Articles by: Goffredo Palmerini

  • Goffredo Palmerini davanti all'Ambasciata d'Italia a Washington
    L'altra Italia

    Reportage. Le tre giornate a Washington

    L’AQUILA – Il rientro nella propria città dopo due settimane all’estero è sempre piacevole, quando la tua terra madre t’accoglie con il profluvio delle chiome degli alberi dai cangianti colori dell’autunno, impareggiabile tavolozza d’espressioni cromatiche. E la tua città all’orizzonte, indorata dal tramonto incipiente e trapuntata da innumerevoli sagome di gru all’opera. E poi la nostra montagna, la maestà del Gran Sasso d’Italia, che si staglia con la sua mole possente già imbiancata di neve sull’azzurro intenso e nitido del cielo. Ora però è tempo di raccontarle, queste due straordinarie settimane di missione negli States, a New York e Washington. E cominceremo proprio da Washington - doveroso rispetto alla Capitale - con le tre intense giornate del 13, 14 e 15 ottobre.

     

    Il 13 ottobre, giovedì. E’ una bella giornata di sole, ma ancora fresca quando alle 7 e mezza uscendo m’avvio in subway nei pressi di Pennsylvania Station. Da là parte il bus Vaamose che mi porterà a Washington. Anzi nei pressi, a Bethesda. Trovo gente che già aspetta. Bagagli ordinati in fila sul marciapiede della 7^ Ave, un addetto che sul tablet spunta il nome dei viaggiatori. Dieci minuti prima dell’orario di partenza arriva l’autobus. Si sale. Alla guida un signore austero, barba fluente e kippah in capo. Lo zucchetto rivela le sue origini ebraiche. Prendo posto in prima fila, ho tutta la strada sotto i miei occhi. Alle 8:30 in punto si parte, scendendo lungo la Settima, con il sole che da sinistra comincia a penetrare tra i profili dei grattacieli. All’incrocio della 12^ Strada la svettante sagoma dell’One WTC si para di fronte con i primi riverberi del sole sui suoi vetri. Il grattacielo, il più alto della Grande Mela, è l’erede delle Twin Towers, il simbolo del coraggio, dell’orgoglio e della rinascita dopo la tragedia dell’11 settembre 2001. Ancor giù, dopo il toro bronzeo di Wall Street, l’autobus infila l’Holland Tunnel, passando sotto l’Hudson River, per riemergere a Jersey City, sull’altra riva del fiume. Sulla sinistra, in lontananza, stende il braccio con la sua torcia la Statua della Libertà. Passato l’aeroporto di Newark già si corre sull’interstate 95, la lunga arteria che collega il nord e il sud dell’America.  

     

    Lasciati i centri abitati si marcia spediti, a 65-70 miglia orarie, tra due sponde rigogliose di alberi fronzuti, una lunga teoria di verde che s’interrompe sul Deleware Memorial Bridge, lungo ponte di ferro che scavalca l’omonimo fiume. Scorrevole il traffico, sebbene vi si snodi una serpentina di truck, quei giganti delle strade americane. Trenton, Philadelphia, Atlantic City, Wilmington, sfilano le uscite per quelle città. E già s’annuncia Baltimore. Eccola da lontano, con i grattacieli della City e il suo porto, mentre la strada s’insinua nell’Harbor Tunnel. Manca ormai poca strada per Bethesda. Alle 12:30 l’arrivo, nel centro di questa graziosa città del Maryland che dista una manciata di chilometri da Washington. Vi abita un’aquilana illustre, Laura Benedetti, venuta qui, dopo aver insegnato ad Harvard, per assumere la docenza di Letteratura italiana presso la Georgetown University. In questo prestigioso ateneo della capitale federale ha poi diretto per sei anni il dipartimento di studi italiani. Mi viene a prendere alla fermata. Sono onorato, è un privilegio averla come guida, speciale e premurosa, in questi tre giorni di missione a Washington.

     

    Nel primo pomeriggio subito una visita a Georgetown. Ateneo privato prestigioso, è la più antica università cattolica degli Stati Uniti, fondata nel 1789 dal gesuita Padre John Carroll, la cui statua bronzea si trova appena dopo l’ingresso centrale. Belle le spiccate architetture dell’antico edificio in pietra squadrata, cui fanno da pendant le forme moderne dei nuovi edifici. Strutture sportive, parchi, biblioteche, una cappella e perfino un piccolo cimitero dove riposano i padri gesuiti, s’articolano nella mappa degli edifici destinati all’insegnamento e allo studio. L’ateneo è una piccola città autonoma, dove gli studenti esterni e quelli ammessi dopo rigorosa selezione al Campus interno, circa 15.000, vivono i loro studi in una dimensione di serenità, di benessere, d’efficienza nelle strutture e d’eccellenza nei servizi. E ancora nella qualità dell’insegnamento, che dell’ateneo è il vero prestigio. Tranquilla, questa parte di capitale, perché l’università - che prende il nome dell’antico borgo e poi quartiere -, è contornata tuttora da piccole case monofamiliari dipinte in colori pastello, protette dal vincolo architettonico che le tutela da invadenze dell’edilizia moderna, che tuttavia a Washington ha i contorni della moderazione e della gradevolezza delle forme.

     

    Laura Benedetti mi accompagna alla scoperta dell’ateneo, guidandomi nel palazzo antico dove sono gli uffici del Rettore, anzi del President nella definizione americana. A guidare la Georgetown dal 2001 è John J. De Gioia, 48° presidente e il primo “laico” nella storia dell’ateneo, sempre diretto da un padre gesuita. Laura mi accompagna fin quasi alla soglia della stanza del Presidente, chiedendo all’ossequiosa segretaria il permesso di farmi visitare l’auditorium, la sala delle riunioni, la storica biblioteca con volumi preziosissimi ed altri ambienti ricchi di memoria. Quindi la visita al dipartimento italiano, attualmente diretto dalla prof. Anna De Fina, alla quale Laura mi presenta e con lei teniamo un breve colloquio. Il dipartimento, e i suoi docenti, sono una punta avanzata della cultura italiana a Washington, con importanti attività ed eventi, condotti sovente in stretta collaborazione con l’Istituto italiano di Cultura e l’Ambasciata d’Italia. Non posso qui non ricordare l’assiduità con la quale la prof. Benedetti ha promosso e organizzato negli anni passati numerose Summer School in Italia - e nella nostra città - in partnership con l’Università dell’Aquila. E mi auguro che questa consuetudine possa continuare proficuamente negli anni a venire, trovando significativa e feconda la collaborazione tra le due università. Infine, la visita si conclude nel moderno edificio della Lauinger Library, nel salone dove si sta per tenere una seduta del Senato accademico. Entriamo qualche minuto per godere dall’ampia vetrata una davvero straordinaria vista sul Potomac e sulla sponda da cui inizia il territorio della Virginia.

     

    Alle 4 e mezza lasciamo l’ateneo per recarci proprio in Virginia, ad Alexandria, in casa di Omero Sabatini, altro aquilano di vaglia. Diplomatico in pensione del governo federale Usa, ministero dell’Agricoltura, Omero ha una densa biografia di rappresentanze ufficiali all’estero e di pubblicazioni scientifiche. Nella sua abitazione, in una tranquilla zona residenziale della città, ci aspettano lui e sua moglie Belinda, ma anche Lucio D’Andrea e signora Edvige, e Nancy De Santi. Lucio D’Andrea, molisano, ingegnere petrolifero, è stato promotore nel giugno 2000, con Omero Sabatini e altri, della costituzione dell’Abruzzo & Molise Heritage Society (AMHS), l’associazione cui fanno capo gli abruzzesi e molisani del District of Columbia, l’area della capitale, e dei confinanti stati del Maryland e Virginia. Del sodalizio è attualmente presidente Maria D’Andrea-Yothers, dirigente del dipartimento per il Commercio del governo federale e già componente del Segretariato dell’Organizzazione mondiale del Commercio a Ginevra. E’ figlia di Lucio, presidente emerito dell’AMHS insieme ad Omero. Ho avuto possibilità di conoscere Omero nel 2008 a L’Aquila, in casa del fratello Bruno – medico, scrittore, pittore, amante della musica e della montagna - con il quale ho un forte rapporto di amicizia. Con Omero Sabatini parliamo anche di un’interessante traduzione e riduzione del romanzo “I promessi sposi” di A. Manzoni, diventato “Promise of Fidelity”, della quale egli è autore, pubblicata nel 2002 negli Usa. Il volume ha incontrato l’apprezzamento dei lettori americani, per l’agevole comprensione della storia narrata nel romanzo manzoniano.

     

    L’incontro con i componenti del Consiglio direttivo dell’AMHS si tiene in una sala riservata di un ottimo ristorante siciliano ad Arlington. Ho accettato volentieri, quest’anno, l’invito a visitare la comunità abruzzese e molisana dell’area di Washington. M’informo nel corso dell’incontro sull’associazione e sulle numerose attività sociali e culturali che realizza. Poi parliamo dell’Aquila, dello stato della ricostruzione della città dopo il terremoto del 2009. Li rinfranco sui progressi della ricostruzione, molto avanzata - oltre il 90 per cento - quella esterna alle zone rosse, abbastanza avviata quella del centro storico del capoluogo, mentre solo ora sta iniziando nei centri storici delle frazioni. La ricostruzione a L’Aquila sta restituendo un centro storico di straordinaria bellezza, circondato dai 6 chilometri e mezzo delle antiche mura urbiche anch’esse restituite, con le loro 12 porte, al loro splendore. L’Aquila, tra le più belle città d’arte d’Italia, sarà tra qualche anno una vera meraviglia. Certo, ci sono anche ombre nella ricostruzione, che la magistratura va accertando e censurando, ma nel complesso, dopo i primi anni problematici, nel 2012, grazie al pluriennale programma di finanziamenti assicurato dai governi Monti e Renzi, la ricostruzione è finalmente decollata. Queste notizie li rinfrancano, essendosi loro fatta un’idea diversa dalle notizie spesso inesatte che sovente passano attraverso i mezzi d’informazione, prive di attualità nei riscontri. Altri riferimenti fornisco sulla situazione di Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto, colpite dal terremoto del 24 agosto 2016, per le quali popolazioni il sodalizio sta raccogliendo aiuti.

     

    La riunione va volgendo al termine quando inopinatamente Lucio D’Andrea, quale presidente emerito dell’AMHS - la presidente Maria D’Andrea-Yothers aveva un impegno in NIAF -, mi consegna una pergamena con la nomina a Socio onorario. Sono commosso per questo gesto di considerazione, ancor più sorpreso nell’apprendere che è stato finora riservato solo a cinque personalità tra le quali il Giudice della Corte Suprema degli Usa Antonin Scalia e l’Ambasciatore Luigi Einaudi, già Segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani presso le Nazioni Unite. Esprimo la mia gratitudine con un intervento che sottolinea il valore e il contributo dell’emigrazione italiana nella scrittura della grande Storia del nostro Paese. Non sempre questo viene affermato, come si dovrebbe, anche per la superficiale conoscenza che si ha della storia delle migrazioni italiane nel mondo, talvolta infarcita di stereotipi. Ancor più grave quando questo limite si riscontra presso la classe politica. Il mio ringraziamento va ai nostri emigrati non solo per il contributo reso alla rinascita dell’Italia, specie nel secondo dopoguerra, ma sopra tutto per aver testimoniato, con le loro capacità e il loro talento, le vere qualità degli italiani in Paesi dove talvolta permangono diffidenze e pregiudizi verso l’Italia. Qual è davvero l’Italia, allora, si conosce proprio attraverso le testimonianze di vita degli 80 milioni d’italiani che vivono nel mondo, l’altra Italia, che dovrebbe essere conosciuta e riconosciuta in Patria. Quindi la mia gratitudine, espressa in forma comunitaria in ragione di un lungo servizio che ho reso nelle istituzioni. Dunque, una bella serata d’amicizia e d’emozioni condivise, nella comunanza delle nostre radici d’origine e culturali.

     

    La mattinata di venerdì 14 la dedichiamo a Bethesda. Prende il nome dall’omonima chiesa presbiteriana edificata nel 1820 e dalla biblica piscina in Gerusalemme. Interessante la passeggiata con Laura, per conoscere da vicino la città: 60mila abitanti circa, bella davvero, immersa nel verde. Spesso alberi secolari s’incontrano nei suoi parchi, mentre piante e fiori colorano le sue strade. Ma è l’immersione nel bosco, nel Capital Crescent Trail, che mi emoziona. Un sentiero dove si va in bici o per il footing, che scende fino al fiume Potomac. Ma è il sentiero che Alice, protagonista del bel romanzo “Un paese di carta” - la prima incursione di Laura Benedetti nella narrativa, come autrice -, percorre nel racconto per andare a spirare sulla riva del fiume. Il romanzo narra tre generazioni di donne. La prima è quella di Alice, emigrata dall’Abruzzo nel secondo dopoguerra e bibliotecaria a Bethesda. Le vicende del romanzo, nell’intreccio tra Alice, sua figlia Jane e la nipote Sara, si svolgono tra Maryland, Utah e infine l’Abruzzo, a L’Aquila devastata dal terremoto, dove Sara va a disperdere le ceneri della nonna. Con le sorprendenti scoperte sulla vita antecedente di lei, nei tragici giorni dell’occupazione tedesca e della sua partenza improvvisa per gli Stati Uniti, appena dopo la fine della guerra.

     

    All’una del pomeriggio Laura m’accompagna in macchina a Washington, al Marriott Wardman Park hotel. Là si svolge il 41° Gala Weekend della National Italian American Foundation (NIAF) che dal 13 tira fino al 16 ottobre. M’incontro con Lucio D’Andrea e con suo fratello Joseph, venuto da Pittsburgh dove è stato Console onorario d’Italia e Consigliere comunale. Molisano di Roccamandolfi, nato nel 1930, emigrato in Usa nel ’48, lauree in Lingue ed Economia, ha lavorato come interprete presso il ministero della Giustizia. A lui si deve un forte impulso a far luce, a quasi un secolo dall’evento, sulla tragedia di Monongah, in West Virginia, nell’esplosione e l’incendio della miniera di carbone avvenuta il 6 dicembre 1907, dove persero la vita quasi mille persone, benché la cifra ufficiale fosse molto inferiore. Tra le vittime 171 italiani, di cui 87 molisani ed una trentina di abruzzesi. Nel 2007, ricorrenza centenaria della tragedia, a cura di Joseph D’Andrea veniva pubblicato il volume “Monongah cent’anni d’oblio”, una puntigliosa ricerca su quel terribile fatto e sulle vittime molisane del disastro. Finalmente, proprio ad un secolo dalla tragedia, anche l’Italia finalmente rendeva onore alle vittime di Monongah, il doveroso tributo del Paese a quei figli emigrati periti nella miniera. Era stata necessaria un’intensa campagna di stampa condotta dal direttore del quotidiano La Gente d’Italia, Domenico Porpiglia, a riaccendere l’attenzione sul caso e finalmente a smuovere le istituzioni italiane. Con Joseph abbiamo anche parlato dei due giovani universitari che la comunità italiana di Pittsburgh “adottò” nel 2009 dopo il terremoto dell’Aquila. Joseph mi chiese i nomi di due studenti d’Ingegneria dell’Università dell’Aquila, un abruzzese e un molisano, ai quali gli italiani di Pittsburgh avrebbero assicurato le spese d’ospitalità, mentre l’Università di Pittsburgh li avrebbe accolti nella medesima Facoltà. Mi rivolsi alla prof. Anna Tozzi, responsabile dei rapporti internazionali dell’Università dell’Aquila, che provvide celermente a scegliere i due studenti con un avviso pubblico. Quel fatto ha portato fortuna a Luca, molisano, e a Berardo, abruzzese di Teramo. Il primo sta studiando a Pittsburgh per il dottorato, Berardo invece già lavora in Olanda per un’importante società multinazionale.

