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Articles by: Francesca Pili

  • Facts & Stories

    A New Way To Fly for Alitalia

    Some good news about Alitalia, Italy’s flag carrier airline company.

    Fabio Maria Lazzerini, the Chief Business Officer of Alitalia, met with the press in New York at a very special moment for Alitalia. That same day, December 12th, the Italian government approved the extension of a loan they granted the company a year earlier.

    The Chief Business Officer had his previous press briefing in New York almost one year ago, when he had just joined Alitalia.

    The Italian airline company’s current motto is “Heading in the right direction.” “We traveled a lot, we worked a lot over the past year, and our numbers are constantly growing,” explained Mr. Lazzerini, who has overseen all of the company’s business functions for the last fourteen months.

    According to Lazzerini, “All the changes and all the strategies implemented in the first months of the year are now paying off and we are now on quite a stable track of growth.” A few numbers that reflect his statement: + 7.1% Pax Revenues YTD, + 9.7% Cargo Revenues YTD, and 1st in the world for punctuality in January 2018.

    The numbers are the result of carefully coordinating multiple elements, such as digitalizing customers, which allows over 50% of flyers to check-in with an app, a percentage that shows higher efficiency. Nonetheless, the Alitalia Board wants to improve.

    There is also interesting news about the company’s flight routes. Most exciting is that for the first time Alitalia will offer a direct flight connecting the two capitals, Rome and Washington.

    Another sign of the company’s health is the increase of passengers on medium-haul flights, a sector where the competition of low-cost airline companies is particularly strong. As Lazzerini reminded people, the most important low-cost companies in the world are based in Europe.

    Alitalia also wants to strike a better balance among the makeup of its clients by combining business travelers and leisure travelers, because, according to Lazzerini, that is “the only way to get the company to be profitable again.” To achieve this goal, they have created two major sales units, Business Travel Sales and Leisure Travel Sales, aimed at increasing business awareness and expanding Italy as a destination, with Alitalia as the natural carrier of choice for high-value customers.

    There is also good news about services provided by Alitalia. The company is renewing its Magnifica (Magnificent) seating class, which combines Business and First Class amenities. “Utterly Italian, the seats are designed by Poltrona Frau,” says Lazzerini. “It has been nominated the best business class seat by the American magazine Global Traveler. Ferragamo designed the amenity kit. Also, for the ninth time [Alitalia] won Best Airlines Cuisine. But we don’t want to rest on our laurels, so last November 15th we partnered with Gambero Rosso (the famous Italian restaurant guide) to completely recreate our menus.”

     

    Last but not least, Lazzerini revealed the trendiest addition to Alitalia, the new crew uniforms designed by Alberta Ferretti, one of the most prestigious Italian names in the fashion world.

     

    “Thanks to the team, we have been able to re-right and relaunch a company which has been too sleepy in the past year. We are halfway there. Our work isn’t done yet, not completely. Alitalia is still a little bit too much like a local grocer. We’re nice, you can spend a little time chatting with us, but we need to increase the options for our customers, otherwise they will opt for big supermarkets where they can find two hundred routes. And they’ll continue to fly with them even when you operate the same routes.”

    Lazzerini concluded the press conference by mentioning the attention that the company is giving to the Customer Care Center. Improving customer care is an important step toward realizing the company’s efforts to remaking itself.

     

     

  • Marco Pelle, photo credit: Alexo Wandael
    Fatti e Storie

    Marco Pelle, di passo in passo

    È una storia tutta particolare quella di Marco Pelle, coreografo del New York Theatre Ballet.

    La strada che l’ha portato sin qui non è stata quella canonica che ci si aspetterebbe.

    Ha infatti iniziato a studiare danza a 20 anni, un’età in cui di solito la carriera di un danzatore dovrebbe già essere avviata. Proprio per questo motivo la sua non è stata una scelta a cui tutti avevano creduto sin da subito.

    Originario di Parma, è cresciuto a Vicenza, con un padre vicedirettore generale di banca che auspicava per lui una strada decisamente diversa. “Mi fece studiare economia a Venezia, ma frequentai solo per un anno”  ricorda Marco.

    Come ci racconta, aveva sempre saputo di voler ballare, “da quando avevo 3 anni. Iniziai a chiedere di essere mandato a lezione di danza, ma mio padre non riusciva a vedere di buon occhio la cosa”. Così provò il basket, la pallavolo, il nuoto. Tutte attività a cui “permettevo loro di iscrivermi, entravo nelle palestre, e uscivo dal retro”. Ma dopo aver cercato di seguire le orme paterne, la visione in un teatro di Vicenza di Caught, iconica coreografia di David Parsons, spalancò quella porta per troppo tempo rimasta socchiusa per lui: “Io volevo essere un ballerino”.

    Così, nel ’95, comincia a guardarsi intorno per cercare scuole di danza, ma la maggior parte accettavano solo donne. “Non credo fosse per pregiudizio. Credo fosse più perché la formazione di un ballerino uomo può essere più difficile”.

    Fortunatamente trovò un’insegnante “che divenne una seconda madre”, Maria Berica della Vecchia, Direttrice artistica del Centro Danza Oggi a Vicenza.

    “Mi fece studiare con lei, a Vicenza e all’Académie Princesse Grace di Monte Carlo. Lei ha creduto nel mio mordente. Diceva sempre che ero una Cinquecento con dentro il motore di una Ferrari”.

    Fu così che Marco iniziò il percorso di studio della danza partendo proprio dalle sue basi, dalla propedeutica, insieme ai bambini. “All’epoca non avevo maturato alcun senso del ridicolo. Questo mi ha aiutato molto. Quando a 20 anni ti trovi a fare lezione in mezzo ai bambini di 5, non puoi avere vergogna. Fondamentalmente non mi ero ancora trovato nudo nel giardino dell’Eden”.

    Dopo 3 mesi, “proprio perché non mi vergognavo”, invitò il padre al suo primo saggio. “Fu un disastro” ricorda, “perciò l’anno dai miei 20 ai 21 fu molto, molto duro”.

    Ma non si arrese. Continuò per la sua strada, con le lezioni, “trasformando molto il mio fisico con il duro lavoro in sala prove”. Fin quando arrivò il giugno del ’96, mese in cui ebbe occasione di esibirsi in un nuovo saggio. E fu lì che riuscì a convincere definitivamente suo padre, facendolo diventare “il mio fan numero uno. Da quel momento non tornò più indietro. È diventato il mio primo sostenitore, ha riconosciuto che fosse la mia strada”.

    Marco ci tiene tantissimo a sottolineare questo aspetto. “Una persona può commettere un errore, ma la grandezza sta proprio nella capacità di rivalutare, chiedere scusa e dare ragione”. E difatti è passato dall’essere prima detrattore ad arduo sostenitore, “anche quando sono stato io a voler lasciare, a sentirmi stanco. Mi ha sempre spronato a continuare, fino all’ultimo giorno”.

    L’arrivo negli Stati Uniti nasce da una scelta improvvisa. “A 22 anni mi resi conto che in Europa non avrei trovato la mia soddisfazione. L’Accademia mi permetteva di studiare, ma tutto sommato non mi sentivo sostenuto”. Marika Bezobrazova, fondatrice dell’Accademia, che gli aprì le porte della stessa lasciandogli fare gli esami, a un certo punto fu sincera nel dirgli che rimanendo lì poteva diventare un insegnante, ma non un ballerino. Decise quindi di interrompere le lezioni e di tornare a Vicenza, senza avere però un piano preciso sul come proseguire. Fu la madre a spingerlo a scegliere l'America per inseguire il suo sogno.

