Articles by: Edvige Giunta

  • Arte e Cultura

    “No Name”: La cantante siciliana Francesca Incudine rievoca l’incendio della fabbrica del Triangle

    IN ENGLISH >>

    Ho sentito per la prima volta la canzone di Francesca Incudine circa un anno fa mentre facevo ricerche sulle rappresentazioni letterarie ed artistiche dell'incendio della fabbrica del Triangle per un corso che insegno su quell'argomento alla New Jersey City University e per il libro completato recentemente insieme a Mary Anne Trasciatti, un’antologia di saggi intimi e politici sull’incendio della fabbrica del Triangle, Talking to the Girls. Nel mio corso, spingo gli studenti a cercare connessioni personali con l'incendio del 1911. Io e Mary Anne abbiamo chiesto ai diciannove autori che hanno scritto saggi per il libro di raccontarci le loro storie collegate all'incendio. Abbiamo chiesto loro di intrecciare l'intimo e il politico e di esplorare cosa ha generato e sostenuto il loro interesse per l’incendio, gli eventi che lo hanno preceduto—soprattutto il grande sciopero del 1909 delle 20.000 operaie delle fabbriche di camicette—e che lo hanno seguito—i tanti cambiamenti legali e sociali che hanno riconosciuto la sicurezza nel posto di lavoro come un diritto umano. La prima volta che ho ascoltato la canzone di Francesca, ho sentito la presenza di un coinvolgimento personale nel testo lirico ed inquietante della canzone, nella voce che in maniera viscerale intreccia la poesia spezzata del siciliano e dell'italiano, nelle parole che si incontrano e si mescolano—un ibrido linguistico così familiare per me. Ho sentito la forza evocativa del video musicale con immagini dell'incendio che appaiono come una tela su cui la cantante, che indossa una camicetta bianca, si sovrappone. Ho sentito il bisogno di conoscere Francesca Incudine, un'altra siciliana che ha a sua volta sentito la necessità di cantare per le donne della fabbrica del Triangle.

     

    Come hai saputo della storia dell'incendio della Triangle Waist Company e come e quando hai avuto l'idea di scrivere una canzone sull’incendio? 

    Francesca Incudine. Io sono stata sempre attratta dall'idea di raccontare storie. Sono una cantautrice, quindi oltre a cantare devo raccontare. Mi piace molto fare passeggiate ed entrare in libreria e perdermi tra i libri. Il libro di Ester [Rizzo Licata] era uscito da poco e si trovava su una colonnina di passaggio. Quel libro mi ha chiamato. Sapevo un po’ della vicenda, in realtà molto confusa, con la data attribuita all’8 marzo, la giornata mondiale della donna, mentre in realtà l'incendio è successo il 25 marzo. Ho preso questo libro. Mi è piaciuta subito la copertina. L'ho letto tutto d'un fiato, la stessa notte. E dopo ho cominciato a sognare tutte queste donne. Ho provato ad immaginare le loro voci. Per una settimana intera questi volti senza nomi, queste storie, mi chiamavano. Avevano bisogno di essere raccontate. Per cui dopo una settimana di suggestioni, di pensare ai loro trascorsi, ai loro sogni volati in cenere, è nata questa canzone--che si ispira al lavoro di Ester. Appena ho scritto la canzone ho sentito l'esigenza di mettermi in connessione con questa donna che aveva fatto questo lavoro su altre donne perché volevo  sentirmi parte di questa sorellanza di nomi e di memorie che Ester sta portando avanti da tanto tempo. E’ stato un connubio perfetto tra realtà, musica, e racconto. Io sono molto grata per questi incontri che non credo siano casuali—come il nostro. Queste donne avevano l'esigenza di essere cantate. Io mi sono messa al loro servizio per dare loro voce attraverso questo brano.

    La tua canzone ha un qualcosa di sacrale. Puoi parlare del processo di scrittura di questa canzone?

    A me piace molto legare la parola al suono e all'immagine. In questo senso io mi sento, lo dico spesso, un po baudelairiana, con questi suoni che si fanno immagini e si fanno poesia. Ho cercato di mettere insieme le immagini che sono contenute nel libro e quei miei sogni ricorrenti durante la settimana dopo la lettura, e ho cercato di ricavare un testo che parlasse per immagini. E’ nato prima il testo. Dopodiché è nata la musica insieme ai miei collaboratori, i miei musicisti. Anche in quel caso il suono si doveva fare parola. Per cui nel brano tu senti un sound che ricorda questo sferruzzare, queste macchine da cucire, questo caos, questi suoni ferrosi, di contrasto alla poeticità del testo, soprattutto quando cambio dall'italiano al siciliano—perché è chiaro che sono stata colpita dalla storia di queste donne siciliane. Molte di loro lo erano—una in particolare, Giuseppina Cammarata, era della provincia di Enna, la città da cui provengo. L'idea di andare a ricercare in immagini e in suono una mia conterranea, una mia mia vicina di casa, mi ha scossa. Ho cercato di trasferire tutto questo nella composizione, nella parola, e nella musica. E’ nato poi il testo che è stato limato, rivisto, e ovviamente la materia grezza e diventato l'abito che hai ascoltato.

    Puoi parlare dell'uso del siciliano nelle tue canzoni e della mescolanza di siciliano e italiano? 

    Io da quando ho iniziato a cantare ho sentito l'esigenza di farlo nella mia lingua madre, anche se col tempo ho aggiunto l'italiano per dare chiavi di lettura [per quel pubblico che non conosce il siciliano], senza però snaturarsi perché il siciliano è una lingua così musicale con tante parole intraducibili, come del resto è vero per altri dialetti e lingue. Io dico sempre che è importante che nella lingua in cui si canta, qualunque essa sia, ci sia un messaggio di verità. E’ importante per l'artista esprimersi nella lingua in cui si riconosce. Ed è importante che chi ascolta sia pronto a superare il pregiudizio, la paura di ciò che non conosce.

