Articles by: Monica Straniero

  • Arte e Cultura

    Venezia77 premia Nomadland, la strada come scelta di vita

    Nomadland, il film di Chloé Zhao, vincitore del Leone d'Oro alla 77esima edizione del Festival di Venezia, è capace di rendere una realtà cupa in modo così avvincente da ripristinare la fede nell'umanità. IL personaggio centrale di “Nomadland” è Fern, una splendida Frances McDormand, una donna vittima del crollo economico di una città aziendale nel Nevada rurale, che dopo la morte del marito decide di far diventare casa il suo van e, carica i bagagli, si mette sulla strada. Come miglia di americani diseredati, anche Fern decide di vivere una vita itinerante in cerca di lavori stagionale e affitto a prezzi accessibili. Sono i workampers, manodopera usa-e-getta, perché, "l'ultimo posto libero in America è un parcheggio".

    Dopo una vita di solidità e ascensori sociali, la pensione si prospetta per milioni di americani come il tempo della precarietà e dell’insicurezza. E' ironico che la generazione dei baby boomers sia ora vittima delle volatilità del mercato e dell’erosione delle protezioni sociali che sono state il marchio della loro epoca d’oro. E non si tratta soltanto di condizioni economiche.

    Nomadland aiuterà milioni di persone nel mondo a capire che l'America è un paese falsamente prospero. I workampers selezionano le barbabietole da zucchero, raccolgono fragole, gestiscono campeggi o scaffali di scorta nei magazzini di Amazon. (Jeff Bezos, l'amministratore delegato di Amazon, possiede il Washington Post.) È un lavoro massacrante, mal pagato e senza benefici. Il programma CamperForce di Amazon, ad esempio, assume legioni di lavoratori stagionali - la maggior parte dei quali vive nei loro veicoli - prima del Natale e licenzia quando le vacanze finiscono.

    I personaggi di Nomadland sono uomini e donne orgogliosi. Molti sulla sessantina e oltre, dovrebbero entrare nella sesta età dell'uomo di Shakespeare, "con i pantaloni magri e con le ciabatte, con gli occhiali sul naso e il marsupio sistamato sul fianco". Invece sono senza casa, senza soldi, senza sicurezza, senza tutto, tranne la loro dignità e la fiducia in se stessi.

    C’è una parte di Fern che, in fondo, vorrebbe una vita non costretta dalla costante ricerca di un nuovo posto di lavoro, a cambiare campeggio dopo campeggio, sola. Eppure, dall’altra parte, Fern non può smettere di viaggiare e incrocare altri nomadi della strada che condividono con lei i propri racconti. La vita da nomade dei tempi moderni è difficile da comprendere perchè il desiderio di libertà, di una vita senza vincoli e radici, può diventare anche una condanna. 

    Un film pieno di solitudine che viene scandita dagli stupendi paesaggi della costa occidentale, dai tramonti nel deserto e dalle le lunghe highways americane. Fern intraprende un percorso di autodeterminazione alla ricerca del senso più profondo della vita e al di fuori della società convenzionale. Una vita minimalista, essenziale, fatta di pochi oggetti. 

    Nomadland è il tentativo straordinario di "trascendere - il logoro ordine sociale" da parte di persone che ne sono state deluse, ricostruendo il proprio "mondo parallelo su ruote". Li possiamo definire perdenti?

     
     
  • Arte e Cultura

    Assandira. La Sardegna che cambia nel film di Savatore Mereu

    "La domanda è sempre la stessa: perché si vuole raccontare una certa storia? In quasi tutte le storie, anche quando sono raccontate da altri, si può trovare traccia di se stessi". Salvatore Mereu presenta fuori concorso alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, "Assadira", feroce critica sociale nei confronti di un turismo di massa che fa un uso spregiudicato della Sardegna in nome del profitto, sacrificando tradizioni di una terra millenaria, dove convivono i pastori e il tursimo della Costa Smerada. 

    "Qualche anno fa, leggendo Assandira di Giulio Angioni, ho provato un sentimento di frustrazione e di indignazione nei confronti della rappresentazione di quel mondo a cui appartengo, - racconta Mereu. Il regista porta così lo spettatore in una Sardegna rurale ed arcaica dove un giovane, interpretato da Marco Zucca, figlio di un pastore, torna nella sua terra di origine. Il padre possiede un terreno dove c'è un vecchio rudere, il figlio, che era emigrato, e la moglie tedesca decidono di trasformarlo in agriturismo. E pian piano convincono il padre a seguirli anche se lui non crede molto che la cosa possa funzionare: soprattutto perché, dice, "non c'era nulla di comodo e di piacevole nella vita del pastore. Un incendio doloso distrugge l'agriturismo e Costantino non riesce a salvare suo figlio. Il giorno dopo viene interrogato dai Carabinieri come testimone informato dei fatti. Chi ha causato l'incendio?

    Costantino è interpretato da Gavino Ledda, scrittore noto al grande pubblico per il romanzo autobiografico Padre Padrone, poi trasposto al cinema dai fratelli  Paolo e Vittorio Taviani che vinse la Palma d'Oro 1977 su decisione del Presidente di Giuria Roberto Rossellini. La storia fece scalpore perchè raccontava di di quel bambino che voleva studiare ma che il padre toglieva da scuola perché aveva bisogno di un guardiano per le sue pecore. 

