Articles by: Letizia Airos

  • Fatti e Storie

    Staten Island. A "Casa" con Gina

    Staten Island. Su più di tre acri di giardino, in una verde collina si adagia Villa Belvedere, un edificio che farà parlare di se e soprattutto farà parlare italiano. Ne siamo certi.

    Di fronte: l’incredibile vista della baia di New York.  In lontananza, il suggestivo  Ponte di Verrazzano sembra vigilare ed incoraggiare a nuove imprese in ricordo del noto esploratore italiano del 15mo secolo.

    L'edificio, al 79 Howard Avenue, è stato costruito nel 1908 dal mercante e noto filantropo Louis Boebling-Stirn e da sua moglie Laura, nipote dell'architetto del Brooklyn Bridge. E’ nelle suoi dettagli pieno di suggestioni e, soprattuto, molto accogliente. Non è difficile immaginare cosa potrebbe diventare. Siamo d’accordo con la fondatrice e presidente dell’Italian Cultural Foundation of New York, Gina Biancardi, che l’ha scoperta e voluta questa casa speciale.

     Dodici camere da letto al piano superiore verranno utilizzate per insegnare la lingua italiana, altre stanze adibite ad uffici, le sale più grandi a mostre e simposi.

    i-Italy ha ha preso il traghetto per Staten Island (lo consigliamo a chiunque non l’abbia mai fatto!), attraversato un breve tratto di mare per arrivare a una destinazione che ha tutte le carte per diventare, non solo un centro culturale importante di riferimento per gli abitanti di Staten Island, ma anche un luogo importante per chi voglia, da Manhattan e altri borough, arricchirsi con nuove proposte culturali italiane.

    Arrivati in villa ci siamo trovati subito immersi in un’atmosfera veramente speciale per una celebrazione che nel suo cerimoniale ha coinvolto tutti i partecipanti, anche i più giovani. Ed il dettaglio – ma non è un dettaglio – che ci ha colpito forse di più è stato la grande presenza di giovani e soprattutto di bambini. Va detto, è raro vedere giovani in occasioni di questo tipo. Ma si respirava, a Casa Belvedere, veramente un aria di famiglia. 

     
    E mentre prendevano la parola il deputato Amato Berardi, il console generale Francesco Maria Talò, la senatrice dello Stato di New York, Diane Savino, il congressman Michael McMahon, insieme ai “padroni di casa” John Profaci chairman della Foundation, la fondatrice e presidente Gina Biancardi, presentati da Louis Calvelli direttore esecutivo,  si potevano intravedere alcuni di loro giocare nella sala accanto.
     

    A conferma di questa atmosfera le parole di Gina Biancardi. Ferme, studiate nella comunicazione ma estremamente calde, femminili, dolci e accoglienti, familiari. E ci piace sottolineare quest’aspetto “femminile” della presentazione perchè siamo convinti che accompagnerà la storia di questa casa. 

    Nel suo discorso ricordi e presente. Dal pomodoro e basilico piantato dietro la casa di famiglia fino al più sofisticato design dei giorni nostri.

    “ Molti non avevano realizzato la vision di questo posto fino a questa sera.  Ma questa sera l’hanno capito.

    Sono orgoglia di essere italo-americana – ha detto - e di avere radici sia in Italia che America. Quelli che considero i migliori paesi del mondo”. “Sono la figlia di Pino e Rosalia Biancardi venuti negli anni 60 con un dollaro e un sogno, come dicevano loro. E come tanti altri vostri genitori, nonni, bisnonni hanno lavorato per far diventare l’impossibile possible.”

    E descrive subito Casa Belevedere come un posto di tangibili ed intangibili sensazioni. Tangibile per la sua esistenza,  intangibile per le sensazioni che da, come quelle che provengono da odori che amiamo. “Sono sangue del nostro sangue – continua – questo posto onora straordinarie e ordinarie persone venute prima di noi e che ci hanno fatto diventare quello che siamo diventati”.

    Ha descritto la villa come una struttura simbolica in grado di rappresentare l’heritage, la cultura italiana. Un luogo per educare a cosa vuol dire essere italiani.

    Gina ammette il rischio del distacco dei giovani da parte della propria cultura di origine ed invita ad utilizzare tutti i mezzi per “una nuova connesisone”. Questo vuol dire poter educare alla lingua, all’arte,  l’archittettura, la musica,  la cucina,  il vino,  il fashion, le macchine e molto altro ancora.

    “Connessione” per Gina vuole dire power. “Pensate – dice – noi siamo il numero uno in tutto quello che facciamo.” E termina: "Casa Belvedere deve diventare un vibrante centro di cultura.

    "Succederà, è solo questione di tempo. I can feel it  I can taste, I can smell, I dream about it every day. Insieme possiamo fare la differenza. Insieme possiamo rendere possible l’impossibile così come hanno fatto i nostri genitori e nonni”.

     
    E  John Profaci, il chairman, nel suo discorso pone sua volta l’acento sulla forte personalità della fondatrice. “In queste 5 mila quare feet il sogno di Gina dienterà vero. Chi la conosce sa che qusto succederà” .
     

    La parola poi è andata al deputato della Repubblica Italiana, Amato Berardi, che insieme al console Talò, le ha consigliato una medaglia in suo onore del Presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini: “Perchè lei è la dimostrazione che i sogni possono diventare veri”

    Tornata in mezzo al pubblico la Biancardi ha ascoltato vicino a sua figlia le parole di stima pronunciate da tutti gli altri speaker.

    Talò in particolare ha fatto riferimento alla concretezza di intenti di Gina. “Non esiste niente di più  concreto di una casa, e questo è al tempo stesso un palazzo pieno di idée. Un edificio che fa capire cosa vuole dire implementare quel thinking global and acting locally, fondamentale nei nostri tempi. State island è un grande centro per una cultura italiana, ma al tempo stesso direi universale. E’ per tutti.

    Sarà iportante crare un network con centri come questi per avere una visione globale in un mondo globale”.

    E conclude. “State Island con Casa Belvedere non è più una sleeping beauty ma un esempio di dove stiamo andando”.
     

    Un altra donna ha ripercorso nel suo discorso con efficacia l’operato di Gina Biancardi,  la Senatrice dello Stato di New York, Diane Savino. “La cultura è importante ma siamo prima di tutto italiani. Non dobbiamo dimenticare da dove veniamo e sono felide di vedere i sogni di Gina. Sogni che sono come quelli di mia nonna Domenica Roselli che è venuta  qui in una nave nel 1906 a 16 anni.”.

    E ha continuato ricordando come è venuta a conoscenza di Casa Belvedere. “La mia prima reazione, devo confessarlo, è stata questa: ma abbiamo bisogno di un altro centro italiano a State Island? Ed in questo momento economico così difficile? Poi ho incontrato Gina. Abbiamo parlato e ho capito che è necessario. Ha ragione. Serve.
     

    "Sono attualmente il presidente dell’Italian American Legislator. Siamo in 50 di origine italiana. Rappresentiamo praticamente ogni parte dello stato di New York. E Staten Island è il luogo con maggiore densità di origine italiana.

    Abbiamo bisogno di cultura. Io, come tantissimi,  non appartengo alla prima generazione ma alla terza. Non siamo più praticamente italiani, è come avere un’altra nazionalità. Ma non dobbiamo dimenticare i problemi dei nostri antenati, le discriminazioni che hanno dovuto subire.”

    E la Savino invita a stare attenti perchè, nonostante gli italo-americani occupino oggi posti di prestigio in diversi settori,  può succedere che,dimenticando la cultura di provenienza, si possa essera ancora discriminati.

    L’esempio lampante lo trova nella questione aperta dell’insegnamento della lingua italiana nelle scuole americane. “Dobbiamo ricordare quanto è importante la nostra cultura, siamo prima di tutto italiani, e veniamo discriminati se dimentichiamo da dove veniamo. Casa Belvedere è importante per questo”.

    Il congressman Michael McMahon,  nel confermare l’importanza e la necessità di un supporto alla promozione culturale italiana,  ha ricordato quanto sia stato importante nella sua formazione politica l’incontro con il senatore italo-americano di Staten Island, John Marchi.

    Nelle sue parole poi una citazione che risale a Leonardo da Vinci:

    “Ci sono tre classi di persone, diceva il grande italiano, quelle che vedono, quelle che vedono quando qualcosa si manifesta, si mostra a loro e quelle che non vedono. Gina Biancardi è stata in grado di vedere, di guardare in là.”

    L’edifico dovrà essere ristrutturato, adattato, dovranno essere installate facilitazioni per handicappati, ascensori. Occorrono due milioni e mezzo di dollari. Ma Gina non si scoragggia certo: “per ora stiamo raccogliendo fondi privati per avviare i lavori."

    A Gina Biancardi ed insieme a lei a John Profaci, chairman della Foundation, e Louis Calvelli, direttore esecutivo , da parte di i-Italy i migliori auguri e la promessa di seguire il più vicino possibile il loro lavoro.’

  • Life & People

    Staten Island. @ Casa with Gina

    Staten Island. Casa Belvedere is located on more than three acres of garden, atop a green hill. It is a place that you will be hearing about, and that will make people speak in Italian. We are sure about it.

    Just before it, you can admire a marvelous view of the bay of New York, while the distant and suggestive Verrazano Bridge conjures up memories of great challenges of the renowned XV century Italian explorer.

    The challenge, in our specific case, has just started. It consists of founding in Staten Island a 360-degree Italian cultural campus that will host Italian language, culinary, art, and music classes, as well as galas, fashion shows, wine tastings, exhibits, and symposiums focused on Italian themes. 
     
    The structure, at 79 Howard Avenue, was built in 1908 by merchant and philanthropist Louis Boebling-Stirn and his wife Laura, niece of the architect that originally designed the Brooklyn Bridge.  The architectural details of this "house" make it a suggestive and most welcoming venue. Gina Biancardi, founder and president of the Italian Cultural Foundation of New York, who first discovered the “Casa,” decided to transform it into something special. We agree with her... it is not hard to see the strong potential that lies just beneath the surface.