     

    Mentre parlo con Joseph si avvicina per salutarlo John Viola, il giovane presidente della NIAF. Mi congratulo con lui per la sua tenace opera alla guida della prestigiosa Fondazione degli italoamericani. Incontro e saluto poi il prof. Anthony J. Tamburri, direttore del Calandra Institute della City University di New York. Tra l’altro mi annuncia che prossimamente verrà a L’Aquila con una delegazione per consegnare alla Municipalità 10mila dollari destinati ad un’iniziativa di ricostruzione nella città. Restiamo d’intesa che mi comunicherà per tempo la data della visita, volentieri darò ogni collaborazione. Altri incontri nel pomeriggio, con Umberto Mucci e Melo Cicala, e un veloce saluto a Tony Renis che nel concerto della serata riproporrà alcuni celebri suoi brani. In macchina, con Joseph e Lucio D’Andrea, Edvige e Luca, si va a visitare la National Cathedral, il magnificente duomo della capitale. Non solo una splendida chiesa cristiana, ma anche un impareggiabile luogo di concerti e d’esposizioni d’arte. Realizzato in pietra dell’Indiana, il tempio è a croce latina, imponente, tra i primi sei al mondo per dimensioni, con una navata centrale lunga 161 metri. Architettura gotica, svettante, con diversi rosoni in pietra ornati da splendide vetrate e varie opere in ferro battuto, vetro colorato e tessuti. Finemente lavorato il Coro ligneo dietro l’altare centrale, suggestiva la cripta sottostante. I lavori di costruzione della Cattedrale, dedicata ai Santi Pietro e Paolo, iniziarono nel 1907 con la prima pietra posata dal presidente Theodore Roosevelt. Nel 1990 la posa dell’ultima pietra a cura del presidente George H.W. Bush. Attualmente vi sono lavori in corso per la riparazione dei danni del terremoto del 23 agosto 2012, magnitudo 5,9 della scala Richter, che danneggiò il tetto e fece crollare alcuni pinnacoli, ancora non ricollocati e al momento adagiati in un lato del sagrato. Completata la visita in cattedrale facciamo un salto all’Ambasciata d’Italia, su Whitehaven Street. Ammiro le bianche forme architettoniche e la simbologia dell’opera, progettata dall’architetto Piero Sartogo.

     

    Alle sei di sera si torna a casa di Laura. Al nostro rientro Brad ha acceso il fuoco in camino e aperto una buona bottiglia di vino rosso francese. Brad Marshall è direttore del programma di Lingua francese presso la George Washington University. L’ho conosciuto qualche anno fa a L’Aquila, venuto per una vacanza con sua moglie Laura e con Martina, la loro figlia che ora studia a Georgetown, residente nel Campus dell’università. Una bella serata, una buona cena, poi una visita in notturna ai monumenti simbolici della Capitale, ai Memorials. S’inizia dal Franklin Delano Roosevelt Memorial, un suggestivo percorso monumentale per ricordare uno dei più grandi presidenti degli Stati Uniti d’America, cui si deve l’uscita dalla grande depressione del 1929, l’unico ad essere eletto in quattro mandati consecutivi, dal 1932 al 1945, e deceduto all’inizio del suo ultimo mandato. Un presidente illuminato, che ispirò leggi sociali importanti, dando peraltro avvio a quel grande piano d’investimenti che va sotto il nome di New Deal, oltre a guidare il Paese negli anni difficili della seconda Guerra Mondiale. Nel granito del Memorial sono incise le sue frasi più celebri e significative. Commoventi. Seguono le visite al Jefferson Memorial, al Lincoln Memorial, al National Mall, l’obelisco in memoria di George Washington, al Capitol Hill, il Campidoglio, dove hanno sede il Senato e il Congresso degli Stati Uniti. Ancora un giro per ammirare velocemente gli esterni dei numerosi Musei che contornano l’area dei Memorials e infine la Casa Bianca. Una breve ma intensa immersione nei simboli della grande Storia degli Stati Uniti d’America.

     

    Ultimo giorno a Washington, sabato 15 ottobre. Arriviamo con Laura alle 11 di mattina al Marriott per seguire un importante evento: la presentazione del progetto multimediale “Grandparents and Granchildren in Italian America”, prodotto da i-Italy TV e ANFE, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri – Direzione generale per gli Italiani all’estero. Si tratta della presentazione del primo gruppo d’interviste tra nonni e nipoti nell’America italiana, in particolare le conversazioni tra Matilda Raffa Cuomo e Amanda Cole; Joseph Tusiani e Paola Tusiani; Aileen Riotto Sirey ed Emma Banker; Rosaria Liuzzo e Mara Sparacino; John P. Calvelli e John D. Calvelli. Nato da un’idea di Gaetano Calà, direttore generale ANFE, Letizia Airos e Ottorino Cappelli, rispettivamente direttore ed editore del prestigioso network i-Italy (Tv, testata on line inglese/italiano e magazine bimestrale in lingua inglese), il progetto affronta il mondo dell’emigrazione italiana in America attraverso interviste con le sue più affermate personalità nei diversi campi d’impegno. Delle interviste in progetto questa è solo una prima serie. Alle 11:30, dopo la trasmissione d’un video con brani d’interviste, stupendi spot che promuovono la lingua italiana ed altri contributi, Ottorino Cappelli introduce l’evento, presentando il panel dei relatori composto da Patricia De Stasi Harrison, Linda Carlozzi, Aileen Riotto Sirey. Moderatore il giovane John D. Calvelli. Il presidente della NIAF John Viola porta il saluto della Fondazione, sottolineando la qualità del progetto e l’attenzione che NIAF riserva all’iniziativa. Significativi gli interventi delle tre relatrici, brioso e frizzante il moderatore. Qualificato il pubblico presente all’evento. Dopo la presentazione il colloquio tra Letizia Airos, Ottorino Cappelli e Laura Benedetti. La testata presto aprirà una redazione a Washington, successivamente anche in altre grandi città degli States. La prelazione è verso giovani talenti che vogliano operare nel mondo dell’informazione, con particolare cura del linguaggio della comunicazione, cifra del network, rivolto alle giovani generazioni.

     

    Dopo l’evento, girando tra gli stand promozionali nell’ampio corridoio che serve le varie sale dove si tengono i diversi eventi in agenda, molti gli incontri. Il primo con Francesca Alderisi, amica carissima e volto tra i più noti e amati della Rai, nei programmi per gli italiani nel mondo. Attualmente è impegnata in un programma giornaliero tutto suo, “Pronto Francesca”, molto apprezzato. Poi Maria D’Andrea-Yothers, che abbraccio e ringrazio per la calorosa accoglienza ricevuta dall’AMHS. E ancora Cristina Fontanelli, bravissima soprano che mi annuncia il suo concerto prenatalizio, invitandomi a New York. Mi commiato da Joseph D’Andrea, suo fratello Lucio, quindi da Letizia ed Ottorino con la loro splendida équipe di operatori tv. E’ ora di avviarsi per ripartire. Laura mi accompagna a Bethesda a prendere l’autobus delle 14:50. Un abbraccio alla mia straordinaria guida, la concittadina aquilana che ringrazio anche per la concessione di una bella intervista, raccolta per un’elegante rivista culturale abruzzese. Il viaggio di ritorno è spedito. Quando arrivo nei pressi di Newark un’enorme luna piena torreggia sui grattacieli di Lower Manhattan.

     
  • Art & Culture

    The Green Region Has It All

    Abruzzo has an inexhaustible wealth of artistic gems, suggestive ancient traditions, and a wide variety of flavors. Its landscape ranges from the vertiginous white summits of Gran Sasso, Majella and Sirente to green hills quilted with splendid villages that drop off dramatically into the intense blue of the Adriatic.

    Abruzzo is full of woods, its nature untrammeled. A third of the region is protected, thanks to three national parks (Parco Nazionale d’Abruzzo – the oldest in Italy – Parco del Gran Sasso and Parco della Majella), the regional Parco del Velino Sirente, and a large number of natural oases, earning it the nickname “The Green Region of Europe.”

    Paradise pure and simple, Abruzzo is home to many species of animals and birds that have survived the threat of extinction, as well as an extraordinary variety of plants. Abruzzo has always been a wild landscape, one of rare beauty.

    All who encounter it remain intrigued, forever mesmerized, almost bewitched, like countless foreign writers and travelers who visited the region and wrote fabulous passages about it. 

    That is to say nothing of Abruzzo’s native sons and daughters, includng Gabriele d’Annunzio, Ignazio Silone and Mario Pomilio, to name just a few who may be better known in the U.S.

    Ranked Among the Best
    Recently the Huffington Post published an article on the 12 best places in the world to retire. The American news outlet awarded Abruzzo fifth place, behind Algarve, Portugal; Cayo, Belize; Medellin, Colombia; and Pau, France, beating out seven beauty spots in Central America and Asia.

    According to Huffington Post, Abruzzo stands out for its beautiful seaside, golden beaches, and marvelous mountains. The region’s human side doesn’t hurt either: without huge crowded cities, major industry or pollution, the air is healthy and the landscape dotted with vineyards, small towns, stone houses, and various castles.

    Here, people pull their chairs out into the street, kids play outside, and people do their shopping at street markets. The cooking revisits ancient recipes for preparing fish, lamb, goat, and wild boar.

    There are a host of other attributes that make Abruzzo one of the best places in the world
    to live, too, so the Huffington Post’s flattering assessment should come as no surprise.

    After centuries of being labeled a harsh land of imposing and remote mountains where only gruff pioneers and shepherds could carve out a life, in the last few years Abruzzo’s appeal has been ascendant. The misconception stemmed from a dearth of transportation routes, which, in the past, made it hard for the region to develop.

    But all that has changed in the last forty years with the creation of highways making it possible to travel from Rome to L’Aquila in an hour, and to Pescara, Chieti, Teramo, and other cities on the Adriatic in two hours. Now Abruzzo is at the center of Italy, thanks also to an airport connecting it to the rest of the country, Europe, and the world.

    A cornucopia of surprising gems
    Abruzzo’s visitors – tourists are coming here in growing numbers – discover a truly intriguing land, extraordinarily rich in natural beauty, great art, splendid urban architecture, secular traditions, and a culture enriched by hospitable people. Now all one needs to do is choose between climbing the sheer cliffs of Gran Sasso or playing winter sports in the mountains and high plains; between visiting the wonderful cities of art or exploring its enchanting villages (out of 253 listed in the exclusive Most Beautiful Villages in Italy Club, a whopping 22 are from Abruzzo); between lakes or rolling hills; between vast sandy beaches to rocky shores on the green coast where an emerald sea is speckled with ‘trabuccos.’ Beachgoers will find it all along Abruzzo’s 100-mile long coastline.

    In short, visitors will discover that Abruzzo has a lot more variety than they might have imagined, perhaps under the illusion that it was still stuck in its centuries-long isolation. Instead they will find a striking, kind, and welcoming people and a cornucopia of surprising gems, as surprising as the discoveries archaeologists have made in the last two decades, digging up numerous necropolises intact.

    Rather than crumbling funerary objects, they’ve turned up sophisticated ruins, precious jewels, and priceless ornaments, evidence of the Italic civilizations in the region. Indeed, centuries before Christ, the ancient populations of the region famously joined forces in order to fend off the Romans during the Social War, before eventually forming alliances with Rome and its citizens.
     

    The Eagle Reborn
    Since the Bronze Age, Abruzzo’s historical importance has been embodied by places such as the region’s capital city, L’Aquila, the queen of the Apennines. The city (its name menas ‘The Eagle’ in Italian) is currently rising out of the rubble left by the disastrous 2009 earthquake, and is more beautiful than ever. One of the most precious artistic sites in Italy, its vast and important historic center is surrounded by almost 4 miles of city walls that have now been magnificently restored.

    L’Aquila’s singularity dates back to its founding in 1254, when 99 surrounding castles (castrum) united, each doing its best to erect its own neighborhood in the new city, following an harmonious – rather than haphazard – urban plan. In the history of urban planning, L’Aquila was the first city to be fortified and constructed at the same time. 

    It wouldn’t happen again until 1703, when Saint Petersburg was founded. The second largest city in the southern Kingdom after Naples, L’Aquila enjoyed broad independence. It had its own laws, fiscal privileges, and the freedom to coin its own currency. For three centuries, until the middle of the 1500s, it was one of the most prosperous and important cities in Europe, trading wool and saffron. By the latter half of the 1400s, it had opened both a university and one of the first printing presses, thanks to a student who interned with Gutenberg, the inventor of the press.

    In 1294 in L’Aquila, with Francis of Assisi in attendance among others, Celestine V was crowned pope. One of the most luminous spiritual figures in history, Celestine instituted the first Christian jubilee, the ‘Perdonanza’, which, thanks to a papal bull honored by local authorities, has been celebrated annually for 722 years in L’Aquila. Celestine V, the first Pope to resign his post five months after being elected, has made a powerful impact on Abruzzo’s spirituality. 

    His magnificent hermitages were bravely carved out of the rock of Majella and Mount Morrone, and, in the 1400s, his spirituality was reinforced by the Franciscans, San Bernardino da Siena, and San Giovanni da Capestrano. L’Aquila is now a vibrant cultural center, home to prestigious institutes of music, theater, and film; a research university; and a nuclear physics laboratory located underneath Gran Sasso, where scientists all over the world study the origins of matter in the absence of cosmic rays.

    Beyond L’Aquila
    Heading away from L’Aquila in the direction of Pescara and the Adriatic, you’ll encounter wonderful Romanic churches along the road skirting ancient Tratturo, where flocks of sheep were once herded across nearby region of Puglia. Inside the churches are extraordinarily beautiful frescoes, paintings, and sculptures. Who would have thought that so many fine artists could have been born in a place believed to be as isolated and backward as Abruzzo was, artists who have no reason to envy the greats of the 14th century and Renaissance.

