Cinema. "L'uomo che ama" secondo Maria Sole Tognazzi

Vincenzo Ruocco (June 15, 2009)
Presentato all'interno del Walter Reade Theater, il film italiano incontra i favori del pubblico americano

L’uomo che ama non è forse troppo diverso dalla donna che ama.
Spogliato dai retaggi socioculturali che impongono o dipingono la figura maschile in un modo che forse possiamo considerare superato o, addirittura, menzognero, l’uomo si mostra nudo, eternamente debole e forte un secondo più tardi.

“Che ne sai, che ne sai di come ti amo io?”, queste le parole di Roberto nel primo scontro con l’amore, un sentimento che viene vissuto da ognuno alla propria maniera, certo, soggettivo e intimo vogliamo dire, ma chiaramente nei tanti “metodi” di viverlo è possibile trovare dettagli, indizi, tracce di un’esperienza comune.

Maria Sole Tognazzi al secondo lungometraggio racconta utilizzando la figura maschile, anzi almeno quattro figure maschili, tutte le possibili variazioni sull’amore.

Il lasciare e l’essere lasciato sono i traumi che affliggono gli uomini, ma anche le donne, di questa pellicola. Una pellicola che non si ferma a questo, va chiarito, ma che, scegliendo di andare oltre, entra e indaga in maniera finalmente adulta sulle motivazioni che portano a prendere o a non prendere determinate decisioni, perché si può lasciare ed essere lasciati per amore, e per non più amore. Vittima e carnefice, è davvero questa la dicotomia possibile? Quale soluzione dunque? E quali risposte agli interrogativi che ci tormentano? Nelle parole dei saggi dell’amore, di coloro che hanno vissuto più di noi, ci sembra poter cogliere il vero assoluto ma in realtà non c’è risposta alcuna che dissolva dubbi e paure. Forse l’unico conforto è continuare a vivere, a respirare, perché solo così, prima o poi, potremmo cominciare ad amare nuovamente, perché in fondo, presto o tardi, “arriva un momento una mattina, senti che la vita continua, che è più forte e che bene o male tu ci sei dentro.”

Davvero siamo grati agli organizzatori di “Open Roads: New Italian Cinema”, giunto alla nona edizione, ospitato presso il Lincoln Center, tra i più importanti istituti culturali newyorkesi. E confidiamo in quel successo di pubblico che, per il film della Tognazzi come per gli altri presentati, ha fatto registrare il tutto esaurito, e proprio su tali basi speriamo possa questo piccolo gioiello italiano essere distribuito su vasta scala nel mercato americano.

Un progetto riuscito, con un cast di valore che unisce Pierfrancesco Favino, Monica Bellucci, Ksenia Rappoport, Arnaldo Nicchi, Piera Degli Esposti, Marisa Paredes, Michele Alhaique, Glen Blackhall, una sceneggiatura ben scritta da Maria Sole Tognazzi ed Ivan Cotroneo, una colonna sonora ideale firmata Carmen Consoli e una produzione italiana, Donatella Botti per Bianca Film assieme a Medusa Film, rendono “L’uomo che ama” qualcosa di cui parlare e qualcosa su cui ragionare.

Al termine della proiezione gli applausi del pubblico presente eterogeneo di età e provenienza. In lingua originale e ben sottotitolato in inglese tutti i presenti hanno sorriso, riso e sospirato all’unisono, perché il cinema è esso stesso linguaggio capace di parlare a chiunque abbia la capacità di ascoltarlo.
 

Le barriere imposte dalla lingua non hanno perciò limitato la potenzialità espressiva del film, chiarendo a tutti i contenuti e il senso delle vicende proposte. Anche per questo, se non soprattutto, possiamo e dobbiamo considerarlo internazionale, perché il sentimento dell’amore è presente in ogni dove e non esistono confini in grado di fermarlo.

___

Maria Sole Tognazzi è riuscita a superare con questo film nel modo giusto quei pregiudizi per cui il dolore per amore lo provano le donne o almeno lo provano le donne in certo modo.

Abbiamo avvicinato la regista, a Manhattan per la proiezione del film,  per sapere di più del suo desiderio di descrivere un uomo  seguendo il punto di vista di una donna. Ma non solo, anche per esempio sul suo rapporto con New York.

