Articles by: Letizia Airos

  • De Laurentis: “Voglio portare il cinema italiano nelle università americane ed il Napoli a New York”

    Parliamo con Aurelio De Laurentis con calma. La mattina dopo la grande serata alla Convention della NIAF. A riflettori spenti. L’affollata hall dell’ Hilton di Washington ed una musica soffusa, rigorosamente italiana, fanno da sottofondo alla nostra conversazione.

    A caldo le sue impressioni sulla serata italo-americana di ieri….

    “La grande organizzazione americana è la prima cosa che mi colpisce. Come al solito, quando si muove, si muove alla grande. Tutto è predeterminato e predisposto, siamo come dei soldatini che devono eseguire un percorso. E’ studiato, preciso.

    Questo riconoscimento dalla NIAF mi riempie di interesse e anche di gioia. Ho visto un grande sentimento di amicizia tra l’Italia e l’America. Oggi sono in gioco eccellenze che uniscono il continente americano e quello europeo.

    E l’Italia è privilegiata nel campo della moda, nel campo delle auto, del  cibo, dell’arte in Europa. Non credo che ci sia nessuno che riesca a stare dietro al nostro Paese.

    Mi spiace che poi in Italia ci perdiamo dietro a dei giochi distruttivi, forse siamo dei malati inguaribili che sul proprio territorio  pensano soltanto e come distruggersi attraverso l’invidia. Non capiscono che il germe americano ha dato questa grandissima spinta sulla base del rispetto reciproco. Si premia chi effettivamente spinge l’economia in America, ed esiste il cosiddetto sogno americano. L’ultimo arrivato, da qualunque Paese del mondo, non viene osteggiato perché è straniero. Viene aiutato a esprimere la propria personalità e il proprio ingegno. Così si realizza il grande sogno americano.”

    E cosa può fare il Cinema?

    “Si deve puntare a un certo punto su due realtà,  la massima localizzazione dando un rafforzamento alla lingua italiana e anche alla sua specificità dialettale, ma al tempo stesso produrre dei film che rappresentino l’Italia  in lingua inglese. Attraverso il gusto che comunque non viene nascosto  da un fatto linguistico. Quando Milos Forman venne in America e presentò  ‘Qualcuno volò sul nido del cuculo’ vinse nove oscar  senza tradire l’ identità culturale  del paese dove si era formato.”

    C’è ancora bisogno di svecchiare l’immagine dell’Italia all’estero?

    “Va fatta un’operazione di penetrazione nel mondo dei giovani. Vedo con grande piacere che è diventata una moda studiare l’italiano.   Però bisognerebbe fare interventi nelle università americane. Portare Giorgio Armani, Montezemolo, i grandi   rappresentanti della musica. Noi italiani spesso pensiamo che la musica nostra sia  provinciale, in realtà la musica è musica, è universale, non ha la barriera linguistica.”

    Qualche dettaglio in più su come vorrebbe approcciare il mondo universitario…

    Credo che si possa organizzare un network distributivo. Ho sempre dato grandissima importanza alla distribuzione del prodotto. 

    Le università sono dei bacini di utenza che rappresentano la voce del Paese. Soprattutto la novità di un popolo giovanissimo quasi sempre lontano dal condizionamento politico e da qualunque tipo di posizione dominante. Ogni ragazzo porta la propria piccola esperienza. 

    Allora vorrei creare un network di presentazione del cinema Italiano. Vorrei mettere in rete cinquecento università e, quando esce un film in Italia, trasmettere la stessa conferenza stampa negli atenei americani. Presentare l’autore, quell’attore, quello scrittore, quel regista e poi proiettare il film nelle università, facendo pagare un biglietto unico di dieci dollari. E l'ateneo si trattiene un 50%. L’altro 50%  torna ai produttori Italiani.”

    Ci sta già lavorando o è solo un’idea?

    “Io posso dare l’idea, posso supervisionarla, per me è come un gioco da ragazzi fare qualunque cosa che si attiene alla distribuzione. L’ho visto con il Napoli, nessuna società sportiva costruisce e progetta come noi. Abbiamo inventato 452 prodotti, dalle moto, alle biciclette  ai giocattoli per i bambini e ce le distribuiamo anche da soli.

    Ho diciotto società  da portare avanti, ed il calcio mi ha distratto. Ma credo che la scuola del cinema in un Paese come l’Italia  sia una grande scuola da far conoscere ancora al mondo. Sono trentasei anni che resisto, la mia società si chiama “Filmauro” ma non ci avvicino nemmeno l’aggettivo “international” che di solito si mette quando si vuole fondare una società già fallita. La mia non è mai fallita, rimane lì inossidabile , ho prodotto più di cento film e ne ho visti distribuiti e acquisiti più di quattrocento, e ancora andiamo avanti. Non so fino a quando si potrà fare questo lavoro in Italia, un pò mi sono anche annoiato.

    Del resto prima del Napoli io stavo  lavorando negli Stati Uniti con Gwynet Paltrow,  Jude Law e Angelina Jolie, ma il Napoli è come una specie di portaerei. E’ come dieci film insieme allo stesso tempo. E ora mi interessa/diverte far esplodere il calcio negli Sati Uniti. Ma mi auguro anche di ritornare anche con la mia grande passione del cinema negli USA”.

    E quando porterà  il Napoli?

    "Il prossimo anno il Napoli  verrà a New York. Dobbiamo combattere con i calendari, sono talmente pieni che non lasciano spazio. Ma è’ una vecchia idea quella di venire a fare un’apparizione al Giant Stadium…"

  • De Laurentis “Voglio portare il cinema italiano nelle università americane ed il Napoli a New York”

    Parliamo con Aurelio De Laurentis con calma. La mattina dopo la grande serata alla Convention della NIAF. A riflettori spenti. L’affollata hall dell’ Hilton di Washington ed una musica soffusa, rigorosamente italiana, fanno da sottofondo alla nostra conversazione.

    A caldo le sue impressioni su questa serata italo-americana….

    “La grande organizzazione americana è la prima cosa che mi colpisce. Come al solito, quando si muove, si muove alla grande. Tutto è predeterminato  e predisposto, siamo come dei soldatini che devono eseguire un percorso. E’ studiato, preciso.

    Questo riconoscimento mi riempie di interesse e anche di gioia. Ho visto un grande sentimento di amicizia tra l’Italia e l’America. Oggi sono in gioco eccellenze che uniscono il continente americano e quello europeo.

    E l’Italia è privilegiata nel campo della moda, nel campo delle auto, del  cibo, dell’arte in Europa. Non credo che ci sia nessuno che riesca a stare dietro al nostro Paese.

    Mi spiace che poi in Italia ci perdiamo dietro a dei giochi distruttivi, forse siamo dei malati inguaribili che sul proprio territorio  pensano soltanto e come distruggersi attraverso l’invidia. Non capiscono che il germe americano ha dato questa grandissima spinta sulla base del rispetto reciproco. Si premia chi effettivamente spinge l’economia in America, ed esiste il cosiddetto sogno americano. L’ultimo arrivato, da qualunque paese del mondo, non viene osteggiato perché è straniero. Viene aiutato a esprimere la propria personalità e il proprio ingegno. Così si realizza il grande sogno americano.”

    E cosa può fare il cinema?

    “Deve puntare a un certo punto su due realtà,  la massima localizzazione dando un rafforzamento alla lingua italiana e anche alla sua specificità dialettale, ma al tempo stesso produrre dei film che rappresentino l’Italia  in lingua Inglese. Attraverso il gusto che comunque non viene nascosto  da un fatto linguistico. Quando Milos Forman venne in America e presentò  ‘Qualcuno volò sul nido del cuculo’ vinse nove oscar  senza tradire l’ identità culturale  del paese dove si era formato.”

    C’è ancora bisogno di svecchiare l’immagine dell’Italia all’estero?

    “Va fatta un’operazione di penetrazione nel mondo dei giovani. Vedo con grande piacere che è diventata un moda studiare l’italiano.   Però bisognerebbe fare interventi nelle università americane. Portare Giorgio Armani, Montezemolo, i grandi   rappresentanti della musica. Noi italiani spesso pensiamo che la musica nostra sia  provinciale, in realtà la musica è musica, è universale non ha la barriera linguistica.”

    Qualche dettaglio in più su come pensa di approcciare il mondo universitario…

    Credo che si possa organizzare un network distributivo. Ho sempre dato grandissima importanza alla distribuzione del prodotto. 

    Le università sono dei bacini di utenza che rappresentano la voce del Paese. Soprattutto la novità di un popolo giovanissimo quasi sempre lontano dal condizionamento politico e da qualunque tipo di posizione dominante. Ogni ragazzo porta la propria piccola esperienza. Allora vorrei creare un network di presentazione del cinema Italiano. Vorrei mettere in rete cinquecento università e quando esce un film in Italia trasmettere la stessa conferenza stampa negli atenei americani. Presentare l’autore, quell’attore, quello scrittore, quel regista e poi proiettare il film nelle università, facendo pagare un biglietto unico di dieci dollari. E l’università si trattiene un 50% e l’altro 50%  torna ai produttori Italiani.”

    Ci sta già lavorando o è solo un’idea?

    “Io posso dare l’idea, posso supervisionarla, per me è come un gioco da ragazzi fare qualunque cosa che si attiene alla distribuzione. L’ho visto con il Napoli, nessuna società costruisce e progetta come noi. Abbiamo inventato 452 prodotti, dalle moto, alle biciclette  ai giocattoli per i bambini e ce le distribuiamo anche da soli.

