Articles by: Goffredo Palmerini

  • L'altra Italia

    L'Aquila. Back to the street. La pellicola torna in strada



    Il desiderio di scoprire,

    la voglia di emozionare,

    il gusto di catturare,

    tre concetti che riassumono l’arte della fotografia.  

    Helmut Newton


    L’AQUILA – Apre il 30 Novembre dalle ore 17 alle 20, nella Galleria Commerciale Viaroma a L’Aquila, e rimane aperta tutti i giorni nel medesimo orario fino al 15 Dicembre 2013, la Mostra fotografica collettiva “Back to the street – La pellicola torna in strada”, degli artisti Mauro Branchi, Luca Cardarelli, Stefano Di Scipio, Marco Esposito e Pier Luigi Pietropaoli. La Mostra si articola nell’esposizione di 12 foto per ogni artista, delle medesime dimensioni e con identico allestimento. Tema di fondo la “fotografia di strada”, sul quale ciascun artista si è espresso secondo la propria sensibilità e cifra personale. Rigorosamente in bianco e nero, le immagini sono scattate con macchine analogiche e stampate su carta baritata, in camera oscura. Molta l’attesa per questo evento che mette in parallelo cinque artisti di esperienza e provenienza diverse in un’iniziativa culturale stimolante.  
     
    La street photography, o “fotografia di strada", è una sensibilità, più che un genere di fotografia, che con scatti estemporanei mira a cogliere soggetti, luoghi, ambienti ripresi nella loro realtà e spontaneità, in contesti urbani frequentati dalla gente d’ogni giorno. Niente di costruito, dunque, e pose studiate, neanche a pensarci. Nata a Parigi verso la fine dell’Ottocento, la “fotografia di strada” ebbe in Eugene Atget (Libourne, 1857 – Parigi, 1927)il suo vero antesignano.


    Atget ebbe un ruolo fondamentale nel promuovere strade e scorci della capitale francese come soggetti da immortalare con le sue immagini fotografiche. Già qualche anno prima del 1890, quando Atget iniziò, il fotografo scozzese John Tomson aveva cominciato a imprimere su pellicola immagini di vita quotidiana colte dalla strada. Ma è con il fotografo francese Henri Cartier-Bresson (Chanteloup en Brie, 1908 – L’Isle sur la Sorgue, 2004), definito “l’occhio del secolo”, che la fotografia di strada coglie la sua massima espressione nel Novecento. Cartier-Bresson, con il suo stile, diventa punto di riferimento, specie riguardo le immagini di persone e la scelta del “momento ideale” per lo scatto. Eccezionale la sua abilità nel coniugare tecnica e tempismo. Dall’altra parte dell’oceano, intanto, negli Stati Uniti intorno a metà del secolo, nasceva la New York School of Photography, con diversi esponenti. Tra essi Robert Frank è il più famoso, anche per essere stato elemento di punta della Beat generation.
     
    Fatta questa sintesi delle origini, per quanto il genere richiami esplicitamente la strada, in effetti la street photography evoca piuttosto un luogo dell’anima, una dimensione che vuole descrivere l’uomo, la città, l’ambiente nell’abituale ordinarietà. Tanto è sufficiente per cogliere, con la repentinità d’uno scatto, le attività, le relazioni e le interazioni sociali, i luoghi che fanno da fondale alle quotidiane vicende umane. Sicché un luogo o un ambiente, finanche privo di persone, può essere soggetto fotografico “di strada”, perché l’occhio dell’artista ne fa il contesto evocativo dell’attività umana, rendendolo esso stesso pulsante di vita. Tutto sta nell’inquadratura e nel tempismo, che sono gli aspetti determinanti di quest’arte capace di cogliere immagini in momenti decisivi o densi di pathos. Ma tutto si gioca senza premeditazione, lasciandosi guidare dall’istinto e dal desiderio di cogliere la vita, declinata in tutte le sue sfaccettature, di percepire la dimensione umana nelle sue variabili espressioni ed emozioni, coniugandola fisicamente ai rispettivi contesti.
     
    Sarà poi la sapiente arte del bianco e nero, la suggestione delle luci e delle ombre, a scolpire i volti dell’anima - siano persone o luoghi urbani - a fornire i “colori” della vita immortalati nella impercettibilità d’uno scatto fotografico. Di dargli, talvolta persino inconsapevolmente, un senso e un significato. Per dirla con Henri Cartier-Bresson, maestro in assoluto di quest’arte, “La fotografia è il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato d’un evento”. La “fotografia di strada”, dunque, al pari di altre arti (musica, teatro, cinema, pittura, letteratura) che attingono con lo stesso spirito all’immediatezza del momento e alla realtà, diventa anche icona del tempo e della storia, elemento percepibile della narrazione umana a tutto tondo, grazie alla sua espressività genuina, non mediata da riflessioni preventive che ne potrebbero minare la spontaneità e l’essenzialità. Per questa sua specificità è un medium straordinario per raccontare l’Uomo e il suo contesto, la strada e i suoi volti, la gente e le sue emozioni, ma anche una comunità nella sua città, disegnandone per frammenti persino l’indole.
     
    Questa mostra collettiva ne è semplicemente esempio illuminante. Mauro Branchi, Luca Cardarelli, Stefano Di Scipio, Marco Esposito e Pier Luigi Pietropaoli, infatti, con le loro immagini istantanee scattate in luoghi e contesti diversi, riescono alla perfezione a dare icasticità e senso a quanto premesso. Le loro collezioni in esposizione sono un mix di varia umanità, capaci di evocare una suggestione forte. Vi si colgono i segni dell’esistenza, le emozioni dell’avventura umana, a volte il desiderio intenso di comunità, di memoria condivisa, del respiro della propria storia, attraverso riti e tradizioni che conformano un’esperienza comunitaria. Per quanto gli Autori tendano a rifuggire da pretese che delle loro opere possano dare una dimensione artistica riconosciuta, posto che la loro fotografia s’alimenta solo d’una forte e consolidata passione extra-professionale, credo di non eccedere nell’esprimere un apprezzamento convinto per questa esperienza espositiva, segnalandone un livello che va ben oltre il valore artistico in sé, ampiamente riconoscibile, rafforzato dalla tecnica dal sapore antico che si affida all’immagine analogica e allo sviluppo della pellicola in camera oscura.
     
    Back to the street”, infatti, è un felice esperimento artistico di cinque appassionati di fotografia che hanno davvero il talento di saper rappresentare il volto del tempo e della società che viviamo. E’ questo un invito a coglierne gli attimi e le sensazioni. E quantunque le collezioni raccontino ciascuna una tessera d’emozione, le cinque insieme si tengono a meraviglia, per disegnare una parte d’umanità attenta alla propria identità, alla sua storia, al legame con le rispettive radici. Assume ancor più valore, quindi, la collettiva di Branchi, Cardarelli, Di Scipio, Esposito, Pietropaoli, intensamente voluta qui a L’Aquila, per alcuni città natale e per altri d’elezione.
     
    Non è un caso, né un’arbitraria deduzione, se questa mostra di “fotografia di strada” richiami in tutti gli Aquilani il desiderio, la passione, la bramosia dei luoghi urbani che hanno connotato la loro vita. E nasce come queste foto, repentinamente e spontaneamente, la “visione” delle vie, delle piazze, degli sdruccioli e delle coste dell’Aquila rianimate dalla sua gente, con i colori e i suoni che ne disegnano la vita. In fondo, anche questa collettiva è un imperativo richiamo a riempire di volti, voci, sentimenti ed emozioni la città che le macerie ci hanno temporaneamente sottratto. Un desiderio che colma il cuore di speranza e di passione civile, arnesi dell’anima che per quasi otto secoli ci hanno consentito di ricostruire la nostra bella e straordinaria città, perfetta simbiosi tra le sue magnifiche architetture e la sua gente.
     
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    Mauro Branchi è nato a Genzano di Roma l’11 gennaio 1960. Vive e lavora a L'Aquila. Appassionato di fotografia fin dal 1981, comincia ad avvicinarsi al mondo del bianco e nero utilizzando una Chinon CM4s. Tra i vari generi predilige l’archeologia industriale, la foto di paesaggio e la fotografia di strada. Entra a far parte del Fotoclub99 negli anni ’90, partecipando a mostre collettive ed allestendone una personale intitolata “Erano abitate”, sul tema dell’abbandono e del degrado urbano della città capoluogo d’Abruzzo. Realizza i suoi scatti in bianco e nero attraverso l’obiettivo di una Nikon F4.
     
    Luca Cardarelli è nato a L’Aquila il primo febbraio 1983. Inizia ad appassionarsi al mondo della fotografia nel 2006, trovando in casa una macchina fotografica Zenit 12 xp. Fa foto essenzialmente con pellicola in bianco e nero, ma apprezza anche la fotografia digitale. E’ socio del Fotoclub99 cittadino, con il quale partecipa a corsi e mostre. Partecipa al suo primo concorso fografico nel 2012 “sui passi di Thomas Ashby nell’Abruzzo aquilano 2012”, organizzato dalla English school of L’Aquila con la collaborazione dell’Associazione Amici dei Musei d’Abruzzo e Ad.Venture srl, vincendo il primo premio. Il 6 aprile 2013 partecipa con alcune sue fotografie alla mostra fotografica “1424 giorni, una città” insieme ad altri giovani fotografi, curata da Marco D’Antonio e organizzata dall’Associazione Libera e dalla sezione abruzzese dell’Associazione Magistrati, con il patrocinio del Comune dell’Aquila. Temi preferiti sono la fotografia di strada, la fotografia di architettura e di paesaggio.
     
    Stefano Di Scipioè nato a L’Aquila il 7 novembre 1954. Vive nella sua città natale, dove esercita la professione di geometra libero professionista. Da molto tempo coltiva la fotografia per puro diletto personale. Con una Canon FTB e un obiettivo da 50 mm, prestati da un amico, ha mosso i primi passi in un mondo nuovo pieno di attimi da immortalare. Come tutti i nati in quel periodo, ha iniziato con la pellicola e in particolare con il bianco e nero, sviluppato e stampato in proprio in una piccola camera oscura. Attualmente alterna, sempre con maggiore frequenza, la fotografia digitale, mai totalmente recepita, con la fotografia analogica. Un ritorno al vecchio amore, la pellicola. I temi preferiti sono la fotografia di strada, la fotografia di architettura, con particolare attenzione agli aspetti grafici, e la fotografia sportiva. Ha partecipato a numerose esposizioni collettive del fotoclub d’appartenenza e ha realizzato una mostra personale con foto raffiguranti tagli particolari su forme architettoniche della sua amata città. Utilizza un corredo fotografico Nikon formato prevalentemente da vecchi corpi macchina analogici e da ottiche a messa a fuoco manuale. Il colpo di fulmine per lo storico marchio giapponese è scoccato dopo aver visto, in giovane età, il film “Blow -Up”, stregato dalla mitica F, protagonista della famosa pellicola di Michelangelo Antonioni.
     
    Marco Esposito è nato a Battipaglia il 6 dicembre 1987. Vive all’Aquila dal settembre 2006, dove studia ingegneria presso l’ateneo aquilano. Appassionato di fotografia fin dalla giovane età - consumatore accanito di fotocamere usa e getta Kodak! - trova finalmente la sua occasione di cominciare a fotografare quando, nell’estate del 2009,  gli viene “affidata” una Nikon FA del 1984, dalla quale non si è più separato. Studia da autodidatta quest’arte che, poco a poco, è diventata qualcosa di più d’un semplice hobby, ed i grandi fotografi di Magnum Photo. Ispiratosi proprio ad uno di questi, Elliot Erwitt, e ad una delle sue opere maggiori, “Dog Dogs”, nel luglio del 2012 organizza la sua prima mostra da analogico intitolata “L’amico... HA quattro zampe!”. Il progetto è ancora in corso e prevede la raccolta di circa 250 scatti da pubblicare in un volume che vuole essere un umile tributo al Maestro Elliot Erwitt. Scatta prevalentemente a pellicola, sviluppa e stampa da sé le sue foto in una piccola camera oscura, allestita negli anni pezzo dopo pezzo.
     
    Pier Luigi Pietropaoli è nato a Livorno l’11 maggio del 1951. Attualmente in pensione, vive all'Aquila.
    Ha cominciato a fotografare fin dai primi anni ‘70 utilizzando una Zenit E, sviluppando e stampando in bianco e nero. E’ riuscito, col passare degli anni, a collezionare circa quaranta macchine fotografiche di svariate marche (dalla Nikon alla Leica) che utilizza tuttora con gran soddisfazione. Preferisce l’utilizzo del bianco e nero, sviluppando le pellicole per poi digitalizzarle e post-produrle in PS CS6. Predilige la street photography ed i landscapes, sempre ragionando in bianco e nero.
     
     

  • L'altra Italia

    Columbus Day. Emozioni italiane a New York

    NEW YORK – E’ mercoledi’ pomeriggio quando il volo DL 107 della Delta, da Francoforte, atterra in anticipo all’aereoporto JFK, alle quattro e un quarto. Cielo coperto. Una brezza consiglia di coprirsi. Lunga fila all’immigrazione, si concentrano numerosi voli. Un’ora abbondante per le procedure d’immigrazione. I bagagli hanno girato a lungo al banco di riconsegna. Si va verso i taxi. Era immaginabile la fila. Ma la coda e’ paziente, ordinata. Oltre mezz’ora, poi si parte.

    Molto traffico, oggi, verso Manhattan. L'autista tenta un paio di strade alternative ma non e' giornata buona. Il percorso che di solito richiede una mezz’ora oggi dilata i tempi. Il taxi draiver dissimula, eppure e’ leggibile il suo disappunto. Impiega infine un’ora e mezza per arrivare alla 55^, sulla Sesta Ave, nei pressi di Central Park. Meno male che qui i taxi dall’aeroporto hanno prezzo fisso, 52 dollari. Aggiungo una discreta mancia, capendo la situazione. Il taxista mi sembra sollevato. Sono gia’ le sette passate. Mario Fratti, il mio ospite e’ a teatro, ha lasciato le chiavi come d’accordo, ma in casa mi apre Argia, drammaturga di Torino. Casa Fratti e’ quasi sempre un cenacolo d’artisti. Sistemo in camera il bagaglio ed esco ad incontrare la citta’, scarpinando sulla Settima verso Times Square. Come al solito piena di gente, illuminata dai grandi schermi colorati della pubblicita’ che rendono unico questo posto di New York, animatissimo, quantunque non abbia poi granche’ d’interessante nelle architetture, se non il famoso orologio e la tribunetta dove i ragazzi a turno si siedono qualche minuto. Il fuso orario mi consiglia di guadagnare il letto. Ci attendono giorni di grande impegno.