    Not to mention major goldsmiths, carpenters, potters. Their works turn up on treasure hunts through small country churches, monasteries, magnificent cathedrals, in places like Sulmona, Chieti, Atri, Teramo, Tagliacozzo, Penne, Giulianova, Città Sant’Angelo, Ortona, Guardiagrele, Lanciano, Vasto, and other centers.

    Once in Pescara you find yourself in the “jewel of the Adriatic,” a lively, dynamic city that trades freely with towns and cities on the Balkan coast. As a transport hub, it serves a large commercial and industrial area that stretches as far as Chieti, a beautiful ancient city that, like Pescara, has a good university.

    The strip of hills in Abruzzo is dominated by a series of orderly vineyards; the region produces excellent wines that compete at top levels around the world. Wine is one strong suit of the region. Others are oil, pasta, salami, and traditional sweets. Abruzzese cuisine revolves around excellent, grass-fed meat as well as tasty legumes and vegetables. Land around Fucino Lake is farmed. 

    The region’s long tradition of great cooking owes a debt of thanks to the famous cooking school at the Villa Santa Maria. Excellent places to taste Abruzzo cuisine can be found in the city of Teramo and in the countryside. Get going, Abruzzo’s waiting for you!  

  • L'altra Italia

    Atri. Omaggio a Rodolfo Zanni

    ATRI (Teramo) – La città di Atri rende onore a Rodolfo Zanni, compositore e direttore d’orchestra di straordinario talento, nato a Buenos Aires nel 1901 e “desaparecido” in Argentina in una vicenda oscura e ancora tutta da chiarire a quasi un secolo dalla morte, nel 1927, di quel giovane genio della musica, il “Mozart d’Argentina”, figlio di emigrati, padre abruzzese di Atri e madre genovese.

    Sabato 21 maggio, alle ore 17, la bella città nel teramano intitola una strada al grande musicista: Vico del teatro, infatti, diventerà Via Rodolfo Zanni. Quindi alle 17 e 30, presso il Teatro Comunale di Atri, dopo il saluto del sindaco Gabriele Astolfi, la vita del compositore sarà raccontata dal prof. Luciano Pellicani e dalla prof. Anna Pintus Fadda. Seguirà un concerto l’esecuzione di opere di Rodolfo Zanni, con il tenore Fabio Armiliato, il soprano Vittoriana de Amicis e al pianoforte Luisa Prayer, docente al Conservatorio “A. Casella” dell’Aquila e direttore artistico dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese. Infine il recital “CanTango, la canzone del Tango al tempo di Rodolfo Zanni”, con il tenore Fabio Armiliato, Fabrizio Mocata al pianoforte, Dario Flammini al bandoneon, Camila L. Cipoletta al contrabbasso e Natalia Bolani voce recitante. L’evento sarà presentato da Maria Serena Manco.

    Questo significativo tributo a Rodolfo Zanni segue d’un mese l’omaggio che l’Orchestra Sinfonica Abruzzese ha dedicato al compositore italo-argentino, con un concerto diretto dal M° Marcello Bufalini presso il Ridotto del Teatro Comunale dell’Aquila, il 22 aprile scorso, con l’esecuzione in prima italiana dell’opera La campiña adormecidadi Rodolfo Zanni e di due Concerti per chitarra e orchestra del compositore italo brasiliano Radamés Gnattali. Ma ancor più memorabile fu la giornata del 17 agosto 2014, nel Teatro Comunale di Atri, alla presenza di Torcuato Di Tella, Ambasciatore d’Argentina in Italia e già Ministro della Cultura nel suo Paese. In quell’evento fu presente il mondo della Musica, con il soprano Daniela Dessi e il tenore Fabio Armiliato, con la direzione del M° Marcovalerio Marletta, docente all’Accademia di Santa Cecilia e direttore del Coro dell’Opera di Varsavia, e con il prof. Marco Della Sciucca, docente di Composizione al Conservatorio “A. Casella” dell’Aquila, e fu presente il mondo della Cultura, con il prof. Jens Francesco Manzini, dell’Università di Oxford, il prof. Luciano Pellicani della Luiss di Roma, e il dr. Cesare Milanese, critico insigne e scrittore.

    Ricorda quella straordinaria giornata, in una nota di presentazione dell’evento di sabato 28 maggio, il sindaco di Atri Gabriele Astolfi, sottolineando come tutte quelle Personalità intervennero per rendere un solenne riconoscimento alla memoria di Rodolfo Zanni e per celebrare il musicista argentino, pianista, geniale compositore e direttore d’orchestra. “Concorde fu il giudizio dei presenti - annota il sindaco Astolfi - sull’originalità e sulla musica di Zanni, come grande fu lo sgomento manifestato per la persecuzione, che ebbe a subire in vita, e la damnatio memoriae alla quale fu condannato insieme a quasi tutte le sue opere. Questa Amministrazione, insieme agli autori del libro “Desaparecido in do maggiore”, Giuseppe Zanni e Elio Forcella, rivendica il merito della prima ora, per aver riproposto all’attenzione di tutti l’importanza del musicista di origine atriana, prematuramente scomparso. […] Oggi che musicologi insigni ed autorevoli interpreti - tra i quali vogliamo menzionare Fabio Armiliato, Luisa Prayer e Marcello Bufalini -, la stampa internazionale e il Paese dove ebbe i natali lo celebrano in diversi modi, noi vogliamo dare corso alla decisione che allora prendemmo e dedichiamo al nome di Rodolfo Zanni la via dalla quale entrano gli artisti nel nostro storico e bel Teatro Comunale. Volendo significare non solo la riscoperta e il recupero alla Storia della Musica del grande compositore ritrovato, ma salutando il ritorno nella nostra comunità di un figlio della nostra terra, meritevole del nostro onore e della nostra riconoscenza, che, come tanti figli di emigrati, costretti dal bisogno a raggiungere lidi lontani, con la loro vita e le loro opere fecero grandi, allo stesso momento, i loro paesi d’approdo e le loro patrie d’origine. Noi siamo quindi molto lieti di poter simbolicamente riaccogliere tra noi Rodolfo Zanni e lo eleggiamo, a pieno titolo, a patrimonio culturale della nostra città”.

    Ma ora è bene dare qualche cenno sulla vita del grande compositore e direttore d’orchestra, facendo sintesi della ricca biografia tracciata da Giuseppe Zanni, nato a Roma da genitori di Atri, diplomatico in pensione con una carriera passata a Parigi all’OCSE, a Bruxelles presso la Comunità Europea e infine a Roma, come direttore generale presso il Ministero del Tesoro e docente presso l’Università di Teramo e la Libera Università Luiss. Rodolfo Antonio Agelodeo Zanni nasce nel 1901 a Buenos Aires, figlio di emigrati italiani, e muore a Cordoba nel 1927. Visse solo 26 anni, tanti quanti Pergolesi, nove meno di Mozart e cinque meno di Schubert. Fu un bambino prodigio e un prodigioso direttore d’orchestra già a 16 anni. A 19 anni integrava il corpo dei direttori d’orchestra del prestigioso Teatro Colon nella capitale argentina e il grande Felix Weingartner (1863-1942), allievo prediletto di Liszt, lo sceglie come maestro preparatore e direttore scenico. L’opera che deve affrontare è una delle musiche più complesse e monumentali: la Tetralogia di Richard Wagner. Rodolfo Zanni assolve il compito con grandissimo successo ed elogi da parte della critica e del pubblico.

    La sua apoteosi, però, l’ha nel 1922 con un Gran Concerto Sinfonico al Teatro Colon, egli appena ventunenne, dove dirige in onore del Presidente della Repubblica Argentina, Torcuato de Alvear, un’orchestra di 120 professori e 100 coristi, presentando solo opere da lui stesso composte, ottenendo uno straordinario successo e, secondo la stampa dell’epoca, “ovazioni deliranti”. Dopo questo trionfo qualcosa d’inspiegabile tuttavia succede e l’artista tanto osannato viene allontanato, cancellato, ridotto all’anonimato. Muore nel 1927 in circostanze misteriose. Il suo corpo, prima sepolto in terra sconsacrata, viene riesumato e scompare, senza che si abbia più notizia delle sue spoglie. Inoltre, fatta eccezione per quattro brani minori, scompaiono pure le 81 composizioni a lui attribuite: sinfonie, ouverture, balletti, romanze e due opere liriche (Rosmunda, quattro atti su libretto di Sem Benelli, e Gliceria, su suo libretto). Immenso era stato il lavoro creativo nella sua breve vita, con una predilezione per la musica su grande scala, di cui quasi nulla è pervenuto fino a noi. Una vera e propria damnatio memoriae. A tutt’oggi si ignora dove siano finiti i suoi spartiti musicali.

    Giuseppe Zanni e Elio Forcella, autori del recente romanzo sulla vita del grande musicista, insieme ad ostinate ricerche condotte in Argentina, hanno cercato di riportare alla luce il compositore dimenticato, con un insperato successo: la Rai (Tg2 e Tg3), la radio, i più importanti giornali, persino l’Osservatore Romano con un pezzo firmato dal capo servizio Cultura, le riviste musicali in Italia e all’estero, con articoli tradotti in più lingue, hanno dato risalto alla straordinaria vicenda umana e artistica di Rodolfo Zanni. La rivista Musica, una delle più autorevoli in Italia, ha promesso 5000 euro a chiunque segnali o ritrovi i suoi spartiti significativi. In Argentina la Radio Nacional ha mandato in onda una lunga trasmissione sul musicista, come pure la radio ufficiale del Teatro Colon ha ricordato diffusamente Rodolfo Zanni e il suo genio musicale. L’Istituto Superiore di Musica “José Hernandez” ha pubblicato un numero monografico della rivista “Atriles” sul musicista e anche un’analisi critica, molto approfondita, del musicologo argentino prof. Lucio Bruno Videla sulle quattro opere rimaste conosciute.

    Recentemente, con la collaborazione del prof. Massimo Gentili Tedeschi del Ministero dei Beni Culturali e della prof. Laure Marcel Berlioz, direttrice del Centre de documentation de la Musique Contemporaine di Parigi, si è riusciti ad individuare 12 altre opere dello sfortunato musicista, senza tuttavia riuscire a recuperare gli spartiti, avendo la Società francese degli Autori, Compositori e Editori di Musica depositati solo gli incipit delle opere, comunque recuperati. Molto importante è stata anche la pubblicazione, sulla rivista ufficiale del Teatro Colon di Buenos Aires, di un corposo articolo titolato “Un silencio elocuente”, pieno di interrogativi, dove si chiede come mai fosse stato dimenticato un musicista che il Colon stesso aveva giudicato talmente importante da dedicargli una serata monografica. Un’orchestra di Buenos Aires, diretta dal M° Lucio Bruno Videla, ha messo in repertorio ed eseguito qualche tempo fa La campiña adormecida, il breve poema sinfonico superstite di Rodolfo Zanni. Ora tutto il mondo musicale, dopo l’oblio, tornato alla consapevolezza del talento, del valore e della rilevanza del grande compositore scomparso, è in fermento per ritrovare almeno una parte delle opere per le quali i contemporanei di Zanni lo avevano tanto favorevolmente giudicato ed osannato.

    Ci si augura che il rinnovato interesse sul grande musicista italo-argentino possa davvero stimolare in Argentina la collaborazione delle comunità italiane, ed abruzzesi in particolare, nelle ricerche in ogni angolo del Paese, negli archivi di associazioni musicali, tra gli appassionati di musica, nelle biblioteche, di ogni traccia di notizia, indizio, informazione utile, per poter auspicabilmente ritrovare gli spartiti delle numerose opere composte da Rodolfo Zanni. Come pure per avere risposte sulla strana sorte e sull’emarginazione che ha dovuto subire in vita, nonostante il suo indiscusso talento, sebbene egli con un carattere altero, alieno dai compromessi, e sopra tutto libero e amante della libertà, in un periodo purtroppo complicato della vita politica in Argentina. Chissà se l’apertura degli archivi segreti del Paese, gli archivi della Polizia, o la memoria di qualche superstite del tempo, non possano chiarire tanti lati rimasti oscuri sul trattamento subito dall’artista e dell’inconcepibile damnatio memoriae sua e delle sue opere. E’ un appello, questo, che presto verrà diffusamente rivolto alle comunità italiane d’Argentina, alle associazioni culturali, alla stampa, perché possa partire una campagna sistematica di ricerche sulle opere del grande musicista, perché possano finalmente diventare patrimonio della cultura argentina e della musica mondiale. 

  • L'altra Italia

    Sette anni dopo il terremoto dell’Aquila

    Oggi è il giorno del ricordo di quella terribile notte di 7 anni fa, alle 3 e 32, quando il terremoto squassò L'Aquila e le sue 64 frazioni, ed altri 55 Comuni. La città capoluogo d'Abruzzo fu martoriata, paralizzata nei suoi servizi, mutilata e ferita nel suo straordinario patrimonio d'arte e d'architetture. 309 vittime. 

    A loro va il nostro pensiero e la nostra preghiera, ai loro familiari che resteranno per sempre conuna lacerazione nel cuore e con il peso di continuare a vivere, in specie chi ha perso i propri figli. Un dramma simile l'Italia non conosceva dal 1908 e 1915, dagli anni dei terremoti di Messina e della Marsica. Avrebbe potuto essere ancora più tragico il sisma dell’Aquila, se fosse accaduto 5-6 ore dopo, con la città in piena attività.

    Ma in tanta tristezza d'un ricordo che riporta nella mente immagini nitide, come fossero di qualche giorno fa, il dolore e la disperazione di quei giorni tremendi, non possiamo non ricordare con amore e con immenso affetto la vicinanza, la generosità, la solidarietà dei Vigili del Fuoco e dei tanti Volontari giunti da ogni parte d'Italia, organizzati in associazioni che sono impresse nel nostro cuore (Associazione Nazionale Alpini, Caritas, CRI, Misericordie, reparti di Protezione Civile delle varie Regioni italiane, e tante altre ancora), delle Forze dell'Ordine (Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Corpo Forestale), dell'Esercito italiano. Una gara di premurosa attenzione verso la popolazione aquilana e dei borghi colpiti dal sisma.
    Non potremo mai dimenticare questa che è la più bella Italia, quella del Volontariato e della Solidarietà, pronta generosa sensibile e straordinaria. Come pure non potremo mai dimenticare l'affetto e la vicinanza di tutti gli italiani nel mondo - in particolare degli Abruzzesi e delle loro Associazioni -, manifestati con tanti gesti di grande valore morale e di significativa generosità. E l'attenzione di tutte le nazioni del mondo, di fronte alla tragedia, che così hanno scoperto una delle più belle città d'Italia, sebbene brutalmente ferita dalla violenza del sisma.