    E fu così che arrivò a New York, “completamente allo sbaraglio. Ero proprio wild. Dormivo per strada, a Carl Schurz Park, non parlavo neanche inglese. Non avevo alcun punto di riferimento. Raccontai una gigantesca bugia ai miei, riguardo al fatto di avere degli amici. In realtà trovai delle soluzioni abitative allucinanti, con coinquilini con svariati problemi, e aiutavo come scaricatore in una ditta di traslochi. Questo mi diede il tempo di fare audizioni per le scuole, che mi offrirono diverse borse di studio: Alvin Ailey, José Limon e Merce Cunningham. Optai per quest’ultima. Avevo una borsa di studio parziale, studiavo e lavoravo all’interno della scuola, facendo pulizie o receptionist”.

    Merce Cunningham, si sa, ha avuto una visione molto particolare, estrema, nella danza. “Era talmente tanto interessante come lavoro da fare sul mio corpo, questa cosa di trasformarlo quasi in un robot. Trasformi il tuo corpo in una serie di potenzialità. Il tuo corpo diventa un’estensione della tua volontà, e non c’è un’emotività legata al movimento. Ci può essere nella coreografia, ma tu sei all’interno di questo corpo che fa di tutto”. Gli chiediamo dunque come sia stato, da ballerino italiano, avvicinarsi ad un mondo così distante. “All’epoca la mia vita era così difficile, che questa danza che non ti permette emotività, che ti mette in contatto col tuo corpo, ma non con il sentimento, era probabilmente ciò di cui avevo bisogno. In quelle ore io diventavo un movimento puro, nitido, e non c’era nessuna forma di interpretazione emotiva”.

    Nella scuola di Cunningham vince 9 borse di studio, restando dal ’97 al 2001.

    “La danza classica resta ovviamente la mia preferita, ma Cunningham mi ha influenzato molto, ci ho messo degli anni a distaccarmi da lui nella mia visione creativa, perché la sua era veramente potente. È una delle creatività che regge di più al tempo, proprio perché così asettica. Io ne ho una grandissima ammirazione, aveva qualcosa di liberatorio”.

    Nel 2001 fece un’audizione per la Eisenhower Dance Company in Michigan, e si trasferì a Detroit. “Una città bellissima, ma fantasma, a causa degli importanti problemi economici che ha avuto”. Siamo nei primi anni 2000, la “Detroit Motor City” vive da tempo una profonda crisi (che culminerà nel 2009 col fallimento di Chrysler e General Motors). In questa città così provata, dopo uno spettacolo al Music Hall, dietro le quinte avviene “l’incontro della vita” con David DiChiera. Direttore generale del Michigan Opera Theatre (da lui fondato). Marco ricorda come il suo lavoro stesse “aiutando la città in maniera enorme, perché quando ci fu il crollo economico resistettero solo lo stadio e l’Opera. Mi accolse come un padre, aprendomi le porte di casa sua e introducendomi al mondo dell’Opera. Fu lui a chiedermi se avessi mai coreografato e avessi mai avuto interesse a farlo”

    Fu DiChiera a mettere in contatto Marco e Mario Corradi, vedendo bene il mix. “Fu Mario che mi diede la prima opportunità. Gli mostrai una coreografia non mia, chiedendo il permesso a chi l’aveva fatta. Lo feci perché era nelle mie note, era un tipo di movimento che mi apparteneva. La sentivo come qualcosa che avrei potuto fare io. E Corradi mi offrì un Macbeth a Jesi, al Teatro Pergolesi. Mario mi insegnò il mestiere. Quando cominciai a coreografare sentii subito che era la mia strada, che io ero un coreografo”.

    Da lì, dunque, l’ascesa. “Smisi subito di ballare e mi concentrai sulla coreografia d’Opera”. Fece tante produzioni, e nel 2002 avvenne l’incontro con il New York Theatre Ballet. “Diana (Byer, Fondatrice e Direttrice artistica, ndr) aveva bisogno di una coreografia di qualche minuto, e le proposi un passo a due tra due uomini che coreografai per l’Antract del terzo atto della Carmen andata in scena a Parma”. Raccontata così sembra sia avvenuto tutto in un battito di mani…e più o meno andò proprio così. “Mi chiese se potessi montarla in un’ora. Lo feci e le piacque, così iniziò questa collaborazione”.

    Negli anni successivi Marco ha lavorato con svariate altre compagnie, nonché con étoile internazionali. Tra tanti, ricordiamo Alessandra Ferri, con cui ha collaborato nel 2008 in The Piano Upstairs (video) per il suo ritorno alle scene in occasione del Festival dei Due Mondi di Spoleto. Una collaborazione da cui nacque anche una profonda amicizia.

    Il legame con il New York Theatre Ballet, ovviamente, resta. È infatti con loro che nasce la partecipazione all’ultima serie tv di Ryan Murphy, Pose. “È stata un’esperienza bellissima, e ne è venuto fuori un prodotto eccezionale”. Non era la prima volta che Marco lavorava per lo schermo: è sua infatti la coreografia del corto Passage (video), con Roberto Bolle e Polina Semionova, per la regia di Fabrizio Ferri, presentato in apertura del Festival del Cinema di Venezia del 2013.

    E per il futuro ha in programma “una sfida”. Un Gala di danza di stelle internazionali a Detroit. “Un’idea nata e cresciuta proprio insieme ad Alessandra, che oltre a partecipare all’organizzazione, ballerà anche tre pezzi”.

    È previsto per il 16 febbraio 2019, ed è un Gala che spazierà dai grandi classici alla contemporaneità, come Whitness di Wayne McGregor, uno dei pezzi che danzerà proprio la Ferri.

    “L’idea parte dalla voglia di portare al pubblico una serata sfaccettata. Un pubblico come quello di Detroit è abituato molto bene per quel che riguarda l’opera e il balletto, e avrà la possibilità di vedere ballerini unici, meravigliosi, in un programma molto variegato. La mia idea di fondo è quella del timeless, il senza tempo. Alessandra per me è senza tempo. Il suo movimento, la sua luce, è qualcosa di unico, profondo. Portarla in un teatro così bello è un grandissimo onore per me. Ed è una cosa che sento molto perché si svolgerà in una delle mie case negli Stati Uniti, un teatro per cui ho moltissimo rispetto”.

    Alla fine del racconto di questa vita che a tratti ha dell’incredibile, Marco ci saluta con un’immagine: “I ballerini sono delle creature meravigliose, trasformano il proprio corpo in qualcosa di divino, di unico e intoccabile. Sono vicini a Dio”.

     

  • The Jaffa, photo by Amit Geron
    Arte e Cultura

    Jonathan Fargion. Landscape designer da Milano a New York

    Vive a New York da ormai sette anni, ma Jonathan Fargion non è semplicemente “un expat” andato via dall’Italia in cerca di un’opportunità.

    Lui, l’opportunità, l’ha voluta e creata appositamente, e non è stato né semplice, né immediato arrivarci.

    Oggi infatti lavora a New York presso lo studio Rees Roberts and Partners, con cui ha all’attivo diversi progetti esclusivi. Sta realizzando il giardino di un cottage situato sul tetto di un palazzo nella Lower East Side di Manhattan. Ha inoltre diversi importanti progetti in corso in Upstate NY e negli Hamptons.

