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Paolo Sorrentino. “Gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza”

Intervista con il regista e sceneggiatore che ancora una volta si confema come uno dei maggiori rappresentanti del cinema italiano nel mondo. Il suo film “La Grande Bellezza” ha vinto il Golden Globe e concorrerà alle nomination per gli Oscar come miglior film straniero

Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita ...

 è su questa frase di Céline intrisa di illusione e di realismo che si dipana il  film di Sorrentino “La Grande Bellezza”, girato in una Roma incantata ed imponente nella quale i protagonisti sprecano le loro esistenze in pettegolezzi, feste sfrenate e volgari e discorsi va cui e ridondanti. Lo spettatore da subito può notare l’ossimoro tra la bellezza monumentale della Capitale ed un’umanità desolata e desolante. 

Il protagonista, pur rendendosi conto di essere circondato da una realtà degradante, smette di cercare la bellezza e si abbandona ad una vita frivola ed ai salotti “Buñueliani”. Nei momenti di sconforto si rifugia nel ricordo del suo primo amore mai dimenticato, come porto sicuro su cui far approdare le sue ansie e le sue paure. Il film è un acuta e profonda riflessione sullo spreco della vita, sul valore dei semplici incontri quotidiani che allontanano la solitudine e sull’autenticità del valore dell’amicizia.

 In occasione dell’uscita del film a New York, abbiamo avuto il piacere di conoscere e scambiare qualche battuta con il regista.
 

  “La Grande Bellezza” inizia con una celebre frase tratta dal romanzo di Céline “Viaggio al termine della notte”, nel quale l’autore critica in modo quasi dissacrante la società e l’umanità. Anche nel suo film si ravvisa una critica sulla vacuità della classe borghese. Questo libro è stato per lei una fonte d’ispirazione per scrivere la sceneggiatura? 

 Le ambizioni ed il tono del “Viaggio al termine della notte” hanno ispirato molto questo film. Questo libro non è solo una critica alla società e all’umanità, è anche il più grande tentativo di conoscere l’uomo nelle sue bassezze e come dentro le sue bassezze si possa mirare alla bellezza. L’autore fa delle memorabili descrizioni di gente umanamente e moralmente miserabile che però è portatrice di bellezza.
 

Il film descrive un viaggio…. abbiamo trovato delle somiglianze con il viaggio di Dante. Anche il suo film vuole essere l’immagine del peccato umano? C’è anche ne “La Grande Bellezza” questo aspetto dantesco nel cammino umano di ritrovarsi nella selva oscura del peccato?

 Le strutture romanzesche di Dante e di Céline sono le stesse, in entrambi vi è un pregrinare dentro gli inferni. Quei mondi romani descritti nel mio film sono degli inferni nei quali chi entra può perdere il contatto con ciò che conta nell’esistenza. Questi contesti sono talmente vacui che ti fanno perdere il contatto con la terra e ti fanno sembrare che la vita non ha senso.


 Questo film strizza un po’l’occhio a
Fellini. Ha voluto omaggiare il  grande regista con la presenza degli animali da Circo e con la fotografia della città incantata?

 Presenta delle assonanze con la “Dolce Vita” nella misura in cui il mio film affronta le tematiche che abbiamo accennato prima. Calvino scriveva che colui che vede un film di Fellini s’illude di essere spettatore, ma in realtà assiste alla storia della sua vita. Questo è ciò che fa paura del cinema di Fellini ma che nello stesso tempo affascina: vedere dei mondi dai quali pensi di essere distante ma in realtà questi stanno parlando di te, ti appartengono, è la tua biografia. In questo senso il mio film riprende temi già trattati da Fellini, per il resto non c’è attinenza. I suoi film sono unici ed inimitabili e sarebbe presuntuoso e pericoloso provare ad emularli.
 

 Che rapporto ha lei con Roma e come mai ha scelto la città eterna per antonomasia nel descrivere un’umanità che di eterno non ha nulla se non solo apparentemente?

 La dicotomia non è tanto tra la città eterna e la gente che non lo è, ma tra italiani di un tempo che costruendo questa città sono stati capaci di produrre una bellezza inimitabile e gli italiani di oggi che sono più addormentati ed affaticati e che hanno fatto sì che il paese si sia lungamente fermato. Nel film c’è una rappresentazione tra quello che è stata la città di Roma e quello che sono adesso i cittadini.
 

 Quanto è importante il connubio Servillo-Sorrentino nel suo successo...potrebbe essere paragonato al connubio Mastroianni-Fellini? L’appartenenza alla stessa città in che modo ha influenzato il vostro rapporto?

 Molto, abbiamo fatto insieme quattro film e sono andati davvero bene. Ci siamo aiutati reciprocamente. Non lo paragonerei al connubio Mastroianni-Fellini, sono cambiati i tempi, il loro era un connubio mitico, il nostro è più semplice, fatto di scambi reciproci. Il provenire dalla stessa città che è Napoli fa sì che ci si riconosca su molte cose, soprattutto sul senso dell’umorismo che è una cosa che appartiene sia me sia a Servillo. Molte famiglie napoletane sono un banco di prova di una rappresentazione teatrale.
 

 Il mondo attraverso l’ironia, tratto fondamentale del suo film. Un ironia che però nasconde un degrado sociale nel mondo politico, culturale ed anche religioso con questi cardinali mondani e suore che si danno al botox. Poi c’è invece il personaggio della Santa. Ma non solo... alcuni dei suoi personaggi sono di una profonda umanità nonostante, come dice Jep, “siamo condannati alla sensibilità”.... rappresentano un richiamo alla moralità o servono solo a mettere in evidenza una moralità che non esiste più?

 Esistono delle figure carismatiche che sono più forti del tentativo delle persone di ridurle a effetto comico. La Santa nelle mie intenzioni doveva essere una figura che pur dicendo dei concetti assolutamente elementari riusciva a disarmare il tentativo del protagonista e dei suoi amici di farla passare per l’ennesima comparsa sulla scena di questo infinito palcoscenico che è Roma e le terrazze romane.
 

 Nel film ho visto una critica alla società anche per una mancanza di nuova idee e di un’avanguardia culturale. Lo stesso protagonista si rende conto della mediocritas che lo circonda , ma non fa nulla per cambiare il suo status quo. Come si può superare questa crisi culturale e sociale?

 La maggior parte delle persone è condannata a trascorrere il tempo parlando di cose inutili. Quello che diventa importante è ciò che s’impiglia nella memoria e diventa indimenticabile. Nel mio film tutto è un tappeto sonoro tranne il ricordo della ragazzina che lui ha amato da giovane. L’amore nella sua banalità ha un effetto emotivo così forte e devastante per cui diventa un ricordo indelebile.
 

 Per tutta la durata del film la cosa che mi ha fatto più riflettere è la mancanza della parola. Lei mette in scena uno scrittore che ha avuto successo con un solo romanzo ma che ha perso le parole passando il tempo ad intrattenere conversazioni sul nulla. Alla fine però ritrova questa forza della parola che è un po’ la sua grande bellezza.... come mai questo riscatto? C’è speranza per questa realtà deprimente?

 Il protagonista non scrive più niente perchè detesta il mondo in cui vive. Poichè è convinto di voler scrivere solo sulla bellezza, gli sembra troppo sciocco ciò che lo circonda per poterlo descrivere. Invece è esattamente il contrario! E’ proprio grazie a quel mare di sciocchezze e frivolezze che riscopre la bellezza. Dato che lui dispone di questa meravigliosa arma che è la parola, metterà ordine in quel disordine e scriverà un’altro romanzo.

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