    Dopo i mesi e i primi anni dell'emergenza, L'Aquila e i comuni colpiti dal terremoto stanno ora risorgendo dalle macerie. Da tre anni, assicurato dal Governo il regolare flusso dei finanziamenti, la ricostruzione sta andando alacremente avanti. Fuori dai centri storici è molto avanzata. 

    Diversa la situazione dei centri storici, dove la ricostruzione è più complessa. Specie per il centro storico dell'Aquila, che tuttavia è abbastanza avanti nella ricostruzione privata e ora s'incammina anche quella pubblica. Tornerà più bella di prima, la città capoluogo d’Abruzzo. Stanno invece ancora indietro i centri storici delle frazioni dell'Aquila, perché si è data prelazione alla città, ma ora, e nei prossimi mesi ancor più, s'avviano molti cantieri nel primo gruppo di frazioni definite nel cronoprogramma. Dalla Municipalità aquilana viene assicurato che entro il 2017 saranno approvati tutti i progetti per la ricostruzione dei centri storici, della città e delle frazioni.

    In questi anni complicati la nostra comunità ha dato un grande esempio di dignità. Nella tragedia è emersa la parte migliore e più bella della nostra gente. Ma non possiamo nasconderci che ha messo in luce, per una minoranza, anche i lati peggiori del comportamento umano, l’egoismo e l’ingorda speculazione sulla tragedia. Come pure c'è da annotare che su quello che viene definito "il cantiere più grande d'Europa" anche altri interessi non chiari hanno girato e girano, ma che la Magistratura e le Forze dell'ordine stanno tuttavia controllando, scoprendo, censurando e condannando. Non aggiungo altro, su questa parte squallida e più dolorosa. Non ultima la responsabilità di chi poteva informare la popolazione sulla prevenzione e sul rischio, durante il lungo sciame sismico e prima della grande scossa del 6 aprile, anziché rassicurare.
     

    In questo settimo anniversario, oltre la gratitudine per la continua calorosa vicinanza che abbiamo avvertito, vogliamo essere aperti alla speranza di futuro per la nostra comunità, per una sollecita ricostruzione materiale. Ma sopra tutto con la speranza operosa di una forte ricostruzione sociale e morale della nostra comunità, che deve ritrovare il senso profondo del vivere insieme con i valori antichi del Bene comune, quegli stessi valori che nei secoli ha fatto e mantenuto grande L'Aquila. Fraternità sociale, reciproca solidarietà, rispetto, impegno civico, etica delle responsabilità, cultura, creatività, attaccamento alla propria terra, amore per la propria storia e gratuita dedizione al bene comune: sono gli ingredienti che disegnano il nostro futuro, il futuro dell'Aquila nuova, non solo più bella di prima, ma anche migliore di prima. Chiudo questo ricordo, nonostante amarezze e problemi, con questo forte senso di speranza e di futuro. A ciascuno di noi aquilani è assegnato una parte d’impegno nella ricostruzione morale ed etica della nostra città, perché la qualità delle relazioni umane presieda a riedificare il connettivo d’una comunità più forte, perché più unita nei suoi valori fondanti. E’ il modo migliore per ricordare ed onorare degnamente le 309 vittime del terremoto dell'Aquila.
     

    Qui di seguito i link di due brevi video che riportano le immagini delle prime ore dopo la tragedia e le immagini riprese da un drone, qualche settimana fa, nel centro dell'Aquila.
     
    https://www.youtube.com/watch?v=ggEJ2u9VoQs
    http://www.videoinformati.info/video/laquila-come-non-lavete-mai-vista-126381/?fb_action_ids=1070859689640304&fb_action_types=og.likes

     

  • L'altra Italia

    Dan Fante ci ha lasciato!


    Dan Fante è morto questa notte a Los Angeles. Scrittore, poeta e drammaturgo di successo, 71 anni, figlio del grande John Fante, ci ha lasciato! Dan Fante era nato a Los Angeles il 19 Febbraio 1944, e lì era cresciuto.

     
    A vent'anni, lasciata la scuola, inizia il turbolento viaggio della sua vita, andando dapprima a risiedere a New York, per dodici anni, poi in giro per gli States. Nella Grande Mela Dan fece tutti i mestieri per sostenersi, spesso in condizioni molto precarie. Decine di esperienze di lavoro, talvolta scadenti, come venditore porta a porta, tassista, lavavetri, telemarketing, investigatore privato, hotel manager notturno, autista occasionale, postino, lavapiatti, parcheggiatore, venditore di mobili ed altre più umili occupazioni. Ogni esperienza della sua vita giovanile è tuttavia trapuntata dagli eccessi, sopra tutto da un uso smodato dell’alcool che è stato per anni il suo demone più assiduo. Vita complicata che ha ispirato la sua scrittura “di strada”, una prosa forte ed avvincente, che nelle diverse modulazioni alimenta, come già il padre John ad un livello eccelso, quel filone della letteratura americana che con Steinbeck, Faulkner, Fitzgerald, Kerouac, Miller, Bukowski e Selby Jr ha tracciato un solco profondo, facendo conoscere l’America, la società americana e le sue ossessioni meglio d’ogni altra corrente letteraria.

     
    Dan Fante aveva da molti anni affermato una sua dimensione di rilievo nel mondo letterario, come poeta, commediografo e sopra tutto romanziere. La sua scrittura è corrosiva e geniale. Certamente un talento della letteratura contemporanea. Invitato nel 1999 al Festival delle Letterature di Mantova, fu quello il suo primo viaggio in Italia. Poi è tornato più volte, sopra tutto alla ricerca della proprie radici. Così Dan Fante disse in quella occasione: “Per me essere qui, in Italia, è anche come fare una specie di pellegrinaggio sulle tracce di mio padre. Ho pensato molto a lui, stando qui. Mi è tornato in mente il suo amore per l’Italia, per i suoi avi, per il paesello. In Svizzera, a Mendrisio, ho sentito i mandolini e ho pensato molto a lui. A quando raccontava di Napoli, per esempio. Sarà stato tra il ’59 e il ’60, mio padre era in Italia a fare cinema, e ci scriveva dall’Italia, di quanto amasse essere lì, quei posti, quella gente. Ora sono in contatto anche con dei parenti. Pare che a Torricella Peligna, il paese in Abruzzo da cui sono venuti i nostri avi, ci siano ancora dei cugini…”. E in effetti, da allora, Dan Fante è tornato diverse volte in Italia, in particolare a Torricella Peligna, per partecipare al Festival letterario dedicato a John Fante “Il Dio di mio padre”, diretto da Giovanna Di Lello. Anche nel 2013 venne al Festival, dove presentò la sua bella silloge poetica Gin & genio. E ancora l’anno scorso. Eravamo diventati amici, da quasi un decennio.

     
    Conobbi Dan Fante a Los Angeles, nel Gennaio del 2005. Ero andato con una delegazione guidata dal sindaco dell’Aquila per una serie d’incontri istituzionali e di iniziative culturali, culminate alla Ucla, prestigiosa università della metropoli californiana, con una conversazione tra Dante Ferretti, scenografo premiato un mese dopo con l’Oscar per il film The Aviator di Martin Scorzese, Robert Rosen, direttore del dipartimento di Cinema e Teatro di quell’ateneo, e Gabriele Lucci, autore d’un prezioso volume sullo scenografo, edito da Electa e Accademia dell’Immagine, che nel Marzo di quello stesso anno sarebbe stato presentato con grande successo al Guggenheim Museum di New York.


    In quella occasione, per rendergli l’omaggio della città capoluogo d’Abruzzo e della terra natale di suo nonno, avevo contattato Dan Fante muovendo l’Associazione Abruzzese e Molisana di California che l’aveva trovato tramite l’Unione degli Scrittori. Abitava a Santa Monica. Dan venne all’università di Los Angeles, per quell’evento. Fu assai lieto d’incontrarci e si sentì onorato nel ricevere dalle mani del sindaco dell’Aquila il sigillo del Primo Magistrato, simbolo dell’antica Municipalità aquilana. Fu un incontro molto cordiale, amichevole e denso di reciproche emozioni, nel ricordo della storia della famiglia, del nonno Nicola, emigrato da Torricella Peligna a Denver, in Colorado, dove nel 1909 nacque John Fante, scrittore ormai nell’olimpo della letteratura americana, che tuttavia conobbe fama e successo negli ultimi anni di vita e sopra tutto dopo la morte, nel 1983.

     
    Dan Fante ci promise che sarebbe venuto a salutarci all’Aquila, in uno dei suoi viaggi in Italia. Mantenne la promessa l’anno dopo, in Giugno. Venne a farci visita, curioso di conoscere da vicino l’Accademia dell’Immagine e l’Istituto Cinematografico, due istituzioni note negli ambienti della settima arte di Hollywood. Gabriele Lucci, fondatore e anima delle due istituzioni, guidò lo scrittore nella visita al Palazzo dell’Immagine, illustrandogli le missioni della scuola d’alta formazione e le attività culturali della Lanterna Magica, con i suoi preziosi archivi cinematografici. Gli espose poi le prospettive per il futuro. Dan ne fu molto interessato.


    Concluso l’incontro, egli avendo solo poco tempo disponibile per una visita in centro, l’accompagnai alla vicina Basilica di Collemaggio, parlandogli della fondazione della città, della singolare storia civica, della Perdonanza e di papa Celestino V. Provò una grande emozione varcando la soglia della basilica, al tramonto, quando il rosone centrale della facciata disegna la sua ombra sul magnifico pavimento, nitida e stupefacente specie nei giorni vicini al solstizio.
    Rimase come incantato dalla possenza delle arcate gotiche, dall’altera sobrietà del tempio, dalla raffinatezza del mausoleo di Girolamo da Vicenza dove riposano le spoglie di San Pietro Celestino, davanti le quali si raccolse, in silenzio, in una meditazione che mai avrei immaginato. Invece lo stupì la storia di quest’umile monaco diventato papa per cinque mesi fino a dimettersi il 13 Dicembre 1294 - caso unico nella storia della Chiesa - la sua statura spirituale, il messaggio di perdono e di pace lasciato all’umanità con la Bolla istitutiva del primo Giubileo della cristianità, la Perdonanza Celestiniana. Poi, lasciata Collemaggio e infilata via Fortebraccio in macchina, a Piazza Bariscianello fece una breve sosta, còlto ancora da suggestione nell’ammirare l’ampia scalinata e l’imponenza della facciata rinascimentale della Basilica di San Bernardino mentre candida risplendeva sotto i raggi del sole, calante dietro l’orizzonte di Roio.
    Da allora, da quella pur breve visita alla città, L’Aquila gli era entrata nel cuore. Lo testimoniò nell’Agosto 2011 quando venne all’Aquila, massacrata dal terremoto, per una bella testimonianza d’amore verso la città, firmandola sulla parete di tavole d’un cantiere lungo il Corso. Scrisse con lo spray sul tavolato “From my heart to L’Aquila. Dan Fante”.


    Gli scrissi un messaggio il giorno dopo, inviandolo al suo indirizzo email insieme ai link della rassegna stampa che gli avevo raccolto. “Grazie davvero di cuore per la tua testimonianza d’amore verso la nostra città, devastata dal terremoto. Ti vogliamo bene, sei un nostro fratello! ”. Appena rientrato in California, Dan mi rispose: “Goffredo, always good to hear from you. Thanks for the links. It is my honor to help support L'Aquila's struggle. Best regards, df ”. Grande spontaneità ed immediatezza d’emozioni il tratto del suo carattere. Dan era davvero una persona che non conosceva le mezze misure, si dava completamente, come la sua esperienza di vita racconta. Avere un padre famoso come John Fante poteva significare una vita comoda. Ma per Dan le cose erano state più complicate.


    D’altronde, tutto è raccontato nei suoi romanzi - in Italia sono stati pubblicati Angeli a pezzi (1999), Agganci (2000), Mae West (2008), Buttarsi (2010) e la commedia teatrale Don Giovanni (2009), Gin & genio (2013) - attraverso il suo alter-ego Bruno Dante e i personaggi che animano le sue storie, dove riecheggiano esperienze autobiografiche e complicati rapporti familiari.
    Più di tutto ne è specchio la storia narrata nella sua commedia Don Giovanni. Lo scrittore Jonathan Dante, gravemente ammalato, festeggia i settant’anni nella villa di Malibù. Al suo fianco, con la moglie Catherine, i due figli Dick e Bruno, la nuora Agnes e la nipote Dalia. In famiglia le tensioni sono pesanti: tra il padre e i due figli, tra Dick e Bruno, tra Agnes e il marito, tra la stessa Agnes e il cognato. Ne emerge un durissimo ritratto di famiglia, toccante e amaro, ma percorso da una potente vena ironica e dalla speranza di un padre che, negli ultimi anni di vita, cerca di recuperare il suo rapporto con i figli.


    La commedia, scrive Francesco Durante, potrebbe essere letta “come un curioso ma a suo modo fedele contributo alla biografia di John Fante”. E Dan Fante ha dichiarato spesso come la sua commedia fosse nata anche dall'esigenza d’una sorta di risarcimento nei confronti del padre, per rivelarne “la vera natura senza tacere dei suoi errori ma anche restituendogli integra una dignità di uomo che non coincide con quella del personaggio che tanto è piaciuto ai media nel periodo della ritrovata fortuna post mortem”.

     
    Oltre a essere un omaggio a John Fante, Don Giovanni è una critica feroce al sogno americano. Bello e intenso, invece, era stato il rapporto di Dan Fante con sua madre, Joyce Smart. Una donna davvero eccezionale, contraria alle convenzioni sociali appartenenti ai Wasp, i ricchi proprietari terrieri anglosassoni, cui la sua famiglia apparteneva. John Fante, che negli anni Trenta viveva a Roseville, cittadina californiana dove la sua famiglia s’era trasferita dal Colorado, lì conobbe Joyce Smart, la sua futura moglie, una delle prime donne laureate alla Stanford University. La famiglia di lei, ricca e conservatrice, mal sopportava che Joyce frequentasse un giovane scrittore dalle umili origini, figlio d’un emigrato italiano. Ma non ci fu nulla da fare. I due innamorati, Joyce e John, nel 1937 decisero di sposarsi in segreto nel Nevada, a Reno, e di andare a vivere a Los Angeles, dove ebbero i loro quattro figli.

     
    L’Abruzzo ricorderà Dan Fante, per sempre. Anche L’Aquila non potrà mai dimenticare i suoi gesti d’amore per la città, la sua solidale vicinanza negli anni più drammatici della sua storia recente, tra le macerie del terremoto, con intensa sensibilità verso gli Aquilani. Grazie di cuore, caro Dan. E che la terra ti sia lieve!


  • L'altra Italia

    L'Aquila. A chi dedicare lo stadio Gran Sasso?

