Articles by: Carlo di stanislao

  • Opinioni

    Europa. Costi e benefici



    Uscito il 24 aprile per Rizzoli, promosso con una puntata praticamente ad hoc da Lilli Gruber di “Otto e mezzo”, “Europa o no” dell’economista antielitario Luigi Zingales è un saggio abbracciato da tutta la stampa di destra (a partire da “il Foglio”) per dire no ad un Euro che, come sostiene la Lega, haportato solo grane crescenti e crescente disoccuipazione non solo al nostro Paese, perrché vi si legge un secco no al  “vincolo esterno” europeo come metodo utile per correggere il legno storto che siamo.

     
    In verità il saggio è molto più complesso e composito e delinea una Europa-sogno ancora tutta da definire, con una domanda iniziale invertita che si chiede non perché l’Italia è entrata nell’Euro, ma perrché i grandi partner l’hanno accettata, nonostante e suoi guasti e, ancora, vi si spiega quanto il progetto europeo abbia inciso nelle scelte politico-economiche del Paese e cosa succederebbe se davvero tornassimo alla vecchia lira.

    Insomma la lettura che ne fa la destra è di parte e non rispecchia l’intenzione dell’autore, il quale invece sostiene (con eccellenti argomentazioni), che a fronte di un europeismo di élite, c'è sempre stato un nazionalismo straccione: dal Masaniello alle truppe del Cardinale Ruffo che soppressero nel sangue la Rivoluzione Napoletana del 1799, con un popolo oppresso e spesso ignorante ha dimostrato un attaccamento ossessivo non solo al proprio campanile, ma anche alle istituzioni esistenti. Non per amore, ma per mancanza di fiducia che un cambiamento potesse portare un mondo migliore.

     
    L'odio contro lo straniero era principalmente un odio contro quella élite economica nostrana che ricorreva allo straniero per governare e mantenere i propri privilegi.

     
    Nota Zingales che oggi quando solo il 25% degli italiani ha fiducia nell'Europa, l'attrattiva elettorale delle posizioni antieuropeiste è troppo forte per non essere cavalcata. Finora l'euroscetticismo è stato limitato ai partiti anti-establishment (Movimento 5 Stelle e Lega).

    Ma la tentazione è forte anche per Berlusconi, che, se  non ci fossero i suoi consulenti a ricordargli quanto le sue aziende perderebbe in caso di uscita dall'euro, si buttato ancor più a capofitto nella campagna anti euro.

    Questo crescente antieuropeismo è colpa di chi, come i potenti banchieri,  ha usato l'Europa in Italia come molti cattivi genitori usavano (spero la pratica sia svanita) lo spauracchio dell'uomo nero per spaventare i figli e costringerli a fare il loro dovere. Così come i bambini cresciuti con tale spauracchio diventano adulti razzisti, l'uso strategico dell'Europa per costringere l'Italia a delle scelte necessarie, ha reso gli italiani antieuropeisti.

    Zingales dice perchè  i guasti italiani sono tutti nostri e tali restano, avvertendo, inoltre, che la scelta euro o non euro non influisce sulla dimensione della torta economica che siamo in grado di produrre, ma determina anche chi si appropria della fetta più grossa di questa torta. È, quindi, una scelta politica, non solo economica, che perrché sia fatta in modo consapevole, è necessario che i termini dell'alternativa siano compresi da tutti.


    Questo è lo scopo del mio "Europa o no": cercare di spiegare gli errori fatti nel processo di integrazione europea ed i costi e benefici delle opzioni future.

    Quindi, per buona pace di Ferrara ed altri, il libro non è né contro l’euro né contro l’Europa e ricorda, invece, che nel 2011, in piena crisi dello spread, alcune case di investimento realizzarono report e simulazioni sulla scomparsa dell'euro: gli scenari si sprecavano e, in alcuni, venivano anche previsti sommovimenti sociali.

    Sempre allora, Marcello Minenna, docente di Finanza matematica alla Bocconi ed autore del libro "La moneta incompiuta", con dati alla mano (pubblicati su Il Sole 24 Orwe), spiegava che: “la percentuale di obbligazioni emesse da banche e aziende di Paesi dell'Eurozona che ricadono sotto una giurisdizione estera, in rapporto al totale del debito che include anche quello governativo, vedeva vede l’Italia subito dopo Irlanda Olanda e Fillandia”, con l’avverimento che: “più  alta è  questa percentuale, minori risulterebbero i benefici di un'uscita dalla moneta unica dato che i debiti andrebbero comunque ripagati in euro con aggravio dei costi”, aggiungendo ancora che: “Ci siamo ormai spinti troppo avanti e ci sono troppe interconnessionie l'ipotetico abbandono della moneta unica darebbe il via a infinite contestazioni e dispute legali che potrebbero far felici solo gli avvocati”.
     


  • Arte e Cultura

    Al BIF&ST. “Tra Gian Maria Volontè ed il "Il capitale umano”


    Ne parlo in ritardo ma con grande ammirazione come principale progetto portato avanti in questi anni dalla Apulia Film Committion, festival internazionale del cinema e della cultura cinematografica giunto alla sua quinta edizione, che fa vivere per intero la città di Bari, è chiamato  BIF&ST che sta per Bari international Film Festival e quest’anno si è svolto dal 5 al 12 aprile ed una edizione dedicata ad un ricordo molto articolato di Gian Maria Volontè. A conclusione, la giuria espressa dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, composta da Valerio Caprara del Mattino, Paolo D’Agostini della Repubblica, Piera Detassis direttrice di Ciak, Fabio Ferzetti del Messaggero, Anton Giulio Mancino della Gazzetta del Mezzogiorno, Paolo Mereghetti del Corriere della Sera, Franco Montini presidente del Sindacato Critici, Sergio Naitza dell’Unione Sarda e Silvana Silvestri del Manifesto, ha assegnato il premio Monicelli per la migliore regia a Paolo Virzì per “Il Capitale umano”; il premio Cristaldi per il miglior produttore a Gianluca Arcopinto per due film:  “L’amministratore” e “La mia classe”; il premio Tonino Guerra per il miglior soggetto a Antonio Morabito per “Il venditore di medicine”; quello Vincenzoni per la sceneggiatura a Francesco Bruni, Francesco Piccolo e Virzì, sempre per “Il capitale umano” ed il premio Morricone per la colonna sonora a Pivio e Aldo de Scanzi per “Song e Napule”.

     
    Quanto agli attori, ha vinto il premio Gasman per il miglior attore protagonista Francesco Gifuni ancora per “Il capitale umano”; quello Anna Magnani come migliore protagonista Valeria Golino per “Come il vento”; mentre a Sandro Burrirossi per “Song’e Napule” è andato il premio Sordi come migliore comprimario e a Matilde Gioli (“il capitale umano”) quello analogo intotolato ad Alida Valli.