    Ho diciotto società  da portare avanti, ed il calcio mi ha distratto. Credo che la scuola del cinema in un paese come l’Italia  sia una grande scuola da far conoscere ancora al mondo. Io sono trentasei anni che resisto, la mia società si chiama “Filmauro” ma  non ci avvicino nemmeno l’aggettivo “international” che di solito si mette quando uno vuole fondare una società già fallita. La mia non è mai fallita, rimane lì inossidabile , ho prodotto più di cento film e ne ho visti distribuiti e acquisiti più di quattrocento e ancora andiamo avanti. Non so fino a quando si potrà fare questo lavoro in Italia, un pò mi sono anche annoiato.

    Del resto prima del Napoli io stavo  lavorando negli Stati Uniti con Gwynet Paltrow,  Jude Law e Angelina Jolie, ma il Napoli è come una specie di portaerei. E’ come dieci film insieme allo stesso tempo. E ora mi interessa far esplodere il calcio negli Sati Uniti. Ma mi auguro anche di ritornare anche con la mia grande passione del cinema negli USA”.

    E porterà il Napoli negli USA?

    Si il prossimo anno il Napoli a New York. Dobbiamo combattere con i calendari che sono talmente pieni che non lasciano spazio. E’ una vecchia idea quella di venire a fare un’apparizione al Giant Stadium…

  • Life & People

    Talking to Aldo Grasso About TV, Jersey Shore, The Sopranos...and When Politics Dictates the Line Up

    ITALIAN VERSION >
    He is an appropriate person who can rationally engage in a discussion about controversial programs such as Jersey Shore and The Sopranos, talk about both American and Italian television, and reflect on the media’s influence and the politics that seek to influence the media. We met him in New York and report excerpts from our conversation here.

    “I was immediately struck by The Sopranos. I found the first season fascinating. Not just its content, but its production, how it was made. I later learned that the more traditional Italian-American organizations had started to protest it. But the most surprising thing for me was seeing Italians ride this wave. I remember when Gianfranco Fini, then Secretary of Alleanza Nazionale, came to America and participated in the protests, condemning the stereotypes.”

    And so Aldo Grasso began a direct debate with Fini in the pages of Corriere della Sera. “Before taking these positions, wouldn’t it be better to learn more about the issue that we’re discussing?” Grasso wrote, suggesting that Fini had never watched an episode of “The Sopranos.” If had he seen it, “given his intelligence and sensitivity, he certainly would not have protested it.”
     

    The story continued, and the series became more successful while the controversy surrounding it grew. “But it was a backwards argument. A mobster who goes to a psychiatrist cannot be seen as stereotypical mobster.”

     
    When Grasso came across Jersey Shore on MTV he thought, “Here we go again. It’s the same story repeating itself. They’re not watching the programs, they’re not discussing the content, but they do have an overarching fear of stereotypes.”

    In one of your articles you described “Jersey Shore” as entertaining and educational. What did you mean by that?

    “The two things are connected. In this case the combination is very important because you watch a program when it’s entertaining and this, in turn, opens up new worlds that you aren’t familiar with.” 

    “The ‘guido’ phenomenon was completely new to me; I knew nothing about it. It was an extraordinary discovery to see that there is a way of relating to italianità that is no longer a stereotype but, if anything, has become a topos, a standard representation.”
     
    “There are young, second- and third-generation Italian Americans who live like this, who use lots of hair gel, who act in a certain way, who speak in a certain way. They are the children of Saturday Night Fever and Grease. A new world opened up to me and I entered into it. It was interesting, first of all, from the perspective of representation. You could understand from the way they spoke and expressed themselves how others viewed them.”
    “American television series have always been very successful in Italy, and they have always shown the American world, but up to now they were full of young, cute blonde girls...”
     

    “In this case, a slice of Italy in America was now on display. For this reason I found it instructive: it allowed us to discover something new in an entertaining way. I think that’s what deserves the most attention. I do not find it offensive to anyone.”

     
    In the history of Italian television has a particular program ever generated such strong “political” reactions?

    “Recently there have been these types of ‘political’ reactions to television programs. Berlusconi has long complained that Italian television dramas focus too narrowly on the mafia. But we should also realize that Italian dramas about the mafia are the only ones that sell abroad. Italian TV usually gets to the border of Chiasso and stops there. The Piovra mini-series was one of the few successful television series abroad.”

      
    What kind of television programs do these critics suggest instead?

    “It’s always a maudlin portrait of everything Italian. Berlusconi invokes an Italy that is positive, hard-working, and creative but from a dramaticpoint of view it’s ridiculous. It doesn’t hold up.”
     
    “Over the past 10, 15 years, Italian television has relied on one type of biographical drama that airs in two episodes, which is almost always a hagiography. So it’s the ‘lives of saints’ – and they are always politicians, athletes and sport stars, real saints, captains of industry, etc.”

     
    “One particularly good program that aired recently was Romanzo Criminale[ Crime Novel], a series about the famous Magliana gang, the criminal political machine that ruled Rome in the 1970s. It was a fine production, but from the point of view of the image presented, it’s really embarrassing. What emerges is a portrait of Italian institutions that’s mortifying.”
     
    “So here’s the eternal problem: what’s valid from a dramatic point of view can cause problems from a political point of view. If we care about social image, then the embarrassment of institutions is understandable. But if we begin to analyze the process, which do we choose? Something interesting from a dramatic point or something rewarding from an institutional point of view? When you choose the latter, it’s often one-dimensional and boring.”
     
    The charges of defamation that some Italian-American organizations have hurled at “The Sopranos” and “Jersey Shore” are comparable to those of Berlusconi, who thinks that Italian dramas about the mafia damage Italy’s image abroad. We are faced with an unwavering attitude that is so-called “patriotic-nationalistic.” Politics then dictate the rules of drama, art, etc….
    “Yes, the pretense is that politics determines the outcome; rather than making an effort and attempting to dissect and understand a symbolic device, politicians stop short and focus on the most mundane and obvious images.”

    “What politicians in Italy have never understood, with respect to television, is that everything revolves around the ‘construction of identity.’ It’s not what’s said directly on television that has a strong social impact. What matters most is what’s said in an indirect way. Television has been instrumental in the construction of a national Italian identity, but that hasn’t happened by broadcasting a prime minister’s speech or political talk shows....”

    “Let me give you an example. The process of acquiring fluency and literacy in standard Italian and the role that television has played in that process has been plagued with misunderstandings for years. Up to now, credit has always been given to Maestro Manzi’s shows which were directed at people who were not literate, saying that ‘it’s never too late to learn’ and telling them to watch this or that series....”

     
    “The reality is that the country learned to speak standard Italian through many other successful shows such as Lascia o Raddoppia [Double or Nothing], perhaps the only program with a genuine cult following at the time.”
     

    A “Similarly, political debates rarely affect viewers’ choices. There are programs that do not focus squarely on politics but deal with politics in a different way, and they are much more effective. For example, there are afternoon shows for young people, and several in the morning. They convey an idea, a certain ideology, without ever declaring it overtly.”
     
    “We are therefore faced with a complex problem from a symbolic point of view…. If you only look at the most obvious content – how Italians are portrayed, for example – a huge mistake has been made. We need to look at the ‘code of communication,’ understand how a series is structured and grasp the linguistic complexity. It’s only by doing this kind of analysis can we understand the different types of representation and ultimately say something more meaningful. But politics rarely takes this next step.”

    And Romanzo Criminale [Crime Novel], which you mentioned earlier, conveys its own negative message....

    “If we were to erase all of the anti-heroes from the history of literature, theater, film, there would be very few characters left. From a dramatic point of view, the anti-hero is always far more interesting than the hero. We must acknowledge that there may be anti-heroes simply because it’s a fact.”

    “There is an interesting question that we, of course, must ask: what justifies the presence of an anti-hero in a story? The reason can be found in an aesthetic point of view. The only ethical question that applies to art is, ‘Is it done well?’ ‘Is it linguistically compelling and complex?’

    Let’s go back to The Sopranos and the type of mobster portrayed in that series compared to the Coppola’s The Godfather. The television series seems to destroy the image, the myth. It makes him insecure, weak. A gangster has never been depicted in this way….

    “From a narrative perspective, The Sopranos is one of the best American television series produced in recent memory. Even if we looked beyond the Italian-American element, it would still be a very interesting series. The genius of The Sopranos’ lies in its ability to simultaneously show us the mafia while depicting other aspects that we would have never considered before.”

     

     
     

    “There are still the typical mafia stereotypes, including heinous criminal acts…but at the same time it’s as if Tony Soprano’s therapy sessions do not belong to him alone, but to the whole phenomenon. What comes out expresses his vulnerability, and the family’s role is completely different from how a mafia family was depicted before. It’s a middle class family with its own problems, especially raising children who turn against their parents. There’s an incredible level of complexity. The mafia becomes a pretext and has nothing to do with old stereotypes. The interesting aspect in this story is the portrayal of this vulnerability and everything else that goes against the mafia’s usual iconography, including the characters’ insecurities: they are the real victims!”

    “It’s still a story set in an area controlled by the mafia. But I find nothing offensive about it. It seems to me that destroying the traditional image of the mafia from within has been an enormous service to Italy and to Italians-Americans.”

    Getting back to Jersey Shore, from a sociological point of view, and not from the standpoint of media studies, you compared the cast to similar Italian characters, “i tammarri” [the idiots]. These types of young people exist all over Italy, not just in New Jersey....

    “I found this very interesting. Usually when “i tamarri” [the idiots] are depicted in Italian movies or on television, they become caricatures. They are never shown for who they really are – unless it’s a good documentary but that’s extremely rare.”

    “What happens on Jersey Shore is significant. These aren’t caricatures but far more realistic and captivating photographic portraits. I think that a caricature might be offensive, but a realistic representation can’t be. This understanding brings a level of depth that allows me to fill in the gaps in some way. If I see an accident on the street, I find myself faced with a very dramatic moment, but it’s not that I think that life is all drama.”

     
    “I think that reality shows are interesting, even when in the case of Grande Fratello [Big Brother], we’re in the 10th or 11th season, and frankly, it becomes annoying. But there are times when those young people’s defenses are completely down and they don’t even notice the television cameras. What emerges is a portrait of a certain group of young people that is much more interesting than what it is often scripted.”

