Articles by: Monica Straniero

  • Arte e Cultura

    I Fratelli D'Innocenzo, il nuovo cinema italiano che avanza

    A fare compagnia ai due gemelli, autori come Marco Proserpio, che con il documentario “L’uomo che rubò Banksy”, voce narrante Iggy Pop, ha partecipato con successo ai maggiori festival del mondo. Laura Luchetti regista di “Fiore gemello”, Michela Occhipinti con “Il corpo della sposa - Flesh out” girato in Mauritania ha raccontato il gavage, la pratica di alimentazione forzata che serve a far prendere peso alle ragazze alle soglie delle nozze. Senza dimenticare Jonas Carpignano, italo-americano cresciuto a New York e poi tornato a vivere a Gioia Tauro, dove ha ambientato “A ciambra”, e Alice Rohrwacher, assidua frequentatrice della Berlinale.

    Ora è il momento dei fratelli D’Innocenzo. I due giovani cineasti, germogliati dalla periferia romana si erano già fatti notare con La Terra dell’Abbastanza, presentato alla 68esima edizione del Festival di Berlino. I protagonisti sono due criminali immaginari che incarnano i nativi di un quartiere di periferia, realtà grigia e claustrofobica che alberga nell’immaginario. Un esperimento di "neorealismo suburbano" contaminata dalle lezioni di Wes Anderson e David Lynch.

    Nel film Favolacce, la periferia torna protagonista nella forma di borgata non più salvata dal cliché che la identifica, spesso anche cinematograficamente, ma come ultimo baluardo di umanità o di comunità possibile. Una favola nera ispirata a Italo Calvino e Gianni Rodari e ambientata da qualche parte nella provincia romana. Un mondo fatto di villette a schiera, apparentemente normale e silenziosamente festoso dove vivono famiglie in un groviglio oscuro tra il sadismo dei genitori e la rabbia di bambini diligenti e disperati.

    L’incapacità degli adulti di assumersi qualsiasi responsabilità nei confronti dei propri figli sfiora il grottesco. Dietro una facciata di circostanza, si muovono esseri umani sterili, come i due protagonisti, Elio Germano, Bruno, e Barbara Nicchiarelli, Dalila, una coppia sposata che vive con i due figli preadolescenti. Tra loro altri adulti frustrati da vite a cui sentono di non appartenere. Le urla dei bambini mentre giocano diventano un urlo silenzioso. Osservano gli adulti in ogni loro mossa. Non li comprendono. Guardano il porno sul cellulare dei loro padri e covano rabbia e risentimento. 

    Le favole hanno una morale. Quindi le Favolacce contiene un cattivo presagio? Il film non cerca alcun colpevole. La miseria sociale non è una conseguenza dell’ipocrisia della borghesia. La pornografia va oltre il desiderio. Il “malessere” è semplicemente lì, inspiegabile, ma molto presente, e ricorda a tratti l’incomunicabilità dei lavori di Michelangelo Antonioni. Il sarcasmo che comunica ogni gesto e ogni parola, tutto soppesato finemente, è quindi il mezzo per non cedere alla disperazione. Non c’è insomma una morale, almeno non nel senso di un messaggio da dare, ma una diagnosi, un'istantanea della nostra società.

  • Art & Culture

    Verdone Returns to the Big Screen with Optimism

    As the images of Carlo Verdone’s new film “You Only Live Once” appear on the screen, you can’t help but think of the great Italian cinematic tradition of bittersweet comedies that range from “Amici Miei,” to Pietro Germi, passing through Pietrangeli and reaching its highest point with Dino Risi’s “Sorpasso,” an insurmountable masterpiece. 

     

    Here, writer and director Verdone tries to give this tradition a modern spin relying on the incredible talent of his real-life friends Max Tortora, Anna Foglietta and Rocco Papaleo, with whom he even shares a residence in the beautiful Roman neighborhood of Monteverde Vecchio.

     

    The chemistry between the four is undeniable, they look and work well together, as if they were at the theatre. But that’s it. The movie’s plot is weak and very predictable, the jokes soon get heavy and boring and even the erotic and sensual intervention of Mariana Falace who plays Verdone’s peculiar and somewhat slutty daughter feels out of place. In order to keep watching this film we need more than to see the lady’s perfect lower back being paraded all over the place under the guise of criticizing it. 