    Ho sentito fortemente l'esigenza di fare parlare quelle donne in siciliano, soprattutto in quei momenti di racconto, e di partenza dalla loro terra. Infatti il passaggio dall'italiano al siciliano nella canzone è proprio in quel momento del flashback, del ricordo della traversata. Mi sembrava un giusto omaggio a questa terra che per loro era tanto amara e tanto bella e che hanno dovuto lasciare per rincorrere un sogno che è andato perso in cenere. 

    Perché hai scelto il titolo “No Name”? 

    La cosa che più mi aveva colpito era proprio questa, [l'immagine di] questi corpi con questi orli di gonne, queste scarpe senza tacco, questi volti senza un nome. Il nome identifica. Abbiamo bisogno di essere chiamati per nome per sentirci riconosciuti. Ho sentito il dovere di riconoscere queste donne assenti dalla storia per dar loro memoria e persino, attraverso la musica, dignità. Non erano solo donne che lavoravano in fabbrica: erano Giuseppina, Maria, avevano la loro storia, i loro sogni, avevano una madre, un padre, un fidanzato. Il nome racchiude una storia.

    Il testo di “No Name” è molto preciso storicamente. Per esempio, tu usi il nome originale della fabbrica, Triangle Waist Company, invece del nome che è comunemente usato, Triangle Shirtwaist Factory; dai il nome della palazzina, Asch; menzioni il famigerato nono piano, che tra i tre piani della fabbrica era quello in cui c’è stato il maggior numero di vittime; canti delle le porte sbarrate. Perché è stato così importante per te stare attenta ai dettagli storici?

    Credo fosse necessario contestualizzare e parlare di dati storici come fa un cronista. Mi sono messa nei panni non solo di una cantautrice ma di un cronista perché la cronaca ha quel taglio lucido, a volte pietrificante che ti mette in una posizione di ascolto. “In 146 bruciammo a marzo.” Ti raggela e ti riporta dalla poesia alla realtà in un attimo. E’ importante dire che queste cose sono successe in un tempo, in un luogo, soprattutto quando la musica raggiunge le nuove generazioni. Ci sono un sacco di ragazze e ragazzi che ascoltano la mia musica e che si sono innamorati di “No Name.” Attraverso “No Name” hanno conosciuto questa storia. Era importante che la storia fosse precisa—e in questo ovviamente mi ha aiutato il lavoro certosino di Ester. Io poi ho ampliato il mio bagaglio. Sono andata a cercare le immagini, immagini che ho ricomposto in maniera frammentata nel video, dove immagini [d’archivio] si sovrappongono a me, il passato si sovrappone al presente, e si sovrappone anche al futuro--per evitare che determinate cose succedano di nuovo.

    Il video è straordinario, molto evocativo, con quell’immagine di te che indossi la camicetta bianca, il mare che ha tanti strati di significato. Che ruolo hai avuto nella scelta delle immagini del video?

    L'idea è stata pensata insieme al videomaker Emanuele Torre, che ha condiviso a pieno quest’idea della stratificazione dell'immagine, cosicché anch'io divento racconto, e ha anche condiviso l'idea del potere evocativo del mare. Io che vengo da un paese dove il mare non esiste, il mare lo evoco sempre nelle mie canzoni. Sento questa esigenza di vastità, di far navigare i pensieri. Credo che nel video l‘immagine del mare sia fondamentale perché è stato il mezzo che ha portato con sé questa storia che continua a parlarci oggi.

    Si parla spesso del fatto che l'incendio sia successo di sabato, un fatto importante perché tante delle operaie erano ebree e lavoravano sebbene fosse il sacro Sabbath. Ma non si parla tanto, o affatto, del fatto che era la giortnata dell’Annunciazione. Perché hai voluto inserire questo dettaglio nella tua canzone?

    Sono contenta che hai notato questo dettaglio. L'Annunciazione è un dettaglio significativo che ho voluto aggiungere alla data del 25 marzo. Ovviamente l'Annunciazione ha un suo significato religioso. Ma è anche un presagio, in questo caso non di vita ma di morte. Quindi [creare] il contrasto tra la vita che viene annunciata e la morte che da lì a poco le ragazze avrebbero trovato è stata una scelta consapevole. 

    Negli anni Settanta, una canzone del Movimento Femminista Romano, “8 marzo,” parlava di operaie morte in una fabbrica. Si sapeva che la canzone parlava di un incendio di una fabbrica newyorkese, ma non si sapevano i dettagli, e che tante delle operaie morte nell'incendio erano italiane, soprattutto siciliane. Con la tua canzone tu hai creato tutti questi collegamenti ma anche colmato vuoti storici. Credi che la storia dell'incendio che esiste da decenni nella coscienza femminista italiana, anche se in maniera vaga, adesso in Italia si conosca meglio grazie alla tua canzone, il musical di Marco Savatteri, il libro di Ester Rizzo e la bellissima iniziativa di Toponomastica Femminile? O pensi che sia tutt'ora una storia poco conosciuta o non-riconosciuta come un capitolo chiave della storia dell'emigrazione italiana?

    Io credo che la sovrapposizione esista ancora, che ci sia ancora questo falso storico di cui tu parli e soprattutto esiste il falso culturale della festa delle donne—si chiama festa delle donne ma c'è poco da festeggiare. C'è tanto da ricordare. C’è ancora uno sfasamento culturale. Siamo noi stesse donne che stiamo parlando di noi stesse e dobbiamo riappropriarci di alcuni tasselli che ci mancano. Per me è stato fondamentale chiarire, mettere ordine nella storia, nella mia arte, nella mia storia, nella mia maniera di comunicare. Dobbiamo recuperare una cosapevlezza storica e culturale per poter comunicare e tramandare. La musica non può essere solo fine a se stessa. Almeno come la vivo io, a 360 gradi. Ci deve essere uno stretto legame tra ciò che vivo, ciò che canto e ciò in cui credo.

