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Articles by: Giovanna Pagnotta

  • Arte e Cultura

    I manoscritti di Frate Francesco tornano ad Assisi

    Sono tornati. Dopo l’esposizione di quasi due mesi tra l’’ONU ed il  Brooklyn Borough Hall a New York, i manoscritti francescani, che hanno incantato e stupito i newyorkesi, sono  sono disponibili per chiuque voglia vederli al Sacro Convento di Assisi. 

    “Frate Francesco: tracce, parole, immagini” stesso il titolo della mostra. E i manoscritti son otornati  insieme alle teche costruite con legno riciclato da una giovane fabbrica che si chiama Recycled Brooklyn.
     

    La mostra, allestita proprio nel luogo dove il Frate aveva deciso di essere sepolto, è stata presentata lo scorso 24 Aprile presso il Salone Papale del Sacro Convento di San Francesco di Assisi all’interno della Basilica. Ad accompagnarla e raccontare il viaggio di Francesco a New York un documentario realizzato da i-Italy.

    Ad accompagnarla e raccontare il viaggio di Francesco a New York anche un documentario realizzato da i-Italy.

    L’allestimento  per la prima volta a Roma nella Camera dei Deputati era approdato in America grazie ad un grande lavoro. “L’idea è partita facendo riferimento alla lettera di Frate Francesco ai reggitori politici. Il Frate si rivolgeva a quelli che oggi potremmo comunemente chiamare ‘politici; esortandoli a governare pensando al bene e alla pace dei popoli” ci racconta Flavia de Santctis presidente dell’Associazione Antiqua, tra gli organizzatori e curatori della mostra.

    “Proprio per questo motivo abbiamo creduto opportuno portare l’esposizione alle Nazioni Unite, dove il nostro obiettivo di sensibilizzare “i reggitori politici” è stato simbolicamente raggiunto” commenta ancora. 

    Sono stati infatti più di cento gli ambasciatori che hanno aderito all’iniziativa.

    La mostra, di grande successo, ha metaforicamente riunito i rappresentati di differenti nazionalità, etnie e religioni secondo i secolari insegnamenti di Frate Francesco, Uomo di estrema umiltà che amava definirsi “semplice e illetterato”.

    Portarla poi a Brooklyn, nel comune e nel quartiere che ha visto un'alta densità italiana, con una storia importante legata all'integrazione,  è stato un pò come dare il messaggio alla gente comune.
     

    Tante le personalità che hanno partecipato al vernissage ufficiale della mostra ad ad Asssi,  tra le quali il Prof. Giovanni Grado Merlo, presidente della società internazionale degli studi Francescani e P. Pierangelo Massetti direttore del Laboratorio del restauro del libro dell’abbazia di Praia, il presidente della regione Umbria Catiuscia Marini, la Dott. Luisa Montevecchi sopraintendente archivistica per le Marche e Padre Enzo Fortunato direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi.
     

    “E’ un’occasione per vivere e conoscere Francesco ancora una volta e vederlo raccontato attraverso le tracce, le parole e le immagini che sono esposte in questa mostra” spiega Padre Mauro Gambetti, custode del Sacro Convento di Assisi.
     

    Il percorso espositivo è infatti articolato in tre sezioni. Nella prima, Tracce, viene raccontata la vita di Frate Francesco attraverso alcune bolle papali e i famosi Manoscritti come l’encomiabile Cantico delle Creature, riconosciuto come il più remoto testo poetico della letteratura italiana.

    La seconda sezione, Parole, raccoglie le più antiche biografie di Frate Francesco.

    Nella terza, Immagini, sono esposte le miniature delle immagini degli affreschi della Basilica superiore, capolavori di Giotto e quelle delle attestazioni degli agiografi.
     

    Figura rivoluzionaria della Chiesa Cattolica e ambasciatore di pace, Frate Francesco è da sempre stato apprezzato da qualsiasi latitudine e cultura per il Suo modello di umanità.

    Un’umanità caratterizzata dalla totale indipendenza nei confronti del potere e dai suoi ideali di pace e di fratellanza come valori unici e imprescindibili nel rapporti umani.
     

    Nella mostra che sarà visitabile ad Assisi fino al prossimo 31 Maggio, Frate Francesco è presentato come un uomo che si fa tutt’uno con le sue parole. Nella sua attenzione per la predicazione nasce infatti uno strumento necessario per illuminare la vita e dare senso all’esistenza ed esprimere e diffondere l’amore per la Natura e la lode a Dio.
     

    “Bisogna riflettere e riscoprire il vero significato della parola frate, storicamente chiusa in un’accezione prettamente religiosa” commenta Monsignor Domenico Sorrentino, Vescovo di Assisi. Questa espressione riferita a Francesco si arricchisce infatti di tutta la sua essenza più umana diventando sinonimo di Fratello.

    “E’ stato davvero di fondamentale importanza portare gli ideali di fraternità di Francesco fino ad una città simbolo di convergenza internazionale per eccellenza come New York, soprattutto in un periodo critico come quello che stiamo vivendo dove guerre e violenze sono ancora protagoniste dello scenario mondiale” conclude il Vescovo.
     

    Attraverso i manoscritti di Frate Francesco traspare la sua realtà così sfaccettata e drammatica, fatta di principi cardine come l’empatia nei confronti di tutto il creato e la cura dei bisognosi considerati fratelli ancor prima di semplici destinatari di beneficenza.
     

    I testi di Frate Francesco, come anche la sua vita espongono infatti un’idea d’amore esigente, che va ben oltre ai sentimentalismi. Un amore che comporta il donarsi totalmente al prossimo anche quando il prossimo è considerato nemico.
     

    “Questo è un messaggio che è partito da Assisi e da Assisi illumina tutto il mondo” racconta il Dott. Gianni Letta, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. “Divulgare le parole di Francesco è stata un’opera più importante di quelle che tante volte vengono presentate nel consiglio di sicurezza dell’assemblea generale delle Nazioni Unite” conclude il Sottosegretario.
     

    Risulta quindi quasi scontato come, anche in luoghi laici per eccellenza come le Nazioni Unite o il Brooklyn Borough Hall la parola e gli insegnamenti di Frate Francesco siano stati accolti con gioia e curiosità.
     

    “Questo è un percorso nel quale sono stati raccolti tutti i documenti più antichi che parlano di Francesco come Frate e Uomo e cercano di far comprendere come i suoi insegnamenti siano stati recepiti dai suoi contemporanei” ci racconta Fra Carlo Bottero custode della Biblioteca del Sacro Convento di S. Francesco in Assisi. “

    A New York sono rimasto particolarmente colpito dal grande interesse delle guardie giurate dell’ONU che si fermavano a guardare i pezzi esposti e mi chiedevano notizie. Rimanevano strabiliati quando rispondevo che i manoscritti che avevano sotto gli occhi risalivano a otto secoli prima”.
     

