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C’era una volta Sergio Leone, la rinascita del mito

Monica Straniero (December 18, 2019)
È un titolo evocativo quello scelto per la grande mostra in programma all’Ara Pacis, fino al 3 maggio 2020, che celebra, a 30 anni dalla morte e a 90 dalla sua nascita, uno dei cineasti più amati del pubblico di ieri e di oggi, venerato dai registi contemporanei.

Sergio Leone è stato il primo regista postmoderno che, da Martin Scorsese a Steven Spielberg, da Francis Ford Coppola a Quentin Tarantino fino a John Woo, ha invaso gli schermi di tutto il mondo. Segue le orme del padre, noto regista del muto (Roberto Roberti pseudonimo di Vincenzo Leone), facendo pratica negli anni cinquanta con registi americani in trasferta romana (da Wise a Le Roy, fino a Wyler).

Ma solo dopo la collaborazione con Robert Aldrich, nel 1962 con il film Sodoma e Gomorra, Leone capisce che è giunto il momento del suo debutto al servizio di una poetica e di uno stile personali. Spettacolo, mito e favola, sono infatti queste le dimensioni all’interno delle quali si snoda il percorso espositivo, curata dal direttore della Cineteca di Bologna, Gian Luca Farinelli, in collaborazione con Rosaria Gioia e Antonio Bigini.

Cinque sezioni “labirintiche” (Cittadino del cinema, Le fonti di un immaginario, Laboratorio Leone, C’era una volta in America, Leningrado e dopo) per raccontare un cinema postmoderno per la filosofia che lo abita e dove convivono alto e basso, colto e popolare, ma anche la condizione adulta e quella infantile.

Un cinema di resistenza quella di Leone che porta alla consapevolezza di non possedere alcuna verità e ragione. Come emerge nella cosiddetta trilogia del dollaro, con Clint Eastwood protagonista in ogni suo film, che lo consacrerà al grande pubblico. Fino al capolavoro di C’era una volta in America, film del 1984 con cui Leone reiventa il western, un genere in sé politico, rifondandolo su nuove basi e ampliandone la portata nella contemporaneità.

Gli spaghetti western diventano per Leone, territorio di sperimentazione e innovazione in termini drammaturgici linguistici ed estetici per raccontare la storia attraverso i miti (il West, la Rivoluzione, l’America) utilizzando la memoria del cinema e la libertà della fiaba. Da tutto ciò deriva una complessa visione del mondo che, mettendo in relazione l’immaginario europeo con quello d’oltreoceano, destruttura il mito americano per interpretare aspetti salienti dell’identità e della storia dell’Italia.

Grazie ai preziosi materiali d’archivio della famiglia Leone, la mostra si addentra nello studio del regista, dove nascevano le idee per il suo cinema, con i suoi cimeli personali e la sua libreria, per poi immergersi nei suoi film attraverso modellini, scenografie, bozzetti, costumi, oggetti di scena, sequenze indimenticabili e una costellazione di magnifiche fotografie.

La mostra ha il compito di ricordare chi come pochi altri è riuscito a realizzare una equazione perfetta tra cinema e mito per fare cinema politicamente.

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