Articles by: Monica Straniero

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    Once Upon a Time…

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    Comedians, il lato oscuro della comicità

     

    Gabriele Salvatores torna al cinema con un film sul senso della comicità e lo fa in un periodo in cui far ridere è . Parliamo di Comedians, in uscita il 10 giugno nelle sale italiane con 01 Distribution. "Avrei dovuto girare un film in costume , ma troppo complicatp in tempi di pandemia", ha commentato il regista premio Oscar con mediterraneo.

    "Mi sentivo e mi sento responsabile per le persone con cui lavoro. Allora ho provato a pensare a un film più contenuto nei personaggi e nei luoghi, qualcosa che venisse dal teatro. E un testo che ho amato e che a teatro aveva avuto molto successo lo avevo: Comedians! Così ho proposto a Griffiths di ada,arlo per il grande schermo, e lui con grande entusiasmo mi ha risposto: “Go ahead with all speed. You'll do it well. Cioè vai a tu,a birra, andrai bene.”

    Scritto nei primi anni sessanta dal rammaturgo inglese Trevor Griffiths, l’opera debutto il 20 febbraio 1975 al Nocngham Playhouse, e da lì girò il mondo. Nel 1985 Gabriele Salvatores lo portò al Teatro dell’Elfo di Milano con un cast di giovani attori tra cui  Paolo Rossi, Silvio Orlando, Claudio Bisio.

    "A quei tempi, eravamo giovani alla ricerca del successo, spericolati, anarchici, irregolari e affamati di successo. Nelle nostre mani il testo si trasformò in un contenitore per una sarabanda di gags e batture  comiche, a volte improvvisate sul palco, come nel Jazz.
    Oggi, rileggendolo, il testo di Griffiths mi mostra il  ‘dark side of the moon’, il lato più malinconico. 

    Sei aspiranti comici stanchi della mediocrità delle loro vite, al termine di un corso serale di stand-up comedy si preparano ad affrontare la prima esibizione in un club. Tra il pubblico c'è anche un esaminatore, che sceglierà uno di loro per un programma televisivo.

    Il regista decide di rimanere fedele all testo originale perchè l'opera  di Trevor Griffith non è divertente. Si ride delle battute mal assortite, inopportune e mal preparate ma dietro si cela la disperazione di uomini che cercano pateticamente di elevarsi al di sopra della loro posizione.

    La vicenda si svolge in una triste e squallida aula pubblica in una notte molto piovosa che diventa l'immagine di fondo della vita quotidina dei lavoratori della classe operaia  per spostrarsi in un altrettanto squallido music club dove gli stessi uomini si scontrano con la realtà delle loro esistenze. Quidi si infrange il tentativo di sfuggire a vite che sono a tutti gli effetti una routine.

    Un adattamento teatrale che pur risalendo al 1976, è molto attuale. Ancora oggi il testo mette in discussione l’uso di stereotipi e dei pregiudizi per far ridere o per rimuovere un problema. "La comicità è una cosa seria, e oggi rispetto agli anni settanta, rischia di soccombere al politicamente corretto". L’obiezione principale è quella che intacchi la libertà di espressione, una forma di ipocrisia, insomma. Per Salvatores è una questione di equilibrio tra buon gusto e offesa. "Il confine è sottilissimo e va considerato, ma  certe cose siamo andati un po' oltre. E' veramente ridicolo pensare che oggi sui set di Hollywood ci sia la presenza del Gender Manager".

    Se per Salvatores, Comedians è un'occasione per fermarsi un attimo su cosa vuole dire il concetto di comicità e di politicamente corretto o scorretto, basterebbe ricordare che alcune parole hanno una storia che non può essere ignorata, che alcune cose non fanno più ridere o potrebbero anche far ridere se raccontate nel rispetto dell'identità di ciascuno di noi.
     
     
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    Festival del cinema di Spello e dei borghi umbri: il ritorno tra proiezioni di film, mostre e incontri

    Venti film tra produzioni italiane e straniere, 12 backstage di film e serie tv, 17 documentari e 58 cortometraggi. Sono alcuni dei numeri del prossimo “Festival del Cinema Città di Spello ed i Borghi Umbri - Le Professioni del Cinema” che si terrà in presenza dall’11 al 20 giugno prossimi tra i comuni di Spello, Foligno e Marsciano. Ideata dalla presidente dell’Associazione Culturale di Promozione Sociale “Aurora” APS, Donatella Cocchini, e dal direttore artistico, il regista Fabrizio Cattani, la manifestazione giunge quest’anno alla sua decima edizione.

