Articles by: Letizia Airos

  • Fatti e Storie

    Nedo, Andrea e Talia. Memoria al futuro


    Incontro il giornalista Andrea, figlio di Nedo Fiano, uno dei pochissimi italiani sopravvissuti ad Auschwitz, con un’immagine ben precisa in mente. Proviene dalle parole di un’intervista letta qualche tempo fa in cui si raccontava del bambino Nedo che, all’improvviso, non può andare più a scuola, perchè le leggi italiane glielo impediscono. L’immagine di un bambino che nel 1938 perde il diritto all’istruzione, e insieme il diritto a giocare con tutti i suoi coetanei italiani che non vogliono o non possono frequentarlo più. Deve frequentare classi organizzate dalla comunità ebraica.

    Il mio colloquio con Andrea Fiano ha così seguito un filo immaginario: davanti a me Nedo ragazzo, Andrea ragazzo e poi oggi Talia, la figlia adolescente di Andrea.
     
     
    “Essere figlio di un sopravvissuto ad Auschwitz vuol dire crescere con dei grandi quesiti che con il tempo ho risolto, ma che in parte rimangono. Riguardano quello che è successo, e perché è successo alla mia e ad altre famiglie. Perché ci sono nonni, zii, cugini che non ho mai visto.” Nella memoria di Andrea in particolare un episodio che può aver coinciso con la presa di coscienza del bambino Andrea.
    “Mi ricordo che una volta, alle elementari, andammo a fare un coro in una casa per anziani e vidi una specie di lapide. Mi convinsi, a torto, che venisse citato il nome di una mia nonna. Mi emozionai, mi misi a piangere, la maestra mi calmò. Avrò avuto 8 anni.
    Era una vita diversa per un bambino, voleva dire non avere parenti da una parte della famiglia  e avere un padre un po’ particolare. Un padre che non era proprio un padre come quello degli altri e tante situazioni da vivere con emozioni molto forti.”
     
    E Andrea descrive quei giorni: “Stiamo parlando di un Italia in cui la storia di mio padre era un fatto rarissimo, anche per la per la comunità ebraica. Sono state deportati poco più di 8.000 ebrei, ne sono tornati qualche centianio, ora ce ne sono poco più di 100 ancora vivi. Era un fatto raro di cui non si parlava tanto, per molti era lontano o vicino, a seconda dellla sensibilità, ma io ce l’avevo in casa. Sono cresciuto chiedendo molto poco; fino alla mia adolescenza, non ricordo di avere mai avuto amici che fossero figli di deportati e di non aver mai condiviso la mia storia.”
     
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    Parla del padre Nedo con affetto, e al tempo stesso un rigore quasi giornalistico: “Lui non raccontava, ha cominicato negli ultimi 20 anni. Ho avuto la fortuna di crescere con una figura paterna ottimista, tutt’altro che astiosa. E’ tornato in Germania già negli anni ’70, per lavoro, vestito per bene, in un posto dove era stato schiavo solo venti, quindici anni prima. A casa mia c’è sempre stato un messaggio di ottimismo sulla natura umana accanto ad un’impostazione chiaramente antifascista.”

     
    Nedo Fiano da diversi anni porta instancabilmente la sua testimonianza in giro per l’Italia: “Lo ha fatto in piu di 700 posti tra scuole, circoli, chiese. Credo che lo abbia sentito come un dovere, ad un certo punto ha cominciato a scrivere dei raccontini e poi dopo a parlarne.” Il modo di testimonirare che ha scelto è diverso, e per questo lo avvicina molto alle giovani generazioni. Non racconta solo la sua storia tragica, ma parla di libertà, democrazia, attualizza. Cerca di far capire che spesso si danno troppo per scontati diritti conquistati con grandi battaglie.


    Ma la sua nipote “americana”, la figlia di Andrea, come vive l’esperienza del nonno? E la giornata della memoria?


    ”Bisogna dire che per chi ha una famiglia con delle storie così, non c’è bisogno di una data specifica. Mi ricordo una volta, a scuola, le fu chiesto di scegliere un eroe di cui parlare. Lei scelse il nonno, mentre un ragazzino di origine tedesca optò per uno zio pilota della Lutwaffe. Lei si alzò e disse: ma questo non è un eroe, lo sapete cosa hanno fatto i tedeschi durante la Guerra? Fa parte del suo DNA, in lei c’è rispetto, solidarietà ma anche grande consapevolezza. Non ha letto il libro del nonno solo per un problema linguistico, lo farà”.
     
    La storia della sua famiglia influenza fortemente la coscienza sociale di Andrea, il suo essere cittadino; la sua sensibità ai fenomini di razzismo, discriminazione è molto spiccata. “Ricordo qualche anno fa una cena in Italia con degli amici d’infanzia in un ristorante sul mare. As un certo punto una persona ha cominciato a fare dei commenti molto razzisti su dei filippini. Io dissi: adesso o la smetti o me ne vado. Rimasero tutti stupiti dalla mia reazione. Mia moglie stessa non capiva. Putroppo la situazione oggi è molto peggiorata, Non è facile capire come comportarsi.”
     
    Cosa vuol dire la giornata memoria per Andrea? “Come ricorda Primo Levi: ogni popolo che dimentica il suo passato è destinato a riviverlo! Non so se sia cosi, ma è importante ragionare, conoscere la nostra storia come italiani, come ebrei. L’idea di fermarsi per un giorno simbolicamente, e riflettere, mi sembra fondamentale. La lettura dei nomi delle vittime a Park Avenue, davanti alla sede del Consolato Generale d’Italia, è importante, ed il fatto che la radio del New York Times l’anno scorso abbia detto ‘se vedete il traffico che rallenta è perché stanno leggendo i nomi dei deportati’ ha avuto un grande significato per me. è un omaggio al ricordo di queste persone, ma non solo, va anche detto che questo ricordo non è limitato ai parenti di quelle vittime che non hanno bisogno di una data precisa. Goccia a goccia si ricostruisce anche grazie a questa ricorrenza un passato fatto di tante persone venute negli USA per sfuggire dal fascismo, e non solo dalle persecuzioni razziali.”
     
     
     
    L’anno scorso, come tanti, ho partecipato anch’io alla lettura di questi nomi. Si susseguivano lenti come piccole onde sulla riva di una spiaggia. Ripeterli nel silenzio, solcato solo dal rumore delle macchine e di passi sul marciapiede, scava nel profondo del nostro essere umani. Lo stesso cognome ripetuto anche piu di una decina di volte.
    Nuclei familiari interamente sterminati. Si lascia quel piccolo podio, allestito davanti il Consolato, con il cuore in gola.
    Si tratta di un omaggio che supera il valore simbolico e i-Italy non poteva non dare il proprio contributo. Ecco dunque questo numero speciale che avete davanti. Dedicato a quell’immagine di Nedo Fiano bambino, privato del diritto di essere bambino. E di tutti i bambini che in ogni parte del mondo, ancora oggi, sono vittime di discriminazioni e violenze razziali. Nello stesso giorno in cui un uomo di pelle nera presta giuramento come presidente degli Stati Uniti d’America, questo messaggio—qui da New York—acquista un’attualità tutta particolare.
     

     

  • Facts & Stories

    A Holiday Present to our Readers in New York


    This holiday season brings us closer to 2012, albeit much poorer.
    But the economic crisis doesn’t mean that we have to forgo the traditions that are part of our lives, especially in the holidays. However, we certainly must be wise, maybe wiser than in the past.
     
    To send a positive message, but one centered on wisdom, i-Italy and its partners have decided to feature here not just advertising, but some true gifts for our readers. We also did it to remind us of other difficult times that Italy has gone through in the past. Those challenges have often produced customs, products, and recipes that in their simplicity have enriched the Italian culture. You can be Italian, buy Italian, and still be wise, prudent, and happy.
     
    In this print edition, you’ll find information about holidays celebrated according to Italian tradition, recommendations for events and books, as well as a handful of coupons for discounts and special offers. Cut them out and bring them to the various merchants.
     
    Rest assured that that we have selected the best of italianità in New York just for you.
     

    Happy Holidays! 



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  • Facts & Stories

    Those Lies about Italy’s Unification

    ITALIAN VERSION

    Tell us how the idea of ​​writing Terroni: Everything that was done so that the Italians of the South could become “Southerners” was born. How much research was involved?

    I had always believed the history books. But something was wrong because, if the Southerners were supposedly poor, backward, and oppressed, once they were liberated, modernized, and improved instead of being glad they fought it with weapons in hand? Were there really all those bandits in the South? And why, when the response to those weapons was a lost battle, rather than enjoying the “paradise of imports” did millions of people leave when practically no one emigrated before? The more answers I found, the more the questions grew. I started writing but without the intention of carving out a book (it should have been my first but it turned out to be my eighth). After thirty years, during which, fortunately, I accomplished other things…Terroni was born.

    The history of the Risorgimento should be rewritten, in your opinion. So we are living a lie…. Can you tell us more?