    Un conflitto padre - figlio che ritroviamo anche nel film Assandira. "Non ho voluto solo indagare l’aspetto sociologico e cronachistico di quello che è accaduto negli ultimi anni in Sardegna con il turismo ma realizzare un racconto familiare. La famiglia è un microcosmo in cui tutti viviamo e il luogo del confronto e dello scontro, e dove si incrociano i sentimenti di chi ne fa parte. Un padre e un figlio che appartengono a mondi diversi e riflettono l'incomunicabilità generazionale che indica il divario non solo di idee ma anche di culture. Il padre viene da un mondo arcaico che ha un sistema di valori che mette al primo posto il rispetto della natura e il figlio che quel mondo lo ha lasciato e cerca di riaprropiarsene in modo improprio".

    Sul personaggio di Gavino Ledda, il regista afferma: Quando gli ho proposto il ruolo, ero preoccupato che il pubblico lo vedesse come il protagonista di Padre Padrone e non come il personaggio. In Assandira c'è un capovolgimento di ruolo, è il padre che seppure in modo riluttante ha accettato qualsiasi cosa pur di accontentare il figlio, finendo per diventarne vittima. La dignità umana viene caplestata e con essa anche le regole della natura stessa, e questo porta alla tragedia finale.

  • Arte e Cultura

    I am Greta, a Venezia il documentario che racconta la giovane attivista

    Mi è veramente piaciuto il film, penso che dia un'immagine realistica di me e della mia vita. Spero che chi lo vede possa finalmente comprendere che noi giovani non stiamo scioperando per divertirci. Lo facciamo perchè non abbiamo scelta. Molto è accaduto da quando ho iniziato il primo sciopero, ma tristemente devo dire che siamo ancora al punto uno. I cambiamenti ed il livello di consapevolezza necessari non sono nemmeno vicini ad esserci per adesso. Tutto quello che chiediamo è che questa crisi sia trattata come tale e ci restituisca un futuro. Il film fa vedere bene quanto ancora siamo lontani. Dimostra che l'urgenza  del messaggio scientifico non sta arrivando proprio".

    Così commenta Greta Thunberg, l'attivista svedese 16enne che da due anni sta provando a cambiare il mondo.

    Il documentario di Nathan Grossman, presentato Fuori Concorso alla 77. edizione della Mostra Cinematografica di Venezia è forse la cosa più bella che abbiamo sin qui visto. In effetti resti1tuisce il ritratto di una Greta autentica, di una famiglia unita e di un sincero interesse della ragazza malata di Asperbger di provare a fare qualcosa per tornare ad avere un futuro e salvare l'unico pianeta che abbiamo.

    Sono 90 minuti di vera intimità e anche sofferenza, confesso di avere addirittura pianto ad un certo punto, perchè nonostante l'incredibile movimento che Greta ha sollevato nel mondo, specie nei giovani come lei, nonostante le folle oceaniche di persone che con lei hanno gridato e manifestato, la vera protagonista della vita di Greta è comunque la solitudine. E' difficile crederlo ma è così. Ed è sola perchè i leader mondiali, nonostante la invitino ovunque a parlare, poi non fanno nulla per cambiare qualcosa ed è frustrante vedere quanto in realtà alcuni si prendano quasi gioco di lei.

    Il documentario, interamente girato da Grossman, che ha fatto tutto da solo, non risparmia nemmeno i momenti di difficoltà, quando Greta è costretta a leggere critiche spietate ed infamanti. L'incredibile è come se le lasci scivolare addosso e continui imperterrita per la sua strada. I suoi discorsi, nessuno dei quali improntato a prendere un like o una captatio benevolentiae, sono sferzate violente di consapevolezza, sono bacchettate sulle dita dei signori del potere. Tagliente, dura, dritta al punto. Questa piccolina, senza paura, senza freni sulla lingua, affronta ogni sorta di pressione, accetta ogni sfida pur di rimanere fedele ai suoi principi. Fa diventare la famiglia vegana, accetta un discorso alle Nazioni Unite e per arrivarci sale su una barca a vela perchè ha deciso di non viaggiare più in aereo. Il viaggio attraverso l'Oceano è forse il punto più alto del lavoro di Grossman, e quando si vede la terraferma, dopo due settimane di acqua pesante, pioggia e vento, e la piccola Greta scorge lo skyline newyorchese la mente corre a tutti quei migranti che attraversarono a loro volta il mare per cercare un futuro migliore. Lì ho pianto.

    Greta ha ispirato e continua ad ispirare una generazione di giovani attivisti che ha preso a cuore il pianeta ed il problema del cambiamento climatico, ma non è un'icona che cerca la fama. Questo è il punto principale del documentario che Grossman rivela.

    Il giovane regista ha avuto il grande merito di incontrare Greta nei primissimi giorni dei suoi scioperi, quando da sola e con un cartello, sedeva davanti al parlamento svedese per chiedere attenzione.