     

    Verdone and his impeccable surgeons are serious and esteemed professionals, who can even count the Pope amongst their clients. But they’re as capable in their jobs as they are inept, clumsy, and even unlucky in their personal lives. Beyond medicine, they share a passion for jokes that they have been carrying out for years and of which they are themselves the targets. The anesthesiologist Amedeo Lasalandra (Rocco Papaleo) is the preferred victim. The other three manage to ruin everything for him, from a romantic evening up to a job interview.

     

    These are cruel, useless jokes. Though needed in order to break the tension in the operating room where the team continuously opens up and stiches back bodies, they still feel pathetic and immature. Can these 50-something-year-olds really find no other way to amuse themselves? Even Amedeo realizes this and lases out, sending his friends to hell. Verdone himself realizes it and abruptly shifts the screenplay as one of the character's situation changes. From this point forward, the jokes end and friendship becomes once more that refuge, that support that we all look for in a friend. Up until the predictable final twist, which we naturally won’t reveal. 

     

    It isn’t much for the fans of Verdone, who have come to expect more refined, less gimicky comedy, jokes filled with malincholy, irony and painful truths which you have to laugh off in order not to cry, well-constructed characters, provocative and at times serious reflections.  

     

    Finally, I can’t go without mentioning a pretty aggressive product placement, worthy of a James Bond film. If the purpose was to make us go to Puglia, where most of the action takes place, then at least this goal was met. Not only does Puglia never betray you, it also never plays tricks. 

  • Arte e Cultura

    Carlo Verdone torna al cinema con ottimismo

    Mentre scorrono sullo schermo le immagini del nuovo film Si vive una volta sola di Carlo Verdone non si può non pensare alla grande tradizione del cinema italiano della commedia dolceamara che va da Amici Miei, tocca Pietro Germi, passa per Pietrangeli e ha la sua vetta più alta in quel Sorpasso di Dino Risi, per me un capolavoro inarrivabile.

     

    Il regista e sceneggiatore Verdone cerca in questo caso di trovare la quadra in chiave moderna affidandosi alla straordinaria professionalità dei suoi amici, anche nella vita, Max Tortora, Anna Foglietta e Rocco Papaleo con i quali divide anche la residenza a Roma nel bel quartiere di Monteverde Vecchio.

     

    L'interazione fra i quattro è innegabile, stanno bene insieme e si trovano a meraviglia come fossero a teatro. Ma è tutto qui. Il film ha una trama fragilissima e abbastanza scontata, le gag dopo un po' diventano pesanti e noiose e anche l'intervento erotico sensuale di Mariana Falace nei panni della figlia discinta e un po' zoccola di Verdone appare fuori luogo. Per continuare a guardare questo film non ci basta vedere il perfetto lato b della signorina, sventagliato a destra e a manca con la scusa di criticarlo.

     

    Verdone e i suoi sono impeccabili chirurghi, professionisti stimati e seri sotto le cui mani anche il Papa è tranquillo ad affidarsi. Ma tanto sono bravi nel lavoro, tanto sono pasticcioni, imbranati e anche sfortunati nella vita privata. In comune hanno, oltre alla medicina, una passione per gli scherzi che si tramandano da anni e di cui sono vittima loro stessi. In particolare l'anestesista Amedeo Lasalandra (Rocco Papaleo) è il bersaglio preferito. Gli altri tre riescono a rovinargli qualunque cosa, da una serata romantica finanche ad un'intervista di lavoro. 

    Sono scherzi feroci che lasciano il tempo che trovano, comprensibili che servano per stemperare la tensione di una sala operatoria dove l'equipe apre e chiude corpi di continuo, ma non per questo non cogliamo una buona dose di patetismo e anche immaturità. Possibile che a 50 anni suonati riescano a divertirsi solo così? Se ne accorge anche Amedeo che sbotta e manda a quel paese gli amici, se ne accorge anche lo stesso Verdone che, ad un certo punto, cambia di colpo la sceneggiatura date le mutate circostanze che riguardano uno dei protagonisti. Da qui gli scherzi finiscono e l'amicizia ridiventa quel rifugio, quel sostegno che ognuno di noi va cercando in un volto amico. Fino al prevedibile colpo di scena finale che naturalmente non sveliamo.