    Hai in programma altre canzoni che affrontino storie dimenticate, come quella della fabbrica del Triangle?

    Sto lavorando a un progetto che si chiama Voci fuori dal muro e raccoglie una serie di canzoni legate tra di loro dal simbolo del muro che si erge a barriera ma si fa trasparente. La seconda canzone, che uscirà ad aprile, racconta la storia di Sabeen Mahmud, un’attivista Pakistana che è stata uccisa a colpi di pistola perché difendeva i diritti umani. Ho conosciuto questa storia grazie alla console italiana che mi ha invitato in Pakistan. Anche questa canzone è venuta sotto forma di sogno, dopo che ho letto un suo libro e testimonianze, e dopo che ho visto dei video. 

    Iettavuci è una specie di manifesto della tua arte. “No Name” è una forma di “iettari vuci”?

    Esatto. Iettavuci è stato il primo lavoro. Tutti miei lavori successivi sono accomunati da quell’esigenza, che allora era un'esigenza personale, di esprimersi, di farsi sentire, ma anche dare voce a chi voce non ha più, o la voce ce l'ha spezzata, ce l'ha debole, o ha paura di dire quello che pensa--e [bisogna] trovare chi ascolta. Abbiamo bisogno di dialogo, di confronto. Senza dialogo e senza confronti siamo, come diceva Bufalino, delle isole nelle isole che non si incontreranno mai con nessuno.

     

     

  • Art & Culture

    “No Name”: Sicilian Singer Francesca Incudine Evokes the Memory of the Triangle Fire

    IN ITALIANO >>

    I first came across Francesca Incudine’s song last year while researching contemporary literary and artistic representations of the Triangle fire for the course on that subject I teach at New Jersey City University and the book I have recently completed with Mary Anne Trasciatti, an anthology of intimate and political essays on the Triangle fire, Talking to the Girls. In my classes, I prod my students to look for visceral connections with the 1911 fire. In the book, Mary Anne and I pushed our nineteen contributors to tell their Triangle stories. We asked them to weave the intimate and the political by exploring what generated and sustained their interest in the fire, what preceded it—especially the Uprising of the 20,000, the famous 1909 strike of shirtwaist workers—and its aftermath—the many important social and legal changes that recognized that safety in the workplace is a human right. When I first listened to Francesca’s song, I felt the pull of the personal in her haunting, historically compelling lyrics, in her voice that beautifully weaves the jarring poetry of Sicilian and Italian, in the words that meet and mingle—a linguistic hybridity so familiar to me. I felt that pull in the song’s evocative video with its multiple images from the fire that serve as a canvas upon which the singer, wearing a shirtwaist, is superimposed. I also felt the pull to learn more about Francesca Incudine, this fellow Sicilian so compelled to sing for the Triangle workers.

    How did you learn about the fire of the Triangle Waist Company and when and how did you come up with the idea of writing a song inspired by the fire?

    I have always felt drawn to the idea of telling stories. I am a songwriter, and so, in addition to singing, I must tell stories. I love to go on long walks and to go inside bookstores to lose myself among the books. Ester’s book [Rizzo Licata] had just come out and was there, on a small stand to the side. The book called me. I knew a little about the story, although in a very confused way, since it was believed that the fire occurred on March 8, International Women’s day, while in reality it happened on March 25. Immediately, I liked the cover. I read the book without stopping that same night. After, I started dreaming of all these women. I tried to imagine their voices. For an entire week, those nameless faces, their stories, called me. They needed to be spoken. And so, after a week of haunting dreams, of thinking about their vicissitudes, about their own dreams reduced to ashes, the song was born—inspired by Ester’s work. As soon as I wrote the song, I felt the need to connect with the woman who had done this work on behalf of other women—I wanted to feel part of this sisterhood of names and memories that Ester has been working on for a long time. That moment became a perfect union of reality, music, and story. I am very grateful for such encounters. I believe they are not accidental—just like ours. These women needed for someone to tell their stories. I offered my services to give them voice through my song.

    There is something sacred in your song. Can you speak of the process of writing it?

    I love to link words, sounds, and images. In this sense I feel, as I say often, a little Baudelairean. Sounds turn into images and poetry. I sought to put together the images from the book with those recurring dreams I had the week after I read the book. I tried to create from that experience a text that would speak through images. The text was born first. After that, the music, in collaboration with my musicians. Even in that case, the sound had to become word. For this reason, in the song you hear a sound that is reminiscent of knitting needles, sewing machines, chaos, industrial sounds, in contrast with the poetic quality of the lyrics, especially when I go from Italian to Sicilian—because I was clearly struck by the fact that this is a story of Sicilian women. Many of them were Sicilian—one in particular, Giuseppina Cammarata, was from the province of Enna, my hometown. The idea of researching, through images and sounds, a fellow countrywoman, my own neighbor, shook me up. I tried to infuse all of this in the composition, in the words, and in the music. Once created, the text was polished, revised, and naturally the raw material took the form of the song that you have heard.

    Can you talk about the use of Sicilian in your songs and the mixing of Sicilian and Italian?

    Since the beginning, I felt the need to sing in my mother language, even as in time I added Italian to provide a frame of reference to clarify the text [for audiences that do not know Sicilian], without forcing [a translation], however, because Sicilian is such a musical language with many words that are untranslatable, as is the case for other dialects and languages. I always say that it’s important that there is always a message of truth in the language in which one chooses to sing, whichever language that may be. For an artist, it’s important to express themselves in the language in which they recognize themselves. And it is important for those who listen to be ready to overcome prejudice, the fear of the unknown.