    The twelve bedrooms at the upper level will become classrooms for teaching Italian language, while other rooms will be transformed into offices, and the largest ones, in turn, into spaces for exhibits and lectures.
     
    i-Italy took the ferry to Staten Island (everybody should have that experience!), and crossed a short strip of sea to get to this place that has all the potential to become not only an important cultural center for the residences of States Island, but also a venue for all of those who, coming from Manhattan or other boroughs of New York, are in search of new Italian cultural activities.
     
    Once we arrived, we immediately felt engulfed by a very special and festive atmosphere, given that the ceremony that was going on involved all of those attending, the youngest ones included. We need to point out, indeed, that there was a consistent number of younger people and children among us, and this is not a detail to ignore. It is rare to find young people in meetings of this kind. But on that day we really felt surrounded by a family atmosphere at Casa Belvedere.
     
    Executive Director Louis Calvelli opened the nicely timed program of events. Indeed, while Deputy Amato Berardi, Consul General Francesco Maria Talo', New York State Senator Diane Savino, Congressman Michael McMahon, and gracious "hosts" John Profaci, Chairman of the Foundation, and President Gina Biancardi, all gave their speeches, we could see some of the children playing in the next room.
     
    Gina Biancardi's words reflected well the atmosphere mentioned above. They were decisive and communicative, as well as extremely warm, feminine, sweet and familial at the same time. We feel the need to underline the "womanly aspect" of her speech, precisely because we are confident that it will characterize the story of the "house" from now on. In her speech, in fact, memories were mixed with present-day references. From the tomatoes and basil growing in her family house backyard to the sophisticated designs of modern times.

    “Many had not understood what I meant when I talked about this place, my vision of it, before they came here tonight. I am proud to be Italian American - she said - and to have roots both in Italy and America, the countries that I consider the best of the world". “I am the daughter of Pino and Rosalia Biancardi, who came here in the 1960s with a dollar in their pockets and a dream, as they used to say. And, just as many of your parents, grandparents, and great grandparents, they worked to make the impossible become possible."
     
    She described Casa Belvedere as a source of both tangible and intangible sensations. They are tangible because it is by now an existing reality; intangible for the feelings we experience there, such as those originating from the aromas of the past that we remember and love. “They are blood of our blood - she continued. “This place pays tribute to both ordinary and extraordinary people that, preceding us, contributed to make us become what we are now."
     
    She described the villa as a symbolic structure that can properly represent the Italian heritage and culture. It is a place where people can learn what it means to be Italian.

    Gina knows that there is a real risk that young people can detach from their culture of origins.
    Her idea is to use all means possible that can help in creating “a new connection", including the teaching of Italian language, art, architecture, music, cuisine, wine, fashion, cars, and so on.

    Gina sees "connection" as a form of power. "Think about it -she said - “We are number one in everything that we do." She finally ended her speech stating that she wants Casa Belvedere to become a most vibrant cultural center.

    "It will happen, it is just a question of time. I can feel it, I can taste it, I can smell it, I dream about it every day. Together, we can make the difference. Together we can make the impossible possible, just as our parents and grandparents did".

    In his speech, Chairman John Profaci praised the strong personality of the founder of the institution. "Gina's dream will come true in these 5,000 sq ft. Those who know her, know that it will happen."

    The microphone was then given to the deputy of the Republic of Italy Amato Berardi who, together with Consul Talò, awarded her with a medal on behalf of the President of the Italian Chamber of Deputies Gianfranco Fini: "You are the proof that dreams can come true.”

    Seated among the public, next to her daughter, Mrs. Biancardi listened to the praising words of the speakers that followed one another at the podium.

    In particular, Consul General Talò highlighted how Gina has shown to be extremely pragmatic in the pursuit of her goals. "Nothing is more concrete than a house, and this one in particular is a palace full of ideas. It is a structure that well shows what it means to think global and act local, essential in our times. State Island is a great center for a culture that can be both Italian and universal at the same time. It is a culture open to everybody. It will be important to create a network of centers like this one to nourish a global vision suitable for the new glocal world." He then concluded: "Staten Island and Casa Belvedere are not sleeping beauties anymore, but have become a valid example of the path that we are following".
     
    Another woman efficaciously traced back the work carried on by Gina Biancardi. New York State Senator Dianne Savino. stated that "culture is important, but first and foremost we are Italians. We must not forget where we come from, and I am happy to see the dreams of Gina coming true. They are the same of my Nonna Domenica Roselli who came here by boat when she was 16 in 1906."

    She went on to tell us how she came to know about Casa Belvedere. "I must confess it: my first reaction was to ask myself if we needed another Italian center in Staten Island. Then I met Gina and talked to her, and understood that it was necessary. She was right.

    I

    am the President of the Italian American Legislators Association. There are 50 of us of Italianorigins, and we represent nearly every area of the State of New York. Staten Island is the one with the greatest Italian population density. We need culture. Just like many others, I do not belong to the first but to the third generation. We are not Italian anymore, it is like having another nationality. We must not forget the problems of our ancestors, the discrimination that they were subjected to."

    Senator Savino invited us to continue to be vigilant, because, although Italian Americans cover prestigious positions in the more diverse sectors today, it can happen that, if we forget our culture of origins, we can once again fall victim to systemic discrimination.

    The most valid example for this is the question of the teaching of the Italian language in American schools: "We must remember how important our culture is. We are Italians, and we will be discriminated if we forget where we come from. Casa Belvedere is important for this."
     
    Congressman Michael McMahon confirmed the importance and necessity to support the promotion of Italian culture; and he mentioned how vital to his political education was his long-ago meeting with the Italian-American senator of Staten Island John Marchi.
     
    He also quoted Leonardo da Vinci: "There are three kinds of people, the great Italian used to say: those who see, those who see only what they are shown, and those who don't see. Gina Biancardi was able to see".

    The building will be remodeled in some areas, retrofitted in others, and adapted to its new functions. Facilities for people with disabilities, for instance, and elevators will also be installed. Approximately two and one half million dollars will be needed. Gina, however, is not easily discouraged: "We are already collecting private funds to start the works".

    i-Italy wishes Gina Biancardi, Chairman John Profaci, and Executive Director Louis Calvelli the best for Casa Belvedere, with the promise to follow as closely as possible those activities and events they will be organizing.

  • Life & People

    The New Face of the Italian Cultural Institute. Meeting Director Riccardo Viale

    The arrival of a new director at the Italian Cultural Institute has always marked a change, highlighting the organization’s varied objectives and priorities.

    This distinct lack of continuity, perhaps the most difficult thing to explain to an American reader, also reflects the considerable diversity within the Italian cultural world. 

    Viale has a very different background from that of his two recent predecessors. Renato Miracco and Claudio Angelini are both Neapolitans—the former an art historian and curator, the latter a journalist and a writer, former U.S. Bureau Chief for RAI. Viale instead is from Turin, a professor of Epistemology of the social sciences at Bicocca in Milan, president of the Rosselli Foundation, and founder of the Herbert Simon Society, which attracts economists and cognitive science scholars from all over the world. We begin our conversation by discussing the difficult task of promoting Italian culture in the U.S.

    What brings a scholar with your background to the Italian Cultural Institute?
    The key is to deal with certain issues that are related to economic policy, for example, by understanding the entire series of innovations that have emerged in science, including studies on the nature of cognitive behavior and the rationale for certain economic decisions.
     

    It is a key which helps to explain why the prevailing approach to the financial crisis is linked to patterns of interpretation and forecasting that are no longer acceptable and that can further lead to major public policy risks in the field of economics.
     

    Along these lines, we are planning a series of initiatives to review new models in economic theory that can be used to avoid another similar crisis in the future.

    We get the sense that there is the need for a strong relationship with the world of scholarly research...

    I will work to create connections that do not currently exist, as well as work with ISSNAF. We need to help Italian researchers with good ideas find others who can appreciate them here. We need to create a bridge between Italy and the United States.

    Then, in the field of epistemological issues we have set up a series of initiatives, one of which will be called “art, philosophy, and neuroscience.” The relationship between contemporary art and the viewer will be analyzed not only by looking at external economic or sociological models, but also in light of several different neuro-cognitive models.

    We shall investigate how the neuro-cognitive dynamic impacts aesthetics, how it changes depending on artistic trends, and what this mean at the level of market dynamics. It will deal with why contemporary art remains so strong even though in terms of neuro-cognitive models there is little impact on the level of aesthetic appreciation. This is related to the pervasive short circuit that exists between artist, gallery owner, and speculator in the contemporary art market.

    What interests me is how these studies on the human mind in cognitive and neuro-cognitive terms can help to modernize and benefit a number of scientific disciplines, including the social sciences as well as aesthetics and ethics, on a practical level. For this reason, in fact, there are a growing number of disciplines such as neuro-aesthetics and neuro-ethics.

    We inevitably ask how he views the differences between the Italian and American academic systems,  and how he views them as the director of the ICI.
    The frustration that an Italian academic feels is directly related to the potential that the American academic world offers. What an Italian comes to do as the director of a cultural institute is try to overcome the sense of powerlessness that he perceives in his professional life at home by creating relationships with universities, which should also become the model to follow in our country.

    On the other hand, although the U.S. has undergone a period of crisis, it is also true that unlike other countries there is the possibility of surviving it because it has a university system that produces leaders and a body of knowledge capable of revitalizing the competitiveness of the American industrial system.
     

    The true strength of America lies in its “knowledge economy” and this is closely connected to where knowledge is gained, and in particular the network of American academic institutions. As the director of the institute I want to create relationships within this network, which means talking to young Americans as well as Chinese and Indians. They are the future leaders, those who will work in research centers, in management, and in institutions. Communicating a certain view of Italian culture to them will help improve Italy’s image in the future.

    After a few months, what are some of the difficulties you foresee?

    The limitations can all be overcome and there is no need to cry over them. Even the budget constraints are often an excuse but money can be found. Although it is a difficult period, initiatives can be undertaken by finding the right partners and the right sponsors.

