La stampa italiana su Steve Jobs

Maria RIta Latto (October 07, 2011)
I giornali italiani hanno dedicato pagine e pagine a Steve Jobs. Abbiamo raccolto alcuni commenti che hanno fatto il giro delle edicole

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È impossibile da ieri, navigando su internet, sfogliando i quotidiani, guardando le news in televisione non imbattersi in un ricordo di Steve Jobs. Tanti gli editoriali scritti da firme prestigiose in cui, oltre alle personali valutazioni su vita e opere di Jobs c’è spesso il personalissimo racconto del primo incontro virtuale avvenuto col mondo Apple e col suo deus ex machina

 

Gianni Riotta su La Stampa rievoca l’atmosfera della California in cui il giovane Steve si è formato: erano gli anni in cui giovani liberal, alternativi, comunitari sognavano l’utopia sociale, amore, tecnologia, zollette di zucchero all’Lsd: “Jobs è figlio dell’ottimismo e dell’ingenuità cari al cowboy di Hollywood Ronald Reagan quanto della fede dei figli dei fiori”. Per Riotta, adesso che Jobs non c’è più, resta la consapevolezza che “Steve” abbia lasciato a tutti noi “la chiave del futuro, sottile e affusolata, touch screen e digitale, la chiave che apre le porte oltre la morte, oltre il buio, oltre fame e follia. Un mondo –continua- dove si potrà forse non essere famelici e un po’ matti, ma, finalmente, soddisfatti e raziocinanti. Tra il paradiso dell’utopia web a venire e il passato frenetico delle idee, destra e sinistra, Wall Street e comuni hippy, solo fragile ponte di elettroni resta il volto scarnito e barbuto di Jobs”.
Sul Corriere della Sera Beppe Severgnini parla direttamente a Steve Jobs in una sorta di elogio funebre ricordandogli che appartiene alla collettività, è proprietà di tutti coloro che hanno da sempre acquistato i suoi prodotti, ma anche di coloro che solo recentemente sono rimasti affascinati dalle ultime novità della Apple. Severgnini saluta Jobs riconoscendo le sue grandi capacità: “Hai cambiato il mondo che hai trovato, e questa è una buona maniera di vivere, per tutti. Hai dimostrato come le industrie possano migliorare la vita della gente; ed è giusto che vengano premiate dai fatturati, quando ci riescono”.
Sempre sul Corriere della Sera Massimo Gaggi, inviato dagli Stati Uniti vede la presentazione avvenuta pochi giorni fa del nuovo iPhone 4S come una mezza delusione, un qualcosa di meno rivoluzionario rispetto a quello che si era favoleggiato sui siti specializzati, tanto da fargli affermare che “la Apple del successore Tim Cook continuerà a mettere sul mercato prodotti e tecnologia d’avanguardia, ma la magia se n’è andata per sempre”. La peculiarità di Jobs è per Gaggi l’essere stato un pioniere non in un solo campo, com’era accaduto in passato con personaggi del calibro di Carnegie, Ford o Rockefeller; Steve Jobs di rivoluzioni in pochi anni ne ha guidate addirittura quattro. “Sotto le bandiere della Apple –spiega Gaggi- sono cambiati in modo radicale il modo di fruire la musica, il «computing», le telecomunicazioni e la cinematografica digitale. Nell’ultimo spicchio della sua vita, con l’iPad, Jobs non solo ha sfornato l’ennesima magia, ma ha anche cominciato a modificare i destini del giornalismo, ricreando sui dieci pollici del suo schermo la sensazione della carta da sfogliare e ricreando i «giardini recintati» delle applicazioni a pagamento”. Gaggi cerca di andare oltre la beatificazione post mortem fatta dai media di tutto il mondo, ricordando come Jobs abbia imposto con i suoi prodotti anche vincoli e tariffe elevate” e di come sia stato sì “genio, visionario, ma anche imprenditore duro, spietato, che non regala nulla e pretende sempre moltissimo. Dagli altri e anche da se stesso. Americanissimo anche in questo”.