    Every nation of people, every state, every large company needs its founding myths – concise and slightly dishonest fairy tales that are easily told and retold. What do we say about William Tell, El Cid Campeador, and Roland, the paladin of France? Let’s include Garibaldi and the fable of a thousand idealists who alone defeated a kingdom of nine million people, an army of one hundred thousand men. Then let’s compare how things really went: a historical juncture of enthusiasm and interest that gave Piedmont the opportunity to expand beyond measure in the name of the unification of Italy and put its hands in the coffers of various states that prior to unification were gradually being annexed. Italy was made; even the United States, Japan, were unified through wars and massacres. Afterwards, however, both heroes and those on the opposing side gained equal footing in the history books and in the collective memory of the nation. In Italy, the South continues to be vilified, first as justification for the invasion, and today as justification for discrimination: less money, fewer roads, fewer railroads, fewer airports, less opportunity, less power, less respect.

    Your book immediately elicits a strong emotional response from either side. I guess your intent was to inspire those who read your book to reconsider and reflect. Can you recommend a particular method?

    Having finished the book, I wondered why far more valuable works by greats like Salvemini, Dorso, and many others, had not produced the results that, not only in my opinion, deserved it. I told myself that perhaps they were overly concerned with demonstrating the objectivity of an academic (even if a few, such as Salvemini, were endowed with great irony and humor). So I decided to include my feelings as well – the painful surprise, anger, the sense of having been betrayed. And I realized that I reacted as a reader of my book would. This has made me one of them.

    Terroni has enjoyed great commercial success and sparked a heated debate in Italy. It’s now been translated into English. What do you expect from Americans, especially Italian-American readers? Have you received any feedback?

    I will recount this episode: I read a review of my book by an Italian-American (I learned later that he works with NATO in Bagnoli). It was a thought out and very well-written article, beyond the flattering things he said about Terroni. I wrote the author to thank him. He replied that he should be the one to thank me because he finally figured out why, despite having the surname Quattrone, he, like his father, was born in New York, but in Italy he is considered an immigrant.

    Don’t you think that Southern pride is likely to create an anti-Northern League – in short, a new Southern League?

    Absolutely not. The Northern League is a racist party (but it doesn’t mean that all those who voted for it in good faith are also racist). It has invented an identity and a homeland, Padania, which never existed before, to continue to demand privileges for one part of the country to the detriment of the most disadvantaged part. The South calls for fairness and equal treatment, and this applies to any area of ​​the country where there aren’t the same possibilities to travel, study, access medical care, and turn resources into opportunities for development.

    Let’s focus on your historical discourse. How important is the message of your book to young people?

    Knowing how our country was really born is the first step in destroying the prejudices that divide it. The truth unites. Today’s young people, paradoxically, know the rest of the world (through communication, the internet, social networking, easy and economical travel, Europe without borders and with a common unit of currency) better than their own country – even though they  think they already know everything they need to. Looking at their own country with the wonder of a foreigner, they can rediscover it: the recovery of a betrayed memory leaves them curious to know more.

    Today, the distance between the North and South is increasingly exacerbated by the economic crisis and clearly not only in our country. What is particular about the situation in Italy?

    Whatever period in human history we care to consider, Italy has always been present at the highest level from prehistory to history (Etruscans, Greeks, Phoenicians, Romans, mixing of populations during the Barbarian invasions, the Renaissance, etc.). And again today, Italy is one of the top ten countries in the world. To give you a better idea: Mesopotamia was great and then it was gone. Egypt was even greater and then it was gone. Greece was immense and then it disappeared. Italy was always there. With the Risorgimento, Italy resorted to the creation of an internal colony, the South, to launch its industrial development in the North and pursue the European countries that were already far ahead (Great Britain, France) until we caught up to them. The North–South divide has been and still is used for the same purpose. Our country is the representation and synthesis of the world. Former colonies or countries subjugated by force or economy have liberated themselves and gained momentum (China, India, Brazil, Poland), recovering an awareness of their right to be on par with other players on the world stage. Re-appropriating our own history can lead to the same result in Italy. I mean Italy, not just the South.

    During your very successful presentation at the Calandra Institute, among many other things you said: “Italy was born in blood. Even the U.S. was born in blood. All countries are born in blood. We, too, every one of us is born in blood, our mother’s blood. But then we were bathed, fed, cuddled, nurtured…we became part of the family. But the South was born in blood and has never become family.” Perhaps you can start from this comparison in order for us to understand. Why has Italy’s historical path been so different from America’s?

    I don’t think I’m capable of explaining it. But you can’t help but notice that the United States was born from an encounter with (and a battle over) remnants of peoples and cultures that took place over a very short period of time and began, in a sense, from scratch. By contrast, the accumulation of millennia and many ideas has weighed on Italy. And when the ideas, the possibilities are too numerous, only one major, shared intelligence can organize them into one unified design or one frightening, violent act, which then must be justified by blaming the vanquished. I believe that Italy has not had all of the intelligence needed at the right time. Recognizing this, it can be fixed. Last August 14, on the anniversary of the massacre at Pontelandolfo and Casalduni (where one thousand riflemen with the right to rape and pillage wiped out two towns with 5,000 and 3,000 inhabitants in retaliation), in his message President of the Republic Giorgio Napolitano apologized for the massacre on behalf of the country. It was an important step, the most difficult, to begin the journey of a thousand miles.

    To learn more and meet the authors
    Terroni e Polentoni
    Pino Aprile and Lorenzo Del Boca

    Thursday, November 10, 2011
    2:00–7:00 p.m.
    St. John’s University – Manhattan Campus
    101 Murray Street
    Saval Auditorium
     

  • Quelle menzogne per l' Unità d'Italia

    ENGLISH VERSION

    Com’è nata l’idea di scrivere Terroni "Tutto quello che è stato fatto perche gli Italiani del Sud diventassero meridionali? Quanto studio c’è dietro?

    Avevo sempre creduto ai libri di storia. Ma qualcosa non quadrava: perché, se i meridionali erano poveri, arretrati e oppressi, quando li hanno liberati, modernizzati e arricchiti, invece di essere contenti, si sono opposti per anni, armi in mano? Davvero tutti quei briganti, al Sud? E perché, quando la risposta delle armi è risultata perdente, piuttosto che godersi il “paradiso di importazione”, se ne sono andati a milioni, mentre prima non emigrava nessuno? Più trovavo risposte, più crescevano le domande. Ho cominciato a scrivere, ma senza ancora l'idea di ricavarne un libro (avrebbe dovuto essere il mio primo, è venuto fuori ottavo): dopo trent'anni, duranti i quali, fortunatamente, ho anche fatto altro..., è nato “Terroni”.

    La storia del Risorgimento va riscritta secondo te. Stiamo vivendo su delle menzogne quindi.... Puoi anticiparci qualcosa...

    Ogni popolo, ogni Stato, ogni grande impresa ha bisogno di miti fondanti, sintesi fiabesche e un po' bugiarde, ma facilmente trasmissibili: che ne dite di Guglielmo Tell, del Cid Campeador, di Rolando, paladino di Francia? Teniamoci pure Garibaldi e la favola di mille idealisti che sconfiggono, da soli, un regno di nove milioni di persone, un esercito di oltre centomila uomini; poi raccontiamoci come sono andate davvero le cose: una congiuntura storica di entusiasmi e interessi che offre al Piemonte l'opportunità di allargarsi oltremisura, in nome dell'Unità d'Italia, e mettere le mani nelle casse dei vari Stati preunitari, via via annessi. L'Italia andava fatta; anche gli Stati Uniti, il Giappone, si unificavano, negli stessi anni, con guerre e stragi; ma dopo, eroi e ragioni delle parti opposte sono approdate con pari dignità nei libri di storia e nella memoria della nazione. In Italia, il Sud continua a essere diffamato, prima per giustificare l'invasione, oggi la discriminazione: meno soldi, meno strade, meno ferrovie, meno aeroporti, meno opportunità, meno potere, meno rispetto.


    Il tuo libro provoca subito una forte reazione emotiva. Da una parte o dall’altra. Immagino che però il tuo intento sia quello di portare chi ti legge a riflettere.  Hai qualchje consiglio di metodo?

    Finito il libro, mi sono chiesto come mai opere ben più valide, di giganti come Salvemini, Dorso e tanti altri, non avessero prodotto i risultati che, non solo secondo me, meritavano. Mi sono detto che forse erano troppo attenti a esporre con la distanza del professore (e sì che alcuni, vedi Salvemini, erano dotati di grande ironia e humor). Così, ho deciso di raccontare anche i miei sentimenti, la dolorosa meraviglia, la rabbia, il senso dell'essere stati traditi. E mi sono accorto che reagivo come un lettore del mio libro. Questo mi ha reso uno di loro.


    Terroni,  ha riscosso un gran successo di vendite e ha suscitato un forte dibattito in Italia. Ora è tradotto anche in inglese. Che cosa ti aspetti dal lettore americano, italo-americano? Hai già dei feedback?