    E  “Era troppo importante riportare i Manoscritti ad Assisi ed esporli proprio nella Basilica di San Francesco” ci dice Flavia De Sanctis. La mostra : “Frate Francesco: tracce, parole, immagini” è infatti un’occasione unica per ammirare le opere francescane,  testimonianze antiche e preziose normalmente non accessibili e fruibili al pubblico.
     

    Durante la cerimonia di presentazione della mostra, a seguito di un gradito intermezzo del coro da camera della Cappella musicale della Basilica di San Francesco, è stato dunque trasmesso il documentario girato da i-Italy, con la regia di Letizia Airos e Matteo Banfo.

    Il racconto del percorso, tra periodo di allestimento e esposizione,  della mostra nella Grande Mel è stato seguito con grande attenzione ed intensità dal pubblico presente.

    Il cortometraggio presto sarà proiettato anche a New York in un evento speciale.

  • L'altra Italia

    Il grande sonno della legalità


    Premio Gino Gullace, una scultura dell'artista Silvio Amelio, per eccellenza in giornalismo.. al senatore, deputato del Pd e giornalista Italiano Furio Colombo. Il premio è stato consegnato presso la Casa Italiana Zerilli Marimò è stato conferito dall’Associazione Magna Grecia di New York, della quale Gino Gullace è stato ispiratore.

     
    “Questa iniziativa dell’associazione Magna Grecia affronta un tema centrale non solo per il nostro paese ma per tutti i paesi del modo. Si tratta dello stretto legame tra democrazia e legalità. Un tema di fondamentale importanza” afferma Stefano Albertini, direttore della Casa Italiana Zerilli-Marimò.

     
    Il pomeriggio era iniziato con un simposio dal tema “Democracy and Legality” di cui lo stesso Furio Colombo è stato il moderatore. Al convegno hanno preso parte giuristi italiani e americani, da Luca Palamara ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, al giudice Rhonnie Jaus, all’avvocato patrocinante in Cassazione Tommaso Manferoce, ilngiudice Mike Pesce.

     
    “L’occasione che ci è data è grande e importante” commenta il noto giornalista Furio Colombo “ nel momento in cui pronunciamo la parola democrazia, pronunciamo inconsciamente anche quella di legalità. La parola legalità infatti contiene le regole che fanno si che la democrazia esista e che sia garantita”.

     
    Il fatto che non esista democrazia senza legalità sembra quasi un concetto intuitivo, anche se in realtà presenta delle sfaccettature molto più delicate di quanto si possa pensare.
    Intaccare la legalità di un paese democratico significa intaccare la sua democrazia, ovvero rendere difficile o confuso il funzionamento delle sue istituzioni. Tutto ciò spiega molte delle cose che sono accadute in Italia.

     
    “Il nostro è un paese ferito in cui si è combattuto appassionatamente grazie al sistema costituzionale e giudiziario per mantenere integra la legalità nella pienezza del suo sostegno alla democrazia” continua Colombo, “questo incontrarci oggi tra italiani e italo-americani e tra persone a cui il destino dell’Italia sta a cuore è molto importante per le persone che vi partecipano”.

     
    Il simposio è infatti la continuazione di un altro che si tenuto in Italia a dicembre del 2012 a Roma sul tema del restauro della cultura della legalità nella vita pubblica italiana e, in special modo. in Calabria. Un convegno al quale parteciparono esponenti di primo piano della lotta alla criminalità in Italia e negli Stati Uniti di cui tra gli organizzatori l’ex direttore dell’FBI Louis Freeh e come ospite il giudice Nardini.

     
    Che la mancanza di legalità, associata troppo spesso alla corruzione, sia uno tra i problemi centrali nel sistema italiano ce lo spiega anche il Giudice Michael Pesce, giurista americano che analizza l’Italia nella doppia veste di italiano e giudice americano.

     
    “Leggendo i giornali o guardando la televisione ci si può rendere conto di come la corruzione sia un problema di tutti i giorni. Ormai ed è una macchia diffusa in tutto il mondo.
    La corruzione sta cambiando i principi della democrazia e mi ha fatto davvero male vedere cosa sia successo in Italia negli ultimi venti anni” ci racconta il giudice Pesce che spiega come tutto intacchi  negativamente la reputazione dell’Italia. Il giudice ci spiega infatti come ad esempio il New York Times troppo spesso orami non pubblichi notizie dell’Italia a meno che non si tratti di qualcosa di buffo, scandalistico o problematico.

     
    “Ho comunque la speranza e la certezza che l’Italia possa risolvere i suoi problemi e possa rialzarsi” commenta ancora Michael Pesce che sostiene che tutto ciò si può ottenere attraverso le persone, le stesse persone che hanno il potere di votare e quindi di eleggere . “Cambiare è possibile, ma è la gente che deve alzare la voce” conclude il Giudice.

     
    La corruzione sembra quindi essere non più un campo a se ma un’infezione che pare aver raggiunto molti aspetti vitali del nostro paese. Il lavoro di giudici come il procuratore aggiunto Luca Palamara risultano dunque essere di vitale importanza per il futuro dell’Italia.
    Palamara ci racconta come l’Italia si sia evoluta negli ultimi venti anni e con lei anche concetti fondamentali come quelli di democrazia e legalità.

     
    Anno focale il 1992, momento in cui si inizia ad affrontare la corruzione, fenomeno dilagante e caratterizzante in quel periodo.

     
    Due erano le figure fondamentali a creare il meccanismo corruttivo agli inizi degli anni novanta: i partiti politici e il corruttore, molto spesso un imprenditore privato. La corruzione era quindi inizialmente limitata alla figure degli imprenditori che sovvenzionavano illegalmente la classe politica italiana. Questo processo si è poi propagato a macchia d’olio incorporando molti altri settori della vita dello stato.

     
    “In un periodo storico in cui la corruzione è diventata sistemica il ruolo della magistratura è stato quello di cercare di riportare la legalità violata, perché è solo in questo modo che si può ripristinare poi la democrazia” ci spiega Palamara.

     
    “Per rendere la lotta alla corruzione seria ed efficace è necessario che non venga portata avanti solo da una componente dello stato ma che al contrario si crei un impegno congiunto di magistratura, classe politica, potere legislativo ed esecutivo”.

     
    Palamara infatti sostiene che tutto ciò è proprio quello che è venuto a mancare. Un’Italia in cui la lotta alla corruzione è stata portata avanti esclusivamente dalla magistratura in un periodo storico in cui la debolezza del sistema politico italiano strumentalizzava le indagini che la magistratura faceva, dando un colore politico ad ogni azione giudiziaria che veniva intrapresa.
    “Oggi viviamo una situazione differente, dal Novembre 2012 abbiamo vissuto un tentativo di cambiamento con un’importante legge varata dal governo italiano contro la corruzione” continua Palamara “La presenza di importanti personalità in questo incontro e anche l’importantissimo ruolo svolto da Furio Colombo in questo istituto segnano un punto di partenza per riproporre tematiche importanti non solo negli Stati Uniti ma anche nel nostro paese dove la diffusione della cultura alla legalità dovrebbe essere il primo tema su cui investire “ conclude il procuratore.