    And you have already begun to spin your web, establishing strong relationships with American universities, institutions, museums...
    The universities with which we have already opened discussions and have joined our committee of scientists in chronological order are Columbia, NYU, Princeton, Brown, Harvard, MIT, and the University of Miami. We will then go ahead with Yale in Connecticut, Georgetown in Washington, D.C., and the most important think-tanks.
    We have already made contact with the Metropolitan Opera. I proposed three initiatives: co-producing an exhibit of works at the Teatro dell’Opera in Rome that was done in the Sixties, placing the larger ones at the Met and the smaller ones here at the Institute; working on an exhibit about the famous opera singer Renata Tebaldi; and finally displaying the most interesting opera costumes made by Sartoria Tirelli. The third initiative seems particularly interesting to me in the near future and we are currently assessing the space.

    Is there interest on the part of Americans with respect to Italian culture?
    Yes, but they want quality programs. Sometimes Italian institutes out of laziness agree to the proposals coming from Italy which becomes a sort of chain of transmission: you get something already pre-packaged and if it’s low cost then money becomes available to the Institute, but if it costs a lot then it’s denied.

    So then it’s a problem of selection?
    The difficulty lies in knowing how to say no to many of these proposals. I’ve already begun to receive many, for example, on contemporary art, an area in which we receive many proposals for exhibit. We decided then, as a matter of universal principle, to direct all proposals through a call for submissions which will end at the end of June and in which all Italian artists are invited to participate, especially those who are under the age of 40 and who are not yet firmly established. An independent jury made up of both Italians and Americans will select the best three and the winners will receive one month each at the Italian Cultural Institute to exhibit their work, along with a catalog, advertising, and anything else needed for promotion.

    So what are the next general initiatives for the Italian Cultural Institute?
    n the fall there will be a week dedicated to Italian cinema and a comparison between Italian and American films in collaboration with the Piedmont Film Commission and the Tribeca Film Festival, if they agree.
     

    In terms of music, there will be Jazz Italia at Lincoln Center. There’s also the exhibit on Tebaldi in September, and a series of conferences with Accademia dei Lincei. Then, since we have not yet celebrated Noberto Bobbio, we are organizing a program in his honor, one on ethics and war with Michael Waltzer at Princeton, and one on democracy at Brown with Prodi and Pasquino as well as other experts in the area.

    We are also considering a series of conferences on scientific innovation: the first on twin-cylinder engines in which Sergio Marchionne (CEO of Fiat SpA and CEO of Chrysler) is expected to participate, the second on an eco-friendly factory in Turin, and the third on photovoltaic energy with Gruppo Eni

    And there’s the Foundation…
    The foundation, Friends of the Italian Cultural Institute, is already in the constitution and will be ready within two months, mainly involves young people, the majority of them Americans rather than Italians. In this way the Institute can focus on what really interests the younger generation of Americans.

    The foundation will also focus on fund-raising projects and then present programs that have already received funding.

    Overall, I will try to create an institute that offers a 360-degree view of Italian culture and one that looks toward the network of universities on the east coast.

  • Riccardo Viale: "Un Istituto di Cultura a 360 gradi"

    L’arrivo di un nuovo direttore all’Istituto Italiano di Cultura ha sempre segnato un cambiamento, disegnando in maniera diversa gli obiettivi e le priorità della struttura.

    Questa tradizionale discontinuità—forse la cosa più difficile da spiegare al lettore americano— d’altronde rappresenta anche l’indice della forte eterogeneità del mondo culturale italiano.

    Viale è un uomo con un background molto diverso da quello dei suoi due più immediati predecessori, Renato Miracco e Claudio Angelini: entrambi napoletani, l'uno storico dell’arte e curatore di mostre, e l'altro giornalista, autore ed ex direttore del bureau statunitense della RAI. Viale è torinese, professore ordinario di Epistemologia delle scienze sociali alla Bicocca di Milano, Presidente della Fondazione Rosselli e fondatore della Herbert Simon Society, che raccoglie economisti e studiosi di scienze cognitive del mondo. Avviamo con lui una conversazione sul non facile compito di promuvere la cultura italiana negli USA.

    Cosa porta all’Istituto Italiano di Cultura uno studioso con il suo background?
     Una chiave per affrontare certi temi che sono legati per esempio alla politica economica, per capire tutta una serie di novità che emergono in ambito scientifico, inclusi gli studi sugli aspetti di carattere cognitivo e razionale nelle scelte economiche.
     

    Una chiave, ad esempio, che permette di spiegare perchè l’approccio più diffuso alla crisi finanziaria è legato a modelli d’interpretazione e di previsione assolutamente non più accettabili e che portano a grandi rischi nelle politiche pubbliche in campo economico.
     

    Stiamo preparando in questo senso una serie d’iniziative per analizzare i nuovi modelli nella teoria economica che possono evitare la ricaduta in crisi di questo tipo…

    Si intuisce dalle sue prime parole la necessità di un rapporto intenso con il mondo dell’Università, della ricerca…

     Cercherò di lavorare in questo senso sui collegamenti che non ci sono. Anche insieme all’ISNAF (Italian Scientists and Scholars in North America Foundation). Occorre aiutare i ricercatori italiani che hanno buone idee a trovare chi possa valorizzarle qui. Occorre creare un bridge tra Italia e Stati Uniti.

    Poi, nel campo degli aspetti di carattere epistemologico, abbiamo messo in piedi una serie d’iniziative, una delle quali sarà intitolata ‘arte, filosofia e neuroscenze’. Il rapporto tra l’opera d’arte contemporanea e il suo  fruitore sarà analizzato guardando non soltanto a modelli esterni di carattere economico o sociologico, ma alla luce di diversi modelli neurocognitivi.

    Ci si chiederà qual’è la dinamica neurocognitiva nell’impatto estetico e come cambia a seconda delle correnti artistiche, e cosa significa quello a livello delle dinamiche dei mercati. E si tratterà di riflettere sul perchè l’arte contemporanea sia forte pur avendo dal punto di vista dei modelli neurocognitivi uno scarso impatto a livello di fruizione estetica. Questo è legato al cortocircuito perverso che c’è tra artista, gallerista e speculatore nel campo del mercato dell’arte contemporanea.

    Ciò che mi interessa introdurre è come questi studi sulla mente umana, dal punto di vista cognitivo e neurocognitivo, possano contribuire a modernizzare e rendere più forti a livello esplicativo una serie di discipline scientifiche: scienze sociali in genere ma anche estetica, etica. Per questo stanno nascendo infatti una serie di discipline come la neuroestetica, la neuroetica.

    E’ inevitabile chiedergli come vede la differenza tra i due sistemi accademici, l’italiano e l’americano, e come la vive da direttore dell’IIC.
    In rapporto alle frustrazioni che ha un accademico italiano e alle potenzialità che ha il mondo accademico americano? Ciò che un italiano viene a fare in qualità di direttore di un Istituto di Cultura è cercare di superare il senso di impotenza percepito nella sua vita professionale in Patria, rapportandosi con centri universitari che dovrebbero essere il modello da seguire nel nostro Paese.

    D’altra parte, se è vero che gli Stati Uniti hanno attraversato un periodo di crisi, è anche vero che a differenza di tutti gli altri Paesi hanno la possibilità di uscirne perchè dispongono di un sistema universitario che produce classi dirigenti e conoscenze in grado di rimettere in piedi la capacità competitiva del sistema industriale americano.

    Il vero punto di forza dell’America è la knowledge economy e ciò è strettamente legato a dove si produce la conoscenza, e dunque in particolare alla rete delle istituzioni accademiche americane. Io come direttore dell’Istituto di Cultura voglio rapportarmi con questa rete, il che significa parlare a giovani americani, ma anche cinesi o indiani. Saranno la futura classe dirigente, quelli che andranno a lavorare nei centri di ricerca, nel managment, nelle istituzioni. Comunicare a loro una certa visione della cultura italiana contribuirà a migliorare l’immagine dell’Italia nel futuro.

    Dopo pochi mesi… quali sono le difficoltà che intravede?

    I limiti sono tutti superabili e non bisogna piangersi addosso. Perfino i vincoli di budget sono spesso una scusa, i soldi si trovano. Anche se è un periodo difficile le iniziative si possono fare trovando i giusti partner e i giusti sponsor.

    E ha già cominciato a tessere la sua tela. Rapporti intensi con università, istituzioni americane, musei …
    Le università con cui abbiamo già aperto dei rapporti e sono entrate nel nostro comitato scentifico sono in ordine cronologico, Columbia, NYU, Princeton, Brown, Harvard, MIT, and the University of Miami. Poi andremo avanti con Yale in Connecticut, la Georgetown di Washington e i think-tank più importanti. Abbiamo già preso contatti con il Metropolitan Opera. Ho proposto tre iniziative: realizzare insieme una mostra di opere realizzata al Teatro dell’Opera di Roma negli anni sessanta, collocando quelle più grandi al Metropolitan e le più piccole qui all’Istituto; collaborare con la rassegna della famosa cantante lirica Renata Tebaldi e infine portare qui i costumi d’opera piu interessanti realizzati dalla Sartoria Tirelli. Nell’immediato mi sono parsi molto interessati alla terza iniziativa, e stiamo ora verificando gli spazi.

    Che tipo di attenzione ha constatato da parte degli americani nei confronti della cultura italiana?
    Vogliono cose di qualità. A volte gli Istituti italiani per pigrizia recepiscono le proposte che arrivano dall’Italia e diventa una specie di catena di trasmissione: ti arriva una cosa già preconfezionata, se costa poco si mettono i soldi di cui dispone l’Istituto, se costa tanto si rinuncia...

    C’è quindi un problema di selezione?
    La difficoltà è saper dire di no a molte di queste proposte. Io ho già cominciato a dirne tanti, per esempio sull’arte contemporanea, settore su cui ci giungono moltissime proposte di mostre. Abbiamo deciso, anche per una questione di principio universalistico, di concentrare tutte le proposte in un bando che scadrà a fine giugno e al quale potranno partecipare tutti gli artisti italiani, in particolare che abbiano meno di 40 anni e che non siano ancora stabilmente affermati. Una commissione indipendente, italiana e americana, selezionerà i primi tre e i vincitori avranno a disposizione un mese ciascuno presso l’Istituto Italiano di Cultura per esporre le loro opere, con un catalogo, la comunicazione e tutto ciò che serve alla promozione.