    I felt so powerfully the need to make those women speak in Sicilian, especially in the storytelling, and in the references to the departure from their land. In fact, the passage from Italian to Sicilian in the song occurs exactly in the moment of the flashback, the memory of the crossing. It seemed right to pay homage to this land that, for these women, was so bitter and so beautiful, a land they had to leave to pursue a dream that vanished in ashes.

    Why the title “No Name”?

    What struck me the most was the image of these bodies, the seams of those skirts, those shoes without heels, those faces without names. Names identify us. We need to hear our names called to feel recognized. I felt the need to recognize these women who had been absent from history, to restore their memory and, through music, even their dignity. They were not just factory workers: they were Giuseppina, Maria. They had their own stories, their dreams, a mother, a father, a fiancé. A name contains a story.

    The text of “No Name” is very precise from a historical point of view. For example, you use the actual name of the factory, Triangle Waist Company, instead of the name typically used, Triangle Shirtwaist Factory; you give the name of the building, Asch; you mention the notorious ninth floor, which, among the three floors of the factory, was the one that had the largest number of victims; you sing of the locked doors. Why has paying attention to historical details been so important for you?

    I believe it was necessary to contextualize and to speak of historical facts as a reporter would. I became songwriter and reporter at once because reporting provides that sharp, at times chilling vision that forces you to listen. “146 of us burned in March.” It stops you in your tracks and takes you from poetry back to reality in one instant. It is important to say that these things happened in a certain period, in a certain place, especially when music reaches the new generations. Many kids listened to my music and fell in love with “No Name.” Through “No Name,” they learned this story. It was important that the story be accurate—and here Ester’s careful work obviously helped. Then, I added my baggage. I went in search of images, then pieced them together in a fragmentary manner in the video, where archival images are juxtaposed to images of me. The past is superimposed over the present and also the future so that things like this [fire] never happen again.

    The video is extraordinary, so evocative, with that image of you wearing a shirtwaist, and the sea that has so many layers of meaning. What role did you have in the choice of the images for the video?

    I came up with the ideas with videomaker Emanuele Torre, who fully agreed that we should stratify the images in such a way that I, too, become story. He also agreed about including the evocative presence of the sea. Although I come from a town where there’s no sea, I always evoke the sea in my songs. I feel this desire for expansiveness, to let my thoughts sail away. I believe that the image of the sea in the video is fundamental because it was the means by which the story came to be and still speaks to us today.

    The fact that fire happened on a Saturday is often discussed because, being Jewish, many of the workers should have been home for the Sabbath. What is rarely if ever discussed is the fact that March 25 is the Day of the Annunciation. Why did you include this detail in your song?

    I am glad you noticed this detail. The Annunciation is a significant detail that I did want to include. Obviously, the Annunciation has its own religious meaning. But it’s also an omen, in this case of death rather than life. The choice to contrast the life that is being announced and the death the girls would soon find was deliberate.

    In the 1970s, a song by the Movimento Femminista Romano. “8 marzo,” spoke of workers who had died in a factory. We knew the song referred to a factory in New York City, but we didn’t know the details, and we didn’t know that many of the workers who died were Italian, primarily Sicilian. Through your song, you created many connections but also filled historical gaps. Do you think that this story that has been for decades part of the Italian feminist consciousness, although in vague details, now it’s better known in Italy thanks to your song, Marco Savatteri’s musical, Ester Rizzo’s book and the beautiful initiative of Toponomastica Femminile? Or do you believe that the story remains little known or is not yet recognized as a key chapter in the history of Italian emigration?

    I believe that the confusion between the two dates still exists, that the historical inaccuracy you refer to persists. What especially persists is the cultural falsehood of a day that celebrates women—it’s a celebration but there is little to celebrate. There’s a lot to remember. There is a cultural disconnect. [Since] It is we, the women, who are speaking about ourselves, we must reclaim those missing pieces. For me, it was essential to clarify, to set the record straight, in the story of the fire, in my art, in my story, in the way I communicate. We must recover a historical and cultural awareness in order to communicate and pass on [the legacy]. Music cannot be an end in itself, at least the way I live it. 360 degrees. There must a be close bond between how I live, what I sing, and what I believe.

    Are you planning to write other songs that deal with forgotten stories such as that of the Triangle fire?

    I am working on a project titled Voices Outside the Wall that includes a series of songs linked through the symbol of a wall that rises as a barrier but also becomes transparent. The second song, which will be out in April, tells the story of Sabeen Mahmud, a Pakistani activist who was shot to death because she fought for human rights. I learned about her thanks to the Italian consul who invited me to Pakistan. This song, too, came as a dream after I read her book as well as testimonials and watched videos.

    Iettavuci is a sort of artistic manifesto. Is “No Name” a kind of “iettari vuci” [literally throw voices, speak out]?

    Exactly. Iettavuci was my first project. The projects that followed had in common a need, which at first was personal, to express, to be heard, but also to give voice to those who have lost it, or whose voice is broken, or to those who are vulnerable or afraid to say what they think—and we must find an audience that will listen. We need dialogue, conversations. Without them, we are, as Bufalino said, islands inside islands that will never meet anyone.

    ----

    Edvige Giunta is the author of Writing with an Accent: Contemporary Italian American Women Authors and coeditor of five anthologies, including The Milk of Almonds: Italian American Women Writers on Food and Culture, Embroidered Stories: Interpreting Women’s Domestic Needlework from the Italian Diaspora, and Personal Effects: Essays on Memoir, Teaching, and Culture in the Work of Louise DeSalvo.

    At New Jersey City University, where she is Professor of English, she has trained scores of students in the art of memoir and created the first course devoted exclusively to the Triangle fire. Her literary nonfiction and poetry appear in many journals and anthologies. She has been profiled in The New York Times and RAI For her work on memoir and Italian American studies. Her book Talking to the Girls: Intimate and Political Essays on the Triangle Fire, coedited with Mary Anne Trasciatti, will be published in 2022 by New Village Press.