    So the value of Jersey Shore is wrapped up in the genre of reality show. The television cameras were turned on and they showed us a certain reality that no writer would have been able to script.

    But many people say that the cast was pushed to exaggerate....

    The general claim is that there’s a tendency to play up some things because the cameras are rolling and the cast knows it. But we must try to understand the image while keeping the frame in mind. We must assess what we’re seeing in terms of this framework. It’s not a documentary, it’s not investigative journalism. We should not confuse the two – it’s a reality show.

     
    This is a question more for parents than for scholars. Don’t we have to worry about our kids who might see this show as a model, as an ideal way of life?

     

    “The discussion here is more complex. Studies on the effects of media have shown that there is no cause and effect relationship in a direct way. It’s as if television were a family member, a guest who talks about some things. The relationship is there, but it’s indirect.”

    “It’s also not true that kids watch that much television. They do so in a casual, and, again, indirect way, like the Internet. So they won’t watch an entire episode, but only the parts they choose to see.”

    “Finally, to determine the impact of television it’s important to consider the mediation of the family, which plays a key role. Let me give you another example. Many studies have indeed shown the negative influence of television, especially on children who were left alone in front of the television for several hours, often in low-income families where parents used the television as a kind of babysitter while they were at work. It was also found that there were no books, no newspapers in those homes. In short, where the mediation of the family is not relevant, television’s effects are felt more profoundly. But as the family structure becomes more complex, and mediation becomes more pronounced, those effects are reduced. So the problem is not so much television, but the family structure.”

    “If we bring the discussion back to Grande Fratello [Big Brother], we see that these models take hold where there are few defenses. Where there’s a strong family structure, where people talk and discuss, the effect is minimal and very often it’s actually experienced in an ironic way.”

     We should also discuss the issue of political control over television programming. We see this in both Italy and America when groups want to protest certain depictions which they have deemed harmful or defamatory....

    “In Italy, the real detrimental effect, not only by Berlusconi but by all politicians, occurred when RAI Television and public service stations were completely taken over. It’s a mistake to rely on political officials rather than media professionals when it comes to broadcasting. This determines and hampers the image that television creates and presents. For example, all of the television dramas produced in Italy over the last 20 years have had some political implication. One drama was made to satisfy one political group, another was made for another political group, and so on.”

    “The real trial that Italian television is going through has to do with the excessive influence of politics. And every time a politician becomes interested in film, television, and theater, he does it in a very unrefined, one-sided manner. They have only one goal – to show a positive image. A dramatist’s aim is completely different.”

    “As for Italian Americans, I think they carry the rhetoric of fascism with them. Historically there hasn’t been a way for them to absorb and process the change. They understood the stereotype of one national identity, but they have not gone through the process of understanding the next one. Without knowing it, as they fight the stereotypes created by others, they unwittingly become victims of the same stereotyping.”

    “Then I watch RAI International and I want to tear my hair out. Italian-American organizations should fight for RAI International. How is Italy being portrayed? They could broadcast programs such as Jersey Shore while contextualizing and explaining them, and engaging in interesting and thought-provoking discussions….”

    Among other things, this could help Italians understand how difficult it is to be “G2,” second- and third-generation Italian American....

    “Definitely. They could really invest in it and add English subtitles to Italian news programs, since many Americans of Italian origin, particularly young people, no longer speak our language. These are obvious opportunities that RAI has missed. They claim that they have little money but the issue is that the budget could be allocated differently. Italian-Americans would do better to complain about RAI International instead of how American television represents italianità.

  • Life & People

    NIAF Gala. This Year Convention Focuses on the Next Generation

    The 35th annual NIAF gala. Two priorities for the coming year clearly emerged during the most important Italian-American event of the year: more attention must be paid to the younger generation as well as teaching the Italian language in American schools.

    As the President of NIAF Joseph Del Raso stated, NIAF is committed to and invested in the next generation through the Foundation’s restructuring on one side and dedication to restoring the AP Italian language program in high schools on the other.

    NIAF is no longer limiting its focus on the experiences of past immigrants but is also concentrating on the present day, putting today’s Italy in direct contact with today’s America.

     This year’s convention, more so than in past years, saw an increased number of young people in attendance, said Del Raso, “which motivatesus to continue what past generations have sown. The experience of most young Italian

    Americans is not the same as Jersey Shore”, he added.

     
    Del Raso also expressed NIAF’s gratitude to Victoria Mastrobuono, who recently left the Foundation 2.6 million dollars in her will, a significant amount of money that will be used to finance cultural initiatives.
     
    Over three thousand guests were in attendance, hailing from both the United States and Italy and who participated in many activities over two days spent Washington, D.C., culminating with the annual gala at the Hilton Hotel. The President of the United States was, as always, invited but due to campaign commitments did not attend. President Obama, however, did send a heartfelt video message underscoring the great contribution that Italian immigrants have made to American society.

    The convention’s program was rich and varied. The Foundation also hosted Expo Italia, a two-day exhibition pavilion showcasing the best of Italy, as well as a silent auction.

    Of particular interest was the presentation hosted by the Italian Trade Commission (ITC) entitled Indulge in the Real Flavor of Italy Without a Ticket! Director ofDirector of the Italian Trade Commission in North America, Aniello Musella, NIAF’s Executive Vice President Salvatore Salibello, and Lorenzo Galanti, Head of the Commercial Office at the Italian Embassy in Washington were also present. The keynote speaker and moderator of the event was Lou Di Palo, owner of Di Palo’s, the famous Italian grocery store in New York’s Little Italy. The message of the event was clear: Italian products continue to dominate the market thanks to their quality and individuality which the ITC advances through its commitment to promoting and defending authentic Italian products.

    Dan St. Paul known as the national Italian-American comedian and author opened NIAF’s weekend events. There was also a tribute to the quintessential Italian-American entertainer Frank Sinatra with Robert Davi performing Davi Sings Sinatra: A Tribute to Sinatra, The Great American Songbook and America.

    Let’s Talk About It! was a panel discussion on women’s health focusing on preventative strategies for breast cancer, including the newest recommendations for diet, lifestyle, and mammography screenings.

    Author Mark Rotella discussed his new book, Amore: The Story of Italian American Song.

    Talking Points was an entertaining discussion about the latest sports topics by some of today’s leading sports personalities.

    This was followed by talk entitled Dumbing Down Our Public Culture: Why the Arts Matter to America, given by Dana Gioia, former Chairman of the National Endowment for the Arts. Attendees also had the opportunity to attend a screening of Journey of Hope: Joe Leone’s L’Aquila Earthquake Relief Fund.

    Host Rossella Rago of Cooking with Nonna gave a surprise chat that revolved around her relationship with her grandmother, her family, the food she cooks, and the importance of a healthy diet.

    There was also a screening of No Kidding, Me 2! a compelling and moving documentary by Italian-American actor and director Joe Pantoliano (Memento, The Matrix) about mental illness. A screening of Crimebuster: A Son’s Search for His Father, a NIAF grant-winning documentary about groundbreaking Italian-American judge and district attorney Louis B. DeMatteis followed.

    Following the film screenings, attendees learned about the Jewish experience in Italy during the Holocaust at a session entitled It Happened In Italy, with author Elizabeth Bettina and Vincent Marmorale, Chairman of the Human Rights Committee of the New York State Council for the Social Studies. In addition to the various programs, there were booths from all over the country showcasing the best of Italy within the United States featuring fine wine, gelato, and other Italian treats.

    There was, of course, the annual live auction and NIAF’s silent auction showcase to accompany the event. The evening’s top sale: a first edition FIAT 500 auctioned at $69,000.

    At the eagerly-awaited NIAF gala on Saturday evening, there were, as expected, numerous Italians and Italian-Americans who have achieved prestigious positions within the U.S. in many diverse fields such as politics, finance, culture, and entertainment.

    Giuliana DePandi Rancic, anchor and managing editor of E! News and star of the Style Network show Giuliana & Bill served as emcee and introduced the evening’s guests. As a daughter of a famous tailor to the jet set and born in Naples, Rancic told the audience that she learned English by watching television since her family only spoke Italian at home. Italian Ambassador Giulio Terzi di Sant’Agata greeted the guests and warmly welcomed them to Washington in his speech.

    The dais and the dinner tables in the Hilton’s immense banquet hall was overflowing with stars and famous figures from different worlds, including Danny De Vito, Tony Lo Bianco, Joe Pantoliano, Annabella Sciorra, Michael Badalucco,  Linda Fiorentino, Mike Piazza, Dion Di Mucci and Lidia Bastianich. General Peter Pace, John Podesta, Judge Samuel Alito, President of CNN Worldwide Jim Walton, CEO of PepsiCo Americas Massimo d’Amore, Italian deputies Amato Berardi and Fabrizio Cicchitto, as well as the entire corps of the various diplomatic missions to the U.S. were all in attendance.

    The Foundation conferred awards to Italians and Italian-Americans who have excelled in their professional and civic roles. Awards were presented to Aurelio De Laurentis, filmmaker and president of the Naples soccer team, and Fulvio Conti administrative delegate of ENEL who received the Achievement Award in International Business.

    Awards were also given to Tom Izzo, head coach of the men’s basketball team at Michigan State University, Christopher J. Nassetti, President and CEO of Hilton Worldwide Business, Dr. Thomas M. Scalea, physicist at the R. Adams Cowley Shock Trauma Center at the University of Maryland, and Joe Uva, President and CEO of Univision Communications One America.

    NIAF also presented a special award to the President of RAI, Paolo Garimberti to commemorate 50 years of Italian broadcasting within the United States.