    Dunque quali saranno in sintesi le prossime inizative dell’Istituto di Cultura di New York?
    In autunno ci sarà una settimana dedicata al cinema italiano e al confronto fra cinema italiano e americano in collaborazione con la Film Commission Piemontese e il Festival di Tribeca, se aderirà.

    Per la musica, ci sarà il Jazz Italia al Lincoln Center. Poi la mostra della Tebaldi  a settembre, e una serie di conferenze nel periodo autunnale con l’Accademia dei Lincei. Poi, dato che qui non è ancora stato celebrato il centenario di Noberto Bobbio, stiamo organizzando dei seminari in suo onore, uno sull’etica e la guerra con Micheal Waltzer a Princeton, ed uno sulla democrazia alla Brown, dove ci saranno sia Prodi sia Pasquino, ed altri esperti nell’area.
     

    Stiamo anche pensando ad una serie di conferenze sull’innovazione: la prima sul motore bicilindrico a cui dovrebbe partecipare Sergio Marchionne (Ceo di FIAT e del Gruppo Chrysler), la seconda sulla fabbrica ecosostenibile torinese, la terza col gruppo Eni sull’energia fotovoltaica.

    E c’è poi anche la Fondazione…
    La fondazione Friends of the Italian cultural institute, che è già all’atto costitutivo e nel giro di due mesi sarà pronta, è composta soprattutto da giovani, con la componente americana maggioritaria su quella italiana. In questo modo si potrà orientare l’Istituto verso ciò che realmente interessa le giovani generazioni americane.
     

    Di solito si fanno iniziative autoreferenziali, che interessano solo gli italiani, mentre noi cercheremo di andare incontro ad un reale interesse degli americani.
     

    La fondazione si occuperà inoltre del fund-raising e dunque presenterà progetti che avranno già ricevuto il finanziamento.

    Insomma cercherò d’impostare un Istituto aperto a 360 gradi sulla cultura, e che abbia come terminali i sistemi delle Università dell’East coast.”

  • Life & People

    Afghanistan. Daniele Mastrogiacomo. Beyond Fear

    In March 2007 Daniele Mastrogiacomo, a war correspondent for La Repubblica, was captured by the Taliban and was imprisoned for several days that took him into the most hidden places in Afghanistan, in the deep south, right on the border with Pakistan. Among the mountains, villages, and in direct contact with an unknown world, the journalist is faced with the fear of not surviving but also with the natural curiosity of a professional who wants to understand everything – even his enemy.

    After more than two years after his release, his book  I Giorni della Paura (Days of Fear) was released, which traces his story of being held hostage. A true, authentic account that reconstructs the hours, the moments, the breaths of a unique and terribly cruel experience spent with his fellow prisoners. All this contrasts with the colors and the evocative landscapes of Afghanistan.

    The Italian journalist’s driver, Sayed Haga, is slaughtered and beheaded His execution is the obvious culmination of this story.

    It must be said, though, that Mastrogiacomo still lives through difficult moments even after his release. In fact there have been many controversies surrounding the circumstances.

    We have decided not to tackle the details in this interview; instead we would like focus on the book that after enjoying considerable success in Italy will soon be published in the United States.

    Daniele meets us in our offices. He arrives early, along with a representative from Europe Editions. Intrigued, he looks around while we accompany him to the library where the interview will take place. i-Italy? What do you do?

    Mastrogiacomo is first and foremost a journalist, and it becomes clear with his initial words. He answers our questions succinctly and with precision.

    He is touring the U.S. for several days to promote his book. It’s an intense trip, one that is packed with appointments.

    Europe Edition did a great job, organized excellent presentations. We were in Los Angeles, Chicago, Washington, New York, and now here. They read excerpts from the book in various book stores. It’s been an important and exceptional experience for me.

     

    When did the idea of translating the book for the American public come about?

     

     It was Michael Reynolds, a few months after its release in Italy. He immediately thought that it would be successful in the U.S. It’s been translated using language that may be a little unusual; it’s not exactly as it is in Italian but it retains the same sense and spirit.

    The book is distinctive; it’s a kind of nonfiction narrative but with a whole range of feelings behind it.

     

    Days of presentations. Meetings with Americans. What was the public like?

    "Very warm, hundreds of people flocked to the presentations. And considering that thousands of other books are sold every day, I was deeply satisfied."

    We tell him that perhaps one of the keys to success is the balance that he has been able to strike between retelling the events and the narrative elements…
     

    " I don’t have specific techniques; I’ve been a correspondent for the last 15 years. As a journalist, you always little limited space. Writing a book is something else entirely. I think the form that I’ve chosen is the most direct; in any case it’s what spontaneously came to me. I thought that if I told the story while I described what I was feeling that it would make an interesting mix. I worked very hard on it, but ultimately the final draft varies only slightly from the original…."

    He also tells us that at first he did not want to write the book. 

    "Initially I didn’t want to. I didn’t consider myself a star; we’re journalists, other people are stars. For this reason I’ve maintained a very low profile. Then I sent it to my editor because he’s a friend of mine, just to get an opinion. At the time there were many books on Afghanistan coming out. Why mine too? But at some point I thought it should be written, that it was even a duty to those friends who had died, people who had suffered. And then for anyone who wanted to know the rest of the story…"

    You deliberately did not address the controversy that arose after your release, even though you were working on the book while it was going on. Why?

    "In Italy everything causes controversy. They’re interested in their debates, which are instrumental. In Italy, anything that’s controversial is instrumental. Even the dead. “Trade, not trade negotiation.” They don’t even know what the Taliban is!Now they’re negotiating with the Taliban.

    They’re things that unfortunately are happening more often, so it’s obvious that when faced with human lives you negotiate. But the debates were abstruse.

    So they upset me very much."

    And the Taliban was compared to the Red Brigades….

    "They did it because, in my opinion, they have no idea what the Taliban is. It’s an inaccurate comparison that doesn’t make any sense because in reality they are two completely separate elements.

    The Red Brigades were a group in the Seventies who were highly educated. With the Taliban we’re talking about a significant proportion of people, not a small group, 5% of the population.

    The Taliban was not suddenly formed in the wake of a project like the Red Brigades. They have been around for ages and they’ve been in power for six years.

    That they’re different now and that there are other institutions is true, but they have left the country in a medieval state. And not only because they forces women to wear burqas, but also because they ban everything – any kind of culture or information; it’s because they live in ignorance.

    Because they fear the spread of culture, because through culture through you fill people’s minds and when a person can have an opinion and perhaps make a choice, then they can change. They fear this. "
     

    What is, what was fear to you?

    "Fear is a concept that we always live with. For example, anxiety in the morning, when we fear that we’ll never get to the end of the day. But the fear I felt when I was a prisoner was different; it was the fear of losing everything, of not being able to continue what I was doing. In this case, then, you also have the fear of confronting yourself. The fear measured against yourself: how do you confront your own death? Then facing the fact that you are a survivor and so how do you react after that? Fear of being different and thus not being the same as before, of no longer recognizing yourself and thus no longer being able to measure yourself against the outside world. But today, fortunately, those ghosts are behind me…"

    Mastrogiacomo’s capture was unusual. In fact he maintained direct contact with his captors during that time. We ask him about the Taliban, who they were.

    "Yes, we talked a lot. I found out that they are great liars who are basically criminals; they’re people who really don’t want what’s best for the country. They feel as though they are the bearers or custodians of absolute truth in the religious sense.

    It’s the phenomenon of extreme religious fanaticism, as in the times of the Crusaders.

    When there is fundamentalism and radicalism, it inevitably comes to fanaticism and therefore the conviction of being right while all others are wrong.

    If these people decide to blow themselves up we are very far away from the principle of freedom.

    I think that someone has given you the right to do so. But who? You do it on the basis of what? The fact that you follow your own precepts of the Koran in this way is unthinkable…. I have thousands of Muslim friends, who point to them as crazy and say that they are a tiny minority; the war turned them into terrorists."

    At this point how do you see the future of Afghanistan?

    I welcome Obama’s new approach which is to involve the groups within Pakistan and the nations that surround Afghanistan. It is not a simple thing but it’s necessary to convince the other countries to take responsibility."

    So a bit of optimism with respect to Obama’s approach?

    "Yes, I’m an optimist in terms of this approach because it is completely different from the Bush administration. I think that’s producing results. The fact that there were more deaths in Pakistan than in Afghanistan earlier this year means that Pakistan has a serious problem at home. So we must fight it. Then you can negotiate, as soon as you get results. We now talk about negotiations, and it’s normal that way. This is a word that perhaps scares Italians...."

    Can you briefly describe the work of Emergency ...

    "Emergency is a large non-governmental organization which is also present here in the U.S. It does a superb job, and it’s been recognized by everyone on both the right and the left in various countries.

    They deal with the prevention and treatment of the war wounded, and they are obviously present where there are war and in areas on the front line.

    The only hospital there was built by Emergency and allows anyone, regardless of affiliation, to get treatment. This may be disconcerting to the English and others who are stationed there.

    If curing one’s enemies by neutral parties constitutes a problem, then you must ask those who took the Hippocratic oath.

    Some may even refuse as conscientious objectors, saying 'You are the enemy so we don’t care about you.' I don’t know but I find it a bit stupid. In reality, the decision to choose doctors for Emergency as mediators of the Italian state is something that is regulated by the Afghan government and its sovereignty. It has acted through Emergency because it was the only organization present in the area."

    Is there a particular message that you’d like to bring to the United States more so than in Italy?

    "What I’d like to do is make a small contribution to American readers and describe these people who are living thousands of miles away. Then I can somehow take readers by the hand and carry them into southern Afghanistan, an area historically considered to be Taliban territory. Many want to know who these people are and who has helped Bin Laden take responsibility for the attack on the Twin Towers.

