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Articles by: Gianluca De nicola

  • CALCIO D'ANGOLO/È una Juve da derby

    In attesa del ritorno delle gare di Champions, che si giocheranno martedì e mercoledì prossimi, il campionato offre un turno interlocutorio. Invariate le distanze tra le prime tre, è il Milan a ricavare il profitto maggiore, consolidando il terzo posto ai danni della Fiorentina, sconfitta in casa dal Palermo.
     
    Attesa da quella che sembrava una trasferta difficile, la capolista Inter non fa una piega e porta a casa i tre punti senza grossi pericoli, espugnando il campo di un Genoa che quest’anno, in casa, era ancora imbattuto. Due a zero il risultato finale, con gol di Ibrahimovic dopo due minuti e Balotelli a metà ripresa. Nel mezzo, un’unica parata importante di Julio Cesar su colpo di testa di Milito e un sinistro di Biava finito a lato di poco. Il Genoa corre molto, cercando di imporre il proprio ritmo, ma l’Inter non perde il controllo del match e non va mai seriamente in difficoltà. Come spesso le è accaduto quest’anno la squadra di Mourinho dà il meglio di sé lontano da casa, potendo giocare di rimessa e approfittando di spazi inevitabilmente più ampi di quelli che le vengono concessi a San
    Siro. Uniche note negative gli infortuni di Materazzi e Burdisso, che lasciano i nerazzurri in piena emergenza per la gara di mercoledì all’Old Trafford, che dopo lo 0 a 0 dell’andata può valere una stagione. Con il gol di ieri Ibrahimovic sale a quota 15 in campionato e aggancia Gilardino e Milito al secondo posto della

    classifica cannonieri, dietro un Di Vaio sempre più ispirato che, con la tripletta rifilata ieri alla Sampdoria, fugge solitario a quota 19 centri.
     
    Risponde la Juve, attesa alla sempre insidiosa prova del derby. Ranieri presenta una squadra rimaneggiata per otto undicesimi, lasciando riposare i probabili titolari di martedì prossimo, quando ci sarà da recuperare con il Chelsea lo 0 a 1 rimediato all’andata. Coppia di attaccanti formata da Amauri e da un ispiratissimo Iaquinta, in difesa si rivede Zebina, all’esordio assoluto quest’anno, dopo lunghi mesi di infortunio. Il Toro risponde schierando Rosina subito dietro Stellone, unica punta, e lasciando il pezzo pregiato Rolando Bianchi in panchina. Pronti via e occasionissima per la Juve: Giovinco, schierato al posto di Nedved, per Iaquinta, piatto in corsa a colpo sicuro ma gran parata di Sereni, che risulterà alla fine il protagonista della serata. La partita scivola via su binari già visti quest’anno: la Juve subisce l’aggressività e il ritmo degli avversari, vacilla ma non cade e Buffon non è chiamato interventi di rilievo. Al contrario, ogni volta che ripartono in contropiede i bianconeri fanno male. A metà del primo tempo Sereni deve ripetere il miracolo, sempre su Iaquinta, che incorna magnificamente un cross dalla destra chiamando l’estremo difensore granata a un intervento prodigioso. Lo 0 a 0 sembra scritto, quando a dieci minuti dalla fine una punizione di Nedved, nel frattempo rientrato per Giovinco, coglie impreparata la difesa granata e pesca la testa di Chiellini a pochi passi dalla porta. Questa volta nemmeno Sereni può evitare il gol. Brutto colpo per il Toro e poco tempo per recuperare. Il risultato non cambia fino al fischio finale, lasciando alla Juve tre punti buoni per continuare a sperare nella rincorsa all’Inter e al Torino il rammarico di non aver raccolto nulla pur non avendo demeritato. Come per l’Inter, anche per la Juve le notizie peggiori in vista del match di coppa vengono dall’infermeria, e in particolare da Momo Sissoko, obbligato a uno stop di due mesi per un pestone al piede sinistro rimediato nei pochi minuti giocati nel derby. Una vera beffa, se si pensa l’importanza che il maliano ha in questo momento nel gioco di Ranieri, che martedì dovrà a questo punto affidarsi al compassato Poulsen. Vedremo se anche in campo internazionale la Juve riuscirà a fare di necessità virtù.
     
    Tiene il passo anche il Milan, che batte 3 a 0 in casa l’Atalanta orfana dei suoi uomini migliori, Floccari e Doni. La squadra di Ancelotti presenta un inedito Beckham sulla trequarti e Inzaghi al centro dell’attacco affiancato da Pato. L’inglese, che ha ufficialmente prolungato il suo prestito fino alla fine del campionato, pare particolarmente ispirato e a suo agio nel nuovo ruolo. Come lui anche Inzaghi, implacabile nello sfruttare gli assist di Iankulovsky, Pato e Zambrotta. Tre gol per un centravanti che sembra davvero intramontabile. La punizione appare tuttavia troppo severa per gli uomini di Del Neri, che tengono bene il campo creando non pochi problemi ad Abbiati e a una difesa che denuncia le solite incertezze. In particolare Senderos, arrivato quest’estate dall’Arsenal, non sembra all’altezza dei suoi compiti.
     
    La vittoria del Milan allontana la Roma, che impatta 1 a 1 in casa con l’Udinese. Forse con la testa al ritorno di coppa contro l’Arsenal, i giallorossi, ancora orfani di Totti, offrono una prova scialba e si fanno sorprendere da un colpo di testa di Felipe. Serve una prodezza di Vucinic, entrato nella ripresa al posto di un’evanescente Menez, per raddrizzare il risultato. In vista di mercoledì preoccupano l’infortunio di Pizarro, quasi certamente assente, e il nervosismo di De Rossi, espulso per proteste dall’arbitro Tagliavento.
     
    Perde terreno anche la Fiorentina, superata in casa per 2 a 0 da un brillante Palermo. Di Simplicio e Miccoli i gol, entrambi ad inizio ripresa. Perde ancora il Napoli, alle prese con una crisi che dura ormai da mesi e inizia a farsi preoccupante: due soli punti nelle ultime nove giornate e ultima vittoria che risale a gennaio. La media degli azzurri è da retrocessione. Dopo i due gol odierni di Rocchi, appena entrato in campo, la posizione dell’allenatore Reja, travolto dai fischi del San Paolo, si fa delicata. Dal canto suo la Lazio mantiene il ritmo delle ultime giornate e continua a sperare in un piazzamento in Uefa.
     
    La domenica conferma dunque le gerarchie in classifica. La sensazione è che solo un eventuale esito negativo delle partite di coppa, martedì e mercoledì, potrebbe stravolgere un copione che sembra già scritto e che vede i nerazzurri marciare con passo sicuro verso il terzo scudetto consecutivo. Ma fino a giovedì, tutto è ancora in gioco.
     
    Altri risultati: Bologna – Sampdoria 3 – 0; Catania – Siena 0 – 3; Chievo – Cagliari 1 – 1; Lecce – Reggina 0 – 0.

  • CALCIO D'ANGOLO/Indomita Inter

    La ventiseiesima giornata del campionato è parzialmente favorevole alla Juventus, unica squadra a incamerare i tre punti nel gruppo di testa. I bianconeri recuperano due punti sull’Inter, che pareggia in rimonta una rocambolesca partita interna con la Roma, e portano a più cinque il vantaggio sul Milan, sconfitto a Genova dalla Samp e ormai in piena crisi di gioco e risultati.
     
    Nell’atteso posticipo della domenica sera, spettacolare 3 a 3 tra Inter e Roma. I giallorossi di Spalletti hanno molto da recriminare. Dominano nel primo tempo, giocando con personalità e ottime trame, trascinati da Pizarro, De Rossi, Brighi e Vucinic, e chiudendo meritatamente in vantaggio due a zero, con gol dello stesso De Rossi e di Reese, al primo centro nel nostro campionato. I campioni d’Italia sono lenti e incapaci di reagire, chiudendo la prima frazione senza mai impensierire Doni. Tutt’altra musica nella ripresa. L’Inter aggredisce subito la partita e accorcia le distanze con Balotelli. Brighi, in contropiede, segna il tre a uno finalizzando una splendida azione in verticale, ma la partita non si chiude. La Roma arretra nel tentativo di gestire e lascia spazio all’orgoglio dei nerazzurri. Balotelli si procura e realizza il rigore del tre a due e il redivivo Crespo, convocato all’ultimo istante per l’improvvisa indisponibilità di Ibrahimovic, sigla il definitivo 3 a 3 a dieci minuti dal termine: splendido il colpo di testa su cross di Figo. La Roma torna fuori nel finale e avrebbe l’occasione con De Rossi di segnare nei minuti di recupero, ma il sinistro da pochi passi del capitano giallorosso finisce a lato di poco. Il tre a tre non cambia ed è alla fine il risultato più giusto. L’Inter vede ridotto di due punti il vantaggio sulla Juve, che resta comunque consistente.
     