    "Sono stato lì dal primo momento - dice - mi aveva incuriosito questa ragazzina ed ho iniziato a filmare, le ho chiesto se potevo farlo, sono tornato a riprenderla, vedevo che la gente si fermava e le chiedeva informazioni. All'inizio non sapevo nemmeno bene cosa avrei fatto del materiale girato, ma poi sono rimasto con lei, mi stavo affezionando e incuriosendo, vedevo che qualcosa si muoveva e sono stato sempre in contatto, fino a quando ho deciso che l'avrei seguita. Insieme alla sua famiglia ho chiesto il permesso di poter entrare in casa, di girare tutto, sapendo bene che ci sarebbero stati dei giorni buoni e altri meno, che poteva sempre dirmi - qui non entri o non riprendere - invece sono stati tutti estremamente sinceri. Il viaggio poi è culminato con l'attraversata dell'Atlantico, non pensavo sarei andato ma alla fine volevo documentarlo e mi hanno portato con loro. Un viaggio duro e difficile, ma Greta ha una forza straordinaria e ha fatto anche questo".

     

    Uscire dal cinema e avere voglia di fare qualcosa, che insieme è possibile, è il messaggio più grande che potesse arrivarmi e spero di portarlo con me sempre. Abbiamo bisogno di molte Greta e di molto cinema che ci permetta visioni più alte, quelle in grado di cambiare il mondo.

     
  • Fatti e Storie

    La storia del medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, al cinema

    Il senso del medico per l’uomo

    Forse arrivando, noi spettatori, dall’esperienza della pandemia, abbiamo ora più chiaro il valore e il senso dei medici nella nostra società. C’è da dire che nella pandemia, la cosa riguardava noi, i nostri pericoli, la nostra salute.

    In “Nour” lo stesso valore, lo stesso senso della professione di medico riguarda “loro”, i migranti, e su questo noi italiani, europei, abbiamo le idee più confuse. Eppure è proprio attraverso lo sguardo del medico Pietro Bartolo, in cui si è pienamente immedesimato Sergio Castellitto, che si riesce a ritrovare il sentimento di una comune Umanità.

     

    La migrazione vista dai bambini

    Nour è il nome di una bambina siriana arrivata sola a Lampedusa e la cui storia è stata raccontata da Bartolo nel suo primo libro “Lacrime di sale”, così come quella di Anila è stata al centro di “Le stelle di Lampedusa”.

    I bambini sono il punto di vista più dolente da cui guardare alle migrazioni, ma il lavoro e l’attenzione del medico del poliambulatorio di Lampedusa riguarda tutti: madri, padri, giovani uomini e donne, famiglie, persone sole.

    Pietro Bartolo viene rappresentato nella sua linearità: il medico,

    il buon padre di famiglia, l’uomo buono, tanto semplice quanto tenace. La sua ancora: la salvezza e la dignità umana.

     

    Un drammatico naufragio

    Il film si apre con uno dei naufragi più drammatici che ha interessato l’isola e con l’arrivo di sopravvissuti tra cui Noura e un padre disperato che non trova più il figlio, Ahmed. Bartolo/Castellitto attraversa la disperazione dei naufraghi avvolti nel telo isotermico, quello dorato, sul mezzo della Guardia Costiera, mentre iniziano le operazioni di sbarco e identifica i casi più gravi. E’ di poche parole, agisce lesto, ma non manca di abbracciare chi vede più in difficoltà e di incoraggiare. Parla in un inglese che basta per farsi capire. Si sente attraverso Castellitto la verità di Bartolo, che molti italiani hanno potuto sentire nelle gremite conferenze, prima che venisse eletto europarlamentare.

     

    Il Dna di ciascuno

    In una delle scene più drammatiche, il grande capannone pieno di buste con i corpi degli annegati e il medico solo, in camice, per il prelievo del Dna di ciascuno. Un’operazione tanto triste, quanto dolorosa, che ha comunque comportato l’incontro con volti e storie non narrate. Medico fino in fondo, davanti ai vivi e ai morti perché nessuno deve rimanere senza la possibilità di essere identificato. Bartolo ha raccontato spesso in pubblico questa esperienza come un trauma ricorrente di cui è impossibile liberarsi. Tra quei corpi, anche quello di Ahmed, con la maglietta rossa, che tanto ricorda il bambino siriano trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia.

     

    Il mistero di Nour

    Con la stessa cocciutaggine, Pietro/Sergio coglie l’inquietudine di Nour e non si rassegna a lasciarla trasferire in un centro per minori non accompagnati. Non fino a che non avrà colto il suo mistero e chissà, magari lo avrà risolto. E qui non si può che stare dalla parte di questo medico, figlio di pescatori, che con piccoli trucchi e sotterfugi, cerca di sottrarre la bambina alla burocrazia. La ospita con la moglie a casa sua, non demordono davanti alle sue crisi, con molta fatica ne ottengono la fiducia, fino al punto di scoprire la sua storia e la sua angoscia. E se, per questa volta, la fine non sarà drammatica, si tratta solo di un caso raro.

    Ce lo ricordano le immagini, reali, dei recuperi sul fondo del mare di corpi annegati, di ogni età, dai pochi mesi di vita in su.