    L’AQUILA – Il prossimo 3 ottobre ricorrerono 79 anni dal disastro ferroviario di Contigliano, paese a una decina di chilometri da Rieti. Diversamente dalla retorica del regime fascista, per la quale i treni erano sempre in orario e le ferrovie funzionavano alla perfezione, in quella disgraziata mattina di sabato 3 ottobre 1936, alle 9:44, la “littorina” proveniente dalla stazione di Aquila e diretta a Terni si scontrò frontalmente, sull’unico binario di marcia, col treno postale proveniente dal capoluogo umbro. Una tragedia. 8 i morti e quasi tutti i passeggeri della littorina, una trentina, gravemente feriti. Su quel treno per Terni viaggiava la squadra di calcio A.S. Aquila, allora militante nel campionato nazionale cadetto, che si stava recando a Verona per la partita dell’indomani. Coinvolti nel disastro 15 giocatori (Sain, Viganò, La Roma, Testoni, Rossi, Martini, Moretti, Corsarini, Angiolini, Battioni, Bon, Rossini, Gravisi, Pastorelli, Lessi), l’allenatore, il massaggiatore e due dirigenti accompagnatori dell’A.S. Aquila. Nel terribile scontro tra i due convogli perse la vita l’allenatore rossoblù Attilio Buratti, mentre Marino Bon - attaccante, tre campionati in serie B con i colori dell’Aquila, 61 partite giocate e 18 reti segnate -, persi i sensi nel violento impatto, fu dichiarato in un primo momento deceduto e accantonato tra i morti. Fu salvato dall’avvocato Gino Colella. Ricoverato in ospedale, Bon riuscì a riprendersi dal grave trauma.

    Tutti gli atleti riportarono pesanti conseguenze fisiche e la gran parte di loro non fu più in 2condizione di giocare. Per fortuita contingenza, si salvarono solo due giocatori squalificati rimasti a casa e il portiere Stornelli che, svegliatosi in ritardo, non era riuscito a prendere il treno. La Federazione Italiana Gioco Calcio, davanti ad una tragedia così grave per l’A.S. Aquila, propose alla società la salvezza d’ufficio, pur senza disputare le rimanenti partite del campionato cadetto, nel quale la squadra dal 1934 per tre anni aveva militato, unica in Abruzzo ad aver raggiunto un tale risultato. Ma il presidente della società Giovanni Centi Colella rifiutò, continuando il campionato con prestiti gratuiti di giocatori da altre squadre, con le riserve e tesserando nuovi calciatori. La squadra fu affidata all’allenatore ungherese Andras Kuttik. Non si riuscì, tuttavia, ad evitare la retrocessione. Da allora mai più la squadra di calcio dell’Aquila è riuscita a raggiungere quei risultati e a militare nella serie cadetta. Facendo le dovute proporzioni, per l’A.S. Aquila, nata nel 1927, l’incidente di Contigliano risultò essere come la tragedia di Superga per il grande Torino.

    Allenata da Barbieri, l’A.S. Aquila era stata promossa in serie B nel campionato 1933-34, battendo per 3 a 1 l’Andrea Doria di Genova (attuale Sampdoria) in un’epica finale. Questa la formazione che portò la squadra alla vittoria: Sain, Mattei, La Roma, Giannini, Testoni, Rossi, Piacentini, Corsanini, Battioni, Bon, Budini. Nel campionato successivo 1935-36, guidata dall’allenatore ungherese Hort, Aquila degli Abruzzi (ancora non si chiamava L’Aquila) ebbe la più bella squadra di calcio della sua storia, con Sain, Mattei, La Roma, Testoni, Rossi, Ballardini, Frossi, Carnevali, Battioni, Bon, Budini. Scrive Dante Capaldi nella Storia dello Sport abruzzese (Ed. La Regione,1988): “Potenza e velocità erano le caratteristiche fondamentali della formazione aquilana con individualità tecniche di primo piano quali Frossi e Bon. Quest’ultimo dal tocco fine ed elegante era definito la ballerina del calcio aquilano. Un misto di Rivera e Mazzola, sotto il profilo tecnico-atletico-tattico. Fu l’ultima stagione in cui all’Aquila si vide il vero calcio. La squadra si classificò al 9° posto”.

    Negli anni bellici, dal 1940 al ’45, i campionati vennero sospesi. Marino Bon, tornato in piena efficienza fisica dopo il disastroso incidente di Contigliano, continuò a giocare insieme a Rossini, Mancini, Brindisi, Izzo, Seccia, Iovinelli, Mariani, Scarlattei ed altri, disputando in quegli anni partite contro formazioni militari, tedesche e poi inglesi. In quegli stessi anni si mise in luce il mediano Italo Acconcia, proveniente dalle file dell’Oratoriana, che poi avrebbe avuto una bella carriera da calciatore con squadre come Fiorentina, Roma, Udinese, Genoa, Catanzaro, Salernitana, Modena, ed altre, nei campionati di serie A e B, ed una brillante carriera di tecnico anche delle Nazionali minori.

    Tornando a Marino Bon, riprese l’attività agonistica con la formazione rossoblù nel campionato di serie C del 1946-47, giocando fino a ridosso degli anni Cinquanta quando, dismessa l’attività agonistica, iniziò una nuova vita come formatore sportivo, nel calcio e sopra tutto nel tennis. Da allora intere generazioni di aquilani sono passate sotto la sua rigorosa guida nella formazione atletica e sportiva, ma anche morale. Il suo carattere forte, in apparenza talvolta spigoloso, era invece ricco di grande sensibilità e umanità. Il suo grande carisma. Molti calciatori hanno ricevuto da Bon i fondamentali tecnici della disciplina e le sottigliezze del gioco d’attacco, nel quale era stato maestro sui campi di gioco. E ancora, tutto il mondo del tennis aquilano è cresciuto tecnicamente sotto la sua scuola. Un impegno tecnico e formativo, sotto tutti gli aspetti, che Marino Bon (Trieste, 14 novembre 1910 – L’Aquila, 11 ottobre 1997) ha praticamente svolto fino all’età di 85 anni, un paio d’anni prima della sua dipartita, insegnando ai ragazzi lo sport e i valori di lealtà, onestà e coraggio, che rendono la vita più degna d’esser vissuta. Tutta la città lo ricorda con affetto ed ammirazione, salvo l’ultima generazione che non ha avuto la fortuna di conoscerlo. Un valore sportivo e umano, il suo, trasmesso ai figli Rossana e Antonio (Totò), che nel tennis si sono espressi brillantemente, con rilevanza nazionale, e nella loro vita professionale di docenti.  

    Questa premessa storica, sebbene incompleta, stimolata dall’imminente ricorrenza anniversaria della tragedia ferroviaria di Contigliano, appare opportuna per richiamare l’epopea calcistica della squadra cittadina che ha vestito dal 1927 i colori aquilani. Lo è ancor più alla luce dell’intenzione dell’Amministrazione comunale di dedicare lo stadio Gran Sasso di Acquasanta, quasi pronto dopo 20 anni di lavori, a personalità del mondo calcistico, per la quale ragione ha promosso anche una specie di sondaggio dal quale attingere proposte. Alla quale iniziativa si è poi aggiunto un dibattito sulla stampa, sulle proposte fin qui emerse: Italo Acconcia e Guido Attardi. Entrambe proposte assai rispettabili, anche se le valutazioni non possono disconoscere il livello dei valori. Ma neanche della storia sportiva e civica, mi permetto di aggiungere. Ecco dunque il senso di questo intervento su di un tratto di storia civica e calcistica. E su Marino Bon, che di quegli anni d’oro del calcio aquilano - mai ripetutisi fino ad oggi - è stato il massimo interprete. Non è mia intenzione entrare in una querelle riguardo l’intitolazione dello stadio, o di parti di esso, a questa o quella importante figura del calcio aquilano. Ma di offrire a chi in fondo spetta la decisione - l’Amministrazione comunale - un ulteriore elemento di riflessione per una scelta meditata. Comprendo l’atteggiamento d’accortezza e di riflessione che attualmente sta osservano la Municipalità. E’ segno di serietà. E d’altronde una valutazione oggettiva, che tenga conto di tutti i fattori, certamente condurrà alla soluzione più giusta, anche articolando il doveroso riconoscimento a chi ha segnato le tracce più gloriose per la città di uno sport così amato e popolare.   

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    A sei anni dal terremoto torna la Beata Antonia

    L’AQUILA – Sono passati più di sei anni da quella terribile notte del 6 aprile 2009, quando il sisma devastò il Monastero delle Clarisse e il centro storico di Paganica, popolosa frazione a 9 chilometri dalla città capoluogo d’Abruzzo. Alle 3 e 32 crollò il tetto del monastero, proprio sopra le celle delle Sorelle claustrali. L’abbadessa Madre Maria Gemma Antonucci perì sotto le macerie. Ferita gravemente un’anziana consorella, le altre miracolosamente illese.

    Continuavano le scosse quel giorno e in seguito. Quel serpe s’agitò ancora per mesi, nel ventre della terra, massacrando L’Aquila e i paesi del circondario. Le Sorelle clarisse, con l’aiuto dei soccorritori e dei Vigili del Fuoco prontamente accorsi, messa in salvo l’urna con il corpo incorrotto della Beata Antonia da Firenze, che era custodita nella Chiesa del Carmine del complesso conventuale, raccolte le poche cose recuperabili, partirono per Pollenza, in provincia di Macerata, per essere temporaneamente accolte nel Monastero delle Clarisse. Lì la Beata Antonia è stata da allora custodita in sicurezza. Intanto, a qualche giorno dal sisma, lo slancio di solidarietà promosso da Tele Pace, avviò la generosa raccolta di fondi che permise, entro la chiusa murata del convento, la costruzione d’un piccolo monastero in legno dove le Clarisse, sotto la tenace guida dell’abbadessa Madre Rosa Maria Tufaro succeduta a Madre Gemma, fin dal dicembre 2009 hanno fortemente voluto rientrare. Qui dimorano ancora, in spazi assai ristretti, vivendo in preghiera, nel lavoro - tra l’altro, “scrivono” magnifiche icone -, in unione spirituale e solidale con tutto il territorio. Intanto, sul complesso conventuale imponenti lavori sono da due anni in corso e un altro anno ancora sarà necessario per portarli a termine, mentre la Soprintendenza ai Beni Culturali dell’Aquila ha già quasi completato un pregevole restauro dell’antica chiesetta di San Bartolomeo, annessa al Monastero, dove il 16 luglio l’urna della Beata Antonia verrà collocata, in attesa di poter rientrare nella Chiesa del Carmine, a restauro ultimato.

    “Il rientro della Beata Antonia - dice Madre Rosa Maria - ci ricolma di gioia. Finalmente a casa perché le persone possano continuare a stare di fronte a lei con quell’affidamento vivo e quella preghiera rimasta sempre viva nel corso dei secoli”. L’evento del rientro della Beata Antonia è di portata storica, perché ricompone un pezzo di memoria civile e spirituale dell’Aquila dopo il sisma del 2009 e per la devozione che gli Aquilani hanno sempre portato verso la loro Beata che, insieme a S. Bernardino da Siena, a S. Giovanni da Capestrano, al Beato Vincenzo dell’Aquila e al Beato Timoteo da Monticchio, forma quella schiera di Santi francescani che hanno tenuto viva nella città e nel suo territorio aquilano la sempre affascinante spiritualità di Francesco e Chiara d’Assisi. Un evento rilevante anche per la rinascita religiosa, per la stessa identità civica dell’Aquila. E per quel rafforzamento del senso di comunità che il terremoto ha messo a dura prova, che così potrà tornare ad alimentarsi con l’amore del popolo aquilano verso la Beata, mai attenuato anche in questi anni di assenza. Con grande trepidazione, dunque, s’attende il rientro della Beata Antonia nel suo Monastero di Paganica. Un denso programma è previsto in preparazione dell’importante evento spirituale e civile. Il 14 luglio, alle ore 18:30, una conferenza con P. Carlo Serri, Ministro Provinciale dell’Ordine dei Frati Minori d’Abruzzo, con la relazione “Dal mondo al chiostro: l’esodo francescano della Beata Antonia da Firenze”, e con la dr. Paola Poli, Responsabile archivio arcidiocesano dell’Aquila, con la relazione “Saper fiorire dove il Signore ci ha seminati. Il culto della Beata Antonia”. Il 15 luglio, alle ore 17, l’arrivo da Pollenza dell’urna della Beata Antonia presso la Chiesa degli Angeli Custodi di Paganica e alle ore 21 una Veglia di preghiera e Lectio divina con l’insigne biblista Rosalba Manes. Dalla mattina del 16 luglio e fino alle ore 18, animazione della preghiera da parte di gruppi, movimenti, associazioni laicali, ordini secolari della Diocesi. Alle 18 la partenza dalla Chiesa degli Angeli Custodi in processione verso il Monastero S. Chiara. Alle 18:30 la Messa Solenne presieduta da Mons. Giuseppe Petrocchi, Arcivescovo Metropolita dell’Aquila, animata dal Coro Giovanile Diocesano. Finalmente la Beata Antonia ritorna nella sua terra e nella sua casa, il Monastero di S. Chiara a Paganica, dove le Clarisse dal 1997 vivono, dopo il trasferimento dal Monastero dell’Eucarestia, nel centro storico dell’Aquila, per un luogo più silenzioso e adatto alla vita contemplativa, trovato appunto a Paganica nell’ex Convento dei Frati Minori, da anni dismesso.

    Come si diceva, la Beata Antonia (Firenze, 1400 – L’Aquila, 1472) è una figura preminente nella spiritualità aquilana e nel contesto del grande movimento riformista del francescanesimo che va sotto il nome di Osservanza minoritica. Il movimento fu fortemente presente dal 1415 in poi a L’Aquila e in Abruzzo, al centro d’un fenomeno di dimensioni europee con importanti ricadute sulle comunità abruzzesi sia sotto gli aspetti religiosi che per quelli sociali e culturali. La Deputazione Abruzzese di Storia Patria e la Provincia Francescana dei Frati Minori d’Abruzzo opportunamente sta celebrando il VI Centenario dell’Osservanza in Abruzzo con numerosi eventi, che si concluderanno nel prossimo mese di ottobre. Ma del notevole rilievo dell’Osservanza ce lo dicono la stessa biografia della Beata Antonia ed il contesto storico e spirituale del Quattrocento, nel territorio aquilano e in generale. Ne vogliamo tracciare qui una sintesi, anche per comprendere l’attaccamento che gli Aquilani nutrono verso il francescanesimo e le sue figure più rappresentative.

