La rivoluzione francescana

Gennaro Matino (December 18, 2014)
Da quando ero ragazzo, pensavo che il solo nome del poverello d’Assisi scelto da un pontefice avrebbe potuto dare inizio a un nuovo corso per la storia della Chiesa

Si chiamerà Francesco, mai nome pronunciato in San Pietro risuonò chiaro alle orecchie di chi aspettava il nuovo Papa. Francesco, oltre il nome, è un mondo che si svela alla sorpresa dei semplici e richiama la Chiesa alla sua originaria forza rivoluzionaria, la richiama al dovere di mettere il grembiule e di farsi serva per dare ragione della speranza che è in lei.

La speranza di gridare la verità dai tetti, di carezzare di tenerezza gli afflitti, di aprire le finestre chiuse dell’egoismo alla carità che salva. Francesco è un nome che ho sognato per un Papa da quando ero ragazzo, pensavo che il solo nome del poverello d’Assisi  scelto da un pontefice avrebbe potuto dare inizio a un nuovo corso per la storia della Chiesa.

Francesco d’Assisi a ragione viene considerato il santo più rappresentativo del millennio passato, tanto che perfino un giornale profondamente laico come il Times, quando ha dovuto scegliere a chi dedicare la copertina per indicare l’uomo del millennio, non ha avuto dubbi nel dedicarla a Francesco.

La sua storia provoca ammirazione per una rivoluzione pacifica che trasversalmente commuove e fa riflettere, storia intimamente rappresentata dalla scelta di abbracciare sorella povertà e trasformare la sua condizione di privilegio sociale in una nuova opportunità di incontro, donando se stesso, più che le sue sostanze, agli ultimi. Ma in realtà la sua profonda conversione è intimamente linguistica, rivoluzionaria nei segni e nelle parole che poco erano frequentate nella Chiesa del tempo. La maggior parte dei suoi contemporanei in Europa erano credenti formalmente, ma non evangelizzati.

La rivoluzione francescana, rivoluzione di nuova evangelizzazione dell’Europa, è proprio la scelta di luoghi simbolici, strutturali, linguistici, interpretativi per meglio passare l’annuncio del Verbo. Inculturazione insomma che scoperta per la “follia” di Francesco diventa metodo, così da poter intimamente parlare di percorso di vangelo: dalla profezia al metodo.

Ma Francesco è anche il nome del primo santo gesuita che ha evangelizzato l’Oriente. In un solo nome la santità di vita come dono offerto ai più deboli, la proclamazione di un mondo più giusto e la volontà di portare il Vangelo fino ai confini della terra. E mentre da più parti si chiede alla Chiesa di continuare ad annunciare il Vangelo restando coerente con i suoi insegnamenti, di essere più presente nelle piaghe dolorose del tempo e si chiede anche una straordinaria forza di adattamento della Parola alle mutate vicende umane, mentre necessita una purificazione al suo interno, lo Spirito Santo ci ha donato un papa che si chiama Francesco.

Il cardinale Bergoglio che nella sua diocesi di Buenos Aires già aveva dato testimonianza di quanto amore avesse per la lotta per la giustizia e la vicinanza agli ultimi, ora è il Papa della Chiesa universale, il nostro Papa pronto a fare con noi un tratto di strada difficile che deve riconsegnare parole significative ad un tempo che non parla la stessa lingua della chiesa, parole d’amore gridate a tutti i suoi figli, senza eccezione e senza riserve.  Il mondo ha aspettato con ansia questo momento e a chi pensa che la Chiesa sia ormai un fatto passato, prigioniera dei suoi problemi, a chi ha tentato in tutti i modi, dentro e fuori delle sue mura, di trasformarla in campo di indegne battaglie, Papa Francesco sta rispondendo con la sua gentilezza e la sua potente profezia. Difficile mestiere quello di papa, ancor di più per chi si è caricato di carezzare di speranza i credenti e  di dire parole di novità al mondo. Per ora la speranza è in quel meraviglioso nome: Francesco, il nostro Papa, si chiama Francesco.

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