    Un decennale che sarà celebrato con grandi ospiti del mondo cinematografico e che vedrà, oltre alla proiezione di oltre un centinaio di opere al Teatro “Subasio” di Spello, anche diverse iniziative collaterali tra mostre, conferenze ed eventi dedicati alla musica, alla danza ed al teatro. Tra le opere in concorso ci sono undici film italiani in concorso, tra opere prime e non. Si tratta di: "Abbi fede" di Giorgio Pasotti, “Assandira" di Salvatore Mereu, “I predatori" di Pietro Castellitto, “Il grande passo" di Antonio Padovan, “La guerra di Cam" di Laura Muscardin, “Non odiare" di Mauro Mancini, “Quasi Natale" di Francesco Lagi, “Regina" di Alessandro Grande, “Rosa pietra stella" di Marcello Sannino, “Spaccapietre" di Gianluca De Serio, Massimiliano De Serio e “Sul più bello" di Alice Filippi. Film giudicati dai professionisti del dietro le quinte che premieranno, con l’ulivo firmato Andrea Roggi, i colleghi per la migliore sceneggiatura, fotografia, scenografia, costumi, musiche, montaggio, fonico di presa diretta, montaggio del suono, effetti speciali, trucco, acconciatura, creatore di suoni ed organizzatore. Nell’ambito della stessa categoria verranno assegnati due ulteriori riconoscimenti: quello di cinemaitaliano.info e, novità 2021, quello della stampa umbra.

    A concorrere alla X edizione del Festival anche 7 film internazionali (“Gaugin” di Edouard Deluc, “In viaggio verso un sogno” di Tyler Nilson, “Imprevisti digitali” di Benoît Delépine, Gustave Kervern, “Undine - Un amore per sempre” di Christian Petzold, “Roubaix une lumiere” di Arnaud Desplechin, “Corpus Christi” di Jan Komasa e “Non conosci Papicha" di Mounia Meddour Gens); 12 backstage tra film e serie tv (“Padrenostro” di Daniele Santonicola, “I diari di Hammamet” di Daniele Santonicola, “Permette? Alberto Sordi” prodotto da Rai Fiction, “La concessione del telefono - C’era una volta Vigata” prodotto da Palomar in collaborazione con Rai Fiction, “Speciale Zerozerozero” e “Speciale Zerozerozero - La colonna sonora” di Federico Chiarini, “Speciale - Diavoli” di Laura Allievi e Domenico Brandellero, “Speciale - I delitti del Berlume 8” di Tiziana Cantarella, “Speciale Petra - Un giorno con Alicia Bartelett”, “Speciale Petra - Indagine dietro le quinte” e “Cops una banda di poliziotti - Speciale dietro le quinte” di Sara Albani e “Mental” prodotto da Rai Fiction); 17 documentari (“Tony Driver” di Ascanio Petrini, “Il vangelo più antico del mondo” prodotto da Officina della Comunicazione, “Petite creature” di Roberto Cardonici, “La Napoli di mio padre” di Alessia Bottone, “Movida” di Alessandro Padovan, “La yurta nel bosco” di Carla Pampaluna, “Manuale di storie dei cinema” di Stefano D’Antuono e Bruno Ugioli, “Prayers the wind” di Michele Piasco, “Criseide” e “Terrigena” di Max Leonida, “Un film su Tonino Delli Colli Cinematographer” di Claver Salizzato, “Il sistema sanità - Le pietre scartate Napoli, Rione Sanità” di Andrea De Rosa, “Abbandonati” di Claudio Moschin, “Io una giudice popolare al maxi processo” di Francesco Miccichè, “In prima linea/On the front line” di Matteo Balsamo e Francesco del Grosso, “La forma delle cose” e “Odissea” di Domenico Iannacone”; 18 cortometraggi sui 58 selezionati e proiettati (“È stato solo un click” di Tiziana Martini, “Better than Neil Armstrong” di Alireza Ghasemi, “The cloud is still there” di Mickey Lai, “Mousie” di David Bartlett, “Voices of the city” di Annamaria Pernazzi, “The gift” di Lorenzo Sisti, “Finis terrae”di Tommaso Frangini, “Inverno” di Giulio Mastromauro, “Ninnaò” di Ernesto Maria Censori, “Ape Regina” di Nicola Sorcinelli, “La confessione” di Benedicta Boccoli, “La particella fantasma” di Giuseppe Willia Lombardo, “Bataclan” di Emanuele Aldrovandi, “Where the leaves fall” di Xin Alessandro Zheng, “Close your eyes and look at me” di Andrea Castoldi, “Like ants” di Gaetano Capuano, “Fame” di Giuseppe Alessio Nuzzo e “American Marriage” di Giorgio Arcelli Fontana).