    Antonia nacque a Firenze intorno al 1400. Andata sposa giovanissima ad un suo coetaneo, prematuramente morto a qualche anno dal matrimonio, ebbe un figlio che curò da sola e da sola attese alla sua prima educazione. Non intese passare a seconde nozze, nonostante le raccomandazioni dei familiari, per l’inatteso arrivo della chiamata alla vocazione. In quegli anni Bernardino da Siena, insieme ad altri frati minori, stava diffondendo l’Osservanza, che avrebbe dato un nuovo impulso all’ordine francescano con il richiamo all’austerità della Regola di Francesco ed alla povertà. Bernardino, predicando nelle chiese e sulle piazze di tutta Italia, aveva suscitato un’autentica primavera di vita cristiana. Predicò anche nella Chiesa di S. Croce, a Firenze, dall’8 marzo al 3 maggio 1425. Antonia lo ascoltò, maturando nel cuore la decisione di consacrarsi a Dio. 
    Entrò quattro anni dopo nel Terz’ordine francescano regolare femminile, fondato dalla Beata Angelina dei Conti di Marsciano. L’accolse il Monastero fiorentino di S. Onofrio, nel quale rimase per poco tempo, perché dalla fondatrice chiamata prima a Foligno, ad Assisi e poi a Todi. Infine, richiesta a L’Aquila per fondarvi un Monastero di terziarie, Antonia fu inviata insieme a un piccolo drappello di suore. Era il 2 febbraio 1433.

    Rimase alla guida del Monastero di S. Elisabetta per 14 anni, ma la pur intensa vita spirituale non riusciva ad appagare il suo desiderio d’una sempre più profonda contemplazione. Andava così maturando in lei il pensiero di lasciare il Terz’Ordine per abbracciare la Regola di S. Chiara. In quegli anni altri monasteri di Clarisse, vicine al movimento degli osservanti, stavano vivendo un intenso rinnovamento, volendo rivivere la freschezza delle loro origini, mediante la primitiva Regola di S. Chiara. In questa decisione forte ed eroica, Antonia trovò sostegno spirituale e guida in Giovanni da Capestrano, in quegli anni a L’Aquila, che procurò i locali necessari per lei e le consorelle che avevano deciso di seguirla. Era il 16 luglio 1447. Un grande corteo di cittadini con a capo Giovanni da Capestrano, partendo da Collemaggio, accompagnò la Beata e le altre 13 sorelle al Monastero dell’Eucarestia, chiamato successivamente “della Beata Antonia”, dopo la morte di lei. Incominciò così sotto il segno della più stretta povertà l’ultimo cammino ascensionale di Antonia, che portò tanto splendore all'Ordine delle Sorelle povere di S. Chiara. Per sette anni tenne l’ufficio di Abbadessa impostole da Giovanni da Capestrano, poi tornò nel silenzio e nella contemplazione più profonda del mistero di Cristo crocifisso, nel quale s’immedesimò completamente. Ma quei sette anni di badessato furono sufficienti ad imprimere uno straordinario impulso alla vita contemplativa del monastero, nella perfetta osservanza della Regola, tanto che la fama si diffuse subito in città e nei dintorni, procurando numerose altre vocazioni.

    Era tale la povertà che le Clarisse s’imposero che alcuni giorni dopo l’ingresso in monastero mancava anche lo stretto necessario per sopravvivere e lei di persona decise d’uscire per chiedere elemosina. Seppe tuttavia vivere l’austera povertà con letizia evangelica, tanto da essere sempre allegra, che pareva abbondasse d’ogni cosa. Sapeva trascinava tutte, con la parola e l’esempio. Era forte e materna, coltivando con tutte l’unità e l’armonia della vita fraterna. Le sorelle della fraternità subirono il fascino del suo esempio e molte di loro offrirono alla Chiesa un genuino esempio di santità, come Ludovica Branconio, Giacoma dell’Aquila, Bonaventura d’Antrodoco, Paola da Foligno, Gabriella da Pizzoli, Giacoma da Fossa, proclamate Beate, ed altre ancora. Antonia visse sempre in obbedienza ed umiltà. Il suo stile di vita sempre limpidamente evangelico: occupava a mensa e in coro l’ultimo posto, indossava i vestiti più logori della comunità. Le sorelle inferme, deboli, tentate e scoraggiate, trovavano sempre in lei conforto e l’amore tenero di una madre, pur essendo lei stessa affetta da un’orribile piaga che mantenne nascosta.

    Antonia morì la sera del 29 febbraio 1472, “vegliata dalle sorelle che udirono suoni di cetre, organi e canti”. Fu l’inizio della sua glorificazione. Il suo trapasso fu segnato da miracoli prima ancora che fosse inumata la salma, come le guarigioni istantanee d’un aquilano sofferente di idropsia e di suor Innocenza clarissa, anche lei aquilana, che fu guarita dalle numerose piaghe. Quindici giorni dopo la sepoltura le suore riesumarono il sacro corpo per rivederlo prima che si disfacesse completamente. Con grande meraviglia lo rinvennero incorrotto. Ripeterono più volte l’esperienza, tanto che se ne diffuse la voce in città. Ma per evitare esagerazioni il vescovo, cardinale Amico Agnifili, ordinò che la salma fosse sepolta allo scoperto, fuori del luogo sacro. Cinque anni più tardi il vescovo Ludovico Borgio, successore dell’Agnifili, concesse la riesumazione del corpo, trovato nuovamente incorrotto. Solo allora venne autorizzato il culto pubblico e il corpo fu levato da terra. Dopo regolare processo canonico, il 28 luglio 1848, Pio IX la dichiarava Beata. Il messaggio lasciato dalla Beata Antonia è quello d’una santità gioiosa e nascosta, totalmente avvolta nella segreta bellezza di un Dio sommamente amato. Ancor oggi le Sorelle povere, trascinate dal suo esempio e da quello di S. Chiara, vivono una vita semplice, nel silenzio del chiostro, ponendo Dio come il Tutto della loro vita. Le Sorelle dell’antico Monastero dell’Aquila, oggi trasferite nel nuovo Monastero di S. Chiara a Paganica, custodiscono con fedeltà il corpo incorrotto della loro Madre e continuano il cammino di consacrazione, nella gioia d’un amore che non ha fine. Sono davvero un punto di riferimento spirituale, di serenità, di attenzione verso gli ultimi, di preghiera, che molto giova ad una comunità così duramente colpita dalla tragedia del terremoto, consapevole della certezza di trovare nelle Clarisse un luogo sicuro di meditazione e fraternità.

    Ancora un’annotazione per concludere con l’opera della Beata Antonia e dell’Osservanza francescana in territorio aquilano. Gli osservanti erano arrivati all’Aquila intorno al 1415. Ma la forte espansione del movimento s’ebbe con la predicazione a L’Aquila di S. Bernardino da Siena (Massa Marittima, 1380 – L’Aquila, 1444), insieme a S. Giovanni da Capestrano (Capestrano, 1386 – Ilok, 1456) e S. Giacomo della Marca (Monteprandone, 1393 – Napoli, 1476), che con Alberto da Sarteano costituiscono le quattro colonne portanti dell’Osservanza. Alla loro opera s’unì la Beata Antonia, insieme alle consorelle clarisse, con il grande carisma che l’animava. Grande la fioritura spirituale nel Quattrocento, dunque, grazie a queste grandi figure, cui s’aggiunsero i francescani osservanti Beato Vincenzo dell’Aquila e Beato Timoteo da Monticchio, insieme alle numerose Beate clarisse, già citate, tutti straordinari testimoni della fede.

    Con loro, e con l’Osservanza, fiorì la rinascita spirituale a L’Aquila, in Abruzzo, in Italia e in Europa. Rinascita resa ancor più feconda dalla scelta di Bernardino di tornare in città, sentendo vicina la morte. “Eamus, fratres, ad Aquilam. Non subsisto possum, ad Aquilam, ad Aquilam, ad Aquilam missus sum”. Così la notte del 30 aprile 1444 Bernardino degli Albizzeschi, 64 anni, sfinito ed emaciato dalla malattia e dalla penitenza, aveva salutato per l’ultima volta i frati del convento della Capriola, nei pressi di Siena. Vincendo le loro preoccupate implorazioni a restare in città, spinto da una grande forza interiore, con quattro confratelli s’era messo in cammino verso l’Abruzzo in quello che sarebbe stato il suo ultimo viaggio. Un viaggio lungo, faticoso, pieno di sofferenze. Giunto all’Aquila, nel suo convento di San Francesco, sentendo arrivare l’ora del trapasso, Bernardino aveva chiesto ai confratelli d’essere deposto, spoglio e con le braccia aperte a croce, sul nudo pavimento della sua cella. Poco dopo, al vespro di quel mercoledì, spirò. Era il 20 maggio del 1444. Con tutte le residue forze aveva desiderato transitare alla vita eterna non nella sua terra toscana ma ad Aquila, la bella città che più amava, dove aveva predicato insieme ai fedeli discepoli Giovanni da Capestrano e Giacomo della Marca, esercitando una  grande influenza nella vita spirituale, sociale e civile.

    Enorme commozione aveva procurato nella città la scomparsa di Bernardino da Siena. Gli aquilani avevano ottenuto che le sue spoglie riposassero all’Aquila. Il processo di canonizzazione, subito avviato, in appena sei anni aveva portato alla santificazione di Bernardino. A 10 anni dalla morte del santo, dalla Polonia, Giovanni da Capestrano aveva indirizzato agli Aquilani una lettera, una durissima reprimenda alla città, per non aver ancora edificato a San Bernardino la basilica promessa. Ne valse la pena, perché iniziarono presto i lavori per edificare quella meraviglia rinascimentale che è la Basilica di San Bernardino, dove le spoglie del Santo senese riposano nello splendido mausoleo scultoreo di Silvestro dell’Aquila. Giovanni da Capestrano, “grande apostolo e difensore dell’Europa”, come lo ha definito Giovanni Paolo II, nel 1456 girò in lungo e in largo l’Europa orientale, su incarico del papa, predicando la mobilitazione contro i Turchi, che avevano invaso la penisola balcanica. Con le migliaia di volontari raccolti partecipò nel luglio di quell’anno all’assedio e alla liberazione di Belgrado, con la sconfitta dell’esercito turco. Purtroppo vi contrasse la malattia che tre mesi dopo l’avrebbe portato alla morte, ad Ilok, in Croazia.

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    Abruzzo e Molise, insieme in vetrina al WICCNY

    L’AQUILA – Per un mese e mezzo, dal prossimo ottobre, le eccellenze di Abruzzo e Molise saranno in vetrina a New York presso il Westchester Italian Cultural Center (WICCNY). Abruzzo & Molise, Yesterday and Today 2015: arte, cultura, tradizioni, artigianato, enogastronomia, rassegne espositive: il meglio delle due regioni, che fino al 1963 sono state unite, potrà essere mostrato agli americani della Grande Mela, sempre attenti alla cultura italiana e alle meraviglie che si celano nella provincia del Belpaese, fuori dai soliti circuiti del turismo organizzato. E l’Abruzzo, in particolare, che chi scrive conosce meglio, è uno scrigno inesauribile di tesori d’arte e singolarità, di sapori e valori ambientali, che davvero riesce ad intrigare chiunque, ogni volta che lo s’incontra.

    Lo raccontano le pagine stupende che grandi letterati e viaggiatori, a cavallo dei due secoli precedenti, hanno lasciato impresse sull’Abruzzo: da Edward Lear a Maud Howe, da Ferdinand Gregorovius a Richard Keppel Crafen, da Anne MacDonell a John Cultbert Hare. E ancora, nei loro appunti di viaggio e nei loro scritti, da Carlo Emilio Gadda a Ugo Ojetti, da Mario Soldati a Guido Ceronetti, da Guido Piovene ad Alberto Savinio, fino a Paolo Rumiz, per citare i più noti. Senza contare i nativi abruzzesi Gabriele d’Annunzio, Ignazio Silone, Laudomia Bonanni, Mario Pomilio, Ennio Flaiano, per limitarci ai grandi. Del progetto si sta alacremente occupando la dr. Patrizia Calce, direttrice del Westchester Italian Cultural Center. Da oltre due mesi prende contatti e stimola l’interesse sull’iniziativa, importante evento promozionale in un mercato, come quello americano, sempre molto attento e curioso alla qualità e particolarità delle proposte.

    C’è quindi da augurarsi che le pubbliche istituzioni - Regioni, Province, Comuni, Parchi nazionali e regionali, Camere di Commercio - e gli operatori culturali ed economici delle due regioni sappiano cogliere appieno questa straordinaria opportunità che il Centro Culturale Italiano di New York rende possibile, mettendo a disposizione gratuitamente le sue strutture, con due grandi sale espositive destinate ad Abruzzo e Molise ed altri spazi per performance e dimostrazioni.

    D’altronde l’iniziativa - che si colloca temporalmente nel Mese della Cultura italiana nella Grande Mela - rientra appieno nella missione del WICCNY che è quella - dice Patrizia Calce - “di preservare, promuovere e celebrare il patrimonio e la cultura italiana attraverso diversi dai programmi ed eventi. Offriamo film, mostre e programmi, anche corsi di cucina. Tutto ciò che ha a che fare con la cultura italiana”. Chi scrive ha sollecitato tutte le istituzioni a raccogliere positivamente l’invito, che peraltro – fatto assai raro quando si parla di eventi all’estero – non peserebbe sui bilanci, almeno riguardo gli spazi espositivi, altrimenti di non lieve entità in un paese come gli Stati Uniti, e per un periodo così lungo. Insomma, un’opportunità unica, per enti pubblici e privati, per promuovere a livello internazionale l’economia ed il turismo delle regioni Abruzzo e Molise.

    Nelle intenzioni del WICCNY e della sua direttrice, la mostra vuole rappresentare un viaggio virtuale attraverso le regioni Abruzzo e Molise che, sebbene così vicine a Roma, non sono ancora contaminate dal turismo di massa, offrendo, nella variabilità dei loro paesaggi dalle vette dell’Appennino al mare, stupefacenti scenari d’una natura selvaggia e di straordinaria bellezza. Sede di tre Parchi nazionali e di uno regionale, di ampie aree naturalistiche che coprono un terzo del territorio, l’Abruzzo e il Molise conservano pregevoli emergenze archeologiche, grotte e cave rupestri risalenti al periodo neolitico, meravigliosi castelli ed antichi paesi arroccati alle montagne, una costa magnifica e incantevoli spiagge.

    Dunque molto importante, questo evento, anche per favorire la rinascita dei territori colpiti dal terremoto del 2009, e la città capoluogo d’Abruzzo, L’Aquila, che è stata martoriata nel suo straordinario centro storico, il sesto più prezioso d’arte in Italia. L’iniziativa, infatti, tende a mettere in risalto le risorse naturali delle regioni Abruzzo e Molise, la loro antica storia, cultura e tradizioni, evidenziando le loro produzioni artigianali, il patrimonio letterario ed artistico, così come le loro eccellenze enogastronomiche.

    Il complesso del WICCNY offre due ampie ed eleganti sale espositive, una sala conferenze, una biblioteca, oltre che ad una cantina ed una cucina completamente attrezzata e funzionale. Conferenze, spettacoli, concerti, presentazioni di libri, corsi di cucina e degustazioni di vini, saranno offerti per tutta la durata della mostra, non solo per arricchire ulteriormente l’evento, ma soprattutto per richiamare maggiormente l’attenzione del pubblico durante il periodo interessato, tra ottobre e novembre 2015.