    The Taliban kill a lot of soldiers. I want to tell the public about the world of these people, their different concept of justice, religion, what they think of women, men, films, television…. I think it’s essential that they never return to power in Afghanistan."
     

    Was it your choice to become a war journalist?

    "Forced, because of the two wars that were going on during the Bush administration. Before that I was an international correspondent but I often traveled to the Middle East."

    But you’ve also covered the justice system extensively….

    "For ten years, during the “Mani Pulite” investigation. I stopped and then went back to what I was doing before, reporting as a correspondent. Scalfari, the director of the La Repubblica asked me to follow the investigation team in Rome and then I was all over Europe. But I didn’t feel at ease covering the justice system. You have to be escorted, but it’s certainly a great learning experience. It’s very useful because it’s very practical."

  • Afghanistan. Oltre la paura. Intervista con Daniele Mastrogiacomo

    Marzo 2007, Daniele Mastrogiacomo, inviato di Repubblica, viene catturato dai talebani e comincia una prigionia di diversi giorni che lo trascina nell’Afghanistan più nascosto, nel profondo sud, proprio al confine con il Pakistan. Tra le montagne, nei villaggi, a diretto contatto con un mondo sconosciuto, il giornalista si deve confrontare con la paura di non sopravvivere ma anche la curiosità naturale di un professionista che  vuole capire. Anche il proprio nemico.

    Dopo più di due anni dalla sua liberazione esce il suo libro, "I giorni della paura", con cui ripercorre la sua storia di ostaggio. Un racconto vero, autentico che ricostruisce le ore, gli attimi, i respiri di un’esperienza unica e crudele insieme ai compagni di prigionia. Il tutto contrasta con i colori ed i paesaggi suggestivi dell’Afghanistan.

    L’esecuzione dell'autista del giornalista italiano: Sayed Haga, sgozzato e decapitato, rappresenta il momento più delicato di questa storia.

    E va detto, Mastrogiacomo vive giorni difficili anche dopo la sua scarcerazione. Infatti molte sono state subito dopo le polemiche. Abbiamo deciso di non affrontarne i dettagli in questa intervista che vuole raccontare prima di tutto questo libro che, dopo aver riscosso un notevole successo in Italia, viene pubblicato negli Stati Uniti.

    Incontriamo Daniele nella nostra redazione. Arriva in anticipo. Ci aspetta, insieme ad una responsabile di Europa Editions. Incuriosito si guarda intorno mentre lo accompagnamo in biblioteca, dove si svolgerà l’intervista. I-Italy? Cosa fate? Chiede.

    Mastrogiacomo è prima di tutto un giornalista e si vede dalle prime parole. Risponderà con precisione ed efficacia alle nostre domande.

    E’ in giro negli Usa da diversi giorni per presentare il suo libro. Un viaggio intenso, pieno di appuntamenti.

    “Europa Editions ha fatto un ottimo lavoro, organizzato importanti presentazioni. Siamo stati a Los Angeles, Chicago, Washington e adesso qui. Ha letto brani tratti dal libro in diversi bookstores. E’ stata un’esperienza importante ed unica per me”.

    Quando è nata l’idea di tradurre il libro per il lettore americano?

    “E’ stato Michael Reynolds, a pochi mesi dalla sua uscita in Italia. Ha creduto subito che poteva avere successo negli USA. E’ stato tradotto con un linguaggio forse un po’ esotico, non è proprio come in italiano, ma rimane lo spirito e il senso.

    E’ un po’ particolare, una sorta di romanzo-verità, però con tutta una serie di sentimenti dentro.”

    Giorni di presentazioni.  Di incontri con americani. Come ha trovato il pubblico?

    “Molto caldo, sono affluite centinaia di persone alle presentazioni. E considerando che vengono venduti migliaia di altri libri al giorno è stata una grande soddisfazione.”

    Forse una delle chiavi del successo è nell’equilibrio che hai saputo trovare tra la cronaca e l’elemento romanzesco…

    “Io non ho tecniche particolari, faccio l’inviato da 15 anni. Come giornalista, hai sempre uno spazio un po' limitato. Scrivere un libro è tutta un’altra cosa. Secondo me la forma che ho scelto è la più diretta, in ogni caso è quella che mi è venuta spontanenamente. Ho pensato che se io raccontavo questa storia e contemporaneamente descrivevo cosa avevo provatoavrei realizzato  un mix interessante. Ci ho ho lavorato tanto, ma in definitiva la stesura finale è variata di poco rispetto a quella originale...”

    Racconti anche di non aver desiderato subito di scrivere il libro.

    “Inizialmente non volevo. Non mi considero una star, siamo dei giornalisti, le star sono altre. Per questo ho mantenuto un bassissimo profilo. Poi l’ho mandato al mio editore perchè è un mio amico, giusto per avere un’opinione. In quel periodo erano usciti tanti libri sull’Afghanistan… Perché anche il mio? Ma ad un certo punto ho pensato che andava scritto, che era un dovere anche nei confronti di amici che erano morti, gente che aveva sofferto. E poi per chiunque volesse sapere il resto della storia”.

    E volutamente non ha affrontato le polemiche sorte dopo la liberazione, nonostante lo abbia rielaborato proprio in quei giorni. Perché?

    “In Italia fanno polemica su tutto. A loro interessano le loro polemiche e così tutto diventa strumentale. Persino i morti. ‘Scambio, non scambio, trattativa...’ Non sanno nemmeno cosa sono i talebani! Adesso si negozia con i talebani. Sono cose che accadono purtroppo sempre più spesso, quindi è ovvio che di fronte a delle vite umane si negozi. Erano polemiche astruse, mi facevano molto male…”

    Ed i talebani poi, sono stati accostati anche alle Brigate Rosse…

    “Secondo me non hanno idea di cosa siano i talebani. E’ un accostamento infelice e che non ha senso, perchè sono due realtà completamente distinte. Le Brigate Rosse erano un piccolo gruppo degli anni settanta, con un alto livello d’istruzione. Con i talebani parliamo di una parte consistente del paese, il 5% della popolazione. Non sono nati sull’onda di un progetto politico, come le Brigate Rosse. Sono presenti da tantissimo e sono stati al potere per anni.

    Ed hanno lasciato il Paese allo stato medioevale. E non solo perchè costringevano le donne ad indossare il burqa, ma perchè vietavano qualsiasi cosa, qualsiasi tipo di cultura, d’informazione, perchè vivevano nell’ignoranza. I talebani hanno paura del diffondersi della cultura, perchè attraverso la cultura tu riempi le menti delle persone e quando una persona può farsi delle opinioni magari sceglie e quindi può cambiare. Loro temono questo.”

    Cosa è, cosa era per te la paura?

    “La paura la viviamo sempre. Per esempio l’ansia alla mattina, quando temiamo di non riuscire ad arrivare a fine giornata. Ma la paura che ho provato quando ero prigioniero era diversa, era la paura di perdere tutto, di non poter continuare a fare quello che facevo. In questo caso quindi hai la paura del confronto anche con te stesso. La paura di misurarti con te stesso: come potrai reagire alla prova della morte? Di fronte al fatto che sei rimasto un sopravvissuto e quindi come potrai reagire dopo? Paura di essere diverso, e quindi non essere più come prima, di non conoscerti più e quindi non saperti più misurare con il mondo esterno. Ma oggi, per fortuna, quei fantasmi sono alle spalle…”

    La tua non è stata una prigionia "classica". Nel corso di quei giorni hai 'studiato' a fondo i tuoi carcerieri. Chi erano quei talebani?

    “Si, abbiamo parlato molto. Ho scoperto che sono dei gran bugiardi, che sono in fondo dei criminali, sono delle persone che in realtà non vogliono sicuramente il bene del Paese. Si sentono detentori o custodi della verità assoluta, in senso religioso. Un fenomeno di fanatismo estremo, come ai tempi dei crociati. Quando c’è il fondamentalismo e il radicalismo si arriva inevitabilmente al fanatismo e quindi alla convinzione di essere nel giusto. Fino alla decisione di farsi esplodere. Ritengono che qualcuno ti abbia dato il diritto di farlo. Ma chi? Sulla base di cosa? Per seguire i precetti del Corano? Io ho tanti amici musulmani che li additano come pazzi: pazzi che la guerra ha trasformato in terroristi.”

     

    Come vedi oggi il futuro dell’Afghanisthan?

    “Sono favorevole al nuovo approccio di Obama che consiste nel coinvolgere tutti gli Stati e i gruppi che circondano l’Afghanistan. Non è una cosa semplice ma bisogna convincere gli altri paesi ad assumersi le proprie responsabilità.”

    Quindi un briciolo di ottimismo nei confronti dell’approccio di Obama?

    “Sì, sono ottimista rispetto a questo approccio perchè è completamente diverso da quello precedente di Bush. Trovo che stia producendo dei risultati. Il fatto che il Pakistan all’inizio dell’anno abbia avuto più morti che in Afghanistan, significa che ha un problema serio, in casa. E quindi bisogna combatterlo. Poi si potrà negoziare, appena si ottengono dei risultati. Ormai si parla di negoziato, ed è normale che sia così. Questa è una parola che spaventa gli italiani forse…”

    Parliamo dell’attività di Emergency in Afghanistan...

    Emergency è una grandissima organizzazione non governativa, presente anche qui negli Stati Uniti, fa un lavoro egregio, riconosciuto da tutti, sia da esponenti di destra che di sinistra in vari paesi. Loro si occupano della prevenzione e della cura dei feriti di guerra e quindi è ovvio che siano presenti nelle situazioni di guerra e nelle zone di front-line, in prima fila. 

    L’unico ospedale presente lì è stato costruito da loro e permette a tutti, senza distinzione, di essere curati. Questa cosa magari dà fastidio agli inglesi che son presenti lì, o ad altri. Se costituisce un problema che delle figure neutrali, curino anche dei nemici,  allora bisognerebbe chiedere a quelli che hanno fatto il giuramento d’Ippocrate. Dovrebbero rifiutarsi, fare obiezione di coscienza e dire: ‘voi siete i cattivi perciò noi non vi curiamo’? Lo trovo un po' stupido.