    Lo racconto con un episodio: lessi una recensione al mio libro, da parte di un italo americano (appresi dopo che lavora alla Nato, a Bagnoli). Era un testo molto ragionato e ben scritto, al di là delle lusinghiere cose che diceva di “Terroni”. Scrissi all'autore per ringraziarlo. Lui mi rispose che era lui a dirmi grazie, per aver finalmente capito perché, pur chiamandosi Quattrone, lui, come suo padre, è nato a New York, e in Italia è un extracomunitario.

    Non credi che l’orgoglio meridionalista rischi di creare un’anti lega del Nord, insomma una nuova lega del Sud?

    Assolutamente no. La Lega è un partito razzista (ma non significa che lo sono tutti quelli che la votano, in buona fede); e si è inventata una identità e una patria, la Padania, mai esistita, per continuare a pretendere privilegi per una parte del Paese, a danno della parte più svantaggiata. Il Sud chiede equità, pari trattamento e questo vale per qualsiasi area del Paese cui non si offrano le stesse possibilità di viaggiare, studiare, curarsi, trasformare in opportunità di sviluppo le proprie doti.

    Attualizziamo il tuo discorso storico. Quanto è importante il messaggio del tuo libro per i giovani?

    Sapere come è nato davvero il nostro Paese è il primo passo per distruggere i pregiudizi che lo dividono. La verità unisce. I giovani di oggi, paradossalmente, conoscono meglio il resto del mondo (grandi possibilità di comunicazione, internet, social network, viaggi facili a poco prezzo, un'Europa senza frontiere e con una moneta unita), che il proprio Paese, del quale credono di sapere già tutto quel che serve. Guardando al proprio Paese con la meraviglia del forestiero, lo riscoprono: il recupero della memoria tradita rende curiosi.


    Oggi la distanza nord-sud è sempre più acutizzata dalla crisi economica. Chiaramente non riguarda solo il nostro Paese. Cosa ha di specifico secondo te l’esperienza italiana?

    Qualunque sia il periodo della storia umana che si voglia considerare, l'Italia vi è presente, al massimo livello, dalla preistoria alla storia (etruschi, greci, fenici, romani, rimescolamento di genti con le invasioni barbariche, Rinascimento... e ancora oggi, il nostro è uno dei primi dieci Paesi al mondo). Per rendere meglio l'idea: la Mesopotamia fu grande, poi non fu; l'Egitto fu grandissimo, poi non più; la Grecia fu immensa, poi scomparve... L'italia c'è sempre. Con il Risorgimento, l'Italia ricorse alla creazione di una colonia interna, il Sud, per avviare il suo sviluppo industriale al Nord e inseguire i Paesi europei già molto avanti su quella strada (Gran Bretagna, Francia). Sino a raggiungerli. Ma quella divisione, Nord-Sud, è rimasta e viene ancora usata, allo stesso scopo. In questo, il nostro Paese è rappresentazione e sintesi del mondo. Ex colonie o Paesi sottomessi con le armi o l'economia si sono affrancati e hanno preso slancio (Cina, India, Brasile, Polonia), recuperando la consapevolezza del loro diritto a stare alla pari con gli altri attori nel mondo. Riappropriarsi della propria storia può portare allo stesso risultato, in Italia. Dico Italia, non Sud.

    Nella presentazione al Calandra Insitute, dove hai avuto un grande successo di pubblico, tra le tante cose hai detto: “L´Italia é nata nel sangue. Anche gli Usa sono nati nel sangue. Tutti i paesi nascono nel sangue. Anche noi, ognuno di noi é nato nel sangue, quello di nostra madre. Ma poi ci hanno pulito, allattato, coccolato, cresciuti... siamo diventati parte della famiglia. Ma il Sud é nato nel sangue e non é mai diventato della famiglia".  Forse si può partire proprio da questo confronto per capire.... Perchè è così diverso il percorso storico italiano rispetto a quello americano?

    Non credo di essere in grado di spiegarlo. Ma non si può non notare che gli Stati Uniti sono nati dall'incontro (e dallo scontro) di scampoli di popoli e culture, in tempi brevissimi e cominciando, in un certo senso, da zero; in Italia, ha pesato l'opera di millenni e di molte idee. E quando le idee, le vie possibili sono troppe, solo una grandissima, condivisa intelligenza può ordinarle in un disegno unico; o una spaventosa violenza, che poi va giustificata, incolpando il vinto. Io credo che l'Italia non abbia avuto tutta l'intelligenza necessaria, nel momento giusto. Accorgendosene, si può rimediare: il 14 agosto scorso, anniversario della strage di Pontelandolfo e Casalduni (mille bersaglieri con diritto di stupro e di saccheggio cancellarono due paesi di 5000 e 3000 abitanti, per rappresaglia), con un suo messaggio, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiedeva perdono del massacro, a nome del Paese. Un passo importante, il più difficile, per cominciare mille miglia.

    Per saperne di più, conoscerlo

    Terroni e Polentoni
    Pino  Aprile & Lorenzo Del Boca
    Thursday, November 10th, 2011
    2pm-7pm
    St. Johns University – Manhattan Campus
    101 Murray St.
    Saval Auditorium

  • Facts & Stories

    UN. Reform: Discussed Yet Still Unrealized

    ITALIAN VERSION >>

    In New York, as it has been for years, the General Assembly of the United Nations begins its first session. We met on the covered terrace in one of the many hotels that rise on the east side of Manhattan. Art Deco blends with modern New York City and the relaxed pace of Sunday brunch of mixes with the feeling of a vibrant city that is in perpetual motion. This is all in spite of the economic crisis that renews fears and uncertainty here and throughout the world.
     
    Speaking with the Hon. Vincenzo Scotti, undersecretary of Italy’s Foreign Affairs, a man who has dedicated his life to politics, is like opening a book on the history of Italy and, in this case, its foreign policy. If you manage to corner him for a while, it is impossible to resist the urge to ask him about entire chapters of this book. And he responds in a clear, almost detached, non-partisan way.

    Scotti's biography speaks for itself; it’s a mix of important political positions and intense academic work. He has been a leader of Italy’s Christian Democracy Party (DC), has directed several Italian governmental ministries, both interior and foreign, from labour to cultural and many others. Among government heads with whom he has worked, there are prominent names from the first republic: Andreotti, Cossiga, Forlani, Spadolini, Amato.

    And from New York we cannot fail to mention that he founded, among other things, in collaboration with the late Judge Giovanni Falcone and then U.S. Attorney Rudolph Giuliani, the DIA (Anti-Mafia Investigation Department), very important for the international fight against the mafia.

     

    On the academic side, he has taught at LUISS (Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli), and was visiting professor at the University of Malta where he founded the Italian branch, over which he presides today in Rome. He is President of the Consiglio di Gestione della Fondazione Link Campus University.
     

    We met him on a day of nearly autumnal colors while he is in New York for the UN General Assembly, but also to attend other special events including one that interests him in a particular way.

    The symposium at Casa Italiana Zerilli-Marimò entitled “Two Mediterranean Statesmen at the Helm of the UN: Amintore Fanfani and Guido de Marco.” He begins to describe it in this way.

     
    “It was 2008, the year of Amintore Fanfani’s centennial. At the Ministry of Foreign Affairs, during a seminar on him and Italian foreign policy, the idea came about to examine a particular aspect of his career, one that even researchers know little about – the time when he was president of the United Nations General Assembly (1965–66). So, with the support of the Foundation Fanfani, we decided to investigate this aspect and its relationship to the work of another leader, another Christian Democrat: Guido de Marco, former foreign minister and former president of Malta, who was in turn president of the General Assembly at a later period (1990–91). And it is important that both were from the Euro-Mediterranean area….”

    There are many cultural and political affinities between the two. Both presided over the Assembly during periods when the trend was not to focus on the role of the UN: one at the heart, the other towards the end of the “bipolar era” when the conduct of the world was conditioned by two states that had been monitoring and managing interests, clashes, equilibrium. In Italian foreign policy, instead, there emerged the need to emphasize the role of the UN, to press the issue because the involvement of the United Nations had become central.

    “We said asked,” the undersecretary continues, “why not organize a seminar to examine these issues and talk about the theme of the Mediterranean, which was crucial for both politicians?
     

    From Amintore Fanfani to Guido de Marco – the president of Malta of Italian descent, perhaps less known to the general public, but no less important.
     
    De Marco arrives twenty-five years after Fanfani’s presidency. And there is continuity between the two important statesmen. Both urged an evaluation on the process and the method of work at the United Nations, on the issue of transparency, responsibility, and democracy within it. He saw the need to revise this structure in 1946 when after World War II the victorious countries reserved the right to veto. This is now an anomaly for an organization that calls itself universal. For example, consider that today the African Union is not represented in the Security Council, despite that the fact that it is involved in more than 60 percent of the issues that the Council addresses…. We need broad inter-participation to give voice to all. It is no coincidence that with Fanfani for the first time a pope came to speak at the UN, giving a speech in line with the need to focus on the United Nations as a guarantee of peace.