     
    Quanto ai premi tecnici, Gherardo Gossi per “Come il vento” ha vinto il Rotunno per la fotografia; Giancarlo Basili per “L’inteprito” quello Ferretti per la scenografia; Maria Rita Barbera quello Tosi per i costimi per “Amnni felici” e Cecilia Zanuso ilpremio Roberto Perpignani per il miglior montaggio, sempre per “Il capitale umano”.

     
    Ad Andrea Cammileri, infine, il Federico Fellini Platinum Award for Artistic Excellence, per il suo immenso lavoro culturale e per il suo essere un architetto della parola, unico ed originale, anzi, decisamente magico.

     
    L’equivalente premio ma ad una personalità non italiana, è andato a Michael Radford, regista che si è sempre distinto per la sua capacità di raccontare storie importanti, dirigendo grandissimi attori, senza temere il confronto nel misurarsi con i testi di William Shakespeare, come per il bellissimo film Il mercante di Venezia, o di George Orwell dal quale ha tratto un’eccezionale trasposizione cinematografica del mitico romanzo 1984.

     
    Come opera prima è stato premiato il suggestivo “La mafia uccide solo d’estate” di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, che ha messo d’accordo tutta la speciale guria di questa sezione, presieduta da Giuliano Montaldo.

     
    La stessa giuria ha conferito a Pietro Zucca il premio per la migliore regia per “L’arbitro, un’opera primna che si sa districare tra il sacro e il profano, mettendo in discussione i “ruoli” attraverso un sarcasmo mai volgare, una direzione degli attori impeccabile incorniciata dall’uso sapiente del bianco e nero.

     
    La giuria popolare infine, presieduta da Fgrancesco Bruni, ha conferito il premio internazionale a Zazxa Urushade, per il suo film Tangerines (Mandarini), che ha il grandissomo pregio pregio di saper raccontare, in maniera semplice ma raffinata, l’insensatezza della guerra, specie quando essa contrappone persone che hanno la stessa faccia, parlano la stessa lingua e faticano persino a riconoscersi come nemici. Qui, due miliziani, un abkhazo ed un georgiano, gravemente feriti, vengono ospitati sotto lo stesso tetto da un anziano e paziente contadino estone; nella convivenza forzata, nella condivisione dei piccoli momenti della giornata, l’odio feroce che li divide è destinato a perdere ogni senso, poiché si può odiare solo ciò che non si conosce.
     
     


  • Opinioni

    Un romanzo e una vita

    “Ci sono legami di seta… che ti aspettano su incroci del destino che mai avresti immaginato.

    Il Ricordo unisce ciò che la vita separa.
    E ti sembra una strana, inaspettata, piacevole connessione notturna, come una carezza, senza tempo”
    Anton Vanligt

    Esattamente due anni fa, il 10 Aprile del 2012, Bi Feiyu, scrittore cinese classe 1964, tenne una conferenza presso l’Istituto Confucio di Roma, intitolata: "Essere scrittore nella Cina di oggi" e presentando la sua opera più importante: "I maestri di Tuina", pubblicato in italiano .
     

    Con questo si era aggiudicato l’anno prima il prestigioso premio Mao Dun, vinto, prima di lui, da Mo Yan, Zhang Wei Wei, Liu Zhenyunm e Liu Xinglong. In quella conferenza il giovane scrittore citò il connazionale Yu Hua e disse che un vero intellettuale deve riuscire ad essere libero sempre, in qualsiasi circostanza e regime, come liberi erano i maestri-ciechi del massaggio tradizionale cinese (appunto il tuina), protagonisti del suo romanzo, uomini sotto le cui mani passa la Cina del terzo millennio in pieno boom economico e che corre alla velocità della luci e che, mentre tutto scorre veloce, nel loro Centro di Massaggi di Nanchino, sono come in un limbo che significa duro lavoro ma anche grande consapevolezza ascoltando corpi distrutti da un arrivismo senza misura.

    Dopo la conferenza (molti mesi dopo in verità), ho letto il romanzo ed ho compreso che con la scusa di raccontare storie di altri, Beifu parla di sé e di noi tutti, in un universo frustrante pieno di pregiudizi e paletti, di diseguaglianze sociali e votato alla infelicità.
     

    Ciò che più mi colpisce, è l’attenzione per la personalità, per l'uomo, intrecciata a formare un nodo inestricabile con la storia, un rapporto che esprime in che modo il mondo plasma l’uomo e come l’ambiente sia in grado di condizionarci.
     
    Nella sua narrazione del reale ci sono elementi di semplicità e metafora che dimostrano, dietro ad ogni racconto, una profonda comprensione delle cose.
     
    La stessa sensazione provata guardando le foto di Anja Niedringhaus, non solo quelle famose con cui ha vinto il Pulitzer nel 2005 sulla guerra in Iraq e la strage italiana di Naseria, ma anche i suoi primissimi lavori, a 17 anni, sulla caduta del muro di Berlino.
     
    Per dieci anni aveva documentato uno dei più terribili confitti di oggi, quello yugoslavo e, poi, nel 2001, era andata in Afganistan per raccontare prima la caduta talebani e poi le precarie condizioni delle persone comuni, soprattutto se donne, ottenendo,  cinque anni dopo, il prestigioso Nieman Fellowship ad Harvard.
     
    Era tornata come inviata della Associated Press per documentare le prime libere elezioni Afgane ed è stata uccisa nel Nord-Est del paese, e proprio dal polizziotto che doveva scortarla, pagato da uno dei tanti sinistri signori della guerra che avevano in odio il suo lavoro per la libertà e la democrazia.
     
    Nel 2005 Naja aveva ricevuto il premio di Coraggio nel giornalismo della Fondazione internazionale dei media per le donne e nel suo ultimo Tweet, scritto poche ore prima di essere uccisa, aveva scritto, ricordando l'amico e collega Sardar Ahmed, giornalista afghano ucciso il 21 marzo scorso all'hotel Serena a Kabul, insieme alla moglie e a due figli: “Un tributo del cuore”, lo stesso che meriterebbe lei anche solo per gli scatti con cui, nel 2010, aveva raccontato l’ingresso delle donne nel parlamento Afgano.
     