     Come ogni anno verranno poi assegnati dei premi speciali, a cominciare dal “Premio all’Eccellenza” che verrà quest’anno assegnato all’attrice veronese Valeria Fabrizi, interprete di un centinaio di film tra cinema e tv, di numerosi spettacoli teatrali e volto di diversi varietà televisivi. Prima di lei a ricevere lo stesso riconoscimento erano stati Carlo Rambaldi, Vittorio Storaro, Giuliano Montaldo, Ermanno Olmi, Pupi Avati, Franco Piavoli, Flavio Bucci e Milena Vukotic. Per il “Carlo Savina” per l’eccellenza alla musica a salire sul palco sarà, invece, il 42enne musicista, compositore e sound designer Lorenzo Tomio. Terza edizione, poi, per il “Premio Ermanno Olmi”, consegnato dalla famiglia del grande maestro ad un regista che più si avvicina per sensibilità, poetica, autenticità, semplicità e realismo allo stile del grande maestro. Premio che verrà quest’anno assegnato a Salvatore Mereu, regista del film “Assandira”.

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    Il Cattivo Poeta, il film su Gabriele d'Annunzio, un binomio di genio e sregolatezza

    L'autore preferito di Mussolini, il poeta-aviatore italiano Gabriele d'Annunzio ha raggiunto la fama internazionale con il suo romanzo in cui si avvicina alle teorie superonistiche di Nietzsche, Il trionfo della morte (1894). Il poeta è una preda difficile per i biografi, nonostante il suo debole per le orge. John Woodhouse, l'esegeta più fidato dello scrittore fino ad oggi, ha fatto un coraggioso tentativo di riabilitare la sua reputazione in una biografia del 1998, "L'Arcangelo ribelle". 

    Come Woodhouse anche il regista Gianluca Jodice vede d'Annunzio un uomo capace di elevarsi al di sopra delle masse, tramite il culto del bello, l’arte di una vita eroica. Ed è Sergio Castellitto a vestire  i panni di colui che ha fatto della sua vita un’opera d’arte nel  "Il Cattivo Poeta", in uscita nelle sale italiane il 20 maggio con 01 Distribution. Il film racconta l’ultimo anno di Gabriele d’Annunzio, un eroe di guerra e il prototipo del fascista. Era infatti il febbraio del 1921 quando il Vate, amareggiato per l’impresa di Fiume e per lo spostamento a destra del fascismo (la cui linea, in un primo momento, lasciava immaginare come obiettivo un “socialismo nazionale”), decise di autoesiliarsi a Riviera, circondato da fedeli compagni e servitori, dove poter vivere di ricordi, di antiche glorie, sia letterarie sia di guerra, unico luogo dove reputava di potere vivere, o almeno sopravvivere.

    Il Cattivo Poeta è ambientato nel 1936. La sua età avanzata, i suoi malanni, i suoi vizi, lo hanno portato a una depressione finale. Dopo aver espresso il proprio dissenso sull' avventura coloniale africana, il Duce, decise di istituire una sorveglianza "di partito", Il segretario del Pnf, Achille Starace, affidò il supercontrollo censorio della cittadella gardesana al federale di Brescia, Giovanni Comini, interpretato da Francesco Patanè.

    "La mia intezione non era solo quella di realizzare un biopic, un film storico ma anche un thriller", rivela Jodice. Il poeta era un uomo al di là della destra e della sinistra, era un egocentrico individualista capace di smuovere le folle con la sua voce magnetica. Un libertario per il quale la politica non è da intendersi necessariamente come l’adesione a un partito rispetto a un altro, ma come la capacità di interpretare il proprio tempo, e i cambiamenti necessari, per essere in grado di accorgersi quando si adottano soluzioni inadeguate.