     

  • Louise DeSalvo, Edi Giunta
    Facts & Stories

    Remembering Louise

    Louise DeSalvo was extraordinary. Many people have said it and many will say it, people who knew her personally and people who never met her but were forever affected by reading even one of her books. She was not simply a writer. She was a magnificent writer, one whose literary daring and power has not been fully acknowledged yet. Literary giants are often not recognized as such by their contemporaries. She wrote memoir, essay, biography, literary criticism, fiction, poetry, flash nonfiction. She was a superb textual scholar when that branch of academic work was off limits to women. She was a brilliant editor. She understood memoir like nobody else and taught countless students and readers how to write memoir and teach memoir to other students. In turn, these students have been so touched by her work that they write, as so many of mine have done, that they are devastated by her death.
         “So sorry for your loss,” they say. “Our loss,” they add.
         Louise had a passion for ideas, stories, and words that she could translate into books seemingly effortlessly—seemingly, because Louise worked hard at her craft, every day, five days a week, but never more than three hours at your desk because you need time for pasta and biscotti and Ernie and the kids and the grandkids. What a cook she was. I make some of her recipes—baked zucchini with fresh rosemary, pasta with broccoli and pistachios. It’s like trying to emulate my grandmother’s mythical cooking: just not the same. She was a knitter and a weaver. She practiced meditation and yoga and qi gong. Going on walks in her neighborhood was her daily prayer. She was spiritual and irreverent. She was celebrated and private. She saw through people. You had to be your most authentic self, or she would not waste her time with you. She was so extraordinary that my friend Nancy Caronia and I decided to do a book about her. The scholars and writers who wrote for that book consistently echoed our belief and documented the fact that Louise DeSalvo is indeed extraordinary.
         What benevolent goddess looked kindly upon me and decided that not only did I need but also deserve Louise DeSalvo in my life?
         It was early fall, 1995. The phone rang and Josh, not yet my husband, answered. He smiled, surprised, his body straightening as he spoke cordially to the mysterious caller.
         “Let me put her on,” he said, and then mouthed to me with excitement “IT’S LOUISE DESALVO!” as he handed me the phone.
         I was an unknown young scholar, unemployed at the time, and I had written to this author I admired but did not know personally, asking her to contribute to an issue of the journal VIA devoted to Italian American women I was guest editing. I was so elated that she called. She said yes, she would send me an excerpt from her forthcoming memoir, Vertigo.
         And so it began, the most multifaceted and also beautifully uncomplicated friendship of my life, one that has touched every aspect of the person I am and try, in the spirit of what I have learned from Louise, to keep becoming.
         Over the years, I have written often about Louise’s work in books and articles, but she has been so much more than the author I greatly admired and the woman who gave me the gift of writing and teaching memoir.
         We laughed, as I reminded her of that phone call, even the last time I saw her, six days ago. Neither of us could remember exactly how we became friends after that formal first telephone encounter. We only remembered being always the closest of friends—no transition, no slow building of trust, no false starts, no deception, no regrets, no spite, no jealousy, just unconditional acceptance and reciprocal love, respect, curiosity, and support that over the years grew and became essential, life-sustaining.
         For the last twenty-three years, Louise and I have spoken on the phone almost every day, sometimes three or four times a day. There was no obligation dictating those phone calls—only the pure pleasure of being together.
         Every morning, I brush my teeth and shuffle downstairs, still in pajamas, to make coffee. My hand grabs the phone and I dial.
         “How are you, honey?” she says.
         “How are you, bella?” I say.
         In the last few years I learned to ask not “how are you?” but “how are you today?”
         The kids. The husbands. Her grandkids. The houses. The gardens. Trips. Parties. Meals. Always the meals.
         Before hanging up, “So what are you cooking tonight?”
         We talked about food endlessly, even did a book together about food, and while we worked on it sitting at her kitchen table, we devoted as much time to cooking and eating as we did to editing.
         The quotidian we shared in our daily conversation was wrapped up with serious talk of writing, reading, teaching, politics, spirituality, illness, life, and death. It was all woven together, the mundane and the transcendent, a loaf of braided bread—bread, which she loved to make from scratch. We laughed. We cried. We confided in each other with unconditional trust.
         Sometimes when she was struggling with a difficult decision, an issue about which she could not make up her mind, I would say, “Can I offer a suggestion?” I had learned from her to put it that way, a gentle offering rather than the imposition of advice.
         “Sure,” she’d say. And I would proceed to tell her how a good friend of mine had once told me…. She would go quiet and I could almost see her nod. It would take a few minutes for Louise to realize I was offering her back the same precious wisdom she had once given me. And then she’d laugh. And I’d laugh too. And we were content and grateful to share vulnerability and strength in this extraordinarily balanced friendship we were making together.
         Since Louise’s death, sometimes I feel afraid that I will forget what I learned from her, that the memories of the times together will slip away, that the words we shared during the thousands of phone calls will be forever lost to me.
         “Help me out here, Louise,” I want to tell her. “Don’t go yet. I have something to tell you, something more I want to hear from you.”
         She knew that losing her would be very hard. We are all grief stricken. But she told me I would be okay. And I trust I will, we all will, all of us who so loved her, especially her family—dear Ernie, Jason, Justin, Deb, Lynn, Julia and Steven—her magnificent family that has so lovingly embraced me and mine.
         Louise was extraordinary. She helped me become a better writer, editor, teacher, mentor, mother, wife, daughter, sister, friend. She helped me learn how to take care of and love myself better. So much of how I live my daily life has been influenced by her, and yet she made it possible for me never to feel the lesser friend or writer or teacher—or even cook.
         Once—we had been friends only for a couple of years—she told me to cut the self-deprecating crap.
         As a writer and scholar, I feel the loss of all those books Louise still had in her and that she talked about, the two books that she did start and read to me over the phone, all the teaching she will not do and the writers she will not mentor. But what hurts deep in my chest and in the pit of my stomach is the knowledge that I can never again wake up, shuffle sleepily downstairs, dial her number, and hear her voice, her beautiful, beloved, extraordinary voice.