    I bianconeri battono il Napoli, all’ottava sconfitta esterna consecutiva, con un gol di Marchisio allo scadere del primo tempo di una partita tirata ma non bella. Ranieri, dopo la sconfitta europea con il Chelsea lascia rifiatare i centrocampisti Tiago e Sissoko, e il brasiliano Amauri, riproponendo il danese Poulsen in coppia con Marchisio a centrocampo e Trezeguet al centro dell’attacco. Il giovane Giovinco prende il posto di Nedved, che ha annunciato il ritiro a fine stagione, sulla corsia di sinistra. Reja dal canto suo prova a replicare senza successo la bella prova del mese scorso in Coppa Italia, quando il Napoli aveva spaventato la Juve cedendo solo ai calci di rigore. Tra due squadre in cerca di punti viene fuori una partita

    dura e nervosa, spezzettata dagli interventi dell’arbitro Ayroldi. La Juve corre molto ma non offre manovre fluide, il Napoli controlla e cerca di ripartire in contropiede ma in novanta minuti riesce a mettere una sola volta Hamsik davanti alla porta di Buffon, che è bravo a chiudere. Il tiro di Marchisio al 44’, peraltro deviato in maniera decisiva da Blasi, giunge a spezzare l’equilibrio in maniera piuttosto occasionale. Nella ripresa il Napoli prova a reagire e chiude una Juve in evidente difficoltà nella sua trequarti. Pressione minacciosa ma senza esito. Con qualche affanno, la squadra di casa conserva il vantaggio fino allo scadere.
     
    Dopo il pareggio interno con il Werder Brema, che giovedì scorso è costato l’eliminazione dalla Coppa Uefa, il Milan di Ancelotti cade a Genova contro la Sampdoria, guidata da Cassano, sempre più leader e in grado di controllare i celebri eccessi comportamentali, e Pazzini, al sesto gol con i blucerchiati. I rossoneri offrono l’ormai solita trama lenta e fitta di passaggi in orizzontale, e le imbarazzanti amnesie difensive che ne hanno segnato la stagione. È evidente che a fine campionato società e tecnico saranno chiamati a progettare la rifondazione completa di una squadra gloriosa ma

    ormai al tramonto. Poche idee, molta imprecisione, giocate prevedibili: in più, l’infortunio di Kakà ha tolto ai rossoneri l’unico elemento in grado di saltare l’avversario e proporre fantasia e accelerazioni. Dal canto suo, la squadra di Mazzarri pur senza strafare gioca con ordine e si affida al talento di Cassano, in ottima condizione e supportato da un Pazzini evidentemente voglioso di dimostrare che la panchina fatta a Firenze non era affatto meritata. Dei due gioielli i gol: di testa Cassano, di Pazzini, splendido, il secondo a metà ripresa. Di Pato il gol per la bandiera del Milan, che fissa il risultato sul definitivo 2 a 1.
     
    Della battuta d’arresto del Milan non approfittano le altre aspiranti al terzo posto. La Fiorentina, dopo due rimonte consecutive, resta bloccata 1 a 1 sul campo della Reggina, mentre il Genoa non va oltre lo 0 a 0 sul campo del Siena. I viola e i rossoblù restano rispettivamente a tre e a quattro punti dal Milan, ma la volata per l’ultimo posto in Champions è tutt’altro che decisa.
     

    Da segnalare il rotondo 4 a 0 con cui il Catania espugna il campo del Palermo, aggiudicandosi clamorosamente il derby di Sicilia. I gol di Ledesma, Morimoto e Mascara chiudono il conto già nel primo tempo; quello di Paolucci arrotonda il risultato a metà ripresa. Brutta e inaspettata caduta per gli uomini di Ballardini.
     
    Il prossimo turno vedrà impegnate di sabato le squadre che affronteranno in settimana le partite di ritorno di Champions. La Roma ospita l’Udinese, l’Inter vola a Genova, la Juve è attesa dalle insidie del derby con il Torino. Considerando l’impegno di Coppa e la necessità di recuperare i risultati non tranquillizzanti del turno di andata, è lecito aspettarsi delle sorprese.
     
    Altri risultati: Lazio – Bologna 2 - 0; Atalanta – Chievo 0 - 2; Cagliari – Torino 0 – 0; Udinese – Lecce 2 – 0.

  • CALCIO D'ANGOLO/E' un'Inter forza nove

    Doveva essere una giornata favorevole alle inseguitrici. Questo almeno era quello che speravamo, noi che ci auguriamo un campionato incerto fino all’ultima giornata. Il derby, si usa dire, è una partita particolare in cui può succedere di tutto, perfino che il claudicante Milan di quest’anno, tra l’altro orfano dell’infortunato Kakà, riesca a fermare la corazzata nerazzurra. E invece, la squadra di Mourinho ha riportato tutti bruscamente alla realtà. Vittoria per 2 a 1, Juve a nove punti e Milan addirittura a undici. La distanza dalla Fiorentina quarta e dal Genoa quinto è talmente grande che non vale nemmeno la pena di misurarla.

    L’Inter si presenta al derby forte del pareggio pomeridiano della Juve. Un’iniezione di calma e serenità ulteriore per una squadra che non ha certo bisogno degli omaggi delle concorrenti. Al Milan tocca vincere per restare agganciato ai cugini e strappare il secondo posto alla Juve. La squadra di Ancelotti fa a meno di Kakà e si affida a Ronaldinho, reduce da diverse panchine consecutive e qualche mugugno. L’ex fenomeno ripaga la fiducia e sfodera la migliore prestazione da quando è in Italia. Presenza costante nella partita, e giocate efficaci e spettacolari. Da fuoriclasse vero il tocco di esterno che manda Jankulovsky a crossare dal fondo il pallone che Pato trasforma nel gol della bandiera. Ma la classe di Ronaldinho, la verve di Pato, il coraggio di capitan Maldini all’ultimo derby non bastano. L’Inter è forte, sicura di sé e implacabile. Nel primo tempo due occasioni, due gol. Il primo di Adriano, viziato da un tocco di mano che sfugge all’arbitro Rosetti, il secondo di Stankovic, bravo a inserirsi su una sponda di petto di Ibrahimovic. In mezzo tanto possesso palla e tanta intensità da parte del Milan, che tuttavia non arriva mai a impensierire Julio Cesar. I rossoneri confermano i limiti denunciati in tutta la stagione: attacco troppo leggero, in cui si sente la prolungata assenza di Borriello, e difesa ormai logora. La società dovrà provvedere nel mercato estivo, se l’anno prossimo vorrà tornare protagonista a grandi livelli.

    Nella ripresa Ancelotti prova il tutto per tutto, mettendo Inzaghi per Beckham. L’Inter approfitta dei varchi che si aprono e crea più volte l’occasione per il terzo gol, sciupando con Adriano. Il Milan non molla, trova il gol del 2 a 1 con Pato e nel finale getta il cuore oltre l’ostacolo creando più volte lo scompiglio in area avversaria. Ma il guizzo giusto non arriva e il risultato non cambia. Il derby va all’Inter.

    La Juve perde ulteriormente terreno nel giorno in cui sperava invece di essere più vicina alla capolista. 1 a 1 in casa con una Samp in piena emergenza. L’undici di Ranieri può certo imprecare contro la sfortuna – quattro i pali colpiti dai bianconeri, due con Nedved e due, nella stessa azione, con Del Piero – ma deve fare anche il mea culpa per le distrazioni difensive che le costano i tre punti. La Samp si affaccia due volte dalle parti di

    Buffon: la prima con Pazzini, splendidamente lanciato da Cassano, per il gol dell’uno a zero; la seconda con un cross di Palombo deviato che si infrange sul palo a portiere battuto. Si era ancora sullo 0 a 1 e la partita sarebbe diventata imprendibile. Invece, dopo un assalto all’arma bianca durato quasi un’ora e costellato di occasioni mancate, Amauri, al primo centro del 2009, trova l’incornata giusta su cross di Giovinco. Meritato il pari, ma per tenere il passo dell’Inter ci vuole altro.

    Rocambolesco il pareggio tra Genoa e Fiorentina. A Marassi i padroni di casa sfiorano l’impresa. In dieci uomini per l’espulsione di Biava, si portano avanti 3 a 0 con i gol di Tiago Motta, Palladino e, a inizio ripresa, del solito Milito. A quel punto, con l’uomo in meno, Gasperini ordina saggiamente ai suoi di arretrare. L’arbitro Rizzoli, però, assegna generoso rigore per fallo su Gilardino. Mutu realizza dal dischetto, dando il la a una tripletta personale che culmina al 93’, con un destro a giro sul palo lontano che fissa il risultato sull’incredibile 3 a 3.