    Nel proditorio agguato che le ha tolto la vita è stata ferita gravemente anche la giornalista canadese Kathy Gannon, che con lei lavorara dal 2001. Erano concentrate entrambe sul dell’impatto della guerra sui civili afgani, soffermandosi sulla determinazione del governo afghano a costruire le proprie forze militari, spesso mal equipaggiate, per affrontare la lotta contro i gli estremisti.Al grido di “Allah o akbar” (Dio è grande) il killer ha falciato subito Anya e ferito la sua collega, per poi arrendersi, convinti di aver compiuto il suo sacro dovere: uccidere chi intendeva documentare l’aumento del 35% della partecipazione al voto delle donne, in una nazione in cui una donna vale meno di zero.
     
    Secondo gli osservatori, poi, quelle che avrebbero dovuto essere le elezioni-punto di svolta di un intero Paese, si sono rivelate piene più di ombre che di luci. Questo anche se, il voto è stato salutato da Stati Uniti, ISAF (International Security Assistance Force), ONU e, in generale, da tutta la comunità internazionale, come il simbolo di un Paese che volta pagina, dopo trent’anni di guerra civile e l’instaurazione di un regime integralista.
     
    Sono in molti fra i media anche afgani quelli che dicono che presto l’euforia passerà e  la realtà dei fatti prenderà il sopravvento sulle aspettative, in un Paese che va inquadrato sempre con un occhio attento rivolto alle realtà locali, un groviglio di situazioni diverse e contrastanti, con tradizioni e culture profondamente radicate nel vivere quotidiano.
     
    E pur volendo ammettere che la democrazia ha raggiunto i grandi centri urbani, pur tra mille contraddizioni, la stragrande maggioranza del territorio viaggia a un’altra velocità in una dimensione parallela in cui non esiste il concetto di nazione e di presidente, ma quello di villaggio, di capo tribù e di clan. Difficilmente chi vincerà queste elezioni - essendo tutti i candidati legati a uno o più poteri locali - potrà rappresentare realmente il cambiamento verso la definitiva democratizzazione per la quale occorrerebbero politiche di integrazione etnica incisive a livello nazionale, una repressione decisa della corruzione e lo smantellamento dei feudi regionali.
     
    E allora il sacrificio di Anja resterà come quello più eroico: estremo ed inutile? Solo esempio su cui commuoversi per qualche ora e poi da dimenticare.
    Noi vogliamo ricordarla, tenacemente ricordarla. ‘Ricordate’ viene da re-cordis e “ripassa” dalla parte del cuore.
     
    Nel suo libro Bi Feyu sostiene che finchè continua il ricordo, l’uomo dura e più delle singole azioni vale il ricordo che ne serbiamo, profondamente.
     
     

  • Opinioni

    Vivere in una città in cui impresa eccezionale è 'essere normali'


    “La speranza è un sogno ad occhi aperti”

    Aristotele
    “Sperare vuol dire rischiare la delusione. Ma il rischio va affrontato perché il massimo rischio nella vita è di non rischiare mai. Soltanto chi rischia è libero”
    Italo Nostromo



    Stamani poco prima dell’una, nel Crotonese e pochi giorni fa in Cile, il demone sottorraneo che chiamiamo terremoto ha liberato di nuovo la sua furia insensata,  mentre ci prepariamo mestamente a celebrare il quinto annivversario della nostra sventura, con le fiaccole mute e le campane che segneranno la fatidica ora, in un ricordo che il tempo non scolora.

     
    La città resta ferita, gravemente avvolta in una agonia disperata, con un centro ancora non vitale ed una periferia che è divenuta infinita, fra news town e difficoltà di ogni tipo, con una comunità che non si ricompatta e conitinua a vagare, fra rabbia e prostrazione.

     
    I numeri sono allarmanti e gli sguardi giornalieri abbattuti, con un buco di 11 milioni nel progetto C.a.s.e. e le 185 palazzine antisismiche che dovevano essere l’orgoglio dell’ex cavaliere,  che accolgono ancora 11.600 persone, con i pavimenti che si sollevano, i sistemi di protezione sospetti, le tubature già logore  ed il nulla tutto intorno: un cinema, una biblioteca, un consultorio, un teatro, con  la necessità di prendere la macchina, per ogni anche minimo bisogno.

     
    Stasera guarderemo con occhi più tristi il centro che non risorge, ricondando un tempo prezioso e ricco di meraviglie architettoniche e artistiche, ora sigillato da una barriera impenetrabile, dove tutto è un cantiere e dove il silenzio della notte mette ancora i brividi, mentre l’unica forma di vita sono le sguaiate ubriacature di studenti in cerca di vita, in un luogo che trasuda solo morte ed abbandono.

     
    “Impresa eccezionale essere normali” in questa città, ha scritto due giorni fa su Repubblica Fabrizio Palladini, perché non esiste un solo frammento di vita normale e noi tutti normali non siamo.

     
    Al Parco del Sole e davanti alla Basilica di Collemaggio c’è chi legge, chi fa ginnastica, chi amoreggia, chi dipinge paesaggi, ma non è più la stessa cosa.
    Tutto è come sospeso, avvolto in drappo cinereo, avvolto in una lingua di morte che sospende la vita e ne impedisce il respiro e il ritorno.

     
    Scrive la sempre indomita Stefania Pezzopane che la nuova governance funziona e la delega del Sottosegretario Giovanni Legnini alla ricostruzione è per noi un’ulteriore garanzia, ma aggiunge che si ha bisogno di soldi, di un miliardo l'anno per almeno cinque anni, se, nel 2019, potremo poter dire , nel decennale del sisma, che L’Aquila è risorta.

     
    Ma i miei occhi, con altri occhi, sconsolati, guardano le gru ed i palazzi sventrati, le piazze divelte e deserte, i vicoli e le chiese e pensano che un decennio non sarà ancora abbastanza.
    La disperazione è il peggiore dei mali dell’anima, poiché e le energie si spengono, le speranze si affievoliscono, lasciandoci inermi e vuoti di fronte alle situazioni alle quali non sappiamo più dare alcuna risposta.

     
    Secondo il filosofo Salvatore Natoli la disperazione è “un modo di stare al mondo”; due sono le disposizioni che la creano: “il sentimento della vanità del tutto” e “l’eccesso d’ordine”. Questo accade perché “in entrambi i casi è inibita l’azione: e ove nulla si può fare subentra la disperazione”.

     
    In questo contesto ci avvediamo di essere vittime di uno scontro interiore, fra la caducità delle cose (e delle azioni) e la impossibilità a fermare questa logica.

     
    Così finiamo col girare su noi stessi, autocentrandoci e autofagocitando solo gli aspetti negativi della nostra nuova, distrutta esistenza, privandoci della dalla prospettiva di uscirne.
    Ma una possibilià c’è sempre e va trovata, tenacemente inseguita e sperata, sdoprattutto nei momenti di buio e nel più profondo dei baratri della nostra coscienza.