    Giovedi’, prima giornata a New York. Si esce di buon mattino nella metropoli che non si ferma mai. Si annusano odori, si scruta la gente, si entra nel clima, insomma si gode la citta' calandosi nella sua atmosfera. Si prendono contatti, al rientro: Rita Monte, Sal Palmeri e Luisa Potenza (radio ICN), Letizia Airos, il prof. Mario Miglione, direttore Centro di Studi italiani della Stony Brook University, Tony Tufano, l’Italian American Museum.

    Il prof. Miglione conta di organizzare una conversazione per martedi 15, se riuscira’ con i tempi stretti, dove andrei a parlare dell’Aquila. Si pranza da ABA, ristorante turco sulla 58^. New York e’ un crogiolo di cucine e sapori da tutto il mondo. A sera, off Broadway, si va a teatro con Mario Fratti e sua figlia Valentina, regista teatrale. E’ l’ultimo “play” del grande drammaturgo aquilano, “The Vatican knows”. Anche quest’anno il Theater for the New City, nel Village, ha invitato Mario Fratti a rappresentare una novita’. E cosi’ hanno messo in scena “The Vatican knows”, dramma sul rapimento di Emanuela Orlandi, scomparsa dal Vaticano durante il papato di Giovanni Paolo II, nel 1981. Un mistero non risolto. Il New York Times, nel maggio 2012, ipotizzo’ che fosse stata rapita per fare uno scambio con Ali Agca, in prigione per aver tentato di uccidere il papa. Fratti costruisce il suo dramma brillantemente, intorno a questa versione. Una compagnia di ottimi attori, ma davvero eccellente e commovente e’ la protagonista, Giulia Bisinella, attrice di Belluno. L’opera di Fratti e’ stata scelta per le celebrazioni dell'Anno della Cultura Italiana negli Stati Uniti, tra gli eventi a New York promossi dall’Italian Heritage of Culture Month Committee, presieduto da Joseph Sciame. E’ in programma per tre settimane. Come sempre il dramma ha un finale imprevedibile! La cifra di Fratti. Molti gli applausi. Tra il pubblico era presente anche la drammaturga Argia Coppola, che ha scritto un interessante dramma su Marilyn Monroe. Andiamo a cena in un ristorante polacco, sulla Prima Ave.

    Venerdi’ 11, cielo coperto. La giornata si prevede intensa. Mi sono alzato presto, alle 5 e venti, postumi del fuso orario. Mattinata di contatti: email, facebook, telefono. Alle 11 chiamo al cellulare Domenico Accili, non risponde. Mi chiama qualche minuto dopo, concordiamo di vederci in giornata. Sposta un appuntamento nel pomeriggio e propone d’incontrarci da lui, ora pranzo. Ci verra’ a prendere, alla fermata della Metro, alla 168^ Str. Viene anche Mario, e’ interessato a conoscerlo. Mimmo Accili e’ medico, abruzzese dell’Aquila, ma e’ vissuto a Roma fino al 1985. Poi a Washington, al Clinical Center National Institutes of Health fino al 1998, quindi a New York. Insegna alla Columbia University, dove e’ direttore del Centro Ricerche Diabete ed Endocrinologia “Naomi Berrie”, finanziato dalla fondazione Russell Bernie. Sono molto emozionato di rincontrarlo, l’ultima volta che l’ho visto fu il 17 ottobre 2007, alla cerimonia funebre di suo padre, il sen. Achille Accili, uno dei riferimenti della mia formazione politica. Il sen. Accili era nato nel 1921, ad Acciano, dove era stato sindaco. Poi fu segretario provinciale della Dc e nel 1968 fu eletto per la prima volta in Senato, confermato per cinque mandati. La famiglia, attraverso Giorgio Castellani, chiese a me - e non ad illustri personalita’ politiche aquilane - di tenere la commemorazione del senatore, in Cattedrale, a L'Aquila. Mi ricordo quando l’arcivescovo Giuseppe Molinari mi diede la parola, ero emozionato davanti alla grande folla che riempiva il Duomo. Tutta la citta’. La figura politica ed umana del senatore Accili aveva contribuito notevolmente alla formazione d’una intera generazione di classe dirigente aquilana. Questo dissi, con parole venute dal cuore.

    Ma lasciamo i ricordi, torniamo a New York. Mimmo ci vede dalla finestra del suo ufficio e ci viene incontro. Un forte abbraccio, poi gli presento Mario, che egli conosce di fama, come scrittore. Ma Fratti e’ stato anche docente diversi anni proprio alla Columbia University, prima d’andare ad insegnare all’Hunter College. Con Mimmo, nel suo ufficio, parliamo molto dell’Aquila, della sua famiglia, dei suoi ricordi da ragazzo, quando capitavo qualche volta a casa a trovare il padre, in via Santa Elisabetta. Poi andarono a vivere a Roma, in una casa sulla Nomentana. Mimmo vuole notizie della mia famiglia, dei miei figli. Poi di Mario, che gli racconta in modo succinto, come sua abitudine. Io sono piu’ dettagliato e aggiungo quel che Fratti mai direbbe di se’, che e’ un grande autore teatrale, dei suoi successi, del prestigio di cui gode nel mondo del teatro americano e internazionale. Pranziamo all’Universita’, nel ristorante interno. Ottimo. Pesce, io. Mario carne. Mimmo un’insalata. Ha un fisico asciutto, da maratoneta, Mimmo. E infatti dice che, di sabato, va in universita’ da casa sua, a Tribeca, di corsa per 16 chilometri. Al fine settimana, alternativamente, torna a casa la moglie, libanese d’America, da Toledo, dove insegna Fisiologia e fa ricerca di base, oppure la raggiunge lui in Ohio. Mimmo ci fa visitare il Centro, organizzatissimo ed efficiente. In laboratorio molti ricercatori giovani, tanti asiatici e una sola ragazza italiana, medico di Recanati. Nel Centro orbitano 30 mila pazienti, dai 2 mesi fino a tarda eta’. Pagano le assicurazioni, la differenza non coperta la paga la Fondazione Russell Berrie. L’ultima donazione, nel 2012, e’ stata di 27 milioni di dollari. La Fondazione ha fatto costruire a sue spese la magnifica struttura, bella anche architettonicamente. E’ uno dei Centri antidiabete migliori al mondo. Mimmo si definisce un "professional writer", girando il mondo per congressi medici, almeno 50 viaggi l’anno, una trottola. Lo fara’ di nuovo all’inizio di settimana. Mimmo Accili dara’ il suo sostegno alla Candidatura dell’Aquila a Capitale della Cultura, direttamente ed attraverso la Casa Italiana della Columbia University.

    Ci salutiamo che sono le tre e mezza. E’ l’orario del suo appuntamento spostato, ma anch’io devo correre per incontrare Fabio Ghia, contrammiraglio di Marina in pensione, ora imprenditore e giornalista, presidente di ANFE Tunisia. Rappresentiamo l’associazione delle famiglie emigrate fondata dalla deputata costituente aquilana Maria Federici alle manifestazioni del Columbus Day e alla grande Parata del 14 ottobre. Arrivo in orario, prendiamo una birra insieme al bar vicino al Carnagie Hall, dove gli avevo dato appuntamento. Alle cinque mi avvio verso il Calandra Institute, sulla 43^ strada. Faccio quattro passi a piedi, ho tempo. Scendo verso Times Square. Come sempre una varia umanita’ riempie la piazza, pullula di gente. Una ragazza in bikini a stelle e strisce suona una chitarra bianca ad un crocicchio. In Italia la polizia la fermerebbe per oltraggio al pudore. Qui negli States, dove persino piu’ castigati sono nei costumi, si consente. Arrivo al 25 della 43^ Street, piano 17. C’e’ la redazione di i-Italy, network stampa e tv diretto da Letizia Airos. Alla testata collaboro curando la rubrica che Letizia ha chiamato L’Altra Italia, dandogli persino l’immagine di copertina del mio libro. Il network e’ una delle iniziative editoriali, in inglese ed italiano, piu’ innovative e multimediali in America. Saluto Ottorino Cappelli, Letizia ancora non arriva. Al Calandra Institute, il dipartimento di studi italiani della CUNY (City University of New York), c’e’ la presentazione di uno spettacolo teatrale che ASMEF e Loups Garoux Produzioni stanno programmando per rappresentarlo a New York, “Gilda Mignonette, la Regina degli emigranti”. La drammaturgia e’ firmata da Francesca Pedrazza Gorlero, Guido Polito e Riccardo Reim. Interprete e regista sara' l’attrice napoletana Marta Bifano, presente alla presentazione insieme alla giornalista Didi Leoni, alla portavoce ASMEF e giornalista Mariangela Petruzzelli, all’artista Mark Kostabi, a Joseph Sciame e al direttore del Calandra Institute, prof. Anthony J. Tamburri.

    Prima dell’evento saluto il prof. Tamburri e parliamo alcuni minuti. Gli faccio omaggio del mio “L'Altra Italia”, lui si ricorda che l'ultima volta gli ho fatto omaggio del mio libro “L'Aquila nel mondo”, lo ha apprezzato. Gli parlo della Candidatura dell'Aquila a Capitale europea della Cultura 2019. E’ molto vicino moralmente alla nostra citta’, ci sara’ sicuramente un’adesione del Calandra, un plauso per la candidatura.
    Si procede alla presentazione dello spettacolo teatrale sulla figura poliedrica ed affascinante dell’eroina dell’emigrazione italiana negli States, l’attrice e cantante napoletana Gilda Mignonette che nel 1924 arrivo’ a New York diventando un’icona dei nostri emigrati in America. L’ASMEF (Associazione Sviluppo Mezzogiorno Futuro) promuove a New York questo evento, che ha debuttato a Todi. Con molta efficacia lo espone Mariangela Petruzzelli, anche autrice di programmi Rai, in assenza del presidente Salvo Iavarone, infortunatosi a Napoli per una caduta dal motorino. Di ASMEF sono membro del Comitato scientifico, mi sento un po’ a casa. A fine evento parlo con Letizia Airos, tenace direttore di i-Italy, ormai punto di riferimento per la cultura italiana che passa a New York, impossibile che lei non faccia un’intervista: Jovanotti, Battiato, Pino Daniele, e numerosi altri. Qualche giorno fa lo scenografo, tre volte Oscar, Dante Ferretti. Ripasso al MoMA. La libreria e’ ancora aperta, sono quasi le 8 di sera. Faccio un giro, trovo il libro “FERRETTI - L'arte della Scenografia”, seconda edizione, curato da Gabriele Lucci ed edito da Electa-Accademia dell'Immagine, una preziosita’ tutta aquilana. Che emozione, un po’ dell’Aquila in un tempio della cultura americana! C’e’ la mostra sul grande scenografo italiano al MoMA. La vedro’ nei prossimi giorni.

    Sabato 12 ottobre, giorno della scoperta dell’America, sole e vento. Giornata di contatti telefonici e di shopping, con una puntata al Macys. Domenica 13, vi riassumo la giornata, almeno fino al pomeriggio. Una bella giornata di sole. I colori cangianti dell’autunno dipingono le chiome degli alberi e Central Park e’ come un quadro impressionista. Oggi e’ domenica, voglio andare a Messa. Scelgo la cattedrale di St. Patrick, naturalmente, sulla Quinta Ave. La trovo impacchettata dai tubi innocenti, sta in restauro integrale, ma non e’ sottratta al suo scopo. E’ piena come un uovo. Celebra il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, ne riconosco la voce. A fine celebrazione dice alcune parole che non comprendo tutte, comunque sta annunciando il Columbus Day e la parata dell’indomani. I fedeli ridono, il cardinale ha una forte tendenza all’umorismo, come gia’ avevo notato due anni fa. La messa e’ finita, il corteo dei celebranti mi passa a due metri di distanza, faccio una foto ravvicinata al cardinale, che sorride. Esco. Telefono ad una amica carissima, da un mese trasferitasi a New York. E’ Mariza Bafile, figlia di Gaetano, cittadino onorario dell’Aquila, il fondatore del quotidiano “La Voce d’Italia” di Caracas, giornale con il quale collaboro. Mariza e’ nata a Caracas, la madre aquilana doc, famiglia Tazzi. Lei che ha fatto gli studi fino alle superiori all’Aquila, poi torno’ in Venezuela per laurearsi e per lavorare al giornale del padre. Gaetano Bafile e’ stata una grande penna del giornalismo italiano all’estero, di servizio per i nostri emigrati. Di lui e del suo coraggio parlo’ anche lo scrittore Gabriel Garcia Marquez. Del giornale Mariza e’ stata vicedirettore, fino al 2006, quando venne eletta nella Circoscrizione America del Sud al Parlamento italiano, dove ha ricoperto la carica di Segretaria di presidenza della Camera dei Deputati. Mariza scrisse la prefazione al mio primo libro “Oltre confine” e venne all’Aquila a presentarlo. Sono molto legato a lei e alla sua famiglia. E a suo fratello Mauro, che dalla morte di Gaetano e’ direttore del giornale.

    Ma torniamo a noi. Ci siamo dati appuntamento davanti alla Cattedrale, per le 12 e mezza, lei deve arrivare da Brooklyn. Sono le 11 e qualche minuto. C’e’ un gran movimento di transenne e molti agenti della polizia di New York (NYPD). Immagino che stiano preparando per l’indomani, quando ci sara’ la famosa parata alla quale dovro’ partecipare come delegazione ANFE. Invece, un quarto d’ora dopo, eccoti arrivare un corteo, alla testa un drappello della Polizia a cavallo, poi la banda della Polizia di New York. Non mi spiego, ma poi subito capisco. E’ il Columbus Day degli Ispanici: spagnoli, messicani, portoricani, haitiani, cubani, centro-americani, venezuelani, boliviani, argentini, cileni, peruviani, e gli altri. Festosa, colorata, coloritissima. La Quinta si va riempiendo di turisti e curiosi, la giornata festiva aiuta. Proprio oggi ci dovevamo dare appuntamento in mezzo a questa baraonda! Per farla breve, meno male che ci sono i telefonini, non si sarebbe sentito nulla con tutto quel chiasso di voci e di suoni, ma con i messaggini siamo riusciti a ritrovarci. Una bella rimpatriata aquilana, con Mariza. Ha voluto sapere le ultime novita’ della citta’ che ama molto, cosa vi succede di positivo e quali sono invece i problemi.