Perché hai scelto di raccontare l'uomo che ama?
La sofferenza per amore sembra essere un patrimonio femminile, nel nostro Paese è più facile trovare donne sofferenti, donne tradite, donne che piangono, non solo nel cinema ma anche in letteratura. L'intento era quello di mettere al centro della vicenda un uomo e spiegare la sua complessità, la fragilità dell'animo maschile. Essendo io una donna ho osservato molto gli uomini nei comportamenti, avendo anche tre fratelli maschi, sono stata testimone del loro dolore, li ho visti piangere per amore. Una donna è più facile che mostri il dolore, un uomo meno, ed è per quello che ho raccontato un uomo. L'ho spiato, dentro casa, nel bagno quando vomita, quando non riesce a dormire, quando cammina la notte disperato. Mi sembrava importante dire che in questo caso non c'è una grande differenza, proviamo anzi esattamente le stesse identiche cose.

                                                      

Che rapporto hai con la musica?
Mi aiuta molto nel mio lavoro, sono appassionata di musica quasi più che del cinema, o comunque quanto il cinema. Carmen Consoli ha scritto la colonna sonora nel momento stesso in cui ha terminato di leggere la sceneggiatura, componendola quindi prima che iniziassimo a girare. Noi lavoravamo con la musica, sempre. Facevo ascoltare la musica agli attori quando stavano al trucco, mettevo io stessa l'iPod prima delle scene. Questo per farti capire quanto la musica potesse aiutarli, aiutarci ad entrare nella giusta atmosfera. Per me è nutrimento, e in un film sappiamo l'importanza che ha. Ci deve però essere sempre il giusto equilibrio nel cinema, non mi piace quando la musica viene messa "per forza" ad enfatizzare un'emozione. Personalmente cerco sempre di fare un lavoro a contrasto, laddove c'è una scena molto emozionante decido di accompagnarla ma non sostenerla dalla musica perché a quel punto penso ci sia un problema nel film.

Quali sono le tue fonti di ispirazione?
Tutto mi ispira, vedere delle foto, delle mostre, dei documentari, mi nutro come noi tutti di quello che la vita e l'arte ci dà a disposizione. A volte l'ispirazione di un costume, di un personaggio o dell'idea di un film nasce da un'immagine o dalla vita di tutti i giorni. Vedo un signore che scrive sulla sua agenda e mi viene in mente una storia che lo possa riguardare.
Attingo dalla mie esperienze, dalla mia vita privata, anche se indirettamente. In questo film trovi soprattutto quello che sono riuscita ad osservare nelle storie degli altri, però ci sono dei gesti, delle attenzioni che sono mie e che entrano a un certo punto nei personaggi del film.

Tu scrivi anche soggetti e sceneggiature cinematografiche. Sono davvero momenti così distinti gli uni dagli altri?
Un film in realtà si scrive tre volte, quando lo scrivi, quando fai le riprese, quando lo monti. Il montatore è un secondo regista, è al montaggio che ti rendi conto se tutti gli equilibri del film funzionano ed è al montaggio che scrivi definitivamente il film, cambiando delle cose, rinunciando ad altre o rendendoti conto che te ne servivano altre ancora. Sono momenti creativi, tutti, quello della scrittura, quello delle riprese, che io amo, e quello del montaggio.

Hai mai sognato di ambientare una storia a New York e che rapporto hai con questa città?
In Italia è già complicato realizzare i film che facciamo e dove li facciamo. Ho certamente pensato a New York come possibile location ma devo dirti che essendo io una persona molto pratica l'idea di New York è e rimane un'idea, a meno che non si presentino davvero le condizioni per farlo, cosa alquanto inverosimile.
La città mi affascina, si differenzia da tutte le altre città dell'America, è in fondo una realtà a sé. Non la conosco benissimo, questa è la terza volta che vengo qui. Credo però che non riuscirei a viverci, potrei trascorrere un periodo della mia vita ma sono una persona molto attaccata alla mie radici, la mentalità poi è così diversa dalla nostra e questo impone di avere una certa attitudine. Onestamente è molto distante dal nostro modo di vivere, il pensiero americano da quello europeo. Mi piace vedere il mondo, viaggiare e conoscerlo ma poi tornare a casa.

Cosa porti nel tuo lavoro e nella vita di tutti i giorni di tuo padre Ugo?
Papà è morto che io ero molto giovane, avevo diciotto anni. Ho avuto modo di conoscerlo poco. Il pensare e il rivedere la vita che ha condotto mi insegna l'amore per la vita, il senso critico rispetto le cose, l'autocritica, il senso dell'ironia, ma soprattutto molta umiltà. Purtroppo non è più con me, mi piacerebbe tantissimo poter confrontarmi con lui.
Quando io ho iniziato a lavorare nel cinema lui non c'era già più e quando lui lavorava nel cinema io avevo la mia vita, facevo altro, le due cose erano separate.

Progetti futuri o in fase di realizzazione?
Sto scrivendo una commedia drammatica, un film corale, la storia di una famiglia, due madri, tre sorelle. Per ora svelo questo.

Comments:

i-Italy

Facebook

Google+