    Nel suo bagaglio ha anche impegni internazionali, come i giardini per il The Jaffa Hotel, progettato dall’architetto John Pawson, da poco inaugurato. Il lussuosissimo albergo si trova nell’antica città portuale di Jaffa, inglobata nell’area urbana di Tel Aviv.

    Man mano che ci racconta la sua storia, talmente ricca che ogni tanto è necessario fare un passo indietro per aggiungere qualcosa, ci facciamo un’idea sbagliata della sua età. Dopo aver sentito che ha vissuto in Israele, a Hong Kong, in Portogallo, si rimane sorpresi nello scoprire che è nato solo nel 1986.  Certo l’aspetto è quello di un giovane uomo, ma il modo in cui parla fa dimenticare la sua età.

    Jonathan è dunque diventato presto cittadino del mondo, e a soli 25 anni, dopo aver svolto un periodo di lavoro presso lo studio di architettura di Daniel Libeskind, assume due consapevolezze che saranno fondamentali per la sua carriera successiva: la prima è che ama New York e vuole restarci; la seconda è che l’architettura in senso stretto non è il vestito che indossa meglio. “Mi trovavo a fare ore al computer, a spostare linee, senza avere un contesto di cos’era il progetto; era troppo meccanico”, ricorda.

    Dopo la laurea in Architettura ambientale al Politecnico di Milano (la sua tesi “Fantarchitetture: visioni architettoniche nei cartoni animati” sarebbe poi diventata un libro), aveva chiaro lo step successivo: “volevo tornare a New York, e mettermi di nuovo a studiare”.

    Così, si iscrive alla School of Professional Horticulture presso il New York Botanical Garden. “Nonostante in famiglia nessuno avesse una particolare passione per le piante, io ho sempre avuto amore per la natura. Per questo ho studiato Architettura ambientale, perché pensavo mi sarei occupato più di ambiente, appunto. In realtà si trattava di un corso più mirato sui materiali da utilizzare e sul risparmio energetico, argomenti fondamentali, ma che non includono la vera e propria progettazione di spazi verdi. Perciò, col bagaglio architettonico del Politecnico unito allo stile italiano apprezzato in tutto il mondo, una specializzazione in botanica era perfetta”.

    Due anni di corso, non privi di fatica: “si lavorava nel giardino dalle 6 fino alle 16, dopodiché bisognava studiare; corsi di botanica, di scienza, fino alle 21”.

    Sono stati studi che gli hanno dato l’opportunità di acquisire una competenza tecnica vastissima delle specie botaniche, elemento che unito al suo background italiano sarebbe stata la chiave del successo del suo lavoro.

    Lavoro che a suo dire funziona negli Stati Uniti anche per l’imprinting anglosassone della cura del giardino: “gli inglesi considerano il giardino una parte della casa, e curarlo, abbellirlo, è fondamentale”, spiega.

     

    “New York è la città ideale anche per come vive il verde” ci dice Jonathan “ricca di parchi grandi e piccoli che non sono progettati solo per la fruibilità. In alcuni casi, è semplicemente per offrire la possibilità di fermarsi e osservare qualcosa di bello”. 

    C’è anche un po’ di rammarico rispetto al Paese da dove proviene: “anche solo gli alberi che troviamo lungo i viali, sono studiati per donare armonia e bellezza alle strade; in Italia non c’è un corrispettivo”.

    La sua vocazione ambientalista rappresenta ovviamente un plus. Per lui non si tratta solo di estetica, ma di una visione, di un modus vivendi.  Tutto questo diventa ancora più evidente quando ci racconta con entusiasmo del servizio fornito dal 311 (il centralino per accedere a tutti i servizi e le informazioni dell’amministrazione di NY, ndr), per cui ogni volta che si scopre un albero malato si può chiamare, e immediatamente un altro albero verrà piantato.

    Gli chiediamo se crede che questo genere di mentalità possa attecchire anche in Italia, e con un po’ di amarezza ci risponde di no. In primis per la tendenza a sottostimare economicamente questo lavoro. Inoltre, a meno che non si tratti di committenti privati eredi di splendide strutture datate, nell’amministrazione pubblica non è riposta una particolare spesa di energia nella progettazione degli spazi verdi.  Si guarda più alla bellezza architettonica intesa come struttura, ma manca la visione di insieme o proprio il concetto di rendere protagonista un giardino.

    “Ringrazio tantissimo gli Stati Uniti per l’opportunità che mi hanno dato e mi danno di svolgere questo lavoro, ma al contempo ringrazio molto l’Italia per il fatto che crescere lì mi abbia dato un’educazione al gusto. Fino a quando non usciamo dal nostro Paese, noi italiani non ce ne rendiamo conto. È qualcosa di innato, ed è tra le ragioni per cui il mio lavoro è così apprezzato qui negli States. Riconoscono la mia capacità di avere l’occhio per il bello”.

    E quest’occhio Jonathan lo sa anche raccontare: all’attività di landscape designer unisce la passione per la scrittura, pubblicando articoli in cui racconta, ad esempio, di favolosi posti nascosti quali la vigna di Leonardo, in Corso Magenta a Milano, presso la Villa degli Atellani.

    Architetto, artista, scrittore: possiamo accostare tante definizioni a Jonathan.

    Ma crediamo che, più che definire lui, sia più utile dare un nome esatto a ciò che ci ha trasmesso raccontandoci la sua storia: caparbietà e passione.

  • Sidney Opera House, photo by Dianne Brooks
    Fatti e Storie

    Stefano Miceli: la visione di un artista

    Raccontare la storia del Maestro Miceli non è facile. Ha calcato così tanti palchi e conosciuto così tanti posti del mondo, che per quanto provi a spiegare  il suo percorso, si ha comunque la sensazione di non poter raccogliere efficacemente tutto. È l’aurea di mistero che circonda una professione, o meglio una vita, che in pochi conoscono: quella del concertista.

    Attenzione però, ad apporre superficialmente questa etichetta; Stefano Miceli è infatti un pianista, un direttore d’orchestra e un insegnante. Come ci spiega, ha “declinato lo studio del pianoforte in uno stile di vita: vivere con dei parametri che sono artistici, musicali, vedere le persone in un certo modo”.

    Nato a Brindisi, attualmente vive a New York, dove svolge con passione e grande generosità il ruolo di direttore del dipartimento musicale della Scuola d’Italia Guglielmo Marconi. A questa attività affianca quella di Visiting Professor in numerose università americane e non solo, e ovviamente i concerti, nella doppia veste di pianista e di direttore d’orchestra.

    Tutto ha inizio con una tastiera, “regalata da Babbo Natale” quando aveva 5 anni; da lì il conservatorio, e poi “la molla”: i concerti iniziati a soli 14 anni, che porteranno, pochi anni dopo, a fargli capire che la musica sarebbe stato “uno stile di vita, un’esigenza di voler andare avanti”.

    Il fatto di appartenere a una selezione di giovani del conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, dove si trasferisce a 17 anni, fu la spinta decisiva: “Lasciare Brindisi è stato come dire non sono pronto per il grande pubblico, ma se sono arrivato fino qui c’è un motivo”.

    A Napoli resterà fino al 2001, studiando piano e composizione. La direzione d’orchestra la studia con Donato Renzetti, all’Accademia Internazionale Pescarese. In totale sono 23 gli anni accademici di studio.