    Le ho parlato a lungo, consegnandole il documento presentato al Ministero per i Beni e le Attivita’ Culturali sulla candidatura dell’Aquila a Capitale europea della Cultura, per la quale impegnera’ ogni suo sostegno. Abbiamo pranzato assieme. Poi un caffe’ espresso appena decente e i saluti per Mario Fratti, che lei conobbe molti anni fa in Venezuela. Mario oggi e’ andato ad un lunch ufficiale, con una sua conferenza all’Association of Italian American Educators. Torna a sera. Mariza mi dice che gli fara’ un’intervista, prossimamente, per il primo numero della rivista mensile che dirigera’. Parlera’ anche del romanzo “Diario proibito”, uscito di recente in Italia e presentato in prima nazionale all’Aquila. Le ho inviato il formato pdf del romanzo, cosi’ potra’ intervistare l’autore conoscendo la sua opera.

    Lunedi’ 14, giorno della parata. Mi alzo presto, come al solito. Scrivo un’email a Laura Benedetti, che vive e lavora a Washington, dove insegna alla Georgetown University. Ci sentiremo poi per telefono. Esco di buonora, alle 9, per andare al Columbus Day. Le manifestazioni cominciano con la Messa in cattedrale, celebrata dal cardinale Dolan. Tutta la comunita’ italo americana e’ presente, con i massimi esponenti. Il Console generale a New York, Natalia Quintavalle, fa gli onori di casa. E’ molto stimata ed apprezzata dalla nostra comunita’. Sono con Fabio Ghia, siamo la rappresentanza ufficiale dell’ANFE, che ha un posto di rilievo nella parata, tra le prime delegazioni, grazie ad uno stretto rapporto con la Columbus Citizens Foundation, la potente associazione che da decenni organizza l’evento nato nel 1929 per iniviativa di Generoso Pope. E’ una bella giornata di sole. Fabio Ghia potra’ stare per poco, nel pomeriggio riparte per Tunisi.

    Appena fuori della cattedrale mi sento chiamare, e’ Rosanna Di Michele, una vera ambasciatrice della cucina abruzzese e delle eccellenze gastronomiche della nostra regione. Fa almeno due missioni gastronomiche l’anno nei ristoranti di New York. E’ molto conosciuta e la sua simpatia conquista. La conosco da alcuni anni e apprezzo la sua passione e la qualita’ del suo impegno per promuovere l’Abruzzo. Come di solito accade, il mondo istituzionale stenta a riconoscere le vere qualita’ delle persone, sulle quali poter investire, preferendo logiche che spesso costano molto e producono assai poco. Invece, basterebbe vedere cosa Rosanna riesce a fare in due settimane, non solo nelle sue dimostrazioni in cucina, ma nel mondo delle buone relazioni, per capire quanto sarebbe utile all’Abruzzo investire anche sulle potenzialita’ di questa “ambasciatrice” delle qualita’ della nostra regione.

    Parte la parata, in testa il Console generale, Natalia Quintavalle, e gli esponenti della comunita’ italiana nella Columbus Foundations con il suo presidente Louis Tallarini ed il responsabile delle celebrazioni, Frank Fusaro. Poi una banda. Quindi la rappresentanza della Columbia University. Intanto che il corteo muove, arriva il candidato sindaco di New York, l’italo americano Bill De Blasio. Scatto una foto a Rosanna con lui, mentre lo andiamo a salutare. Altissimo. E’ molto alla mano, come capita qui in America. Intanto ci ricongiungiamo con Mariangela Petruzzelli, madre abruzzese e padre lucano. Lei vive a Roma, persona eccellente, preparata e grande promoter di eventi culturali. Come gia’ dicevo, e’ addetta stampa di ASMEF. Facciamo insieme la sfilata, scegliendo di aggregarci alla delegazione del Governatore di New York, Andrew Cuomo, una personalita’ di spicco insieme a suo padre Mario, della nostra comunita’ negli States. Sfilare alla testa del corteo non consente di gustare la parata, nei suoi aspetti piu’ suggestivi e nelle sue curiosita’. Ma e’ un’esperienza che gia’ ho fatto. Partiamo dalla 48^, alle 11 circa.

    La nostra sfilata sulla Quinta Ave si scioglie a mezzogiorno, alla 69^ Street, dov’ha sede la Columbus Foundation. Vi e’ allestito un buffet per gli ospiti. Usciamo poi a goderci la sfilata, si concludera’ alle tre del pomeriggio, con l’ultima banda giovanile d’un College del Connecticut, che gia’ le macchine pulitrici dell’igiene urbana spazzano e lavano la strada. Alle cinque, in Consolato, il ricevimento. Saluto Natalia Quintavalle, Console generale, il prof. Tamburri, il prof. Sciame, altre conoscenze e il vice console onorario Tony Tufano, pilastro dell’ANFE nell’area di New York. Ringraziando gli ospiti, Natalia Quintavalle presenta il nuovo responsabile della Rappresentanza Permanente d’Italia presso le Nazioni Unite, a New York, l’Ambasciatore Sebastiano Cardi. E’ quasi sera, ma una passeggiata da Park Avenue rientrando a casa attraverso Central Park e’ sempre piacevole. Turisti in carrozza, persone sui prati, bimbi che giocano, un giovane suona il sax, scoiattoli che scorrazzano sulle rocce di granito bruno e s’arrampicano sui tronchi delle betulle, mentre il cielo sul tetto del Plaza si stempera di rosso, al tramonto, e la luna a meta’ compare sulla punta del grattacielo che svetta dietro all’Essex House.

  • L'altra Italia

    Mario Fratti. "Diario Proibito" da New York a L'Aquila

    L’AQUILA – L’ultima volta che Mario Fratti era tornato dagli Stati Uniti nella sua città natale risale al marzo dell’anno scorso, per la “prima” al Teatro comunale di “Frigoriferi”, una delle sue brillanti commedie allestita a musical dalla Compagnia Mamo’ e dall’Orchestra Sinfonica Abruzzese diretta dal Maestro Luciano Di Giandomenico, autore delle musiche originali. Fu davvero un trionfo per il drammaturgo aquilano, dal 1963 trapiantato a New York, tra gli autori di teatro più famosi al mondo, con all’attivo una novantina di opere tradotte in 22 lingue e rappresentate in oltre seicento teatri, dagli Usa all’Argentina, dal Canada al Brasile, dal Messico all’Australia, dalla Russia alla Cina, dal Giappone alla Turchia, come in quelli di tutta Europa. Dalla sua pièce “Six Passionate Women” trent’anni fa Arthur Kopit trasse “Nine”, il musical che su testi e musiche di Maury Yeston per anni è stato rappresentato nei teatri di Broadway, con oltre duemila repliche. Molti riconoscimenti e ben sette Tony Award - che nel teatro sono come gli Oscar per il cinema - sono stati tributati allo scrittore aquilano, tra i personaggi più in vista nella vita culturale della Grande Mela, dove ha insegnato “Storia del teatro e scrittura teatrale” alla Columbia University e all’Hunter College.
     

    Mario Fratti tornerà ancora a L’Aquila, il prossimo 18 settembre, per la“prima” non di un’opera teatrale, come sovente gli capita in giro per il mondo, ma per la presentazione del romanzo “Diario proibito – L’Aquila anni Quaranta”, unica sua opera di narrativa scritta più di mezzo secolo fa ed ora pubblicato da Graus Editore. Fra qualche giorno sarà nelle librerie di tutta Italia. Sarà dunque un vero e proprio evento, anche perché la trama del romanzo si svolge quasi tutta nella città capoluogo d’Abruzzo a cavallo degli anni ultimi del Fascismo e primi dell’Italia libera e democratica, sulla traccia di un diario segreto del protagonista. Scrittura singolare, temi “forti” e situazioni scabrose per narrare quegli anni, dove il racconto s’intreccia con la storia della città e dell’Italia in quegli anni terribili.

    La presentazione del volume mercoledì 18 settembre, alle ore 17, presso l’Auditorium “E. Sericchi” della Carispaq, in via Pescara 2. Vi prenderanno parte il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, lo storico Walter Cavalieri, l’opinionista e scrittrice Annamaria Barbato Ricci, il presidente della Deputazione Abruzzese di Storia Patria, Walter Capezzali, l’editore Pietro Graus e l’autore Mario Fratti. Chi scrive coordinerà gli interventi dei relatori. Dopo questa “prima” aquilana, il romanzo di Fratti verrà presentato a Montesilvano (Pescara), Roma, Firenze, Napoli ed altre città, ancora in via di definizione. L’evento ha il patrocinio della Deputazione Abruzzese di Storia Patria, dell’Istituto Abruzzese di Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea e naturalmente della Municipalità, in omaggio ad uno dei suoi figli migliori, conosciuto e stimato in tutto il mondo. La presentazione del romanzo di Mario Fratti sugli anni della dittatura fascista all’Aquila e sul forte spirito di libertà degli aquilani - in appendice al volume è pubblicato il dramma “Martiri”, atto unico sui Nove Martiri Aquilani -, ben s’inquadra con le celebrazioni del 70° anniversario dell’eccidio nazista (23 settembre 1943) quando nove giovani aquilani, coetanei ed amici dello stesso Fratti, vennero dai Tedeschi arrestati in montagna, poi passati per le armi e sepolti in una fossa comune da loro stessi scavata all’interno della Caserma “Pasquali”, all’Aquila, senza che della loro sorte si sapesse più nulla fino alla liberazione della città, il 13 giugno 1944.

    Dedicato “A L’Aquila, città che tanto amo. Ai miei figli Mirko, Barbara e Valentina.”, il romanzo reca la prefazione di Mario Avagliano, storico e saggista, giornalista per le pagine culturali del quotidiano Il Messaggero. Così scrive Avagliano in apertura della sua prefazione: “Quando mi è stato proposto di scrivere la prefazione per il romanzo storico di Mario Fratti, ambientato all’epoca della Repubblica Sociale e del primo dopoguerra, ho provato molta curiosità. Cosa spingeva un drammaturgo di fama mondiale, che vive dal 1963 a New York, vincitore di ben sette “Tony Award” (l’Oscar del teatro), autore di decine di opere, spesso a sfondo sociale, rappresentate in tutti i teatri del mondo (tra i quali il musical Nine, liberamente ispirato al film 8½ di Federico Fellini, che ha superato la cifra record di duemila repliche), a ripescare dai cassetti un testo scritto negli anni Cinquanta? Pagina dopo pagina, ho capito che Fratti, al pari di quanto ha fatto in alcune sue opere teatrali (da Tangentopoli a Mafia), in

    questo suo primo (e per ora unico) testo narrativo, con il suo stile crudo, privo di pudicizia, che spesso colpisce duro alla testa come una sassata, fatto di dialoghi serrati e di frasi secche come fucilate, aveva un intento di denuncia. Sotto tiro c’è l’Italia di ieri e di oggi. L’Italia complice di Mussolini e del nazismo, delle sue violenze e delle sue bestialità. L’Italia che non ha mai epurato i fascisti, anzi li ha riciclati nei posti di comando. L’Italia che tuttora stenta a fare i conti con il Ventennio e con Salò, propagandando il mito di un fascismo buono”.

    La storia comincia a metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, con l’Italia che affronta i problemi del dopoguerra. Siamo a Venezia, dove il protagonista del romanzo, incolore impiegato d’un ufficio pubblico, vive in una camera affittata d’un appartamento di due donne sole, madre e figlia, con un’ossessione quasi compulsiva del sesso. Un’influenza con febbre molto alta costringe a letto il protagonista, quindi dovendosi assentare dal lavoro. La situazione prospetta giornate di segregazione in casa, appena mosse dalle notizie pubblicate dal Corriere della Sera, rese poi intense dalla lettura d’un quaderno d’appunti, un suo diario proibito, dimenticato, rinvenuto nella valigia contenente vecchie carte e documenti. Sono le sue memorie, allora giovane tenente repubblichino di Salò. Nel diario ritrova, puntualmente descritti, fatti e dettagli dell’efferatezze e delle violenze, fisiche e morali, che il suo comandante, il “Maggiore”, infliggeva agli oppositori e ai loro familiari nei locali di detenzione e tortura, oltre agli altri squallori di quel periodo storico. Sono appunti che egli accuratamente nasconde alla vista di chi per una qualche ragione entra in camera sua, preoccupato che si possa scoprire il suo passato di ufficiale “nero”, uscito indenne dopo il ‘45. La narrazione interpunta al racconto anche fatti realmente accaduti, dando al romanzo un valore aggiuntivo.

    “[…] La scelta dell’io narrante - annota tra l’altro Mario Avagliano - e della sua identificazione nell’adolescente fascista (al quale Fratti arriva addirittura ad attribuire la sua età dell’epoca e il suo nome, Mario) a primo acchito è spiazzante e imbarazza chi legge. L’autore, abruzzese di nascita, come ha spiegato nell’introduzione, utilizza per costruire la sua storia molti ricordi autobiografici, ma, in realtà, già da ragazzo era tutt’altro che seguace di Mussolini. Era animato da vividi sentimenti antifascisti e i suoi amici del cuore erano i partigiani che poi vennero chiamati i “Nove Martiri di L’Aquila”, anche se lui non trovò il coraggio di seguirli in montagna. Tuttavia, man mano che il romanzo va avanti, l’identificazione tra l’autore e il ragazzo di Salò (poi adulto) protagonista della storia mostra tutta la sua potenza evocativa. All’imbarazzo iniziale del lettore, subentra la vergogna. È come guardarsi allo specchio e non piacersi, anzi provare disprezzo per se stessi. È come guardare allo specchio, da italiani, una pagina di storia che abbiamo voluto dimenticare (e che qualcuno addirittura vuole equiparare alla Resistenza), e che invece Fratti ci costringe a rimembrare. Inchiodandoci, senza possibilità di scampo, alla lettura di torture, vessazioni, violenze di ogni tipo che subirono gli oppositori politici, le donne, tutti coloro che finirono nelle grinfie del Comando di Presidio fascista, guidato da un maggiore che, per il suo sadismo e il suo opportunismo, ricorda da vicino gli aguzzini della banda Koch. […]”.

    Il volume ha una bella introduzione dell’Autore. E’ la sua vita in pillole. “Sono nato a L’Aquila il 5 luglio 1927. Ho vissuto lì fino al 1947. Vita tranquilla, piccolo borghese, con genitori e due fratelli: Mimina, Leone - i miei genitori -, Mario, Gustavo (scomparso qualche anno fa), Fernando. La guerra ci ha solo sfiorati. Ha risparmiato la nostra città. Studente, passavo intere giornate alla Biblioteca Tommasi, sotto i portici. […]”. Seguono i ricordi d’adolescente e giovinetto, Balilla per forza, nelle adunate e nelle cerimonie ufficiali del regime. “I primi germogli del mio antifascismo mi vennero da Giorgio Scimia, uno dei Nove Martiri di L’Aquila. Mio compagno di scuola, si parlava fra noi del suo odio per il fascismo. Io scoprii un mondo nuovo e fui affascinato dal concetto del “plusvalore”. Nell’atto unico “L’Aquila”, che troverete riportato in fondo al romanzo, Giorgio e Bruno, due dei Nove Martiri, discutono della personalità e della codardia di Mario. Esitai a seguirli in montagna. Partirono. I Nove Martiri, altrimenti, sarebbero stati dieci”.