    Delle altre di testa, cade sonoramente la Roma sul campo dell’Atalanta. 3 a 0 per i nerazzurri di

    Del

    Neri, che regolano i giallorossi con il medesimo risultato riservato all’Inter qualche settimana fa. Succede tutto in meno di dieci minuti. Prima Capelli, poi due volte Doni, sette gol per lui quest’anno, e partita chiusa. Dopo la rincorsa spettacolare delle scorse settimane, la Roma forse paga dazio a un organico non troppo ampio e a una certa refrattarietà all’aria di alta classifica. Anche l’anno scorso, nei momenti decisivi della rincorsa all’Inter, la squadra di Spalletti ha perso punti decisivi.

    Finisce uno a uno l’anticipo del sabato tra Napoli e Bologna, entrambe a caccia di punti importanti. Il Napoli per interrompere una serie magra che lo ha visto raccogliere un solo punto nelle ultime cinque partite; il Bologna, quart’ultimo, per la necessità di tenere dietro un Torino arrivato ormai a due sole lunghezze. Ne viene fuori un pareggio teso, firmato da Maggio e dal capocannoniere Di Vaio. Incide poco nel centrocampo di Reja il nuovo acquisto Datolo. Il Napoli, come non era ancora successo quest’anno, lascia il campo tra i fischi del San Paolo.

    Come detto in apertura, l’Inter allunga ancora in una giornata che avrebbe dovuto vederla invece in difficoltà. Forse il ritorno delle partite di Champions servirà, come sperano alcuni, ad alterare in parte gli equilibri del campionato, drenando concentrazione ed energie. Ma la sensazione che resta è che, molto più dell’impegno delle rivali, sarà solo un alquanto imprevedibile calo della capolista a rimettere in gioco le sorti del campionato. Tra un paio di settimane lo sapremo.

    Altri risultati: Lazio – Torino 1 – 1; Cagliari – Lecce 2 – 0; Chievo – Catania 1 – 1; Reggina – Palermo 0 – 0; Siena – Udinese 1 – 1.

  • CALCIO D'ANGOLO/È ancora Inter

    La ventitreesima giornata, quarta del girone di ritorno, non smentisce il leit-motiv del campionato di serie A: Inter saldamente al comando e bagarre tra le inseguitrici che si contendono il secondo accesso diretto alla Champions del prossimo anno – Juventus e Milan – e i due posti disponibili per l’accesso tramite i preliminari – Fiorentina, Genoa e Roma.
     
    La squadra di Mourinho, impegnata sabato pomeriggio a Lecce in quella che doveva essere una trasferta difficile, viene invece a capo dell’undici allenato da Mario Beretta con un secco 3 a 0. Il solito Ibrahimovic nel primo tempo, poi Figo e Stankovic nella ripresa, le firme del successo. Nel mezzo, una partita gestita con tranquillità, come capita più spesso fuori casa che a San Siro per i nerazzurri. Un solo brivido per Julio Cesar, che si conferma portiere decisivo e dal rendimento altissimo, su un colpo di testa ravvicinato di Stendardo, quando il risultato era ancora sull’1 a 0. Da segnalare, a fine partita, lo sfogo di Mourinho in merito all’ammonizione inflitta a Ibrahimovic, reo di simulazione secondo l’arbitro Tagliavento. “Succedono cose strane”, ha detto il portoghese, riferendosi all’atteggiamento

    degli arbitri nei confronti della sua squadra. Polemica molto italiana per lo Special One, dimentico dei molti episodi a favore dei suoi capitati quest’anno.
     
    Torna al secondo posto la Juventus, dopo il sorpasso del Milan della scorsa settimana. Dopo le sconfitte patite contro Udinese e Cagliari, e dopo aver sofferto mercoledì in Coppa Italia contro il Napoli, i bianconeri di Ranieri vengono a capo del Catania di Zenga al termine di una partita complicata, resa più difficile dalla precoce espulsione di Iaquinta. L’attaccante, al rientro da titolare dopo mesi di assenza, si gioca tutto in due minuti, tra 10’ e 12’ del primo tempo. Prima segna il gol dell’1 a 0 su cross di Camoranesi, facendosi ammonire per aver esultato levandosi la maglia, e due minuti dopo prendendo il secondo giallo per un intervento a centrocampo su Pazienza. Sembra tuttavia severa la decisione di Rodomonti. La Juve si arrocca a protezione del risultato, salvata da Buffon in un paio di occasioni. Il Catania, pur senza fretta, preme e trova il pareggio all’inizio della ripresa con il giapponese Morimoto, al terzo gol in seri A. A quel punto, seppur in dieci uomini, la Juve alza il baricentro e spinta da Nedved e Amauri tenta di non perdere ulteriore contatto dall’Inter. Impresa che riesce a un minuto dalla fine grazie a un gol del danese Poulsen, entrato cinque minuti prima per il positivo Tiago. Primo gol in campionato per il centrocampista arrivato quest’estate tra i mugugni della tifoseria.
     
    Nell’anticipo del sabato sera, invece, mezzo passo falso interno del Milan contro la Reggina fanalino di coda. Ancelotti ripropone Ronaldinho dal primo minuto rinunciando a Seedorf e schierando il francese Flamini con il compito di equilibrare una squadra con molto talento ma non troppo veloce. Poche le occasioni del primo tempo, quando è anzi la Reggina a rendersi pericolosa in contropiede, sostenuta da Cozza e dal promettente Di Gennaro, e dalla generosità di Corradi. Proprio questi ultimi due sono i protagonisti del vantaggio calabrese: sponda del roccioso centravanti, inserimento perentorio e bell’esterno sinistro del ragazzino scuola Milan che non lascia scampo ad Abbiati. Al riposo si va sull’1 a 0 per gli ospiti.
    Nel secondo tempo il Milan spinge con più veemenza. Entrano Seedorf ed Inzaghi, va fuori Ronaldinho, lontanissimo dal giocoliere imprevedibile ammirato negli anni passati. Il brasiliano resta un corpo estraneo, e alimenta le perplessità di coloro che considerano le sue condizioni attuali inadatte al nostro campionato. Fatto sta che proprio dalla zona di campo lasciata libera da Dinho parte P

    ato per procurarsi il rigore che Kakà trasforma nel definitivo 1 a 1. Il Milan prova fino alla fine, ha un paio di occasioni con Inzaghi ma corre un grosso rischio allo scadere su iniziativa di Corradi che spara fuori di un soffio dopo essere arrivato a tu per tu con Abbiati. Alla fine risultato giusto, Milan dietro la Juve e a meno 8 dall’Inter. Il derby di domenica prossima suona come una prova senza appello per le residue speranze di scudetto dei rossoneri.
     
    Nella corsa al quarto posto balza avanti la Fiorentina, alla terza vittoria consecutiva. La squadra di Prandelli batte per 1 a 0 la Lazio nella partita più spettacolare della giornata. I biancocelesti, in dieci per settanta minuti per l’espulsione di De Silvestri (doppia ammonizione), recriminano per il gran numero di palle gol sprecate dal tridente, schierato da Rossi nonostante l’assenza di Rocchi, e per il gol preso all’ultimo minuto. Tiro di Mutu non irresistibile, Muslera non perfetto e tap in dell’implacabile Gilardino, al quattordicesimo centro stagionale, solo uno in meno del capocannoniere Di Vaio. Il centravanti viola, sotto la guida di Prandelli, sembra aver ritrovato fiducia nei propri mezzi e lasciato definitivamente alle spalle l’opaca esperienza nel
    Milan.
     
    Nell’altro scontro diretto, prepotente vittoria della Roma, che si impone 3 a 0 sul Genoa con gol di Cicinho, Vucinic e Baptista, agganciando i rossoblu a quota 40. Spettacolari i gol del 2 e del 3 a zero, in un giornata in cui la squadra giallorosa ritrova Totti dal primo minuto.
     
    Infine, il posticipo della domenica sera tra Palermo e Napoli, entrambe in lotta per un piazzamento in UEFA, vede rispettate le tendenze recenti delle due squadre. Il Palermo era reduce da quattro vittorie consecutive in casa, il Napoli da sei sconfitte in trasferta. Risultato finale, 2 a 1 per il Palermo, trascinato dal rientrante Miccoli. Due gol nel primo quarto d’ora per i rosanero, di Migliaccio e Simplicio. Il Napoli, che presenta un inedito 4-3-1-2 per concedere maggiore libertà al giovane Hamsik, reagisce in modo lento e impacciato. Trova proprio con un gran tiro di Hamsik il gol che accorcia le distanze allo scadere del primo tempo ma non basta. Nella ripresa, a parte un paio di buone occasioni per i partenopei, il risultato non cambia. Il Palermo sale a quota 35 in classifica. Salvezza raggiunta, a meno di clamorosi rovesci, e timido sguardo all’Europa per il prossimo anno. Il Napoli, dopo un prima parte di stagione brillante, finisce nella zona grig

    ia della classifica. Un punto solo dietro il Palermo e alla pari del Cagliari. Le due squadre isolane, però, appaiono molto più in palla.
     