     
    La parola passa poi all’Avvocato Tommaso Manferoce che ci ha guidati dal diritto, considerato nella sua accezione più astratta ossia come ideale delle cose che dovrebbero accadere al diritto civile che invece rende questo rapporto immediatamente esecutivo.

     
    L’Avvocato Manferoce ci spiega come alla base della democrazia vi sia l’osservanza delle regole. Il rispetto delle regole è sempre accompagnato ad un rispetto dei valori dai quali un sistema democratico non può prescindere. “Le regole che stanno alla base delle democrazie sono sempre state prodotte dalle lotte per grandi ideali” commenta Manferoce. Si tratta infatti di ideali fondamentali come l’uguaglianza che sta alla base della democrazia o la reversibilità di ogni decisione, le decisioni definitive infatti sono proprie dei regimi.

     
    “Non bastano buone regole” conclude l’avvocato “sono necessari uomini che agiscano e ancor prima acquistino una sensibilità che sia un tutt’uno con lo spirito delle regole. Educazione alla legalità significa educazione alla democrazia”.

     
    Il giudice Rhonnie Jaus ci offre poi una differente prospettiva riguardo alla legalità e alla democrazia parlandoci di casi di abusi di minori, di traffico di esseri umani e schiavitù sessuale . “Ci sono molte leggi per cercare di arginare questi fenomeni” ci spiega la Jaus, “ma nella nostra democrazia la cosa importante è essere coscienti di questi abusi, è l’unico modo per renderli liberi”.

     
    Conclude l’incontro Furio Colombo definendo l’evento come una “riunione di patriottismo”.
    “Quando si dice che coloro che combattono la corruzione non fanno altro che diffamare il paese si dice esattamente il contrario della verità” continua Colombo “L’Italia ha i suoi strumenti di salvezza che sono magistrati, giornalisti e politici. Non è ancora calato quel grande sonno che è causa della fine della libertà. La vitalità con cui molti reagiscono alla corruzione che tormenta il loro paese testimonia che l’Italia è viva, ha un futuro e merita tutto il rispetto che avrà nel momento stesso in cui sarà sconfitta questa malattia”.


  • Arte e Cultura

    The Commons e la Città Eterna

    E’ ispirato a Roma, la città eterna, il gala del The Common, quest’anno.  E i-Italy è stata felice di esser  partner di questo evento.  Ci siamo trovati immersi tra scrittori, editori, registi, giornalisti e amanti dei libri.  Americani e cittadini provenienti da tutta la terra insieme,  nella bellissima sala dell'Arthur L. Carter Journalism Institute, NYU.

    L’impegno di The Commons è infatti quello di promuovere scrittori provenienti da tutto il mondo.

    “The common pubblica fiction, saggi, poesia, documentari e immagini di qualsiasi nazionalità ed è proprio questo l’obiettivo che muove questa rivista” ci racconta l’editor in chief Jennifer Acker che ha fondato The Common nel 2011 grazie al sostegno dell’Amherst College in Massachusetts.

    La giornalista ci  trasmette subito  una grande energia e si capisce quanto The Common sia per lei una vera missione.
     

    Oggi è una rivista pluripremiata e magazine online. Una vera piattaforma che da l’opportunità di mettere in mostra le proprie opere e di avere sempre interessanti e fruttuosi scambi d’idee.
     

    “Come dice il nome della rivista, the Common si interessa a spazi comuni e alle conversazioni che possono avvenire intorno a questi spazi comuni.” dice la sua direttrice.
     

    La rivista, pubblicata a cadenza biennale dal college di Amherest in Massachussets, incoraggia infatti uno spirito regionale creativo richiamando insieme una comunità nazionale ed internazionale.
     

    Tutto questo  attraverso la pubblicazione di letteratura e di arte proveniente da tutto il mondo che riporta il lettore in uno spazio comune che sa comunque di luoghi lontani, a cavallo tra il reale e l’immaginario.
     

     “La nostra è una piccola comunità con idee di vasta portata” ci spiega la Acker, infatti The Common è un portale ricco di storia letteraria che sostiene una vibrante gamma di artisti e autori.
     

    Ospite della serata e coccolato da tutti è Antonio Monda, scrittore, regista e critico di grande fama. Lo ha intervistato Larissa Macfarquhar,(New Yorker) affermata giornalista del panorama newyorkese.

    L’atmosfera è quella di un aperitivo, un mix di prelibatezze italiane, arte, musica e cultura, give-aways di libri italiani speciali.
     

    Sullo schermo scorrono le ultime scene de “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino.

    Il pluripremiato film è solo l’ultima di una lunga serie di pellicole in cui Roma è protagonista, la città infatti, con le sue bellezze e la sua storia, è colonna portante dell’immaginario culturale mondiale.
     

    “In Italia ci sono state opinioni molto discordanti riguardo questo film, a differenza di qui in America dove “la Grande Bellezza” è stato apprezzato dalla maggioranza del pubblico” racconta Antonio Monda.
     

    “Io ho apprezzato molto questo film e penso che l’interessante sia ciò che Sorrentino ha voluto trasmetterci attraverso le sue riprese. Il regista ha infatti colto perfettamente quella che è l’essenza di Roma, fatta di bellezza e solitudine. Un film con il coraggio di dare un vero ritratto di Roma e dell’Italia fatta di perdita di eleganza in un contesto di decadenza.” Racconta Antonio Monda concludendo di non aver mai visto una tale ambizione concentrata in un film dai tempi di Fellini.
     

     “L’Italia è un po’ quel paese dove tutti parlano di andarsene e sono solo pochi quelli che lo fanno, anche io nonostante mi sia trasferito qui, ho nostalgia del mio paese nel quale passo quattro mesi all’anno”.
     

    Roma è infatti un po’ quella città della “Dolce Vita”, una palude bellissima dove è fantastico annegare, spiega Monda  “di Roma mi manca la bellezza, quel senso di eternità e di storia non paragonabile a nessun’altra città, neanche a New York che però ha in sé un’energia, una forza e delle possibilità introvabili in Italia”.
     

    E Roma è la grande protagonista anche in questa serata che le ha voluto dedicare The Commons.

  • Arte e Cultura

    Ibla. Tanta musica dal mondo

    Si terra’ Venerdi 16 presso la Casa Italiana Zerilli-Marimo’la terza giornata del tour dell’Ibla Grand Prize, festival musicale ormai arrivato a festeggiare la sua ventitreesima edizione che si svolge sull’omonima cittadina della Sicilia, fiore all’occhiello dell’isola.
     

    “L’ esperienza che ho avuto negli Stati Uniti ha cambiato la mia vita ed e’ per questo che decisi di iniziare a fare una raccolta fondi per per poter poi far vivere cio’ che ho vissuto io a dei fortunati giovani musicisti” ci racconta Salvatore Moltisanti, fondatore di questo consorso musicale e pianista.
     