    Patrizia Calce ha progettato con cura le aree espositive perché le due regioni possano “narrarsi” e farsi conoscere nei loro aspetti più autentici e suggestivi. Intanto, nella Hall, un’area che rappresenti “il cuore verde dell’Italia”, con pannelli informativi dei Parchi delle due regioni. Nella Sala ABRUZZO, poi, una sezione fotografica d’epoca e gli antichi mestieri: l’arte orafa, con Nicola da Guardiagrele, la tecnica della filigrana, i gioielli iconici come la presentosa e la cannatora, la lavorazione orafa attuale; l’arte della Ceramica e le produzioni artistiche di Castelli; l’arte del Ferro battuto e del Rame; le produzioni artigianali in legno, pietra, pelle; tessuti e coperte, strumenti musicali. Quindi una sezione destinata a Folklore e Tradizioni, con esposizione di costumi. Ancora, una sezione destinata ai Luoghi sacri e ai Percorsi della fede: il Miracolo Eucaristico di Lanciano, San Tommaso Apostolo ad Ortona, il Volto Santo di Manoppello, la Perdonanza e la Porta Santa di Collemaggio a L’Aquila, la Scala Santa di Campli; Santo Spirito a Majella, San Bartolomeo in Legio, Sant’Onofrio al Morrone. E ancora, i castelli e borghi abruzzesi più belli d’Italia per immagini, infine specialità gastronomiche e vini. Nella Sala MOLISE una sezione destinata a Natura e biodiversità: Collemeuccio - Montedimezzo “L’Uomo e la Biosfera”, l’Oasi WWF di Guardiaregia. Una sezione dedicata ad Arte, Storia e Cultura. Una sezione per gli antichi mestieri: le Campane di Agnone, le Zampogne di Scapoli, il Merletto a tombolo, Ferro battuto e Rame, l’artigianato regionale. E ancora i Costumi tipici, Feste religiose e Tradizioni. Infine, architettura religiosa, castelli e borghi del Molise.

    Il Westchester Italian Cultural Center si trova a Tuckahoe, mezz’ora di Metro North da Central Station, in un’area residenziale immersa nel verde, come tutta la Contea di Westchester, d’altronde. Il Centro è il sogno realizzato di Generoso Pope, uno dei più famosi e stimati italiani d’America, con importanti relazioni politiche, stretto collaboratore del Presidente Franklyn Delano Roosevelt. Un generoso di nome e di fatto - nomen omen -, che tanto ha fatto per emancipare la comunità italiana ed accompagnarla, nella realizzazione del sogno americano, alla dignità ed al rispetto che oggi ha conquistato. E’ sede della Fondazione Generoso Pope, nata nel 1947. Pope ne fu presidente fino alla sua morte, nel 1950, quando gli succedette la moglie Catherine per 48 anni alla presidenza, ed altri discendenti. La Fondazione prosegue le tradizioni filantropiche di Pope, che riguardano promozione della cultura e della lingua italiana, aiuto ed assistenza ai bisognosi, ricerca medica, sostegno e borse di studio per la formazione di giovani, anche per studi fuori degli Stati Uniti, sostegni ad ospedali, musei, università e istituzioni religiose.

    Generoso Pope nacque nel 1891 ad Arpaise, in provincia di Benevento. Figlio di contadini, all’età di 15 anni, aveva lasciato il paese natio per arrivare a New York City con soli 10 dollari in tasca e senza un posto dove dormire. Ottenuto un lavoro a 3 dollari la settimana, portava acqua agli operai impiegati nella costruzione del tunnel sotto l’East River della società ferroviaria Pennsylvania Railroad. Fu poi per cinque anni operaio nelle cave di ghiaia della Colonial Sand & Stone, frequentando la scuola di notte. Nel 1911 entrò a far parte della società. Quando nel 1916 la società stava per fallire, convinse i proprietari e i creditori di dargli la possibilità di ripristinare la solvibilità e rafforzare il business. Prese quindi su di sé la responsabilità per i debiti della società, in cambio della completa gestione e di metà proprietà dell’impresa. In due anni, lavorando fino a 16 ore al giorno, raddrizzate le sorti della società, Generoso Pope ne era diventato presidente e nel 1926 l’azienda aveva assunto la maggior parte delle principali commesse di sabbia e ghiaia a New York. A 36 anni era il proprietario miliardario della Colonial, la più grande azienda di sabbia e ghiaia degli States, fornendo il calcestruzzo ai cantieri di numerosi grattacieli che disegnano il profilo di New York City, tra cui il Rockefeller Center, l’Empire State Building, Radio City Music Hall e lo Yankee Stadium, e degli aeroporti e metropolitane.

    Nel 1928 Generoso Pope, acquistando il più grande quotidiano in lingua italiana d’America, Il Progresso Italo-Americano, si lanciò anche nel settore editoriale, controllando una catena di giornali italiani fino alla Pennsylvania. Rafforzò così la sua influenza, diventando il leader più potente a New York. I suoi giornali furono la principale fonte d’informazione politica, sociale e culturale per milioni di immigrati italo-americani. Generoso divenne il difensore e sostenitore per gli immigrati italiani in America, incoraggiando i lettori dei suoi giornali ad imparare l’inglese, a diventare cittadini e a votare, esaltando i sentimenti d’orgoglio per le origini italiane e vellicando la voglia di realizzazione individuale. Questo forte impegno di Pope per tenere sempre vivo il senso di italianità dei nostri emigrati trova coronamento nel Columbus Day, la manifestazione più alta dell’orgoglio italiano, ormai diventato l’evento più celebrato in tutti gli Stati Uniti, quasi come le Feste nazionali dell’Indipendenza e del Ringraziamento. Fu appunto l’intraprendente Generoso Pope a dare inizio, il 12 ottobre 1929, alla tradizione del giorno dedicato a Cristoforo Colombo, con una sfilata da East Harlem a Columbus Circle, all’angolo sud di Central Park. Da allora la straordinaria Parata del Columbus Day a New York è cresciuta enormemente, fino alle attuali dimensioni.

    Tornando all’eventoAbruzzo & Molise, Yesterday and Today 2015, la partecipazione alla mostra è un modo efficace per promuovere l’economia ed il commercio d’Abruzzo e Molise. Immaginabili i possibili vantaggi, quali l’elevazione del profilo internazionale dell’attività commerciale; l’alta visibilità di prodotti e servizi; l’esposizione a potenziali clienti e la creazione di nuove relazioni; il networking con altre imprese; la promozione della propria azienda su nuovi mercati. Altre opportunità sono date dalla possibilità d’inserimento del marchio delle aziende nella Guida Abruzzo & Molise Exhibit, della promozione sul sito del Westchester Italian Cultural Center , della pubblicità sulla brochure dei programmi autunnali del WICCNY, di poter essere tra gli sponsor della manifestazione.

    Per ogni ulteriore informazione si può contattare Patrizia Calce, direttrice dei programmi, al numero 914-771-8700, oppure tramite email a [email protected]

    Abruzzo & Molise, Yesterday and Today 2015
    Westchester Italian Cultural Center, One Generoso Pope Place
    Tuckahoe, New York 10707
    (914) 771-8700
    (914) 771-5900 Fax

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    Abruzzo e Molise, insieme in vetrina al WICCNY

    L’AQUILA – Per un mese e mezzo, dal prossimo ottobre, le eccellenze di Abruzzo e Molise saranno in vetrina a New York presso il Westchester Italian Cultural Center (WICCNY). Abruzzo & Molise, Yesterday and Today 2015: arte, cultura, tradizioni, artigianato, enogastronomia, rassegne espositive: il meglio delle due regioni, che fino al 1963 sono state unite, potrà essere mostrato agli americani della Grande Mela, sempre attenti alla cultura italiana e alle meraviglie che si celano nella provincia del Belpaese, fuori dai soliti circuiti del turismo organizzato. E l’Abruzzo, in particolare, che chi scrive conosce meglio, è uno scrigno inesauribile di tesori d’arte e singolarità, di sapori e valori ambientali, che davvero riesce ad intrigare chiunque, ogni volta che lo s’incontra.

    Lo raccontano le pagine stupende che grandi letterati e viaggiatori, a cavallo dei due secoli precedenti, hanno lasciato impresse sull’Abruzzo: da Edward Lear a Maud Howe, da Ferdinand Gregorovius a Richard Keppel Crafen, da Anne MacDonell a John Cultbert Hare. E ancora, nei loro appunti di viaggio e nei loro scritti, da Carlo Emilio Gadda a Ugo Ojetti, da Mario Soldati a Guido Ceronetti, da Guido Piovene ad Alberto Savinio, fino a Paolo Rumiz, per citare i più noti. Senza contare i nativi abruzzesi Gabriele d’Annunzio, Ignazio Silone, Laudomia Bonanni, Mario Pomilio, Ennio Flaiano, per limitarci ai grandi. Del progetto si sta alacremente occupando la dr. Patrizia Calce, direttrice del Westchester Italian Cultural Center. Da oltre due mesi prende contatti e stimola l’interesse sull’iniziativa, importante evento promozionale in un mercato, come quello americano, sempre molto attento e curioso alla qualità e particolarità delle proposte.

    C’è quindi da augurarsi che le pubbliche istituzioni - Regioni, Province, Comuni, Parchi nazionali e regionali, Camere di Commercio - e gli operatori culturali ed economici delle due regioni sappiano cogliere appieno questa straordinaria opportunità che il Centro Culturale Italiano di New York rende possibile, mettendo a disposizione gratuitamente le sue strutture, con due grandi sale espositive destinate ad Abruzzo e Molise ed altri spazi per performance e dimostrazioni.

    D’altronde l’iniziativa - che si colloca temporalmente nel Mese della Cultura italiana nella Grande Mela - rientra appieno nella missione del WICCNY che è quella - dice Patrizia Calce - “di preservare, promuovere e celebrare il patrimonio e la cultura italiana attraverso diversi dai programmi ed eventi. Offriamo film, mostre e programmi, anche corsi di cucina. Tutto ciò che ha a che fare con la cultura italiana”. Chi scrive ha sollecitato tutte le istituzioni a raccogliere positivamente l’invito, che peraltro – fatto assai raro quando si parla di eventi all’estero – non peserebbe sui bilanci, almeno riguardo gli spazi espositivi, altrimenti di non lieve entità in un paese come gli Stati Uniti, e per un periodo così lungo. Insomma, un’opportunità unica, per enti pubblici e privati, per promuovere a livello internazionale l’economia ed il turismo delle regioni Abruzzo e Molise.

    Nelle intenzioni del WICCNY e della sua direttrice, la mostra vuole rappresentare un viaggio virtuale attraverso le regioni Abruzzo e Molise che, sebbene così vicine a Roma, non sono ancora contaminate dal turismo di massa, offrendo, nella variabilità dei loro paesaggi dalle vette dell’Appennino al mare, stupefacenti scenari d’una natura selvaggia e di straordinaria bellezza. Sede di tre Parchi nazionali e di uno regionale, di ampie aree naturalistiche che coprono un terzo del territorio, l’Abruzzo e il Molise conservano pregevoli emergenze archeologiche, grotte e cave rupestri risalenti al periodo neolitico, meravigliosi castelli ed antichi paesi arroccati alle montagne, una costa magnifica e incantevoli spiagge.

    Dunque molto importante, questo evento, anche per favorire la rinascita dei territori colpiti dal terremoto del 2009, e la città capoluogo d’Abruzzo, L’Aquila, che è stata martoriata nel suo straordinario centro storico, il sesto più prezioso d’arte in Italia. L’iniziativa, infatti, tende a mettere in risalto le risorse naturali delle regioni Abruzzo e Molise, la loro antica storia, cultura e tradizioni, evidenziando le loro produzioni artigianali, il patrimonio letterario ed artistico, così come le loro eccellenze enogastronomiche.

    Il complesso del WICCNY offre due ampie ed eleganti sale espositive, una sala conferenze, una biblioteca, oltre che ad una cantina ed una cucina completamente attrezzata e funzionale. Conferenze, spettacoli, concerti, presentazioni di libri, corsi di cucina e degustazioni di vini, saranno offerti per tutta la durata della mostra, non solo per arricchire ulteriormente l’evento, ma soprattutto per richiamare maggiormente l’attenzione del pubblico durante il periodo interessato, tra ottobre e novembre 2015.

    Patrizia Calce ha progettato con cura le aree espositive perché le due regioni possano “narrarsi” e farsi conoscere nei loro aspetti più autentici e suggestivi. Intanto, nella Hall, un’area che rappresenti “il cuore verde dell’Italia”, con pannelli informativi dei Parchi delle due regioni. Nella Sala ABRUZZO, poi, una sezione fotografica d’epoca e gli antichi mestieri: l’arte orafa, con Nicola da Guardiagrele, la tecnica della filigrana, i gioielli iconici come la presentosa e la cannatora, la lavorazione orafa attuale; l’arte della Ceramica e le produzioni artistiche di Castelli; l’arte del Ferro battuto e del Rame; le produzioni artigianali in legno, pietra, pelle; tessuti e coperte, strumenti musicali. Quindi una sezione destinata a Folklore e Tradizioni, con esposizione di costumi. Ancora, una sezione destinata ai Luoghi sacri e ai Percorsi della fede: il Miracolo Eucaristico di Lanciano, San Tommaso Apostolo ad Ortona, il Volto Santo di Manoppello, la Perdonanza e la Porta Santa di Collemaggio a L’Aquila, la Scala Santa di Campli; Santo Spirito a Majella, San Bartolomeo in Legio, Sant’Onofrio al Morrone. E ancora, i castelli e borghi abruzzesi più belli d’Italia per immagini, infine specialità gastronomiche e vini. Nella Sala MOLISE una sezione destinata a Natura e biodiversità: Collemeuccio - Montedimezzo “L’Uomo e la Biosfera”, l’Oasi WWF di Guardiaregia. Una sezione dedicata ad Arte, Storia e Cultura. Una sezione per gli antichi mestieri: le Campane di Agnone, le Zampogne di Scapoli, il Merletto a tombolo, Ferro battuto e Rame, l’artigianato regionale. E ancora i Costumi tipici, Feste religiose e Tradizioni. Infine, architettura religiosa, castelli e borghi del Molise.