    Danny De Vito, as entertaining as ever, presented Aurelio De Laurentis an award along with hilarious jokes, but also expressed deep respect for his work in the Italian film industry. In between rounds of applause, De Laurentis promised to bring his soccer team to the U.S. soon. (The interview will appear on i-Italy shortly.)

    During the red-carpet evening there were many more movie stars than politicians present due to campaigning for the upcoming mid-term elections, but the Italians and the Italian-Americans who did attend gathered together for a celebration that continued long after the gala ended. Many guests at the gala were staying in rooms and suites scattered throughout the Hilton so that they could spend more time together in a more relaxed environment.

    Italian and Italian-American music was also the star of the show, with many traditional and contemporary tunes adding to the festivities.

    There were many informal and private moments throughout the gala event, less publicized but no less important. Between one toast and the next, and perhaps a bit of dancing, cherished friendships between Italians and Italian-Americans were established, rekindled, and shared during the event that continues to blossom year after year.

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    The National Italian American Foundation (NIAF) is a non-profit organization based in Washington, D.C., dedicated to preserving the heritage of Italian Americans. Visit www.niaf.org for more information.

  • Conversando con Aldo Grasso di TV, di Jersey Shore e dei Sopranos... e di quando la politica detta il palinsesto

    ENGLISH VERSION >

    “Sono rimasto subito colpito da i 'Sopranos'. Ho trovato le prime serie affascinanti. Non soltanto per il contenuto ma per la costruzione, per come erano realizzate. Ho saputo dopo che le associazioni italo-americane più tradizionali avevano iniziato a protestare. Ma la cosa più sorprendente per me è stata che anche in Italia avevano iniziato a calvalcare quest'onda. Mi ricordo che Gianfranco Fini, allora segretario di 'Alleanza Nazionale', venne qui in America e condivise questa lotta, condannando gli stereotipi."

    Così Aldo Grasso aprì una polemica diretta con Fini dalle pagine del Corriere della Sera. “Prima di prendere queste posizioni, non sarebbe meglio approfondire l’argomento di cui si parla?”—gli scrisse, contestandogli di non aver mai guardato i Sopranos. Se l’avesse visto, “data la sua intelligenza e la sua sensibilità, certamente non avrebbe preso parte alle proteste.”

    La storia andò avanti a lungo, e più la serie aveva successo, più se ne parlava. “Ma era una lotta di retroguardia. Un mafioso che va da uno psicanalista non può essere riconosciuto come lo stereotipo del mafioso.”

    Cos quando gli è capitato di vedere Jersey Shore, su MTV ha pensato “Oddio qui si ripete la solita storia. Non guardano i programmi, non discutono dei contenuti, ma genericamente si ha paura degli stereotipi”.

    In un tuo articolo hai definito Jersey Shore, divertente ed istruttivo. Cosa volevi dire?

    “Le due cose sono legate. La congiunzione è molto importante in questo caso perchè tu segui un programma quando è piacevole, e questo poi ti apre dei nuovi mondi che non conosci.

    Il fenomeno dei 'Guidos' per me era assolutamente nuovo, non ne sapevo nulla. E’ stata una scoperta straordinaria vedere che c’è un modo di rapportarsi a questa italianità che non è più uno stereotipo, ma semmai un topos.

    Ci sono giovani italiani americani di seconda e terza generazione che vivono così,  hanno la brillantina in testa, si muovono in un certo modo, parlano in un certo modo. Sono i figli di Saturday Night Fever, di Grease. Mi si è aperto un mondo e ci sono entrato dentro. Era interessante prima di tutto dal punto di vista della rapprsentazione. Capivi come parlavano, come si esprimevano, come erano visti dagli altri.

    La serialità americana ha avuto molto successo in Italia, però ci aveva sempre fatto conoscere il mondo americano, queste ragazzine bionde, carine…

    In questo caso veniva fuori uno spicchio d’Italia in America. Per questo lo trovavo istruttivo, perché tutto ciò che permette di conoscere qualcosa di nuovo, e in modo anche divertente, secondo me merita il massimo dell’attenzione. Non lo trovo offensivo per nessuno”.
     

    Ma è mai successo nella storia della televisione italiana che una trasmissione abbia suscitato reazioni ‘politiche’ così forti?

    “Ci sono state ultimamente delle reazioni politiche di questo tipo a programmi televisivi. Berlusconi si è molto lamentato ad esempio che la fiction italiana rappresenti troppo la mafia. Ma bisognerebbe anche riflettere sul fatto che le fiction italiane sulla mafia sono le uniche a vendere bene all’estero. La TV italiana di solito arriva alla frontiera di Chiasso e si ferma lì. Una delle poche serie televisive riuscite è stata l’epica della Piovra ...”
     

    E che tipo di televisione propongono questi critici?

    “Un ritratto tutto sdolcinato dell’italiano. Berlusconi invoca un’Italia positiva, che lavora, che crea, ma dal punto di vista drammaturgico è una cosa ridicolissima. Non sta in piedi.

    Negli ultimi 10, 15 anni, l’Italia ha scelto come tipologia di fiction la biografia in due puntate, che è quasi sempre un'agiografia. Quindi si racconta la vita di "santi", che possono essere politici, atleti, sportivi, santi veri, capitani d’industria.

    L’unica cosa bella prodotta ultimamente è stata Romanzo criminale, una serie sulla famosa banda della Magliana, cioè quell’apparato criminale che negli anni settanta ha dominato Roma. Un bel prodotto, ma che dal punto di vista dell’immagine in effetti rimane imbarazzante. Ne viene fuori un ritratto delle istituzioni italiane molto mortificante.

    Allora anche qui si pone l’eterno problema: ciò che è valido dal punto di vista drammaturgico, può creare dei problemi dal punto di vista politico. Se ci preoccupiamo dell’immagine sociale, allora l’imbarazzo delle istituzioni è comprensibile. Ma se andiamo ad analizzare, cosa scegliamo? Una cosa interessante dal punto di vista drammaturgico o una gratificante dal punto di vista istituzionale? Quando si sceglie la seconda strada si fanno spesso cose brutte e poco interessanti.”

    Quindi le accuse di diffamazione che certe associazioni italoamericane hanno rivolto ai Sopranos e a Jersey Shore sono assimilabili a quelle di Berlusconi, secondo cui la fiction sulla Mafia deturpa l’immagine dell’Italia all’estero. Siamo cioè di fronte ad un atteggiamento per così dire 'patriottico-nazionalista' molto forte. La politca che detta le regole per la drammaturgia, l’opera d’arte…

    “Sì, è la politica che pretende di determinare; invece di fare lo sforzo e di capire e cercare di penetrare il meccanismo simbolico, si ferma prima e ne trae l’immagine più banale.

    La cosa che la politica in Italia non ha mai capito, nei rapporti con la televisone è - che per tutto ciò che riguarda la 'costruzione dell’identita’ -  non è quello che la TV dice direttamente ad avere un forte impatto sociale. Conta piuttosto ciò che si dice in modo indiretto. La televisione è stata importantissima per la costruzione dell’identità italiana ma non certo trasmettendo il discorso di un primo ministro o show direttamente politici...

    Faccio un esempio. Studiando il processo di alfabetizzazione in Italia, e il ruolo che ha avuto la televisione, per anni si è andato avanti con vari equivoci, attribuendo il merito ora alla trasmissione del maestro Manzi—che si rivolgeva alle persone non alfabetizzate dicendogli che 'non è mai troppo tardi'—, ora a questo o quello sceneggiato…”

    Ma il paese ha imparato a parlare la lingua italiana molto di più attraverso altre trasmissioni di successo. Come Lascia o raddoppia, forse l’unico vero programma cult dell’epoca.

    Allo stesso modo, un dibattito politico condiziona pochissimo le scelte degli spettatori. Ci sono programmi che non parlano di politica direttamente ma che fanno politica in un altro modo, e sono molto più efficaci. Ad esempio quelli pomeridiani per i giovani, alcuni del mattino. Trasmettono un’idea, una certa ideologia, senza mai dichiararlo.

    Ci troviamo dunque di fronte ad un problema complesso dal punto vista simbolico… Se ci si ferma ai contenuti più evidenti — ad esempio: come vengono rappresentati gli italiani — si fa un grandissimo errore. Bisogna invece entrare dentro il codice della comunicazione, capire com’è strutturata una serie, coglierne la complessità linguistica. Solo facendo questo tipo di analisi riusciamo a capire i tipi di rappresentazione e riusciamo a dire qualcosa di più sensato. Ma la politica raramente fa questo passo ulteriore.”

    E Romanzo Criminale, che hai citato prima, contiene a sua volta un messaggio negativo...

    "Se ci mettiamo a cancellare tutti gli eroi negativi dalla storia della letteratura , del teatro, del cinema, ci resta ben poco. Dal punto di vista drammaturgico l’eroe negativo è sempre molto più interessante di quello positivo. Bisogna prendere atto che ci possono essere eroi negativi, perchè è un dato di fatto.

    Certo esiste una domanda interessante da farsi: cosa giustifica la presenza di un eroe negativo? L’unica giustificazione possibile va trovata dal punto di vista estetico. L’unica etica che la rappresentazione conosce è l’estetica, cioè se una cosa è fatta bene, se è linguisticamente complessa.”

    Torniamo ai Sopranos. Al tipo di mafioso che ha raccontato, paragonandolo al Padrino di Francis Ford Coppola. Questa serie televisiva sembra distruggerne l’immagine, il mito. Lo rende insicuro, debole. Un gangster non era mai stato rappresentato così...

    “Dal punto di vista del racconto e della struttura seriale, i Sopranos sono veramente una delle cose più belle che la televisione americana abbia prodotto negli ultimi anni. Se facessimo lo sforzo ipotetico di eliminare la componente italiana, sarebbe interessantissimo lo stesso. La cosa geniale di questo racconto è che ci permette di vedere nello stesso istante la mafia, ma anche altri aspetti che non avevamo mai visto fin’ora.  