    “Abbiamo infatti pensato di premiare i musicisti che partecipano all’Ibla Grand Prize in maniera differente dal solito. Invece che consegnare le solite targhe o trofei, abbiamo deciso di dare loro in premio l’opportunita’ di fare un tour e di suonare negli Stati Uniti” ci spiega Moltisanti.
     

    La IBLA Foundation di New York City organizza infatti un concorso dove pianisti, cantanti, strumentisti e compositori suonano ogni anno per la citta’ dal fascino Barocco animandola al ritmo di musica. Strade piazze e giardini diventano teatri a cielo aperto dove i piu di 2000 musicisti che ogni anno partecipano suonano la loro musica.
     

    Musicisti provenienti da tutto il modo, spinti da una grande passione e da un grande talento, tutti guidati da un sentimento di interesse e di grande rispetto per qualsiasi nuova forma di sperimentazione musicale. E’ infatti questo il progetto di Moltisanti, quello di creare uno spazio dove gli artisti possano esprimere la loro musica liberamente.
     

    I vincitori delle scorse edizioni hanno avuto la fortuna di suonare in location di massima importanza come ad esampio la Carnegie Hall di New York City, dove questa sera alle ore 7pm si terra’ il 2014 IBLA New York Awards .
     

    “E’ una bellissima e intellegente formula quella che da ai musicisti l’opportunita’ di suonare in un tour che tocca differenti location lungo l’America” ci spiega Stefano Albertini, direttore della Casa Italiana Zerilli-Marimo’. Ed e’ infatti proprio qui che la Baronessa Maria Zerilli-Marimo’, presidentessa della IBLA foundation, da l’opportunita’ di mettere in mostra il proprio talento a tantissimi musicisti provenienti da tutto il mondo.
     

    E’ il caso ad esempio del duo Amato – Errera che lo scorso Lunedi hanno stupito il pubblico presente in sala usando l’acqua come strumento musicale o ancora il duo Guzich-Woch due musicisti polacchi che hanno suonato un pezzo Argentino e Brasiliano per chitarra con grande maestria.
     

    La seconda giornata dell’evento che ha avuto luogo Martedi 13 Maggio ha visto come ospite Claire Iselin, musicista francese che ha incantato il pubblico sulle note della sua arpa.

    Il prossimo Venerdi 16 Maggio, alle ore 6 sara’ la volta del violoncellista Christoph Croise,che avra’ l’onore di suonare presso la Casa Italiana Zerilli-Marimo’ dopo il suo debutto che avverra’ questa sera presso la Carnegie Hall di New York.

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    IBLA è una fondazione volontaria che organizza ogni anno un concorso per pianisti, cantanti, strumentisti e compositori a Ragusa Ibla, in Sicilia. Il concorso ha presentato nel corso deglia anni  vincitori in diversi appuntamenti in Europa, Russia, Canada e USA.

    A New York la loro performance si tiene ogni nella  prestigiosa cornice della Canergie Hall lo scorso martedì, anticipata da anteprima alla Casa Italiana Zerilli Marimò.

  • Fatti e Storie

    Enrico Brignano. Lezione di Rugantino e orgoglio italiano a New York


     “Chi di voi ha mai visto uno spettacolo italiano a New York?” Chiede l'attore comico Enrico Brignano ai ragazzi della Scuola d’Italia Guglielmo Marconi, dove lo scorso 7 Maggio ha presentato  il Rugantino che lo vedrà protagonista a Broadway il prossimo 12, 13 e 14 Giugno.

     
    I ragazzi sorridono e rimangono in silenzio, “Questo mi responsabilizza ancora di più" continua l'attore "infatti nonostante io sia molto soddisfatto della mia carriera Italiana, la vita artistica e’ fatta comunque sempre di nuovi stimoli” spiega.

     
    Enrico Brignano, con la sua simpatia ipnotizza e diverte il pubblico composto in gran parte di giovani studenti che l'attore riesce e a stregare. Per farlo  passa inevitabilmente attraverso New York, una città in cui ha vissuto prima di fare carriera e di diventare quindi famoso .

     
    E’ una New York che diverte e fa ridere a crepapelle quella di Brignano. Ci racconta ad esempio di quando faceva il bus boy in un ristorante dell’Upper East Side per mantenersi. “Il mio inglese era ancora maccheronico, un giorno una signora mi chiese exscuse me can you give me an ashtray? Non avevo assolutamente capito cosa  mi stesse chiedendo ma feci finta di niente, Le risposi di si e tornai in cucina ripetendo e ripetendo ancora mentalmente la frase per cercare di decifrarla”.

     
    Non trovando la soluzione all’enigma e pensando che l’ashtray fosse chissà quale pietanza, invece del semplice posacenere che la signora stava chiedendo, il giovane Enrico torna al tavolo e dice “Sorry we have only Italian Food in this restaurant” creando una situazione di ilarità generale.

     
    “New York mi ha fatto cadere in basso ma mi ha fatto pure risalire”, racconta l’attore. Dai 20 dollari al giorno come bus boy, “da bravo italiano” come dice lui, riesce nel tempo a diventare il manager di quel ristorante.

     
    Alti e bassi quindi e poi la corsa verso il successo, diventa un attore,  un comico famoso.
    "Questo e’ un mestiere in cui il fallimento e’ dietro l’angolo, ogni giorno bisogna dare prova delle nostre capacità, ed è una cosa che noi italiani siamo in grado di fare".

     
    Gli italiani sono testimoni ed anche artefici di tante cose anche se molte volte, afferma Brignano, siamo proprio noi stessi a denigrare la nostra terra.

     
    E  racconta, quasi come fosse una favola,  dell'Italia, una penisola strana fatta a forma di stivale, a sud dell’Europa. Parla della lingua italiana a volte complicata, difficile, figlia del latino e del greco.

     
    "Questa lingua e questo paese così complessi  alla fine nella storia hanno sempre dato prova di grande talento. Il talento e’ infatti una moneta che si usava nell’antica Roma. ".

     
    Ricorda come già dal Cinquecento l'Italia sia stata in grado di trasmettere all'America una serie di invenzioni,  fino ad arrivare ad una vera e propria ondata di successi italiani nel novecento.

     
    Brignano elenca poi i sindaci italiani che si sino susseguiti in America.
     "L’alternanza tra un sindaco italiano e un sindaco non italiano mi ricorda l’alternanza dei sette re di Roma che salivano al potere ciclicamente con un re di origine etrusca e uno di origine romana".


    New York infatti, a detta dell'attore, ricorda un po’ quella che era l’antica Roma, posto per eccellenza dove era difficile anche entrare. "A New York dove e’ possibile rimanere bloccato perché ti sei portato in valigia un pezzetto di Parmigiano Reggiano. Vallo a spiegare che te lo mangi e non succede niente" scherza Brignano.

     
    Il Rugantino venne presentato a New York - con la partecipazione di due straordinari attori come Nino Manfredi e Aldo Fabrizi -  per la prima volta nel 1964 ,un anno dopo l’omicidio di Kennedy, in un’America presa dalla paura.