    The fact is that during Fanfani’s tenure our foreign policy envisioned, in a sense, a multipolar world, as it had been implemented by the end of the Cold War. In the vision of Fanfani – and de Marco – t e United Nations had to be not only an important forum for democratic debate, but central place for political decision-making.”

    This symposium is taking place at a time when the discussion about UN reform is more alive than ever. It is no coincidence that it looks at these issues from Europe, even from the Euro-Mediterranean point of view…..
     
    In the creation of the European Union, we find great insight into the future. After all, the EU anticipated one of today’s trends. The decision-making process at the United Nations cannot switch between two dominant players to 190 equal players. We need to find a different global architecture which is based on new experiences of government from the largest “regions” in the world. It is conceivable that traditional models are perennial, including the federal state or the nation-state. As with the European Union, something new is gradually taking shape which accelerates or decelerates depending on political will.
     
    We ask him to discuss in the simplest possible way the cornerstones of UN reform which will hopefully take place….
     
    First, we need to tackle the question of representation. The Security Council, which is the heart of the United Nations, and the General Assembly should reflect universality. It requires a presence that is reflected at its core.

    Second, democracy is necessary – specifically, elections and not permanent seats, a system that allows the alternating presence of all nations in the Council.

    Third, we need to find working methods that are more transparent and participatory. Here again is the issue of representation, not on behalf of a national state but a region, with rotating representation. The African Union has advanced this proposal to some extent. Europe, as well, must move in this direction. It is incomprehensible that during my tenure Europe has special status at the United Nations, and at the same time I ask for another permanent seat for Germany.

     
    Fourth, the issue of accountability needs to be addressed – to monitor decisions and their implementation. Many decisions are not implemented and mechanisms are needed which will make them more effective. Consider the many crises in recent years, the Balkans, for example, to see the limits of the UN’s capacity.

    The evaluation you suggest in the symposium on Fanfani and de Marco and looks at the fact that both presidents were from the Mediterranean region. And the Mediterranean is becoming more central to international politics.

    The UN has a big challenge in the Mediterranean. There is what we call, with a bit of optimism, “Mediterranean Springtime.” We must avoid the possibility that each country will get into the race to increase their number of seats. Instead, it will involve a unified effort in terms of support, of help in state-building, in the creation of statehood. Not imposition from the outside, but support with full recognition of individuality.

    And at the heart of these problems, the Palestinian question, of course, always remains. And here the role of the United Nations emerges again. It was important that this General Assembly – beyond the assessments that anyone can make – has undertaken, somewhat, the theme of peace talks. It is a huge responsibility to be entrusted with. For better or worse, the responsibility of the United Nations that cannot be side-stepped in the present situation.

     
    And the Mediterranean today also means a tremendous amount of migration….
     
    Certainly. And it is in this regard that we have put forward a set of proposals, ideas, and initiatives on the theme of interethnic and intercultural “new cities” as a symbol for the need to live in peace. There is no need to juxtapose one culture against another but there is a need to foster dialogue between them. And building cities according to a process of integration is essential. Cities today designed and managed more for separation and to prevent violence than for integration and to encourage dialogue. We are working to create a resolution that reaffirms, among other human rights, the right to full citizenship. And the full rights of citizenship can only be accessed by building a city of dialogue and peaceful coexistence.

    During the conversation, many memories of Amintore Fanfani surfaced. We would like to conclude with this one, which we consider particularly appropriate and timely:
     
    It was 1979. I was Labour Minister and Fanfani was President of the Senate. One morning we had planned a conference to discuss a measure by the Ministry of Labour. I had been in talks with unions throughout the night, I don’t recall about what, and I asked my undersecretary to arrive before me. I would have arrived as soon as possible, perhaps a few minutes late, once a deal had been reached. The discussion was at 10. I arrived at 10.15 but found that the session had been canceled by the president of the senate. Fanfani had already written a letter to the president of the council asking that I go and apologize to the senate for the delay. It was not conceivable to him that a minister would behave in this way toward a branch of parliament. The parliament was the center of the Italian institutional system and there was no commitment that could surpass it. And when he reopened the session, he told me: “This is a warning and a lesson. Institutions must be respected to the end. The government has an overriding duty to parliament.” It wasn’t about formality; there was a point in his message. Institutions will gain respect only if they are capable of conveying a strict and powerful image of themselves.

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    September 26, 2011 (02:45 PM ) @ Casa Italiana Zerilli-Marimò  (NYU)

    Symposium: TWO MEDITERRANEAN STATESMEN AT THE HELM OF THE UN: AMINTORE FANFANI AND GUIDO DE MARCO

    In collaboration with the Italian and Maltese Ministry of Foreign Affairs

    I Session – Welcoming Remarks

    Cesare Maria RAGAGLINI – Ambassador, Permanent Representative of ITALY to the United Nations

    Tonio BORG- Deputy Prime Minister and Minister for Foreign Affairs of MALTA

    Saviour F. BORG - Ambassador, Permanent Representative of MALTA to the United Nations

    Vincenzo SCOTTI – Minister of State for Foreign Affairs

    II Session – Guido De Marco

    Tonio BORG – Deputy Prime Minister and Minister of Foreign Affairs of MALTA: “A Man for all Reasons”

    Joseph CASSAR – Ambassador of MALTA to the People’s Republic of China: “Guido De Marco: Freedom first and foremost”

    Salvino BUSUTTIL – Former Ambassador and President of the Fondation de Malte: “Guido De Marco: The International Environmentalist”

    III Session – Amintore Fanfani

    Franco CIAVATTINI – Centro Studi Fanfani - President

    Camillo BREZZI – University of Siena: “Amintore Fanfani, Minister for Foreign Affairs of Italy and His Presidency of the XX United Nations General Assembly”

    Umberto GENTILONI SILVERI – University of Teramo: “Fanfani's Term at the United Nations in the Eyes of the American Administration”

    Piero ROGGI – University of Florence: “Amintore Fanfani at the United Nations: An Economist's Outlook on the World”

    IV Session – Conclusions

    Riccardo Nencini (Commissioner of the Region of Tuscany)

    Lamberto Cardia (Fanfani Foundation of Rome)

    Vincenzo Scotti - Conclusions

  • Fatti e Storie

    ONU. La riforma pensata e ancora non realizzata

    ENGLISH  VERSION >>

    E’ a New York, come da anni in settembre, per l’apertura dell’Assemblea Generale delle Nazoni Unite. Lo abbiamo incontrato sul terrazzo coperto di uno dei tanti alberghi che sorgono sul lato est di Manhattan. Dove l’atmosfera decò si fonde con la New York di oggi, in un clima domenicale, tra la voluta lentezza di un brunch e la costante vibrante sensazione di una città che cammina. Nonostante la crisi economica che rinnova anche qui incertezze, come in tutto il mondo.
     

    Parlare con  l’on. Vincenzo Scotti, Sottosegretario agli Affari Esteri – un uomo che ha dedicato la sua vita alla politica, di ieri, di oggi – è come aprire un libro sulla storia d’Italia e, in questo caso, sulla sua politica estera. Se si riesce ad ‘intrappolarlo’ per un pò di tempo è impossibile non lasciarsi tentare dall’interrogarlo su capitoli interi di questo libro. E lui risponde in maniera limpida, quasi distaccata, super partes.

    La biografia di Scotti parla da sola, un intreccio tra importanti incarichi politici  e un’intensa attività accademica. E’ stato un leader di primo piano della Democrazia Cristiana, ha diretto diversi dicasteri, dagli Interni agli Esteri, dal Lavoro ai Beni Cultuali e altri. Tra i capi di governo con cui ha  lavorato figurano i grandi nomi della prima repubblica: Andreotti, Cossiga, Forlani, Spadolini, Amato.

    E da New York non si può non menzionare che ha fondato, tra l’altro, in collaborazione con il compianto giudice Giovanni Falcone e l’allora procuratore americano Rudolph Giuliani, la DIA (Direzione Investigativa Antimafia), importantissima per la lotta alla mafia internazionale.

    Sul fronte accademico ha insegnato alla Luiss, ed è stato visiting Professor all’Università di Malta, di cui ha fondato la filiale italiana, che presiede tuttoggi a Roma. E’ presidente del Consiglio di Gestione della Fondazione Link Campus University.

    Noi lo incontriamo, in una giornata dai colori quasi autunnali, mentre è appunto a New York per l’Assemblea Generale dell’ONU, ma anche per presenziare ad altri eventi collaterali tra cui uno a cui tiene in maniera particolare.
     

    Si tratta del Simposio alla Casa italiana Zerilli-Marimò intitolato: “Two Mediterranean Statesmen at the helm of the UN: Amintore Fanfani and Guido de Marco.” Ce lo comincia a raccontare così.
     