     

    Non un film buonista

    Il film si rivolge al grande pubblico, ma non è un film buonista. La stessa figura di Bartolo non lo è. Non c’è pietismo, semmai una umana vicinanza che il medico Castellitto ben trasmette. I sentimenti diversi della società verso le migrazioni e gli aspetti negativi che fanno più rumore vengono accennati in alcuni personaggi: il parroco esasperato dalle richieste di Bartolo (“non so più dove metterli”), il fotografo del Nord che teorizza l’invasione (“da noi quartieri interi sono in mano a loro”), lo scafista che fa il furbo e che dà sostanzialmente del perdente al medico di Lampedusa. Bartolo ascolta, registra, con poche parole rimette le cose al loro posto. Non è un uomo senza dubbi, ma le sue certezze sono più forti. Dalla parte della vita, della povera gente, dell’umanità ferita e sola. 

  • Arte e Cultura

    Venezia 77, manca Hollywood, otto le registe in concorso

    “Presentiamo 62 film più 15 cortometraggi, che rappresentano 50 paesi di tutto il mondo, anche quelli provati dalla pandemia”. Con queste parole il direttore artistico, Alberto Barbera, ha presentato la conferenza stampa della  77esima edizione della Mostra del cinema di Venezia  che si svolgerà dal 2 al 12 settembre, e la cui giuria principale sarà presieduta dall’attrice Cate Blanchett. Il film di apertura sarà Lacci di Daniele Luchetti. In concorso ci sono ben quattro film italiani, di cui otto diretti da donne.

    Salvatore Ferragamo: The Shoemaker of Dreams" è il "biopic spericolato" del "ciabattino delle star" Ferragamo realizzato da Luca Guadagnino. Per la stessa sezione fuori concorso, ci sono " Greta" su Greta Thunberg di Nathan Grossman, "La verità sulla Dolce Vita" di Giuseppe Pedersoli, "Paolo Conte, via con me" di Giorgio Verdelli.  "Lasciami andare" di Stefano Mordini, girato durante l'acqua alta a Venezia,  chiuderà fuori concorso il festival. Nella stessa sezione, "Assandira" di Salvatore Mereu con lo scrittore di "Padre Padrone" Gavino Ledda protagonista.

    Sono quattro i film italiani in concorso: "Le sorelle Macaluso" di Emma Dante, tratto da una pièce teatrale scritta dalla regista sul tema della famiglia e sui legami di sangue. "Miss Marx" di Susanna Nicchiarelli racconta la seconda figlia di Marx, una delle prime donne ad accostarsi al femminismo, ma dalla vita sfortunata. Il terzo film è "Padrenostro" di Carlo Noce interpretato da Pierfrancesco Favino e prodotto dallo stesso Favino  insieme ad Andrea Calbucci e Maurizio Piazza.laudio Noce con Padrenostro, film interpretato da Pierfrancesco Favino, che lo ha prodotto con Andrea Calbucci e Maurizio Piazza. Ambientato negli anni del terrosimo, il film è ispirato a fatti reali, uno dei quali vissuto dalla famiglia del regista.Infine "Notturno" di Gianfranco Rosi, frutto di tre anni trascorsi sui confini fra Siria, Iraq, Kurdistan, Libanodi esplorazione in Siria.

    Tra le registe presenti alla Mostra del cinema anche Magorzata SzumowskaJulia Von HeinzJasmila ZbanChloé Zhao. Da segnalare in concorso Mona Fastvold con The world to come, che racconta la passione tra due donne che, alla fine dell'800 vivono con mariti in case isolate ma poco distanti tra loro. Nicole Garcia con Amants, un thriller tratto da un testo teatrale.

    Film in concorso

        In Between Dying – Hilal Baydarov
        Le sorelle Macaluso – Emma Dante
        The World to Come – Mona Fastvold
        Nuevo Orden – Michel Franco
        Amants (Lovers) – Nicole Garcia
        Laila in Haifa – Amos Gitai
        Dorogie Tovarischi (Dear Comrades) – Andrei Konchalovsky
        Spy No Tsuma (Wife Of A Spy) – Kiyoshi Kurosawa
        Khorshid (Sun Children) – Majid Majidi
        Pieces of a Woman – Kornel Mundruczo
        Miss Marx – Susanna Nicchiarelli
        Padrenostro – Claudio Noce
        Notturno – Gianfranco Rosi
        Never Gonna Snow Again – Malgorzata Szumowska
       The Disciple – Chaitanya Tamhane
       And Tomorrow The Entire World – Julia Von Heinz
       Quo Vadis, Aida? – Jasmila Zbanic

    Non fiction

    Sportin’ Life – Abel Ferrara
    Crazy, not insane – Alex Gibney
    Greta – Nathan Grossman
    Salvatore, Shoemaker of dreams – Luca Guadagnino
    Final Account – Luke Holland
    La verità sul La dolce vita – Giuseppe Pedersoli
    Molecole – Andrea Segre (preapertura)
    Narciso em ferias – Renato Terra, Ricardo Calil
    Paolo Conte, via con me – Giorgio Verdelli
    Hopper/Welles – Orson Welles
    City Hall – Frederick Wiseman