    Era un'epoca in cui non c’era la tv a colori, non c’era Internet e una nave impiegava un mese e mezzo per arrivare dall’Italia a New York. E va detto, questo spettacolo in italiano venne un po’ boicottato per paura che rubasse lo scettro nell'americanissima Broadway. Il Rugantino fatto di storia,musica e costumi totalmente italiani ebbe comunque successo.

     
    Si tratta di una commedia ambientata in Italia nel 1830. Rugantino e’ una maschera presa in prestito dal 1600 e portata nel 1830, periodo in cui ancora a Roma era vigente la pena di morte. Intorno a questo personaggio viene costruita una storia d’amore che si evolve fino ad un colpo di scena.

     
    "Quello che mi porta qui e’ la necessita di esternare un pizzico di patriottismo, sento viva la necessita’ di dire: io sono italiano. Il bisogno di veniere a New York e presentare a voi e ad altre comunità italiane questo spettacolo. Tutto questo con la speranza che voi portiate i vostri amici americani, che i newyorkesi scoprano questo musical italiano".

     
     In questo momento storico infatti l'attore pensa sia ancora più forte il bisogno di valorizzare il nostro talento. "E' difficile da capire anche  perché molto spesso noi siamo talentuosi solo quando veniamo messi alle strette".

     
    "Ma in generale tutto ciò di cui siamo capaci non dovrebbe che alimentare il nostro essere orgogliosi di essere italiani. Nella nostra accezione piu’ positiva che equivale a dire essere persone consapevoli di provenire da un piccolo Paese, visto in un contesto mondiale, he però ha sempre dato  prova di essere all’altezza della situazione nel momento di necessità".


    Il Rugantino è in scena

    il 12-13-14 giugno al New York City Center

    per comprare il biglietto >>>


  • Arte e Cultura

    Terzo Paradiso per salvare il mondo

    Salvare il mondo attraverso l’arte è possibile. Lo hanno spiegato a studenti e professori della Scuola d”Italia, la Professoressa Paola Salvi e l’artista Michelangelo Pistoletto, lo scorso 5 Maggio.  Nel corso della conferenza Renaissance and Rebirth I due studiosi ci hanno spiegato come secondo la loro teoria il mondo potrebbe arrivare ad un equilibrio molto più stabile partendo dalle teorie dell’uomo Vitruviano di Leonardo e attraverso il segno arte e il terzo paradiso.
     

    E’ un’idea di Michelangelo Pistoletto che s’immagina un mondo rivoluzionato da una nuova coscienza e sensibilità che chiama il ‘terzo paradiso’. In questa dimensione l’uomo e la natura arrivano a fondersi e a convivere in perfetta armonia. E il principio è teorizzato attraverso il simbolo del Segno Arte che nasce dal disegno dell’infinito, fatto di due cerchi che si compiono con una linea che va a incrociarsi senza interruzione.
     

    “Io ho voluto creare un terzo cerchio tra i due dell’infinito: il cerchio del finito, dell’universo fisico. Il terzo paradiso è proprio questo, la porta reale e fisica che sta in mezzo ai due infiniti”.

    Il terzo paradiso è infatti la dimensione che segue il primo paradiso, quello ancestrale, prima del morso della mela. Un paradiso in cui tutti gli uomini erano integrati nella natura e vi era un’inconsapevolezza dell’essere. Vi è poi il secondo paradiso, quello creato dagli esseri umani venutisi a staccare gradualmente dal contatto con la natura.
     

    “Questo gesto del mordere la mela e’ molto importante perche’ rappresenta il pezzo di natura strappata via per creare un altro mondo”ci spiega l’artista, come se il peccato originale fosse stato quasi una visione della modernità colpevole di portare il genere umano verso l’autodistruzione.
     

    Unica solozione per ricreare l’equilibrio e’ quella di ricercare un contatto con la natura e di riportare quindi quel pezzo di mela morsa alla sua origine.
     

    Un simbolo lanciato proprio il 21 Dicembre 2012 quando secondo la profezia Maya il mondo sarebbe dovuto finire. Pistoletto infatti sostiene che il mondo sia arrivato alla fine di un ciclo dominato da forti contraddizioni e attraverso segno arte, rilancia l’idea di rinascita. Il rebirth day, che ha avuto grande riscontro in tutto il mondo attraverso manifestazioni e rappresentazioni artistiche nasce proprio da questa idea. “Il rebirth day è un giorno di festa e di riunione, un simbolo che io offro alla società come prospettiva di un futuro migliore fatto di sintonia e riappacificazione”.
     

    “Ecco quindi che il simbolo del Segno Arte diventa tangibile, dall’oggetto ludico all’opera d’arte come è avvenuto nel caso dei miei studenti dell’istituto d’arte” ci spiega Paola Salvi

    Qual è il collegamento tra l’uomo Vitruviano e il terzo paradiso? A rispondere è Paola Salvi

    “L’artista di tutti i tempi quando si trova a riflettere sulle misure proporzionali in qualche modo parte anche da se stesso. Perché una delle cose che si dice dell’uomo Vitruviano è che possa essere anche una forma di ritratto di Leonardo.
     

    Quest’uomo non è solo Vitruviano ma è anche Albertiano. È vero il cerchio e il quadrato sono descritte da Vitruvio ma le misure del corpo, ossia la proporzione che il corpo ha deriva da queste tabelle proporzionali fornite da Leon Battista Alberti nel De Statua. La cosa particolare di queste tabelle è che non sono proporzioni fisse, ma è un sistema di proporzioni basato sull’altezza di ogni singolo individuo. L’uomo può essere proporzionale qualsiasi la sua altezza sia. Questo concetto di individualità della proporzione è un elemento che in realtà si collega anche al lavoro di Pistoletto perché con il suo “SegnoArte” invita ogni persona a trovare il proprio Segno Arte partendo dal proprio corpo”.
     

    “Segno Arte è un canale d’ingresso verso questa dimesione dell’arte che porta verso la rinascita, un disegno capace di esprimere questo concetto di entrata e di uscita dal medioevo modernistico” ci spiega Michelangelo Pistoletto.
     

     “L’uomo di Leonardo era posto al centro di un mondo da scoprire, oggi, il Segno Arte ricavato dallo specchio configura un essere umano che si proietta nel futuro guardando nel passato, come una bilancia temporale, e indirizza l’attenzione verso nuove proporzioni che l’umanità deve considerare per procedere oltre” ancora Pistoletto.

    E gli chiediamo ancora: se l’arte può dare un segno positivo. Soprattutto ai giovani

    “Il segno positivo che io ho cercato di fare è il simbolo su cui tutti in qualche maniera si possono riconoscere ed è il simbolo del terzo paradiso. Questo vuol dire che ci sono stati due paradisi precedenti, uno era il paradiso in cui gli esseri umani erano totalmente inconsapevoli, ossia il primo, quello atavico. Il secondo paradiso è quello che ci ha portato ai giorni nostri, a questo mondo artificiale, meravigliosamente cresciuto e spaventosamente rischioso ormai. Quindi il terzo paradiso deve ricreare un rapporto tra la natura e l’artificio, e quindi una situazione di bilanciamento tra questi due fenomeni che attraversano tutta la storia del nostro passato e congiunti possono aprirsi la strada al nostro futuro. Una speranza per tutti”.