    Dal film emerge perfettamente il rapporto ambiguo che si era instaurato fra il vate e il regime, perché se da un lato fu glorificato quale portabandiera del glorioso passato italiano, dall’altro costituiva un pericolo. Per Castellitto Il Cattivo poeta  ha il merito di restituire una figura importante nella storia della letteratura italiana che tra eccessi e  virtù, è stato il fondatore di un modo di vivere assoluto. "Il suo mito è simile ad una rockstar di oggi, ma non c’è stato uomo più maledetto in morte, basti leggere cosa dicevano di lui Elsa Morante, che lo definì un imbecille e Pasolini, che non fece mai mistero di detestarlo".

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    Rifkin's Festival

    Mort Rifkin (Wallace Shawn), si immerge in scenari cinematografici della vecchia scuola mentre sogna. È un professore di cinema degli anni '70 di Manhattan che accompagna Sue (Gina Gershon), sua moglie, ufficio stampa del cinema, al festival di San Sebastien. Il loro viaggio al Festival del cinema di San Sebastian, in Spagna, è turbato dal sospetto che il rapporto di Sue con il giovane regista suo cliente, Philippe (Louis Garrel), oltrepassi la sfera professionale.

    Rifkin non ha intenzione di guardare alcun film durante il suo soggiorno nella città spagnola. E ‘un vecchio disincantato che afferma che i film al giorno d'oggi non sono abbastanza rischiosi o sinceri che ne fanno meritare la visione. Il suo matrimonio è in crisi ma invece di tentare di recuperare il rapporto con la moglie, sceglie di distrarsi con una bellissima dottoressa sulla trentina di nome Jo (Elena Anaya). Si innamora follemente di lei, che intanto è impegnata in un matrimonio orribile con un artista più anziano e emotivamente instabile, Paco (Sergi López).

    La fase post-MeToo della carriera di Allen non è stata particolarmente fortunata per il regista americano, inserito nella lista nera dell’industria cinematografica degli Stati Uniti. La buona notizia è che Allen continua a fare film di qualità. Le sequenze da sogno sono infatti il momento clou del film in quanto consentono ad Allen di rendere un amichevole omaggio ai suoi registi preferiti.

    Un enorme contributo al successo del film dipende dall'ottima interpretazione di Wallace Shawn, amico di lunga data al quale Allen non può imporre tic o movimenti simili ai suoi, e dalla splendida fotografia di Storaro, capace di delineare solitudine e pretenziosità in colori pastello, la pedanteria e la profonda umanità del protagonista. Gina Gershon, con la sua travolgente sensualità, acuisce l'asimmetria con l'assenza di fascino di suo marito, e ringraziando il cielo Elena Anaya è sfuggita agli stupidi tratti da gallina che Allen ha recentemente associato al fascino femminile. Tuttavia, il rapporto tra l’affascinante cardiologa e Rifkin sembra più forzato che naturale, ma potrebbe anche funzionare come tributo alla filmografia di Allen, in particolare ad uno dei suoi ultimi successi come Vicky Cristina Barcelona.

    Rifkin’s Festival è comunque un'opera minore, un candido omaggio alle sue passioni cinefile di ottuagenario che si percepisce (ed è diventato, per molti versi) un emarginato.

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    La notte degli Oscar premia Nomadland

    l film di Chloe Zhao - già vincitore del Leone d'Oro alla 77esima edizione del Festival di Venezia - ha conquistato tre Oscar e ha fatto la storia della 93/a edizione: miglior film, miglior regia (la seconda in assoluto ad una donna dalla storia del premio, la prima ad una asiatica) e migliore attrice protagonista, Frances McDormand 
     
    Nomadland  è capace di rendere una realtà cupa in modo così avvincente da ripristinare la fede nell'umanità. IL personaggio centrale di “Nomadland” è Fern, una splendida Frances McDormand, una donna vittima del crollo economico di una città aziendale nel Nevada rurale, che dopo la morte del marito decide di far diventare casa il suo van e, carica i bagagli, si mette sulla strada. Come miglia di americani diseredati, anche Fern decide di vivere una vita itinerante in cerca di lavori stagionale e affitto a prezzi accessibili. Sono i workampers, manodopera usa-e-getta, perché, "l'ultimo posto libero in America è un parcheggio".

    Dopo una vita di solidità e ascensori sociali, la pensione si prospetta per milioni di americani come il tempo della precarietà e dell’insicurezza. E' ironico che la generazione dei baby boomers sia ora vittima delle volatilità del mercato e dell’erosione delle protezioni sociali che sono state il marchio della loro epoca d’oro. E non si tratta soltanto di condizioni economiche.