    La sensazione che la giornata lascia è la solita. L’Inter continua a mostrare una marcia in più rispetto al gruppo delle inseguitrici. Se in casa qualche volta si concede qualche distrazione, la squadra di Mourinho è implacabile in trasferta, dove offre prestazioni convincenti anche sul piano del gioco e vince con disarmante semplicità. La rincorsa, per Milan e Juve, sembra difficile non solo sul piano dei numeri, ma soprattutto su quello psicologico. L’imperativo costante di mantenere il passo a lungo andare logora, e le battute d’arresto improvvise sia dell’una che dell’altra squadra sembrano confermarlo. A meno che il ritorno della Champions non porti imprevedibili scompensi nei campioni d’Italia in carica, la corsa allo scudetto sembra anche quest’anno già segnata.
     
     
     
     

  • Il caso Englaro. Il momento di lasciarli stare


    Eluana Englaro è in coma irreversibile da 17 anni. Quando ne aveva 20 un incidente d’auto l’ha condannata ad uno stato vegetativo che la mantiene, da allora, sospesa al confine della vita. In tutto questo tempo Eluana ha respirato senza l’ausilio delle macchine, ma è stata alimentata e idratata artificialmente.

    Questo, almeno, fino a due giorni fa.

     

    Martedì scorso il padre e tutore legale di Eluana, Beppino Englaro, che da molti anni si batte perché gli venga riconosciuta la facoltà di interrompere le cure, ha deciso di rompere gli indugi. Forte di una sentenza della Corte di Cassazione e della pronuncia del Tribunale d’Appello di Milano, l’uomo ha trasferito la figlia presso la clinica “La quiete” di Udine, dove il Professor Amato De Monte ha accettato di dar corso alla riduzione progressiva dell’alimentazione e dell’idratazione, sì da portare Eluana, in breve tempo, ad una “morte lenta”. Dopo i tre giorni necessari all’accertamento dell’esistenza delle condizioni previste dal protocollo riconosciuto dalla Cassazione, le cure sono state interrotte. Da 48 ore, Eluana è sotto l’effetto di farmaci antiepilettici e di null’altro.

     

    In mancanza di una legge sul testamento biologico, il caso di Eluana è al centro di un violento scontro istituzionale che vede le più alte cariche dello Stato schierarsi su fronti opposti e il mondo politico fortemente diviso. Inoltre, com’era lecito aspettarsi in un caso come questo, anche il Vaticano non manca di far sentire quotidianamente la sua voce affinché le cure per Eluana siano immediatamente ripristinate.

     

    I termini dello scontro si sono delineati fin da venerdi scorso, quando il Consiglio dei ministri ha varato un decreto legge per impedire “a chiunque” di rifiutare (in caso di malato cosciente) o di sospendere (da parte di terzi in caso di malato in coma) la somministrazione di acqua e cibo. Il Presidente Napolitano, che già si era espresso negativamente sull’opportunità di risolvere il caso con decreto, non presentandosi le necessarie ragioni di “necessità e urgenza”, ha rifiutato di firmare il provvedimento, prendendo atto con rammarico della deliberazione del Consiglio e ripetendo che il testo non superava le obiezioni di incostituzionalità da lui tempestivamente rappresentate e motivate. Il Presidente della Camera Gianfranco Fini, favorevole nel caso specifico alla libertà di scelta della famiglia, ha appoggiato l’iniziativa del Capo dello Stato. D’altro canto il Vaticano, nella persona del Card. Bagnasco, Presidente della Cei, e di altri alti prelati, si è dichiarato deluso dal Colle e ha sollevato le ipotesi di omicidio ed eutanasia.
    La Santa Sede quindi preme affinché il Consiglio dei ministri insista sulla strada intrapresa. Cosa che il Presidente Berlusconi pare intenzionato a fare, avendo convocato per domani una riunione straordinaria dell’esecutivo per varare a tempo di record un disegno di legge che ricalchi i contenuti del decreto respinto e sul quale sarà chiesta, pare, la fiducia del Parlamento. Entro giovedì della settimana prossima il disegno dovrebbe essere approvato ed entrare in vigore.  

     

     

    Nel frattempo, da Udine, i legali della famiglia Englaro hanno fatto sapere che in mancanza di un provvedimento valido che annulli la sentenza della Cassazione, la sospensione delle cure andrà avanti come previsto. Sospensione che, come detto, è in corso, nonostante la visita di ieri degli ispettori del Ministero della Sanità, inviati da Roma per verificare se la struttura de “La quiete” sia adeguata per assistere fino alla fine la paziente.

     

    Oggi, in un clima istituzionale sempre più teso – il presidente Berlusconi viene dal dire che
    la Costituzione, che concede al Presidente della Repubblica poteri che, secondo lui e i suoi ministri, spettano solo al governo, va cambiata, in quanto approvata molti anni fa, sotto l’influenza della fine di una dittatura e con il contributo di forze ideologizzate che miravano alla Costituzione sovietica – oggi, dicevamo, il papà di Eluana è intervenuto in prima persona, nel tentativo di smorzare i toni. Con una breve lettera al Capo dello Stato e al Presidente del Consiglio, parlando da padre a padre, Beppino Englaro invita Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi a visitare la figlia nella clinica presso cui è ricoverata, “per rendersi conto, di persona e privatamente, delle condizioni effettive di mia figlia Eluana, su cui si sono diffuse notizie lontane dalla realtà che rischiano di confondere e deviare ogni commento e convincimento”.

     

    Una posizione di buon senso, quella di Englaro, che se assecondata potrebbe forse ricondurre la vicenda all’alveo umano ed etico cui appartiene, ponendo fine alla deriva politica cui è stata piegata nelle ultime ore.

     

    Non so se, come dice il premier Berlusconi, in Italia si stiano contrapponendo due culture, una della libertà e della vita, l’altra dello statalismo e della morte. Quel che è certo, è che si stanno contrapponendo due concezioni diverse della vita e del diritto, e  su un tema estremamente delicato. Dare ragione alla famiglia Englaro costituirebbe un precedente decisivo, dalle conseguenze imprevedibili in un Paese irresponsabile come il nostro. Ignorarne le richieste, di fronte a una sofferenza durata diciassette anni e in assenza di qualsiasi prospettiva di miglioramento, potrebbe d’altronde costituire non solo un esempio di inutile accanimento terapeutico, ma anche una violenta, nonché crudele, negazione del diritto individuale all’autodeterminazione.

     

    Se Eluana sia viva o meno, la scienza non lo dice chiaramente, e la fede è una risposta valida solo per coloro che ce l’hanno. In mancanza di una legge, necessaria, che lasci a ciascuno la facoltà di decidere preventivamente in casi simili, rigorosamente regolamentati, sono di quelli che credono che il pubblico, qualsiasi sia la sua natura, debba fare un passo indietro, e lasciare a coloro che questa vicenda l’hanno vissuta da vicino e dall’inizio la libertà, e la responsabilità, di prendere una decisione.

     

    Eluana ha la mia età. I diciassette anni del suo coma corrispondono all’intero della mia vita adulta. Una vita della quale non sempre sono soddisfatto e talvolta, come forse capita a tutti, oggetto di bilanci tremendi. Eppure, a ben vedere, in questi anni ho viaggiato, ho riso, ho pianto, ho giocato, ho incontrato persone, imparato due lingue, mi sono innamorato, ho provato emozioni belle, emozioni brutte, mi sono esaltato e mi sono disperato, mi è stato tolto e mi è stato regalato, tutto quello che ragionevolmente può essere tolto e regalato in una vita normale. Eluana no. In tutti questi anni lei semplicemente è rimasta immobile, ad occhi spalancati, attaccata al suo sondino in un letto d’ospedale. Se questa sia vita, io non so dirlo. Ma forse Beppino Englaro ha ragione, e per capirlo bisognerebbe avvicinarsi al letto di Udine, in silenzio, e guardare. Qualsiasi siano le decisioni che si prenderanno nelle prossime ore, Eluana e i suoi genitori hanno sofferto abbastanza.

     

    Credo sia giunto il momento di lasciarli stare.

  • Condannato al rogo... per divertimento


     È accaduto tra sabato e domenica, intorno alle tre del mattino alla stazione di Nettuno, trenta chilometri a Sud di Roma. Tre ragazzi – dicono – di buona famiglia, uno di 29 anni, uno di 19 e l’altro di 16, al termine di una serata trascorsa a bere di locale in locale hanno varcato i cancelli incustoditi della stazione e hanno dato fuoco a un uomo, un senzatetto indiano che dormiva su una panchina.