  • Arte e Cultura

    Project IX – Pleiades - La tradizione giapponese vista da un italiano

    Project IX – Pleiades è un progetto elaborato a conclusione del sessantesimo anniversario della stagione artistica della Japan Society, per celebrare la forte collaborazione intercorsa tra Giappone e Stati Uniti.

    Protagoniste indiscusse della scena sono state la percussionista Kuniko Kato e la ballerina Megumi Nakamura che hanno interpretato sotto la guida del direttore artistico nonché coreografo Luca Vagnetti una delle più affascinanti composizioni musicali di Iannis Xeanakis.

    Composizione originata per sei musicisti e presentata in maniera senza dubbio molto suggestiva da Kato, una delle percussioniste giapponesi più attive e ricercate nel panorama nipponico.
     

     È stata infatti la musicista, considerata di grande talento e di grande virtuosismo musicale ed espressivo, a suonare tutte e sei le parti per la quale l’opera è stata ideata. Tutto ciò è stato reso possibile attraverso una proiezione video multipla che insieme ai giochi di luci e ombre hanno creato grande impatto nel pubblico presente in sala. 
     

    Non da meno è stata l’interpretazione della ballerina Nakamura che ha scandito con grande padronanza del corpo le percussioni suonate da Kuiko Kato.
     

    Lo spettacolo ha raggiunto il suo culmine con l’estrosa e stravagante interpretazione di  Rebonds a e l’energica Rebonds b suonata live dalla musicista con una vasta gamma di percussioni e interpretata dalla danza dell’ineguagliabile Nakamura, ballerina conosciuta a livello internazionale e capace di portare oltreoceano l’interpretazione delle musiche di Xeanakis
     

    Luca Veggetti, classe 1963, coreografo e regista dal 1990, da sempre interessato nella musica contemporanea e nelle sue forme più sperimentali e innovative, ha trasformato in spettacolo la sua passione e la sua grande conoscenza della tradizione Giapponese sia a livello teatrale che a livello musicale, interpretando in maniera senza dubbio espressiva le musiche di Xenakis.

    “Oltre alla grande bravura e all’innovazione del team creativo, questo progetto è fatto di tutta quella tecnologia propria del ventunesimo secolo che va quasi a sfidare la musica di uno dei più grandi compositori del ventesimo secolo” commenta Yoko Shioya, direttore artistico della Japan Society “lanciato come evento culmine nell’anniversario della nostra stagione, questo progetto dimostra il tipo di coraggio creativo che io ammiro e si instrada nella direzione nella quale il programma artistico della Japan Society è diretto”.

  • Fatti e Storie

    Con la sommelier più spumeggiante di New York


    Ci siamo andati in ritardo. Al  suo secondo appuntamento. Forse lo abbiamo fatto, come succede qualche volta  nelle migliori famiglie, perché sentiamo Alessandra Rotondi un po’ parte della squadra di i-Italy. La conosciamo bene e sapevamo che la sua prima lezione sul vino ad NYU non sarebbe stata stata l’unica occasione con lei  lì. E così è stato.


    Dunque siamo andati a vederla al secondo appuntamento,  il 23 Aprile, presso la Casa Italiana Zerilli-Marimò.  E nella casa delle case della cultura newyorkesi abbiamo, insieme a tantissimi fortunati spettatori, potuto assistere al suo  viaggio culturale sul vino,  Viaggio di cui i-Italy TV ha trasmesso solo delle piccole pillole su canale del Comune di New York.

     
    “Il diciannovesimo secolo fu molto importante per sviluppare una nuova idea di vino” ci racconta Stefano Albertini, direttore della Casa italiana Zerilli-Marimò. “Come ci ha spiegato Alessandra Rotondi,  Dante non ebbe mai la fortuna di poter bere il Chianti perché venne inventato proprio nel diciannovesimo secolo” . “Sono curioso di sapere cosa beveva Dante al posto del Chianti” scherza Albertini.

     
    Fil rouge dell’evento la passione per il vino, considerato fin dall’antichità nettare delle divinità. Una passione che anche con lo scorrere dei secoli è rimasta comune a molti artisti, politici e personaggi illustri.

     
    Si pensi ad esempio a quello che fu il primo ministro italiano Camillo Benso Conte di Cavour, che per la sua grande passione per questa bevanda senti la necessità di creare un vino rosso pregiato, dall’acino d’uva del nebbiolo.

     
    Bettino Ricasoli, secondo presidente del Consiglio del Regno d’Italia dopo Cavour, condivideva con il suo predecessore la forte passione per il vino, ci racconta Alessandra Rotondi.
    “Quello che amo più al mondo è l’agricoltura” sosteneva il Barone di Ferro “e vivere in compagnia del progresso morale dei contadini. La politica? Io la odio”.

     
    “E difficile non odiare la politica vivendo nel fantastico castello di Brolio” scherza la sommelier. La famiglia Ricasoli infatti viveva in questo castello situato a Gaiole in Chianti, una piccola frazione di Siena. Dal castello si dirama tutta una serie di vigneti, e la famiglia Ricasoli fu proprio una delle prime famiglie in Italia ad avviare la compravendita del vino nella Nazione.

     
    “Abitando in un paesino vicino, ho vissuto tutta la mia infanzia dentro questo castello e ne conosco ogni singolo particolare” ci racconta Alessandra Rotondi “i miei antenati hanno lavorato sulle vigne del castello, il mio sangue è qui, sono stata creata qui”.

     
    Dalla tradizione Ricasoli deriva il Chianti che tutt’ora beviamo su bar e ristoranti, un vino fino al 2006 composto di tre grappoli d’uva: due rossi, il Sangiovese e il Canaiolo e uno bianco il Malvasia. Dopo il 2006 i produttori di vino decisero di modificare in parte la tradizionale formula di Ricasoli sostituendo gli acini di uva bianca con quelli di uva rossa.
    Proseguendo con il suo excursus storico all’insegna del vino la Rotondi ci presenta Giuseppe Verdi che fu non solo uno dei più grandi musicisti della storia italiana ma anche un grande amante del cibo e del vino italiano. Nella sua “Brindisi” infatti il compositore celebra la sincerità del vino e il suo “potere” di rendere tutto più bello.  

     
    E con la magia della musica di Verdi al suon di “libiamo ne’lieti calici/ che la bellezza infiora” anche la casa Italiana Zerilli-Marimò si è trasformata per qualche minuto in teatro e il pubblico in coro diretto da una spumeggiante Alessandrai.

     
    Parentesi canora terminata, si ricomincia il tour all’insegna del vino per arrivare alla famosa poesia “San Martino” scritta da Giosuè Carducci con i versi “ma per le vie del borgo/dal ribollir de' tini /va l'aspro odor de i vini /l'anime a rallegrar.”