Su L'Unità Walter Veltroni nota che con Steve Jobs “il computer diventò, come avrebbe detto Marshall MacLuhan, non più un mezzo ma il messaggio. Non solo uno strumento ma qualcosa capace di semplificare la complessità rendendola alla portata di tutti senza annullarne la ricchezza”. Veltroni riconosce in Jobs “la voglia di accrescere la capacità di ciascuno di comunicare, di correre insieme agli altri di capire e spingere: i social network, la conoscenza condivisa, l’accesso immediato e da qualunque punto del mondo ad un universo di informazioni”. Sulle scrivanie e nelle tasche delle persone a Cupertino come a Pechino, al Cairo come a Londra, le mille rivoluzioni di Steve Jobs, conclude Veltroni, “hanno cambiato abitudini quotidiane e aspettative, comunicare oggi significa una cosa diversa dall’uso che di questo verbo avremmo fatto dieci o vent’anni fa. E mai come ora il mondo è stato piccolo e il villaggio globale”.
Su Repubblica Vittorio Zambardino nota che se ci allontaniamo da “cortile italiano” ci rendiamo conto nella più tecnologica e capitalistica delle terre americane, la California, intere generazioni di imprenditori rivoluzionari sono nate dalla controcultura degli anni '60 e inizio '70, animati dal desiderio di abbattere l'autoritarismo delle leggi date e dell'oppressione individuale. Zambardino ci parla di ciò che accade in California, dell’apparente contraddizione tra "community" ed egoismo imprenditoriale, due concetti che a noi appaiono incoerenti, mentre per loro rappresentano creatività e capacità di rompere gli assetti dati e di creare nuove macchine della mente e nuove regole. Da quella parte del Pacifico la tecnologia è una cultura critica e creativa, cosa che non accade nell'Europa di oggi e tantomeno nell'Oriente di domani. Questo è l’ambiente in cui si è sviluppata l’opera di Steve Jobs, a cui Zambardino riconosce l’essere andato oltre una parte dell'establishment americano che insieme a tutti quelli della vecchia Europa, discute ancora su come reprimere la pratica dei download "illegali". Ecco allora il negozio virtuale di Jobs, abilitato da una "macchina", che crea mercato e denaro dove c'era "pirateria". Un negozio che “rigenera l'industria matura dell'intrattenimento, arroccata nei suoi privilegi e attaccata in modo mortale dalla tecnologia”.
Sempre su Repubblica in un videocommento intitolato "Noi che tifavamo per Jobs e Gates", Vittorio Zucconi, "macintoshiano" convinto e dichiarato, acuto osservatore del mondo e della cultura americani ripercorre le vicende della vita di Steve Jobs e della creazione del mondo Apple, vicende connesse con la sua vita personale, da “antico” fruitore dei prodotti della mela. A tutti noi, come dice in apertura Zucconi, davvero sembrava di conoscere Steve Jobs, di essergli amici, sin dal lontanissimo giorno del 1984 quando uscì il primo Mac, un Mac 128 che oggi sembra un acquisto giurassico. Steve Jobs, ricorda Zucconi, “aveva aperto a me un mondo dei computer e del lavoro che riusciva a mettere insieme il piacere della bellezza, le cose belle, che rendeva meno sgradevole il fatto di doverci lavorare. Questo era il rapporto che io avevo stabilito con lui”. Altro aspetto da non sottovalutare per i fanatici della mela, ed in particolar modo per gli italiani sempre pronti a vedere il mondo con gli occhi del tifoso, era il fatto che Steve Jobs fosse, nell’immaginario collettivo, “l’altro” rispetto a Bill Gates. Zucconi ricorda come comprando un prodotto, un iPad, ad esempio, era come se si facesse goal, una sorta di elemento di competizione. “Non era soltanto comprare, consumare un prodotto, era competere, da minoranza per di più, il che per noi ‘melisti’ aumentava il piacere, il fatto di competere contro un ‘impero del male’, cioè Gates”.
 
Steve Jobs mancherà a tutti noi, anche se nella vita di tutti i giorni viviamo quello che forse è stato il suo più grande risultato, e cioè l’aver fatto in modo che un oggetto diventasse non solo indispensabile, ma addirittura naturale, come se da sempre fosse parte del nostro paesaggio emotivo e cognitivo. Questo passaggio dalla tecnologia alla natura, dall’intuizione del genio alla vita di tutti i giorni di milioni di persone in tutto il mondo è solo una piccola parte della rivoluzione che ha caratterizzato la vita troppo breve di Steve Jobs.
 
 

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