    Ci sono tutti gli stereotipi della mafiosità, anche azioni criminali efferate… al tempo stesso però è come se quelle seduta di psicanalisi di Tony Soprano non appartenessero solo a lui, ma a tutto il fenomeno. Ciò che ne viene fuori esprime debolezza, e il ruolo della famiglia è totalmente diverso da quello della famiglia mafiosa che veniva raccontato prima. E’ una famiglia borghese, che ha i suoi problemi, la crescita dei figli che si rivoltano ai padri, c’è una complessità incredibile. La mafia diventa un pretesto e non ha più nulla dei vecchi stereotipi. L’aspetto interessante era proprio in questo racconto delle debolezze, in tutto ciò che non appartiene all’iconografia della mafia. Incluse le incertezze dei protagonisti: sono loro le prime vere vittime!

    Poi certo è un racconto ambientato in un territorio controllato dalla mafia. Ma non trovo nulla di offensivo. Mi sembra che distruggendo dall’interno un’immagine tradizionale della mafia, abbia reso un servizio enorme all’Italia e agli italiani americani."

    Ancora su Jersey Shore. Dal punto di vista sociologico, e non mediologico, hai fatto tu stesso un raffronto con figure italiane simili, i 'tamarri'. Esistono ragazzi così in tutte le città italiane, e non solo nel New Jersey…

     “Ho trovato interessante questo. Normalmente in Italia quando si rappresenta il fenomeno dei tamarri, al cinema o in televisione, se ne fa la caricatura. Non riescono a raccontarli per quello che sono veramente, salvo qualche buon documentario, ma è rarissimo.

    Quello che avviene in Jersey Shore è significativo. Non si tratta di caricature, bensì di una fotografia interessante e realistica. Io trovo che forse possano risultare offensive le caricature, ma non una rappresentazione realistica. Questa mi da una profondità che poi sta a me colmare in qualche maniera. Se io vedo per strada un incidente, mi trovo di fronte ad una realtà molto drammatica. Non per questo devo pensare che la vita sia tutta drammatica.

    Penso che il reality sia interessante, anche quando ome nel caso del  ‘Grande fratello’ si arriva alla decima o undicesima edizione, francamente fastidiosa. Ma ci sono dei momenti in cui quei ragazzi, quando non hanno più difese dal punto di vista ambiental, non si accorgono neanche più delle telecamere. Viene fuori un ritratto di un certo gruppo di giovani che è molto più interessante di come spesso viene sceneggiato.

    Quindi il pregio di ‘Jersey Shore’ era di genere. Le telecamere erano accese e ci hanno mostrato una certa realtà che nessuno sceneggiatore sarebbe in grado di rappresentare.”

    Molti dicono che i ragazzi erano spinti ad esagerare...

    “Il genere pretende che ci sia una certa enfatizzazione perchè c’è la presenza delle telecamere e i ragazzi lo sanno. Però bisogna riuscire a capire, avendo presente la cornice, il quadro. Bisogna interpretare il quadro in base a quella cornice. Non è un documentario, non è un’inchiesta giornalistica. Non bisogna fare confusione, è un reality.”

    Una domanda è per il padre, più che per lo studioso. Non ci dobbiamo preoccupare per i nostri ragazzi che magari fanno di questi show un mito, un modello di vita?

    “Il discorso qui si fa più complesso. Gli studi sugli effetti dei media hanno dimostrato che non esiste un rapporto di causa ed effetto così diretto. E’ come se la televisione fosse un membro della famiglia, un ospite che racconta alcune cose. Il rapporto c'è, ma è indiretto.

    Inoltre non è vero che i giovani guardano così tanto la televisione, lo fanno in maniera molto casuale e, di nuovo, indiretta, ad esempio attraverso Internet. Quindi non seguono tutto il programma, ma solo delle parti che scelgono loro.

    Infine, per determinare l’impatto della televisione è importante considerare la mediazione della famiglia, che ha un ruolo fondamentale. Faccio un altro esempio. Molti studi hanno sì riscontrato influenze negative della televisione, ma soprattutto su ragazzi che venivano lasciati soli davanti alla televisione per parecchie ore, e spesso in famiglie poco abbienti, dove i genitori usavano la televisione come una sorta di baby sitter mentre erano al lavoro. Si è anche riscontrato in quelle case non entravano libri, non entravano giornali. Dove insomma la mediazione della famiglia è poco rilevante gli effetti della televisione si fanno sentire di più. Ma via via che la famiglia diventa più complessa, e la mediazione più efficace, quegli effetti diminuiscono. Allora il problema non è tanto la televisione, quanto la struttura familiare.

    Se riportiamo questo discorso al Grande fratello, ci rendiamo conto che questi modelli s’impongono dove sono scarse le difese. Dove c’è una famiglia, dove si parla e si discute, l’effetto è minimo, anzi molto spesso è vissuto in maniera ironica.”

    Ci rimane da affrontare il problema del controllo politico sulla televisione, che intravediamo sia in Italia che in America quando si vuole impedire certe rappresentazioni che si ritengono deleterie o diffamatorie...

    "In Italia la vera operazione deleteria, non solo di Berlusconi ma di tutta la politica, quando si parla della RAI e del servizio pubblico, è stata di conquistarla totalmente. E’ un errore non affidarsi a professionisti della comunicazione, ma piuttosto a funzionari di partito. Ciò determina, come dire, anche l’immaginario che la televisione crea. Ad esempio tutte le fiction prodotte in Italia negli ultimi 20 anni hanno un qualche risvolto politico. Una è stata fatta per accontentare un gruppo politico, un’altra è stata fatta per quell’altro ecc...

    Il vero dramma che sta vivendo la televisione italiana è l’esagerata influenza della politica. E tutte le volte che la politica s’interessa di cinema, di televisione, di teatro, lo fa sempre in questa maniera molto rozza. Hanno un solo obiettivo, quello di dare un’immagine positiva. L’obiettivo della drammaturgia è un altro.

    Quanto agli italoamericani, credo si portino dietro tutta la retorica del fascismo. Storicamente per loro non c’è stato modo di elaborare il cambiamento. Hanno conosciuto uno stereotipo di identità nazionale, non hanno avuto il processo di elaborazione successiva. Senza saperlo, mentre combattono gli sterotipi degli altri non si rendono conto di essere essi stessi vittime di questo stereotipo.

    Poi vedo 'Rai Internazionale' e mi metto le mani nei capelli. Le associazioni italoamericane dovrebbero fare una battaglia per Rai Internationale. Che rappresentazione da' dell'Italia? Potrebbero trasmettere loro programmi come Jersey Shore, contestualizzandoli e spiegandoli e ccompagnandoli con dei dibattiti interessanti... "

    ...questo tra l'altro potrebbe aiutare anche gli italiani a capire quanto è difficile "essere G2", immigrati di seconda e terza generazione...

    "Certo. E potrebbero fare un investimento e sottotitolare in inglese i telegiornali italiani, visto che tanti americani di origine italiana, soprattutto giovani, non parlano più la nostra lingua. Queste sono le classiche occasioni mancate della Rai. Dicono di avere pochi soldi mai il problema è che il budget potrebbe essere impiegato in modo diverso. Gli italoamericani farebbero meglio a lamentarsi di RAI Internazionale, anzichè di come la televisone americana rappresenta l’italianità”.

  • Ad Eataly. Essere italiano è più facile

    Senza saperlo la redazione di i-Italy aveva sentito parlare di lui ancora prima di conoscerlo. Una redattrice pochi giorni prima era andata a fare la spesa nel nuovo megastore dedicato al cibo e alla tradizione culinaria italiana che Oscar Farinetti - con i partner Mario Batali, Joe e Lidia Bastianic - ha aperto sulla quinta strada di Manhattan. "Sono andata a fare la spesa da Eataly. Un impiegato molto gentile mi ha spiegato dove trovare i prodotti. Era gentilissimo e molto disponbile. Non succede spesso nei grossi store qui!” aveva detto.

     
    Non sapevamo, allora, che si trattava Nicola Farinetti, giovanissimo store manager, uno dei figli di Oscar Farinetti,  e che lo avremmo intervistato.

    Così appena arriviamo Nicola e la nostra redattrice si riconoscono divertiti. E comincia subito una lunga chiacchierata mentre realizziamo un filmato con lui. Giriamo per tutto il negozio. Ci divertiamo, come sempre, per raccontare una storia. La storia di un giovane che viene a NYC per cominciare un’avventura americana tutta italiana. Quella di Eataly NY.
     
    Quest'articolo rientra nella serie dedicata da i-Italy ai giovani italini alla conquista degli USA.
     
    “I mio rapporto con NY al momento  è abbastanza inesistente, tra casa e lavoro non riesco a dedicarmi tanto alla città. Sono qui da quattro/cinque mesi. Qualcosa ho visto,  ma poco, certo ci sente subito a casa. E’ una città con tantissime opportunità, ma che non ti opprimono. Puoi decidere se viverle o no. Non è come in altre metropoli dove si deve necessariamente stare al passo.
     
    Pensavo di avere un impatto forte con la città, invece è stato abbastanza semplice. New York di per se è abbastanza semplice. Ci si impiega un attimo a capire come funziona. E’ bella, poi per un italiano penso sia ancora più bella perchè, come dice Mario Batali: a NY ci sono due tipi di persone: gli italani e quelli che vorrebbero essere italiani.”
     
    Dopo mesi di full immersion qui. Come ti trovi?
    "Il mio rapporto con il negozio è veramente molto buono. Sto imparando tante cose. Posti così grandi ti danno la possibilità di trascorere  tante ore, senza sentirti oppresso dalla struttura. Sto facendo tutto quello che è nel mio background di retail che viene da Eataly Italia. Sto cercando di imparare ciò che la ristorazione americana mi insegna. Cerchiamo di portare il prodotto italiano, il metodo di cucinare, allo stesso tempo però cerchiamo di imparare dall’organizzazione dei ristoranti americani. Dalle differenze che ci sono a NY. Grazie a Joe, Lidia Bastianic e Mario Batali, i nostri soci,   sto apprendendo tantissime cose. Un modo completamente diverso di approccio al cliente, un modo diverso di servire. Ci sono aspettative, atteggiamenti diversi che hanno anche solo nel dirti grazie o nel lamentarsi."
     