     
    Penso, così, alla “Regola Benedettina”, che si focaliza non sulle limitazioni, ma nella creativa e vigile costruzione continua di un cambiamento interiore ed esteriore, principio in base al qauale ciascuno è chiamato a dare il meglio di sé sia per la propria realizzazione e felicità, sia per la condivisione e la koinonia nella vita comunitaria. È per questa ragione che i chiostri sono rettangolari o quadrati, per incanalare la visione prospettica verso l’alto e impedire quella laterale laterale da diverse angolature, sicché ogni situazione da luiodo ad una situazione opposta, che permette un altro punto di vista, un’altra visione da cui imparare a progettare un nuovo futuro ed un diverso orizzonte.

     
    Diceva Schopenhauer: “Siamo tutti nati in Arcadia, tutti veniamo al mondo pieni di pretese di felicità e di piaceri, e nutriamo la folle speranza di farle valere, fino a quando il destino ci afferra bruscamente e ci mostra che nulla è nostro, mentre tutto è suo, poiché esso vanta un diritto incontestabile non solo su tutti i nostri possedimenti e i nostri guadagni, ma anche sulle nostre braccia e le nostre gambe, sui nostri occhi e sulle nostre orecchie, e perfino sul nostro naso al centro del volto. Poi viene l’esperienza e ci insegna che la felicità e i piaceri sono soltanto chimere che un’illusione ci mostra in lontananza, mentre la sofferenza e il dolore sono reali e si annunciano direttamente da sé, senza bisogno dell’illusione e dell’attesa. Se il suo insegnamento viene messo a frutto, smettiamo di cercare la felicità e i piaceri e ci preoccupiamo solo di sfuggire per quanto possibile alla sofferenza e al dolore. E questo già basta.

     
    Basta per noi, oggi e da oggi in ogni giorno, ricordare con Aristotele che : “L’uomo saggio non persegue ciò che è piacevole, ma l’assenza di dolore”, rendendoci conto che il meglio che il mondo ci può offrire è un presente sopportabile, quieto e privo di dolore e che ogni istante va apprezzat , aspirando senza posa a gioie immaginarie e futuire, senza farci congelare da preoccupazioni su un futuro sempre incerto.

     
    Perché : “Spes ultima dea”, ultima a restare tra gli uomini, a consolarli, anche quando tutti gli altri dèi hanno abbandonano la terra.

     
    Come dice il filosofo Rorty, su una “metanarrazione”, che sarebbe come dire una ideologia, una visione del divenire del mondo, sarà proprio la speranza, da attuarsi nel presente e non delegare al futuro, l’unico modo per recuperare dimensioni che abbiamo trascurato, ad esempio quella della bellezza, che ci circondava e ci permeava, ritornando a farne il vero centro per una nuova, o rinnovata  visione del mondo.  A partire da una nuova visione di noi come comunità e, infine, come città La bellezza magari non salverà il mondo, come pensava il principe Miškin, ma potrebbe salvare noi dalla disperazione.
     
     
     
     



  • Fatti e Storie

    Diversi con Skianto


    Non aveva 60 anni ed è morto dopo una lunga, dolorosa malattia Roberto “Freak” Antoni, cantante e leader degli “Skiantos”, il gruppo che ha cambiato la musica italiana degli anni ’80.

    Nel 2001 aveva partecipato a Paz!, il film diDe Maria dedicato al grande fumettista e due anni fa, dopo 35 anni dallo scioglimento burrascoso , aveva pubblicamante fatto pace  con  i suoi compagni di avventura dai quali, disse, non si era mai realmente separato.

     
    Nel 2013 aveva partecipato alla festa del Fatto Quotidiano,  con la consueta ironia ed  detto che con gli Skiantos aveva preparato i ragazzi “al fatto che la vita è una grande fregatura”.
    Negli ultimi tempi si era avvicinato alle pratiche spirituali e alla lettura di Osho, di cui aveva proposto alcuni brani durante i suoi spettacoli, apprezzandone il sentimento di lievità verso la morte.

     
    “La vita è spesso superficiale e bellissima, noiosa, tragica”, aveva detto in un’intervista qualche tempo fa. “Ne siamo dipendenti, succubi”.

     
    Se n’è andato stamattina, al termine di una lunga malattia come detto, che, se non altro, lo aveva fatto smettere con la droga, come aveva confidato lui stesso con l’ironia dissacrante che lo ha sempre accompagnato.

     
    Cinquantanove anni (60 li avrebbe compiuti il prossimo 16 aprile), con una carriera cominciata e proseguita fino alla fuine come sbarbo monello della musica italiana , con esordio nella Bologna del ’77, quella del ‘movimento’ che riempì la città di fermenti creativi in ebollizione, prima che l’uccisione di Francesco Lorusso la trasformasse in campo di battaglia fra autonomi e polizia.  

     
    Ora ricordo commosso lo storico concerto del ’79 (avevo 25 anni e tanti sogni davanti), quando gli Skiantos anziché suonare si misero a cuocere gli spaghetti sul palco, sotto una pioggia di ortaggi lanciati dalla platea.

     
    Ci lascia queste strofe tra le tante: “Fate largo all’avanguardia/ siete un pubblico di merda/ tu gli dai la stessa storia/ tanto lui non ci ha memoria”, urlate  in un crescendo di consapevolezza e di melanconia.

     

  • Opinioni

    Hoffman, ancora



    Ieri, in prima serata, Iris lo ha ricordato con “Onora il padre e la madre” e stasera Rai Movie replica alla concorrente Mediaset con la sua unica regia: “Jack Goes Boating”, adattamento del testo omonimo scritto da Robert Glaudini che è anche sceneggiatore della pellicola e vede nel cast oltre allo stesso Philip Seymour Hoffman, anche Daphne Rubin Vega, Hohn Ortiz e Amy Ryan.

     
    Uscito nel 2010, è un racconto di vita comune, che non ha bisogno di pescare nello stravagante o nell'incredibile per descrivere una tardiva ma felice accettazione di sé, con una straordinaria prova attorale di Hoffman e la bellissima musica dei Fleet Foxes.

     
    Ha ragiomne Carlo Gerofolini che nel suo commento al film.  L’unica “circumnavigazione” di Hoffman avanti e dietro la macchina da presa da luogo alla narrazione di emotività costretta a fare i conti con la ragione, mostrandoci uno straordinario uomo da palcoscenico, un artista che è riuscito ad imporsi rimanendo se stesso, cosa non facile in un mondo di lustrini, che comunque alla fine ha vinto, ingoiandolo nel buco finale della droga.