    Nomadland aiuterà milioni di persone nel mondo a capire che l'America è un paese falsamente prospero. I workampers selezionano le barbabietole da zucchero, raccolgono fragole, gestiscono campeggi o scaffali di scorta nei magazzini di Amazon. (Jeff Bezos, l'amministratore delegato di Amazon, possiede il Washington Post.) È un lavoro massacrante, mal pagato e senza benefici. Il programma CamperForce di Amazon, ad esempio, assume legioni di lavoratori stagionali - la maggior parte dei quali vive nei loro veicoli - prima del Natale e licenzia quando le vacanze finiscono.

    I personaggi di Nomadland sono uomini e donne orgogliosi. Molti sulla sessantina e oltre, dovrebbero entrare nella sesta età dell'uomo di Shakespeare, "con i pantaloni magri e con le ciabatte, con gli occhiali sul naso e il marsupio sistamato sul fianco". Invece sono senza casa, senza soldi, senza sicurezza, senza tutto, tranne la loro dignità e la fiducia in se stessi.

    C’è una parte di Fern che, in fondo, vorrebbe una vita non costretta dalla costante ricerca di un nuovo posto di lavoro, a cambiare campeggio dopo campeggio, sola. Eppure, dall’altra parte, Fern non può smettere di viaggiare e incrocare altri nomadi della strada che condividono con lei i propri racconti. La vita da nomade dei tempi moderni è difficile da comprendere perchè il desiderio di libertà, di una vita senza vincoli e radici, può diventare anche una condanna. 

    Un film pieno di solitudine che viene scandita dagli stupendi paesaggi della costa occidentale, dai tramonti nel deserto e dalle le lunghe highways americane. Fern intraprende un percorso di autodeterminazione alla ricerca del senso più profondo della vita e al di fuori della società convenzionale. Una vita minimalista, essenziale, fatta di pochi oggetti. 

    Nomadland è il tentativo straordinario di "trascendere - il logoro ordine sociale" da parte di persone che ne sono state deluse, ricostruendo il proprio "mondo parallelo su ruote". Li possiamo definire perdenti?

     
     
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    Zero, la prima serie italiana sui giovani neri italiani

    “Essere invisibili è il vero potere” è una delle citazioni che spicca nel trailer della nuova serie originale italiana “Zero”, in anteprima su Netflix da mercoledì 21 aprile in 190 paesi. A pronunciarla è un ragazzo italiano nero, Omar, interpretato da Giuseppe Dave Seke, un 20enne italiano nato da genitori senegalesi. Zero disegna fumetti manga che hanno come protagonisti ragazzi neri. Vive al Barrio, un quartiere immaginario alla periferia di Milano ma sogna di lasciare il suo quartiere per trasferirsi a Bruxelles. Omar vive un senso di distacco e il non sentirsi parte del proprio paese la fa sentire come se volesse “strisciare fuori dalla propria pelle” e “diventare invisibile”. Almeno fino a quando non scopre di avere davvero il superpotere dell’invisibilità. Insieme al suo gruppo di amici cercherà di salvare il quartiere a cui nonostante tutto sente di appartenere.

    Ideato da Menotti assieme a Antonio Dikele Distefano, l’autore di Non ho mai avuto la mia età (Mondadori), il libro a cui si ispira la serie,  Zero” non è una serie afroitaliana ma storia di supereroi che racconta la storia di ragazzi di colori e credo diversi, figli di migranti, cosiddette seconde generazioni (termine quanto mai inappropriato ) che il paese non vede e che  considera ancora strani. Una questione di legge, ma soprattutto di cultura. “A  me non piace parlare di eccezionalità, bensì di normalità”, precisa Distefano. “La serie di rivolge a un pubbico ampio, a prescindere dal colore. Quando il colore della pelle non sarà più al centro del dibattito, allora finalmente quella sarà la normalità”.

    Tra i registi degli otto episodi, Margherita Ferri, Ivan Silvestrini, Paola Randi e l’egiziano Mohamed Hossameldin, il film rappresenta un tentativo virtuoso per cercare una rappresentazione dell’Italia più plurale e inclusiva, anche al cinema dove gli attori neri sono incasellati in stereotipi e i registi sembrano ignorare la realtà contemporanea dell’Italia. Zero può esssere l’inizio di un cambiamento di una società che fa ancora fatica a riconoscere una definizione di italianità non basata unicamente sulla discendenza e quindi, in qualche modo, sulla bianchezza. Sono migliaia nel nostro Paese, ragazzi e ragazze come tutti gli altri. Parlano italiano, magari anche un dialetto, sono nati e cresciuti qui, dove hanno frequentato le scuole dell’obbligo. Fanno parte del tessuto sociale delle proprie comunità e sono uguali a tutti i loro coetanei, ma i loro genitori non sono italiani e per questo sono senza cittadinanza. Stranieri in casa propria.