    “Quando studi pianoforte, composizione e direzione d’orchestra significa aver fatto delle scelte mirate a costruire una certa unicità”. Nel suo modo di concepire la musica, lo strumento pianoforte coincide con lo strumento direzione d’orchestra. Quello che cerca di insegnare ai suoi studenti è che “ragionando con la testa da musicista si può declinare musicalmente qualsiasi cosa su qualsiasi strumento, con l’abilità di dare attraverso le risorse che lo strumento può dare. Non bisogna essere pianisti davanti al pianoforte, bisogna esser musicisti alla tastiera”.

    Nel tentativo di approfondire questo concetto di unicità, il Maestro parte da un quesito: “Cosa significa suonare di fronte a un pubblico? Rispettare la volontà di un autore. Quindi essere fedele alle sue intenzioni, e nello stesso tempo farsi riconoscere, ossia affrontare un autore con una propria identità. Nel mondo della musica, da musicisti, laddove si è solisti o si è leader, non si può essere uguali a nessuno. Ognuno deve riscattare tutto ciò che può dare unicità, con la priorità a sé stessi e alla fedeltà alle intenzioni dell’autore”.

    E per fare questo è ovviamente fondamentale arricchire il più possibile la propria personalità dal punto di vista musicale, in modo da poterla tradurre su qualsiasi strumento. “Non a caso i più grandi compositori della storia non hanno scritto per un solo strumento, ma hanno saputo concepire quella personalità musicale, quella creatività, quella struttura, per molteplici strumenti”.

    Per chi non è un musicista non è immediato comprendere questo ragionamento. Ma “fortunatamente, tutto ciò che è stato scritto nella storia della musica non è stato scritto con dettaglio scientifico, che indicasse chiaramente la strada d’esecuzione; il mistero della musica è secondo me proprio il fatto che tutto vada ricercato nell’incertezza, nel rapporto che un musicista riesce a creare negli anni con un compositore”.  

    Tutte le carriere hanno infatti dei compositori di riferimento. E tra i suoi riferimenti il più forte è Franz Liszt, romantico per eccellenza che si è dedicato quasi esclusivamente al pianoforte. Per Miceli costituisce quasi una sintesi tra quello che vorrebbe un direttore d’orchestra e quello che desidera un pianista. Ci confida infatti che uno dei suoi debutti più emozionanti come pianista è stato quello alla Philharmonie Berlin, nel 2011, proprio perché era stato scelto, tra tanti, per celebrare proprio la figura di Liszt. Anche se, sottolinea, “ogni concerto è lavoro, esperienza e cose nuove; c’è sempre un debutto, anche alla sesta volta che si torna in un teatro; anche per le persone che si incontrano in queste occasioni”.

    Ovviamente in questo discorso ci si riferisce a quella “molla” di cui sopra che per il maestro è sempre stata l’aspetto fondamentale: il rapporto con il pubblico. D’altronde “perché continua ad esistere la musica colta? Per il magnetismo che produce tra le persone, ossia tra chi la produce e chi la ascolta”.

    Con la sua sensibilità è infatti in grado di tracciarne una sorta di profilo: se il pubblico italiano si può definire “aristocratico”, nel senso che è molto critico e non si scompone, il pubblico americano è invece molto più partecipativo. Avendo studiato, suonato, diretto e insegnato in entrambi i Paesi, gli chiediamo di allargare questo parallelismo a più campi. Ci racconta che, terminata l’esperienza alla Catholic University di Washington (per la quale vinse una borsa di studio nel ’97), tornò in Italia un po’ deluso dal punto di vista della formazione accademica, ma sentendosi accresciuto soprattutto da un punto di vista personale.

    “Un valore importante negli USA per uno studente non è tanto la qualità della formazione, quanto il mondo in cui vive accademicamente. Studiare pianoforte qua si può fare all’università. È una scelta esclusiva, che non ha alternative, che ti spinge a puntare al meglio; e poi c’è un respiro di dialogo tra le arti molto più ampio. Qui si fa il CFA- College of Fine Arts, dove studi danza, musica, teatro, spettacolo, cinema”.

    E in Italia? “Il mondo della formazione musicale è sempre rimasto parallelo a quello della scuola classica. I direttori d’orchestra o dirigono opera, o dirigono balletto. Sono due mondi diversi. È una cosa tutta italiana, (New York ne è l’esempio perfetto con il Lincoln Center, dove balletto, opera e sinfonico sono tutti assieme), ma anche in Germania, a Lipsia fanno diversamente. L’Italia è il paese dell’opera, è normale che questo dialogo non ci sia stato, è una dinamica storica”.

    Sarà proprio l’esperienza a Washington a lasciare in Miceli quel bisogno di internazionalizzazione che lo porterà, col suo talento, a calcare i palchi più prestigiosi al mondo: dalla Carnegie Hall di New York alla Gewandhaus di Lipsia, dalla Sydney Opera House all’Orchestra del Teatro alla scala di Milano, dalla Forbidden City Concert Hall di Pechino al Teatro Massimo Bellini di Catania, la Berliner Philharmonie, e molti altri.

    Nel 2015 il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella lo chiama a dirigere l’orchestra della Saigon Opera House in occasione della prima visita di Stato in Vietnam.

    Anche il lavoro di insegnante gli ha regalato esperienze molto forti. Nel 2008 fu infatti invitato a tenere delle lezioni presso l’Orchestra Sinfonica Simón Bolívar, orchestra giovanile nata grazie a El sistema, un sistema di educazione musicale pubblica, fondato nel 1975 da José Antonio Anselmi, direttore d’orchestra che diverrà Ministro della Cultura in Venezuela nel 1983. Colpito dalla professionalità e dal talento di questi bambini, due anni dopo Miceli li portò in Italia: 149 ragazzini che fecero 8 concerti per tutto il Paese. “Quando in un’esperienza come questa hai modo di incontrare dei giovani, e la loro emotività, il loro bisogno di significare qualcosa come persone, e tutto questo diventa l’identità di un’orchestra, riesci a chiudere un cerchio rispetto a ciò che vuole essere un esempio di una carriera, il momento in cui ti chiedi: perché faccio il concertista? Perché mi piace, perché è il mio stile di vita, ma soprattutto perché voglio dare qualcosa”.

    Sicuramente questo è l’intento che sta anche alla base del suo nuovo disco. “La discografia oggi rappresenta qualcosa di diverso nella carriera di un musicista, perché può essere un valore aggiunto, ma non qualcosa di indispensabile”, spiega. “È un prodotto che ho voluto fare per me. È un percorso stilistico su un capitolo preciso della storia del pianoforte, la forma sonata, dalla nascita a quella che oggi siamo più abituati a sentire, più commercializzata, ossia quella di Mozart e Beethoven. Dal punto di vista pianistico non è per niente virtuosistica, però ha un valore culturale, ricorda un momento storico in cui Napoli era la New York o la Berlino odierna”.

    Ovviamente le scelte non sono casuali. “Ho scelto Cimarosa perché ho studiato a Napoli con Carlo Bruno, che insieme al suo maestro Vincenzo Vitale, considerato il caposcuola pianistico in Italia, è quello che ha riscoperto, rieditato e rivisitato in chiave moderna queste sonate, che sono molto sconosciute nel mondo. Partendo dalla mia scuola, dai miei maestri, dall’Italia, voleva essere la chiusura di un cerchio di un filone pianistico, che si sposa con l’idea di portare con questo cd una testimonianza della prima forma sonata”. Un percorso storico, musicale e personale, dunque.