    In realtà la decisione di scegliere i medici di Emergency come mediatori è una cosa dipesa dal governo afghano e dalla sua sovranità. Ha agito attraverso Emergency perchè era l’unica forza presente sul territorio."

    C’è un messaggio particolare che negli Stati Uniti più che in Italia vorresti portare con il tuo libro?

    “Quello che voglio fare è offrire un piccolo contributo ai lettori americani e raccontare chi sono queste persone che vivono a decine di migliaia di chilometri. Quindi, in qualche modo, prendere per mano il lettore, portarlo dentro, nel Sud dell’Afghanistan, in un’area considerata  territorio storico talebano. Sono in molti a chiedersi chi sono queste persone che hanno dato ospitalità a quel Bin Laden che si è assunto la responsabilità dell’attentato delle torri gemelle.

    Voglio  raccontare al pubblico il mondo di queste persone, il loro diverso concetto di giustizia, di religione, cosa pensano delle donne, degli uomini, del cinema, della tv... Penso che sia fondamentale che non ritornino più al potere in Afghanistan.”

    Quella di fare il giornalista di guerra è una tua scelta? 

    “Obbligata, a causa delle due guerre che ci sono state durante l’amministrazione Bush. Prima ero un inviato internazionale, ma viaggiavo spesso in Medioriente.

    Ma hai fatto anche molta cronaca giudiziaria...

    “Dieci  anni, durante l’inchiesta di Mani pulite. Scalfari, il direttore di Repubblica, mi chiamò per seguire la squadra investigativa a Roma, allora io ero in giro per l’Europa. Ma nel giudiziario non mi sentivo troppo a mio agio. Bisogna esserci portati, però è stata un’ottima scuola. Serve tantissimo, perchè è una scuola di pratica. Ma poi ho smesso e sono tornato a fare quello che facevo prima, l’inviato.”

  • Art & Culture

    Teresa De Sio. Folk Music by a Native American Neapolitan

    We meet Teresa De Sio on the sidelines of her performance at the Divinely New York Festival. It’s a rare opportunity to introduce her to i-Italy’s readers.

    In the cold lobby of the hotel where we have an appointment, her colors immediately stand out. Warm colorful clothing, an infinite mass of hair, and a welcoming smile. Her black eyes peer curiously at the interviewer, eyes that look both up close and faraway.

    At first, it almost seems as though she’d like to ask us questions. But we soon begin a conversation free of small talk, spontaneous, and without any forethought.

    “It’s the first time I’ve been to New York on business. But it’s for a rather trivial reason; I don’t like flying.
    I’ve turned down several offers. I decided that it was time to overcome this phobia.”
     

    “The reason why I’m so delighted to participate in the "Divinely Festival" is because of the challenge to do it as a complete agnostic even though I believe in the spirituality that the show refers to, spirituality that transcends all of life’s materialism and consumerism.”

    “After reflecting on the material to play in this context, I decided to include all of what I usually play. It’s all the things that I probably would include even if I were to play a different venue, but still focus on several aspects such as popular and folk music.”

     
    “I like to say that folk music is the people’s rock music because it’s as alternative and as powerful as rock. Rock music uses different language to say things that commercial or pop music would never say.”
     
    ”It also uses the power of rhythm in the same way. Rhythm and content are two key factors in my music. Of course part of me is Neapolitan and therefore it’s the most melodic aspect since Naples is considered to be the birthplace of melody.”

    “And with folk music there’s a lot of talk about the devil’s hand, god, and saints who are not exactly god...but something different.”

    “I imagine it as a world suspended in half, and the divine is interpreted in a “syncretic” way, that is, part of the divine is inside each of us and lives alongside the traditions that are essentially pagan. These devils are invoked for various reasons, and one more than any other is very dear to me: the myth of the spider bite which is connected to the musical and dance traditions of pizzica and tarantismo.”

     
    “It’s music that I love very much, that I know, and that inspired me to write my first book Metti il diavolo a ballare (Make the Devil to Dance), a story set in Salento during the Fifties. The protagonist is a teenager who suffers from the spider’s bite and she has to dance as part of the cure; the musicians would go to the patient’s home and play there for days until the evil within has been expelled and the tarantata [the one who was bitten by the spider] is saved. It’s a novel made up of many characters who witness the girl’s suffering. There is also a noir quality, a mystery that is only revealed at the end of the novel.”

    The conversation is very pleasant and becomes almost playful. We ask her to introduce herself as a musician to someone who doesn’t know her – to the American public, for example.
    “I am a folk musician, a musical genre that surely Americans are familiar with, because every country has its own folk music tradition. In Italy, I’m sorry to say, folk is not well-regarded and receives no institutional support.”
    “Folk music is tradition, it’s our history; if we don’t know our own history, that is, what we are and what we were, we don’t have a clear future.”
     
    “Throughout my 25 year career I’ve come a long way in music. By playing and writing I’ve arrived at my own style of folk music, including the fact that I’m able to use the Neapolitan dialect and other things.”
    “When I started in the Eighties, I mixed it with pop music and this allowed me to sell millions of records. Then towards the end of that decade, I decided to experiment more because I worked for three years with a great musician, Brian Eno.”
    “It’s been another long journey in the world of music, combining various styles from jazz to folk, switiching from Neapolitan to Italian.”
    “Then in the Nineties I wrote many songs that were more in the style of singer-song-writers. I had the pleasure of singing with many different Italian artists such as Piero Pelù, Ivano Fossati, Raiz, and De Andrè.”
     
    “Fabrizio De Andrè and I had a long and memorable friendship. I shared a song with him that makes me very proud, because I think I’m one of the few composers to have written a song that he sang. And then I worked with Mario Pagani, who for me is a living legend.”
    Speaking with Teresa we discover that her relationship with America is not just musical.
    “I have very strong familial relationship with New York because my grandmother was a New Yorker, specifically from New Jersey. She spoke to me about the city ever since I was very little. One of our ancestors was a Native American, a Dakota Indian. So I have some American blood.”
     
     

    “I have been to New York other times, but as I said, this is the first time I’ve played here. I am deeply convinced that my music is relevant here because it’s unlike anything else. And I grew up like many Italians in the Seventies with John Baez, Dylan…. After that I learned to listen to other things but during the first 25 years of my life I mostly listened to American music.”

    But first and foremost Teresa De Sio is a woman of the South. It comes through immediately, just by talking with her. We sense the air of her home, the Mediterranean. We see the sun and at the same time we also see the dark side of her land’s sun.
    And we hear South American influences in her music, as well as the search for one’s roots and feelings held in common.
     
    “I sing the south. And there is something that distinguishes the southern part of the world. I worked a lot with Gaetano Veloso who I am very in tune with because we have the same kind of approach, that is, writing with references to musical traditions mixed with the powerful sound of rock music. My first New York concert is a little softer than my usual sound which is more intense. We chose a middle path.”

    We then bring her back to America while talking about the present moment. We’d like to hear her thoughts on Obama, which reveals her even more. 

    “As for many people of my generation, for me the election of Obama means ‘the power of imagination,’ as they used to say in those days. In the Seventies it was fantastic yet unimaginable that a person of color could become president of the United States. It was a dream that came true, even if the dream has been put aside to achieve something greater. We hope that we will continue to move in that direction and that’s good. But it seems to me that these initial things have been done in the right spirit.”  
    Towards the end of our conversation we return to the south. We ask her to talk about Naples and her songs about banditry – and good bandits.
     
    “Naples is an extraordinary music capital. It was the capital of the kingdom before it was ceded to the House of Savoy, and which had, for better or worse, its own well-defined economic and political structure. The dissolution of the kingdom led to decay and gave rise to banditry. I’ve dedicated part of my work to this phenomenon. I consider bandits, then, without weapons of course, to be a model for all those who don’t want to accept limitations. For me, singing about the banditry of the past also means singing about banditry today. Unfortunately, many young people today take things lying down. They don’t have the strength to express themselves and to challenge things as they are.”
     
    We then let her reminisce about her grandmother….

    “My family moved here because my grandmother was American. My family’s history is deeply tied to emigration. My great-grandfather was a doctor in Little Italy. You’d never believe it, but he was the doctor who helped with Frank Sinatra’s birth. The next time I come back I finally want to retrace my roots even if it won’t be easy.”

    My ancestor’s history, as retold by my grandmother, remains in my memory. My great-grandmother’s mother was a Redskin Indian who met my great-grandfather who was from New York. They ran away and went to live in NJ. Years ago I wrote a song about this called “Ombre Rosse.”

     

    Her music retains a mysterious quality that stems from the cultures that appear seemingly different on the surface. When these cultures meet, however, they recognize their shared qualities and develop from there. They mingle together and become entwined within the life story of a true artist like De Sio and are then reflected in her songs about Native Americans and Neapolitan banditry.

  • Teresa De Sio a New York. Folk come Rock del popolo

    La vediamo arrivare da lontano nella fredda sala d'attesa dell'albergo dove abbiamo appuntamento,  spiccano i suoi colori.
     

    Vestiti caldi, variopinti, una massa infinita di capelli, ed un sorriso accogliente.  Subito sotto,  i suoi occhi neri che scrutano incuriositi l'interlocutore. Che guardano vicino, cercano dentro.

    All'inizio sembra quasi volerle fare lei a noi le domande. Ma cominciamo subito una conversazione libera da convenevoli, con un tu spontaneo, senza mediazioni. Straordinariamente piacevole.  Unico problema da risolvere: l'aria condizionata. E' fortissima e Teresa si fa portare subito un caldo scialle che la copre tutta con i suoi colori. Ma saranno le sue parole a colorare l'atmosfera.

    "E' la prima volta che vengo per lavoro a New York. Ma per un motivo piuttosto banale: non amo volare. Ho rifiutato diverse proposte allettanti. Finalmente ho deciso che è il momento di superare questa fobia.