     
    L’uomo, 35 anni, ora ricoverato in gravi condizioni in un ospedale di Roma, ha raccontato ai Carabinieri che i tre si sono avvicinati chiedendogli dei soldi. Lo hanno picchiato e si sono allontanati. Pochi minuti dopo sono ritornati, armati di una bomboletta di vernice spray e di una tanica di benzina con cui gli hanno cosparso gambe, mani, addome e collo. Dopodiché uno di loro ha preso un accendino e ha appiccato il fuoco. L’immigrato è vivo per l’intervento di un anonimo che ha chiamato il 112 denunciando l’accaduto e gli ha prestato i primi soccorsi.
     
    I Carabinieri hanno rapidamente identificato i colpevoli. I tre ragazzi sono ora agli arresti – i due maggiorenni nel carcere di Velletri, il sedicenne nel centro di accoglienza e recupero “Virginia Agnelli” di Roma – con l’accusa di tentato omicidio.
     
    “Volevamo divertirci”, ha affermato il più giovane dei tre, la cui deposizione è stata resa pubblica. “Trovare un barbone cui fare uno scherzo per chiudere la serata con qualcosa di forte. Avevamo bevuto tanto e ci eravamo fatti le canne. Era tardi e stavamo ancora girando in macchina. Cercavamo un barbone, non doveva essere per forza uno straniero. Se era romeno o negro non ci fregava niente”.
     
    Non gli fregava niente. D’altronde, tutti bruciano più o meno allo stesso modo. Con buona pace di quelli che si sono affrettati a legare l’episodio all’ondata di razzismo che sta attraversando il Paese, qui la nazionalità, il colore della pelle, la religione, non c’entrano niente. L’ondata c’è, inutile negarlo, ma non ha niente a che vedere con ciò che è accaduto.
     
    Uno degli inquirenti che hanno assistito all’interrogatorio e hanno poi parlato con la stampa descrive i tre ragazzi come tre volti qualsiasi, di quelli che è possibile incontrare tutte le sere a passeggio sul lungomare. Un altro li definisce teste vuote, lontane dalla politica, dal razzismo, dal tifo calcistico e da una qualsiasi forma di vero interesse. Eppure, in loro dev’esserci una qualche forma di curiosità. “Volevamo vedere quanto durava”, ha confessato infatti il sedicenne. “Ma poi pensavamo di spegnerlo”.
     
    Proprio così: pensavano di “spegnerlo”. Come fosse un ceppo, o un tizzone da camino. Detesto la retorica dell’indignazione che immancabilmente riempie i giornali in certe occasioni, quindi non userò aggettivi per classificare l’episodio. Preferisco pensare che parli da sé.
     
    Al contrario, il Presidente Fini e l’onorevole Veltroni si sono subito affrettati a condannare “l’inqualificabile episodio di razzismo”. Non mancando, il Segretario del Pd, di sottolineare come questo clima di intolleranza sia stato creato ad arte dalla maggioranza. Tutti i torti non li ha, se è vero che ci accingiamo ad aprire i Centri di identificazione e di espulsione per gli immigrati non in regola. Perché con l’immigrazione clandestina, e il ministro Maroni ha appena finito di dichiararlo con voce tonante dal pulpito di Avellino, non si può essere buonisti ma “cattivi, determinati, per affermare il rigore della legge”. Sarà. Ad ogni modo, il razzismo in questo caso non c’entra niente. Come la Camorra a Napoli ha il solo merito, peraltro dubbio, di offrire una spiegazione semplice e rassicurante: agitandone lo spauracchio si pone sotto gli occhi di lettori e spettatori un bersaglio facile, un capro espiatorio a portata di mano su cui sfogare ansie, frustrazioni e bisogni di sicurezza.
     
    Sennonché, il fatto che la vittima dell’aggressione fosse un immigrato indiano è puramente accidentale. Che fosse romeno o negro non aveva importanza. Contava solo che fosse lì e che fosse pronto per essere sacrificato. Sacrificato, sì, ma sull’altare di che cosa?
     
    Questo è il punto. Di che cosa? Della noia, e dell’incapacità di provare emozioni. Questo mi sembra l’aspetto più inquietante della vicenda, perché rispetto al razzismo l’apatia giovanile che sfocia in violenza è un avversario molto più sfuggente, impalpabile, difficile da affrontare. Si manifesta – come è successo a Nettuno – per crolli e muffe improvvise, come quelle dovuti all’acqua che scorre in silenzio nelle pareti, e contro la quale si ricorre a interventi strutturali. E questa è l’altra parte del problema. Contrastare un certo tipo di disagio richiederebbe analisi approfondite, progetti, politiche sociali e culturali a lungo termine: in fin dei conti, un’assunzione di responsabilità e una volontà reale che, duole dirlo, non ci sono.
     
    Non c’è intellettuale o politico da talk show che non metta nei suoi discorsi sui giovani il vuoto dei valori, la crisi della famiglia, il relativismo etico, l’idelogia del branco, la deriva xenofoba. Eppure, da anni, la scuola non cambia, e nemmeno la televisione. Nessuna politica per la famiglia, né una per l’integrazione. Tutt’al più, qualche legge speciale per fatti speciali. Forse chi ha il dovere di pensarle, le soluzioni strutturali, è chiuso in segreto a preparare una strategia di ripresa talmente perfetta da richiedere anni di elaborazione. Ma dubito.
     
    Nel frattempo, però, sorgono interrogativi cui si dovrebbe rispondere. Fino a pochi anni fa i giovani in cerca di emozioni forti, come quelli di Nettuno, si davano al fumo e all’alcol. Poi sono venute le droghe da discoteca e le corse in macchina. Ora queste cose non bastano più. Per coloro che la cercano la trasgressione non abita più qui, e queste cose sono diventate l’iter qualunque di un sabato sera, debole quanto può essere debole la normalità. Il passo successivo è stata dunque la violenza. Il caso di Nettuno non è isolato: quattro mesi fa a Rimini è accaduta la stessa cosa, con le stesse dinamiche. Tre ragazzi di buona famiglia hanno dato fuoco a un barbone che dormiva su una panchina del parco. Anche loro per divertimento. Gli interrogativi che sorgono riguardano quindi il cosa succederà quando anche la violenza sarà diventata normale? Quale sarà il passo successivo? Che cosa dovremo aspettarci e cosa saremo disposti a tollerare?
    Io non lo so, e ho anche un po’ paura di pensarci. Ma certo il vuoto dei valori non aiuta.

  • L'Olocausto in un film Disney. Il bambino con il pigiama a righe

     Mi sono imbattuto per caso ne Il bambino con il pigiama a righe (The Boy in the Striped Pyjamas), coraggioso film di Mike Herman tratto dal romanzo omonimo di John Boyne. Il film, prodotto dalla Disney, è uscito nelle sale italiane nel periodo natalizio; una scelta inusuale, dato il tema, per gli standard del colosso dell’animazione. E scelta che deve aver tratto in inganno più di uno spettatore, accorso con famiglia a vedere il consueto film natalizio, e trovatosi invece di fronte un racconto asciutto e privo di retorica sull’Olocausto. Vero è che il manifesto lasciava pochi dubbi sul contenuto: due bambini, di cui uno con indosso l’inequivocabile pigiama a righe del titolo, seduti l’uno di fronte all’altro ai lati opposti di un filo spinato. Che fosse un film sull’Olocausto, dunque, lo si poteva capire al primo sguardo. Che fosse crudo e tragico, e assai lontano dalla tradizione disneyana, era meno facile da immaginare.

     

    Dire che il cinema si è occupato spesso della Shoah significa usare un eufemismo. Registi diversi in modi diversi hanno raccontato lo sterminio, spesso scegliendo di non nascondere nulla. Le torture, le umiliazioni, il tentativo sistematico di cancellare il volto umano e la dignità dei sei milioni di deportati: tutto è stato portato sullo schermo. Tutto mostrato, sezionato, fatto vedere.
     
    Il bambino con il pigiama a righe segue una strada differente. Mike Herman decide infatti di portare sì lo spettatore dentro l’olocausto, nel cuore del campo di concentramento, ma riuscendo contemporaneamente a mantenerlo fuori da esso, estraneo e disorientato. Ne La vita è bella, Benigni aveva compiuto con mezzi diversi la medesima operazione. Anche il regista toscano porta infatti gli spettatori nel campo con Guido, Dora e il piccolo Giosuè, ma devitalizza ciò che avviene al suo interno trasformandolo in gioco. Lo spettatore vede nello stesso istante la violenza e la sua parodia, e il loro accostamento genera, più che sgomento, un dolente sorriso. La vita è bella è anche per questo un’opera poetica: cede alla necessità “narrativa” della nemesi finale. Giosuè esce dal campo con un grido di gioia, convinto di aver vinto. Lo sforzo del padre è riuscito, il bambino è salvo: è salva la sua umanità, la sua innocenza, salva la sua possibilità di crescere da persona libera, senza cicatrici. Il colpo di genio di Benigni esorcizza la tragedia, ne cancella le conseguenze. Lo spettatore esce dal cinema scosso ma rassicurato: il male è stato sconfitto.
     