    ”Penso che Zero sia una grande opportunità per tutte le nuove generazioni”, dice Giuseppe Dave Seke, “In Zero raccontiamo una storia, ma può far sfondare una porta per raccontare altre storie come quelle, che oggi in Italia non vengono mai raccontate”.
    Un’identità multiforme quella di Zero che si esprime anche nella colonna sonora. Il compositore delle musiche, ideate appositamente per Zero, è Yakamoto Kotzuga. Tra i brani principali presenti nella colonna sonora, l’inedito di Mahmood, dal titolo Zero e prodotto da Dardust. Mentre nel primo episodio, è presente il brano di Marracash dal titolo “64 barre di Paura”.

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    Nudes. Le insidie dietro i social media

    Nudes – adattamento italiano dell’omonimo teen drama norvegese – è una serie antologica che racconta quel momento preciso in cui si cambia nell’intimo, da un giorno all’altro e per sempre. E di quanto sia pericoloso oltrepassarla nel modo sbagliato.  

    C’è qualcosa che accomuna gli adolescenti di ogni epoca e luogo: la linea d’ombra, quel momento preciso in cui si cambia nell’intimo, da un giorno all’altro e per sempre. Nudes è una serie antologica che racconta di questa linea d’ombra e di quanto sia pericoloso oltrepassarla nel modo sbagliato.

    La serie raccoglie le storie di tre teenager che si ritrovano a fare i conti con la divulgazione online delle proprie immagini private, svelando le insidie dei social media. C’è chi pubblica e chi viene pubblicato, vittime e carnefici. Vittorio, Sofia e Ada sono tre facce diverse della stessa medaglia. Tre esistenze travolte dalla nudità finita online, unite da uno stesso dramma che si snoda tra le strade rassicuranti della provincia bolognese.

    Nudes affronta per la prima volta il tema del revenge porn attraverso il punto di vista dei giovani protagonisti con sguardo realistico e moderno, con l’obiettivo di narrare le conseguenze - spesso devastanti - di un gesto fatto con superficialità e senza consapevolezza, come può accadere in un’età acerba come l’adolescenza.

    Prodotta da Riccardo Russo per Bim Produzione in collaborazione Rai Fiction, la serie in dieci puntate, in diretta streaming su RaiPlay dal 20 aprile, è diretta da Laura Luchetti, regista di Fiore Gemello che raccoglie le storie di tre teenager che si ritrovano a fare i conti con la divulgazione online di loro immagini private, svelando le insidie dei social media. C’è chi pubblica e chi viene pubblicato, vittime e carnefici. Vittorio, Sofia e Ada sono tre facce diverse della stessa medaglia.

    Tre esistenze travolte dalla nudità finita online, La serie, “è piena di passioni, di quella purezza di fondo e perdita dell’innocenza», sottolinea Luchetti, ed affronta per la prima volta il tema del revenge porn attraverso il punto di vista dei giovani protagonisti con sguardo realistico e moderno, con l’obiettivo di narrare le conseguenze – spesso devastanti – di un gesto fatto con superficialità e senza consapevolezza, come può accadere in un’età acerba come l’adolescenza.

    Vittorio (Nicolas Maupas) è bello, carismatico, con genitori in vista, vincente. Destinato naturalmente a essere un leader. E la vittoria di un bando indetto tra le scuole della città per la riqualificazione di uno spazio abbandonato, sembra confermarlo. La polizia lo interroga in merito ad un video che gira in rete, la ragazza che appare nelle immagini è minorenne, ci sono conseguenze legali. Il suo nome è Sofia di anni 16, una ragazza che ha sempre sentito il bisogno di mantenere il controllo, di seguire le regole, forse pensando che fosse l’unico modo per non farsi trascinare a fondo. L’arrampicata, una disciplina che da anni condivide con Emilia, è un’ulteriore conferma di questa sua predisposizione. Infine c’è Ada preferisce rendersi invisibile per non fare i conti con una serie di problemi. Quando comincia a scambiarsi foto con un ragazzo più grande tutto immagina, tranne che vadano a finire su un sito porno.