    “Sta per concludersi l’anno del centenario di Amintore Fanfani. Al Ministero degli Esteri, nel corso di un seminario di studi su di lui e la politica estera italiana, è sorta l’idea di esaminare un aspetto particolare della sua attività, che anche i ricercatori conoscono poco. Si tratta del periodo in cui è stato presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1965-66). Così, con il sostegno della Fondazione Fanfani, abbiamo deciso di approfondire questo aspetto e di collegarlo anche all’attività ad un altro leader, diciamo così “democristiano”: Guido de Marco, ex Ministro degli Esteri ed ex Presidente della Ropubblica di Malta, che fu a sua volta Presidente dell’Assemblea Generale dell’ONU in un periodo successivo (1990-91). Ed è importante che entrambi venissero dall’area euro-mediterranea…”

    Ci sono molte affinità culturali e politiche tra i due. Entrambi presiedettero l’Assemblea in periodi in cui la tendenza era quella di non far emergere il ruolo delle Nazioni Unite: l’uno nel cuore, l’altro verso la fine dell’ “era bipolare” quando la conduzione del mondo era condizionata da due stati che avevano il controllo e la conduzione delle intese, degli scontri e dei possibili equilibri. Nella politica estera italiana invece, emergeva la necessità di sottolineare il ruolo dell’ONU, di premere perchè il tema del coinvoglimento delle Nazioni Unite diventasse centrale.

     “Ci siamo detti quindi – prosegue il sottosegretario – perchè non fare un seminario per approfondire questi temi e parlare anche del tema Mediterraneo cruciale per entrambi gli uomini politici?

    Da Amintore Fanfani a Guido de Marco—il Presidente maltese di origine italiana—forse meno conosciuto al grande pubblico, ma non meno importante.

    “Venticinque anni dopo la presidenza di Fanfani arriva quella di de Marco. E c’è una continuità importante tra i due statisti. Entrambi sollecitarono una riflessione sul metodo di lavoro alle Nazioni Unite, sul problema della trasparenza, della corresponsabilità, della democrazia al suo interno. Si avvertiva l’esigenza di uscire dall’impostazione sorta nel 1946, quando i Paesi vincitori della seconda guerra mondiale si riservarono il diritto di veto. Questa è ormai un’anomalia per un organismo che si dice universale. Pensi ad esempio al fatto che oggi l’Unione Africana non sia rappresentata nel Consiglio di Sicurezza, nonostante più del 60 per cento delle questioni che il Consiglio affronta la riguardino... Occorre una compatercipazione ampia per dare voce a tutti. E non è un caso che proprio con Fanfani per la prima volta un Papa venne a parlare all’ONU, facendo un discorso in linea con la necessità di porre al centro le Nazioni Unite come garanzia di pace.

    Il fatto è che già ai tempi di Fanfani la nostra politica estera prefigurava in un certo senso un mondo multipolare, come poi si è concretizzato con la fine della Guerra Fredda. Nella visione di Fanfani – e anche de Marco – le Nazioni Unite dovevano essere non solo un foro importante di discussione democratica, ma anche ul luogo centrale di decisione politica.”

    Questo simposio si svolge dunque in un momento in cui è più che mai viva una discussione sulla riforma della Nazioni Unite. E non a caso guarda a questi temi dall’Europa, anzi dall’area Euro-mediterranea…

    “Nella creazione dell’Unione Europea, troviamo una grande intuizione per il futuro. In fondo l’UE anticipa una tendenza di oggi. Il processo decisionale alle Nazioni Unite non può passare da due soggetti dominanti a 190 soggetti tutti uguali. Bisogna tovare un’architettura globale diversa, che si basi su esperienze nuove di governo delle gramdi ‘regioni’ del mondo. Non è immaginabile che modelli tradizionali siano perenni: stato federale o stato nazionale. Come con l’Unione Europea, qualcosa di nuovo sta prendendo progressivamente corpo, che accelera o decelera a seconda delle volontà politiche.”

    Gli chiediamo di tracciare nel modo più semplice possibile i capisaldi della riforma dell’ONU che si auspica …

    “Primo. Bisogna affrontare il problema di rappresentatività. Il Consiglio di sicurezza, che è il cuore delle Nazioni Unite, e l’Assemblea Generale, devono riflettere l’universalità. Ci vuole una presenza articolata al suo interno.

    Secondo, occorre democrazia. Ovvero elezioni e non seggi permanenti. Un sistema che consenta una presenza alternata di tutti nel Consiglio.

    Terzo, vanno trovati metodi di lavoro più trasparenti e partecipativi. Qui si pone il tema delle rappresentanze, non in nome di uno Stato Nazionale ma di una Regione, con presenze a rotazione. L’Unione Africana ha avanzato in qualche misura questa ipotesi. Anche l’Europa deve muoversi così. Non è comprensibile che mentre io sto lavorando perchè l’Europa abbia uno status particolare alle Nazioni Unite, nel contempo chiedo un seggio permanente in più per la Germania.

    Quarto, va risolto il problema di accountability, della verifica delle decisioni e della loro applicazione. Tante decisioni poi restano inapplicate e occorrono meccanismi che le rendano più efficaci. Basta pensare alle tante crisi di questi anni… ai Balcani ad esempio, per vedere il limite delle capacità dell’ONU.”

    La riflessione che proponete nel simposio su Fanfani e de Marco riguarda anche il fatto che entrambi questi presidenti venivano dalla regione mediterranea. E il  Mediterrano va acquistando sempre maggiore centralità nela politica internazionae…

    “Nel Mediterraneo le Nazioni Unite hanno un grande sfida. Quella che forse con un po’ di entusiasmo chiamiamo ‘Primavera Mediterranea’. Occorre evitare che ciascun Paese si metta in corsa per accrescere i propri spazi. Ci vuole invece uno sforzo unitario anche in termini di sostegno, di aiuto nello state-building, nella costruzione di statualità. Non di imposizione dall’esterno, ma di sostegno con un pieno riconoscimento delle individualità.

    E al centro dei problemi dell’area rimane sempre naturalmente la questione palestinese—e qui riemerge la questione del ruolo delle Nazioni Unite. E’ stato importante che questa Assemblea Generale—al di la’ delle valutazioni che ognuno può fare—abbia ripreso in mano in qualche misura il tema della trattativa di pace. E’ una fida grossa. Bene o male nella situazione presente c’è anche una corresponsabilità delle Nazioni Unite a cui non ci si può sottrarre… “

    E Mediterrano oggi vuol dire anche bacino di ampie migrazioni…

    “Certo. E proprio a questo riguardo abbiamo avanzato un insieme di proposte, riflessioni, iniziative sul tema della ‘nuova città’ interetnica ed interculturale, come simbolo della necessità di convivere in pace. Non bisogna giustapporre una cultura all’altra, ma favorire il dialogo tra esse. E costruire le città in funzione di un processo di integrazione è fondamentale. Perchè le città oggi sono concepite e gestite più per la separazione e la violenza, che per l’integrazione ed il dialogo.  Stiamo lavorando per preparare una risoluzione che riaffermi, tra i diritti umani, quello alla città—alla piena cittadinanza. E la pienezza dei diritti di cittadinanza si può avere solo costruendo una città di dialogo e di convivenza pacifica.”

    Nel corso della conversazione sono affiorati diversi ricordi su Amintore Fanfani. Ci piace concludere con questo, che riteniamo particolarmente efficace ed attuale:

    “Era il 1979, io ero Ministro del lavoro e Fanfani Presidente del Senato. Una mattina era prevista una discussione in aula su un provvedimento del Ministero del Lavoro.

    Io ero stato in trattative con i sindacati tutta la notte, non ricordo su cosa, e chiesi al mio sottosegretario di andare prima di me. Lo avrei ragginto appena possibile, con qualche minuto di ritardo, una volta chiuso l’accordo.

    La discussione era alle 10. Io arrrivai alle 10.15 ma trovai che la seduta era stata annullata dal Presidente del Senato. Fanfani aveva già scritto una lettera al Presidente del Consiglio chiedendo che io andassi in aula e chiedere scusa al Senato per il ritardo. Non era immaginabile che un ministro si comportasse così nei confronti di un ramo del Parlamento. Il Parlamento era il centro del sistema isituzionale italiano e non c’era impegno possible di un ministro che lo superasse. E quando riaprì la seduta mi disse in aula: ‘questo le sia di monito e di insegnamento. Le istituzioni vanno rispettate fino in fondo. Il Governo ha un dovere prioritario verso il parlamento.’ Non si trattava di formalismo, c’era una sostanza molto forte. Le istituzioni si fanno rispettare solo se sono capaci di dare e mostrare un’immagine severa e forte di se stesse”.