    Nella storia di Bruno e Shmuel, al contrario, non c’è consolazione né esorcismo: il male è il male, e l’innocenza da sola non basta ad arginarlo.
     
    Nel film di Herman l’Olocausto non si mostra mai direttamente. È una realtà nascosta di cui di tanto in tanto appare traccia. L’effetto di straniamento raggiunto da Benigni con la parodia, il regista inglese lo ottiene legando per tutto il film lo sguardo dello spettatore a quello del piccolo protagonista, Bruno, c
    he ha gli occhi grandi e limpidi del convincente Asa Butterfield. Costretto a lasciare la casa dove è cresciuto e i suoi amici a causa del trasferimento del padre, un comandante delle SS, Bruno si trova all’improvviso proiettato in un mondo sconosciuto in cui si muovono personaggi strani e avvengono fatti incomprensibili. La forza e la bellezza del film stanno in questo: la cinepresa non lascia mai il bambino, e così ciò che accade oltre i confini angusti della sua nuova casa si presenta, a lui come allo spettatore, come una serie spezzettata di episodi, apparizioni fugaci, violenze improvvise, smagliature nel tessuto ordinario della quotidianità che pure non compongono mai un quadro complessivo. Il loro carattere isolato, gratuito, è proprio ciò che li rende inspiegabili. Perché i contadini della fattoria che si vede dalla finestra di Bruno vanno in giro in pigiama? Perché non può giocare con i loro figli? Perché il vecchio Pavel, che serve in cucina, faceva il medico e ora si è messo a pelare patate? A cosa è dovuto il fumo che esce dal grande camino della fattoria e perché ha un odore tanto cattivo?
     
    Lo spettatore lo sa per conoscenza pregressa. Ma se riesce a spogliarsi di questa conoscenza, come la struttura narrativa del film suggerisce, ecco che allora lo spaesamento di Bruno diventa il suo. Senza libri di Storia a rivelare la verità, tutto ciò che entrambi percepiscono è solo un’occasionale e vagamente fastidiosa interruzione della normalità domestica. Un’interruzione su cui Bruno si in

    terroga e interroga gli adulti, che non danno risposta. “Papà, tutto questo ha a che fare con il tuo lavoro?”. “Tutto quello che devi sapere sul mio lavoro, Bruno, è che servirà a rendere il mondo un posto migliore per quando sarai grande”.
     
    Bruno è però un appassionato lettore di libri d’avventura, e da grande vuol fare l’esploratore. Decide allora di cercare le risposte da sé. Per rompere la monotonia delle giornate solitarie a cui è costretto si allontana di nascosto sempre più da casa, fino a quando non si imbatte nella recinzione che delimita la fattoria, e in un bambino seduto a capo chino dietro di essa. Un bambino triste, che si nasconde, chiuso in un pigiama a righe troppo grande per lui. È Shmuel, ha otto anni, e come Bruno sembra aver bisogno di un amico.
     
    Le visite a Shmuel diventeranno quotidiane, e il film trova nei dialoghi tra i due amici i suoi momenti più toccanti. Nessuno dei due comprende i comportamenti che gli adulti hanno al di là e al di qua della recinzione. Scoprono di essere uno ebreo e l’altro tedesco, hanno sentito dire che dovrebbero essere nemici, ma per loro “nemico” è una parola priva di significato. Giocano, ridono, si fanno compagnia: sono due bambini soli che le barriere degli adulti non riescono separare. La loro innocenza è la chiave del film, ed è anche ciò che lo rende difficile. La sfasatura tra la loro interpretazione ingenua e la realtà dei fatti che vivono – che trova un’espressione magistrale nell’ultima sequenza – è poetica e struggente, ed è anche il meccanismo narrativo che consente alla vicenda di procedere verso il suo esito finale. E sarà un esito tragico, perché in Herman, a differenza che in Benigni, il fraintendimento della realtà non è un biglietto d’uscita dal campo, ma di ingresso. E il male, nascosto fino ad allora, si manifesta alla fine nella sua burocratica e implacabile banalità.
     
    Il bambino con il pigiama a righe è un film onesto, senza trucchi né orpelli. Ben girato, ben scritto, ben recitato. Ha il merito di parlare sottovoce di un argomento intorno al quale molti urlano, trattandolo con riserbo e delicatezza, scegliendo l’allusione e il silenzio piuttosto che la retorica. E crediamo che il punto di vista ingenuo e infantile da cui Herman sceglie di farci guardare l’Olocausto colga nel segno. Ad uno sguardo privo di pregiudizi, infatti, lo sterminio prima ancora che violento, crudele, o terribile – etichette poste in seguito dalla Storia – appare semplicemente, e umanamente, incomprensibile.

  • CALCIO D'ANGOLO/Buona la prima. O quasi.

    Il girone di ritorno del campionato di serie A comincia dove quello di andata si era interrotto. Restano invariate le distanze tra le prime tre squadre in classifica, tutte vittoriose, mentre si accende la bagarre per il quarto posto con il prepotente ritorno in corsa della Roma. Protagonisti in negativo della giornata gli arbitri, sotto accusa in tutte le partite di cartello.
     
    A Milano, nel posticipo della domenica sera, l’Inter capolista è chiamata a riscattare la brutta sconfitta di Bergamo di fronte alla Sampdoria, orfana di Cassano e in cerca di punti per allontanare le zone
    pericolose della classifica. La squadra di Mourinho, per la prima volta senza Ibrahimovic squalificato, gioc
    a con molta grinta e poche idee, schierando Mancini seconda punta al fianco del ritrovato Adriano. La Samp si difende con ordine e cerca appena può di ripartire in contropiede. Ne viene fuori una partita nervosa, con poche occasioni e molti cartellini, di cui uno rosso, all’allenatore dell’Inter, mandato negli spogliatoi a metà del primo tempo per proteste. Alla fine, l’Inter la spunta nei minuti di recupero della prima frazione, con una gran giocata di Maicon che manda in porta Adriano. Secondo gol in due partite per l’attaccante brasiliano, dopo quello di mercoledì contro la Roma che è valso la qualificazione alle semifinali di Coppa Italia. Con qualche brivido nella ripresa - gran parata di Julio Cesar su Dessena allo scadere - l’Inter mantiene i tre punti di vantaggio sulla Juventus e il primato solitario in classifica. Sul piano del gioco, invece, urgono miglioramenti in vista della parte cruciale della stagione. La Samp, dal canto suo, gioca una partita coraggiosa e ha poco da rimproverarsi. Tuttavia la squadra di Mazzarri deve ricominciare in fretta a fare punti, la lotta per non retrocedere è subito dietro.
     
    Nell’anticipo del sabato sera, la Juventus supera 1 a 0 la Fiorentina, venendo a capo di una partita bella, che l’ha vista in grande diffic

    oltà. Come già domenica scorsa contro la Lazio, gli uomini di Ranieri soffrono la velocità e il ritmo degli avversari. La Fiorentina gioca bene per tutti i novanta minuti, con trame fluide e grande intensità, dando in ogni momento la sensazione di poter arrivare al gol. Una traversa di Santana, due grandi interventi del rientrante Buffon, e due sviste arbitrali evidenti – rigore non fischiato a Jovetic per un contatto con Mellberg, e gol annullato a Gilardino per un fuorigioco che non c’è – le negano un pareggio che sarebbe stato meritato. La Juve ha il merito ancora una volta di non smarrirsi nelle difficoltà, di saper soffrire e di sfruttare con cinica determinazione le occasioni che le capitano. Nel momento migliore della Fiorentina, a metà del primo tempo, un’invenzione di Del Piero lancia il giovane Marchisio verso la porta: il centrocampista è bravo a mantenersi freddo e a battere Frey in uscita, segnando il suo primo gol in serie A. La prodezza però non cambia l’inerzia della partita, con la Fiorentina che resta più aggressiva e brillante dei padroni di casa, e la Juve pronta a lanciarsi negli spazi che inevitabilmente si aprono: Nedved, Giovinco, Del Piero e due volte Marchionni, hanno infatti sui piedi la palla per chiudere il match ma sprecano. La Fiorentina esce dall’Olimpico a testa alta, nonostante la terza sconfitta consecutiva, e con molte recriminazioni legate alla direzione di Saccani. La società ha già annunciato che chiederà in settimana un chiarimento ai vertici arbitrali. La Juventus mantiene il passo dell’Inter, in attesa di recuperare dall’infermeria i vari Trezeguet, Camoranesi, Chiellini e Poulsen. Con l’organico al completo, la partita per lo scudetto sembra tutta da giocare.
     