     

    *Edvige Giunta, Department of English, Professor at New Jersey City University.

  • Opinioni

    La possibilità. La realtà di un ponte

    ENGLISH VERSION >>>

    C’è qualcosa di profondamente commovente nell’immagine del signore anziano e della signora accanto a lui, tutti e due lì, all’angolo di Washington Place e Greene Street a Manhattan. Questo luogo è carico di ricordi che scuotono profondamente chiunque conosca i dettagli dell’incendio della fabbrica di camicie del Triangle che il 25marzo 1911 uccise 146 lavoratori, per la maggior parte emigrate italiane ed ebree.

     

    L’incendio, che fu causato dalla mancanza di adeguate misure di sicurezza, scoppiò alle 4 e 40 del pomeriggio di una giornata di sole primaverile, all’ottavo piano, e in pochi minuti si propagò agli altri due piani della fabbrica.

    Molti riuscirono a scappare grazie al coraggioso intervento dei due operatori dell’ascensore, Joseph Zito e Gaspar Mortillalo, i quali andarono su e giù con l’ascensore cercando di salvare quante più operaie possibile.

    Altri riuscirono a sfuggire alle fiamme salendo sul tetto, compresi i proprietari della fabbrica che quel giorno si trovavano lì. Al nono piano nessuno fu avvisato dell’incendio.

    Quando ci se ne rese conto era ormai troppo tardi. Un’uscita era bloccata dalle fiamme. Un’altra dalle porte chiuse a chiave dai proprietari per far sì che le borse delle operaie potessero essere controllate all’ uscita dal lavoro, in caso qualcuna avesse preso di nascosto una camicia o un pezzo di stoffa. Non c’era via di scampo. Una cinquantina di operaie si buttò dalle finestre, schiantandosi sull’asfalto. La folla assistette impotente a questo spettacolo terrificante. In mezz’ora era tutto finito.

    Erano giovani queste donne, queste ragazze. La piu anziana aveva 43 anni. Erano ragazzine, come la quattordicenne Rosaria Maltese, la zia del signore che osservo oggi, lì, in piedi, all’angolo sud est di quella che una volta si chiamava la Palazzina Asch (oggi Brown Building), dove si trovava la fabbrica.

    Quest’uomo tiene viva la memoria di Rosaria, la zia che non conobbe mai, della sorella di lei, Lucia, di vent’anni, e della madre trentanovenne delle due ragazze - la nonna del signor Maltese - tutte e tre morte nell’incendio.

    Ogni anno partecipa alle commemorazioni. “Una volta”, racconta, “portammo 146 fiori”.

    Un fiore per ogni persona che morì nel peggiore disastro industriale della storia della città di New York. L’incendio del Triangle è riconosciuto dagli storici come un evento che cambiò l’opinione pubblica riguardo all’intervento governativo nei rapporti tra operai e proprietari di fabbrica e condusse ad importanti leggi sul lavoro.
     

    E’ lì, questo signore, proprio di fronte a due delle targhe commorative a Washington Place (una terza si trova su Greene Street). Ma oggi non è il 25 marzo. Oggi è il 22 maggio 2014.  E non c’è nessun anniversario.

    Ma c’è un altro motivo per questo momento di commemorazione che ha portato una trentina di persone al sito del Triangolo. Il motivo è la signora che, visibilmente commossa, è in piedi accanto al signor Maltese.

    E’ Laura Boldrini, dal 2013 Presidente della Camera dei Deputati in Italia, in visita ufficiale a Washington e a New York. Ha insistito per trovare il tempo, in queste giornate fitte di visite, per recarsi al sito della Triangle Shirtwaist Factory e rendere omaggio alla memoria delle vittime. Quando arriva stringe la mano ai presenti, tutti ansiosi di incontrarla. Poi rivolge l’attenzione al signor Maltese, gli stringe la mano e gli parla calorosamente.

    Ad accompagnare la Presidente durante questa visita pomeridiana al sito della fabbrica del Triangle sono anche Natalia Quintavalle, Console Generale d’Italia a New York, e il Console Aggiunto Roberto Frangione, oltre a membri della delegazione della Presidente e a giornalisti italiani.

    L’Italia è venuta a ricordare l’incendio. C’è anche Bob Lazar, ex direttore dell’Archivio del Sindacato Internazionale dei Lavoratori del Settore Tessile Femminile, e rappresentanti della New York University.

    Dopo che la Presidente posa un mazzo di fiori ai piedi delle targhe commemorative, ci avviamo tutti al Labor Archive, a un paio di isolati di distanza, sotto la guida di Timothy Naftali, Direttore della Tamiment Library e del Robert F. Wagner Labor Archive alla New York University.

    Dopo una breve fermata alla mostra su Verdi prendiamo l’ascensore per il decimo piano ed entriamo in una sala dell’Archivio della storia dei lavoratori. Erika Gottfried, Curatrice delle Nonprint Collections, infila sottili guanti bianchi prima di toccare i documenti d’archivio che sta per mostrare alla Presidente: fotografie, giornali, un’insolita collezione di caricature di attivisti di sinistra del primo novecento. E’ qui, in questa sala, che il signor Maltese con delicatezza tira fuori da una valigetta di pelle ricordi delle tre donne della sua famiglia e dell’incendio. Li fa vedere alla Presidente Boldrini, che li guarda con attenzione e riceve con gratitudine alcune carte - un cartolina con un’immagine delle due ragazze e della madre, la lista delle vittime ed altri ricordi - che il signor Maltese le vuole dare.
     

