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Articles by: Monica Straniero

  • Arte e Cultura

    Chiara Civello torna negli USA con il suo “Eclipse”

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    A 4 anni di distanza Chiara Civello, cantautrice e polistrumentista di origine romana ma divenuta nel tempo cittadina del mondo, torna ad esibirsi negli Stati Uniti, il paese culla del Jazz dove si è formata come interprete e musicista.
     

    Il 14 Aprile al Poisson Rouge di New York, il 16 aprile all’IIC di Washington e il 17 aprile al Regattabar di Boston. Queste le date del tour americano di Chiara per presentare il suo Album Eclipse, sesto di una carriera luminosa iniziata con l'improvvisazione jazzistica e proseguita sotto il segno della contaminazione. L'entusiasmo e l'emozione, rivela Chiara, saranno le stesse di quando, poco più che adolescente, solcava i palchi della East Coast.

     

    Eclipse è prodotto da Marc Collin dei Nouvelle Vague e, tra cover e inediti realizzati con la collaborazione di artisti del calibro di Francesco Bianconi, Dimartino, Cristina Donà e Diana Tejera, rappresenta un omaggio alla canzone classica italiana e alle colonne sonore di film degli anni 60' e 70'. Le radici internazional-popolari dell'artista e il French-Touch di Collin (che ha inserito nell'Album bassi elettronici e synt) si fondono alla perfezione generando un'opera raffinata, minimale e vintage che in nessun frangente risulta sdolcinata.

     

    E' un Album, Eclipse, segnato dalla consapevolezza e dallo spirito d'avventura, tratti distintivi della carriera di Chiara sin dagli esordi. “Presentare questo Album negli Stati Uniti è una grande emozione perché per me America vuol dire casa”, spiega Chiara, che ha 16 anni ha vinto una borsa di studio al Berklee College of Music di Boston.

     

    E proprio nei locali della East Coast, Chiara ha scoperto la sua voce: “Uno dei vantaggi della scuola è stato conoscere persone che, come me, volevano vivere di Musica”, rivela. “Insieme abbiamo formato i primi gruppi misurandoci col perenne dilemma dell'a artista: ce la farò o no?”.

     

    Tutto è partito dal Jazz dunque ma il percorso di Chiara Civello è stato sempre caratterizzato dalla voglia di sperimentare e di scoprire nuove strade. “L'impronta accademica e l'improvvisazione jazzistica mi hanno dato metodo, è stato come assimilare più alfabeti possibili ma poi, col tempo, per trovare la mia voce ho lasciato andare i dogmi e sono arrivata a fare ciò che volevo veramente: scrivere canzoni”.

     

    E di canzoni Chiara Civello ne ha scritte, in giro per il mondo, misurandosi con generi e linguaggi differenti ma portando sempre con sé la sua anima italiana. Durante i suoi viaggi, in Brasile, negli Stati Uniti, in Italia, ha avuto modo di collaborare con artisti come Burt Bacarach, Esperanza Spalding, Chico Buarque, Gilberto Gil, Mario Biondi.

     

    L'ultimo crooner Tony Bennett l'ha definita la “miglior cantante jazz della sua generazione”, ma l'artista confessa di non essersi intimorita per un'affermazione grossa come come un macigno. “Credo che Bennett abbia colto in me quella libertà degli artisti non eccessivamente strutturati che consolidano la propria voce Album dopo Album, proprio come il vino che matura col tempo”.

     

    E, quando si parla del futuro, Chiara rivela di voler continuare a sperimentare. “Lavoro a più progetti contemporaneamente, vorrei collaborare una giorno con Ryuichi Sakamoto e con degli artisti africani. La musica per me è sempre scoperta, cerco sempre il punto di commozione, quello in grado di suscitare entusiasmo”.

     

    Con lo stesso entusiasmo di un tempo, Chiara si esibirà a New York, in un America che le appare profondamente diversa da quando Donald Trump è stato eletto Presidente ma che resta pur sempre la sua casa.

     

    “L'America che ho vissuto io, quella di New York è ben altra cosa rispetto all'America repubblicana. A me interessa un mondo che tuteli ed includa le minoranze, dove gli incontri vengono celebrati. E' questa la Musica che faccio io”.

     

  • Arte e Cultura

    Tim Burton: Mi riconosco in Dumbo, un diverso proprio come me

    “L'idea di un eroe che trasforma in vantaggio un suo enorme difetto, come riesce a fare Dumbo, è ciò che più mi ha affascinato di questa storia". Con queste parole Tim Burton spiega la sua decisione di realizzare una versione live action del classico Disney del 1941, dopo quasi 10 anni dal suo primo film con la Disney, 'Alice nel Paese delle Meraviglie'.

    Il regista di pellicole quali Edward mani di forbice, La fabbrica di cioccolato, La sposa cadavere, Alice in Wonderland, Big eyes, è arrivato a Roma per la promozione di “Dumbo” e per ricevere il David alla carriera in occasione della 64esima edizione degli 'Oscar italiani'.

    Il film, scritto da Ehren Kruger, racconta di Max Medici (Danny DeVito), proprietario di un circo, che assume l'ex star Holt Farrier (Colin Farrell) insieme ai figli Milly (Nico Parker) e Joe (Finley Hobbins) per occuparsi di un elefante appena nato le cui orecchie sproporzionate lo rendono lo zimbello del circo.

    “I protagonisti di Dumbo sono degli outsider”, spiega ancora Burton. “Lo stesso Dumbo è simbolo di chi è diverso, al di fuori dei canoni standard della cosiddetta normalità. Di chi soffre di una disabilità mentale e fisica. Mi riconosco in quell'elefantino curioso anche perché è il simbolo dell’artista che fatica a essere accettato”.

    Quando si scopre che Dumbo sa volare, il bramoso imprenditore V.A. Vandevere (Micheal Keaton) lo recluta per il suo nuovo straordinario circo, Dreamland, una sorta di metafora della Disney. Dumbo vola insieme all'affascinante trapezista Colette (Eva Green) 

    Burton confessa di non amare il circo “perché mi spaventano i clown e non mi piace vedere gli animali tenuti in cattività, ma amo l'idea del circo come rappresentata nei film di Fellini”. Non a caso, la scelta dei nomi dei circensi, fratelli Medici, è un omaggio al grande regista italiano, “uno dei miei punti di riferimento”, precisa Burton.

    Si parla infine della celebre scena in cui Dumbo vede gli elefanti rosa dopo aver bevuto qualche bicchiere di vino per sbaglio. Una sorta di allucinazione, ben quattro minuti di sogno alcolico, sostituita da una esibizione circense con bolle di sapone. "Era comunque un'immagine da preservare, anche se presente in un filmappartenente ad un’altra epoca e quindi pieno di stereotipi razziali. E poi non si poteva mostrare un minore che si ubriaca”.

     

    Infine, il tema della famiglia. Inevitabile il confronto tra la storia di Dumbo, diviso dalla madre, e il caso di cronaca della scorsa estate quando migliaia di bambini sono stati separati dai genitori durante i tentativi di varcare il confine fra Usa e Messico, da che Trump si era appena insediato. “Ma non c’è una correlazione diretta”, precisa Burton. “Dumbo come ogni favola tocca argomenti attuali che sentiamo più attuali e con i quali dobbiamo comunque confortarci”.

    La Disney? È una grande famiglia, anche un po’ la mia, e come tutte in tutte le famiglie, non sempre si va d’accordo”.

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