    Non è molto per gli affezionati fan di Verdone, abituati da anni ad una comicità più raffinata, a siparietti meno dozzinali, a battute cariche di malinconia, ironia e verità dolorose sulle quali riderci sopra per non morire, a personaggi meglio costruiti, a riflessioni provocate anche in modo serio.

    Infine, non va taciuto, manco fossimo in un film di James Bond, un product placement abbastanza brutale. Se lo scopo era comunque farci andare in Puglia, dove si svolge parte dell'azione, almeno quell'obbiettivo è stato raggiunto. La Puglia non solo non tradisce mai, ma non fa scherzi.

  • Art & Culture

    Parasitism Wins the 2020 Oscars

    Bong Joon-ho’s film about a working class family who infiltrates a wealthy one also took home the award for Best Screenplay, Best Director and Best International Feature. “After winning Best International Feature, I thought I was done for the day and was ready to relax,” said the director, visibly surprised. “When I was young and studying cinema, there was a saying that I carved deep into my heart which is: The most personal is the most creative. That quote was from our great Martin Scorsese. And when people in the US were not familiar with my film, Quentin always put my films on his list. I would like to get a Texas Chainsaw, split the Oscar trophy into five, and share it with all of you.”

     

    The Academy wanted to signal a change this way, by awarding a foreign language film for the first time and taking a step towards inclusivity. Parasite’s dystopic reality, composed of a poor and run-down city on one side, made of dirty alleys which house, inside a basement, the ragged Kim family, while on the other lies the lavishly modern Park home, shows the effects of the diffusion of capitalism in terms of social separation and pronounced inequality. A universal tale, which apparently convinced the reluctant members of the Academy to take note of the current global situation, where in the desperate attempt to get a slice of the social product, the most immediate solution is parasitism, a transversally immoral culture, which involves the poor as much as the rich. 

     

    The film, which features Gianni Morandi’s song “In ginocchio da te,” beat Ford v Ferrari, The Irishman, Marriage Story, Little Women, 1917, Once Upon a Time in Hollywood, Jojo Rabbit and crowd favorite Joker. Todd Phillips’ film made it to the Oscars with 11 nominations, the results of a democratic choice that the jury had to make, unable to ignore the fact that Arthur Fleck’s descent into madness leading to his transformation into a blood-thirsty clown reached the highest numbers in box office history. 

     

    Because Joker is a disturbing, violent film. Someone from the Academy even said it incited and celebrated homicide. Giving it Best Picture would have meant making America face the most perverse elements of its society. The fact remains that Joker was the first DC comics film to receive a Best Picture nomination. And Joaquin Phoenix won the well-deserved title of Best Actor for his interpretation of Arthur Fleck. In his speach, Phoenix called the audience to fight for “rights” and against “gender inequality or racism or lgbt descrimination.”

     

    “We've become very disconnected from the natural world and many of us are guilty of an egocentric worldview. We go into the natural world, and we plunder it for its resources. We fear the idea of personal change because we think that we have to sacrifice something. But when we use love and compassion as our guiding principles, we can create, develop and implement systems of change that are beneficial to all sentient beings and to the environment.”

     

    Renée Zellweger won Best Actress for Judy. 1917, favored on the eve of the show, received three Oscars (Cinematography, Sound Mixing, and Visual Effects). Joker took home two awards (besides Phoenix, Hildur Guðnadóttir won Best Soundtrack). The same goes for Once Upon a Time in Hollywood (Best Supporting Actor, Brad Pitt, and Best Production Design) and for James Mangold’s Ford vs. Ferrari (Film and Sound Editing). One Oscar went to Noah Baumbach’s Marriage Story (Best Supporting Actress, Laura Dern), to Little Women (Costume Design), and Bombshell (Makeup).