    Ancora annotazioni biografiche, alcune molto personali. “Dal 1945 al 1947, euforia per la fine della guerra. Ci sentimmo finalmente liberi. Scrivevo per “Paese Sera”. Nel 1947 lasciai definitivamente L’Aquila ed andai a Venezia, per laurearmi in Lingue e Letterature Straniere alla Ca’ Foscari. Molti dettagli sulla vita a L’Aquila riportati dal mio romanzo sono veri. Strade, nomi, qualche episodio. Sono l’amalgama di un’opera di pura fantasia. Sono reali, ad esempio, l’esperienza dei “Ludi Juveniles” con Marcello Vittorini e la mia ammirazione verso sua sorella Silvana […]. Costruisco tutte le mie opere sulla conclusione, sull’ultima pagina. Voglio stupire il pubblico per l’imprevedibilità del finale. Anche per “Diario Proibito”, la mia prima ed unica opera di narrativa, usai lo stesso metodo, pensando innanzitutto all’ultima pagina. Essa contiene la “morale” di un “amorale”: il “Maggiore” che dava ordini al “Tenentino” ha ancora potere e sponsorizza missini e democristiani. A Venezia affittai una stanza presso due donne, madre e figlia. Mi ammalai e si presero cura di me. Approfittai di quel periodo per scrivere “Diario Proibito”. Gli articoli che cito nel testo sono veri, li leggevo in quel periodo di malattia e delimitano il lasso di tempo in cui scrissi il romanzo. Decisi di adottare un linguaggio estremo, di concentrare nei personaggi, a cominciare dal protagonista, a cui diedi il mio nome, tutta la malvagità, le malefatte che trasudarono da quel periodo. […]”

    Scrive ancora Fratti, sintetizzando il senso del suo romanzo: “Ed ora c’è l’emozione di vedere pubblicato il mio romanzo. Con una consapevolezza che voglio riaffermare, confidandovela. Oggi, oltre 50 anni dopo la sua creazione, quella ribellione che era stata molla per la mia scrittura, è incanalata nel mio impegno culturale e civile. Dalla denuncia estrema che insanguina il libro c’è quel mio dolore, quel mio appello a che i lettori si rendessero conto di quanto fu feroce e insopportabile quel periodo per l’Italia. Dalla finta voce di un mal-protagonista; di un complice di scelleratezze per il movente di briciole di vantaggi, ecco il controcanto di un mondo di resistenti che vollero affrancarsi e ritornare a ossigenarsi nella fierezza degli uomini liberi”. “Diario proibito” è questo ed altro ancora, connotandosi per la scrittura tutta particolare, dal ritmo dialogico serrato che non lascia spazio a ridondanze, mettendo in evidenza i prodromi dell’autore teatrale che poi si è affermato in America, scrivendo plays come e meglio degli americani. Il volume si chiude con un pezzo “ospitato”. E’ il “capitolo” che Maurizio Molinari, corrispondente da New York del quotidiano La Stampa, ha scritto sul teatro di Mario Fratti nel suo bel libro “Gli italiani di New York” e che l’editore Laterza ha consentito di riportare.

     
     
     
     
     
     
      

  • L'altra Italia

    “Perché partirono?”. Un Viaggio nell’Abruzzo prima della grande emigrazione

    L’AQUILA – Una giornata di riflessione multidisciplinare quella che l’Associazione Culturale “Pico Fonticulano” ha organizzato per domenica prossima, 14 luglio, a Fontecchio, presso gli splendidi spazi del Convento San Francesco, sul tema dell’emigrazione abruzzese, un’iniziativa con il contributo della Fondazione Carispaq e con il patrocinio del Comune di Fontecchio.

       

    A partire dalle ore 15, alla domanda “Perché partirono?”, che dà il titolo al convegno, rispondono Marco Polvani (Le ragioni economiche dell’emigrazione), Fabrizio Marinelli (Gli Usi Civici dal medioevo all’epoca moderna), Giancaterino Gualtieri (Le conseguenze dell’Unità d’Italia sull’economia abruzzese), Pasquale Casale (Il brigantaggio in Abruzzo), Aurelio Manzi (Le tracce della fatica e del lavoro sul paesaggio), Edoardo Micati (Il paesaggio agro-pastorale abruzzese), Goffredo Palmerini (L’associazionismo degli emigrati abruzzesi nel mondo, una chance per l’Abruzzo).

    A conclusione della riflessione e del successivo dibattito, alle ore 18, il concerto del prestigioso gruppo di musica etnica Discanto, diretto da Michele Avolio, con i canti del lavoro e dell’emigrazione nella tradizione abruzzese.

    L’evento ha un interessante prologo nella mattinata, dalle ore 9 con partenza in autobus gratuito da Fontecchio, Piazza del Popolo, con visita guidata ai luoghi del lavoro e del potere prima della “grande emigrazione”: Case contadine e vecchie stalle a Fontecchio; Capanne di pietra, macerine e campi terrazzati; Grotte, frantoi e segni della civiltà contadina a San Benedetto in Perillis; Palazzo Santucci a Navelli. Al rientro, buffet con gastronomia rigorosamente locale presso il ristorante “Il Sirente” di Fontecchio.

    Sembra peraltro utile segnalare un altro evento che ben si coniuga con l’argomento della giornata, in tema di migrazioni. E’ infatti in programma alle 21:30, sempre a Fontecchio in Piazza del Popolo, nell’ambito delle manifestazioni del 3° Festival del Cinema Abruzzese, organizzato dall’Associazione culturale Altair e che si tiene in alcuni borghi del Parco regionale Velino Sirente, la proiezione del film “Io sono Li” di Andrea Segre, storia di un’immigrata cinese che cerca in Italia una nuova vita. Dopo la proiezione incontro con il regista del film, Andrea Segre, e con il tecnico del suono aquilano Alessandro Palmerini, che al film di Segre ha lavorato, e che due settimane fa ha vinto il David di Donatello 2013 per il “Miglior suono in presa diretta” con il film “Diaz”, di Daniele Vicari.

    Infine, qualche annotazione su questo magnifico borgo erto su una costa della Valle subequana, solcata dall’Aterno. A Fontecchio sono numerose le emergenze architettoniche di tipo romano, rinvenibili in gran parte del territorio comunale. Tra queste il basamento del tempio dedicato a Giove, sul quale venne edificata la Chiesa di Santa Maria della Vittoria, la cisterna nel cortile e la torre d'angolo del Palazzo Corvi, il pavimento in laterizio a spina di pesce dietro l'abside della chiesa adiacente al Convento di San Francesco. Emergenze che evidenziano nettamente l'importanza di tale territorio nell'antichità, costituendo esso un castrum ricco di testimonianze e leggende, tra le quali spicca la località di San Pio di Fontecchio che sembra sia stata l’ultima dimora di Ponzio Pilato. Le continue scorrerie barbariche, che si susseguirono dal II al V secolo d.C., interessarono anche i territori circostanti l’attuale borgo di Fontecchio, inducendoli a lasciare la valle e raccogliersi sulle coste. Intorno all’anno Mille alcuni di questi villaggi si unirono dando vita al Castrum Fonticulanum, come annotò l’arcivescovo Anton Ludovico Antinori (L’Aquila, 1704 – L’Aquila, 1778), storico ed epigrafista insigne. L’Antinori riferisce inoltre come Fontecchio nel 1145 fosse feudo di Gualtiero da Gentile.

    Ma la storia di Fontecchio si accende nel Quattrocento, quando la quasi totalità dei Castelli del circondario dell’Aquila vengono cinti d’assedio dallo spregiudicato condottiero di ventura Braccio da Montone, detto Fortebraccio, subendone le vessazioni e quindi la resa. Ciò che non avvenne per Fontecchio, che riuscì a respingere l’attacco delle truppe mercenarie, grazie anche all’aiuto del condottiero fontecchiano Rosso Guelfaglione, come racconta Girolamo Pico Fonticulano. Quella guerra contro L’Aquila finì male per Fortebraccio, quando, dopo tredici mesi d’assedio alla città, venne attaccato in campo aperto il 2 giugno 1424 nella piana di Bazzano dagli Aquilani, al comando di Antonuccio Camponeschi, e ferito a morte, ponendo così fine ad un conflitto durato quasi due anni.

    L’episodio che però sembra assurgere a simbolo e tradizione di Fontecchio è rappresentato dall'assedio del 1648 ad opera delle truppe spagnole, conseguenza dei moti popolari che nel 1647 incendiarono il Regno delle Due Sicilie. Non le fonti più attendibili - che riferiscono di un assedio durato una decina di giorni - bensì fonti frammentarie e popolari tramandano una versione dei fatti che ancor oggi caratterizza il simbolismo e la ritualità della comunità del borgo. Si narra, infatti, che l’assedio durò ben cinquanta giorni ed il paese, ormai allo stremo delle forze, fu liberato dal coraggio della Marchesa Corvi, che, dal suo palazzo, sparò un colpo di spingarda colpendo a morte il capo degli assalitori, liberando così il paese. Ancor oggi, ogni sera, a ricordo di tale episodio, l’orologio della Torre batte cinquanta rintocchi, mescolando così storia, leggenda, tradizione, fierezza e respiro di tempi lontani che rivivono nelle viuzze e nelle case del suggestivo e antico borgo di Fontecchio.

  • Fatti e Storie

    ANFE. 65° anniversario. Grazie Maria Agamben Federici, e la storia continua

    ROMA – L’Associazione Nazionale Famiglie Emigrati (ANFE), il 30 novembre prossimo dalle
    ore 15, con una solenne cerimonia alla Camera dei Deputati, Palazzo Montecitorio - Sala della Regina, celebra il 65° anniversario dalla sua fondazione, avvenuta nel 1947 a Roma ad opera dell’on. Maria Agamben Federici, parlamentare aquilana nell’Assemblea Costituente. “Pane e pregiudizio. Storie di migrazioni. 65 anni dell’ANFE dalla sua fondazione”, questo il tema del Convegno sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, con il Patrocinio di Camera e Senato, che vedrà la partecipazione del Presidente della Camera, on. Gianfranco Fini, del Presidente del Comitato d’onore del 65° ANFE, on. Emma Bonino, del Presidente Nazionale dell’ANFE, Paolo Genco, con le relazioni introduttive e gli interventi del Primo Ministro belga, Elio Di Rupo, del Ministro degli Affari Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, della Presidente Mentoring Usa-Italia, Matilda Raffa Cuomo, del Portavoce Rete G2 – Seconde Generazioni, Mohamed Abdalla Tailmaun. Il direttore nazionale ANFE, Gaetano Calà, consegnerà agli illustri relatori la medaglia d’onore commemorativa del 65° di Fondazione e riconoscimenti ai rappresentanti dell’associazione convenuti dalle sedi ANFE all’estero (Argentina, Australia, Brasile, Canada, Repubblica Dominicana, Usa e Tunisia) e da tutte le regioni d’Italia.

     Nel corso della cerimonia, verrà proiettato un trailer del film documentario sull’ANFE e le migrazioni, regia di Giovanna Taviani, la storia dell’associazione con testimonianze del Presidente onorario sen. Learco Saporito, di Maddalena Bonauro, “storica” dirigente nazionale dell’associazione, infine con una testimonianza dall’Aquila, città natale della fondatrice Maria Federici, dove la regista ha girato riprese presso la casa natale della fondatrice, in via Accursio, nel centro storico della città lacerata dal terremoto, e alla cappella di famiglia, nel cimitero monumentale.

    L’intero evento sarà trasmesso in diretta sulla webtv di Montecitorio (http://webtv.camera.it) e in diretta streaming sul sito www.anfe.it.

    Le manifestazioni del 65° di fondazione il 28 novembre avranno una significativa anteprima, con il ricevimento all’Udienza di Papa Benedetto XVI, alla Sala Nervi, di un’ampia delegazione dell’ANFE guidata dal Presidente nazionale, Paolo Genco, mentre il 29 novembre l’Assemblea Generale dei Delegati regionali, dei Presidenti provinciali e dei Rappresentanti delle sedi all’estero dell’ANFE delibererà, tra l’altro, importanti modifiche allo Statuto tendenti a rafforzare i campi di attività dell’associazione, in Italia e nel mondo.

    L’ANFE si avvia dunque ad una rinnovata stagione d’impegno sui temi e sui problemi delle migrazioni, poggiando le fondamenta su una storia lunga di 65 anni d’esperienza su ogni aspetto dell’emigrazione italiana nel mondo e, da diversi anni a questa parte, sull’attualità delle questioni che riguardano l’immigrazione. Un cospicuo patrimonio di attività e conoscenze, quello della più antica associazione italiana impegnata nel mondo dell’emigrazione, a disposizione dell’intero Paese. Un patrimonio che si deve alla lungimiranza ed alla tenacia di una delle donne più significative del Novecento, la fondatrice dell’ANFE Maria Agamben Federici, che ha segnato dall’inizio la storia della nostra Repubblica, nell’Assemblea Costituente e poi alla Camera dei deputati, nella prima Legislatura.

    Nata a L’Aquila il 19 settembre 1899, famiglia benestante, laureata in lettere, insegnante e giornalista, Maria Agamben sposa nel 1926 Mario Federici, anch'egli aquilano, drammaturgo ed affermato critico letterario, tra le personalità più insigni del teatro e della cultura abruzzese. Da Roma, negli anni del fascismo, Maria Agamben Federici si trasferisce con il marito all'estero, dove continua ad insegnare presso gli Istituti italiani di cultura, dapprima a Sofia, poi in Egitto ed infine a Parigi. Cattolica impegnata, profonda fede nei valori di libertà e di democrazia, la Federici matura la sua formazione influenzata dal pensiero cristiano sociale (Emmanuel Mounier e Jacques Maritain) che avrebbe connotato profondamente la filosofia dello scorso secolo.