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    September 26, 2011 (02:45 PM ) @ Casa Italiana Zerilli-Marimò  (NYU)

    Symposium: TWO MEDITERRANEAN STATESMEN AT THE HELM OF THE UN: AMINTORE FANFANI AND GUIDO DE MARCO

    In collaboration with the Italian and Maltese Ministry of Foreign Affairs

    I Session – Welcoming Remarks

    Cesare Maria RAGAGLINI – Ambassador, Permanent Representative of ITALY to the United Nations

    Tonio BORG- Deputy Prime Minister and Minister for Foreign Affairs of MALTA

    Saviour F. BORG - Ambassador, Permanent Representative of MALTA to the United Nations

    Vincenzo SCOTTI – Minister of State for Foreign Affairs

    II Session – Guido De Marco

    Tonio BORG – Deputy Prime Minister and Minister of Foreign Affairs of MALTA: “A Man for all Reasons”

    Joseph CASSAR – Ambassador of MALTA to the People’s Republic of China: “Guido De Marco: Freedom first and foremost”

    Salvino BUSUTTIL – Former Ambassador and President of the Fondation de Malte: “Guido De Marco: The International Environmentalist”

    III Session – Amintore Fanfani

    Franco CIAVATTINI – Centro Studi Fanfani - President

    Camillo BREZZI – University of Siena: “Amintore Fanfani, Minister for Foreign Affairs of Italy and His Presidency of the XX United Nations General Assembly”

    Umberto GENTILONI SILVERI – University of Teramo: “Fanfani's Term at the United Nations in the Eyes of the American Administration”

    Piero ROGGI – University of Florence: “Amintore Fanfani at the United Nations: An Economist's Outlook on the World”

    IV Session – Conclusions

    Riccardo Nencini (Commissioner of the Region of Tuscany)

    Lamberto Cardia (Fanfani Foundation of Rome)

    Vincenzo Scotti - Conclusions

  • Op-Eds

    9/11: Experiencing it First Hand to Believe?

    ITALIAN VERSION

    It’s now almost become a rite to share what we all remember, we the inhabitants of the western part of the planet, where we were and what we were doing on September 11, 2001. As if it were necessary to take a turn as a protagonist in order to give proper significance to the event. The significance becomes even more important for us because it takes on a personal meaning. Personal more than global. After ten years since the collapse of the Twin Towers it is worthwhile to take a look inside and reflect on the impact that event had on our lives.

     

     September 11 on television was something different from the other media event often mentioned in communications textbooks: the live broadcast of “intelligent” bombing in Iraq. I was in Naples then; I saw them on a screen during a peace demonstration. They made an impression, yes, but they also seemed so far away, almost staged: there were missiles but not people who were hit. Then there was the war and “luckily” I lived in a country at peace.

    With the attack on the Twin Towers, the West saw a live broadcast of something different: human beings affected in their everyday lives, in a city at peace; bodies that leapt into the void to escape the flames.

    September 11 is associated with many words: terrorism, war, death, fear. I particularly agree with two that have changed basic perceptions in the Western world: insecurity and personalization.

    Insecurity. It started at that time and has only increased since then, now overflowing. From insecurity due to fears of more terrorist attacks to the economy.

    Personalization. After the September 11, death is seen and experienced; it is made ​​up of people, shattered into stories. It has its own epic series, live on TV. We saw “real people” falling from the towers. They were recognized; they were followed one by one in the images their friends and relatives saw broadcasted in every corner of the city.

    We immediately began to breathe a personal fear in our suspicious glances at people on the street, in the subway, in schools, in airports. Red, orange, yellow alerts and then the spread of terror between Europe and the United States.

    And we all started to wonder about the red thread that binds the safety of our daily lives with the decisions of the powerful people in this world—and their enemies.

    I am an almost-witness, a person who narrowly missed the physical attack on September 11. Five minutes later and I would have found myself there at that moment, under those towers. And the story with a capital S would not have missed me, but touched me. Captured me, so to speak.

    I lived in front of the WTC and I was in the middle of the Twin Towers boarding the Path, the train that took me to the opposite bank of the Hudson River in New Jersey to work. It was a habit marked by a ritual that I repeated every day. The over-crowded stairs and corridors led me to the train. I was walking against the tide, obviously because most people were going in the opposite direction, from New Jersey to New York, during the usual morning commute.

    A stream of people kept coming at me—men, women mostly in business suits and sneakers, children, young people of every race, ethnicity, religion. All in a hurry, but with eyes filled with life, by the light of a city that knows how to give so much to those who ask.

    Slowly I learned how to navigate the countercurrent: I brushed passed them gently. In the spaces I went through there were several kiosks managed for the most party by people from Asia. In particular I remember a florist. I always thought that I would buy one of her beautiful bouquets on my way back, but I never did. And of course I didn’t on September 11.

    With hot coffee in hand, purchased from an Indian vendor, I was in a hurry and left all of this behind; even Borders, then my favorite bookstore where I often spent long hours over the weekend.

    I would wake up every morning to the routine of meeting of faces, features, shapes unknown but familiar, repeated day after day. I sometimes even recognized the clothing these strangers wore, the details in their accessories.

    I took the escalators down to take that train, an umbilical cord between the two shores of the Hudson. The bell rang, the doors were closing, and I left.

    From 9/11 at the WTC I remember the sun coming through, a spring day in September. Then, as always, there was the descent into the unnatural darkness of the Path train which runs through the underwater tunnel and re-emerges in New Jersey.

    My mind is still struck by the faces of those people, many of Hispanic ethnicity. Their eyes were often closed, their heads bobbing and sometimes falling onto their neighbors’ shoulders only to wake up in a flurry of a thousand apologies.

     That day I was just in time to overcome the darkness. The light dazzled me again and I got off the train in Newark to enter a skyscraper and go up to the 26th floor. There. High up. With my eyes, together with other people, stunned, I saw what was happening live at the Twin Towers. The radio confirmed it. The United States was under attack.

    From that moment my memories, I confess, piled up in confusion. I was in the throes of some form of intoxication from reality, worse than the worst nightmare and gripped by fear and terror for those who I had left near the towers.

    Everything was fine in terms of my own family, fortunately, but not for so many others who I knew and many more who I did not know. And ten years is still not enough time to process it.

    Stranded in New Jersey for 24 hours, I finally returned to Manhattan, but not home, which was inaccessible for nearly a month. Even after I returned, for many months afterwards my entire building was engulfed by the smell of death and disinfectant.

    And death was not only the death of others. It was the death of my neighborhood. It was the death of everyone near and far. It was a feeling that perhaps my grandmother had described to me when I was a child and she spoke of the bombings during the Second World War.

    In Manhattan the photos of the missing, posters designed by families and friends, told the private lives of those people. Their stories and everyone’s stories. A newspaper took its cruel revenge. Shameless in its spectacle. This was a real reality show, not the kind created at a conference room table that we would see a few years later. The message was clear: death penetrates every corner of the world. We are not in a video game!

    Everyone’s concern and involvement filled the heart of New York. In those days the city’s profound suffering sent a message of insecurity to the world, forever changing the feel of our collective history. It put an end to the easy optimism which many experienced after the collapse of the Berlin Wall.

    There was talk of the end of the United States’ inviolability, but in hindsight, after ten years of so much uncertainty, we can see something more: a sort of worldwide awakening. Affected families, friends of the victims, but also an attack on the whole of humanity in its absurd presumption of certainty.

    New York in those days knew how to make people talk, how to bring people together, even if fear still reigned. This happened partly because New Yorkers were embraced by the Western world; they had become people with hearts and they looked into each other’s eyes. New Yorkers were not characters in a popular television series broadcast around the world. Remember Sex and the City? The New York that belonged to Carrie and her friends had traveled around the world. That was the image many had of Manhattan at that time.

    After 10 years since that tragic day, after trying to consider everything that has happened since with a bit of detachment, from wars to social, economic, financial, and political upheaval, many continue to question the actual impact of the collapse of those towers.

    There are many hypotheses.

    I want to come back to what it meant to realize that we are people and not just spectators. September 11 was perhaps the first time when one particular event, which for many took place far away, has been incised into the personal lives of so many different Western countries at the same time. It has intimately marked our consciousness.

    “Do you remember where you were on September 11?” I believe that in this case this question is so much more than a cliché. It’s true: people always ask, “Do you remember where you were when John F. Kennedy was shot?” But the assassination of an American president remained altogether distant even if it changed the course of history, not only American history but world history. And it perpetuated JFK’s myth from a distance.

    September 11, instead, in some way belongs to everyone. We have lived it, personalized it. It is nevertheless true that we must identify and empathize with suffering in order to understand it. If not, we will continue to unleash, indifferently, even more famine and war on the world which continues to get smaller.

  • Fatti e Storie

    Dove eri l'11 settembre?

    Ormai è diventato quasi un rito dire che ci ricordiamo tutti, noi abitanti della parte occidentale del pianeta, dove eravamo e cosa facevamo l’11 settembre 2001. Come se fosse indispensabile essere a nostra volta protagonisti per dare il peso giusto ad un evento. Un peso che diventa ancora più importante per noi proprio perché assume un valore personale. Sì, personale, molto più che globale. Dopo dieci anni dal crollo delle Torri Gemelle vale la pena per qualche minuto guardarsi un po’ dentro e riflettere sulle ripercussioni dell’attentato nella nostra vita.
     