  • Arte e Cultura

    Il parassitismo vince agli Oscar 2020

    Il film di Bong Joon-ho su una famiglia a basso reddito che si infiltra in una benestante, si è portato a casa anche il premio come Miglior sceneggiatura, Miglior regia e Miglior film straniero. “Pensavo che, dopo aver vinto come miglior film internazionale, la serata fosse finita”, ha detto il regista visibilmente sorpreso ed emozionato. “Mi stavo rilassando, grazie mille. Quando ero giovane si diceva: più si è personali, più si è creativi. Una citazione del grande Martin Scorsese. E quando qui negli Stati Uniti mi dicevano di non conoscere i miei film, Quentin Tarantino li metteva tra i suoi preferiti. Vorrei avere una motosega e condividere questo Oscar con tutti voi".

    L’Academy ha voluto così inaugurare un cambio di rotta premiando per la prima volta un film non in lingua inglese e compiendo un ulteriore passo avanti verso l'inclusività. La realtà distopica di Parasite, dove da una parte c’è la città povera e fatiscente, attraversata da vicoli sporchi nei quali, in un seminterrato, vive la povera e sgarrupata famiglia Kim, dall’altra, invece, l’avveniristica casa dei Park, mostra abbondantemente gli effetti della diffusione del capitalismo in termini di disgregazione sociale e forti disuguaglianze. Una storia universale che sembra aver convinto i recalcitranti membri dell’Academy a prendere coscienza dell’attuale situazione globale dove nel disperato tentativo di accaparrarsi una fetta del prodotto sociale la soluzione più immediata è quella del parassitismo, una cultura immorale di tipo trasversale che coinvolge i poveri quanto i ricchi.

    Parasite, nel film c'è la canzone di Gianni Morandi, "In ginocchio da te", ha battuto, Ford v Ferrari, The Irishman, Marriage Story, Little Women, 1917, C'era una volta a Hollywood, Jojo Rabbit e il grande favorito Joker. Il film di Todd Phillips è arrivato agli Oscar con ben 11 candidature, frutto di una scelta democratica che i giurati hanno dovuto compiere non potendo ignorare che la discesa di Arthur Fleck nel vortice della follia fino alla trasformazione nel sanguinoso clown rappresenta ad oggi il più alto incasso della storia tout court. 

    Perché Joker è un film disturbante, violento. Qualcuno all’Academy l’ha persino definito un incitamento e una celebrazione dell’omicidio. Premiarlo come miglior film avrebbe significato mettere l’America di fronte agli elementi più perversi della sua società. Rimane il fatto che Joker è stato il primo cinecomic DC a ricevere una nomination come Miglior Film. Ad Arthur Fleck, interpretato da Joaquin Phoenix, va il premio ampiamento meritato come miglior attore. Nel suo discorso, Phoenix ha lanciato un appello a lottare a favore dei "diritti" contro «le diseguaglianze di genere, il razzismo, o la discriminazione Lgbt». «Siamo così disconnessi dalla natura, con un punto di vista egocentrico - ha sottolineato - che andiamo nella natura e la distruggiamo. Commettiamo crimini contro gli animali. Abbiamo paura dell'idea di cambiare, ma dovremmo usare l'amore e la compassione come principi di guida».

    Gli altri film e il premio a Renée Zellweger per Judy. 1917,  favorito alla vigilia, vince tre Oscar (fotografia, sonoro ed effetti speciali). A due Oscar si fermano Joker (oltre a Phoenix come miglior attore, c’è la colonna sonora dell’islandese Hildur Guðnadóttir); C’era una volta ad Hollywood (Brad Pitt come miglior attore non protagonista e production design). Due Oscar come montaggio e sound editing per Ford vs. Ferrari di James Mangold. Un Oscar per Marriage Story di Noah Baumbach (Laura Dern come attrice non protagonista); Piccole donne (costumi) e Bombshell (trucco).

  • Art & Culture

    The Elena Ferrante Phenomenon Returns to the Small Screen

    The second season of My Brilliant Friend, the television show directed by Saverio Costanzo and based on Elena Ferrante’s best-selling saga, will be shown in Italian theatres on January 27, 28, and 29. 

     

    The first season, a hit both in Italy and abroad, tells of the friendship between Lila and Lenù (the nickanames of Raffaella Cerullo and Elena Greco), which begins during their childhood in a popular Neapolitan neighborhood in the 60s and follows them throughout most of their lives. From 1950 to 2010, from 6 to 66 years of age. Their relationship is what holds the story together, a friendship that drifts and reunites throughout the years, at times tainted by rivalry and competition. 