    In conclusione, ci resta una curiosità. Partendo dall’affermazione di Duke Ellington secondo cui “ci sono due tipi di musica: la buona musica e tutto il resto”, glielo chiediamo: è d’accordo? “Concordo”, afferma sicuro. “La prospettiva di un musicista è sempre molto critica. Noi parliamo genericamente di musica classica per riferirci alla musica colta. Ma di fatto, ogni musica, di qualsiasi genere, se fatta bene, è colta. Artisti come Michael Jackson, John Lennon, Ray Charles, hanno fatto musica che arriva, con la sua struttura. Mozart è considerato un compositore molto difficile da interpretare, non perché fosse complesso nella struttura, ma anzi, proprio per la sua semplicità. Dove c’è semplicità del messaggio, c’è musica fatta bene”.

    Ed è molto chiaro su cosa intende per musica fatta bene: “Che abbia una struttura completa. Alla base di un musicista non c’è mai l'improvvisazione. Devi conoscere una struttura per cambiarla”.

    Quindi Miceli, pur proveniente dalla musica colta, non ha alcuno snobismo per altri generi musicali. “Per determinismo storico sono convinto che un domani ci saranno dei musicisti di nuova generazione, che io magari non conosco, che avranno la stessa arte comunicativa”.

    E con questa chiosa ci salutiamo, lasciandoci con la sensazione di essere stati per un giorno suoi allievi.

     

  • Fatti e Storie

    Appunti da una conferenza stampa

    Il sottosegretario allo Sviluppo Economico Michele Geraci fa il punto con la stampa italiana sulla sua missione americana. Sei giorni tra Boston, New York e Washington DC,  con un programma di incontri molto intenso con investitori finanziari, ma anche think thank all’interno di università quali la NYU e il MIT.

    A Washington, in particolare, l’incontro è stato con i rappresentanti del Governo americano, per chiarire soprattutto la posizione dell’Italia rispetto all’Europa, su cui Geraci tiene a dire: “Non abbiamo intenzione di uscire dall’Unione Europea, ed è necessario che lo sentano dire chiaramente da noi”.

    In risposta ad una  domanda della stampa  affronta un argomento molto importante legato all’export, che rappresenta il 30% dell’economia del Paese. Si tratta del lavoro che il governo ha intenzione di fare a proposito dei prodotti IGT e DOC.

    Su questo esiste un accordo col Canada, che traccia una linea d’esempio, dal momento che è il primo Paese anglosassone che riconosce le denominazioni di origine.  Purtroppo sul terreno americano l’approccio, ammette Geraci,  è più complesso: “le uniche due leve sono il trademark (marchio registrato) e il marketing, e non mi sembra ci sia per ora la possibilità di cambiare questo assetto”.

    Un altro punto che a detta del sottosegretario è caro al Governo è lo sviluppo tecnologico. “L’Italia è indietro sulla tecnologia, ma questa può essere un’opportunità. Vorremmo ad esempio introdurre l’utilizzo del blockchain, che aiuterà la riconoscibilità della provenienza di un prodotto. Ci permetterebbe di abbassare i costi di esportazione e garantire la tracciabilità”.

    Alla domanda precisa su come stiano andando le vendite dei Btp e in generale la ricerca di investitori, Geraci risponde: “L’Italia è l’unico paese che ha un surplus primario, ossia spende meno di quanto incassi con le tasse. Ha la gestione più virtuosa al mondo delle finanze pubbliche. È un aspetto importante da far capire agli investitori, e su questo stiamo lavorando. Ci siamo resi conto di avere un problema di comunicazione. Tutte le previsioni catastrofiche che si rimbalzano in internet sono, per l’appunto, solo previsioni, basate sull’eventualità di sforare il deficit e essere dunque multati. Il tetto massimo, e sottolineo massimo, del rapporto deficit/PIL, che noi abbiamo fissato a 2,4%, è una cosa che possiamo gestire molto bene dal momento che sapremo il valore del PIL 2019 per tempo, per poter poi assumere l’impegno di spesa per lo stesso anno”. All’obiezione mossa al riguardo del fatto che la spesa pubblica non sia così elastica, il sottosegretario risponde che questo governo ha due leve di elasticità: i tempi e l’intensità delle riforme.

    A questo proposito approfondisce anche uno dei temi caldi, ossia il reddito di cittadinanza, sul quale informa che sono ancora al vaglio diversi aspetti. Dal momento da cui farlo partire, all’entità del fondo da destinarvi, finanche alla definizione esatta dei soggetti beneficiari. Un punto sembra essere chiaro: “Chi non ha income (ossia introiti) ma ha asset (esempio, casa di proprietà) non ne beneficerà”.

    Geraci lo definisce “un investimento in intangible assets, ossia quei tipi di investimenti che hanno più rischio e più ritorno. Il rischio del reddito di cittadinanza è che i soldi dati dallo Stato al cittadino vengano conservati in banca e non spesi”.

    Quando gli viene fatto notare che ci sono altri rischi, come quello ideologico riguardante la circostanza che il cittadino non lavori, nonché il rischio pratico dell’aumento del lavoro in nero, chiarisce che “chi prenderà il reddito di cittadinanza dovrà lavorare, studiare, fare stage nelle aziende. Chi rifiuterà la seconda offerta di lavoro, perderà il beneficio. Oltretutto, non verrà fornito in cash, e non sarà cumulativo.

    Sarà un buono spesa che potrà essere utilizzato solo per il range di beni da noi indicati, quali cibo, affitto e spese di reinserimento al lavoro, e se non speso, passato un certo tempo (3-4 mesi), si azzera. Nel momento in cui questo investimento verrà speso, aumenterà i consumi, facendo scendere il rapporto debito/PIL. Sono inoltre previsti sgravi fiscali per le aziende che assumeranno i beneficiari del reddito di cittadinanza”.

    L’idea di fondo è farne uno strumento temporaneo, di passaggio all’inserimento al lavoro. Per favorire questo processo, è nell’intento del Governo la digitalizzazione degli uffici di collocamento in modo da fornire il match immediato tra domanda e offerta. “Il problema più grande in Italia è che i giovani restano disoccupati per molto tempo. Una volta conseguita la laurea, possono restare inattivi anche per anni. Il che li rende meno appetibili sul mercato, ovviamente”. Il tentativo è quello di riuscire a inserire i giovani nel settore lavorativo che gli compete e che, soprattutto, auspicano.

    Quello che è chiaro alla fine della conferenza stampa è che il reddito di cittadinanza non ha in realtà ancora un corpo preciso; ci sono numerose variabili che il governo deve ancora vagliare e risolvere, e al momento non c’è alcuna certezza circa le tempistiche.

  • Arte e Cultura

    I giovani dell'Accademia Teatro alla Scala si esibiscono a New York

    Una volta preso posto nella platea del Peter Norton Symphony Space, osservando i leggii posti in fila sul palcoscenico, era difficile non rimanere incantati di fronte all’effetto neon dato agli spartiti dalle luci blu; un aspetto che ha reso l’atmosfera dell’attesa quasi fiabesca.
     
    Quando i musicisti sono entrati, nonostante i loro abiti da sera e i papillon, non si poteva non notare la loro giovane età. Ma la leggera tensione che traspariva dai loro occhi è scomparsa non appena hanno preso in mano gli strumenti.