    Nel frattempo non resta a guardare il Milan, che batte 4 a 1 il Bologna in trasferta e consolida il terzo posto in classifica. Seedorf, doppietta di Kakà, che in settimana ha definitivamente spento le sirene inglesi, e primo gol italiano di Beckham. Qualche sbavatura di troppo in difesa, dove Senderos,

    al rientro dopo il lungo infortunio, mostra di non essere ancora nella migliore condizione. Il Bologna si gode il 15° centro stagionale di Di Vaio, capocannoniere del campionato, e poco altro. Certo, recrimina sul rigore del 2 a 1 che spiana la strada ai rossoneri. Il contrasto tra Bombardini e Zambrotta, anche visto e rivisto in tv, sembra veniale. Va detto d’altronde che la medesima impressione suscita l’intervento su Amoroso, che causa il rigore del momentaneo vantaggio rossoblu. Pur sbagliando entrambe le volte, l’abitro Tagliavento applica almeno lo stesso metro di giudizio. Resta l’impressione comunque che in Italia, al di là del caso specifico, si fischi troppo e un po’ a casaccio.
     
    Subito dietro il podio mantiene il quarto posto il Genoa, che raddrizza una partita complicata con il Catania grazie al ritorno al gol del “principe” Milito. 1 a 1 il risultato finale. E torna in corsa la Roma, che supera brillantemente la difficile trasferta del San Paolo contro il Napoli. 3 a 0 per la squadra di Spalletti, che chiude il conto già nel primo tempo con le reti dei difensori Mexes e Juan, e del rientrante Vucinic. Totti assiste dalla panchina, prossimo al ritorno il campo. Il Napoli di Reja, alla seconda sconfitta consecutiva dopo quella di domenica scorsa contro il Chievo, affronta il primo passaggio a vuoto della stagione. La curiosità è che i partenopei non perdevano in casa da diciotto partite: gli ultimi a espugnare il San

    Paolo erano stati proprio i giallorossi di Spalletti, lo scorso campionato.
     
    Del gruppo che lotta per il quarto posto, clamoroso crollo interno per la Lazio, che dopo essere passata in vantaggio con Rocchi deve arrendersi 4 a 1 al sorprendente Cagliari di Allegri. I sardi, dopo aver collezionato 0 punti nelle prime 5 partite di campionato, hanno inaugurato un ruolino di marcia da zona Champions League. Del brasiliano Jeda, autore di una doppietta, di Acquafresca e Matri i gol della vittoria.
     
    In coda, colpo grosso del Chievo, che acciuffa una vittoria importantissima sul campo della Reggina, diretta concorrente, e abbandona l’ultimo posto in classifica. Lotta con orgoglio il Torino, che recupera tre gol al Lecce e strappa un pareggio che serve più al morale che alla classifica.
     
    Al di là delle polemiche sulle decisioni arbitrali, la prima giornata del girone di ritorno conferma dunque le indicazioni emerse nella prima parte della stagione: campionato equilibrato, Inter davanti ma non in fuga, inseguitrici agguerrite. Tra un mese tornerà la Champions a sparigliare le carte.
     
    Il cammino per lo scudetto è ancora lungo.
     

  • CALCIO D'ANGOLO/ Giro di boa

    Il girone di andata del campionato di serie A si chiude con un fuoco d’artificio. La capolista Inter, già campione d’inverno con diverse settimane di anticipo, cade fragorosamente sul campo dell’Atalanta. 3 a 1 il risultato finale, con un passivo che avrebbe potuto essere anche più pesante. La squadra di Mourinho, come ha ammesso con la consueta, ruvida onestà l’allenatore portoghese nel dopopartita, offre la peggiore prestazione dall’inizio della stagione. Squadra molle, lenta, priva di idee anche nei suoi uomini migliori. L’assenza di Samuel, maturata all’ultimo istante, non può giustificare da sola le amnesie di un reparto difensivo che ha concesso moltissimo in occasione di almeno due dei tre gol dell’Atalanta, oltre a un numero cospicuo di palle gol non trasformate dagli avversari.
     

    Nel primo tempo si gioca a una porta sola, con occasioni che fioccano per i padroni di casa e l’Inter che non riesce a spezzare l’assedio, anzi, sembra subirlo passivamente. I tre gol vengono a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro – prima Floccari in girata, poi Doni su punizione, con deviazione decisiva di Ibrahimovic, e ancora Doni, di testa, con un inserimento centrale favorito dalla distrazione dei difensori interisti – senza che i campioni d’Italia accennino mai a cambiare ritmo o a rovesciare le sorti dell’incontro. L’Atalanta va sul velluto, arriva molte volte alla conclusione e potrebbe infierire, se i suoi attaccanti non peccassero di imprecisione. Vargas, Doni e Floccari sono i migliori in un collettivo che nel primo tempo gira a meraviglia e nel secondo riesce a congelare la partita fino ai minuti di recupero, quando Ibrahimovic approfitta di un’azione confusa e segna l’inutile gol della bandiera.
     
    La sconfitta di Bergamo arriva al termine di un ciclo che ha suscitato parecchie perplessità. L’Inter ha faticato moltissimo a battere il Siena prima della sosta, ha stentato alla ripresa contro il Cagliari, acciuffando il pareggio grazie all’abilità dei singoli più che con la coralità del gioco, e anche nel turno infrasettimanale di Coppa Italia, contro il Genoa, ha avuto ragione degli avversari – in dieci per quasi tutto il match – solo nei tempi supplementari. Mourinho avrà parecchio da lavorare, sul carattere dei suoi e sulla determinazione nell’approccio alla partita, più ancora che sugli aspetti tecnici, per riportare la squadra ai livelli della prima parte di stagione.
     
    Del passo falso dell’Inter la Juve, diretta inseguitrice, approfitta solo in parte. Attesa nel posticipo della domenica dalla difficile trasferta all’Olimpico contro la Lazio, la squadra di Ranieri non va oltre il pari per 1 a 1, al termine di una partita comunque equilibrata e avvincente. La Lazio attraversa un buon periodo, è in corsa per un posto in Champions e non è squadra da recitare il ruolo di vittima sacrificale. Il primo tempo lo dimostra: ritmo, determinazione e tecnica, la squadra di Rossi fa la partita e passa meritatamente in vantaggio con una punizione di Ledesma sulla quale, tuttavia, vanno sottolineate le responsabilità di Manninger. La Juve, in evidente difficoltà, ha il merito di non affondare, di reagire subito e di sfruttare l’unica occasione che le capita. Calcio d’angolo di Marchionni e stacco di testa di Mellberg per il pareggio. Primo gol in serie A per il difensore svedese, e squadre al riposo sull’1 a 1. Nella ripresa la Lazio inevitabilmente cala e la Juve prova a vincere: baricentro della squadra più alto, maggiore intensità e qualche buona occasione – clamoroso il palo di Legrottaglie a 5’ dalla fine – ma il risultato non cambia. Pareggio giusto e terzo punto recuperato nelle ultime due partite per i bianconeri. La classifica ora dice Inter 43 punti, Juventus 40. Al giro di boa del campionato, il testa a testa si fa avvincente.
     
    Subito dietro le prime due c’è ancora il Milan, alle prese con la Fiorentina nel posticipo  del sabato sera, per uno scontro diretto per il terzo posto.  Il match, tuttavia, rischia di passare in secondo piano oscurato dal possibile addio di Kakà, data la faraonica offerta arrivata in settimana dal Manchester City.  120 milioni di euro al Milan e 75 in cinque anni al giocatore. Dopo le prime smentite dei protagonisti si è arrivati alle aperture delle ultime ore. Clima di grande incertezza e tifosi rossoneri sul piede di guerra. Ma di fronte a certe cifre, per società di calcio che ragionano sempre più seguendo logiche imprenditoriali, è lecito quantomeno porsi la questione.
    La partita sembra risentire del clima vissuto in settimana e offre le cose migliori nei primi venti minuti.

    Dopo 5’ l’arbitro Rosetti fischia un rigore in favore della Fiorentina per fallo del portiere Abbiati su Jovetic lanciato in porta. Il guardalinee fa segno che il portiere ha preso il pallone e l’arbitro ritratta. Le immagini televisive confermano che è la decisioni giusta. Magari gli arbitri mostrassero sempre la stessa umiltà. Passa un minuto e, dall’altra parte, assist di Jankulovsky per Pato, tiro di prima intenzione sul palo lontano e 1 a 0 per il Milan. Per il ventenne brasiliano salgono a 5 i gol realizzati nelle ultime tre partite. Dopo il gol, il ritmo si abbassa gradualmente. Il Milan si ritira in attesa del contropiede giusto, la Fiorentina fa girare palla senza essere pericolosa. Si va al riposo sull’1 a 0 per i padroni di casa e nella ripresa le cose non cambiano. Il debutto tra i viola di Bonazzoli, arrivato in settimana dalla Sampdoria, non incide. Il Milan porta a casa il risultato e stacca di cinque punti in classifica la diretta avversaria.
     