     

    Saverio Costanzo, along with Alice Rohrwacher - who was called to direct episodes 4 and 5, knows how give the show a slow but consistent rhythm, bringing to a boil the terrible amalgamation of envy upon which the friendship between two oppressed women in search of their emancipation is inevitably built. Love and resentment, openness and egoism, confessions and secrets, cohabitation and detachment all follow each other, intertwining throughout their tempentuous relationship.   

     

    The direction makes sure to adopt a female perspective that reveals the ferocity faced by women without confininh them to the stereotypical role of victims, without turning the narrative into a pathetic sob story. In the second season, we follow Lila and Lenù’s youth. The two friends vacation in Ischia where they have an encounter that will forever change both of their lives, projecting them on different paths.

     

    One of the show’s most impressive aspects is Costanzo reconstruction of the Neapolitan context. The backdrop is the Naples of the boom years, before urbanisation and industrilization, a reality in which the archaic and the contemporary coexist and mix.  

     

    A great European metropolis, where faith in technology, in science, in economic development soon proved to be completely unfounded. Elena and Lila’s initiation defines their relationship - before anything else - as an oath of solidarity against the violence of their neighborhood, the Luzzati Rione. 

     

    However, the novelty and power of the second season - as of the first one - is Costanzo’s courage and creative intelligence in managing to sabotage the genre’s serial nature: the episodes remain open-ended, the assassins or kidnappers aren’t found, the disappearences remain unexplained. A sour and uncomfortable tale, which manages to grasp a collective feeling, the need for a narrative that can show us the dark innerworkings of our contemporary existence.

  • Arte e Cultura

    Il fenomeno Elena Ferrante torna sul grande schermo

    Nei cinema il 27, 28 e 29 gennaio, la seconda stagione de L’amica geniale - storia del nuovo cognome. La serie diretta da Saverio Costanzo è tratta dall’omonima saga-bestseller scritta da Elena Ferrante.

    La prima stagione, così come la tetralogia da cui è tratta, un grande successo in Italia e all’estero, racconta dell’amicizia di Lila e Lenù (i cui soprannomi stanno per Raffaella Cerullo e Elena Greco) che nasce durante la loro infanzia in un rione popolare della Napoli degli anni Sessanta e le accompagna per gran parte della loro vita, dal 1950 al 2010 (dai sei ai sessantasei anni di entrambe). Il collante della storia è proprio la loro relazione, un’amicizia che si perde e si ritrova negli anni, e che a volte si tinge anche di rivalità e di competizione. 

    Savero Costanzo, assieme ad Alice Rohrwacher - chiamata a girare gli episodi 4 e 5, sa infondere al suo film un ritmo lento ma costante, capace di esplodere l’amalgama terribile di invidia da cui l’amicizia tra due donne, due dominate in cerca della loro emancipazione, inevitabilmente è costituita. Amore e astio, slanci ed egoismi, confessioni e segreti, convivenze e distacchi si succedono e si intrecciano durante la loro relazione tempestosa.

    La regia si rivela sensibile a dare vita ad un punto di vista femminile in grado di nominare la ferocia cui le donne sono sottoposte senza ridurle al ruolo stereotipato delle vittime, senza fare della narrazione che le racconta una vicenda patetica e lacrimevole. Nella seconda stagione seguiamo la piena giovinezza di Lila e Lenù. Le due amiche in vacanza a Ischia faranno un incontro che cambierà per sempre le rispettive vite, proiettandole in mondi completamenti diversi.

    Uno degli aspetti più impressionanti della serie è la ricreazione di Costanzo del contesto napoletano. Lo sfondo è la Napoli degli anni del boom, prima dell'urbanizzazione e dell'industrializzazione, un mondo nel quale arcaico e contemporaneo convivono e si mescolano l’uno nell’altro.

    Una grande metropoli europea dove con maggiore chiarezza la fiducia nelle tecniche, nella scienza, nello sviluppo economico si era rivelata con largo anticipo del tutto priva di fondamento. Il rito di iniziazione tra Elena e Lila definisce la loro amicizia prima di tutto come un patto di solidarietà per resistere alla violenza del loro quartiere, il rione Luzzatti. 