    Dunque ti trovi bene?
     “Siamo ormai più di quattrocento persone. Siamo qui tutto il giorno fino a sera tardi. Sempre in moto, il mio inglese sta migliorando, sto imparando anche lo spagnolo. Qui lo spagnolo, soprattutto per la cucina. è una lingua imporante. Mi molto bene, penso che il negozio sia la parte più divertente della mia giornata al momento.”
     
    Quanto è difficile il tuo lavoro?
    “Non sono da solo, ho dei grandissimi soci americani che mi dannno una mano nelle grandi decisioni che sono quelle che spaventano tanto. Ho sempre pensato che nella vita non bisogna essere delle persone grandissime per riuscire nelle cose. Il trucco è essere concentrati al cento per cento, sapere quale è il focus. Se bisogna risolvere un problema prima o poi ti arriva la soluzione. Anche se non ti muovi proprio nel tuo campo e non hai veramenete esperienza. Tutto dipende da quanto impegno una persona ci mette.
     
    Mi racconti la tua giornata tipo?
    “Speglia presto.  Tra le 6 e le 8 del mattino. Quello che faccio di più e girovagare per il negozio, guardare i prezzi, il prodotto nuovo, come lo abbiamo esposto, come lo abbiamo comunicato e risolvere tutti i problemi che sono alla base. Grandi e piccoli, come ad esempio trovare il metodo migliore per emettere tutte le buste paga a fine settimana in meno tempo possibile senza fare errori. Decidere subito quali software ci piacciono e quali utilizzare. Adesso per esempio siamo vicini al Natale. Dobbiamo scegliere scatole e prodotti da utilizzare. Capire il tempo che impiegano ad arrivare. Decidere quali occasioni vogliamo prendere e quali non prendere.  Potremmo non avere tempo e forze necessarie per  portale a termine ben fatte e potremmo rovinarci un mercato. Dobbiamo scegliere e aspettare di avere un cliente che magari tra sei mesi potremo curare meglio.
     
    Nel negozio quindi lavoro a contatto diretto con tutti i manager, non ho un ufficio. Siamo 'persone da floor', faccio e ricevo email continuamente sul telefono che non sopporto ma in America sei obbligato. La gente invece di parlarti ti manda un email, sms”
     
    Essere italiano qui ti facilita o complica la vita?
    “Essere italiano in negozio, come in città, è molto semplice. L’importante, come in tutte le società, è portar rispetto per le differenze.
     Nel negozio poi i clienti hanno proprio voglia di parlare con i ragazzi italiani, la domanda più frequente è: ‘come lo utilizzate?'. Da una caffettiera fino ad arrivare ad un pomodoro e se la risposta arriva in un inglese che non è proprio un inglese perfetto o con un accento italiano è anche meglio. E’ facile,  soprattutto ad Eataly. Essere italiano è più facile"
     
    Cosa avete fatto a spiegare il concetto di Eataly qui?
    “Abbiamo cercato i migliori capi di tutti i settori e abbiamo realizzato una formazione sul territorio. Sono andati in Italia due mesi prima. Hanno avuto due mesi di formazione nel nostro negozio con i nostri ragazzi, con i traduttori. Dopo sono tornati qui con i nostri manager dei rispettivi reparti, per circa un altro mese. Formare bene il personale è quello che conta. Poi lavoriamo insieme molto sulla cartellonistica nel negozio, diciamo a loro di leggere i nostri cartelli per spiegarli bene ai clienti.”
     
    Mi racconti quache curiosità? Nel corso del tuo lavoro qui..
    “Cose divertenti ne son successe. Una accade tutti i giorni. Abbiamo un banco del pane stile italiano con una persona per servire. Ma qui sono talmente abituati al self-service che spesso capita che lo prendino da soli. E arrivano alla cassa senza un ticket!
    Quello che è molto divertente è che i clienti americani spesso si appassionano, imparano e poi vengono qui a chiedere di prodotti di cui noi non conosciamo l'esistenza. Che magari provengono da paesi sperduti o che hanno un nome regionale diverso”
     
    Nel cassetto un progetto a cui tieni tantissimo. E’ in fase di costruzione e verrà inaugurata nel prossimo anno una birreria qui. Mi racconti di cosa si tratta?
    “A questo progetto sono legato da un punto di vista sentimentale. E’ una cosa nella quale credo molto e mi appassiona perchè è il primo reparto con il quale ho iniziato a Torino. Ho  cominciato facendo il cameriere. La birra è una mia grande passione, mi ci sono buttato dentro, mi ci sono dedicato molto, ho conosciuto molta gente nel campo. Abbiamo iniziato a lavorare con il birrificio piemontese ma la birra artigianale sta prendendo piede anche negli USA. Abbiamo conosciuto  qui Sam Calagione, proprietario di una delle più importanti birrerie artiginali.
     Faremo la birreria più alta degli Stati Uniti, al sedicesimo piano, sarà un open beer garden. Birra al 100% italoamericana fatta in America, ospiteremo altri italoamericani che vengono a fare la birra con noi. Birre italiane e amaricane alla spina, per divertirsi un pò. E anche un ristorante aperto tutto il giorno.”
     
    Descrivi Eataly in poche parole a chi non è ancora venuto?
    “Quello che piace molto sono le aree tutte apparentemente seperate ma in realtà tutte nello stesso posto.
     Due o tre punti sono fondamentali. Il primo è un luogo dove un cliente possa avere tre esperienze allo stesso tempo e nello stesso spazio: comprare, mangiare e imparare. Quindi la parte di retail/mercato per comprare, la ristorazione per mangiare e la parte di educazione, i vari corsi che facciamo come degustazione di vini e formaggi. Un altro punto fondamentale e cercare di creare un luogo che sfrutti le regole base del mercato del retail con prodotti di alta qualità. Quindi da un lato sfruttare l'informalità dei grandi supermercati, la musica non pretenziosa per presentare un prodotto esposto in maniera massiva che la gente puè comprare, per portare i grandi ma anche piccoli produttori.
     
    Nella ristorazione qui importante è la semplicità, possibilmente legata a qualche concetto regionale e ad una cucina mediteranea. Per pesce il concetto cambia in maniera particolare perchè noi non importiamo cibo fresco, dunque  usiamo pesce americano,  lo scegliamo sul territorio e lo cuciniamo all'italiana, esaltato dalla qualità del prodotto e non da salsae o contorni.  Per le verdure, abbiamo una varietà di scelta tra le varie insalate in un mercato. La gente vuole mangiare “leggero” perchè vegan o vegetariano.
    Poi ci sono Manzo e Rosso Pomodoro. I bar perchè il caffe' è una cosa della quale gli italiani son molto orgogliosi e dunque è giusto offrirla. Per la pasticceria facciamo un discorso diverso, regionale, di qualità, molto attento alle intolleranze, dunque con prodotti senza latte e con ingredienti alternativi. Per i vini abbiamo una cantina molto vasta con prezzi per tutti...”
     
    Si sente, mentre parla, grande competenza, desiderio di ricercare e scoprire le novità, entusiasmo. Potrebbe continuare a lungo senza portare l'interlucutore a distrazione. Siamo convinti che uno dei segreti di un'operazione commerciale come quella di Eataly, è sicuramente anche nella semplice disponibilità di giovani come Nicola Farinetti.  Giovani che parlano ad altri giovani, ne conoscono le esigenze pur rispettando la tradizione e si rimboccano le maniche per lavorare in una azienda familiare che crede in quello che fa. E tutto questo è ancora molto italiano.

     
     

  • Fatti e Storie

    "L'AQUILA nel Mondo" - Notizie, fatti ed eventi prima e dopo il 6 aprile 2009


    NEW YORK - La notizia della prima scossa del terremoto per me è passata prima di tutto attraverso Facebook, da L’Aquila a New York. Anzi da Roma - L’Aquila verso New York. Un’amica della capitale mi racconta in diretta la scossa, subito dopo cerco di rintracciare un parente che vive in Abruzzo. L’avevo intravisto collegato poco prima. Guardo, mi accorgo che è interrotto… Interrotto. 
     
    Ricordo quella notte come se fosse oggi, ho continuato a aspettare diverse ore invano un notiziario Rai che mi aggiornasse. Lo hanno invece fatto le televisioni internazionali e prima di tutto la Rete. E proprio grazie ad Internet, nonostante la distanza, ho sentito quasi fisicamente quelle scosse. In pochi istanti ho ripercorso con la memoria quei luoghi dove mi portava mio padre Nicola.
     
    Ancora oggi, dopo mesi, riferirmi ai quei giorni, e scrivere la prefazione ad un libro intitolato L’Aquila nel MondoNotizie, fatti ed eventi prima e dopo il terremoto del 6 aprile 2009, non è facile senza lasciarmi andare a pensieri, ricordi. Viene facilmente meno quel distacco che ogni giornalista deve sapersi imporre e, a dire il vero, fa capolino anche un po’ di rabbia.
     
    Ma sono contenta di scrivere queste righe che accompagnano il lavoro del ‘cesellatore’ Palmerini. Gli scritti che l’impagabile conterraneo ha messo insieme sono stati realizzati e raccolti con la pazienza di un antico artigiano. Usando lo scalpello della sua onesta passione per una comunicazione efficace ed immediata ci dona lo spaccato di un Abruzzo vivo, che non hai mai smesso di respirare. L’Aquila “di prima” guarda con tenacia all’Aquila di “dopo” e mantiene agli occhi di chi legge, nonostante la tragedia che l’ha colpita, tutto l’orgoglio di una terra che non si lascia abbattere mai. Neanche dopo un terremoto.
     