    Composta da più di settanta musicisti, tutti under30 e provenienti da tre diversi continenti, dopo essersi esibita al Clarice Smith Performing Arts Center dell'Università del Maryland e all'Auditorium Richardson dell'Università di Princeton nei due giorni precedenti, l’Orchestra dell'Accademia Teatro alla Scala approda a New York, concludendo un tour condotto sotto la direzione del Maestro Iván Fischer, uno dei più autorevoli e acclamati direttori d’orchestra del mondo.  Fondatore della Budapest Festival Orchestra, ha diretto la Berliner Philharmoniker e la Royal Concertgebouw Orchestra di Amsterdam, e da sempre conserva uno stretto rapporto con gli Stati Uniti: ha condotto a lungo la National Symphony Orchestra di Washington DC, ed è stato ospite frequente di importanti orchestre quali la New York Philharmonic e la Cleveland Orchestra.
     
    Con il patrocinio dell'Ambasciata d'Italia e dell'Istituto Italiano di Cultura di Washington, promosso da Milano per la Scala e UBI Banca, in collaborazione con l'American Society of Friends del Teatro alla Scala, il concerto era ovviamente aperto a tutti, ma un occhio di riguardo era rivolto ai giovani studenti americani di arti performative, in modo tale da promuovere uno scambio basato sull’amore per la musica e la cultura tra gli artisti di domani.

    Così, alla presenza di colleghi e di personalità come il console generale italiano Francesco Genuardi, l’Orchestra dell’Accademia alla Scala ha suonato il programma scelto dal Maestro Fischer con l’intento di celebrare la cultura italiana e europea nell’America settentrionale: l’ouverture del La gazza ladra di Rossini, del quale quest’anno ricorre l’anniversario dei 150 anni dalla scomparsa, la Sinfonia n. 4 in la maggiore (detta Italiana) op. 90 di Mendelssohn-Bartholdy, e la Sinfonia n. 5 in mi minore op. 64 di Čaikovskij.

    Vedere la passione di questa nuova generazione di artisti, notare il segno sul collo dei violinisti, gli sguardi d’intesa, incoraggiamento, complicità tra loro, fa comprendere ancora meglio, semmai ce ne fosse bisogno, quanta vocazione sia necessaria per portare avanti un percorso così lungo e senza mai una vera fine nella formazione.

    È stata un’ottima occasione per questi giovani di misurarsi con un pubblico esigente come quello newyorkese, e al contempo incontrare colleghi d’oltreoceano, in un meeting dal respiro più che mai internazionale, dove imparare e insegnare insieme, e soprattutto confrontarsi.

    Un’opportunità auspicabile in ogni campo.

     

     

  • Gourmet

    Tipicità Festival Arriva a New York

    I ritardatari sono rimasti fuori per strada, ma hanno comunque potuto gustare le prelibatezze preparate ad hoc per l'occasione. Numerosi erano infatti i presenti al Lucciola-Ristorante Italiano per il Cooking Talk Show “Vivere all’italiana – Taste Marche Experience”. E' stato un vero e proprio successo di pubblico.

    Al timone della serata nomi d’eccezione: Marco Ardemagni, conduttore televisivo e radiofonico, autore di Caterpillar per Rai Radio2, e Michele Casadei Massari, fondatore del Piccolo Cafe ed Executive Chef del ristorante ospite.

    L’evento era inserito all’interno del Festival Tipicità: nato nel 1993 ad opera di istituzioni pubbliche e operatori privati, è diventato la vetrina delle eccellenze marchigiane, legando agricoltura, turismo, cultura ed esclusività del territorio in una grande festa del buongusto. L’intento è quello di promuovere le identità regionali che rappresentano il vivere italiano in giro per il mondo, in maniera aperta al confronto, e nel tempo è divenuto un laboratorio di promozione e un hub di marketing territoriale. E quest’anno, insieme alla Camera di Commercio e al Comune di Fermo (antica colonia romana, poi signora di castelli e città di studi, oggi capoluogo di importanti distretti produttivi), hanno portato per la prima volta a New York la Marche Experience.

    E quale migliore location di Lucciola, locale aperto da poco più di un anno che unisce la passione per il buon cibo a quella per il cinema: il locale si ispira infatti al film “Festa di laurea” di Pupi Avati.

    Non poteva esserci posto più adatto per far incontrare eccellenze non solo mangerecce: mentre Chef Massari preparava per gli ospiti specialità marchigiane contaminate dal tocco dei prodotti locali statunitensi (menzione speciale per il maccheroncino fumè col salted pork), Ardemagni intervistava e raccontava le storie dei tanti produttori accorsi per l’occasione, come l'azienda vitivinicola Poderi dei Colli, sponsor della serata insieme al pastificio Spinosi, Atalia per il cioccolato e Paoletti per le bibite.

    Accanto alle aziende specializzate nella produzione enogastronomica abbiamo potuto conoscere i fondatori di diverse realtà imprenditoriali legate alla pelletteria, alla gioielleria e al cartone; mondi che si sono uniti anche nell’allestimento del locale per la serata (nelle foto si possono notare le forniture per ristorante donate dalo scatolificio Di Battista, le calzature Paul Silence e capi d'abbigliamento del marchio Lardini).

    Per concludere, l'Executive Chef Michele Massari e il Pastry Chef Marco Massi hanno appositamente creato per la serata una rivisitazione della Napoleon Cake, realizzata con una cialdina fragrante texture cono gelato, farcita con crema inglese alla vaniglia montata con tecnologia iSi e amarene Fabbri, chiuso con spolverata di zucchero roccia nero.

    Una buonanotte che fa lasciare il ristorante con l’augurio di rivedersi presto. 

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    Lucciola

     621 Amsterdam Ave, New York, NY 10024

  • Vincenzo Boccia, Presidente di Confindustria, e Letizia Airos, Editor in Chief I-Italy
    Fatti e Storie

    Una nuova narrativa per l'industria italiana

    “Molti diventano personaggi perché non sanno essere persone”: inizia così Letizia Airos, citando Gesualdo Bufalino.

     

    La Editor in Chief di I-Italy ci fa immediatamente comprendere il focus della sua introduzione, e più in generale dell’intera conversazione, guidata dalla parola chiave “racconto”: “Vincenzo Boccia è una persona, in un momento, come quello che stiamo vivendo, pieno di personaggi; e se lo è, molto dipende dalla storia di suo padre, e dalla regione in cui ha vissuto, la Campania”.

     

    Il Presidente di Confindustria è infatti il figlio di Orazio Boccia, un uomo che impersonifica perfettamente il self-made man: orfano a soli undici anni è rinchiuso in un terribile orfanotrofio salernitano chiamato ‘il Serraglio’. Dopo aver vissuto da “scugnizzo” nei vicoli cittadini ed aver combattuto la fame, è stato uno dei pionieri dell’imprenditoria italiana delle arti grafiche nel secondo dopoguerra. La sua caparbietà e il suo intuito l’hanno portato a mettere in piedi l’attuale “Arti Grafiche Boccia”, di cui Vincenzo Boccia è AD.

     

    Con i suoi 160 dipendenti e un fatturato di oltre 40 milioni di euro l’anno, questa azienda di famiglia operante da più di 50 anni è stata definita dall’ex Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano “l’immagine di un Mezzogiorno capace di far emergere e valorizzare le sue migliori energie, concorrendo con il proprio fattivo apporto allo sviluppo dell’Italia intera”.

     

    Vincenzo Boccia ha dunque vissuto la sua giovinezza nei capannoni della tipografia del padre, respirando l’aria delle rotative, incontrando i collaboratori e gli intellettuali che gravitavano attorno all’azienda di cui diverrà direttore nel 1993.