    Tuttavia la novità e la forza della seconda serie così come della prima è il coraggio e l’intelligenza creativa di Costanzo di riuscire a sabotare la serialità del genere di consumo: i finali degli episodi non chiudono, gli assassini o i rapitori non si trovano, le sparizioni non si spiegano. Una favola aspra e scomoda in grado di cogliere un sentimento collettivo, il bisogno di una narrazione che ci mostri dall’interno il nucleo oscuro della nostra contemporaneità.

  • Art & Culture

    ‘Figli,’ The Drama of Parenthood in Italy

    “Figli” is the comical and moving story of a couple, two people in love who try to resist the impact of parenthood during a chaotic time in a country where everything seems to be conspiring against the family institution. Paola Cortellesi is Sara, she is a restaurant health inspector, she has a six-year-old daughter, Anna, and she loves her husband, Nicola. Valerio Mastandrea is Nicola, he owns a salmon shop. The arrival of their second son, Pietro, disrupts the entire family dynamic. 

     

    It should have been the third film by Mattia Torre, the brilliant auteur who prematurely passed away in 2019. “Mattia called me because he needed a director who would support him but with whom he also had a personal connection,” Giuseppe Bonito revealed.

     

    The film is based off of the monologue “Children Age,” which went viral thanks to Mastandrea’s passionate interpretation. Because, as Mattia Torre recounts, “Children age. But they’re not the ones who age, they make you age. Children age you because you spend the day bending over them and your spine takes on that posture. Because you speak slowly so they can understand you and it ends up slowing you down. Because they give you illnesses that their own immune system defeats in a matter of days while it takes yours weeks. Because they deprive you of sleep forever.”

     

    Produced by Vision Distribution along with Wildiside and The Apartment, “Figli” is a mirror onto each of our lives. An existence disrupted by the arrival of a child, lack of sleep, a pediatrician/guru, that horrible high school chat group, in-laws, Sundays, the economic crisis. And so the audience identifies with both parents, mother and father.

     

    “Figli” paints the portrait of a country in which older people hold the power and would have the strength to rebel if they wanted to, while people in their 40s often live in situations of great job instability, which put future projects and aspirations on hold. And even hinder their deepest personal desires of fulfilment. Mattia Torre clearly calls out Italian institutions for being unable to come up with effective policies to promote birth rates and support families.  

     

    A complete film, with various narrative layers all held together by knowledgeable writing. You laugh but at a certain point the realism turns sour, tragic even. Tired of today’s society which still doesn’t allow women to distance themselves from their traditionally assigned role, while men feel like superheroes for buying groceries, cooking, cleaning, taking care of their various family members, all while having a job.

     

    “In our country, the image of the mother is still tied to the idea that a woman should give up everything for her children,” Mastandrea concludes, “we have to combat this ideology and realize that being a parent is not a point of arrival but one of passage.”

  • Arte e Cultura

    Figli, la crisi dei 40enni in Italia

    "Figli" è la storia, comica e commovente, di una coppia, di due persone che si amano e che provano a reggere all'onda d'urto della genitorialità in un tempo caotico e in un Paese dove sembra che tutto cospiri contro il nucleo famigliare. Paola Cortellesi è Sara, è un ispettore sanitario nei ristoranti, ha una bambina di sei anni Anna, e un marito che ama, Nicola. Valerio Mastandrea è Nicola, ha una salmoneria. L’arrivo del secondo figlio, Pietro, sconvolge gli equilibri di tutta la famiglia.

    Sarebbe dovuto essere il terzo film girato dal regista Mattia Torre, geniale autore prematuramente scomparso nel 2019. “Mattia mi ha chiamato perché aveva bisogno di un regista che facesse da sostegno, ma che avesse anche con lui qualche legame personale”, ha rivelato Giuseppe Bonito.

    Il film è tratto dal monologo “I figli invecchiano”, diventato virale grazie all’appassionata interpretazione dello stesso Mastandrea. Perché come racconta Mattia Torre: “I figli invecchiano. Ma non invecchiano loro. Invecchiano te. I figli ti invecchiano perché passi le giornate curvo su di loro e la colonna prende per buona quella postura. Perché parli lentamente affinché capiscano quello che dici e questo finisce per rallentarti. Perché ti trasmettono malattie che il loro sistema immunitario sconfigge in pochi giorni e il tuo in settimane. Perché ti tolgono il sonno per sempre”.