    Ora, l’attenzione dei rossoneri, si sposta a lunedì, quando la vicenda Kakà troverà presumibilmente il suo epilogo. La Fiorentina, alla seconda sconfitta consecutiva, pare aver bisogno di ritrovare presto l’infortunato Mutu per potere essere competitiva.
     
    Subito dietro le tre di testa tiene il passo il Genoa, protagonista fin qui di un campionato splendido. Quarto posto in solitario, con due punti di vantaggio sul Napoli e due soli di ritardo dal Milan, miglior risultato della sua storia in Serie A. La squadra di Gasperini passa 2 a 0 sul campo del Lecce, con gol di Jankovic e Sculli, e si candida seriamente per un posto nei preliminari di Champions dell’anno prossimo.
    Cade invece l’altra outsider di questo girone d’andata, il Napoli, che perde 2 a 1 a Verona con il Chievo, in una partita che offre spunto alle polemiche. I partenopei incassano entrambi i gol su calcio di rigore e accusano in entrambe le occasioni l’arbitro Farina di essere troppo generoso

    con gli attaccanti della squadra di casa. A onor del vero, in entrambi i casi i contatti sembrano veniali e gli attaccanti vanno giù con una certa facilità ma, sempre per amore di verità, va ricordato che il signor Farina è uno degli arbitri italiani che fischiano di più. Conoscendo il metro di giudizio che ha adottato in carriera, i rigori dati al Chievo, per quanto generosi, non stupiscono. Semmai, andrebbe fatta nelle sedi opportune una riflessione più ampia su un certo modo di arbitrare, diffuso da noi con poche eccezioni, che sembra aver dimenticato il fatto che il calcio è uno sport in cui il contatto fisico è inevitabile.
     

    Tornando al campo, il Chievo ottiene in un modo o nell’altro tre punti d’oro da spendere in una lotta per non retrocedere che appare comunque quasi disperata. Le sconfitte delle altre dirette concorrenti, Reggina, Torino e Lecce, lasciano tuttavia aperto uno spiraglio cui è lecito aggrapparsi.
     
    Infine, rientra nel gruppo delle grandi la Roma, trascinata da Julio Batista. Dopo la doppietta che è valsa i tre punti nel recupero di campionato di mercoledì scorso contro la Sampdoria, il brasiliano arrivato in estate dal Real Madrid risolve con uno splendido gol in rovesciata anche l’ostica trasferta sul campo del Torino. Gol arrivato nei minuti di recupero, e squadra di Spalletti che sembra aver ritrovato il passo dei giorni migliori. Con un girone di ritorno tutto da giocare, una protagonista in più non può che essere la benvenuta. La caccia all’Inter è più che mai aperta.

  • CALCIO D'ANGOLO/ Finito Natale, si ritorna in campo!

    Come spesso accade dopo una lunga sosta, la ripresa del campionato italiano di calcio di serie A riserva qualche sorpresa. Grandi imballate e un po’ distratte, piccole intraprendenti, risultati non scontati.
     
    Lo sa bene l’Inter capolista, che prima delle tre settimane di sosta aveva inanellato otto vittorie consecutive, e che alla ripresa, in casa contro un ottimo Cagliari, non va oltre il pareggio in rimonta nell’anticipo del sabato sera. Per come è stata condotta la partita, gli ospiti hanno molto più da recriminare dei campioni d’Italia, avendo avuto anche sull’uno a uno le occasioni migliori per fare il colpaccio e portare a casa una vittoria clamorosa. I gol di Acquafresca per il Cagliari e del solito Ibrahimovic per l’Inter, con il contributo decisivo del redivivo Crespo, autore di uno splendido assist, fissano il risultato sull’1 a 1.
     
    Lo sa la Juventus, seconda in classifica, che pure è la squadra che dai risultati della giornata trae i vantaggi maggiori. In casa contro il Siena, intraprendente e molto ben messo in campo, i bianconeri di Ranieri vengono a capo della partita solo grazie all’ennesima punizione di Del Piero, al settimo gol in campionato, il sesto su calcio da fermo. La sua prodezza, che si ripete ciclicamente con una precisione ormai quasi meccanica, è arrivata alla metà del prim

    o tempo a togliere le castagne dal fuoco a una Juve che, pur senza correre grandi rischi, soffriva in modo evidente la manovra ben articolata degli uomini di Gianpaolo ed era tutt’altro che pericolosa in attacco. Eppure, alla fine, la Juve rosicchia due punti alla capolista e ne guadagna due anche sulla più vicina inseguitrice, il Milan di Ancelotti, che non va oltre il 2 a 2 sul campo della Roma.
     
    Va detto che delle tre squadre di testa, il Milan era in effetti quello con l’impegno più difficile. Un pareggio all’Olimpico contro la squadra di Spalletti è un risultato che ci può stare, se non di tutto rispetto. Oltre le doppiette di Vucinic e del giovane Pato, che determinano il risultato, si segnala l’esordio dal primo minuto di David Beckham nel centrocampo milanista, schierato a sorpresa al posto del meno attraente francese Flamini. L’inglese scende in campo e gioca tutti i novanta minuti con la stessa ammirevole umiltà con cui ha cominciato la sua avventura italiana. Appena arrivato, due settimane fa, aveva un po’ stupito i cronisti italiani accorsi alla conferenza stampa assetati di scoop e di dichiarazioni importanti con i suoi toni pacati, il sorriso cordiale, e la convinta dichiarazione di essere arrivato in Italia con l’intenzione di non dare fastidio a nessuno, e di non voler turbare gli equilibri tattici della squadra né l’armonia di uno spogliatoio consolidato da anni. D’altronde, è noto a tutti che la sua avventura milanese non durerà che nove settimane, il tempo di preparare al meglio la stagione che lo vedrà impegnato dall’altra parte dell’oceano con i Los Angeles Galaxy. E invece, complice l’infortunio di Gattuso, pronti via e alla prima partita ufficiale eccolo in campo dal primo minuto.
     
    Niente di memorabile, ieri sera, nessuna delle prodezze balistiche con cui il suo destro a giro ha deliziato per anni gli appassionati di tutto il mondo e sul quale esistono anche celebrazioni cinematografiche. Al contrario tanto impegno, tanta corsa, giocate facili sempre al servizio dei compagni e della squadra. La semplicità dei grandi che sanno di non dover dimostrare nulla, verrebbe da dire. Ed è comunque bello, guardando una volta tanto lo sport senza pensare agli interessi che ci girano intorno, vedere un campione affermato inserirsi in un contesto nuovo con l’umiltà e il rispetto di un ragazzino alle prime armi.
     
    Subito dietro le tre di testa, fanno passi a

    vanti importanti il Napoli e il Genoa, che battono in casa rispettivamente il Catania e il Torino, e si installano a pieno titolo, e con merito, nell’alta classifica. Si blocca invece la Fiorentina, battuta in casa dal Lecce dopo un periodo di imbattibilità casalinga che durava dallo scorso febbraio, 0 a 1 contro il Milan.
    La classifica vede quindi l’Inter sempre in testa con 43 punti, poi la Juve a 39, il Milan a 34, e il gruppetto che lotta per l’ultimo posto disponibile per la Champions, formato da Napoli 33, Genoa e
    Fiorentina 32. In coda perdono il Torino, la Reggina, battuta in casa dalla Lazio, mentre il Chievo, fanalino di coda, strappa un pareggio in casa del Bologna, diretta concorrente nella lotta per non retrocedere.
     
    Per il prossimo turno, ultima giornata del girone di andata, si preannunciano interessanti i due posticipi serali. In quello di sabato, il Milan ospita a San Siro la Fiorentina. Scontro diretto per il terzo posto, aperto ad ogni risultato. In quello di domenica sera, invece, la Juventus va a fare visita alla Lazio, che dopo un inizio straordinario di stagione e una netta flessione nella parte centrale del girone, pare aver ritrovato il passo giusto e un’invidiabile efficacia offensiva con il tridente Pandev-Zarate-Rocchi. Sia per il Milan che per la Juve l’imperativo è fare risultato, se non addirittura vincere, per non perdere ulteriormente contatto con l’Inter, attesa a Bergamo dall’Atalanta in un match non facile ma certo alla sue portata. In caso di allungo dei nerazzurri, già matematicamente campioni d’inverno, il cammino di ritorno per le inseguitrici, con la ripresa anche delle coppe europee, apparirebbe davvero proibitivo.
     

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