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Il doppio-senso, ovverossia un errore di segmentazione

Luigi Casale (July 09, 2015)
Continua il viaggio nelle parole alla scoperta delle singolarità della lingua italiana.



Quando mi scrivono, mi dicono: “Caro Luigi” oppure “Caro professore”.

Caro? Ma quando mai !? A meno che non intendano dire che “costo parecchio”.

 

Ma voi veramente pensate che la parola “caro” significhi ancora qualcosa, oggi, quando viene usata in apertura di uno scritto, o quando si parla con qualcuno?

 

O non è piuttosto una formula convenzionale per richiamare (o ingraziarsi) l’attenzione del destinatario prima di attivare una conversazione? Come quando, generalmente, diciamo: “Senti!”

 

Se è così, essa serve per aprire una comunicazione, o meglio, per stabilire in qualche modo il contatto prima di iniziarla. Rientra, perciò, in quella che si chiama “funzione fàtica della lingua”, secondo la classificazione di Roman Jakobson. Aprire e mantenere aperto il contatto.

Si tratta perciò di una convenzione. Appunto!

 

Non è escluso tuttavia che essa venga usata – ma in quanti casi? – con la sua più naturale connotazione affettiva; nelle comunicazioni confidenziali, tra chi veramente si vuole bene.


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