    Il motivo per cui mi fa anche piacere partecipare al festival 'Divinamente Roma'  è nella scommessa di farlo da totale agnostica, anche se credo nella spiritualità a cui fa riferimento lo spettacolo, una spiritualità che trascende tutto il materialismo e l’economicismo della vita.

    E dopo aver riflettuto  sulla scelta del materiale da suonare in questo contesto ho deciso di mantenere presente tutto quello che io faccio di solito.

    Tutte cose che probabilmente farei anche se venissi a suonare in un contenitore differente, però privilegiando un pò alcuni aspetti, come l'appartenenza alla musica popolare e Folk.

    Mi piace molto dire che il folk é il rock del popolo, perchè è alternativo e potente come il rock.  Perchè come il rock usa un linguaggio diverso per dire cose che la musica commerciale, pop o i circuiti ufficiali non direbbero.

    Inoltre usa allo stesso modo il potere del ritmo. Il ritmo e i contenuti sono due fattori fondamentali della mia musica, oltre naturalmente quella parte di me che è napoletana, e quindi la parte più melodica essendo Napoli considerata la patria della melodia.

    E nella musica del folk si parla molto anche di pugno del diavolo, di dio e di santi che non sono proprio esattamente dio, il diavolo e i santi...ma qualcosa di diverso.

    Io l’immagino in un universo sospeso a metà, e il divino inteso in senso sincretico, cioè quella parte del divino che è dentro di noi, per convivere con le tradizioni di derivazione pagana. Questi diavoli vengono convocati per vari motivi, uno fra tutti mi è molto caro. Il mito del morso del ragno, legato alla pizzica e al tarantismo.

    E’ una musica che amo molto, che conosco e che mi ha portato a svrivere il mio primo libro Metti il diavolo a ballare, una storia ambientata in Salento negli anni cinquanta. La protagonista è un’adolescente che si dice posseduta dal ragno, per cui deve ballare grazie a questa terapia domiciliare (i musicisti si recavano a casa della malata e suonavano per giorni), finchè il male interiore non viene espulso e il tarantato è salvo. E' un romanzo corale fatto di tanti personaggi che assistono alla sofferenza di questa ragazzina, e c’è anche un aspetto noir, una causa che verrà velata soltanto alla fine di questo romanzo."

    La conversazione sempre più piacevole diventa quasi giocosa e le chiediamo di presentarsi. Di presentarsi come musiciasta a chi non la conosce. Al pubblico americano per esempio.

    "Sono una musicista folk, un genere musicale che sicuramente gli americani conoscono bene, perchè ogni paese ha un suo folk e loro come tutti.  In Italia, e questo mi dispiace dirlo, il folk non è ben visto e non riceve sostegno istituzionale.

    Il folk è la tradizione, la nostra storia; se non conosciamo la nostra storia, ciò che noi siamo e siamo stati, non abbiamo un futuro delineato.

    Nei miei  25 anni  di carriera ho fatto tanta strada nella musica, interpretando e scrivendo ho unito al mio folk, il fatto di poter usare il dialetto napoletano e altre cose.

    Negli anni ottanta quando ho iniziato, l’ho mischiato con la musica pop e questo mi ha portato a vendere milioni di dischi. Poi verso la fine di quel decennio anni  ho deciso di sperimentare altro perchè ho lavorato per tre anni con un grande della musica, Brian Eno.

    E' stato un altro “viaggione” nel mondo della musica, unendo vari stili: dal jazz al folk, cantando in italiano e non più in napoletano.

    Poi negli anni novanta ho scritto moltissime canzoni più legate alla musica d’autore. Ho avuto il piacere di cantare con moltissimi artisti italiani, di tutti i generi: da Piero Pelù ad Ivano Fossati, da Raiz a De Andrè.

    Con Fabrizio De Andrè ho avuto una lunga ed indimenticabile stagione di amicizia. Con lui ho condiviso una canzone della quale vado molto fiera, perchè credo di essere una dei pochi musicisti ad aver scritto una canzone che lui ha cantato. E poi ho lavorato anche con Mario Pagani, per me lui è un mito vivente."

    E parlando con Teresa scopriamo che il suo legame con l'America non è solo musicale...
     

    "Ho rapporto molto forte e familiare con New York perchè mia nonna era newyorkese, esattamente di Jersey City. Lei mi ha iniziato a parlare di questa città sin da quando ero piccola.

    Una nostra trisavola era invece un’indiana dacota. Quindi ho un pò di sangue americano.

    Sono già stata altre volte a New York ma ripeto, per suonare è la prima volta. Io sono fortemente convinta che quello che c'è nella mia musica ha molto da raccontare qui perchè non somiglia a nient’altro. E sono cresciuta come tutti quanti gli italiani negli anni settanta,  con John Bytez, Dylan...  Dopo ho imparato ad ascoltare altre cose ma nei primi 25 anni della mia vita ho ascoltato soprattutto musica americana."

    Ma prima di tutto Teresa De Sio è una donna del sud. Si sente subito, anche  solo dopo pochi minuti  con lei. Si sente aria di casa, di mediterraneo, si vede e si sente il calore il sole. E si fa la conoscenza anche con i lati oscuri del sole della sua terra.

    E nella sua musica anche influenze sudamericane. Per questo suo ricercare liberamente, senza vincoli culturali, radici e sentimenti se non comuni, vicini.

    "Canto il Sud. Ed esiste qualcosa che accuma il sud del mondo. Ho collaborato moltissimo con Gaetano Veloso con cui mi trovo molto in sintonia perchè facciamo lo stesso lavoro, scrivere facendo riferimento alla  tradizione musicale, mischiandola con il suono potentissimo della  musica rock . Questo mio primo concerto newyorkese è un pò più morbido rispetto al mio sound che di solito é più acuto.Abbiamo scelto una via di mezzo"

    E la riportiamo in America. Tornando al presente. Ci piace sentirla parlare di Obama, si illumina ancora di più.

    "Come per molte persone della mia generazione per me l’elezione di Obama ha significato 'l’immaginazione al potere' , come si diceva all’epoca. Fantastico ed inimmaginabile negli anni settanta che una persona di colore potesse diventare presidente degli Stati Uniti. E’ stato un sogno che si è realizzato, anche se poi il sogno viene messo da parte per realizzare qualcosa d’importante. Speriamo che si muova in questa direzione e che faccia bene. Ma a me sembra che queste prime cose siano fatte nel segno giusto."

    Ma torniamo nel suo Sud. Siamo quasi al termine della nostra conversazione. La facciamo parlare di Napoli. Del suo cantare di brigantaggio. Di briganti "buoni".

    "Napoli è una capitale straordinaria della musica. E’ stata capitale di un regno che quando è stato ceduto ai Savoia aveva, nel bene e nel male, un proprio assetto economico e politico ben preciso. Il disfacimento del regno ha portato alla disgregazione e ha dato origine al brigantaggio. Ho dedicato parte del mio lavoro a questo fenomeno. Considero i briganti di allora, senza le armi ovviamente, come un modello da seguire per tutti quelli che non vogliono accettare delle imposizioni. Per me cantare il brigantaggio di ieri è anche cantare il brigantaggio di oggi. Purtroppo molti giovani oggi accettano le cose supinamente. Non hanno la forza di dire la loro e di contestare."

    E ci lascia ricordando sua nonna...

    "La mia famiglia si è trasferita qui perchè mia nonna era americana. Ho una storia in famiglia legata all’emigrazione. Il mio bisnonno era medico a Little Italy. Non ci crederai ma è stato il medico che ha fatto nascere Frank Sinatra. La prossima volta che vengo voglio finalmente cercare di ripercorrere le mie origini, anche se non è facile.

    Rimane nella mia memoria la soria della mia antentata raccontata da mia nonna. Questa madre della mia bisnonna che era pellerossa e che incontrò il mio bisnonno di NY. Scapparono e vennero a vivere nel NJ. Ho scritto anche una canzone che si chiamava Ombre Rosse anni fa' su questo."

    Ed il suo racconto raccoglie un mistero, quello di culture così apparentemetne diverse che si incontrano, riconoscono, crescono e si condensano nella storia di un artista vera come lei. Dai racconti sugli indiani d'America al brigantaggio napoletano.

    La promessa che ci fa - salutandoci ancora da lontano -  è quella di tornare prestissimo.

  • Facts & Stories

    Italians abroad. Second-class Readers, Second-class Citizens





    Let’s look at the big picture and set aside the details, which are too technical and complicated to cover at this juncture. This is about Italian politics, which is always difficult to explain to the uninitiated, especially to those who don’t deal with it on a daily basis.


    As has occurred for far too long in the ‘Bel Paese’, it began with the passing of a measure intended to institute something completely different. The initial idea was to develop a plan to streamline and reorganize state aid to newspapers, which in Italy amounts to a lot of money. Above all, it was meant to redistribute funds away from those entities that were not entitled to them. (It must be said that there are many anomalies with regard to the funding situation of Italian newspapers, and the system does require better regulation, including perhaps some aid for online publishing, which is completely ignored. But we are not going to discuss these issues now.)


    So what happened instead? Basically, the Council of Ministers has gone after the newspapers serving Italian readers abroad. They have taken away fifty percent of their aid, while all other newspapers in Italy continue to receive regular funding. And what’s worse, they have taken away fifty percent of last year’s aid. That’s right – the measure is also retroactive!


    So newspapers like America Oggi in the U.S., La Voce d’Italia in Venezuela, Gente d’Italia in Uruguay, Il Corriere Canadese in Canada, Il Globo in Melbourne, and La Fiamma in Sidney, Australia are all in danger of folding, mostly due to the debilitating effect of these retroactive measures.


    If this seems an oversimplification, let us attempt to discuss some of the details. Take heart and read on. It’s a long and complicated story, another Italian-style mess, but let’s begin at the end.


    The Council of Ministers approved the Decree known as “Incentives” or “Stimulus” (in Italy these days major legislation is passed as decrees, thus bypassing parliamentary discussion). This measure, intended to stimulate the economy, contained among other provisions an appropriation of ten million Euros (about 14 million dollars) to “fix” the budget shortfall caused by another recent Decree known as “Milleproroghe”. But newspapers serving Italian readers abroad were excluded from receiving this special funding.