    L’11 settembre visto in televisione  è stato qualcosa di molto diverso rispetto a quell’altro evento mediatico ricordato spesso dai manuali di comunicazione, la diretta dei bombardamenti “intelligenti” in Iraq. Ero a Napoli allora, li ho visti da uno schermo nel corso di una manifestazione pacifista. Facevano impressione, sì, ma sembravano anche così lontani, quasi finti. C’erano i missili ma non le persone colpite. Poi c’era la guerra ed io, per fortuna, vivevo in un paese in pace.
     

    No, con il senno di poi,  possiamo dire che con l’attentato alle Torri Gemelle l’occidente ha per la prima volta visto in diretta qualcosa di diverso: esseri umani colpiti nella vita di tutti i giorni in una città che viveva anche lei in pace, che si lanciano nel vuoto per fuggire alle fiamme.
     

    All’11 settembre possono essere associate molte parole: terrorismo, guerra, morte, paura. Io ne associo soprattutto due che hanno cambiato percezioni importanti nel mondo occidentale: insicurezza e personalizzazione.
     

    Insicurezza. Iniziata in quei giorni, non ha fatto che aumentare fino ad oggi, straripando. Dall’insicurezza dovuta al timore di attentati terroristici a quella economica.
     

    Personalizzazione. Dopo l’11 settembre la morte si vede, si vive, ed è fatta di persone, frantumata in storie. Ed ha una sua epica, in diretta TV. Si sono viste “persone vere” cadere dalle torri. Le si  è conosciute, seguite una per una attraverso le immagini che i loro parenti e amici diffondevano  da ogni angolo della città. 
     

    Abbiamo subito cominciato a respirare una paura personale, nostra, negli sguardi diffidenti della gente per le strade, in metropolitana, nelle scuole, negli aereoporti. Allarme rosso, giallo, e poi il diffondersi di terrore globale tra Europa e Stati Uniti. Tutti abbiamo cominciato ad interrogarci sul filo rosso che lega la nostra incolumità e la tranquillità della nostra vita quotidiana alle decisioni dei potenti del mondoe dei loro nemici.
     

    Io sono una quasi-testimone, una persona che è stata  fisicamente sfiorata dall’11 settembre. Sarebbero bastati cinque minuti di ritardo e mi sarei trovata lì, proprio in quei momenti, sotto quelle torri. A quel punto,  la storia con la S maiuscola non mi avrebbe solo sfiorata, ma toccata. Catturata, per così dire.
     

     Nel 2001 infatti abitavo davanti al World Trade Center e per motivi di lavoro, era proprio nel centro commerciale delle Torri Gemelle che prendevo il PATH , il treno che mi portava sulla sponda opposta dell’Hudson, nel New Jersey.

    Un’abitudine scandita da un rituale che ripetevo ogni giorno. Le scale e nei corridoi affollatissimi che mi portavano al treno. Camminavo contro corrente, perché la maggior parte dei pendolari ovviamente faceva il percorso inverso, dal New Jersey a New York, nel tradizionale commuting mattutino.
     

    Un fiume di persone veniva sempre incontro a me, uomini, donne che spesso indossavano  tailleur e scarpe da ginnastica, bambini, giovani, di ogni razza, etnia, religione. Tutti di corsa, ma con occhi pieni di vita, illuminati dalla luce di una città che sa dare tanto a chi sa chiedere.

    Piano piano avevo imparato ad assecondare la corrente contraria: li sfioravo con dolcezza. Negli spazi che attraversavo c’erano diversi chioschi per lo più gestiti da orientali e ricordo in particolare un fioraio. Pensavo sempre che avrei comprato i suoi bellissimi bouquet  al ritorno, ma non lo facevo mai. E non l’ho fatto  neanche l’11 settembre.
     

    Con il mio caffè bollente comprato da un indiano, camminavo in fretta e mi lasciavo dietro le

    spalle tutto questo: anche Borders, allora la mia libreria preferita, che oggi chiude i battenti in tutta la città. Tutte le mattine mi facevo svegliare dalla consuetudine nell’incontro di volti, fisionomie, sagome sconosciute ma familiari, ripetuta giorno dopo giorno. Riconoscevo a volte anche gli indumenti che questi estranei indossavano, o dei dettagli negli accessori.
     Scendevo le scale mobili per sedermi in quel trenino, cordone ombelicale tra le due sponde dell’Hudson. Il campanello suonava, le porte si chiudevano e partivo.
     

    Di quel 9/11 al WTC ricordo il sole che filtrava, in un settembre primaverile. Poi come sempre, quello scendere nel buio innaturale del treno PATH , che attraversa la galleria subacquea per poi riemergere in New Jersey.
     
    Sono ancora impresse nella mia mente le facce di quella gente, tanti di etnia ispanica, e soprattutto i loro occhi spesso chiusi, le teste che dondolano e non di rado cadono sulla spalla del vicino per rialzarsi fra mille scuse. Gesti spesso ripetuti, uguali a se stessi.
     

    Quel giorno feci appena in tempo a superare quel buio, farmi abbagliare dalla luce di nuovo e scendere da quel treno a Newark per salire in un grattacielo al ventiseiesimo  piano. Lì, in alto, con i miei occhi, insieme ad altre persone sbalordite, ho visto in diretta cosa stava accadendo alle Torri Gemelle. La radio confermava. Gli Stati Uniti erano sotto attacco.

    Da quel momento i miei ricordi, lo confesso, si affastellano confusi. Sono stata in preda ad una forma di ubriacatura da realtà, peggiore di ogni peggiore incubo, e atterrita dalla paura per chi avevo lasciato vicino a quelle torri.

    Tutto bene per quanto riguarda la mia famiglia, per fortuna, ma non per molti altri che conoscevo e per moltissimi che non conoscevo. Non bastano dieci anni, per metabolizzare.

    Bloccata per 24 ore nel New Jersey sono rientrata a Manhattan, ma non a casa. inaccessibile per quasi un mese. Anche al ritorno, per mesi intorno al mio palazzo è rimasto un odore di morte e disinfettante dappertutto.
     

    E la morte non era solo una morte di altri. Era del vicinato. Mia. Era la morte di tutti, vicini e lontani. Una sensazione che forse mi aveva raccontato mia nonna quando ero bambina, e parlava dei bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale.

    A Manhattan le foto dei dispersi, i manifesti disegnati dai familiari, raccontavano la vita privata di quelle persone. Storie loro e di tutti. Un quotidiano che si prendeva la sua crudele rivincita. Impietoso nel suo mostrarsi. Un vero reality show, non quelli costruiti a tavolino che avremmo visto pochi anni dopo. Il messaggio era chiaro: “la morte arriva ovunque. Non siamo in un videogioco!”
     

    Il coinvolgimento di tutti ha riempito il cuore di New York che, in quei giorni, oltre a soffrire in prima persona ha mandato al mondo intero il suo messaggio di insicurezza, cambiando il sentire della nostra storia. Si metteva la parola fine a quel facile ottimismo di cui si riempivano la bocca in molti da dopo il crollo del Muro di Berlino.
     

    Si è parlato di fine dell’inviolabilità degli Stati Uniti, ma con il senno di poi, dopo dieci anni di altrettante incertezze, possiamo vedere qualcosa di più: una sorta di sveglia al mondo. Colpiti le famiglie, gli amici delle vittime, ma attaccata anche l’umanità intera nella sua assurda presunzione di  invulnerabilità.
     

    New York in quei giorni ha saputo far parlare la gente, far unire la gente, anche se regnava la paura. Questo è successo anche perché i newyorkesi, abbracciati dal mondo occidentale intero, sono diventati persone e si sono guardati negli occhi. Non erano solo i soliti protagonisti di famose serie televisive . Vi ricordate “Sex  and the city”? La New York di Carrie e le sue amiche che aveva fatto il giro del mondo? Quella era l’immagine che molti avevano di Manhattan in quel periodo.
     

    Dopo  dieci anni da quei tragici giorni, cercando anche di guardare con un pò  di distacco a tutto quello che è successo dopo, dalle guerre fino ai cambiamenti non solo sociali ma economici, finanziari, molti si continuano a chiedere quale sia effettivamente stato l’impatto del crollo di quelle Torri. Sono tante le tesi.
     

    Io voglio solo tornare su cosa ha significato realizzare in quei giorni che siamo persone e non solo spettatori. L’11 settembre forse è stato veramente la prima volta  in cui un evento ha inciso nelle vite private della gente  in diversi paesi occidentali  contemporaneamente. Le ha segnate intimamente.
     

    “Ti ricordi cosa facevi l’11 settembre?”. Credo che questa sia molto di più di una domanda. E’ vero, si dice anche “Ti ricordi cosa facevi quando fu ucciso John F. Kennedy?”, ma la  morte del presidente tutto sommato rimaneva distante, anche se cambiava il corso della storia, non solo americana, ma del mondo. Quell’evento, inoltre, in quanto tragica separazione di un amatissimo leader politico dalla sua gente, ha contribuito ad alimentare un vero e proprio alone mitologico, rendendo JFK un’icona, e come tale una figura eroica, distante.
     