     
    “Carducci scrisse questa poesia quando era vicino al momento della morte, il componimento è quindi una riflessione sulla vita, a tratti insidiosa, nella quale è proprio il vino a portare un momento di calma e serenità” ci spiega la sommelier.

     
    Ed è ancora Giovanni Pascoli con la sua Miricae a parlarci di vino. “Pascoli ci racconta che la vite ha tre grappoli, il primo va bevuto per piacere, il secondo per raggiungere quel dolce oblio che il vino a volte porta e il terzo non va bevuto, perché è il grappolo del sonno” scherza la sommelier.

     
    Si arriva quindi al dinamico futurismo, movimento di rivoluzione culturale che prese luogo in Italia agli inizi degli anni venti. Uno dei punti fondamentali del futurismo era quello di eliminare tutto ciò che provenisse dal passato per creare qualcosa di nuovo, metafora di eterno movimento. Tutto ciò portò i futuristi a rinnegare addirittura la pasta, emblema culinario italiano, perché considerato un piatto che appesantiva e quindi antitetico alla velocità. 
    “Nonostante anche il vino abbia origini antiche, venne di gran lunga accettato dai futuristi che lo vedevano come una bevanda in continua evoluzione” ci spiega Rotondi.
    Anche Pablo Neruda, poeta spagnolo moderno, apprezzava talmente tanto il vino da paragonarlo alla sensuale bellezza di una donna, nella sua “Ode al Vino”.

     
    Amor mio, d’improvviso/il tuo fianco/è la curva colma/della coppa/il tuo petto è il grappolo,/la luce dell’alcol la tua chioma,/le uve i tuoi capezzoli,/il tuo ombelico sigillo puro/impresso sul tuo ventre di anfora,/e il tuo amore la cascata/di vino inestinguibile,/la chiarità che cade sui miei sensi,/lo splendore terrestre della vita.

     
    Per arrivare ai giorni nostri Alessandra Rotondi paragona il vino a Facebook. “Il vino è stato il primo Facebook ad essere inventato, infatti si tratta del più antico social network mai esistito in circolazione già da quando internet non esisteva” commenta la sommelier. “Il vino è sempre stato un mezzo per connettere le persone, ed è sempre stato parte delle persone, come un amico”.

     
    “Si può sempre mandare una richiesta d’amicizia al Vino e stare certi che lui sicuro non la rifiuterà” scherza la Rotondi. Il viaggio si conclude con una frase ad effetto estrapolata da un discorso di Papa Francesco “…immaginate di finire la festa bevendo tè…senza vino non c è festa!”.
     

    E noi, per concludere, chiediamo ad Alessandra: quando sarà la tua prossima lezione?
     
     


  • Fatti e Storie

    Quella virtuosa identità italiana nel mondo

    “Filippo La Porta studia la letteratura considerando tutti i cambiamenti che colpiscono la nostra società contemporanea con uno sguardo che va al di là della pagina stampata e si allarga fino a coinvolgere tutti gli esseri umani che queste pagine le scrivono e soprattutto le leggono” ci spiega Stefano Albertini direttore della Casa Italiana Zerilli-Marimò.

     “Ho scoperto tardi di essere italiano” ci racconta scherzando La Porta “Mi è successa la stessa cosa accaduta a Sergio Sollima , un famoso sceneggiatore degli anni settanta, appassionato di film western sin da bambino.

    Quando a sette anni il padre gli disse che in realtà non era americano ne rimase molto traumatizzato” continua il professore “Io ho subito un trauma simile scoprendo molto tardi cosa significasse essere italiano".

    In un periodo così tormentato della nostra storia La Porta si domanda inevitabilmente cosa possa rimanere di quella che fu la nostra grande tradizione italiana.

    L’Italia infatti è stato un paese che per almeno tre o quattro secoli ha espres­so un’eccellenza poi  andata scemando con l’avvento della modernità. “Mi chiedo spesso cosa rimane di questa grande tradizione. Come si può declinare oggi l’identità italiana?” si domanda il professore, e la domanda non risulta così scontata.

    L’autore ci spiega che sia ancora possibile parlare di identità italiana nel mondo in senso virtuoso anche in un contesto di mercato sempre più globale.
     

    “I discorsi che si fanno sui caratteri nazionali pur non essendo discorsi scientifici , sono comunque delle narrazioni con cui ognuno di noi si deve confrontare. L’immagine degli italiani, l’immagine che l’italiano ha di se stesso e l’immagine di come l’italiano viene percepito all’estero sono basi fondamentali sulle quali riflettere”.
     

    L’idea del “bel paese” risulta ben chiara sin dall’antichità, declinata nei più differenti modi da Dante, Petrarca, Machiavelli e Pascoli fino ad arrivare al libro “il bel Paese” dell’Abate Stoppani.
     

    Questa bellezza viene poi analizzata anche da Carlo Levi nell’introduzione di un libro di fotografia degli anni sessanta. L’autore si interroga sul punto di giuntura che unisce gli italiani e arriva alla conclusione che ciò che lega il popolo italiano è il senso della bellezza e dell’amore per la bellezza, un qualcosa che va quindi oltre il semplice patto sociale o la tradizione militare.

    Ma cosa si intende per bellezza? A questa domanda risponde Paolo Sorrentino con il tanto discusso film “ La grande Bellezza” che racconta con un titolo antifrastico proprio il tramonto del bel paese.
     

    Un paese dove la bellezza si ritira da tutto, dalla vita sociale, spirituale e dall’arte contemporanea, quasi sbeffeggiata nel film di Sorrentino.
     

    La città di Roma che il regista ci presenta è una città monumentale e allo stesso tempo quasi funerea fatta di cupole avvolte da nebbia. “Ho pensato molte volte che Roma sarebbe più bella senza i suoi abitanti perché è una città d’arte, una città monumento ed è come se dovesse durare più del suo reale ciclo storico”
     

    “Sorrentino racconta la fine del bel paese, ma la racconta in modo bello. Questa contraddizione è tipica dell’arte, che ha uno splendore formale e una straordinaria potenza visiva” ci spiega La Porta.
     

    Il fatto che la bellezza sia finita significa che nella nostra grande tradizione la bellezza non è soltanto un fatto estetico, come diceva anche Carlo Levi. Ma la bellezza nella tradizione italiana è un modo di vivere, un modo di essere e di relazionarsi agli altri. La bellezza è civiltà. “Il bello non è separato dal vero e dal buono” continua La Porta “ma le cose cominciano a degenerare quando il bello si separa dal vero e dal buono e diventa qualcosa di estetizzante, una decorazione, un ornamento”.
     

    Questa bellezza fallace, già riscontrata nelle ampollose descrizioni di D’Annunzio è poi ripresa proprio in Sorrentino .
     