    “Avendo a che fare con tre storie che parlano di un problema profondo e insidioso come il revenge porn, i cui protagonisti sono tre adolescenti, ho voluto cercare di stare il più “vicino possibile” ai ragazzi”. Racconto un’età meravigliosa in cui non si ha la capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni”, ha raccontato Laura Luchetti. La storia è ambientata nella provincia dell’Emilia-Romagna, continua la regista. perchè il revenge porn non è un lame delle metropoli ma è una piega universale”. 

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    Tratta dall’omonimo teen drama norvegese, la serie Nudes è diretta da Laura Luchetti (Fiore gemello), con Nicolas Maupas (Mare Fuori), Fotinì Peluso (Romanzo Famigliare, La compagnia del cigno, Cosa sarà) e, per la prima volta sullo schermo, Anna Agio.

    Prodotta grazie al sostegno della Regione Emilia-Romagna e girata nei comuni di Casalecchio di Reno, San Giovanni in Persiceto e Bologna.

     

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    Baci rubati!

    Sulle piattafome digitali BACI RUBATI - Amori omosessuali nell'Italia fascista, il film documentario di Fabrizio Laurenti e Gabriella Romano, prodotto e distribuito da Istituto Luce-Cinecittà, già presentato con vivace attenzione al Bellaria Film Festival, e al Florence Queer Festival – dove ha ottenuto una Menzione speciale della giuria. Baci rubati racconta la condizione degli omosessuali durante il fascismo, usando principalmente la voce di chi ha vissuto in quegli anni. Il film offre un mosaico sfaccettato e complesso che mette in evidenza la persecuzione che i gay e le lesbiche italiani hanno subito, ma allo stesso tempo smonta gli stereotipi e ricostruisce la molteplicità delle loro esperienze, gli svaghi, le amicizie, gli affetti, gli amori e le consuetudini. Sull'argomento si sa ancora oggi molto poco poichè il silenzio che ha circondato l'omosessualità si è protratto ben oltre il Ventennio.

    Pur sottolineando la persecuzione e le numerose restrizioni e sanzioni imposte dal regime agli omosessuali, l’intento è quello di riportare in luce per la prima volta alcune storie di chi, nonostante tutto, ha “resistito” ed è riuscito a vivere seguendo le proprie scelte.

     

    "Chiunque (...) compie atti di libidine su persona dello stesso sesso, ovvero si presta a tali atti, è punito, se dal fatto derivi pubblico scandalo, con la reclusione da sei mesi a tre anni."  Così enunciava nel 1927, in prima stesura, l'articolo 528 del nuovo codice penale Rocco riguardo la repressione dell'omosessualità, che veniva in tal modo per la prima volta contemporaneamente riconosciuta e sanzionata. Sul sanzionarla tutti d'accordo, ma sulla necessità di riconoscere che in Italia fosse diffuso il "turpe vizio" - come veniva allora definita una relazione non eterosessuale - mai e poi mai! Sarebbe stata messa in discussione la virilità stessa del maschio italiano.

    Così il film interpella storici che si sono occupati di omosessualità durante il regime di Mussolini.  Ma predilige le voci dei protagonisti che raccontano le proprie vicende, sentimenti ed avventure. Tra il serio ed il faceto, il sentimentale e lo sfacciato, si alternano pagine di diari, lettere, poesie e ricordi di amori proibiti, osteggiati, censurati, ma esistiti, vissuti, cantati e ricordati con orgoglio. 

    Sono così di notevolissimo interesse le parole di scrittori assoluti come Aldo Palazzeschi, de Pisis, Sandro Penna, Radclyffe Hall, posti accanto agli inserti di letteratura 'scientifica' dell’epoca; e più di tutto interessante che il film raccolga voci di estrazioni sociali, mentalità, esperienze differenti. 

    Parole che nel film vivono dell’interpretazione da manuale di Luca Ward, che restituisce con sottigliezza sulfurea la prosa scientifica sul ‘problema’ degli omosessuali, accanto alle voci partecipi e coinvolgenti di interpreti popolari come, Valentina Cervi, Sabrina Impacciatore e Neri Marcorè.

     

    Attraverso le parole dei protagonisti, il film documenta alcuni aspetti della repressione dell’omosessualità come gli arresti, l’internamento in manicomio, le ammonizioni, le indagini dei commissari, le dichiarazioni dei prefetti, le violenze degli squadristi.