    “Figli”, prodotto da Vision Distribution insieme a Wildiside e The Apartment, è lo specchio della vita di tutti noi. L'esistenza stravolta dall'arrivo di un figlio, la mancanza di sonno, la pediatra guru, le terribili chat di classe, i suoceri, le domeniche, la crisi. Così lo spettatore si identifica in ambedue i ruoli della coppia, padre e madre.

    “Figli” è il ritratto di un paese dove se da una parte sono gli anziani a detenere il potere e ad avere la forza di compiere, se lo volessero, un colpo di stato, dall’altra troviamo una generazione di 40enni che vive spesso situazioni lavorative di grande precarietà, che frenano progetti e aspettative per il futuro. Incidendo profondamente anche sui desideri di realizzazione personale più intimi. Italia. Mattia Torre lancia così un chiaro atto di accusa nei confronti delle istituzioni, incapaci di pensare a politiche a sostegno della natalità e della famiglia davvero incisive.

    Un film composito che raccoglie al suo interno vari strati narrativi, tenuti assieme dal collante di una scrittura sapiente. Si ride ma un certo punto il realismo si fa mordente, persino tragico. Uno sguardo stanco della società di oggi che impedisce alle donne il distacco dal ruolo tradizionale loro assegnato mentre gli uomini si sentono dei supereroi a fare la spesa, cucinare, pulire, prendersi cura delle necessità dei vari componenti della famiglia, e conciliare tutto con il lavoro.

    Nel nostro Paese l'immagine della madre si riconduce all'idea che una donna debba rinunciare a tutto per i figli – conclude Mastandrea - ecco, dobbiamo combattere questa ideologia e renderci conto che essere genitori non è un punto di arrivo, ma un passaggio.

     

  • Art & Culture

    Hammamet, the Last Craxi

    “Hammamet,” the new film by Gianni Amelio, tells the story of the final months of the life of socialist leader Bettino Craxi, known in the States for the Crisis of Sigonella, when he refused to give over to the Americans the Palestinian hijakers of the Achille Lauro cruise ship, who were then tried and condemned in Italy. Pierfrancesco Favino transcends all limits in terms of presence, acting abilities and in replicating the voice and movements of the former Prime Minister. 

     

    “But it isn’t a biography of Craxi,” as the director claims. “Hammamet is not a partisan film, but the human tale of a man who has reached the apex of power and now has to come to terms with himself and with that feeling of abandonment and solitude that overcomes those who know the end is near. The melodrama aspect imposes itself on the historical revisitation, unfolding the former Prime Minister’s inner struggles. The name of Craxi is never mentioned in the movie. 

     

    The truth of the facts is left outside of Hammamet’s villa, stored in judicial archives. The fall of the king is told through the clash with his daughter - Stefania in real life but Anita in the film, the name of Garibaldi’s partner - who wants to fight for him. With politics out of the way, or ruled by exchanges with anonymous politicians in which most things remain unsaid, we are left with an ill man, devoured by rage and by ambiguity towards a country by which he feels abandoned, left alone with his ghosts in a country that could not provide him with the adequate care for his serious ailments. That Italy of which Craxi could only glimpse the coast from the beaches of the Tunisian city where he found refuge in 1994.

     

    Amelio’s “neither exiled, nor fugitive” Craxi appears to gradually lose grasp of reality, crying out his reasons as if they were absolute and absolvent. The director stays clear from providing explanations of why the Secretary of the Italian Socialist Party was involved in the Mani Pulite scandal and condemned twice in Italy. He abstains from making judgements on his way of conducting politics, which remains to this day the topic of heated debates. 

     

    He favors an incomplete view of a still highly controversial figure in Italian history, which could turn the noses of both those hoping for some sort of redemption and those who, on the other hand, want an unconditional condemnation. “I made the film I wanted to make,” Amelio concludes “not a propaganda poster.” 

     

    The film comes 20 years after the death of the Secretary of the Italian Socialist Party from 1976 to 1993, which took place on January 19, 2000 in his Tunisian home. 

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