lati peggiori del comportamento umano, l’egoismo e l’ingorda speculazione sulla tragedia. Come pure c'è da annotare che su quello che viene definito "il cantiere più grande d'Europa" anche altri interessi non chiari hanno girato e girano, ma che la Magistratura e le Forze dell'ordine stanno tuttavia controllando, scoprendo, censurando e condannando. Non aggiungo altro, su questa parte squallida e più dolorosa. Non ultima la responsabilità di chi poteva informare la popolazione sulla prevenzione e sul rischio, durante il lungo sciame sismico e prima della grande scossa del 6 aprile, anziché rassicurare.
     

    In questo settimo anniversario, oltre la gratitudine per la continua calorosa vicinanza che abbiamo avvertito, vogliamo essere aperti alla speranza di futuro per la nostra comunità, per una sollecita ricostruzione materiale. Ma sopra tutto con la speranza operosa di una forte ricostruzione sociale e morale della nostra comunità, che deve ritrovare il senso profondo del vivere insieme con i valori antichi del Bene comune, quegli stessi valori che nei secoli ha fatto e mantenuto grande L'Aquila. Fraternità sociale, reciproca solidarietà, rispetto, impegno civico, etica delle responsabilità, cultura, creatività, attaccamento alla propria terra, amore per la propria storia e gratuita dedizione al bene comune: sono gli ingredienti che disegnano il nostro futuro, il futuro dell'Aquila nuova, non solo più bella di prima, ma anche migliore di prima. Chiudo questo ricordo, nonostante amarezze e problemi, con questo forte senso di speranza e di futuro. A ciascuno di noi aquilani è assegnato una parte d’impegno nella ricostruzione morale ed etica della nostra città, perché la qualità delle relazioni umane presieda a riedificare il connettivo d’una comunità più forte, perché più unita nei suoi valori fondanti. E’ il modo migliore per ricordare ed onorare degnamente le 309 vittime del terremoto dell'Aquila.
     

    Qui di seguito i link di due brevi video che riportano le immagini delle prime ore dopo la tragedia e le immagini riprese da un drone, qualche settimana fa, nel centro dell'Aquila.
     
    https://www.youtube.com/watch?v=ggEJ2u9VoQs
    http://www.videoinformati.info/video/laquila-come-non-lavete-mai-vista-126381/?fb_action_ids=1070859689640304&fb_action_types=og.likes

     

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