     
    I protagonisti sono Jack e Connie, due 40 enni teneramente problematici ed affetti da reciproca attrazione che portano in primo piano una diversità senza compromessi, con Jack che ha l'ingenuità di un bambino ed al limite dell'afasico mentre Connie è afflitta da perenne disistima, filmata con i tempi dilatati di chi intende andare oltre l'apparenza.

     
    Lo spettacolo invero sembra più adatto al palcoscenico che al buio illuminato della sala, nonostante il tentativo di allargare al mondo esterno: New York e le sue strade ma anche Central Park e persino L'Hotel Waldorf Astoria, che rientrano nella topografia di una metropoli come al solito protagonista, ma senza l’ispirazione di un Allen, né la novità di uno Spike Lee, né il rigore di un Lumet o di un Levinson.

     
    Quest’anno, al Sundance, Hoffman ha presentato due film che non hanno vinto ma sono molto piaciuti. Stasera sarà commemomorato anche da La 7 D con il film-capolavoro, con cui ha vinto Oscar e Golden Globe, “Truman Capote-A sangue freddo”. Intanto lo spettacolo continua e produttorio e protagoniosti di Hunger Games 3, film in cui ha recitatonel ruolo di Plutarch, approffittano del clamore della sua morte per un po’ di pubblicità aggiuntiva.

     
    E' stato il miglior attore della sua generazione, protagonista e comprimario, straordinario in ruoli drammatici, comici, in film d'avventura, di fantascienza, biografici, commedie, incredibile trasformista con una vita privata blindata, una moglie e due figlie ed una esistenza che poco o niente aveva a che fare con lo star system, niente spot, niente gossip.

     
    Come ha scritto lui stesso qualche mese fa, l’eroina è la bestia di sempre, un viaggio da cui è fatico tornare. Una inchiesta di Fabrizio Gatti dice che l’eroina è esplosa fra i giovani sotto forma di brown-sugar,  da sniffare o da inalare sulla carta stagnola.

     
    Ad uccidere Hoffman ci dicono le cronache è stato un cocktail mortale di eroina e fentalyl, una miscela che in America è sempre più letalmente diffusa.

     
    Secondo uno studio della Substance Abuse and Mental Health Services Administration, tra il 2007 e il 2012 gli americani da 12 anni in su che consumano eroina sono aumentati da 373.000 a 669.000, ossia circa il doppio. Da notare l’età di partenza, 12 anni, perché l’epidemia sta esplodendo anche li soprattutto fra i giovani.

     
    Hoffman dopo 21 anni ci era ricaduto ed aveva provato a dessuassefarsi, ma senza risultato, anche perché, com’è noto, essa danneggia soprattutto i neuroni legati alla memoria a lungo termine, quelli  della volontà e delll'autosufficienza e il risultato è un uso sempre più alto, fino a quello che può essere mortale.
     


  • L'altra Italia

    Cinema & Letteratura. Due donne grandi



    Due donne grandi, abbissali, coraggiose, sono le protagoniste di un film e di un libro recenti: “C’era una volta a New York” , ultima fatica cinematografica di James Gray con una superba Marion Cotilland e “Tempo di imparare”, romanzo appena pubblicato da Einaudi della sempre profonda Valeria Parrella, già vincitrice del  Campiello opera prima e finalista allo Strega, che qui racconta con un “io” diretto, franco, a volte difficile da sostenere, il rapporto tra una madre e suo figlio, un rapporto fatto di piccoli passi, di insegnamenti quotidiani che si susseguono giorno dopo giorno, in un cammino che conduce il bambino verso l’età adulta e lei, la donna, verso una maturità ulteriore, fino a superare la separazione, il difficile momento in cui il binomio madre/figlio cessa di essere, per trasformarsi in due unità distinte. Il percorso è di per se difficile, con un bambino disabile angosciante, perché occorre avere lo sguardo lungo, separare l'ansia dal pericolo vero, vincere, perdere, aspettare, agire, confidarsi, farsi valere, rassegnarsi.


    La paura è quella di non farcela, e le armi a ben guardare sono le stesse della letteratura: nominare le cose, percorrerle, trasfigurarle, lasciarle andare. Tenendosi per mano - ma chi reggendo chi è difficile dirlo – madre e figlio si muovono tra fisioterapisti e burocrati, insegnanti e compagni di classe, barcollando o danzando, ma sempre stringendo nel pugno una parola difficile che comincia per “H”, e che sembra impossibile far germogliare. Perché se hai tatuato addosso il numero 104 - quello della legge sulla disabilità - e vivi in un mondo “che non ha proprio la forma della promessa”, mettere un passo dopo l'altro diventa ogni giorno piú difficile el’unico sostegno è la forza di una madre. Una grande madre quella che Valeria Parrella traccia e dedica a sua madre, da poco prematuramente scomparsa, dentro cui si celano drammi, emozioni, sentimenti dirompenti, strazianti, violenti e teneri, con le esperienze datele in sorte che solo la mitologia può restituirne la grandiosità, l'aspetto epico. Fare il nodo ai lacci delle scarpe, colorare dentro i contorni, memorizzare le sillabe in fila, lavare bene i denti anche quelli in fondo, salire scale sempre nuove senza stringere per forza il corrimano. Lei ha occhi lunghi e attenti ed è inesauribile come Ercole nelle 12 fatiche e lui, il bambino, accolto da una madre vera, diviene il sostegno che non si può cercare negli altri.

     
    Personaggio altrettanto toccante e straordinario è la giovane donna polacca protagonista di “C’era una volta a New York” (vedi >>>) , costretta, durante il difficile viaggio in mare, ad elargire favori sessuali in cambio delle medicine e del cibo per la sorella caduta malata. Una volta sbarcata, non solo le sarà intimato di mantenere il silenzio su quanto accaduto, ma si troverà bollata come donna di scarsa moralità dai documenti dell'immigrazione., che finisce con l'accompagnarsi ad un prestigiatore e seduttore da strapazzo, che la convincerà ad esibirsi con lui a New York.

     
    Esodo ed epilogo del sogno americano, il film, che vive di atmosfere che ricordano il leoniano “C’era una volta in America”, il film dell’ebreo russo James Gray, è un melodramma in sontuosa cornice storica, potente istantanea di un esodo e prologo ideale delle altre quattro storie raccontate finora, tra mimesi del gangster movie e tragedia famigliare, dall’autore, come ricerca del pezzo da maestro e costruzione di una precisa mitologia registica.


    Trattandosi di un cineasta dalla cifra e dalle idee tanto chiare, infatti, risulta piuttosto facile fare il gioco delle somiglianze e degli omaggi: alla Little Italy di Scorsese si sostituisce quella Brighton Beach localizzata a sud di Brooklyn (nota anche con il nome di Little Odessa per via dei tanti residenti originari dalla città ucraina), ai battesimi in montaggio alternato di Coppola i Bar mitzvah, alle tradizioni cattolico-italiane quelle ebreo-russe.