    Il Westchester Italian Cultural Center si trova a Tuckahoe, mezz’ora di Metro North da Central Station, in un’area residenziale immersa nel verde, come tutta la Contea di Westchester, d’altronde. Il Centro è il sogno realizzato di Generoso Pope, uno dei più famosi e stimati italiani d’America, con importanti relazioni politiche, stretto collaboratore del Presidente Franklyn Delano Roosevelt. Un generoso di nome e di fatto - nomen omen -, che tanto ha fatto per emancipare la comunità italiana ed accompagnarla, nella realizzazione del sogno americano, alla dignità ed al rispetto che oggi ha conquistato. E’ sede della Fondazione Generoso Pope, nata nel 1947. Pope ne fu presidente fino alla sua morte, nel 1950, quando gli succedette la moglie Catherine per 48 anni alla presidenza, ed altri discendenti. La Fondazione prosegue le tradizioni filantropiche di Pope, che riguardano promozione della cultura e della lingua italiana, aiuto ed assistenza ai bisognosi, ricerca medica, sostegno e borse di studio per la formazione di giovani, anche per studi fuori degli Stati Uniti, sostegni ad ospedali, musei, università e istituzioni religiose.

    Generoso Pope nacque nel 1891 ad Arpaise, in provincia di Benevento. Figlio di contadini, all’età di 15 anni, aveva lasciato il paese natio per arrivare a New York City con soli 10 dollari in tasca e senza un posto dove dormire. Ottenuto un lavoro a 3 dollari la settimana, portava acqua agli operai impiegati nella costruzione del tunnel sotto l’East River della società ferroviaria Pennsylvania Railroad. Fu poi per cinque anni operaio nelle cave di ghiaia della Colonial Sand & Stone, frequentando la scuola di notte. Nel 1911 entrò a far parte della società. Quando nel 1916 la società stava per fallire, convinse i proprietari e i creditori di dargli la possibilità di ripristinare la solvibilità e rafforzare il business. Prese quindi su di sé la responsabilità per i debiti della società, in cambio della completa gestione e di metà proprietà dell’impresa. In due anni, lavorando fino a 16 ore al giorno, raddrizzate le sorti della società, Generoso Pope ne era diventato presidente e nel 1926 l’azienda aveva assunto la maggior parte delle principali commesse di sabbia e ghiaia a New York. A 36 anni era il proprietario miliardario della Colonial, la più grande azienda di sabbia e ghiaia degli States, fornendo il calcestruzzo ai cantieri di numerosi grattacieli che disegnano il profilo di New York City, tra cui il Rockefeller Center, l’Empire State Building, Radio City Music Hall e lo Yankee Stadium, e degli aeroporti e metropolitane.

    Nel 1928 Generoso Pope, acquistando il più grande quotidiano in lingua italiana d’America, Il Progresso Italo-Americano, si lanciò anche nel settore editoriale, controllando una catena di giornali italiani fino alla Pennsylvania. Rafforzò così la sua influenza, diventando il leader più potente a New York. I suoi giornali furono la principale fonte d’informazione politica, sociale e culturale per milioni di immigrati italo-americani. Generoso divenne il difensore e sostenitore per gli immigrati italiani in America, incoraggiando i lettori dei suoi giornali ad imparare l’inglese, a diventare cittadini e a votare, esaltando i sentimenti d’orgoglio per le origini italiane e vellicando la voglia di realizzazione individuale. Questo forte impegno di Pope per tenere sempre vivo il senso di italianità dei nostri emigrati trova coronamento nel Columbus Day, la manifestazione più alta dell’orgoglio italiano, ormai diventato l’evento più celebrato in tutti gli Stati Uniti, quasi come le Feste nazionali dell’Indipendenza e del Ringraziamento. Fu appunto l’intraprendente Generoso Pope a dare inizio, il 12 ottobre 1929, alla tradizione del giorno dedicato a Cristoforo Colombo, con una sfilata da East Harlem a Columbus Circle, all’angolo sud di Central Park. Da allora la straordinaria Parata del Columbus Day a New York è cresciuta enormemente, fino alle attuali dimensioni.

    Tornando all’eventoAbruzzo & Molise, Yesterday and Today 2015, la partecipazione alla mostra è un modo efficace per promuovere l’economia ed il commercio d’Abruzzo e Molise. Immaginabili i possibili vantaggi, quali l’elevazione del profilo internazionale dell’attività commerciale; l’alta visibilità di prodotti e servizi; l’esposizione a potenziali clienti e la creazione di nuove relazioni; il networking con altre imprese; la promozione della propria azienda su nuovi mercati. Altre opportunità sono date dalla possibilità d’inserimento del marchio delle aziende nella Guida Abruzzo & Molise Exhibit, della promozione sul sito del Westchester Italian Cultural Center , della pubblicità sulla brochure dei programmi autunnali del WICCNY, di poter essere tra gli sponsor della manifestazione.

    Per ogni ulteriore informazione si può contattare Patrizia Calce, direttrice dei programmi, al numero 914-771-8700, oppure tramite email a [email protected]

    Abruzzo & Molise, Yesterday and Today 2015
    Westchester Italian Cultural Center, One Generoso Pope Place
    Tuckahoe, New York 10707
    (914) 771-8700
    (914) 771-5900 Fax

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    Mario Fratti. Un libro tra italiano ed inglese



    L’AQUILA – E’ uscito di recente, pubblicato da REA Edizioni (L’Aquila, 2015), un interessante volumetto di 118 pagine curato dall’anglista Emanuela Medoro: “Mario Fratti fra italiano e inglese”, un mini laboratorio sulla ricerca linguistica del grande drammaturgo italo-americano, nato a L’Aquila, che dal 1963 vive a New York. Il volume, in formato digitale (€ 2,99 e-book), è acquistabile sulle maggiori agenzie di vendita on line, mentre in formato cartaceo si può richiedere direttamente all’editore (www.reamultimedia.it - [email protected]). Il lavoro della Medoro non ha la pretesa d’essere un Saggio linguistico tout court. Piuttosto vuole offrire solo un esempio di come Mario Fratti abbia dedicato una particolare attenzione alla ricerca del linguaggio, attingendo in modo certosino da svariate fonti e, più assiduamente, da quella giornalistica. 
     
    “L’Inglese non è la prima lingua di Mario Fratti - scrive Emanuela Medoro nell’introduzione al volume -, è una lingua presa in prestito in età adulta, cui ha dedicato attenzione e cure documentate da una ampia raccolta di frasi, prese prevalentemente dal New York Times, ma anche da romanzi e testi teatrali. Una decina di grossi quaderni, manoscritti sempre con lo stesso ordine, con una grafia ordinata e sistematica sono il risultato di questa paziente ricerca portata avanti con passione nel corso degli anni vissuti a New York. A proposito di questa attività di ricerca M. Fratti dice: «L’Inglese non è la mia prima lingua. Ho cominciato a scrivere in Inglese cinquant’anni fa. Durante la mia lunga carriera ho trovato che ci sono molte espressioni o modi di dire in Inglese che, a causa della unicità del loro costrutto, non saranno mai facilmente usate da quelli la cui prima lingua non è l’Inglese. Per far sì che le traduzioni in Inglese dei miei lavori suonassero più autenticamente “Inglese” (o Inglese-Americano), ho dato la caccia ed ho collezionato molte frasi Inglesi, costrutti grammaticali, che sono in qualche modo così idiomatiche che non saranno mai ovvie per i traduttori la cui prima lingua è diversa dall’Inglese. La raccolta è durata circa quarant’anni.» In prima lettura la raccolta si presenta come una massa caotica di frasi ritagliate da contesti diversi, l’alto mare aperto dell’inglese, la realtà infinita ed inafferrabile per non nativi della lingua parlata e scritta dalle persone colte, che comunicano in modo pieno e idiomatico. Attraverso queste frasi il lettore può compiere un viaggio affascinante che esplora usi e abitudini americane nello spazio dell’isola di Manhattan, può entrare nel cuore di New York.”
     
    “Ho notato particolare interesse - aggiunge Emanuela Medoro - per frasi che toccano i temi ricorrenti nell’opera di Mario Fratti drammaturgo: persone e atteggiamenti, idee e sentimenti, conflitti, bugie e inganni, relazioni sociali, il lavoro e gli affari, vincitori e vinti, la politica, lo spettacolo. Questi concetti sono diventati le aree tematiche che raggruppano le frasi della raccolta seguente. Da notare che non sempre è stata facile l’attribuzione di una frase all’una o all’altra area, accade che alcune frasi siano inserite perché interessanti dal punto di vista linguistico, anche se non precisamente appartenenti al tema del gruppo. È bene notare che questa raccolta di frasi, pur spaziando all’interno della lingua inglese, idiomatica, parlata e scritta dalle persone colte, non va letta come un dizionario che illumina i significati e gli usi più comuni delle parole e delle combinazioni di esse. Invece essa acquista significato come un capitolo, invero molto singolare, dell’opera complessiva di Mario Fratti, poeta, drammaturgo ed anche filologo. Infine sottolineo che, poiché manca il contesto da cui sono ritagliate le frasi, le mie traduzioni sono solo delle proposte e spero di aver centrato il loro significato fondamentale e più usato.”
     
    Ho accolto volentieri l’invito dell’autrice a scrivere la Prefazione al suo libro. Qui di seguito la riporto, magari può essere minimamente utile a trarre un’idea del buon lavoro di Emanuela Medoro, linguista, ma anche giornalista di talento.
     
    Scrivo volentieri questa breve presentazione al prezioso lavoro di Emanuela Medoro. Un piccolo esempio del fecondo giacimento linguistico raccolto dal drammaturgo Mario Fratti nelle quotidiane letture di giornali - in primis il New York Times - e riviste americane, annotando con cura certosina frasi idiomatiche della lingua inglese, non altrimenti reperibili. In oltre cinquant’anni di vita culturale nella Grande Mela - dove era giunto nel 1963 per una sua opera messa in scena da Lee Strasberg, poi per insegnare alla Columbia University e all’Hunter College, quindi per un’intensa attività drammaturgica - Mario Fratti rivela, con questa curiosità d’indagine sulla qualità della lingua inglese, una passione che va ben oltre l’interesse verso un idioma. Una lingua, l’inglese, che in più occasioni ha dichiarato d’amare, esaltandone l’efficacia e la spigliatezza.
     
    D’altronde, la sua stessa capacità d’armeggiarla in maniera brillante nella sua produzione di commedie e drammi teatrali è la rappresentazione icastica che la padronanza di quella lingua è diventata così forte patrimonio, al pari dell’italiano, da avergli conquistato l’ammirazione degli americani per il suo teatro. Asciutto, tagliente, imprevedibile il suo teatro, dove la costruzione letteraria e drammaturgica è talmente aderente al costume e alle abitudini di quel popolo da avergli procurato apprezzamenti e successi talvolta ben più significativi di quelli che gli americani hanno riservato a giganti della loro drammaturgia, quali Tennessee Williams, Arthur Miller, Thornton Wilder, Edward Albee, Eugene O’ Neil.
     
    E la cifra del successo di Fratti sta proprio nella sua capacità di scrivere teatro con un fraseggio dialogico che non ricorre a fronzoli, a giri di parole, ma è diretto, penetrante, fulminante, quando con finali del tutto inattesi e sconcertanti riesce sempre a stupire. Eppure, alla straordinaria fecondità della produzione teatrale, il drammaturgo aquilano, ormai trapiantato a New York, ha coltivato un insospettato interesse filologico, un’attenzione alle qualità e alle raffinatezze della lingua inglese, da portarlo ad annotare con regolarità e passione frasi e locuzioni singolari, con il relativo significato in italiano, che hanno riempito una mole impressionante di pagine di quaderni.
     
    In questo pelago di ricchezze idiomatiche si è avventurata Emanuela Medoro. Non senza qualche incertezza e dubbio, all’inizio, se non altro per la difficoltà d’operare una selezione tra tanta disponibilità. Se posso fare un’annotazione personale, io l’ho certamente incoraggiata in questa iniziativa. Per almeno tre ragioni. Non posso osare nel riconoscerne un valore filologico, non avendo la necessaria conoscenza dell’inglese per dare questo giudizio. Eppure questa potrebbe essere una prima ragione. La seconda è quella di mostrare, di Mario Fratti, un interesse spinto fino alla scoperta d’ogni dettaglio della caratura idiomatica d’una lingua, che peraltro passa per l’essere semplice e stringata. La terza ragione credo di significarla nel rilevante valore di quest’accurata documentazione linguistica di Mario Fratti, che immagino non abbia precedenti.
     
    Mi spingo a ritenere che tale mole di patrimonio idiomatico sia anche il modo di certificare, attraverso la singolare e duttile modularità del fraseggio, l’anima profonda d’un popolo, e l’indole, che traspare dalla fioritura della sua parola. Fratti l’ha rinvenuta ed archiviata meticolosamente nei suoi quaderni, l’anima del popolo americano, dentro la ricchezza linguistica magari difficile da trovare in letteratura e che invece è rinvenibile nella lingua quotidiana, che sia di strada o delle élite culturali, riportata nelle pagine dei giornali.
     
    Qui sta anche la preziosità di questa piccola opera d’arte di Emanuela Medoro. Non era e non è intenzione dell’autrice dare senso esaustivo a questa iniziativa di documentazione sull’opera del nostro insigne concittadino. Al più, vuole tentare di dare solo saggio del rilevante cespite linguistico accumulato da Mario Fratti, sottoponendo ai lettori desiderosi di scoprire la lingua degli americani un esempio della ricchezza espressiva, che è anche sintomo della cultura d’un popolo. Una piccola ma significativa selezione espunta da una dotazione rilevante di locuzioni, che ad altri - linguisti, filologi ed accademici - potrebbe interessare compiutamente per studio e trattazione. Resta sicuramente illuminante la doviziosa curiosità che alimenta l’intensa vita culturale del nostro concittadino Mario Fratti. Che ci fosse noto come uno degli autori di teatro più grandi e famosi nel mondo, è del tutto acclarato. Mentre è per noi sicuramente una sorpresa scoprirlo nell’inconsueto sconfinamento: un Fratti così particolare ed imprevedibile anche nel campo della ricerca filologica, come solo il suo teatro poteva averci abituato.       
     
    Mario Fratti, professore emerito presso l’Hunter College, è un drammaturgo e critico teatrale di fama internazionale. Autore di oltre ottanta opere per il teatro, commedie e drammi, tradotte in una ventina di lingue e rappresentate in seicento teatri di tutto il mondo, è meglio conosciuto per il suo musical Nine (ispirato dal famoso film di Fellini, 8 e mezzo), che nella sua produzione originale del 1982 ed in quelle successive ha vinto numerosi premi, tra cui 7 Tony Award, che per il teatro è come l’oscar per il cinema. Mario Fratti è nato a L’Aquila il 5 luglio 1927. Vive a New York dal 1963. Oltre ai suoi scritti drammaturgici, di recente Fratti ha pubblicato il romanzo “Diario proibito” (Graus Editore, Napoli 2013), ambientato nella sua città natale, e la silloge poetica “Volti” (Edizioni Tracce, Pescara 2014). Scrive note di critica teatrale per America Oggi, il più diffuso quotidiano italiano negli Stati Uniti, e per nove giornali europei.
     


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