    Esperienza significativa, quella vissuta all'estero dalla Federici, cresciuta nella consapevolezza del valore della giustizia sociale e del ruolo essenziale della donna, non solo nella famiglia, ma anche in politica e nella società. Al rientro in Italia, nel 1939, mette pienamente a frutto tali convinzioni con un intenso impegno sociale e d'apostolato laico. A Roma è attiva nella Resistenza, organizzando un centro d'assistenza per profughi e reduci. Maria Federici è davvero un esempio ante litteram d'emancipazione femminile, con trent'anni d'anticipo sui movimenti poi nati in Europa. Nel 1944 è tra i fondatori delle Acli, poi del Centro Italiano Femminile (Cif) del quale diventa prima Presidente, dal 1945 al '50. Ma sopratutto è una delle figure più importanti della nuova Repubblica democratica. Deputato all'Assemblea Costituente per la Democrazia Cristiana, dal 19 luglio 1946 al 31 gennaio 1948, contribuisce a scrivere le regole fondamentali della nostra Costituzione. Insieme alla collega di partito Angela Gotelli (Dc), a Nilde Iotti e Teresa Noce (Pci), a Lina Merlin (Psi), Maria Federici è tra le cinque donne entrate nella Commissione Speciale dei 75 che elaborò il progetto di Costituzione, poi discusso in aula dall’Assemblea ed approvato il 22 dicembre '47. Promulgata il 27 dicembre dal Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, la Carta costituzionale entrò in vigore il 1° gennaio 1948. Maria Federici fu poi eletta alla Camera nella prima Legislatura (1948-1953), nel collegio di Perugia, nelle liste della Dc.

    Frattanto, l'8 di marzo del 1947, Maria Federici aveva fondato l'ANFE. Presidente dell'ente sin dalla fondazione, lo rimarrà fino al 1981. Sotto la sua guida sicura, con infaticabile impulso, l'associazione si espande con sedi in ogni provincia e nei comuni a più alta emigrazione, presente sempre laddove esistono i problemi, in Italia o nel nuovo mondo. Anche in quei lontani continenti, come pure nel vecchio continente, nascono sedi dell'ANFE, una rete capillare di strutture che diventano punti decisivi d'assistenza per i nostri emigrati, per la soluzione d'ogni problema sociale, burocratico ma anche psicologico nell'integrazione nelle nuove realtà. Dunque, un'opera notevole quella svolta dall'associazione, nella formazione professionale, nel sostegno alle famiglie ed a difesa della loro integrità, nella crescita culturale, sociale e civile dei nostri emigrati.

    Insomma, le meritorie attività dell'ANFE, riconosciuta Ente morale nel 1968, ne hanno fatto un insostituibile partner nei più alti organismi internazionali per l'emigrazione e l'immigrazione, grazie al suo enorme bagaglio di esperienze. Merito appunto di Maria Federici, tra i più fulgidi esempi femminili d'impegno civile e politico della nostra Italia. E' scomparsa il 28 luglio 1984 a L’Aquila. E tuttavia il suo insegnamento è il cespite su cui l'Associazione fa affidamento per svolgere efficacemente il suo prezioso servizio sociale nel terzo millennio. L'opera di Maria Federici, il suo pensiero illuminato, il contatto diretto con persone e problemi, il suo stile di vita restano un esempio notevole nel tempo incerto che viviamo, un riferimento luminoso per migliorare il rapporto tra Istituzioni e cittadini, per recuperare la necessaria credibilità della politica, per costruire nel reciproco rispetto il futuro del nostro Paese.

  • Arte e Cultura

    La letteratura italiana ed il concetto di maternità nel 900 alla NIAF

     Il  13 settembre 2012, alle 18.30, avrà luogo a Washington presso la sede della National Italian American Foundation (NIAF), la più nota e prestigiosa associazione italo-americana, un incontro con Laura Benedetti,  direttrice del dipartimento di italiano (Georgetown University) ed autrice di numerosi libri e articoli di critica letteraria.

    La serata verterà in particolare su The Tigress in the Snow: Motherhood and Literature in Twentieth-Century Italy, un suo volume che esplora come la letteratura abbia contribuito e reagito ai drammatici cambiamenti del concetto di maternità nel Novecento.  

     Laura Benedetti, con questo suo libro, propone all’attenzione del pubblico anglofono scrittrici italiane spesso trascurate, come Gianna Manzini, Annie Vivanti e Paola Drigo, situandole però in un contesto teorico decisamente internazionale e interdisciplinare, che ne esalta la rilevanza.

    Ne scaturisce un volume agile ed esauriente al tempo stesso, che fornisce un’ulteriore conferma del ruolo cruciale della letteratura nel dibattito culturale e nell’evoluzione sociale.  

    Pubblicato nel 2007, The Tigress in the Snow (La tigre nella neve) continua a riscuotere interesse e consensi, come attesta peraltro il Premio Internazionale Flaiano per l’italianistica, conferito a Laura Benedetti nel 2008, a Pescara.

    L’iniziativa è sponsorizzata dalla National Organization of Italian American Women (NOIAW), associazione che promuove la conoscenza del patrimonio linguistico e culturale italiano attraverso borse di studio e iniziative indirizzate a donne di origine italiana. 

    Laura Benedetti, aquilana, ha conseguito la laurea con il massimo dei voti all’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma con una tesi su Luigi Pirandello. Ha poi continuato gli studi all’ University of Alberta (Edmonton, Canada), con una tesi di Master sul tema del giardino nella poesia epico-cavalleresca.

    Questo duplice interesse nel Rinascimento e nella letteratura moderna ha contraddistinto le successive tappe del suo percorso, che l’hanno vista conseguire un dottorato alla Johns Hopkins University (Baltimora, USA) e svolgere per otto anni attività d’insegnamento e di ricerca alla Harvard University (Cambridge, USA).

    Ha pubblicato diversi volumi di critica letteraria ed articoli, che spaziano dalla letteratura medievale alla produzione narrativa più recente, seguita da vicino per dieci anni quale curatrice della voce “letteratura italiana” per l’Encyclopedia Britannica Year in Review.

    Il suo volume, The Tigress in the Snow: Motherhood and Literature in Twentieth-Century Italy, ha vinto nel 2008 il Premio Internazionale Flaiano per l’italianistica. Di recente ha pubblicato, la sua traduzione in inglese delle “Esortazioni alle donne e agli altri”, corredata da un ricco apparato critico, che renderà di nuovo accessibile questo raro volume, ultima ed emblematica fatica di Lucrezia Marinella (1571-1653).

    Nel corso della sua carriera ha organizzato numerosi incontri, seminari e convegni, curando la raccolta e la pubblicazione degli Atti. Prescelta come prima titolare della cattedra in cultura italiana contemporanea intitolata a “Laura e Gaetano De Sole”, Laura Benedetti è attualmente professore ordinario e direttore del dipartimento di italiano presso la Georgetown University (Washington D.C. - Usa). 

  • Fatti e Storie

    Columbus Day con l'ANFE. L'orgoglio delle famiglie italiane a New York

    Corrono 519 anni da quel 12 ottobre 1492 quando Cristoforo Colombo scopri' l'America, il nuovo mondo. Sono invece 67 anni che qui a New York si commemora l'impresa del navigatore genovese e il contributo degli immigrati italiani allo sviluppo della nazione americana.

    Fu infatti Generoso Pope, un italiano della Grande Mela ad iniziare, nel 1929, la celebrazione del Columbus Day con una parata che da East Harlem scendeva fino al monumento dedicato a Cristoforo Colombo, al Columbus Circle, l'angolo sud di Central Park che guarda l'Ottava Avenue. Sin dall'origine il Columbus Day e' la manifestazione dell'orgoglio italiano per eccellenza, qui a New York come in tutti gli States, mantenendo l'originario spirito solidaristico verso i connazionali bisognosi che Pope impresse alla manifestazione e che oggi si traduce in una cospicua raccolta di fondi da parte della Columbus Citizens Foundation, destinati in gran parte a borse di studio per mantenere vive in America le radici della nostra cultura, l'italian heritage. Dunque, non una manifestazione di folclore italiano, come a prima vista talvolta potrebbe apparire, ma davvero un'occasione annuale per esprimere l'orgoglio della comunita' italiana, le eccellenza della nostra cultura, il contributo italiano alla crescita e alla storia degli Stati Uniti d'America. Tutti elementi che nel Columbus Day si fondono, in un caleidoscopio d'emozioni profonde, palpabili.

    Quest'anno chi scrive puo' raccontarle non da spettatore, ma dal di dentro, quale componente della delegazione italiana dell'Associazione Nazionale Famiglie Emigrati (ANFE), ente morale fondato nel 1947 dall'aquilana Maria Federici, deputata nell'Assemblea Costituente. L'ANFE ha un posto di rilievo nel Columbus Day, per lo stretto rapporto che da anni lega l'associazione alla Columbus Foundation, la fondazione che organizza l'annuale evento oltre a tant'altre attivita' sociali e culturali. Guida la delegazione il sen. Learco Saporito, presidente onorario dell'ANFE, con il direttore generale, Gaetano Cala', con Fabio Ghia, delegato della Tunisia, chi scrive, delegato dell'Abruzzo, e Anthony Tufano, delegato Usa e coordinatore delle sedi ANFE all'estero, che qui e' anche Console onorario d'Italia a Mineola, nello Stato di New York. L'ANFE e' una delle associazioni storiche dell'emigrazione italiana, certamente la piu' importante per la dimensione dell'opera sviluppata sin dalla sua fondazione. Presente in Italia con sedi in quasi tutte le province, l'ANFE ha una rete di rappresentanze all'estero nei principali Paesi a forte emigrazione.

    Ma ora torniamo alla cronaca del Columbus Day, che tiene la Parata sempre nel Lunedi' piu' vicino al 12 ottobre. Quest'anno cade il 10. Sono le 9 di mattina, quando raggiungo la Cattedrale di St. Patrick. Gia' dietro le transenne, sulla Quinta Avenue, il pubblico comincia a prendere posizione, mentre lungo la piu' famosa ed esclusiva strada di New York c'e' gia' il viavai del servizio organizzativo, i poliziotti agli incroci, i vari gruppi che si dirigono ai luoghi d'ammassamento, tra la 45^ e 46^ Street. Gran fermento davanti alla Cattedrale, dove mi unisco alla delegazione. L’annuale Messa solenne del Columbus Day, celebrata dall,'arcivescovo di New York, è un’occasione di riflessione sui milioni di uomini, donne e bambini che sono giunti in America alla ricerca di liberta' e di migliori opportunita' di vita e sulla fede che li ha aiutati a superare sacrifici ed avversita'. Riconoscibile dai due svettanti campanili, la Cattedrale di St. Patrick e' un monumento assai visitato. E' la più grande chiesa degli Stati Uniti, decorata in stile neogotico. Fin dalla posa della prima pietra, avvenuta nel 1858, la cattedrale è stata al centro della vita di New York, anche se la gente riteneva che sorgesse troppo a nord dell’allora centro residenziale e commerciale della città. Oltre allo splendore della struttura architettonica, la cattedrale vanta vetrate colorate eseguite a Chartres, Birmingham e Boston, mentre il rosone è di Charles Connick, forse il più grande artista di questo genere nella storia americana. Gli altari di St. Michael e St. Louis furono progettati da Tiffany & Co, mentre quello di St. Elizabeth è di Paolo Medici di Roma.

    Si e' in attesa dell'ingresso al tempio, per la Messa solenne. Alle porte c'e' un rigoroso controllo degli inviti e all'interno del rispetto dei posti assegnati, nelle due file centrali: le personalita' americane, i dirigenti della Columbus Foundation, gli esponenti della comunita' italiana di New York, gli invitati delle delegazioni giunte dall'Italia. Alle 9 e mezza in punto inizia la celebrazione, con un lungo processionale di chierici, sacerdoti, vescovi e prelati concelebranti, tra cui il Nunzio apostolico mons. Francis Chullikan, osservatore permanente della Santa Sede all'ONU, e il cardinale Edward Egan, arcivescovo emerito di New York. Presiede la celebrazione mons. Timothy Dolan, arcivescovo di New York. L'organo suona le note possenti del Preludio, l'andante dalla Sonata Op. 65 di Felix Mendelssohn, cui segue l'inno d'ingresso cantato dal Coro della Cattedrale. Alternate in inglese e italiano le letture. L'omelia e' affidata a mons. Peter Vaghi, dell'Arcidiocesi di Washington DC. E' un'intensa celebrazione. Joseph Sciame, esponente di spicco della comunita' italiana e presidente dell'Italian Heritage and Culture Month Committee, a fine Messa saluta l'arcivescovo. Il sacro rito, sorprendentemente per me, si conclude cantando gli inni nazionali italiano e americano. Poi le belle parole dell'arcivescovo Dolan rivolte alla comunita' italoamericana, quindi il saluto che egli porta con una calorosa stretta di mano al nostro Ambasciatore a Washington, Giulio Terzi di Sant'Agata,  che del Columbus Day ha seguito i principali eventi, insieme al Console generale di New York, Natalia Quintavalle, da poco alla guida dell'importante sede consolare.

    Le manifestazioni del Columbus Day avevano avuto un'anteprima sabato sera con il Gran Gala al Waldorf Astoria, presenti il nostro Ambasciatore e il Console generale, il Governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, l'ex Governatore Mario Cuomo, il vescovo di Brooklyn, Nicholas Di Marzio, il generale Leonardo Leso, consigliere presso la nostra missione all'Onu, il Commissioner del Dipartimento dei Vigili Fuoco, Salvatore Cassano, origini campane, e molti altri. Ovviamente, tutti gli esponenti della Columbus Foundation, in primis il presidente Frank Fusaro, il Grand Marshall della Columbus Day Parade, Joseph Plumeri, e Louis Tallarini, Chairman del Board of Governors. Molte le personalita' di rilievo della nostra comunita' a New York presenti al Gala, lungo sarebbe citarle. Oltre mille, riportano le cronache, gli invitati all'evento che contribuisce a raccogliere fondi per le attivita' filantropiche della Fondazione, tra cui ben 500 borse di studio a studenti meritevoli che altrimenti non potrebbero continuare gli studi. Numerosi i messaggi d'augurio giunti per il Columbus Day, a cominciare dalla "Proclamation" pronunciata dal presidente Barack Obama. Nel corso del Gala Frank Fusaro ha voluto richiamare i messaggi del Governatore Andrew Cuomo e del Sindaco di New York Michael Bloomberg, il quale ha messo in evidenza  l'impulso dato alla citta' da italo-americani come La Guardia, Di Maggio, Cuomo e Giuliani. Domenica mattina l'edizione n. 67 del Columbus Day era iniziata con la tradizionale deposizione della corona sotto la stele di Colombo al Columbus Circle, con l'Ambasciatore, Giulio Terzi Sant'Agata, il Console generale, Natalia Quintavalle, il presidente della Columbus Foundation, Frank Fusaro, il Grand Marshall, Joseph Plumeri, il Chairman Louis Tallarini. e Joseph Guagliardo, presidente del National Council of Columbian Associations in Civil Service. Presente alla cerimonia anche una delegazione di Vigili del Fuoco italiani, guidata da Robert Triozzi, comandante per le Nazioni Unite del "Fire Rescue Developement Program", con sede in Roma. Nel pomeriggio un magnifico concerto al Lincoln Center con l'Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari, diretta dal Maestro Alberto Veronesi.