    Fiction

    Lacci – Daniele Luchetti (apertura)
    Lasciami andare – Stefano Mordini (chiusura)
    Mandibules – Quentin Dupieux
    Di Yi Lu Xiang (Love after love) – Ann Hui
    Assandira – Salvatore Mereu
    The Duke – Robert Michell
    Nak-Won-Eui-Bam (Night in Paradis) – Park Hoon-Jung
    Mosquito State – Filip Jan Rymsza

    Proiezioni speciaii

    30 Monedas – Episodio 1 – Alex de la Iglesia
    Princesse Europe – Camille Lotteau
    Omelia Contadina – Alice Rohrwacher Jr

    I film nella sezione Orizzonti

    Concorso

    Mila – Christos Nikou
    La Troisieme Guerre – Giovanni Aloi
    Meel Patera (Milestone) – Ivan Ayr
    Dashte Khamoush (The Wasteland) – Ahmad Bahrami
    L’homme qui a vendu sa peau (The Man Who Sold His Shin) – Kaouther Ben Hania
    I predatori – Pietro Castellitto
    Mainstream – Gia Coppola
    Lahi, Hayop (Genus Pan) – Lav Diaz
    Zanka Contact – Ismael El Iraki
    Guerra e pace – Martina Parenti, Massimo D’anolfi
    La nuit des rois – Philippe Lacote
    The Furnace – Roderick Mackay
    Jenayat-e Bi Deghat (Careless Crime) – Shahram Mokri
    Gaza mon amour – Tarzan Nasser, Arab Nasser
    Selva tragica – Yulene Olaizola
    Nowhere Special – Uberto Pasolini
    Listen – Ana Rocha De Sousa
    Bu Zhi Bu Xiu (The Best Is Yet To Come) – Wang Jing
    Zheltaya Koshka (Yellow Cat) – Adilkhan Yerzhanov

     

  • Life & People

    “Childhood is the Dna of Humanity”

    In the Nineties, Newsweek defined public 0-6 schools in Reggio Emilia, Northern Italy, the best ones for toddlers in the world. The so called “Reggio Approach”, in fact has been studied for decades by the best international researchers. Jerome Bruner, Howard Gardner, the Nobel prize James Heckman, and many others have spent hours and hours in Reggio Emilia, speaking with teachers, children, families, administrators, and Loris Malaguzzi, the “founder”.

    Now, a PhD course in ‘Reggio Childhood Studies” will be held in Reggio Emilia from 2020 to 2023 and the applications on line for admission shall be submitted by Tuesday, July 7. The full title is ‘Reggio Childhood Studies – from early childhood to lifelong learning’.
    The course is promoted by the Department of Education and Human Sciences - University of Modena e Reggio along with Fondazione Reggio Children – Centro Loris Malaguzzi. It is the first International Industrial Research PhD course in Human Sciences inspired by the educational experience of Reggio Emilia. 
    The first edition began in 2019, this second one offers 11 new places, 8 with scholarship. It will be held not online, but in Reggio Emilia.

    Carla Rinaldi, best known as Carlina, is a pedagogist and has worked 25 years together with Loris Malaguzzi, the Municipality of Reggio Emilia and all the women – public administrators, teachers, pedagogists, mothers, cooks, artists – that struggled in the Seventies to create this pubblic system for education. The whole city. She is now president of the Reggio Children Foundation.

     

    “The most extraordinary book that these Phd students will study are the schools and the city of Reggio Emilia” she says. 

     

    President Rinaldi, what are the Reggio Childhood Studies?

    “They start from the idea that childhood is not a period of life, but a way of thinking to life. It is a culture, a way of looking to life, a right to learn all life long. Above all, as we have seen in this pandemic aera, societies need to let themselves be insipred by their childhood to go forward. Curiosity, astonishment, creativity, wonder of knowing are the approach to life of children. They are the Dna of Humanity, according to our vision. When a society looses its childhood, it looses the essence of Humanity”.

     

    What is so extraordinary in the Reggio Emilia experience?

    “Reggio Emilia has been able for more than 60 years to be a unique playground where to experience civic and cultural participation around childhood. And this has been possible thanks the engagement of the whole community for high qualities public schools for children from 0 to 6 years old. They are places of democracy”.

     

    Which kind of backgounds or graduates would you like to involve?

    “We are looking for the ones with a pedagogical background, but not only. We offer an episthemological path and it would be fantastic to have medicicians, achitects, artists and other kind of disciplines. We think about a residential communiy like a sort of agora, able to research together and to interact with the city. We look for the ability to read our contemporary aera, also with a critical thinking”.

     

    What about making this Phd in the pandemic aera?

    “Because of the pandemica aera, the meaning of this Phd will be higher. We need a thinking community that save the childhood oh Humanity and children can help us to deal with the crisis. This International Industrial Research PhD course in Education unites the top down and bottom up approach, academic knowledge and the wisdom of the community, the “experience” that comes from the wedding between theory and praxis”.

     

    The 3-year-long interdisciplinary course will be under the direction and coordination of prof. Alberto Melloni, Director of the Department of Education and Human Sciences of Unimore.

     

    It  offers an advanced training path, enriched by well-known quality international partners, so as to build a library of research that elaborates the experience and addresses the new challenges of the world of education. 

     

    The application for admission, together with a research project, shall be submitted by Tuesday, July 7, at 1:00 p.m. There will be a selection procedure by qualifications and, for those admitted, an online interview on Google Meet on Monday 27 and Tuesday 28 July at 9:00 a.m. 