    Roma, con le sue bellezze e la sua storia è protagonista indiscussa nell’immaginario culturale italiano e mondiale. Ma si tratta di una Roma che non mantiene tutte le sue promesse, mantiene solo quelle che non fa. Per quanto possa sembrare paradossale pensare a Roma in maniera distaccata dalla sensibilità religiosa, la città finge una spiritualità che nel profondo probabilmente non le appartiene. Roma infatti è una città che nasconde l’eterno dell’effimero, come scriveva Francisco Quevedo “A Roma tutto ciò che è stabile vola via e soltanto il fuggevole rimane per sempre”. Ed è proprio questa l’idea disincantata che La Porta vuole trasmetterci con il suo nuovo libro “Roma è una bugia”.
     

    “Roma è una specie di palude, diventata la capitale burocratica dello stato italiano” ci racconta lo scrittore spiegandoci ancora che “la capitale è una città nella quale i romani hanno già visto tutto e hanno percepito l’eterno ritorno delle vicende umane e storiche”. Ed è proprio questa idea di ciclicità a far capire come tutto ciò che avviene a Roma poi sia destinato a finire.  

    “Roma diviene una città un po’ inafferrabile che da una parte ti spegne ma dall’altra ti da molta energia con la sua idea di un’apocalisse sempre rimandata” commenta La Porta.
     

    Con il boom economico degli anni Ottanta l’Italia fu protagonista del rilancio del made in Italy. I prodotti italiani fatti di food, fashion e forniture considerati di nicchia, venivano esportati in quasi tutto il mondo. “Tutto questo se da una parte ha portato ad una grande crescita economica, dall’altra ha cominciato a sbiadire i colori di una grande tradizione”. 

    L’identità italiana è stata fissata nei secoli nei suoi stereotipi con vizi e virtù: da una parte il nostro scarso senso civico, la nostra intelligenza furbesca e a volte il familismo amorale bilanciati però dal nostro inesauribile talento creativo, la capacità di adattamento e la forza di sopravvivenza.
     

    “Non è possibile oggi per noi inventarci una nuova identità italiana, queste sono tutte delle caratteristiche storiche con cui dobbiamo fare i conti, sviluppandole magari in senso virtuoso” commenta La Porta rifacendosi a Carlo Levi “il punto focale è capire bene come sono fatti gli italiani e sviluppare queste qualità positive”.
     

    E La Perla non ha una visione apocalittica dell’Italia. “Per ritrovare una continuità con questa tradizione fatta di grande bellezza bisognerebbe tornare a una semplicità che non esclude la complessità sia nell’arte che nei modi di vivere”.

  • Milton Gendel e la sua 'Vita surreale"


    Si è aperta lo scorso Venerdì 11 Aprile la mostra del fotografo americano Milton Gendel “A Surreal Life” presso la Casa Italiana Zerilli-Marimò.

     
    La mostra curata da Peter Benson Miller e Barbara Druidi nasce dalla collaborazione con l'American Academy in Rome e la Casa Italiana Zerilli-Marimò  e presenta una selezione di venti fotogrammi scelti dall’ampia gamma di quelli esposti nella mostra Retrospettiva a Roma.


    La mostra, esposta al Museo Carlo Bilotti - Aranciera di Villa Borghese e all'American Academy a Roma nel 2011 con la collaborazione del Comune di Roma, era divisa in quattro sezioni a scandire le esperienze artistiche e il percorso di Milton Gendel. Scatti che raccontano la guerra in Cina che visse in prima persona, passando agli esordi a New York dove venne a contatto con un gruppo di artisti surrealisti per poi arrivare all’esperienza alla Roma-New York Art Foundation e alle sue frequentazioni con artisti italiani e americani.


     
    Molte delle suo foto  ritraggono infatti personalità come Audrey Hepburn, la Regina Elisabetta II, Peggy Guggenheim e tanti altri personaggi di grande rilievo fotografati  tra America e Italia.
    “La mostra di New York non è che la degna conclusione di un percorso iniziato a Roma” ci spiega Mark Robbins direttore dell’ American Accademy. “Questa con la Casa Italiana è una bellissima collaborazione, ci sono tanti modi in cui possiamo collaborare sia a New York che in Italia e spero che questa sia la prima di una lunga serie” continua il direttore.


     
    Il mondo si snoda attraverso la fotografia, la nostra società ora più che mai risulta fatta di immagini e questo è un qualcosa del quale Gendel è stato sempre cosciente. L’esposizione mostra infatti in maniera quasi provocatoria una brillante selezione delle immagini raccolte a Roma che evocano tutta la sensibilità artistica espressa da Gendel attraverso le immagini.
    “Gendel è uno degli artisti contemporanei più conosciuti in America e non soltanto nel campo della fotografia” ci spiega Stefano Albertini direttore della Casa Italiana Zerilli-Marimò. “ Gendel ha lavorato davvero come un ambasciatore sia della cultura italiana in America che della cultura americana in Italia” continua il direttore della Casa Italiana che ospiterà la mostra fino al 23 Maggio.


     
    “E’ un individuo nel quale sembra concentrato così tanto del ventesimo secolo, soprattutto della seconda metà, nel periodo post guerra. Non sorprende quindi affatto la vasta quantità di temi affrontati dalle sue immagini ” ci racconta Ara Merjian professore presso la New York University. Il suo repertorio infatti va dagli scatti di una Sicilia del 1950  e quelli  che parlano di un’Italia distrutta dalla Guerra e che poi inizia la sua ripresa con il boom degli anni 50-60. Si passa poi alle foto con gli artisti che assiduamente frequentavano la sua casa a Roma come ad esempio Burri e Colla, fino ad arrivare ai lavori Neorealistici più contemporanei. “Gendel crea una vera e propria liason culturale tra Italia e Stati Uniti” conclude il professore. Gendel è stato infatti un grande punto di riferimento per gli artisti americani, non solo per le sue origini, ma anche per la fitta rete di conoscenze che era riuscito a tessere in Italia.


     
    “Gendel era un romano ma nello stesso tempo un Newyorkese” ci spiega lo studioso  Irving Sandler “arrivò a Roma nel 1949 ed è anche grazie alle suo foto che gli Stati Uniti conoscevano l’arte Italiana. Milton ci ha resi noti tutti gli artisti italiani più importanti del periodo e non solo. Il suo salotto di casa a Roma era diventato uno dei maggiori punti d’incontro degli artisti americani”.


     
    Ed è infatti proprio nel periodo di grande difficoltà del dopoguerra che Gendel decide di remare controcorrente e di aprire la sua casa a tutti quegli artisti che, oscurati dal socialismo latente del periodo, non avevano la possibilità di esporre le proprie opere di arte astratta, ci spiega la studiosa Martica Sawin.


     
    Quello che sembra “essere diventato un fotografo per pura fatalità” ci racconta scherzando Miller,   si è rivelato invece uno dei punti cardine della cultura italiana e americana del dopoguerra nonché uno degli esponenti surrealisti più importanti del secolo moderno, trasformando la sua passione per la fotografia e per l’arte in vero e proprio tesoro fatto di immagini che, ritraendo l’Italia nel delicato periodo del dopoguerra ,ripercorrono anche la sua incredibile carriera.
     
     
     
     
     
     

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