    Il filo rosso che unisce gli articoli raccolti da Palmerini è dunque un Abruzzo che respira, un Abruzzo di persone, uomini e soprattutto donne, giovani, luoghi, chiese, eventi, politiche, sport, che di pagina in pagina stupisce ancora di più perché raccontato a cavallo tra diversi continenti.
     
    Ricevo, come tanti miei colleghi nel mondo, i comunicati, le foto, i video, gli articoli e le segnalazioni di Goffredo Palmerini. Arrivano, tutti i giorni o quasi, e li scorro insieme al mio cappuccino del mattino. Sono sempre stimolanti perché raccolgono contributi eterogenei da tutto il mondo, e chi legge ha la possibilità di trovarvi delle angolature tematiche insospettabili. Si fanno delle vere scoperte.
     
    E devo dire che questo è successo ancora di più nel dopo-terremoto, quando molte sono state le segnalazioni che hanno fatto da contraltare ad un’informazione spesso troppo “istituzionale”, che raccontava più i successi del Governo che le difficoltà e conquiste quotidiane delle persone. Negli articoli che il giornalista abruzzese scrive o propone compare invece soprattutto la vita reale. Anche quelli che a prima vista possono sembrare freddi resoconti nascondono dentro di sé storie vere, piccole o grandi che siano.
     
    Dobbiamo molto a Palmerini noi italiani all’estero. Ci permette uno sguardo, anche disincantato, ad un’Italia spesso imperscrutabile. Come un cesellatore appunto, pian piano, consapevole dell’importanza della tecnologia per fare rete ed informare, ha messo su molto più di un network giornalistico. Ha dato voce e fatto passare voci che sarebbero a volte rimaste poco ascoltate. Lo ha fatto e lo fa sempre con discrezione e con la delicatezza di chi sa proporsi senza essere invadente.
     
    E sfogliando le pagine di quest’ultimo contributo in carta ve ne renderete conto. Testate dall’Argentina, Canada, Messico, Perù, Stati Uniti, Sud Africa, Svizzera... grazie a lui hanno raccontato la sua terra e gente nel mondo. Gli argomenti affrontati sono i più vari: dall’emigrazione alla politica, dalla cultura allo sport, visti fuori dall’Italia ed in Italia.
     
    Palmerini racconta e lascia raccontare la realtà con passione e lungimiranza, senza farsi affascinare da certezze, raccoglie contributi diversi, magari anche contraddittori, fa parlare attraverso le più svariate angolature l’emigrazione italiana all’estero e oggi anche quella in Italia. La sua rete collega buona parte delle realtà associative regionali all’estero che conosce molto bene.
     
    Ed è grazie a questo rapporto con le associazioni, ed in particolare con l’Anfe (Associazione Nazionale Famiglie Emigrati), che ho avuto l’opportunità di incontrarlo personalmente un anno fa a Palermo. Era una duegiorni sul rilancio del ruolo delle associazioni italiane ed ero stata chiamata a coordinare i lavori in qualità di direttore del settimanale multimediale telematico che dirigo a New York, www.i-Italy.org.
     
    La domanda a cui si è cercato di dare una risposta era: “Quali politiche innovative mettere in campo per rilanciare il ruolo dell’associazionismo, perché sia in grado d’innovarsi verso i giovani e contribuire alla ricostruzione della continuità culturale ed a custodire la ricchezza della propria storia?”.
     
    Parlarne a lungo con Goffredo per me è stato importante, ho apprezzato subito la sua apertura verso tutto ciò che è nuovo e soprattutto il desiderio di rischiare, senza ancore nel passato. Quei sessanta milioni d’italiani dislocati sui cinque continenti, che rappresentano l'Italia all'estero e che ancora oggi attendono di essere riconosciuti ed ottenere finalmente il giusto peso, necessitano anche di un po’ di autocritica. Ed è chiaro che la spinta debba venire soprattutto dalle nuove generazioni che invece spesso vengono ancora arginate, se non marginalizzate.
     
    Da questo punto di vista c’è da lavorare molto sul linguaggio e sui mezzi di comunicazione, utilizzando le nuove tecnologie e tutti gli strumenti che la rete consente. Questo è l’intento della testata che dirigo, e con Palmerini su questo terreno si è creata subito una simbiosi.
     
    A lui in fondo dobbiamo, e da tempi insospettabili, l’intuizione di tutto questo e alle sue semplici email, con cui è riuscito a far comunicare Germania e Repubblica Dominicana, Australia e Canada, Stati Uniti e Argentina e Brasile … creando insospettabili link, connessioni vive in un percorso interattivo che ha attraversato i continenti.
     
    Potrei definire Palmerini non un semplice giornalista italiano, ma un capo-redattore italico “glocale” come direbbe l’intellettuale, politico ed imprenditore Piero Bassetti. Per il modo in cui riesce ad unire e comunicare gli avvenimenti locali con quelli lontani che hanno per protagonisti emigrati dall'Abruzzo o loro discendenti.
     
    Questo è il Goffredo Palmerini giornalista; ma lo stesso avviene quando diventa editor, cesellatore come dicevo, che espande a macchia d’olio i confini del suo, nostro Abruzzo. Ed è certo evidente, in questo suo modo di comunicare, un approccio ‘politico’ derivante probabilmente dalle sue intense attività anche in questo campo.
     
    Ma torniamo all’Abruzzo che lui racconta in questo libro e alla sua Aquila operosa, prima e dopo. Sono stati e sono ancora momenti difficili. I titoli degli articoli parlano chiaro e conducono il lettore per mano, di mese in mese. Eccone alcuni: L’Aquila risorgerà, il terremoto non la doma; Con il G8, per tre giorni L’Aquila capitale del mondo; Un successo i lavori del G8, L’Aquila commuove il mondo;
     
    Affiancati a quelli pre-terremoto In Bolivia un’emigrazione abruzzese tutta speciale; Gaetano Bafile, una vita per il giornalismo; L’Aquila città degli studi per giovani oriundi da tutto il mondo; Donne abruzzesi nel mondo, zoom sull’emigrazione al femminile; … danno la certezza di un’interruzione che è durata solo il tempo di riprendere fiato per guardare al futuro costruendo sulla propria storia.
     
    Sono testimonianze che raccontano di una vitalità e di una caparbietà unica. Lasciamoci andare quindi, abruzzesi e non, ad una lettura che ripercorre il passato ma che vive di presente, con storie vere che hanno come protagonisti uomini e donne veri. Storie che vivono nel loro essere appena passate.
     
    Continuerò a seguire Palmerini da New York, felice di essere nella sua rete, per vivere il presente, ma anche per rivivere il ricordo della terra di mio padre che ho ritrovato, per esempio, in un articolo che citava lo statista Lorenzo Natali, incontrato quando ero bambina. In quelle lunghe e bellissime vacanze estive sulla spiaggia di Vasto.
     



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    Letizia Airos e Mario Fratti incontrano Goffredo Palmerini, autore del volune "L'Aquila nel Mondo", One Group Edizioni.


    Time
    Thursday, October 14 · 6:00pm - 7:30pm

     

    Location       Casa Italiana Zerilli-Marimò

          24 West 12th Street
          East New York, NY


     


  • Manufacturing Industry. Nobel Joseph Stiglitz: "The United States Should Take Italy as an Example”

    The World Business Forum (WBF) is an important event for the international business community. Economic world leaders, opinion leaders and decision makers, representatives of companies and of the academic world come together to discuss strategies and innovaton and share experiences from different fields and markets.

    In New York this year, among the various personalities who spoke at the WBF meeting held in New York last week, were former Vice President Al Gore, Nobel prize for Economics Joseph Stiglitz, and David Gergen, a journalist and longtime White House advisor. And for the fist time an Italian was among the lecturers on the stage.

    The high honor went to Luca Majocchi, managing director of Meccano SpA and former CEO of Seat Pagine Gialle and Unicredit.

    Italy, thanks to the Chigago Office of the Italian Trade Commission, was present with its “Machines Italia” project.

    This aims at making the world know that Italy is a prime industrial machines producer. In the words of Pasquale Bova, director of ITC’s Chicago office: “We need to send a clear message: people must understand that Italy is not only a food, fashion and consumer goods producer, but also a country capable of offering cutting edge technological solutions.”

    In addition to spreading information about excellence in specific market sectors, the Machines Italia project also assesses the demand for Italian products. And the numbers of Italy’s mechanical industry are noticeable: 14 market sectors encompassing more than 10 thousand companies, including mechanical engineering among others.

    The ITC also organized a discussion entitled “Challenges of Global manufacturing: Improving North American and European Competitiveness Through Cooperation”.

    In the historical Manhattan “Club 21”, journalists and experts of the field, including American and Italian scholars, gathered together for a special work lunch.

    An outstanding personality was their guest: Professor Joseph Stiglitz, Nobel prize for Economics in 2001, former Vice President and Chief Economist at the World Bank (1997-2000) and renowned author of several books, including the world best seller “Globalization and Its Discontents” (2002).

    Among the other panelists: the directors of the Italian Trade Commission in Chicago Pasquale Bova, and in New York Aniello Musella, the director of the ISTUD foundation Luigi Serio, the President of Federmacchine Alberto Sacchi, and Luca Majocchi.

    In his examination of the causes of the current economic crisis in the U.S., Mr. Stiglitz emphasized that the United States “need to change course and specialize. They need to create a network of medium and small enterprises.” According to the Nobel Prize, the Government should promote these companies and bet on them in order to give impulse to an economy that as of now is witnessing the disappearance of jobs that were supposed to belong to the new generations.