     

    The research themes addressed in the course, whose official language is English, range from space and environment as elements that contribute to structuring play learning processes and learning in the digital age; from meaning making process, hermeneutics and pedagogical documentation to sociology and anthropology; cognitive and emotional group processes and paths for building up an educating community and developing group ties are also explored, starting from the most relevant contexts of socialization, education and training.

    The PhD fellows in Reggio Childhood Studies will be able to work as coordinators in the pedagogical outlining, organization of educational services addressed to children and beyond. They will also be able to find professional opportunities also in public and private, national and international organizations that promote the approach to education of the city of Reggio Emilia at various levels of education.

     

    The course is supported by the contribution of Farmacie Comunali Riunite, Iren, Unindustria Reggio Emilia, Fondazione Manodori.

     

    For further information see >> and the Call for Admission, nr. 10 https://www.unimore.it/AZdoc/CallPhDEnglishXXXVIINTERNET.pdf

     

  • Pinocchio con Benigni
    Arte e Cultura

    Nastri d'Argento, vincono Favolacce e Pinocchio

    Nel segno di Ennio Morricone, morto il 6 luglio all'eta di 91 anni,  si è svolta al Museo Maxxi di Roma  la 74/a edizione dei Nastri d'Argento 2020 che proprio al musicista, maestro di colonne sonore, sono stati dedicati. Il più antico premio cinematografico italiano, assegnato dal 1946 dal Sindacato nazionale giornalisti cinematografici italiani (SNGCI), ha votato come miglior film  Favolacce di Damiano e Fabio D'Innocenzo (già premiato a Berlino per la sceneggiatura), mentre Pinocchio, la favola di Collodi rivisitata da Garrone ottiene ben sei Nastri contro i cinque del film dei D'Innocenzo, premiato anche per produttore, sceneggiatura, fotografia e costumi. "Con questo film abbiamo ritrovato la nostra infanzia e fratellanza, hanno dichiarato i due fratelli, e diciamo ai giovani che vogliono sognare, sognate sogni che vi appartengono, non quelli che vanno di moda".

    Roberto Begnini, vincitore come attore non protagonista, ha dedicato il pemio a tutte le persone che hanno perso il lavoro a causa del lockdown, riferendosi non solo agli addetti del mondo del cinema, ma a tutte le categorie di lavoratori.

    Nastro d’argento come miglior attore a Pierfrancesco Favino per il suo mimetico Craxi di Hammamet, e quello per la miglior attrice per Jasmine Trinca ne La dea fortuna di Ferzan Özpetek che ha ottenuto 3 Nastri.

    L'ultima sceneggiatura di Mattia Torre è la miglior commedia, premiato insieme ai suoi protagonisti Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi. Il filma, tratto dal suo monologo “I figli invecchiano” racconta semplicità e ironia cosa succede quando gli equilibri di una coppia sono messi alla prova e vengono sconvolti alla nascita del secondo figlio, un cambiamento non da poco, un’impresa da “supereroi”.

    Oremiato Pasquale Catalano per la miglior colonna sonora de La Dea Fortuna,ex-aequo con Brunori Sas per Odio L'Estate e canzone originale Che vita meravigliosa di Diodato che, prima di ritirare il premio, ha voluto omaggiare Morricone intonando qualche sua nota dalla colonna sonora di Nuovo cinema paradiso.

    Il Nastro alla carriera è stato consegnato a Toni Servillo, presto sul set per girare  il nuovo film di Mario Martone su Eduardo Scarpetta, padre naturale dei tre fratelli De Filippo, Eduardo, Peppino e Titina, che portano il cognome della madre. Un film che si focalizza nell'intreccio tra vita artistica e intricata vita famigliare sentimentale del grande autore di teatro.

    Il Nastro dell'Anno per Volevo nascondermi di Giorgio Diritti, che premia il regista, il protagonista Elio Germano, i produttori e tutto il cast tecnico del film. Il film, un biopic sulla vita del celebre artista Antonio Ligabue, grande pittore naif emiliano che parla agli animali, nonchè una delle figure più rilevanti dell’arte contemporanea nostrana e internazionale, torna in sala il 20 agosto con alcune anteprime in giro per l'Italia.

    Infine il Nastro della Legalità va ad Aspromonte La terra degli ultimi di Mimmo Calopresti che racconta un mondo a tratti nascosto, a molti sconosciuto, e la voglia di riscatto di un popolo.

  • Fatti e Storie

    La Linea del colore, intervista a Igiaba Scego

    Nata in Italia nel 1974, Scego è figlia di profughi somali fuggiti dalla dittatura di Siad Barre. Cresciuta in Italia, è tornata in Somalia per brevi periodi durante l’adolescenza. Spesso ha dichiarato di non sentirsi né somala, né italiana ma di appartenere ad entrambe le culture. Scego rappresenta una figura della diaspora somala nel mondo, un'appartenenza, di cui la scrittrice è conscia e che la spinge ad analizzare le varie situazioni subite dai somali, costretti a fuggire dal proprio paese per stabilirsi altrove. Nei suo romanzi c'è un doppio sguardo, italiano e somalo, attraverso il quale la scrittrice mette in luce i riverberi razzisti e sessisti di un paese segnato da una crisi sociale e politica che si traducono poi in ricadute importanti sulla situazione odierna dell’immigrazione in Italia.