    Ed è qui che ho l’opportunità di parlare con la Presidente dell’incendio e del significato personale che questo episodio storico ha per una come me che alla fine degli anni settanta ha partecipato alle dimostrazioni femministe a Catania, dove ero studentessa universitaria. Eravamo lì a protestare per i diritti delle donne e ci ricordavamo del legame di sorellanza che ci univa alle donne morte in un incendio di una fabbrica di New York circa 65 anni prima.

    Allora non sapevo molto dell’incendio - non sapevo il nome della fabbrica né la data (pensavamo che fosse successo l’8 marzo e che la Giornata Internazionale della Donna fosse stata creata per commemorarlo) né di che tipo di fabbrica si trattasse, e senz’altro non sapevo che molte di queste donne erano italiane, persino siciliane, proprio come me. Dopo qualche anno mi trasferii negli Stati Uniti e diventai una studiosa di letteratura, e il mio femminismo sarebbe stato sopito per un po’.

    Quando questo mio femminismo si sarebbe risvegliato attraverso il lavoro fatto assieme a delle scrittrici e studiose italo americane, con esso sarebbe riemerso il ricordo dell’incendio del Triangle che portavo nel cuore quando protestavamo sulle strade di Catania. Ne appresi i dettagli. E appresi chi erano le protagoniste.
     

    Nel 2001, col sostegno di Stefano Albertini, Direttore della  Casa Italiana Zerilli-Marimò alla New York University, che aveva generosamente aperto le porte della Casa ad eventi culturali che rappresentavano con dignità l’esperienza italo americana come un fenomeno culturale e storico complesso e complicato, il Collettivo delle Donne Italo Americane organizzò una commemorazione del novantesimo anniversario dell’incendio del Triangle. Quella commemorazione, e le conversazioni che la ispirarono, diedero vita ad una crescente ed ampia consapevolezza dell’incendio del Triangle come evento chiave della storia italo americana.

    Mi ricordo che quell’anno in Italia parlai dell’incendio con studenti universitari e colleghi italiani, con la scrittrice Maria Rosa Cutrufelli e con Bruna Morelli a Radio Popolare. Sentivo il significato importante dell’Incendio come evento storico che legava donne italiane separate da un oceano. Volevo riportare il ricordo delle donne del Triangolo in Italia come parte di una storia condivisa. Quest’anno, nel 2014, il primo libro italiano sull’incendio (Camicette bianche di Ester Rizzo) è stato finalmente pubblicato in Italia e c’è persino un movimento per intitolare alcune strade alle vittime. Qualcosa messasi in moto tanto tempo fa si sta finalmente realizzando.
     

    Durante questa visita ufficiale a Washington e a New York, la Presidente Boldrini ha incontrato italiani che sono venuti negli Stati Uniti per seguire aspirazioni di carriera che non potevano realizzare in Italia. Questa è un’esperienza che tocca la mia famiglia doppiamente. Sia io che mia sorella Claudia ci siamo trasferite negli Stati Uniti. Abbiamo studiato qui e abbiamo trovato il tipo di lavoro che desideravamo. Ci siamo sposate, abbiamo avuto figli. Ci siamo fatte una vita in questo paese, che adesso è il nostro paese, ma siamo anche italiane. E mentre distanza storica e condizioni economiche ci separano dalle donne e dalle ragazze della Triangle Shirtwaist Factory -moltissime emigrate recenti di allora - un legame profondo ci unisce: l’essere italiane ed italo americane. Avanti e indietro. Tra due paesi. Un piede qui e l’altro lì. E’ il nostro racconto, la nostra storia.
     

    Dopo la visita al sito del Triangle e all’Archivio, al Consolato la Presidente Boldrini parla al pubblico presente dell’orgoglio che ha sentito nell’incontrare tutti questi italiani che sono venuti a realizzarsi professionalmente negli Stati Uniti. I cervelli in fuga. Sente orgoglio, dice, ma anche rabbia perché un paese che costringe i suoi figli ad andarsene è un paese che si impoverisce. Vuole cambiare questa traiettoria. Vuole essere un ponte. Le sue parole mi toccano il cuore. Non c’è nulla di trito o preparato nel suo discorso che è politico nel senso migliore della parola. Per la prima volta in tanti anni mi sento rappresentata da una figura politica italiana.
     

    E ritorno a quell’immagine commovente di un’imprtante rappresentante dello Stato Italiano e un discendente di emigrati  italiani di oltre un secolo fa che condividiono lutto e ricordo, da italiana e da italo americano.
     

    Sì, sento la possibilità - la realtà di un ponte.   

    Edvige Giunta insegna alla New Jersey City University

  • Op-Eds

    The Reality of a Bridge

    VERSIONE ITALIANA  >>>

    There was something profoundly moving about the sight of the old man and the woman by his side, standing together in silence at the corner of Washington Place and Greene Street in Manhattan. The setting carries memories that shake to the core anyone who is familiar with the details of the Triangle Shirtwaist Factory fire that, on March 25th 1911, killed 146 workers, mostly Italian and Jewish immigrant women and girls.

     

    The fire, which was the result of unsafe working conditions, started at 4:40 on a Saturday afternoon of a beautiful spring day on the eighth floor, and spread within minutes to the other two floors of the factory, the ninth and tenth. Many were able to escape thanks to the valorous elevator operators, Joseph Zito and Gaspar Mortillalo, who went up and down, trying to rescue as many workers as they could. Others escaped through the roof, including the factory owners, who happened to be there that day.

    The ninth-floor workers were never warned. By the time they became aware of the fire, it was too late. One exit was blocked by the flames. Another by doors kept locked by the owners who made sure the workers’ bags were checked at the end of the work day, lest they stole a shirt or some fabric. There was no way out. Some fifty workers jumped out the windows, their bodies smashing against the pavement below. The powerless crowd watched in horror. In half an hour it was all over.