    Ciò che resta straordinaria è la interpretazione della Cottilard, nel tratteggia una dolorosa figura di donna capace, nonostante tutto, di conservare candore ed innocenza fra menzogne e prostituzione. A parte questo il film ha doversi difetti, mesxcolando, spesso malamente e fra molte cadute, le influenze dostoevskiane del precedente Two Lovers (2008), liberissima riscrittura di Le notti bianche, con le dinamiche criminose di The Yards (2000), a tutt’oggi la punta di diamante dell’intera filmografia di Gray, per arrivare ai meccanismi e alle relazioni famigliari di I padroni della notte.

     
    Ciò che rimproveriamo al film (a parte lo straordinario personaggio femminile), è da debolezza che nasce dal fatto di non lasciate intatto il mistero, continuando ad affidarsi alla rarefazione visuale , decidendo di dargli corpo, con una scrittura che non ha la forza di farlo, risciando, se non fosse stata la Cotilland, di consegnarlaad un'evoluzione di situazioni transitorie e ripetitive.
     


  • Arte e Cultura

    La speranza interrotta. Carlo Lizzani ci ha lasciato


    “La via per imparare è lunga se si procede per regole, breve e efficace se si procede per esempi”

    Lucio Anneo Seneca



    Tutto ciò che è stato nell’aneddoto ricordato subito dopo la sua morte da Felice Laudadio (critico cinematografico ed ex direttore del Festival di Venezia): “Una volta gli ho fatto i complimenti perché era sempre freddo davanti ai problemi, ma lui ha subito replicato: 'Sono io che invidio te, perchè tu li butti fuori mentre io, a tenerli dentro, mi sono fatto venire l'ulcera”.

     
    Carlo Lizzani si è tolto la vita all’inizio di un autunno freddo e piovoso, a 91 anni ed ora il mondo ci sembra più piccolo. Si era innamorato del cinema giovanissimo e da subito aveva sposato l’idea che quel mezzo, più e meglio di altri, potesse insegnare, raccontando delle storie.
    Si è buttato da terzo piano della sua casa in Prati, a Roma, la città dove era nato e dove aveva inziato a lavorare come sceneggiatore di autori del calibro di Vergano, De Santis, Rossellini e Lattuada nel periodo neorealista e dove aveva esordito, dietro la macchina da presa, nel 1950 con 'Nel Mezzogiorno qualcosa e' cambiato', seguito da 'Achtung', l’anno successivo. Poi, in successione, 'Cronache di poveri amanti' , tratto dall'omonimo libro di Vasco Pratolini del 1954, 'Il processo di Verona' del 1963, 'Banditi a Milano' del 1968, 'Crazy Joe' del 1973, 'Mussolini ultimo atto' del 1974 e ancora di 'Storie di vita e malavita' del 1975, 'Fontamara' tratto dall'omonimo libro di Ignazio Silone nel 1977, 'La casa del tappeto giallo' (1983), 'Mamma Ebe' (1985), 'Caro Gorbaciov' (1988), 'Cattiva' (1991), 'Celluloide' (1995), 'Hotel Meina' (2007), oltre agli sceneggiati televisivi 'Nucleo Zero' (1984), 'Un'isola' del 1986 e 'La trappola'. Nel cinema lui ha sempre creduto, anche quando ha scritto una memorabile 'Storia del cinema italiano', quando ha diretto (dal 1979 al 1982) il Festival del Cinema di Venezia e, più di recente, con la pubblicazione della raccolta di suoi scritti di vario genere, intotolata: 'Attraverso il Novecento', in cui trovano posto aneddoti sul mondo del cinema neorealista italiano, e, nel 2007, l’autobiografia 'Il mio lungo viaggio nel secolo breve', dove ci mostra il suo volto più autentico, di autentico, appassioonato narratore del novecento: voce riflessiva del nostro cinema, in cui ha sempre inserito note sulla politica e sulla storia che tanto lo appassionavano. Aveva 91 anni ed il suo gesto non può che riportare alla memoria quello di Mario Monicelli, che pose fine alla sua vita il 29 novembre 2010, sempre a Roma, con un gesto che fu suprema scelta, grido di libertà lanciato contro ogni impedimento nella vita.

     
    Uno dei suoi ultimi titoli ammirati al cinema è del 2007, “Hotel Meina”, che rievoca una strage dimenticata della seconda Guerra mondiale, un rastrellamento nazista compiuto sul versante piemontese del lago Maggiore, realizzato con tanto impegno civico e tanta voglia di strappare i fatti al silenzio in un mondo che si è votato all’edonismo e alla superficialità.

     
    Ma io lo ricorderò soprattutto per i documentari che puntellano la sua carriera, dagli esordi con Viaggio al sud (1949) e Modena, città dell'Emilia Rossa, passando per La muraglia cinese, lavorazione epica nella Cina maoista degli anni '50 fino al collettivo Un mondo diverso è possibile girato a Genova nei giorni del G8.    

     
    In fondo, nel suo cinema, il liet motiv, espresso attraverso un gioco continuo di rimandi al passato e riflessioni sul presente, è l’affrontare  con la lucidità di chi ha conosciuto la devastazione della guerra, il richiamo di grandi utopie, il lascito fallimentare di una visione assolutistica della Storia,  il travaglio di un pensiero che non ha mai rinunciato a proiettarsi verso il futuro.

     
    Dagli anni della formazione intellettuale tra i cinefili del Cineguf all'approdo nell'orbita della fronda e della lotta politica, dallo sconforto del dopoguerra in una Roma dove il cinema è agonizzante, alla scoperta di una nuova frontiera di cultura europea in una Milano bohèmien. Dalle prime prove come sceneggiatore e aiuto regista con Rossellini in Germania anno zero e nella stesura di Riso amaro di De Santis, all'avvio di una personale ricerca autoriale, mai piú interrotta per oltre un cinquantennio, nonostante le strettoie di una censura occhiuta, i movimenti tellurici degli anni sessanta e settanta, lo stravolgimento dell'industria cinematografica costretta a fare i conti con la crescente potenza mass-mediatica della televisione... Cosí, ricostruendo le tappe di un cammino personale - fatto di fedeltà alle istanze estetiche ed etiche del neorealismo, d'impegno politico attivo e d'impellente bisogno di narrare il recente passato cosí come un presente tutto da decifrare -, Carlo Lizzani ha delineato, con i film ed i saggi, i tratti essenziali di un'autobiografia intellettuale e artistica in cui non viene mai meno il senso di una passione civile e culturale, che lo ha portato a raccontare le grandi stagioni e crisi del secondo Novecento (dalla Cina al Vietnam, all'Angola...) o ad accettare sfide come quella di rilanciare la Biennale di Venezia dopo l'ondata contestataria del '68.