    Altro elemento sono le donne da sempre collocate in una posizione subalterna per il loro genere e per la loro appartenenza di classe. I rapporti di razzismo e patriarcalismo tra le donne bianche e nere. La prospettiva postcoloniale e quella femminista nella narrativa della Scego passano così attraverso il corpo, nero, delle donne e dei migranti. Tutti temi che emergono nell'ultimo romanzo "La Linea del colore" Bompiani 2019, è in corso di traduzione negli Stati Uniti. Pubblicato a distanza di quattro anni da Adua (Giunti 2015), è un romanzo storico tutto al femminile che si muove su più livelli narrativi. Ambientato tra Italia, Somalia e Stati Uniti, si focalizza su Lafanu Brown, pittrice nera americana che a metà ’800 sogna di poter studiare i classici romani dal vivo, e su Leila, storica dell’arte contemporanea che vive nella Roma di oggi ed impegnata sia su una mostra dedicata a Lafanu Brown stessa sia nel cercare di supportare la cugina Binti, che compie il lungo e pericoloso viaggio verso l’Italia, avvvicinando il lettore alla quotidianità dei migranti e delle loro famiglie.

    Igiaba Scego, perchè questo titolo?

    Omaggia l’intellettuale afroamericano W.E.B Du Bois che indicava in quella linea, il confine costruito dal suprematismo bianco che definisce il mondo come diviso in due razze, separate. Quelle barriere che i bianchi costruiscono intorno a sè per e le persone nere. Ma è anche la linea del segno pittorico. La protagonista ottocentesca Lafanu Brown, una scultrice che lotta per affermarsi in un mondo dell'arte dove i neri non hanno diritti, decide di trasformare quella linea divisoria in un rivendicazione della sua libertà a realizzare il sogno e ad affrontare il Grand Tour per conoscere una cultura essenzaile per la sua maturità artistica.

    Come mai a scelto di ambientare la storia nell'Ottocento?

    E' un periodo storico a cui sento di appartenere. Sono laureata in letteratura spagnola e amo la letteratura dell'Ottocento, a partire da quella russa, inglese per arrivare agli autori spegnoli, poco conosciuti, e francesi. Nel corso di questi studi mi sono imbattuta in due personaggi femminili realmente esistiti. Nel personaggio di Lafanu Brown coesistono infatti due donne, entrambe afroamericane, che hanno vissuto a Roma, allora da poco capitale d’Italia, sul finire del XIX secolo. La prima è Sarah Parker Remond, ostetrica, attivista per i diritti umani e femminista nera. La seconda è Edmonia Lewis, scultrice nera statunitense. Due donne straordinare che hanno scelto di lasciare l'America razzista per trovare rifugio a Roma. Parlare di loro mi ha dato l'occasione di creare un racconto sul viaggio. Oggi viviamo una situazione per cui il viaggio è negato a coloro che non hanno un passaporto “forte” e non sono liberi di muoversi. Mi riferisco a chi vive al Sud del Mondo che non ha la possibilità di entrare legalmente in Europa e mette la propria vita in mano a trafficanti senza scrupoli per sfuggire ad un destino già segnato. La mobilità è un diritto umano e in tempi di quarantena, la Linea del colore può aprire le porte a forme di viaggio più meditativo rispetto a quello mordi e fuggi a cui siamo stati abiuati finora.

    Leila è un ponte tra il passato coloniale dell'Italia e il presente in cui è negata la libertà di circolazione e che costringe sua cugina Binti a tentare un pericoloso viaggio dalla Somalia verso l'Europa. Quanto di Igiaba vive nel personaggio di Leila?

    Leila è molto diversa da me ma condividiamo lo stesso destino, apparteniamo entrambe alla seconda generazione di migranti. Una generazione di genitori e in alcuni casi anche nonni che continua a non essere accettata da un paese dove ancora non esiste una legge sulla cittadinanza basata sullo ius soli. Siamo italianissimi ma non ci considerano tali. E chi come me si è affacciato all'arte della scrittura è stata ingabbiata nell'etichetta di scrittrice migrante che assoggetta il racconto degli afrodiscedenti a logiche esperienziali ed identitarie. Sono una raccoglitrice di storie e ho scritto un romanzo storico a cavallo tra l'Ottocento e il presente per rivendicare il nostro diritto all'immaginazione che ci è stato negato. Scrittori con il mio colore sono ancora collocati tra i titoli della letteratura migrante, non siamo considerati/e letteratura italiana. Ma qualcosa sta cambiando e lo dimostra il fatto che la Linea del colore è stato inserito tra i titoli della narrativa italiana.

    La linea del colore si muove tra l’America schiavista e abolizionista e Roma, una città dapprima papalina, poi italiana per arrivare a quella attuale.