     

    “Nelle parole di Letizia la mia memoria è andata a un pezzo della mia storia”, esordisce Boccia prendendo parola; “ognuno di noi è i libri che ha letto, le persone che ha visto, i maestri di vita e di scuola che ha incontrato, le persone che ha amato”, prosegue, “e ricordo quando la domenica mattina mio padre andava a raccontare di quella piccola fabbrica che all’epoca avevamo, descrivendo i suoi sogni, gli investimenti realizzati, e soprattutto ricordo che io e mio fratello giravamo con la bici intorno a quello stabilimento; finché a un certo punto, come per magia, ci siamo ritrovati dentro”.

     

    Il Presidente di Confindustria spiega al pubblico della Casa Italiana Zerilli Marimò, costituito anche da molti giovani, come all’epoca la tipografia fosse un settore molto romantico.

     

    Si sofferma sul punto per cui, essendo priva della tecnologia odierna, la forma lavorativa prevedesse che i clienti  visitassero l’azienda: ”il mondo ti entrava in casa”. Boccia ricorda come da adolescente, seduto dall’altro lato della scrivania, osservasse scrittori, poeti e politici prendere un caffè col padre Orazio e raccontarsi, e rimarca di dovere molto a questo mondo.

     

    E l’esperienza che il Presidente ha fatto sul campo, fin da giovanissimo, è più che mai evidente nella chiarezza con cui riesce a spiegare, durante l’incontro-lezione, temi difficili con parole semplici, capaci di essere chiarificatrici anche per chi, come chi scrive, non è esattamente avvezzo alla materia economica.

     

    Nel parlare della rivoluzione industriale, che dice  attualmente in atto nelle aziende italiane, guidata ovviamente dalla capacità di stare al passo con l’innovazione tecnologica, il Presidente si sofferma su un dato importante: l’Italia è uno dei pochi paesi al mondo ad avere una percezione degli italiani stessi molto peggiore di quella che invece ha il resto del mondo.

     

    È un dato rilevante soprattutto se collegato al fatto che l’Italia è la seconda potenza industriale d’Europa dopo la Germania, nonostante il pesante deficit di competitività che ha rispetto a quest’ultima (tassazione, spread, infrastrutture).

     

    L’obiettivo, per Boccia, è quello di passare dalla percezione alla realtà.

    Chiarisce che in questo passaggio l’intento di Confindustria è quello di evolversi nel suo ruolo di corpo intermedio dello Stato; spiega che dietro il pensiero economico di Confindustria c’è un’idea di società, intesa come inclusiva, aperta, con le persone al centro delle società e le imprese al centro dell’economia, che c’è un’idea di un Paese che non deve essere considerato periferia d’Europa, ma centrale, vista la sua posizione tra Europa e Mediterraneo.

     

    Il Presidente sviluppa il suo discorso raccontando come Confindustria stia dunque cercando di definire una visione degli imprenditori italiani che non si chiedono più, e solo, come sarà la propria impresa tra qualche anno, ma come sarà il proprio Paese; del fatto che voglia essere rappresentante di interessi e non solo più difensore (come da ruolo storico di “sindacato”), nel senso di essere un ponte tra gli interessi delle imprese e quelli del Paese, in una visione europea, di cui il Presidente ricorda i 3 fondamentali: pace, protezione e prosperità.

     

    Alla fine del suo intervento Vincenzo Boccia definisce a chiare lettere l’obiettivo della Confindustria diretta da lui: diventare un attore sociale nella sfida tutta italiana di puntare alla crescita, delle imprese e della politica economica, come fine per raggiungere l’appianamento delle diseguaglianze sociali. E ricordando la annosa questione tra Governi e corpi intermedi, conclude citando Goethe: ”l’importante non è andare d’accordo, ma andare nella stessa direzione”.

     

    Dopo gli svariati input forniti dal discorso del Presidente di Confindustria, sorge spontanea la domanda: l’Italia, quindi, che futuro ha?

    Boccia non ha dubbi: l’obiettivo è riportare al centro del discorso economico l’occupazione, soprattutto quella giovanile, creare posti piuttosto che sussidi. E per fare questo la politica economica deve produrre le condizioni di base che favoriscano il cambiamento, che è inevitabilmente dato dall’innovazione, nelle industrie come nella vita.

    Secondo il Presidente, se il cambiamento non è frutto di qualcosa di veramente nuovo allora non raggiungeremo mai un risultato rivoluzionario, ma ci limiteremo a realizzare un prodotto ben fatto, senza aver fatto la differenza.

     

    La linea di Confindustria è chiara; la speranza è che si possa trovare un cammino comune con il Governo.

     

     

     

     

  • Arte e Cultura

    “Being Leonardo da Vinci”: intervista a Massimiliano Finazzer Flory

    Prima a teatro, poi il cortometraggio, adesso la versione filmica; ci dica: com’è nato il progetto?

    È nato per la passione di culture diverse. Leonardo è l’architetto che unisce passioni, pensieri e parole, e quindi ho voluto partecipare a questa costruzione…insieme a Leonardo!

    Lo spettacolo nasce all’interno di una mia ricerca iniziata negli anni ‘90 a Roma, al Teatro Eliseo, dove mettevo insieme i migliori filosofi e i migliori scienziati per domandarci cosa significasse conoscenza, e ho scelto come logo l’uomo di Vitruvio; è una ricerca che ancora mi inquieta, mi accompagna, e che ha trovato ad oggi sulla strada centinaia di repliche dello spettacolo e un progetto composto da due azioni: un cortometraggio, di 23 minuti, per i festival e per i sistemi educativi, come musei, università, college, workshop, e il film, che uscirà in primavera, di 75 minuti circa, previsto per le sale cinematografiche e successivamente per la televisione.

     

    Ma come dicevamo, tutto è partito dal teatro...

    Si, è un cinema che viene dal teatro, e questo è un ulteriore valore, perché unire l’interpretazione teatrale con il 4K (standard per la risoluzione della televisione e del cinema digitale, nda), utilizzare una drammaturgia di pensiero, coniugare un drone e portarlo dentro una cascata con le parole di Leonardo, questo mix, è la forza del film. Abbiamo mescolato gli strumenti tecnologici del cinema digitale più avanzato con un background fortemente di teatro europeo novecentesco.

     

    Come procede la realizzazione del film?

    Siamo a 60 minuti di girato e stiamo per completare; una parte verrà girata qui a New York per 2 giorni, dove andremo a prendere scorci naturalistici di Central Park, entreremo nella storica libreria Rizzoli, dopodiché ci concentreremo sui ponti e i percorsi di acqua, che sono temi che a Leonardo sarebbero piaciuti, come il concetto di verticalità. Leonardo di New York si sarebbe sicuramente innamorato di una cosa: the stone, la pietra. Perché senza la pietra, senza la sua riflessione sulla geologia, la città non sarebbe cresciuta.

    Una volta tornati in Italia finiremo di girare due parti, a Firenze e Urbino.

     

    Quali sono le altre location?

    Il film ha due peculiarità: la lingua di Leonardo (il film è in lingua originale rinascimentale, nda) e il fatto di aver girato nei luoghi dove è nato, è vissuto, ha lavorato ed è morto. Ecco perché ho fatto il film: perché solo con il cinema possiamo far tornare in vita chi non c’è più. Quindi è stato girato a Vinci, Milano, Amboise, Vigevano, Vaprio d’Adda, Clos Lucé.

     

    Come pensa che Leonardo sia rappresentato nell’immaginario collettivo americano?