     

    Baci Rubati si avvale di materiali di repertorio molto preziosi provenienti da collezioni private, interviste radiofoniche risalenti all’inizio degli Anni Ottanta e brani di diari inediti, a cui fanno da controcanto le immagini ufficiali del regime, quelle dei cinegiornali Luce, che illustrano l’ideale fascista di virilità e femminilità.

    Un montaggio serrato di immagini di repertorio illustra il culto della virilità del regime, il clima delle sue campagne di moralizzazione, la creazione dello stereotipo dell’uomo “effeminato” e della donna “mascolina” ed al contempo racconta il vissuto di omosessuali e lesbiche, testimoniato da fotografie e filmati provenienti da archivi privati. Attraverso questi materiali preziosi e inediti il film celebra il coraggio di chi ha affermato le proprie scelte di vita, nonostante l’azione repressiva della dittatura.

    L’uscita on demand su piattaforma dal 14 febbraio, giorno di San Valentino, è una dedica speciale al coraggio e alla libertà di tutti gli amori.

     

     

     

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    ”Natale in casa Cupiello”, in Tv l’opera teatrale di Eduardo De Filippo

    Edoardo De Angelis, regista di Indivisibili del 2016,  ha deciso di confrontarsi con un monumento della storia del teatro portando su Rai1 il 22 dicembre "Natale in casa Cupiello" di Eduardo De Filippo. Per l'adattamento il regista ha scelto la Napoli del 1950. "Un anno emblematicamente sospeso tra la guerra e il benessere. La città è ancora ferita dalle bombe ma si sentono i primi vagiti di una classe media che si affermerà negli anni successivi. Un anno sospeso tra distruzione e ricostruzione, proprio come il 2020".

    Il film, prodotto da Picomedia in collaborazione con Rai Fiction, racconta le vicende dal sapore agrodolce tratte dal capolavoro di De Filippo attraverso le straordinarie interpretazioni di Sergio Castellitto (Lucariello), Marina Confalone, Concetta, Adriano Pantaleo il figlio Tommasino, Tony Laudadio ha il ruolo dello zio Pasquale. Pina Turco è l’inquieta Ninuccia, Antonio Milo veste i panni del marito Nicola, Alessio Lapice quelli dell’amante Vittorio. Andrea Renzi è il medico.

    Sergio Castellitto nel ruolo di Luca è un fervente amante delle tradizioni natalizie, e non vede l’ora di potersi dedicare maniacalmente alla composizione del Presepe, nonostante le critiche della moglie e del figlio Nennillo, che non lo appoggiano. A un certo punto irrompe in casa la figlia Ninuccia, agitata per l’ennesima lite con suo marito Nicolino. Ninuccia, che non ha mai amato il marito, vuole scappare con il suo amante. La situazione degenera appena il marito viene a conoscere tutta la situazione, tra liti, minacce, sfide a duello. Venuto brutalmente a conoscenza della situazione familiare, Luca, per anni vissuto nell’illusione di aver creato una famiglia felice, ha un ictus, crolla e si ritrova a letto in preda a difficoltà motorie e verbali.

    "Una casa distrutta e una famiglia in frantumi vengono tenute in piedi dall'ostinazione di Luca con queste statuine a mette insieme i pezzi, a rimettere insieme l'amore", precisa De Angelis.  Mentre Castellitto ribadisce con forza di non essersi confrontato con Eduardo, "è  inarrivabile". Il mio Lucariello è un vecchio, il più vecchio di tutti gli altri, però è l’unico a giocare come un bambino, a voler ricucire i conflitti".

    De Angelis dirige un buon cast con grande equilibrio giocando molto sulla sulla centralità di ciascun personaggio e realizzando una messa in scena atemporale dove un susseguirsi di battute umoristiche non prive di un certo umorismo amaro llustrano la natura della famiglia che per Eduardo rappresenta sempre lo speculum della società italiana e addirittura del mondo. Il padre Eduardo Scarpetta, lo ricordiamo, non lo riconobbe; ma la sua figura fu comunque presente nella giovinezza di Eduardo, insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai nonni.

    Un film che in un momento storico senza precedenti segnato da una pandemia globale assume un significato specifico senza mai perdere di vista il nucleo originario della commedia. Sembra proprio che De Angelis abbia trovato una chiave di lettura innovativa e moderna che illuminano per metafore il desiderio di dialogare con la realtà.

     

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