    Noi afrodicendenti in Italia abbiamo sempre guardato all’America o meglio agli afroamericani. Loro sono stati i nostri modelli di vita e mi riferisco a Rosa Parks, James Baldwin, Malcolm X, Martin Luther King, Toni Morrison. La mia libertà viene dalla loro lotta in tempi in cui i non trovavamo le parole per descriverci. Ma ad un certo punto è arrivata la consapevolezza che non ero afroamericana, la mia identità è afroitaliana. Con Lafanu ho fatto un viaggio al contrario. Raccontare di una donna afroamericana che abbandona gli Stati Uniti per inseguire la sua passione in Italia, a Roma. Ma scopre anche in Italia la presenza di schiavi africani incatenati in tante opere d'arte. Il persomaggio di Lafanua è anche un'occasione per riflettere su un'Italia che fa ancora fatica a fare i conti con il suo passato coloniale che tanto ha a che fare con la realtà attuale dove assistiamo al crescere di xenofobia e razzismo.

  • Art & Culture

    Something is Moving in Italy, New Quality Cinema

    The first edition of an event set to become a fixed appointment in the calendar of national and international cinematographic initiatives, will debut on March 13, 2020 in Poggio a Caiano (Po). CineAtelier evenings will take place weekly and will be free of charge. Each film selected for the review will receive a recognition from Cinemaitaliano.info, which will be given to the director before the screening of his or her movie.  

     

    This initiative, which aims to reward the creativity and courage of young italian auteurs and involve students from decentralized areas with encounters and classes dedicated to those who want to work in film, will last through April 5th. It will not simply propose movie screenings, but actually present the idea that, through film, we can create a long-term project with the potential to not only generate interest and attract people to these locations but also develop new forms of visibility that go beyond specific territories. 

    Because, especially in this phase, films made by young generations can be an added value, a cultural resource that will spearhead Italy towards broader environments and open up to different spaces, worlds, cultures. 

     

    But that’s not all. This encounter between directors and students wants to promote the birth of a new cinematographic citizenship for the auteurs of the future without renouncing their own.

     

    The first appointment is with Alessandro Capitani and his beautiful road movie “In Viaggio con Adele,” starring Sara Serraiocco as a ‘special’ girl who only wears a pair of pink pajamas with bunny years. A father-daughter journey which raises a deeper reflection on what is considered normal and on the fear of difference. It will then be the turn of “Short Skin” by Duccio Chiarini, a tale about the sexless microcosm of a young man suffering from a malformation of his foreskin, which renders him insecure and awkward around girls. 

     

    A young generation of filmmakers selected for their autorial perspective and for their highly personal research process, which also includes Federico Bondi with “Dafne,” the story of an exuberant and charming 30-year-old woman with Down syndrome, who can run her own life but still lives with her parents, and Manfredi Lucibello, who closes the review with “All my Nights,” a story of lies and fears, which uncovers two women’s deepest secrets. 

  • Art & Culture

    The D’Innocenzo Brothers, New Italian Cinema Goes Forward

    Alongside the twins are auteurs such as Marco Proserpio, whose documentary “The Man Who Stole Banksy,” narrated by Iggy Pop, was featured in the world’s major festivals, the director of “Twin Flower” Laura Luchetti, Michela Occhipinti whose “Flesh Out,” filmed in Mauritania, tells of “gavage,” the practice of force-feeding women in order for them to gain weight, usually before their wedding. And let’s not forget Jonas Carpignano, the Italian-American who grew up in New York to then return to Gioia Tauro, where “A ciambra” was set, and Alice Rohrwacher, a frequent Berlinale participant.

     

    Now is the D’Innocenzo Brothers' moment. The two young filmmakers who came out of the Roman periphery had already made themselves known with “Boys Cry,” presented during the 68th edition of the Berlin Festival. The protagonists are two imaginary criminals who embody the natives of an outer city neighoborhood, a grey and claustrophobic reality that lives in the shared imaginary. An experiment in “suburban neorealism,” contaminated by the lessons of Wes Anderson and David Lynch. 

     

    In “Bad Tales,” the periphery is once again the protagonist, no longer saved by the clichés that identify it, often even cinematographically, but as the last line of defense of humanity or community. A dark tale inspired by Italo Calvino and Gianni Rodari and set somewhere in the Roman province. A world made up of rows of houses, seemingly normal and quietly joyful, where families live tangled between the sadism of the parents and the rage of the diligent, desperate children. 

     

    The adults’ inability to assume any responsibility for their own children is borderline grotesque. Behind a facade of circumstance, we find sterile human beings, like the two protagonists, Bruno (Elio Germano) and Dalila (Barbara Nicchiarelli), a married couple who lives with their two prepubescent children, surrounded by other adults frustrated by the lives they don’t feel belong to them. The children’s play-time screams become a silent scream. They observe the adults in their every move. They don’t understand them. They look at porn on their fathers’ phones and harbor anger and resentment. 

     

    Tales have a moral. So does “Bad Tales” bring bad omens? The film doesn’t look for a culprit. Social misery isn’t a consequence of the hypocrisy of the middle class. Pornography goes beyond desire. The malaise is simply there, inexplicable but very present, at times reminiscent of the inability to comunicate in Michelangelo Antonioni’s works. The carefully calculated sarcasm communicated by every gesture and word, is therefore a tool to keep from giving into desperation. So there isn’t a moral, at least not in the sense of a message, it’s more of a diagnosis, a snapshot of our society. 

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