    E' quasi l'ora della sfilata. Intorno a mezzogiorno, di solito, muove la testa del corteo. Siamo in attesa all'incrocio con la 45th Street. E' un fermento incredibile di gente che si prepara. Le bande dei College, centinaia e centinaia di giovani nelle loro lustre divise, sono prese dal ruolo, e' un grande onore sfilare. Piu' tranquilli i musicisti delle bande militari, aduse a queste cerimonie. Le bande sono quasi un centinaio. E' una sarabanda di dimensioni inimmaginabili quel che si muove nelle retrovie, 35 mila persone che s'approntano a sfilare, ciascuna rappresentanza al suo turno, talvolta dopo ore di attesa, se si pensa che la Parata si conclude quasi alle cinque del pomeriggio. Eppure tutto e' regolato secondo un canone sperimentato dal rigido cerimoniale degli organizzatori, tutto gira come un orologio, almeno cosi' appare. Ormai la marea di spettatori, intorno al milione, e' ordinatamente assiepata dietro le transenne, sui due lati della Quinta Avenue. Gente d'ogni eta', molti con bandierine tricolori, spesso con i vessilli americano ed italiano. Ecco, si parte, e' mezzogiorno. E' il Sindaco Michael Bloomberg ad aprire la sfilata, con accanto il Grand Marshall Joseph Plumeri e il Commissioner della Polizia di New York, Raymond Kelly. Sfila il Governatore Andrew Cuomo, con i suoi sostenitori. E' un tripudio di consensi, il Governatore si ferma con il pubblico lungo il percorso, stringe mani. La famiglia Cuomo ha dato e sta dando un notevole contributo nelle istituzioni americane, che fa onore alle origini italiane. Passa il carro della Columbus Foundation, una specie di caravella tricolore su ruote con un grande busto di Cristoforo Colombo. Bimbi festosi agitano le loro bandierine. Poi la numerosa rappresentanza in fascia tricolore della Fondazione, guidata dal presidente Frank Fusaro, dai Governors e dai tanti esponenti del sodalizio che si occupano dei vari campi d'attivita'.

    Passano orgogliose macchine d'epoca italiane, poi una sequela di Ferrari e Maserati di piu' recente costruzione. Sfilano il nostro Ambasciatore Giulio Terzi di Sant'Agata e, in fascia tricolore d'ordinanza, il Console generale Natalia Quintavalle, al suo battesimo di folla nella Big Apple. E' il turno della Polizia di Stato italiana, una delegazione con numerose donne in divisa. Molti gli applausi. Passa la banda d'un College, volenterosa, ma nulla di paragonabile a quella splendida banda militare, immagino della Marina americana, che ha aperto la Parata. Ancora alcuni gruppi, in costume.

    Ecco che sfilano i  Vigili del Fuoco di New York, numerosi quelli d'origine italiana, gli amati eroi di tante operazioni di soccorso, ma sopra tutto alle Twin Towers, dove persero la vita 343 pompieri. Nel 2004 andai con una delegazione guidata dal Sindaco dell'Aquila alla sede del Dipartimento, a Brooklyn, per portare l'omaggio della citta' capoluogo d'Abruzzo e dei Vigili del Fuoco aquilani ai Pompieri di New York. Ci ricevette con molta cordialita' l'allora comandante in capo, ora Commissioner, Salvatore Cassano. Nella hall del grande palazzo una lastra di bronzo riportava i nomi dei pompieri caduti l'11 settembre alle Torri Gemelle. L'ampiezza di quella targa bronzea resta nella memoria a misura dell'immane sacrificio dei pompieri di New York deceduti a Ground Zero.

    Ora ci passano davanti con una storica autopompa Magirus rossa, con maniglierie d'ottone lucidate a specchio, carica di bimbi. Segue un'ordinata compagnia di pompieri a passo militare, con le insegne del corpo. Poi ancora un moderno rosso automezzo di dotazione, tutte luci intermittenti e cromature. Ancora una banda giovanile, poi e' il turno del reparto dei Vigili del Fuoco d'Italia, provenienti da varie province. Marciano perfetti, raccogliendo molti applausi dal pubblico. Mi emoziono, esprimo gratitudine profonda con l'applauso, non potro' mai dimenticare quanto straordinariamente generosa infaticabile ed appasionata e' stata l'opera dei Vigili del Fuoco in soccorso dell'Aquila, la mia citta', colpita dal terremoto del 6 aprile 2009.

    Ora e' il turno dell'ANFE. Siamo tra i primi gruppi a sfilare, a motivo dello stretto rapporto che l'associazione ha con la Columbus Foundation. Tony Tufano ci invita ad esser pronti, mentre fa dispiegare lo striscione con il logo del nostro ente morale. Ospitiamo sotto le nostre insegne il presidente dell'ASMEF, Salvo Iavarone, presente con la sua associazione a New York e poi Toronto per alcune iniziative sull'emigrazione, nonche' il sindaco di Tarquinia, Mauro Mazzola, venuto in America con una delegazione municipale per promuovere turisticamente la sua citta'. Non e' semplice partecipare alla Parata del Columbus Day, se non si ha un aggancio solido. L'ANFE e' stato per loro un eccellente traino. Da questo momento viviamo le emozioni direttamente.

    Il presidente Saporito e' al centro della nostra fila, gli sono accanto da un lato Gaetano Cala' e chi scrive, dall'altro Fabio Ghia e Tony Tufano. E' con noi un gruppo di volontari dell'ANFE Usa. Non abbiamo da raccontare molto se non le cose che vediamo lungo i 3 chilometri di percorso tra la 46^ Strada e le tribune d'arrivo, nei pressi della 69^. Il pubblico applaude, gli italiani oltre le transenne fanno domande e apprezzamenti, e' davvero una festa, un'ostentazione generosa d'attaccamento all'unita' nazionale, all'italianita'.

    L'arcivescovo Timothy Dolan, con altri prelati e religiosi davanti la Cattedrale di St. Patrick, saluta con gesti di cordialita' i vari gruppi che sfilano man mano. Dev'essere dotato d'una forte capacita' comunicativa e relazionale, d'una empatia fuori dagli schemi, davvero molto americana rispetto alle compunte abitudini dei suoi colleghi in Italia.

    La sfilata avanza, tra stop and go. Si hanno poche cose da riferire quando la Parata del Columbus Day si vive dall'interno, se non l'emozioni che si provano. Manca l'osservazione di quella multiforme congerie di colori e vivacita' che della Parata e' l'aspetto piu' pittoresco e spettacolare, invece godibile da spettatore. Arriviamo a Grand Army Plaza, che si apre su Central Park. Il corteo ora s'avvia verso l'ombra gradevole della rigogliosa vegetazione del parco, sulla sinistra.

    Eppure a destra  richiama l'attenzione il grande cubo bianco dell'Apple Store, diventato dopo l'immatura morte di Steve Jobs un luogo di memoria e omaggio all'uomo. Sulla bianca parete della recinzione sono attaccati migliaia di post-it, messaggi d'amicizia e gratitudine verso l'uomo che in tre decenni ha  cambiato il mondo, nella comunicazione, nella tecnologia informatica e nel design delle sue straordinarie creazioni. Tanti i fiori posati accanto al cubo, molte le mele, a richiamo del famoso simbolo della Apple.  La sfilata procede, dopo quasi due ore dalla partenza raggiungiamo le tribune. Numerose reti televisive riprendono la Parata. Un gran lavoro di riprese e documentazione dell'evento ha fatto anche la troupe di i-Italy, sotto l'efficiente direzione di Letizia Airos, editor del network piu' qualificato e attento nel descrivere l'attuale realta' della societa' italoamericana.

    Artisti italoamericani s'alternano sul palcoscenico approntato davanti alle tribune. Applauditissima Pia Toscano, la giovane e bella cantante italoamericana - e' nata nel 1988 a Howard Beach, NY - baciata da un grande successo, come pure e' assai apprezzato un gruppo di cantanti ballerini nell'esecuzione di "Be italian", uno dei brani piu' noti del famoso musical "Nine" tratto dal testo teatrale di Mario Fratti. Tagliamo il traguardo, la delegazione ANFE ha compiuto la sua missione, almeno riguardo la Parata del Columbus Day 2011.

    L'indomani, martedi', ci riceve il Console generale d'Italia. Ognuno e' libero, oggi nel pomeriggio. Sto tornando a casa, sulla 55^ strada. Sono quasi le due e mezza, quando incrocio il corteo, devo attraversare la Quinta Avenue. Ma stanno passando gli Alpini, una lunga fila di gruppi dall'Italia e anche dall'estero. Aspetto, sono alpino anch'io. Davanti a me sostano gli Alpini della Sezione ANA di Hamilton, in Canada. Incredibile! Accanto al vessillo della Sezione un alpino mi chiama per nome. Lo riconosco, e' il presidente della Sezione Fausto Chiocchio. Il pizzetto sul mento e' un po' piu' bianco di dieci anni fa, quando andai ad Hamilton con il Coro della Portella, in rappresentanza della Municipalita' aquilana. Viene verso le transenne, ci abbracciamo. "Che fai a New York?". Gli rispondo che con l'ANFE ho appena concluso la sfilata. E' proprio piccolo il mondo, talvolta riserva incredibili sorprese!

    Martedi 11 ottobre, mattina. Il Consolato si trova al 690 di Park Avenue, di fronte all'Hunter College. Arrivo a piedi, ci troviamo puntuali tutti noi della delegazione ANFE, eccetto il sen. Saporito che e' ripartito per Roma. Il Consolato e l'Istituto Italiano di Cultura stanno in un bel palazzo in mattoni rossi, di proprieta' dello stato italiano, dichiarato dalla Landmark Preservation Commission edificio storico.

    All'orario fissato il ministro Natalia Quintavalle, Console generale a New York,  ci riceve nel suo studio al primo piano, con grande cordialita'. Nativa di Pietrasanta, in provincia di Lucca, e' giunta da poco piu' d'un mese a New York, una delle sedi consolari piu' complesse e prestigiose del mondo, per la presenza d'una comunita' italiana numerosa e di spiccato livello, come pure di realta' culturali rilevanti, come Casa Zerilli Marimo' della NYU, del Calandra Institute della CUNY e dell'Italian Academy della Columbia University, verso le quali dimostra un grande interesse. D'altronde il suo e' un ritorno a New York. Avevo tratto preziose informazioni da una bella intervista che Letizia Airos ha di recente realizzato con Natalia Quintavalle, che ne rivelano bene il pensiero, i propositi e le doti umane e professionali. Tanto mi conferma il colloquio.

    Peraltro, anche Letizia ci raggiunge in Consolato, quando Gaetano Cala' sta illustrando al Console generale - accanto il Console Laura Aghilarre - le molteplici iniziative che ANFE Sicilia ha realizzato a New York negli ultimi anni, con la collaborazione del Consolato e dell'Istituto di Cultura, tutte di notevole respiro culturale, come quella in preparazione per il 2012 che lumeggera' il contributo recato dai musicisti italiani al Jazz.

    Quindi si fa cenno al Console Generale delle altre iniziative che l'ANFE sta promuovendo su importanti tematiche, come la cittadinanza, sulle quali si ha modo di parlare nel corso d'un incontro assai ricco di spunti, durato oltre un'ora. Siamo davvero molto grati al Console generale, mentre ci congeda, per l'accoglienza e per il proficuo colloquio intrattenuto. Rientro in casa Fratti a mezzogiorno.

    Trovo il drammaturgo nel suo studio mentre conversa di teatro con Claudio Angelini, gia' corrispondente della Rai, per alcuni anni valente direttore dell'Istituto Italiano di Cultura ed ora presidente della Dante Alighieri di New York.  Della nostra missione nella Grande Mela devo ancora citare la partecipazione, la sera dell'8 ottobre, ad una conviviale della Federazione delle Associazioni Siciliane del New Jersey, con quasi 450 ospiti. Ho avuto possibilita' di svolgere un breve intervento, nel corso della serata. Ho ringraziato con tutto il cuore la comunita' siciliana per la vicinanza e l'affetto dimostrati con gesti di solidarieta' verso le popolazioni aquilane colpite dal terremoto. Proprio da loro il comune di Villa S. Angelo ha ricevuto una donazione di 450 mila dollari per la realizzazione d'una struttura di aggregazione sociale. Ci vedremo dunque a Villa S. Angelo, questa la promessa, quando s'inaugurera' l'opera edificata con il frutto della loro generosita'.

  • Fatti e Storie

    Presentate in Senato le "Giornate dell'Emigrazione", sesta edizione

    ROMA – Pomeriggio di grande interesse, il 14 aprile scorso a Roma, nella Sala Capitolare del Senato presso il Chiostro di Santa Maria sopra Minerva, a due passi dal Pantheon, per la presentazione della rassegna “Giornate dell’Emigrazione”, giunta quest’anno alla sesta edizione. L’evento, promosso ed organizzato dall’Asmef (Associazione Mezzogiorno Futuro) presieduta da Salvo Iavarone, gode del patrocinio della Regione Campania, del Ministero per gli Affari Esteri e del Senato della Repubblica.

    Il luogo è davvero superbo. La basilica di Santa Maria sopra Minerva è considerata l'unica chiesa gotica di Roma. Esistente già nell’VIII secolo come oratorio in uso alle monache di S. Basilio, provenienti da Costantinopoli, nel 1275 fu data ai frati predicatori, entrando a far parte d’un complesso conventuale domenicano. Qualche anno dopo iniziò la costruzione della grande basilica gotica, a tre navate, con il sostegno economico di Bonifacio VIII, prendendo ad esempio Santa Maria Novella a Firenze. La facciata, iniziata a metà del Quattrocento, venne completata solo nel 1725, per volere di papa Benedetto XIII. Il tempio custodisce le spoglie di Santa Caterina da Siena, patrona d’Italia, e del pittore fra’ Giovanni da Fiesole, noto sotto il nome di Beato Angelico, proclamato da Giovanni Paolo II “patrono universale degli Artisti”. Nel convento adiacente alla basilica Galileo Galilei, sospettato di eresia per le sue teorie astronomiche, il 22 giugno 1633 abiurò le sue tesi scientifiche. Il convento venne espropriato dallo Stato italiano dopo il 1870. Attualmente il complesso conventuale è occupato dalla biblioteca della Camera dei Deputati e dalla biblioteca del Senato, mentre una parte degli ambienti cenobitici è stata riconsegnata ad una comunità di frati domenicani. Sul magnifico chiostro del convento dà la Sala Capitolare dove si tiene la presentazione delle “Giornate dell’Emigrazione 2011”.