    What is the “Milleproroghe Decree”? Originally intended as an exceptional and urgent measure, it is now regularly invoked in Italy and used far too often—extending to matters of marginal significance such as funds for the flower market in Sanremo.


    In our case, while the “Milleproroghe” had cut state aid to all newspepers, the subsequent last-minute amendment inserted in the “Incentives” Decree now protects funds earmarked for newspapers published by political parties and by cooperatives. But (surprise?) newspapers abroad have been left out in the cold, along with local TV and radio stations and publications by consumer protection organizations. State aid to these media is now expected to be cut by fifty percent.


    So, we dare say, history repeats itself. Thanks to an Italian-style mess, Italians residing abroad bear the brunt of the cuts. They are not like other residents in Italy, and nobody seems to have considered the fact that these newspapers can also be a driving force allowing younger generations to become familiar with their mother country, especially with the Italian language.


    Let us quote Andrea Mantineo, America Oggi’s Editor in Chief, on the matter: “The fifty percent funding cut places America Oggi and other Italian language newspapers published abroad at risk of folding. It cannot be said that this is a decision dictated by economic conditions. The limited amount saved (5 million Euros in all) is certainly not enough to redress the state’s budget deficit. This does, however, leave Italians residing in the United States, Canada, Australia, and Venezuela without a means of getting information in their own language. And what does the President of the Republic think of this? Repeating the question from our initial editorial: Is this right?”

    So, indeed, What does the President of the Republic think? And what do Italians in America think? What do their children think?


    After Italians abroad won the right to vote (and we do wonder at this point whether this right can be taken for granted), it seemed that the two worlds—those in Italy and those abroad—could finally begin to know each other, speak to each other calmly, and raise their own children in a “glocal” world.


    But a similar measure turns back the clock and negates the possibility of understanding and being understood. The parity that would equalize the rights and responsibilities of citizens no longer exists.


    Let’s take a few words from an article by Stefano Vaccara, journalist for America Oggi and director of its weekly magazine Oggi7: “Is someone trying to kill America Oggi? Perhaps a few ‘refined’ minds in Rome would like to kill off the Italian language newspaper in the U.S., along with the other major Italian newspaper in North America, Il Corriere Canadese of Toronto, and the other brave Italian newspapers in Venezuela and Australia.” Vaccara goes on to write at the end of his article: “We hope they are right, that their PDL only wanted to make a ‘refined’ decision to help publicize and transmit language, culture, and information to Italians living abroad, namely, the independent information that is never enslaved to anyone. But certainly, no refined mind would ever have thought that the Italian press abroad could possibly be a nuisance simply because of its unassailable independence, and who could possible want to silence it forever....”


    Is there some truth in what he suspects? Let’s hope not.


    Let us conclude with another suspicion, this time from Gian Antonio Stella. The journalist for the Corriere della Sera writes in his wonderful article: “Doubt remains. Deceit. Would the cuts have been made if a general election rather than regional elections [where Italians abroad do not vote] were on the agenda?”


    The answer may be contained in the very subtitle of the famous book on Italian emigration that Stella wrote a few yars ago, The Horde: Yes, perhaps Italians abroad are still considered to be “the Albanians.”




     

  • Italiani all’estero. Lettori e cittadini a metà





    Guardiamo alla sostanza. Lasciamo da parte i dettagli, sempre troppo tecnici e complicati. Si tratta di politica italiana. Sempre così difficile da spiegare a chi non la vive giorno per giorno. Come ormai accade da troppo tempo nel Bel Paese si parte con l’idea di fare un provvedimento per arrivare a ben altro.


    L’idea iniziale era quella di svolgere un lavoro per razionalizzare e riorganizzare aiuti di Stato ai giornali. Soprattutto quindi quella di far fuori chi non aveva diritto. E va detto, ci sono troppe anomalie nel sistema dei media italiani, ci vuole una migliore regolmentazione, anche un’attenzione all’editoria on line ormai protagonista dei nostri tempi. Ma non è questo l’articolo per parlarne.

     

    E invece cosa è successo? In sostanza ci hanno rimesso i giornali degli italiani all’estero. Via la metà degli auti mentre gli altri continuano a riceverli incondizionatamente. E quel che è peggio via la metà di questi aiuti a partire dall’anno scorso. E sì, il decreto ha anche valore retroattivo!

     
    Dunque giornali come America Oggi negli Usa, La Voce d'Italia in Venezuela, Gente d’Italia in Uruguay, il Corriere Canadese in Canada, il Globo di Melbourne e la Fiamma di Sidney in Australia rischiano (sopattutto per effetto di un provvediento retroattivo) di chiudere.

     
    Ma se abbiamo semplificato troppo qui di seguito proviamo anche a raccontare qualche dettaglio. Fatevi coraggio e leggete con un po’ di pazienza.

     
    E’ una storia lunga e complicata questa, un altro pasticcio all’Italiana, ma partiamo dalla sua conclusione.

     
    Il Consiglio dei ministri approva il Decreto legge Incentivi (ormai in Italia le leggi anche più importanti si fanno a colpi di decreti!), un provvedimento inteso a stimolare l'economia, nel quale, tra le altre disposizioni, è stato incluso uno stanziamento di dieci milioni di euro per "riparare" al taglio provocato dal Decreto Milleproroghe. Ma in questo finanziamento straordinario (riparatore) sono stati esclusi i giornali degli Italiani all’estero.

     
    Ma cosa è un decreto Milleproroghe? Un decreto legge del Consiglio dei Ministri volto a prorogare o risolvere disposizioni urgenti. Nato come misura eccezionale è ormai stato riproposto in Italia fin troppe volte. E’stato usato per provvedimenti importanti per esempio legati allo scudo fiscale, ma anche per altri di valenza marginale come i fondi per il mercato dei fiori di Sanremo.

     
    In questo caso dobbiamo concentrarci su di un emendamento inserito all'ultimo momento nel Milleproroghe, che proteggeva i finanziamenti previsti dalla legge per l'editoria ai quotidiani di partito e a quelli editi da cooperative. Finanziamenti che nell’intenzione iniziale si voleva organizzare, ma che non si era riusciti/voluto organizzare.

     
    Ed in questo emendamento (sopresa?) è previsto il taglio del 50 per cento dei finanziamenti per i quotidiani all'estero insieme alla riduzione di provvidenze per tv e radio locali e per le pubblicazioni delle organizzazioni dei consumatori.

     
    Dunque, oseremmo dire, la storia si ripete. Grazie ad un pasticcio all’italiana gli italiani residenti all’estero contano la metà. Non sono lettori come gli altri residenti in Italia e poi poco vale se questi quotidiani possono anche essere un volano importante per le giovani generazioni, per avvicinarle all’Italia e soprattutto alla lingua italiana.

     
    Riprendiamo alcune parole dell’editoriale di Andrea Mantineo, direttore di America Oggi:  “Il taglio del cinquanta percento delle provvidenze pone a rischio di chiusura America Oggi e gli altri quotidiani in lingua italiana pubblicati all'estero. Non si venga a dire che è una decisione dettata da condizioni economiche. L'esiguità della cifra risparmiata (5 milioni in tutto) non serve certo a risanare il deficit del bilancio statale. Essa però rischia di lasciare gli italiani residenti negli Stati Uniti, Canada, Australia e Venezuela senza un mezzo di informazione nella loro lingua. E il presidente della Repubblica che ne pensa? Ripetiamo la domanda del nostro primo editoriale: è giusto?”


    Allora, possiamo chiedere cosa ne pensa il Presidente della Repubblica? E cosa ne pensano gli italiani d’America? E i loro figli?
     
    Dopo la conquista del voto (e anche qui, temiamo, conquista non sicuramente acquisita. Attenzione! Non mi ci meraviglieremno a questo punto se nel tentativo di sistemare una legge certo imperfetta venisse men oil diritto di voto conquistato) sembrava che le due sponde dell' oceano potessero comiciare a guardarsi, dialogando con serenità, crescendo i propri figli insieme in un mondo che si globalizza anche mentre riscopre nuovi localismi.
     
    Ma un provvedimento simile porta indietro di anni la possibilità di conoscere e di conoscersi. Di costruire quella parità che vorrebbe eguali diritti e doveri dei "cittadini", in patria e all'estero.


    Citiamo infine l'articolo di un altro giornalista di America Oggi, Stefano Vaccara, direttore dell'inserto settimanale Oggi7. Ne riportiamo l’inizio: “Qualcuno sta cercando di ammazzare America Oggi? Forse a Roma qualche mente "raffinatissima" vorrebbe far fuori il quotidiano degli italiani negli Usa, insieme all'altro grande quotidiano italiano del Nord America, il Corriere Canadese di Toronto, e agli altri valorosi giornali degli italiani in Venezuela e in Australia?” E poi la fine… “Speriamo che abbiano ragione loro, che invece il loro Pdl abbia voluto fare solo un ragionamento "raffinatissimo" per aiutare a divulgare e mantenere viva la lingua, la cultura e l'informazione per gli italiani all'estero, cioè quella indipendente e mai asservita a nessuno. Ma certamente, nessuna mente raffinata avrebbe mai potuto credere che la stampa italiana all'estero potesse dare fastidio proprio per questa sua inespugnabile indipendenza, e che si volesse farla tacere per sempre...”.
     
    C’è qualcosa di vero in quello che sospetta Stefano Vaccara? Speriamo di no.
     
    In ogni caso, ci si perdonerà se concludiamo con un ennesimo sospetto, questa volta di Gian Antonio Stella. Scrive in un suo ottimo articolo il giornalista del Corriere della Sera: “Resta un dubbio. Malizioso: sarebbe stato fatto, il taglio, se al posto delle Regionali fossero in programma le Politiche?”

     
    A Gian Antonio Stella, autore dell'ormai famoso "L'Orda", rispondiamo parafrasando il sottotitolo del suo stesso libro: Sì forse gli Italiani all’Estero sono ancora considerati "gli albanesi"...


     
     
     
     
     
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