     
    Dicevamo che Lizzani ha sempre mostrato grande speranza del futuro, ma dopo il suo gesto di ieri, dobbiamo immaginare che tale speranza s’è infranta e non solo per l’età ma per quanto si vedeva attorno in termini di povertà politica, civile, artistica ed intellettuale.
    “La mia è stata una vita al servizio del cinema", aveva detto qualche tempo fa a Paolo d'Agostini. "Mi sono servito del cinema per conoscere il mio paese, il mondo, la storia, il Novecento". Un autoritratto lucido del modo di essere, sempre curioso, sempre presente, sempre aperto a quello che stava succedendo.

     
    La sua formazione teorica, marxista e fortemente venata di storicismo, lo condusse a dirigere film che ricostruivano episodi della vita italiana, senza nulla concedere all'istanza privata. Con l'esaurirsi delle poetiche neorealiste si è misurato con le forme del cinema popolare, in particolare con il poliziesco, per raccontare inquietanti episodi della cronaca italiana, come l'emergere del banditismo metropolitano, il neofascismo, la malavita. Negli anni Ottanta,  ha avviato una proficua collaborazione con la televisione pubblica, realizzando alcuni film in doppia versione. Oltre a pubblicare buona parte delle sue sceneggiature, nel corso degli anni, Lizzani ha continuato a svolgere un'intensa attività di storico e critico del cinema.
    Al di là del giudizio sui suoi singoli film, al di là della contabilità dei successi e dei risultati,  Lizzani ha sempre rappresentato una figura importante nella comunità del nostro cinema; aualcosa di più  che non solo un regista., un uomo di cinema, un uomo gentile, generoso, sempre pronto a un consiglio, un ricordo, un aiuto.

     
    Un uomo che non si ritrovava in un mondo cinico e sgarbato, dove ciascuno pensa per se e tutto sembra lecito e concesso.
    Con lui non muore solo un grande regista ma anche un grande storico, capace di copire cosa si agita nella società e descrive interpretazioni sagge e sagge vie d’uscita.
    In una delle sue ultime opere: “Napoli!Napoli!Napoli! – Una provincia cuore del Mediterraneo”, documentario diretto insieme a Francesca Pirani in occasione del Bicentenario della fondazione della Provincia di Napoli, realizza un film che non ha alcuna pretesa di indagine sociale o reportage, con la macchina da presa che accarezza i monumenti, le basiliche, i paesaggi di Napoli e della provincia, alla riscoperta di realtà culturali spesso considerate “minori” ma che, ricche di pulsioni popolari, rappresentano la vita del Mediterraneo. Una voce fuori campo illustra la storia di luoghi incantevoli come Pozzuoli, Sorrento, Nola, Casoria con continui riferimenti alle testimonianze di epoca greca e romana, cucendo assieme il passato ed il prsente, facendoli dialogare (e stridere) fra loro, con una capacità narrativa per immagini, che ricordano i lavori da bottega rinascimentale che hanno fatto grande il nostro xcinema nel mondo e che adesso, molto spesso, fanno difetto alla produzione attuale.

     
    La decadenza italiana è, per lo storico Georges Gusdorf, un processo quasi esclusivamente culturale, e culturali sono i sintomi e le cause di questa decadenza. In tempi recenti e dal cosidetto “secolo breve”, con l’affermazione del “berlusconismo”, la decadenza si è resa ancor più manifesta, attraverso il cosidetto "spirito affaristico", con cui tutto diventa un affare"(la stessa cultura, la politica, la legiferazione...) con la conseguente decadenza di valori come impegno, capacità, sincerità, senso di giustizia, onestà e via dicendo.
    Ed in un mondo così si ritrovano male spiriti ciome quelli di Monicelli e Lizani, che in quei valori e nel popolo come testimoni degli stessi, hanno sempre creduto.
    Nel VI secolo prima di Cristo, il leggendario legislatore Chilone, uno dei Sette Savi di Sparta, lasciò scritto un pensiero che i latini tradussero così: “De mortuis nil nisi bonum” (dei morti non si deve dire altro che bene), ma oggi non è più così.

     
    Grazie alla nuova teologia che Vito Mancuso presenta a puntate su La Repubblica da domenica 5 maggio, il fenomeno vita è emerso dalla materia e si evolve (se per caso o per spinta intrinseca della materia nessuno lo sa ) secondo diverse forme vitali già individuate dal pensiero filosofico greco mediante i seguenti termini: vita-bios, cioè vita biologica; vita-zoé, cioè vita zoologica o animale; vita-psyché, cioè vita psichica; vita-logos, cioè logica, calcolo, ragione; vita-nous cioè vita spirituale o della libertà. Tutte queste vite, sostiene Mancuso, esistono nell'uomo e quando, nella malattia, esse si trovano tra loro “in disarmonia” e in “lacerante conflitto”, l'unica vita da rispettare veramente dovrebbe essere quella "nous", in mancanza della quale non esisterebbe un obbligo di rispettare le altre.

     
    Ed allora ogni scelta inerente la vita, anche quella di autonnularsela, deve essere rispettata e mai derisa o criticata, ricordando anche che sui sepollcri, ancora oggi, capita di leggere “Hodie mihi, cras tibi”, che non è una oscura minaccia,  ma piuttosto un invito a riflettere e non giudicare o, come scrisse Pavese, a non fare troppi pettegolezzi.
     


  • Fatti e Storie

    Roberto Vecchioni da Nobel?




    Tutto ha avuto inizio dall’articolo di Enrico Tiozzo, che dalle pagine del Corriere della Sera annunciava, una settimanna fa,  la candidatura di Vecchioni, assieme a quelle di Leonard Cohen e Bob Dylan. Subito un tam tam sui vari social network hanno sposato l’idea, sicché, per il web, Roberto Vecchioni quest’anno dovrebbe gareggiare con scrittori come Murakami, Joyce Carol Oates e Peter Nadas, per l’assegnazione dell’ambito riconoscimento.  

     
    In una sua vecchia e famosa canzone cantava: C’era una grande festa nella capitale, perché la guerra era finita”  e non sappiamo se è vero che l’Accademia di Svezia stia valutando la sua candidatura, ma certo la notizia rallegra il tetro panoramo discografico italiano definto, in questi giorni, un cielo pesto privo di luce. Come è noto il Nobel verrà consegnato il 10 dicembre  "all'autore o all'autrice dell'opera letteraria più considerevole d'ispirazione idealista" e favorito, per la letteratura, lo scrittore giaponese (molte volte dato per vincitorte certo, ma poi battuto) Haruki Murakami.

