Mauro Pagani. Ritorno a New York con Taranta

Benny Profane (June 27, 2013)
Intervista con il maestro. Dopo essere stato impegnato con la colonna sonora del film di Gabriele Salvatores, e soprattutto con l’organizzazione del festival di San Remo, il musicista si prepara a tornare a New York. L'occasione è un tour in occasione dell’anno della cultura italiana in America. Mauro Pagani porterà la Taranta, non solo nella Grande Mela, ma anche a Boston. Lo abbiamo incontrato in un bar di Brera

Mauro Pagani di nuovo in concerto a New York ed a Boston, è una bella notizia per tutti noi appassionati di musica italiana. Verrà a portare la tradizione e le atmosfere della Taranta.
 

In questi ultimi mesi Mauro è stato impegnato con la colonna sonora del film di Gabriele Salvatores e soprattutto con l’organizzazione del festival di San Remo. Tempo sottratto (purtroppo, ma evitiamo di dirglielo) alla composizione del nuovo album ed alla stesura del nuovo romanzo. Lo incontriamo in un bar di Brera, al tramonto, mentre intorno giovani e meno giovani consumano un aperitivo alcolico dopo l’altro (ma dai frammenti di conversazione intercettati non sembra esservi traccia di quella “Johnnie Walker wisdom running high” cantata dall’eccelso Leonard Cohen….).

Sei in procinto di partire per NY e reduce da una tappa in Giappone. Puoi raccontarci qualcosa di quest’ultima esperienza?

E’ stato davvero emozionante. Avevo un ricordo meraviglioso dei concerti fatti lì anni fa con PFM, mi ricordo che c’era per noi un’attenzione quasi devota. Poi da allora non siamo più tornati e ho scoperto che c’era un’attesa quasi spasmodica.  E’ stato molto emozionante e gratificante.

Cosa ci puoi dire di questo tour della taranta negli Stati Uniti ?

Andiamo lì in occasione dell’anno della cultura italiana in America. Ci pregiamo di essere, in un certo senso, l’elemento musicale più “italiano” che viene presentato in quell’ambito. Ci saranno molti jazzisti bravi, ma non molte cose così tipicamente italiane. Soprattutto, noi portiamo qualcosa della cultura popolare italiana musicale, rivisitata con attenzione, certo, ma che fa pur sempre parte del nostro bagaglio “tradizionale”.

Cosa ti aspetti dal pubblico per questo concerto? Cosa si sa in America della Taranta?

In generale, gli americani sanno ben poco della Taranta. Anche se la benedizione ufficiale a questo genere di musica popolare “sofisticata” fu data dal grande etnomusicologo Alan Lomax, che andò a fare ricerche sul campo già negli anni 50 e 60, e poi da Ernesto De Martino con la Terra del Rimorso. C’è quindi tutta una tradizione popolare soprattutto nel Salento (Puglia) legata al tarantismo, conosciuta eccome negli ambienti americani colti, anche se, naturalmente, non c’è molta diffusione di questa musica tra il pubblico. Ci auguriamo vengano italiani e figli di italiani, legati alle origini, ma anche di attirare il pubblico locale. Questa volta andiamo anche a un festival a Boston, speriamo che anche lì sia apprezzata.

Sei stato direttore artistico a Sanremo, hai realizzato la colonna sonora per l’ultimo film di Salvatores. Insomma, un sacco di progetti, ma stiamo ancora aspettando l’arrivo del tuo nuovo album. Puoi darci qualche anticipazione in proposito?

Sì, guarda, sono stato molto impegnato con vari progetti, ma ho continuato a lavorare all’album. Sto andando a NY per finire le registrazioni. Conto di finirlo per l’autunno.

In questi anni a NY hai suonato, tra gli altri, con artisti dell’avanguardia newyorkese del calibro di Anthony Coleman e Marco Cappelli. Che influenza avranno queste esperienze sulla tua musica? Cosa ti hanno lasciato?

Per me questo soggiorno e la collaborazione con loro è stata feconda, mi è servita tantissimo. Ho potuto stabilire lo “stato dell’arte”, diciamo così, fare il punto sul modo in cui i musicisti contemporanei americani si rapportano con le loro eredità, spesso ingombranti, soprattutto nel jazz. Le contaminazioni con il jazz per noi sono un arricchimento del panorama musicale, non facendo parte del nostro bagaglio tradizionale. Per loro è diverso. Da un lato è una musica molto colta, ma in certi casi entra in maniera preponderante in un tessuto musicale, e rischia di essere ingombrante. A volte si sente un classico “tema” jazzistico, che non si sa neanche bene da dove arrivi, e poi in fondo non è così importante, e a quel punto parte lo swing, l’improvvisazione, e rischia di coprire tutto il resto. Così gli artisti contemporanei americani, ho notato, a volte cercano di liberarsi di questa eredità.
 

Il punto d’incontro con gli americani e gli europei sono le avanguardie musicali europee del novecento, e questi sono i maggiori punti d’interesse comune. L’avanguardia newyorkese cerca di scoprire linguaggi “altri” rispetto al classico tema jazz, ad es. l’interesse per i linguaggi musicali sudamericani e asiatici. Per me è stato molto formativo lavorare con gli artisti americani.

Sappiamo che stai anche lavorando a un nuovo libro. A che punto sei?

 

Il nuovo libro ha sofferto della fase di iperlavoro che ho dovuto affrontare nell’ultimo anno. Sono già a 70 pagine di “plot”. In realtà c’è già tutto dentro, ma devo spalmarlo in forma narrativa, renderlo per come ce l’ho in testa. Spero di poterci lavorare e rifinirlo presto e che non diventino 120 pagine di “plot” (ride).

 
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Mauro Pagani & La Notte della Taranta
Tuesday, Jul  15    7:30p
Le Poisson Rouge New York, NY

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