    Leonardo in America è il genio, e il genio piace al popolo. Questa è infatti una delle scene finali del film. Leonardo nel film non appare all’uomo di potere, ma in un sotterraneo di un castello deserto, dove di fronte ha il popolo, la gente. A loro fa una profezia: che gli uomini siano uniti dalla comunicazione. Leonardo è il più potente social network che abbiamo, li ha inventati. Perché ha messo insieme due elementi: l’identità dell’arte, l’immagine, di cui noi oggi viviamo, ma insieme ci ha offerto il metodo, perché è stato uomo di scienza. Oggi l’economia ha in mano un metodo, che è quello del digitale. Il digitale è un metodo di comunicare, non è un fine. Leonardo ha messo insieme un metodo della scienza con l’immagine dell’arte. Ecco perché dopo secoli continua ad essere un’icona. Questo è l’aspetto bello, l’aspetto brutto è che viene spesso percepito come un logo di marketing, come un brand, viene semplificato.

     

    Quindi il tentativo è quello di riportarlo in profondità?

    Non vi è dubbio. Leonardo chiede pensiero, chiede studio, chiede formazione. Non è un adesivo che possa essere messo sopra ogni cosa che possa funzionare genialmente, quella è bassa pubblicità. Noi cerchiamo un’altra via.

     

    In questo film infatti gli dà voce con l’intervista impossibile.

    Esatto. Il film parte con due giornalisti che si ritrovano entrambi a scrivere un pezzo per la ricorrenza dei 500 anni dalla morte di Leonardo. È quindi un omaggio anche ai giornalisti, a quel giornalismo che continua a fare domande dirette, che si nutre di curiosità. I due giornalisti sono uno molto giovane, a inizio carriera, tecnologico, che farebbe l’intervista anche a distanza. L’altro invece, a fine carriera, ancora con carta e matita, che chiede di andare a intervistare Leonardo nella sua casa. Entrambi fanno delle domande attraverso una sana ignoranza, ossia quelle senza pregiudizio, che vanno direttamente a volere una risposta.

     

    Quanto è importante il rapporto con New York?

    Leonardo amava l’idea di una città ideale, amava l’idea che la città fosse il risultato di energia e funzionalità.

     

    E cosa intendiamo per città ideale nell’immaginario di Leonardo?

    Una città dove uomini e merci hanno due vite separate, dove gli uomini hanno una qualità di vita e il movimento delle merci, del mercato, è parallelo e non sovrapposto. Ludovico Sforza non gli permise di realizzare questo suo progetto di città a doppio livello (città sotterranea dove si muovessero le merci, città superiore dove si muovessero gli uomini), e forse neanche New York ha realizzato questo ideale. Però c’è una spinta degli uomini a volere questo modello, a cercare di stare assieme con creatività. Questa è la prima dote che Leonardo ci ricorda: tenere insieme, con la creatività, la capacità del sapere con il saper fare, quindi anche una capacità di problem solving, e New York è una città che sicuramente si pone questo problema. Tra i tanti ruoli di Leonardo che metto nel film, pongo per l’appunto prima di tutto quello di eco-designer. È stato il primo nella storia a riflettere sulle forme della città e del vivere umano insieme alla natura, mai contro. Ci chiede infatti di essere inventori e interpreti di natura e di uomini, è la prima battuta di Leonardo nel mio film. Siamo sempre più razionali ma stiamo perdendo l’istinto animale. Seguirlo vorrebbe dire tornare a camminare verso la natura per cercare di ispirarci. Questa è una via che nel film è abbastanza presente: i flashback di Leonardo durante l’intervista nelle scene di interni, ce lo riportano di fronte a una cascata, a un tramonto, a un sentiero, in spazi aperti e naturali.

     

    Procede dunque per immagini dicotomiche?

    Dicotomiche e tricotomiche: il film inizia che Leonardo è alla fine della sua vita in Francia, poi con un flashback lo rivediamo adulto in Lombardia e bambino in Toscana. Nel corto sono due dimensioni, il bambino e l’anziano; nel film abbiamo tre Leonardo: il filosofo Leonardo alla fine della vita, che evoca il Leonardo artista, tecnico, che senza il bambino Leonardo non sarebbe esistito. Dovremmo tornare a giocare coi bambini, giocare come esercizio a capire.

     

    Quali sono i prossimi appuntamenti?

    Parigi, tra il 10 e il 20 novembre e Milano tra il 20 e il 30 Novembre. Dopo, ci piacerebbe cominciare un percorso educational nella rete delle università e dei festival di tutti gli Stati Uniti. Seguendo una via che ci porterà a concludere questo percorso il 18 ottobre 2019, dove il film sarà al centro di un workshop internazionale alla UCLA a Los Angeles. L’obiettivo è il mercato americano.

     
  • Massimiliano Finazzer Flory e Jacopo Rampini
    Arte e Cultura

    "Being Leonardo da Vinci" alla Morgan Library & Museum di New York

    Alla presenza di personalità del mondo dello spettacolo e con la partecipazione del Console italiano Francesco Genuardi, la proiezione è stata l’evento centrale del “Come to Leonardo, Come to Milan”, iniziativa promossa dalla Fondazione Stelline, di cui era presente la Presidente PierCarla Delpiano, in collaborazione con Regione Lombardia e Comune di Milano, rappresentati dall’Assessore alla Cultura Filippo del Corno, unitamente al MIBAC. 

    Nei suoi 23 minuti il cortometraggio riesce ad esprimere pienamente l’anima che sta dietro al lavoro di Flory, ossia quella necessità di approfondire la figura di da Vinci sotto le diverse sfaccettature che la compongono.

    Perché, come Leonardo disse e come Flory riporta alla conclusione della presentazione, “la verità sola fu figliola del tempo”.

    Il corto inizia a New York: un giovane giornalista (Jacopo Rampini), alle prese col suo primo articolo importante, si interroga sull’argomento da affrontare alle porte della sede del The New York Times.

    Subito dopo ci spostiamo a Milano, dove un giornalista affermato del Corriere della Sera si chiede invece quale sarebbe il pezzo ideale per concludere la sua carriera.

    Flory gioca abilmente per tutta la pellicola con questa narrazione per contrasto: negli spazi, innanzitutto, passando da quelli chiusi come la Cripta di San Sepolcro (Milano) alla splendida immagine delle cascate dell’Acquafraggia (Piuro); ma la più evidente è sicuramente quella dei due giornalisti in giacca e cravatta che intervistano un Leonardo giustamente vestito in costume cinquecentesco che si esprime in lingua rinascimentale.

    Questa apparente opposizione invero si coniuga proprio nello scambio curioso e aperto che avviene tra i personaggi, che trattano di filosofia, anatomia, astronomia, architettura, nel tentativo di raccontare la ricerca della conoscenza che ha accompagnato Leonardo per tutta la sua vita e che anima i giornalisti ai giorni nostri, fino a portarli a Clos Lucé per incontrare il Genio.

    E restando sulla linea dell’impossibile, il film mostra anche un Leonardo che tiene in mano il suo unico autografo originale, custodito presso gli Archivi di Stato.

    Come il regista stesso ci ha spiegato, è funzionale l’immagine del Leonardo bambino, nell’intento di suggerire quel ricongiungimento alla innata curiosità intrinseca dello spirito infantile che tutti noi dovremmo ricercare quotidianamente.

    L’attesa adesso è per la primavera del 2019, data prevista per l’uscita del lungometraggio realizzato in collaborazione con RAI Cinema.

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