    Aiming at quality and specialization, as well as betting on a network of medium and small enterprises, is what Italy has been doing for decades, and not suprisingly Mr. Stiglitz acknowledget it by saing that “The United States should take Italy as an example” in this field.

    While talking about the manufacturing industry he forecasted that the “occupancy in the manufacturing sector in the US will keep declining. Like Italy, the States should increase the specialization in machinery and keep alive and kicking the manufacturing industries.

    In order to push through this moment the United States have to radically change their economy in the coming years. Before the crisis, people were over-investing in the real estate sector, because it was a source of market demand and occupancy, but now those jobs are gone.”

    Important comments came also from Luigi Serio, who presented a poll commissioned by ITC about the American perception of Italian machinery. “In the USA there are people who use Italian machines and people who don’t—Mr. Serio said rather straightforwardly.— Those who use them, appreciate them for their quality and durability. They are covered by a solid warranty and are flexibly adjustable to new necessities. Those who do not use them, have an older point of view. They buy according to different criteria.”

    A direct question from i-Italy about what are the main strengths and weaknesses of the Italian companies got answered by Mr. Serio in an equally straightforward manner: “Italian companies have three sources of strength: high quality, durability and flexibility of their products. The weakness instead is a relatively fragile system that lacks an adequate and structured sales infrastructure.”

  • Facts & Stories

    Manufacturing Industry. Nobel Joseph Stiglitz: "The United States Should Take Italy as an Example”

    The World Business Forum (WBF) is an important event for the international business community. Economic world leaders, opinion leaders and decision makers, representatives of companies and of the academic world come together to discuss strategies and innovaton and share experiences from different fields and markets.

    In New York this year, among the various personalities who spoke at the WBF meeting held in New York last week, were former Vice President Al Gore, Nobel prize for Economics Joseph Stiglitz, and David Gergen, a journalist and longtime White House advisor. And for the fist time an Italian was among the lecturers on the stage.

    The high honor went to Luca Majocchi, managing director of Meccano SpA and former CEO of Seat Pagine Gialle and Unicredit.

    Italy, thanks to the Chigago Office of the Italian Trade Commission, was present with its “Machines Italia” project.

    This aims at making the world know that Italy is a prime industrial machines producer. In the words of Pasquale Bova, director of ITC’s Chicago office: “We need to send a clear message: people must understand that Italy is not only a food, fashion and consumer goods producer, but also a country capable of offering cutting edge technological solutions.”

    In addition to spreading information about excellence in specific market sectors, the Machines Italia project also assesses the demand for Italian products. And the numbers of Italy’s mechanical industry are noticeable: 14 market sectors encompassing more than 10 thousand companies, including mechanical engineering among others.

    The ITC also organized a discussion entitled “Challenges of Global manufacturing: Improving North American and European Competitiveness Through Cooperation”.

    In the historical Manhattan “Club 21”, journalists and experts of the field, including American and Italian scholars, gathered together for a special work lunch.

    An outstanding personality was their guest: Professor Joseph Stiglitz, Nobel prize for Economics in 2001, former Vice President and Chief Economist at the World Bank (1997-2000) and renowned author of several books, including the world best seller “Globalization and Its Discontents” (2002).

    Among the other panelists: the directors of the Italian Trade Commission in Chicago Pasquale Bova, and in New York Aniello Musella, the director of the ISTUD foundation Luigi Serio, the President of Federmacchine Alberto Sacchi, and Luca Majocchi.

    In his examination of the causes of the current economic crisis in the U.S., Mr. Stiglitz emphasized that the United States “need to change course and specialize. They need to create a network of medium and small enterprises.” According to the Nobel Prize, the Government should promote these companies and bet on them in order to give impulse to an economy that as of now is witnessing the disappearance of jobs that were supposed to belong to the new generations.

    Aiming at quality and specialization, as well as betting on a network of medium and small enterprises, is what Italy has been doing for decades, and not suprisingly Mr. Stiglitz acknowledget it by saing that “The United States should take Italy as an example” in this field.

    While talking about the manufacturing industry he forecasted that the “occupancy in the manufacturing sector in the US will keep declining. Like Italy, the States should increase the specialization in machinery and keep alive and kicking the manufacturing industries.

    In order to push through this moment the United States have to radically change their economy in the coming years. Before the crisis, people were over-investing in the real estate sector, because it was a source of market demand and occupancy, but now those jobs are gone.”

    Important comments came also from Luigi Serio, who presented a poll commissioned by ITC about the American perception of Italian machinery. “In the USA there are people who use Italian machines and people who don’t—Mr. Serio said rather straightforwardly.— Those who use them, appreciate them for their quality and durability. They are covered by a solid warranty and are flexibly adjustable to new necessities. Those who do not use them, have an older point of view. They buy according to different criteria.”

    A direct question from i-Italy about what are the main strengths and weaknesses of the Italian companies got answered by Mr. Serio in an equally straightforward manner: “Italian companies have three sources of strength: high quality, durability and flexibility of their products. The weakness instead is a relatively fragile system that lacks an adequate and structured sales infrastructure.”

  • Raffella Curiel
    Life & People

    Elegance, Passion, and Creativity on Board

    Pier 88 on the Hudson River. A cruise liner from the MSC fleet hosted over 400 guests who were pampered in Italian elegance and luxury during an event promoted by the Italy-America Chamber of Commerce in New York with the crucial support of ENIT, the Italian Government Tourist Board.

    The ship christened “Poetry” is the pride of MSC cruise fleet, the industry leader that has transported more than one million passengers over the world’s seas.

    A series of events took place throughout the day last Saturday, October 2. Four hundred guests were invited to tour the ship and live the good life in Italian style while enjoying a concert and fashion show.

    The event was seamlessly coordinated by ENIT New York, the regions of Sardinia and Piedmont, designer Raffaella Curiel, and  Maestro Salvatore Moltisanti, who oversees the Gran Premio Ragusa Ibla classical music competition.

    Before entering the lavish ship, guests admired prominently displayed Vespa, Aprilia, and Moto Guzzi motorcycles, and after showing their passports they were warmly welcomed and pampered by the ship’s staff and chefs.

    From the porthole windows guests enjoyed the sun and the Hudson River as well as breathtaking views of nearby Manhattan.

     
    Soon after, guests were presented with a quintessential Italian aperitivo. After an introduction by Consul General Francesco Maria Talò, there followed a presentation about two extraordinary areas in Italy: Sardinia and Piedmont.

    Director of ENIT North America Riccardo Strano described the regions in words and images, highlighting their natural attractions, music, cultural history, as well as their local food and wine.

    Fabrizio Di Napoli coming from Piemonte presented his region, and Riccardo Strano greeted the audience on behalf of Sardinia's Regional Commissioner for Tourism, Sebastiano Sannitu.

    Each region had two journalists as testimonials: Manos Angelakis for Regione Piemonte, and Cindy Bigras for Regione Sardegna.

    It was a real taste of what the bel Paese has to offer, which is preparing to mark the 150th anniversary of its unification with celebrations beginning in Piedmont and continuing throughout Italy.

    The dinner menu was particularly memorable, with Sardinia and Piedmont showcasing the best of their authentic dishes and local wines. The ship’s dining room impressed its guests by combining innovative and refined presentations accompanied by impeccable service.

    After dessert, guests made their way to the ship’s theater for a concert with performances by several winners of the Grand Premio Ragusa Ibla, a classical music competition conceived and organized by Salvatore Moltisanti. Performers included tenors Michael Barino and Adalberto Riva, composer David Cieri, pianists Oliver Betz, Chie Sato Roden, and Terri Eder.

    The day ended on a glamorous note, with a fashion show inspired by traditional Japanese costumes created by designer Raffaella Curiel. The beauty outside of Italy was reinterpreted through the eye of an historic fashion house in her haute couture fall/winter 2010-2011 collection which featured colors, fabrics, and designs focused on the mysterious and exotic Far East. The collection centered on precious fabrics enhanced by exquisite accessories designed by Gigliola Curiel, Raffaella’s daughter.

    Highlights of the collection included kimonos reinterpreted in bright colors and other extraordinary costumes worn by models that moved like aristocratic ladies.

    Raffaella Curiel was sought after by the event’s organizers for her ability to synthesize true Italian spirit, genius, elegance, craftsmanship, creativity, love, and passion in her creations. She chose to dedicate her latest collection to the mix of cultures that New York represents. It was the result of a long period of time spent studying Japanese decorative arts as well as learning how to balance the colors and lines of the kimono and observing the posture of aristocratic ladies.
     

    Claudio Bozzo, President of the Italy-America Chamber of Commerce and MSC America, beamed with pride at the end of the lively day, and said that he was pleased and happy to have found the key to organizing such a dynamic and successful event.

    “An Italian ship was the perfect place. We depicted Italy by touching each of the senses. I certainly think that anyone who did not know our country before has now been inspired to learn more about our beautiful country up close.”

    Director of ENIT North America Riccardo Strano, who coordinated and led the tourism portion of the event, noted that “it is important to promote tourism through our own brands like MSC Cruises. It’s definitely a job well done, thanks to the cooperation which made all the difference. It’s an event we look forward to repeating.”

    Francesca Verga, proud to be one of  the minds behind  the event,  said that the event was “a dream come true. It made me proud to share the best of my country with others. It’s a way to help the Italian community here in America as well as to transport the Americans on board to Italy.”

    Among the many guests in attendance, the following dignitaries were also present: Vice Consul Marco Alberti, Directors of  the Italian Trade Commission in NY Aniello Musella,  Baronessa Mariuccia Zerilli-Marimò, the founder of  Casa Italiana Zerilli-Marimò (NYU) and President of IACE Berardo Paradiso.

    At the day’s conclusion, Consul General Francesco Maria Talò expressed great appreciation for the Italian spirit – the genius, elegance, creativity, and passion that came together on the MSC cruise ship: “It is a demonstration of what it means to work together within Sistema Italia.”

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