    Il parterre è di tutto rispetto, per l’occasione. Letto il saluto augurale inviato dal sen. Maurizio Gasparri, presidente del gruppo parlamentare del Pdl al Senato, anche il sottosegretario agli Affari Esteri con delega agli Italiani nel mondo, Alfredo Mantica, all’estero per un impegno istituzionale, ha fatto pervenire un messaggio dove, tra l’altro, richiama l’attenzione nei confronti dell’emigrazione italiana e sulla ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Un altro caloroso messaggio di saluto è stato inviato da Severino Nappi, assessore al Lavoro e all’Emigrazione della Regione Campania, nel quale si segnala la necessità che le Regioni operino fattivamente per riuscire a valorizzare le comunità all’estero. Silvana Magalli Rocco, in rappresentanza del Parco nazionale del Cilento, porta il saluto dell’ente anche a nome del suo presidente, Amilcare Troiano, non mancando di ricordare la sua diretta esperienza di figlia d’emigrati in Venezuela. E Tommaso Mitrotti, residente in Argentina, evidenzia come gli emigrati abbiano salvaguardato valori e tradizioni che in Italia si stanno invece perdendo. E tuttavia Italia e Argentina al fondo conservano comuni radici d’identità nazionale, mentre iniziative come queste contribuiscono a rafforzare i legami tra l’Italia e le collettività italiane all’estero.

    Tema dell’incontro è “Unità d’Italia ed emigrazioni. Il ruolo della Chiesa e delle opere assistenziali, dalla storia all’attualità, attraverso le loro figure carismatiche”. Nel convegno sono emersi aspetti di notevole interesse e riferiti dati di grande utilità per meglio comprendere un tema sociale di così specifico rilievo, come si riferirà più avanti. Un tema che da anni l’Asmef studia, approfondisce e indaga con un’articolata serie d’iniziative in Italia e all’estero. Nel corso del meeting viene intanto presentato il programma della rassegna del 2011, che prevede una serie di appuntamenti in Italia, con trasferte in Canada e Stati Uniti.

    Si parte il 6 maggio, con un incontro presso il Museo Regionale dell’Emigrazione “Pietro Conti” di Gualdo Tadino, in provincia di Perugia, quindi il 28 maggio presso Palazzo de Vargas, sede della Fondazione “Gian Battista Vico” di Vatolla, nel Cilento, sarà il Banco di Napoli al centro del dibattito. In particolare, il presidente dell’Istituto Banco Napoli - Fondazione “Adriano Giannola”, assieme ad altri relatori, parlerà del ruolo che il Banco ha avuto nei due secoli scorsi per i tanti emigrati italiani. Il 14 giugno ci si sposta al nord, a Torino, con il sottosegretario agli Affari Esteri, Vincenzo Scotti. Quindi, il 23 luglio, tappa a Ceppaloni, in provincia di Benevento, con la parlamentare europea Erminia Mazzoni e con il prof. Antonio Giordano, del Board della NIAF. Il 5 agosto si va in Molise, a Macchia Valfortore, in provincia di Campobasso. Nell’occasione, un particolare approfondimento si farà sui 150 anni dell’Unità d’Italia, in relazione al ruolo ed all’incidenza avuti dall’emigrazione italiana in tale periodo storico. Poi doppio appuntamento in Basilicata, in agosto e settembre, a Muro Lucano e Viggiano, ed incontri nelle isole di Ischia e Procida, tra settembre ed ottobre, luoghi che tanti loro figli hanno inviato nel mondo, alla ricerca d’una nuova vita. Infine, come si diceva, sono previste visite alle comunità italiane di Toronto, a fine settembre, e il 12 ottobre a New York, per il Columbus day, come negli anni passati organizzate assieme alla Regione Campania ed al Ministero per gli Affari Esteri.

    Tali appuntamenti si aggiungono ai tanti percorsi degli anni precedenti - questa è la sesta edizione delle “Giornate dell’Emigrazione”- che hanno portato delegazioni dell’Asmef in missione nel mondo, negli Stati Uniti (New York), in Argentina (Buenos Aires), in Brasile (San Paolo) e in tante località del territorio nazionale. Tra gli scopi delle iniziative dell’ Asmef, primariamente quello di valorizzare quanto gli italiani hanno fatto oltreconfine, d’approfondire la storia e le storie di tanti di loro, di lavorare ad una sempre più forte relazione tra i nostri connazionali sparsi nel globo ed il Paese d’origine. Il quale, bisogna riconoscere, non sempre fornisce risposte adeguate ai tanti suoi figli che non chiedono benefici economici né chissà cosa, ma spesso solo considerazione ed ascolto delle loro esperienze, in diversi casi difficili e sofferte, come pure attenzione e riconoscimento per il prestigio che in innumerevoli altri casi sono stati capaci di conquistare all’estero con il loro ingegno, con la capacità d’intrapresa e con vite esemplari, contribuendo ad elevare la stima verso l’Italia. Mostre fotografiche, convegni, rappresentazioni teatrali, mostre d’arte: questi ed altri eventi ancora costituiscono occasioni d’incontro sui temi dell’emigrazione che, di anno in anno, l’Asmef svolge in appuntamenti organizzati sul territorio nazionale e in un Paese estero, scelto tra quelli dove è maggiormente significativa la presenza di comunità italiane, campane in particolare. E dunque nel 2008 ciò è avvenuto a New York, nel 2009 a Buenos Aires, l’anno scorso a San Paolo, mentre quest’anno la destinazione è Toronto, la metropoli canadese dove quasi un terzo della popolazione è d’origine italiana.

    Riesco a rivolgere qualche domanda a Salvo Iavarone, presidente dell’Asmef, prima che i lavori del convegno entrino nel vivo. “Presidente, quali motivazioni vi spingono ad organizzare le Giornate dell’ Emigrazione?”, gli chiedo. “Abbiamo iniziato così, quasi per gioco - risponde Iavarone - presentando un libro scritto da uno dei principali studiosi dell’argomento, Francesco Durante. Invitammo nel Cilento istituzioni, opinionisti ed emigrati rientrati occasionalmente in Italia; nacque subito un intenso e variegato dibattito che rappresentò, a nostro vedere, la voglia di approfondire i temi e andare avanti nel coinvolgere altri amici ed istituzioni”. “Avete trovato ostacoli? Come finanziate le vostre iniziative?”, gli chiedo ancora. “Chi cerca di far qualcosa nel nostro Paese trova sempre ostacoli. Ma quando si è convinti di far bene e si è portatori di energie positive, si riscontra anche entusiasmo. E sostegni. Riceviamo contributi pubblici e siamo affiancati da sponsor privati”. “Quali realtà avete trovato all’estero?”, gli chiedo infine. “Tantissimi figli del Paese, sovente innamorati di qualcosa. Certamente dell’Italia, che non ricambia adeguatamente”, conclude lapidariamente il presidente dell’Asmef, senza tanti giri di parole. Ed è quanto di più effettivamente lamentano le comunità italiane all’estero.

    Hanno inizio i lavori del meeting, dopo una breve introduzione di Valeria Vaiano, direttrice scientifica di dell’Asmef, sul ruolo svolto dalla Chiesa nel mondo dell’emigrazione italiana. Un’opera ancora da indagare a fondo per il suo rilievo, approfondendo il percorso di figure carismatiche che hanno legato il loro nome e la loro missione alle vicende dell’ondata migratoria seguita all’unificazione nazionale. A mettere a fuoco l’impegno della Chiesa cattolica nelle migrazioni pensa mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, che richiama i campi d’impegno della Fondazione nei settori della mobilità migratoria: emigrati italiani all’estero; migranti interni italiani; immigrati stranieri e profughi; rom, sinti, circensi e fieranti; addetti alla navigazione marittima e aerea. In particolare, mons. Perego ricorda l’opera di figure rilevanti della Chiesa che si sono distinte nel mondo dell’emigrazione, come San Giovanni Bosco, Vincenzo Pallotti, Giovanni Battista Scalabrini, Luigi Guanella e Geremia Bonomelli. “Personaggi carismatici – annota mons. Perego - che, oltre alla missione di sostegno e accompagnamento agli emigranti, hanno cercato di favorire anche un’azione politica per la tutela dei diritti di questi ultimi e delle loro famiglie”.

    Sulla donna nell’emigrazione italiana, e in specie sulle religiose impegnate tra gli emigrati, relaziona suor Etra Modica, missionaria scalabriniana. “Le missionarie, donne emigrate con e tra gli emigranti italiani all’estero - afferma la religiosa - hanno contribuito a salvaguardare la dignità dei migranti e svolto un servizio di mediazione utile all’orientamento e ad una prima assistenza nei luoghi di arrivo”. Richiama quindi il contributo d’importanti figure religiose femminili, quali madre Francesca Cabrini, madre Assunta Marchetti e suor Adele Brambilla. Sulla figura di Francesca Cabrini, in particolare, si sofferma Mina Cappussi, curatrice con Tiziana Grassi del “Primo Dizionario dell’Emigrazione Italiana” di cui è prossima l’uscita della pubblicazione, segnalando peraltro come tanti parroci di provincia scelsero di seguire i loro parrocchiani all’estero, contribuendo così a mantenere salda l’identità personale e le tradizioni dei luoghi d’origine, oltre ad un forte legame con l’Italia.

    Flavia Cristaldi, docente di Geografia all’Università “La Sapienza” di Roma, svolge un’interessante relazione intrattenendosi sul ruolo avuto dai religiosi all’estero, definendo la chiesa luogo d’elezione nel conservare e trasmettere cultura, tradizioni, lingua e identità, portando a conferma dell’assunto una significativa esperienza di emigrati trentini in Bosnia Erzegovina. Il padre scalabriniano Vincenzo Rosato, direttore del Centro Studi Emigrazione in Roma, segnala l’impegno portato avanti dal Centro nella ricerca delle origini della nostra emigrazione, nella riscoperta delle vicende dei pionieri religiosi che seguirono l’emigrazione italiana nel mondo, dove ricrearono luoghi di fede nei quali ciascuno potesse sentirsi a casa, ma anche impegnati ad assecondare la graduale integrazione nel nuovo mondo. A seguire l’intervento del segretario generale dell’Istituto Italo-Latino Americano, Giorgio Malfatti di Monte Tretto, che sottolinea come il nostro Paese sia impegnato a sostenere le comunità latino-americane immigrate in Italia, in forza degli accordi definiti nel corso del summit G8 tenutosi all’Aquila nel luglio 2009, in particolare sulla riduzione dei costi di trasmissione delle rimesse alle famiglie in America latina.

    Interviene Pier Luigi Gregori, vaticanista della Rai, con un richiamo alle radici culturali dell’Europa e alla loro importanza, quindi sul principio di libertà d’emigrazione, sancito dalla nostra Carta costituzionale. Infine, il sen. Luigi Compagna, componente della Commissione Affari esteri del Senato, fa il punto sui problemi e sulle difficoltà più evidenti che attualmente riguardano le comunità italiane all’estero, soffermandosi sui dannosi riflessi sulla presenza internazionale dell’Italia, conseguenti alla contrazione della rete consolare, e ai pesanti tagli alle risorse destinate all’assistenza dei connazionali all’estero. Invoca in conclusione una riforma costituzionale in grado di tutelare la presenza internazionale dell’Italia. Ora, specie queste ultime considerazioni svolte dal sen. Compagna, a mio parere sono proprio ferite aperte per gli italiani all’estero. Sulle quali, almeno al momento, il Governo italiano non sembra avere alcuna intenzione di mettere riparo e di cambiare rotta. Da qualche anno a questa parte le politiche rivolte alle nostre comunità all’estero hanno subìto battute d’arresto. Anzi, per chiarezza, hanno fatto più d’un passo indietro.

  • Fatti e Storie

    Aggiungi un Posto a Tavola... all'Aquila non si può

     L’AQUILA – Racconto con una punta d’amarezza questa vicenda, che avrebbe dovuto avere un esito diverso, per lo spirito che l’ha animata, per le finalità, per la passione che tanti giovani vi avevano profuso. Tra le tante belle testimonianze d’amicizia, solidarietà ed affetto che da tutta Italia e dal mondo sono state generosamente tributate alle popolazioni dell’Aquila e dei suoi borghi, dopo il terremoto del 6 aprile 2009, va comunque aggiunta quella che riferisco, anche se non è andata purtroppo in porto.

    L’ho raccolta direttamente da Carlo Zanini, funzionario d’un importante istituto di credito e volontario della Caritas. Egli avrebbe desiderato portare all’Aquila, quale ulteriore forma di vicinanza alla città ed alla sua gente, il famoso musical AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA* di Garinei e Giovannini, scritto nel 1974, con le musiche di Armando Trovajoli. Certamente non lo spettacolo con gli artisti professionisti che attualmente sta girando l’Italia, ma una compagnia amatoriale di Corsico, cittadina alle porte di Milano, composta da giovani attori animati da grande passione e dal desiderio di dedicare gratuitamente a chi ha bisogno il frutto della loro propensione per il teatro. Ma sentiamo come è andata, dalla viva voce di Carlo Zanini.  

    “E’ l’unico lavoro che abbiamo pronto in questo periodo. Dopo oltre sette mesi di prove, l’abbiamo rappresentato a giugno nella nostra città ”. Così ci racconta Carlo Zanini, presidente della compagnia amatoriale Non a caso. “All’epoca l’autorizzazione ci venne concessa, ma per una sola rappresentazione. E dopo innumerevoli insistenze. Infatti il ritorno della commedia, dal dicembre dello scorso anno, in varie città italiane ad opera della compagnia di Johnny Dorelli, con il figlio Gianluca Guidi nei panni del protagonista don Silvestro, è bastato a far alzare barriere altissime, sino a diventare insuperabili, alla messa in scena da parte di altri

    soggetti. Pur rendendomi conto delle motivazioni di un simile blocco autorizzativo, certamente valido e comprensibile per compagnie di professionisti, non riuscivo a trovare giustificazioni ragionevoli al pervicace diniego del nullaosta alla nostra compagnia.

    AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA, per altro, è uno dei lavori maggiormente rappresentati, negli anni, da compagnie amatoriali come la nostra. Avevo chiara consapevolezza - aggiunge Zanini - che, pur avendo noi proposto lavori sempre più che dignitosi nella nostra breve storia, non volevamo, né potevamo competere con dei professionisti. Inoltre la finalità del nostro fare teatro è stata chiaramente rappresentata agli Autori: non ci prefiggiamo scopo di lucro; quando a pagamento, le rappresentazioni sono sempre calate in un contesto di solidarietà verso situazioni di bisogno o di disagio, delle quali ci impegniamo a dare un’ampia preventiva informazione”.

