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Voglio bene a Papa Francesco, ma ...

Il linguaggio di Francesco è simpatico, accontenta una platea di curiosi di presunte novità e di improbabili cambiamenti, ma non funziona “dentro” la Chiesa, soprattutto in chi conosce i linguaggi ecclesiastici e sa leggere dietro le parole, le decifra oltre l’ignoranza abissale di chi esulta “fuori” senza sapere di cosa si stia parlando, perché se le parole di un Papa restano solo annuncio, “faremo, vedremo, diremo”, con tutto rispetto, restano un fuoco di paglia.

VOGLIO bene a Papa Francesco, ma certe volte proprio non lo capisco. Non accetto la sua superficialità pastorale e non so se lo faccia apposta o gli derivi da una strutturata esperienza pregressa, lontana anni luce dalla sensibilità ecclesiologica europea.

Da un lato, belle pagine di intuizioni e di percorsi di nuova visione ecclesiale come l’Evangelii Gaudium, dall’altro, l’approssimazione quasi dilettantistica della loro esposizione pratica. Per non parlare delle uscite fuori canone, simpatiche per i buontemponi, rivoluzionarie per la stampa, non certo rispettose di chi da quelle dichiarazioni si sente offeso o escluso, come l’ultima che vuole la Madonna postina, chiaramente riferita alle apparizioni di Medjugorje. Vero è che la Chiesa cattolica si incarna nella differenza dei contesti culturali, linguistici e territoriali proprio di ogni paese per meglio far correre il Verbo, ed è bene che il vescovo di Roma, provenga da ogni parte della terra. È bene che egli conservi la sua origine, la sua cultura, il suo carattere di sud americano, ma nel rispetto delle diverse sensibilità ecclesiali per guidare la mondialità dei pensieri, insieme a tutti, all’unità della fede.

Parlo con parresia, con libertà e franchezza, come vorrebbe Francesco stesso, perché capisco quanto difficile sia oggi esercitare il mestiere di Papa, ma di sicuro non è semplice fare il prete o essere fedele laico nel doversi districare nella colluvie di annunci, di visioni, di suggestioni, di pareri pontifici calati dall’alto e puntualmente riportati dalla stampa, che ritornano al mittente con un nulla di fatto, mai supportati o confortati da uno straccio di decreto ufficiale, una revisione canonica, una disposizione chiara. «I divorziati siano accolti », per esempio, ma non sai come, non sai con quale percorso, parole che aprono speranza in tanti e che naufragano al primo esame: puoi tu divorziato fare da padrino? Non puoi. Ma il Papa ha detto… Ma non ha decretato. E la comunione? Non ne parliamo. Vedetevela voi. Le curie? Come se non ci fossero, imbambolate dal dover decidere secondo “tradizione” o seguendo il nuovo verbo.

Meglio aspettare. Poi verrà un nuovo Papa e chi sa. Giusto per dirne una, ma potremmo continuare. Gli applausi si prendono facili quando si dichiara che la Chiesa non può chiudere le porte ai divorziati, agli omosessuali, che è madre di misericordia di ogni suo figlio qualunque scelta o condizione viva. E per quanto mi riguarda questo è il mio pensiero che orienta le mie scelte pastorali da decenni prima che fosse stato eletto Francesco.

Ma le parole da sole non dicono, anzi, certe volte, da sole rovinano soprattutto se le pronuncia un Papa e non uno dei quattro amici al bar. Il linguaggio di Francesco è simpatico, accontenta una platea di curiosi di presunte novità e di improbabili cambiamenti, ma non funziona “dentro” la Chiesa, soprattutto in chi conosce i linguaggi ecclesiastici e sa leggere dietro le parole, le decifra oltre l’ignoranza abissale di chi esulta “fuori” senza sapere di cosa si stia parlando, perché se le parole di un Papa restano solo annuncio, “faremo, vedremo, diremo”, con tutto rispetto, restano un fuoco di paglia. Peggio se offendono la sensibilità credente di centinaia di migliaia di uomini e donne, tantissimi, del nostro meridione. È compito della Chiesa vigilare e intervenire in fatti di presunta soprannaturalità, nessuno lo nega, tantomeno il sottoscritto che proprio rispetto a Medjugorje e alle sue vicende più volte si è dichiarato scettico, ma questo non toglie il rispetto dovuto alla pietà popolare che è cosa più importante, più profonda, più luminosa delle diatribe tra vescovi locali e religiosi, tra congregazioni, cardinali e teologi. E se è vero che Papa Francesco dice di voler rispettare quella pietà semplice della gente e per questo invia un suo delegato a Medjugorje, in realtà chiamando la Madonna postina contraddice se stesso ironizzando su chi ci ha creduto da trent’anni facendosene una ragione di vita, scegliendo un percorso credente mentre la Chiesa nel frattempo ragionava, rifletteva, studiava.

Ora il pronunciamento della Chiesa, per chi quel percorso lo ha strutturato come cammino significativo di vita credente, vale niente e non è mancanza di obbedienza ma rispetto di se stessi, di chi non vuole sentirsi preso in giro fosse anche da un Papa.L’esperienza millenaria della Chiesa ha sempre suggerito prudenza nelle parole, ancor di più in chi la Chiesa la regge, perché la simpatia di un giorno, provocata da parole in libertà, può uccidere secoli di dignità credente. Non serve alla salvezza evangelica il consenso delle piazze, gli ultimi non sono solo i rifugiati, ma anche le nonnine che stringendo tra le mani un rosario potrebbero trovare soave invocare la Madonna perfino chiamandola postina.

 

*Gennaro Matino, teologo, scrittore, docente di teologia pastorale e parroco a Napoli

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