     
    Comunque, il vincitore sarà annunciato la prossima settimana, in data non ancora definita, con, ad aprire le danze il 7 ottobre, il vincitore per la Medicina ed annunci successivi per le altre sezioni,  sino al 14.

     
    Secondo le voci e indiscrezioni più insistenti che circolano, sembra proprio sia l'anno di Murakami ma spesso i nomi al primo posto sono quelli che vengono più facilmente bruciati. Il cinese Mo Yan, vincitore del Nobel per la Letteratura l'anno scorso, era infatti dato dagli scommettitori al terzo posto.

     
    Quanto all’outsider Vecchioni, è anche autore di raccolte poetiche come 'Di sogni e d'amore' (Frassinelli) e di 'Scacco a Dio' (Einaudi) ed ha già vinto non solo premi canzonettistici, ma letterari, come il prestigioso Premio Scanno.

     
    L’edizione 2013 del Nobel, comunque, ci parla di  altri due cantanti fra i candidati: Bob Dylan e Leonard Cohen,  il primo autore di celebri pezzi come "Knockin' on heaven's door" e "Blowin' in the wind", da più di 15 anni candidato al premio e il secondo autore della struggente "Halleluja", ma anche poeta che cominciò a scrivere poesie molto prima di scrivere canzoni, con una carriera partita da lì: dalla letteratura, con i primi album che sono reading, di poesie registrate.

     
    Comunquwe andranno le cose per Vecchioni (e per noi) e chiunque sarà il vincitore, si tratta di una svolta storica per il mondo della musica che per la prima volta si prepara ad entrare nell'olimpo letterario. Andrea Laffranchi sul Corriere della Sera ricorda quale sia stato il lungo viaggio che ha portato i testi delle canzoni ad essere considerati vera letteratura. "Anche se Italo Calvino, Roberto Roversi, Alberto Moravia e altri uomini di lettere hanno regalato dei versi alla canzone popolare, soltano a cavallo tra gli anni '80 e '90 le antologie hanno iniziato a ospitare i testi di canzoni, inserendo De André", scrive il giornalista. E continua: "Il mondo degli intellettuali ha sempre guardato con sospetto alla canzone, come se fosse una poesia di serie B". Ora dovranno ricredersi.
     


  • L'altra Italia

    L’estate giallo-esistenziale di Einaudi



    Il romanzo della rabbia di oggi, assoluta e senza rimedio, dei sentimenti, delle solitudini, dell'incertezza di oggi, con al centro la sua eroina, Grazia Negro, che non è più la stessa, perché è stanca di sentir parlare e dover inseguire assassini atroci e seriali.


    “Il sogno dio volare” è l’ultimo giallo di Carlo Lucarelli, ambientato a Bologna, ma con un excursus nell’aquilano, fra Galascio e dintorni, dove  uno spietato killer è spinto ad uccidere dalle note di una canzone, Il sogno di volare di Andrea Buffa, brano che racconta di extracomunitari e di morti sul lavoro.


    Dopo il fallimento cinematografico de “ L’Isola dell’Angelo Caduto”, tratto dall’omonimo suo omanzo, presentato fra i fischi al Festival di Roma e semplicemente orribile, Lucarelli torna alla scrittura e fotografa, con bravura, la  rabbia:  il sentimento che meglio rapprsenta il nostro disagio quotidiano, un’ira cieca per le ingiustizie, per le cose che non funzionano, che esplode spesso in modo devastante. 


    Eroina antieroica e molto marlowniania, è Grazia Negro, ispettore dell’antimafia, una vecchia conoscenza, quella che ha risolto il caso dell’Iguana e di Pitbull, un personaggioche emana l’idea di fallimento di Chandler convertito al femminile, con una onestà ed un rigore morale che sembrano sempre più vacillanti. Qui da la caccia a un uomo-cane, un serial killer che sbrana le sue vittime e che fa tremare i polsi, soprattutto perché nel frattempo è diventata madre e non si riconosce più in una società sempre più immorale.

     
    Edito parimenti da Einaudi "I bastardi di Pizzofalcone" il nuovo romanzo di Maurizio De Giovanni, conuna squadra investigativa formata da persone scomode, aglii ordini del commissario Palma, che deve indagare su una donna facoltosa trovata con il cranio fracassato, una ragazza bellissima segregata in casa che non vuole denunciare la sua situazione e strani suicidi che da dieci anni avvengono senza smettere mai. Il tutto mentre l’inverno non vuole lasciare spazio alla primavera, purificando così un’intera comunità reclusa esternamente e nel suo interiore.

     
    Sempre per lastessa  grande casa torinese e dopo "Ksenia", Massimo Carlotto e Marco Videtta proseguono il filone della vendetta con "Le vendicatrici. Eva", dove si racconta di una donna improvvisamente lasciata dal marito, in balia del peggiore strozzino di Roma. Eva, la protagonista, ha sempre perdonato, fin troppo buona, ma si sa che con le persone troppo buone, quando si arrabbiano, è meglio non averci a che fare.

     
    Completa l’estate in giallo di Einaudi: "La ricetta dell’assassino", di Anne Holt, dove uno dei cuochi più rinomati di Oslo, Brede Ziegler, viene ucciso per ben due volte, una con un coltello da cucina, la seconda con un farmaco in dose letale. Ziegler aveva tutto nella vita e forse proprio per questo aveva diversi nemici. Sul caso indaga l’ispettore Billy T. e la squadra Omicidi, eppure il caso si rivela più complesso di quanto sembri. Ci vorrebbe Hanne Wilhelmsen per sbrogliare la matassa, eppure, ancora in lutto per la morte dell’amata compagna e indecisa se cambiare vita o continuare a fare la poliziotta per tutta la vita, anche per lei il giallo assume anche tinte esistenziali.

     
    Nel 2009 la casa fondata da Giulio, nel novembre del 1933, ormai divenuta Mondadori (e quindi, di fatto Berlusconi), sembrò riscoprire il vintage book e, in un paese dove si legge poco, dopo il successo della riedizione della Medusa, propose   (con Repubblica ed Espresso) dei gialli classici del 1929 , in un amarcord grafico tanto per darsi un tono di editore di cultura di sinistra o forse per dimostrarlo o ancora (come direbbe Jep Gambardella dopo troppi jin tonic) per un po’ di snobismo tradizionalista, ma con una totale mancanza di  Calvino e Ginzuburg. Questi gialli nuovi, invece, sono una produzioone onesta e molto più convincente.  

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