    “Con i nostri spettacoli abbiamo sostenuto, ad esempio, ricerche su malattie rare, tipo l’osteogenesi imperfecta (fragilità ossea) o la progeria (invecchiamento precoce). Come pure abbiamo aiutato associazioni che operano in sostegno alle maternità difficili, o attive nell’avviamento al lavoro di soggetti disabili. Abbiamo inoltre contribuito a finanziare talune iniziative di volontariato sociale in Bosnia, servizi a beneficio di non vedenti, ed altre iniziative di solidarietà. Insomma non avremmo di certo creato problemi o addirittura sottratto spettatori ai più che titolati attori, anche perché i “nostri” spettatori vengono a vederci più per la finalità che per il titolo dell’opera, che comunque cerchiamo sempre di realizzare in modo apprezzabile, come ci viene di solito riconosciuto. Neppure le argomentazioni circa la funzione aggregante e, per molti aspetti, educativa del teatro amatoriale, fatto da giovani e ragazzi sotto la guida di adulti motivati, sembrava smuovere la coscienza degli Autori che più volte rispondevano picche alla nostra richiesta di autorizzazione avanzata tramite un gentilissimo funzionario della Siae di Roma. Poi, per un miracolo, è il caso di dirlo, è arrivato il sospirato via libera ancorché, come detto, per una sola serata”.
     

    “Finito lo spettacolo, a giugno, ci siamo trovati un po’ spaesati. Ma ecco che, subito dopo, un sogno straordinario, balenato nella mia mente già nelle prime settimane successive al terremoto del 6 aprile 2009, è venuto prepotentemente ad occupare i miei giorni e a dar corpo al desiderio manifestato all’Aquila da alcune persone. Grazie ad una rete di conoscenze, divenute amicizie, nate da una piccola esperienza di volontariato, mia e di mia moglie Laura, nell’estate 2009, poi ripetuta nel 2010, presso un campo “Caritas” di Paganica, è stato possibile mettere in cantiere il progetto di portare la compagnia dei NON A CASO nel capoluogo abruzzese. L’entusiasmo, pur nella consapevolezza di un’impresa ardita ma

    possibile, era palpabile in tutti. Ho contattato il dott. Giorgio Paravano, segretario generale dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese, persona di grande sensibilità, che non appena gli ho illustrato la proposta ha subito offerto disponibilità a valutare l’inserimento della rappresentazione nel calendario della stagione concertistica 2010/2011 dell’ISA nel Ridotto del Teatro Comunale dell’Aquila. Da quel momento è immediatamente partita la mail a tutti i componenti della nostra compagnia teatrale. In essa illustravo in dettaglio le finalità del progetto già precedentemente abbozzato - non una “toccata e fuga”, ma un prendere coscienza e consapevolezza delle conseguenze del terribile terremoto per far nascere e mantenere vicinanza, creare ponti di amicizia ed arricchirsi in umanità - e richiedevo la loro disponibilità per una 3 giorni in terra d’Abruzzo. Devo dire che, nonostante le non lievi difficoltà di vario ordine, le prime risposte pervenute dalla compagnia facevano prevedere una generale appassionata adesione. Nessuna preoccupazione per la sistemazione logistica (50-60 elementi, tra attori, coristi, tecnici e responsabili), grazie al dichiarato appoggio di Don Claudio Tracanna, della diocesi dell’Aquila, che avrebbe all’occorrenza coinvolto alcune comunità parrocchiali. Per le spese di trasporto, noleggio ed altro, ci saremmo dati da fare sia autofinanziandoci, sia ricercando qualche sostegno straordinario, già per altro ipotizzato. La cosa non rappresentava un’angoscia”.
     

    Carlo Zanini, dell’esito della vicenda, non riesce ancora a farsene capace. “Occorreva a quel punto porre la prima pietra del progetto - l’autorizzazione degli Autori - senza la quale nulla si sarebbe potuto costruire. Avevamo tutti chiara consapevolezza della difficoltà al riguardo, ma anche la fondata speranza che, considerato il contesto e le finalità, si sarebbe potuto ottenere il permesso agognato. Che, purtroppo, non è arrivato. Questo nonostante una prima richiesta avanzata direttamente dalla Siae dell’Aquila, grazie alla cortesia della signora Teresa Badini. Senza alcun esito si sono di lì a poco rivelate due mie successive insistenze, ampiamente motivate. All’ultimo dei tre messaggi negativi, pervenutomi il 9 agosto scorso, ho risposto esprimendo il mio profondo rammarico: un evento terribile di morte e distruzione, che ha smosso una coralità di menti, cuori e braccia, evidentemente, per ragioni a me ignote, non è riuscito a smuovere cuore e mente degli Autori di AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA. E pensare che il messaggio della commedia musicale - accoglienza, attenzione all’altro - faceva supporre una decisione del tutto diversa. Peccato! Ma ai ragazzi della compagnia, comunicando l’infrangersi del sogno, ho voluto trasmettere la voglia di “stare dentro” le vicende del terremoto, adesso approfittando delle potenzialità di internet e un domani, chissà, conoscendo da vicino e di persona la bellissima - anche se per ora ferita - città dell’Aquila e la tenacia della sua gente, così dignitosa, così umana.” Ho fatto ancora qualche domanda a Carlo Zanini sullo scopo che l’iniziativa si proponeva.

    Dr. Zanini, lei è stato più volte in Abruzzo, tra le popolazioni terremotate. Come è maturata l’idea di portare un musical e come uno spettacolo può essere utile alla ricostruzione del morale d’una comunità offesa dal terremoto?

    “Oltre a partecipare alle varie iniziative di raccolta fondi da donare alle comunità colpite dal sisma, la cosa più semplice, dicevo ai ragazzi, è fare ciò che sappiamo fare, il teatro per l’appunto. La cosa più bella e significativa, però, sarebbe ancora quella di poter scendere in Abruzzo e fare teatro in mezzo alla gente”.

    Comprendo che questo avrebbe comportato e comporterebbe per la vostra Compagnia anche qualche difficoltà organizzativa…

    “Senza avere un nome altisonante e senza essere sotto i riflettori dei media, volevamo fare una cosa di sicuro faticosa per i nostri mezzi e per le nostre possibilità, ma che consideravamo straordinaria. E devo dire che il progetto aveva tutte le caratteristiche per essere realizzato. Tutte, meno una…”.

    Come può essere utile uno spettacolo teatrale offerto alla gente colpita da una grande tragedia, come il terremoto dell’Aquila?

    “Le persone colpite dal terremoto, per quello che ho potuto percepire io incontrandole, hanno un grande bisogno non solo di sapere, ma soprattutto di sentire e, se possibile, di vedere la vicinanza di tanti fratelli. Noi, ne sono convinto, se vogliamo, sappiamo dare con gioia questa fraternità”.

    Si conclude qui questa bella testimonianza d’affetto per gli Aquilani, quantunque amaramente arenatasi per ragioni che restano incomprensibili. Un dramma terribile, come quello patito dalla gente del capoluogo abruzzese e dei paesi del cratere, non è riuscito a scalfire una determinazione ostinata e ferma, degna d’altra causa. Nella circostanza è apparsa, ci sia consentito, venata d’una certa ottusità. La porta per rimediare, però, è sempre aperta!

    *AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA è una commedia musicale scritta da Garinei e Giovannini con Jaja Fiastri, liberamente ispirata al romanzo di David Forrest “After me the diluge”. Debuttò nel 1974, con le musiche di Armando Trovajoli, con le coreografie di Gino Landi e le scene e i costumi di Gino Coltellacci. E’ stata prodotta più volte e, nel 2009, ha ripreso di nuovo a girare l’Italia. Porta in sé un messaggio di grande solidarietà umana, contenuto nella bella favola senza tempo che è tutt’oggi recepito dal pubblico come attuale. Scrive il critico Mauro Guidi in una recensione: “… Questa - della commedia, ndr - è una grande consolazione e speranza per il futuro, pensando che nel 1974 in Italia non era ancora neppure ipotizzabile il boom di immigrazione che è arrivato nei tempi successivi. Un lavoro quasi profetico per l’intensità e la freschezza del messaggio contenuto che ha attraversato nel tempo e nello spazio tutto il mondo, con oltre 50 versioni dalla Russia al Perù…”. Nell’edizione attuale la commedia presenta un cast eccezionale, guidato da due attori di grande prestigio, simbolo della continuità con le precedenti edizioni: Gianluca Guidi, figlio di Johnny Dorelli e Lauretta Masiero, ed Enzo Garinei. Johnny Dorelli, per primo, interpretò la figura del protagonista della commedia musicale, Don Silvestro, portandola al successo. Ora tocca al figlio Gianluca continuare la tradizione paterna.

    Don Silvestro, parroco d’un immaginario paese di montagna, riceve una telefonata del Padreterno in persona che gli comunica l'intenzione di mandare sulla terra il secondo diluvio universale. Come un novello Noè, riceve l'incarico di costruire un’arca di legno per mettere in salvo dal diluvio tutti gli abitanti e gli animali del paese. Per portare a termine il suo compito, il curato avrà bisogno dell'aiuto dei compaesani che non subito gli crederanno, ma saranno convinti da un miracolo 'in diretta'. Di Don Silvestro è perdutamente innamorata Clementina, figlia del sindaco del paese, Crispino. Questi, avido e miscredente, è invece ostile al parroco e tenta d’ostacolarlo in tutti i modi, creandogli non pochi problemi. Don Silvestro non può ricambiare l'amore di Clementina, per rispettare il vincolo del celibato ecclesiastico. La storia è impreziosita da altre figure, come Consolazione, una donna di facili costumi che giunge in paese a distrarre dai doveri coniugali gli uomini del luogo, proprio nella notte prima del diluvio, destinata dal Signore alla procreazione. A ristabilire l'ordine e riportare gli uomini tra le braccia delle mogli penserà nuovamente Dio, che ridonerà all'impotente Toto, lo scemo del villaggio, la sua virilità per tenere impegnata Consolazione. Alla fine, il diluvio viene scongiurato proprio da Don Silvestro, che convince Dio che è meglio lasciar perdere. Nel gran finale si mangia e si brinda attorno ad una tavola circolare, sulla quale scende una colomba bianca che va ad occupare un posto rimasto vuoto. È per Lui che si aggiunge un posto a tavola.

  • Arte e Cultura

    L'Aquila: quella emozione che toglie il respiro

    Ero sempre disponibile. Anzi, ero felice di liberarmi una giornata per accompagnare delegazioni in visita alla Città, dopo i rituali incontri in municipio. L’ho fatto tante volte negli anni passati, con gli ospiti italiani e stranieri. E non solo perché la visita guidata alle bellezze della città apparisse meglio conveniente se condotta da un amministratore civico, ma sopra tutto perché sentivo il piacere di farlo. Poi, quando altri impegni con l’estero hanno moltiplicato le occasioni, il caso mi capitava di frequente, specie durante la buona stagione.

    Chi all’Aquila non era mai stato, la scopriva con grande meraviglia. Pochi, in effetti, s’attendevano una tale fioritura di bellezze, tanta ricchezza d’architetture, monumenti di tanta singolarità. Il più delle volte si comprendeva al volo che gli ospiti giungevano in città solo con qualche conoscenza, con l’attesa di trovarvi qualcosa degno di nota, eppure circoscritto al solito rinvenibile in provincia. Poi bastava dargli qualche cenno della singolare nascita della città, del suo legame con i castelli fondatori, del clima che vi si respirava nei primi tre secoli della sua storia, che mutavano parere e pensavano d’essere arrivati in una “capitale”, meglio ancora accompagnandoli a Collemaggio, o al Forte Spagnolo, o alle 99 Cannelle.

    Era appena l’inizio. Perché poi L’Aquila non è solo quella dei monumenti insigni, ma è la città dei particolari, dei dettagli, delle curiosità nascoste nei suoi vicoli, negli sdruccioli, lungo le coste che arrancano alla grande piazza del Mercato. E’ la città, stupefacente ed inattesa, delle tante chiese, incredibile cornucopia per chi la scopre, dei tanti palazzi di magnificente fattura, scrigni di sorprese nei loro chiostri, nelle scalinate, negli archi, nelle modanature, nelle fogge delle finestre, negli stipiti e nei portali. Ma anche nel verde che dall’alto si può ammirare sopra la fuga dei tetti, con le chiome delle piante che spuntano sui profili delle case insieme a quei particolari camini aquilani che solo la nostra abitudine distratta non ci consente d’ammirare anch’essi come opere d’arte.  

    Appunto dopo la visita ai monumenti più noti s’iniziava il giro della città da scoprire nei suoi dettagli, dalle cisterne al centro dei cortili, alle bifore appena sotto il tetto, dalle ogive dei portoni, ai ricorrenti lapidei simboli del nome di Gesù, quel bernardiniano sole con IHS al centro, il cui originale è inciso sulla tavoletta che il Santo senese mostrava durante le sue predicazioni e che ora si conserva al museo del convento di San Giuliano.

    Mi toccava spesso invitare a tener lo sguardo in alto, sorvolando sullo stato delle vie, spesso con qualche peccato di manutenzione. La città ha un territorio immenso - avvertivo - 477 mila ettari e 64 borghi, un caleidoscopio di centri abitati che solo di strade conta più di duemila chilometri, tutte da curare con le sempre scarse risorse del bilancio comunale. Più che la benevola comprensione, era il primato delle bellezze a coprire qualche guasto nella città.

    Eppure mi logoravano alcuni sfregi dell’imbecillità umana, come i graffiti sui colonnati o lungo la scalinata che arranca a San Bernardino, le scritte sui muri con lo spray, le offese dei writers alle mura della cinta urbica, gli innamorati stupidi che scrivono banalità melense con la vernice, come i rifiuti che la sciatteria di qualche maleducato abbandona per strada e chi deve curare l’igiene urbana tarda a raccogliere. Eppure i richiami del bello superavano qualche bruttura.

    Ricordo ancora lo stupore di Dan Fante - figlio del grande John e brillante scrittore egli stesso - quando, dopo una commossa visita a Collemaggio sostando davanti al mausoleo di Celestino V, salendo per via Fortebraccio,  s’ebbe all’improvviso davanti la Basilica di San Bernardino, con la facciata splendente di sole, al tramonto. Un’emozione che gli tolse il respiro.

    Ci mancano, ora, queste emozioni. Ogni erbaccia ci appare un insulto, ogni rovina una ferita profonda. Toccherà lavorare sodo, per anni. Ma ce la faremo. Sogno però, quando la calura è insolente nelle lande dove ora viviamo, quella frescura che si godeva rasentando le ombre delle vie aquilane, mentre il sole picchiava a mezzogiorno.

    (dal numero Speciale a stampa, Luglio-Agosto 2010, “L’Aquila. Mi ritorni in mente …” , www.ilcapoluogo.it)

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