    They were young, these women and girls. The oldest was 43.  They were as  young as 14, like Rosaria Maltese, the aunt of the man I see standing today at the southeast corner of what was once called the Asch Building (now Brown Building), where the factory was housed. This man keeps alive the memory of Rosaria, the aunt he never met, her sister Lucia (20), and their mother--his grandmother--Catherine (39), who also died in the fire. He participates in the yearly commemorations. He brings flowers. “Once,” he says, “we brought 146 flowers”—a flower for every person who died in the worst industrial accident in the history of New York, The Triangle Fire is recognized by historians as a key event that changed public opinion concerning government intervention in labor regulations and triggered important legislation in its aftermath.

    The man stands right in front of two of the commemorative plaques on Washington Place  (a third is on Greene Street). But today is not March 25. Today is May 22, 2014. It’s not an anniversary. There is another reason for this commemorative moment that has brought some thirty people to the Triangle site. The reason is the woman who, visibly moved, is standing by Mr. Maltese. She is Laura Boldrini, since 2013 President of the Italian Chamber of Deputies, on an official visit to Washington and New York. She has insisted on finding the time during her packed schedule to pay tribute to the memory of the victims of the Triangle Shirtwaist Factory fire. When she arrives at the site, she shakes hands with everyone who is so eager to meet her.

    Then she turns her attention to Mr. Maltese, holds his hands in hers and talks warmly to him.
    The Consul General of New York, Natalia Quintavalle, and the Deputy Consul, Roberto Frangione, as well as members of the President’s staff and Italian reporters, accompany the President during this afternoon’s visit to the Triangle. Italy has come to remember the Triangle fire. Bob Lazar, former director of the Archive of the International Ladies Garments’ Workers’ Union, is also at the site, as are representatives of NYU. After leaving flowers by the commemorative plaques, President Boldrini and everyone else walk to the Labor Archive, a couple of blocks away, led by Timothy Naftali, the Director of New York University’s Tamiment Library and Robert F. Wagner Labor Archive and the President’s host on this part of her visit.

    After a brief stop at the Verdi exhibit in the lobby, we take the elevator up to the tenth-floor labor history archives, where Erika Gottfried, Curator of Nonprint Collections, dons thin white gloves before handling the archival documents she is about to show the President: photographs, newspapers, a striking collection of caricatures of leftist activists from the early twentieth century. Here, in this room, Mr. Maltese gingerly takes out of a soft leather briefcase mementos of the three women in his family and of the fire. He shows them to President Boldrini, who receives them attentively and gratefully accepts those he has brought for her.

    Here, I have an opportunity to talk with the President of the Fire, its personal significance for someone who, like me, came of age in the late seventies and marched on the streets of Catania, where I was then studying at the university, clamoring for women’s rights and tacitly acknowledging the sisterhood that tied us to the women who had died in a fire that had occurred in New York some sixty-five years earlier. I did not know much about the fire then—not the name of the factory, not the date (we thought it had occurred on March 8 and that International Woman’s Day had been established to commemorate it), not the kind of factory, and certainly not that many of these women were Italian, many Sicilian, like me. In a few years, I would move to the United States and become a literary scholar, and my feminism would become dormant for a while. When it would awaken through my work about, and with, Italian American women authors, the memory of the Triangle Fire that we carried in our hearts as we marched on the streets of Catania would return. I would learn about its details. I would learn about its protagonists.

    In 2001, with the support of Stefano Albertini, Director of Casa Italiana Zerilli-Marimò, who generously opened the doors of his Casa to cultural events that dignified and represented the Italian American experience as a complex and nuanced cultural and historical phenomenon, the Collective of Italian American Women organized a ninetieth anniversary of the Triangle Fire. That event, and the conversations surrounding it, spurred a growing and pervasive awareness of the Fire as a key event in Italian American history. I remember talking about the Fire in Italy that year, with college students and Italian colleagues, with Maria Rosa Cutrufelli, and with Bruna Miorelli at Radio Popolare. I felt the tremendous power that the Fire possessed as a historical event that connected Italians across the ocean. I wanted to bring its memory back to Italy as part of a shared history. This year, in 2014, the first Italian book (Camicette bianche di Ester Rizzo) on the Fire has finally been published in Italy and there is even a movement there to name streets after the victims. Something that has been stirring for a long time is coming to fruition.

    During this official visit to Washington and New York, President Boldrini has met with Italians who have come here to pursue career aspirations that could not be realized in Italy. This is an experience that touches my family doubly. Both my sister Claudia and I have moved to the United States. We studied here and found the careers that we wanted. We got married, had children. We made lives in this country, which is now our country, but we are also Italian. And while history and economics separate us from the women and the girls of the Triangle Shirtwaist Factory—so many newly-arrived immigrants—there is a profound bond that pulls us together. Italian and Italian American. Back and forth. In between. One foot here and the other there. It’s our story, our history.

    After the visit to the Triangle site and the archives, President Boldrini addresses an audience at the Consulate and speaks of the pride that she feels meeting all these Italians who have found professional success in the United States. I cervelli in fuga. She feels pride, she says, but also anger, because a country that forces its children to leave is poorer for it. She wants to change that trajectory. She wants to be a bridge. Her words strike a chord. There is nothing tired or rehearsed about her speech, which is political in the best sense of the word. I feel, for the first time in years, truly represented by an Italian politician.

    And I return to that stirring image: a major Italian political leader standing together with a descendant of Italian immigrants from over a century ago, sharing the work of mourning and remembering, as Italian and Italian American.

    Yes, I feel the possibility—the reality of a bridge.   

    Edvige Giunta is Professor of English at New Jersey City University