    Quell’11 settembre, invece, in qualche modo appartiene un  po’ a tutti. Lo abbiamo vissuto, personalizzato. Purtroppo è vero che bisogna immedesimarsi per capire la sofferenza. Se così non fosse, faremmo più nostre tante scene di fame o di guerra a cui siamo diventati  quasi indifferenti, in un mondo globalizzato e vasto, che tutto sommato diventa sempre più piccolo.

  • Life & People

    Seven Steps for Italy. Tips from the Sea from Oscar Farinetti’s Crew

    Crossing the Atlantic in 37 days in order to revitalize Italy. Retracing that ocean which has great significance in the history of Italian emigration. It’s a simple idea, but like all simple ideas, it has that extra something for it to become a success, especially in terms of communicating a message.

    The trip is designed to draw attention to the country, which today is going through a difficult period, and seeks to advance Italy toward a positive future with better and clearer ideas. Often the sea brings counsel as Oscar Farinetti knows well, since he along with Giovanni Soldini enthusiastically organized this initiative to compose seven suggestions for Italian politicians and Italian society at large.

    These remarkable sailors will propose seven steps to transform the Bel Paese. The crew on board changes at every port, and is comprised of writers, entrepreneurs, and artists such as Alessandro Baricco, Piergiorgio Odifreddi, Giorgio Faletti, Lella Costa, Riccardo Illy, and many others.

    The impressive ship, Vittorio Malingri’s 22-meter Oceanic 71, left Genoa on April 25 bound for Palma di Mallorca. It will stop in Gibraltar, followed by Madeira, and is scheduled to reach New York on June 2. Two symbolic dates were chosen: the departure on April 25 (Italy’s liberation from the Nazi-Fascist regime) and the arrival on June 2 (Italian National Republic Day).

    It is an initiative that also demonstrates optimism for Italy which celebrates its 150th birthday this year. Exploring, reflecting, considering, discussing, and writing together to arrive in New York and then deliver to the Consul General in New York a slender document that is perhaps critical of the current situation in Italy but is constructive and hopeful nevertheless.

    Oscar Farinetti’s son Nicola will be waiting for Oceanic 71 at the port in Manhattan on June 2. He is the manager of Eataly New York, the super-store dedicated to high-quality Italian food products founded by his father.

    We ask Nicola to tell us something more about this initiative which is clearly important to the Farinetti family but also represents an astute and effective way to draw the attention to Italian excellence while addressing the difficulties Italy currently faces.

    “Seven suggestions outlined in a written policy, but one that is not politicized but rather brings together people with completely different ideas,” says Nicola Farinetti. “I am fairly sure that Piergiorgio Odifreddi and Matteo Marzotto have two completely different approaches to life and the world. But they were on the same boat at the same time to discuss the current situation.”

    Over a perfect Italian coffee, he continues to describe the family project with pride. “There are two captains present at all times, the same two for the entire trip. The cooks on board changed regularly but there are always two very talented people on board, both as accomplished chefs and as opinion leaders. On June 2 we’ll see Oscar and Giovanni, Luca Baffiggo and Paolo Nocivelli (our associates for many years and two great sailors), Guido Falck (the son of the steel factory mogul, member of one of the most important families in Italy, and a sailor himself), Simone Perotti (the Italian businessman who left everything behind and followed the path he calls the “necessity for the absence of need”). Then there is Beatrice Iacovoni (Soldini’s second-in-command who has accompanied him on many trips), Francesco Rubino (a portrait painter and cartoonist), Maria Pierntoni Giua (a young singer-actress from Genoa), and Davide Scabin (the multi-starred chef present for the final leg of the journey). I think that’s it; these are the people who should be on board.

    In addition to consigning this document to the consul general, Nicola explains that there is also a more commercial aim to the project.

    There is a trade wind that is called “marine.” “In search of the ‘marine,’” is a motto of great expeditions. Here it means to bring great Italian wine to the ocean where the “marine” wind is born before it arrives as a breeze every season at our vineyards in Langa. One of the seven steps is to invest in what we do the best, that is, Italian food and wine.   

    He closes the conversation by saying, “I am curiously waiting for Oscar. After a month at sea, he’ll come back with 300 new stores in mind, brands, ideas….”

    It will be another gust of wind from Italy. To quote the title of the 2007 biography of Turin entrepreneur Oscar Farinetti, the “Merchant of Utopias” strikes again.

    At this point we would like to quote Oscar Wilde: “A map of the world that does not include Utopia is not worth even glancing at, for it leaves out the one country at which Humanity is always landing.”

    Find the journal, video, and much more on the website for these modern-day sailors at www.7mosse.it. And we will meet them when their ship comes in on June 2. Stay tuned for our video.

  • Events: Reports

    The Remembrance Day in New York. The Event Goes On, Despite the Snow

    This is the fourth year that the names of 8,600 Italian Jews who were deported and taken to death camps echoed along Park Avenue. In front of the Italian General Consulate, dozens of people ranging from ordinary citizens, important community figures, students, Italians, Italian-Americans, and Americans marked the date, January 27, 1945, in which Soviet troops from the Red Army during the offensive toward Berlin, arrived in the Polish city of Oświęcim (now known by its German name as Auschwitz) to reveal its infamous concentration camp and liberate the few remaining survivors. 

    Holocaust Remembrance Day is a yearly event established by Italian law 211 and passed by the Italian parliament on July 20, 2000. It is worth citing the legislative code: “The Italian Republic recognizes the 27th day of January, the date of the demolition of the gates to Auschwitz, as the ‘Day of Memory,’ in order to remember the Shoah (the Holocaust, the extermination of the Jewish people), the racial laws, the Italian persecution of Jewish citizens, the Italians who suffered deportation, imprisonment, and death, and those who in different fields and circumstances opposed the project of extermination, and at the risk of losing their own lives saved many more lives and protected the persecuted.”

    The reading on Park Avenue began on time despite the snowstorm that blocked much of Manhattan. Schools, universities, and offices remained closed and on the streets there was so much snow, mud, and snarled traffic. It was a difficult day for everyone who attended but even in the cold, they were warmed by the first piercing rays of sunlight that filtered through the clouds, and once again many experienced the emotion of reciting the names of entire families and recalling an unspeakable past that should not be forgotten. 

    The event, the only one of its kind in the U.S., was organized by the Consulate General in collaboration with the Centro Primo Levi. 

    NYU’s Casa Italiana Zerilli-Marimò, the John D. Calandra Italian-American Institute at CUNY, the Italian Academy at Columbia University, and the Italian Cultural Institute also participated with a series of events that took place this week.

    The recitation of names which began at 9:00 a.m. and continued until 4:00 p.m. featured the participation of many notable figures within the Italian and Italian-American communities, including Italian Ambassador to the U.N. Cesare Ragaglini, representative of the U.N. Secretary General Ambassador Vijay Nambiar, Permanent Observer of the Holy See to the U.N. Archbishop Francis Chullikatt, New York State Controller Tom DiNapoli, actor/director John Turturro (who also received his Italian citizenship that same day), Rabbi David Posner of Temple Emanu-El, U.S. Ambassador to the U.N. Rosemary Di Carlo, Palestinian journalist and writer Rula Jebreal, publisher Peter Kalikow, Judge Grasso, Frank Fusaro of the Columbus Citizens Foundation, and Dean of the Calandra Italian-American Institute Anthony J. Tamburri. 

    Consul Francesco Maria Talò stopped to talk to us and underscored the great significance of such an initiative and the importance of its recurrence each year. “The event goes on, despite the snow, despite the cold. And it must go on just as the extermination machine marched on undeterred. There were snowstorms at Auschwitz but no one cared about them nor about the humanity that was being erased there.”

    “The names you hear echoeing on Park Avenue today are lives, they are stories of individuals and entire families. We believe it is our duty to continue to do this; we are very proud to be the only ones in New York to organize an event like this. The United Nations cancelled events today and schools and offices are closed, but we are here to recall and bear in mind the persecutions of our time.”

    The event takes on even more meaning in New York where the Jewish presence is so vital. In a recent interview with i-Italy, Senior Rabbi Arthur Schneier of Park East Synagogue demonstrated the impact of this event by recalling the strong commitment of the Italian community during the Holocaust.

    In addition to the reading of names on January 27, the “Week of Memory” is a series of events, which convey the succesful teamwork behind it. The system of Italian and Italian-American institutions worked in unison on this initiative, and in so doing the Italian Consulate became a meeting place that served an important educational function. As every year, school children participated in reading the names. In particular, Scuola d’Italia and Park East Synagogue were both present this year despite the school closings. 

    We recall, in conclusion, a few  important words in memory of Tullia Zevi, the only woman to have led the Union of Italian Jewish Communities, who passed away a few days ago. She decided to devote her life to bearing witness.

    “I could live in America; I studied there, it’s where I arrived when I was very young. I went through the tragedy of the camps. I survived. I found myself as a Jew living in Europe after the war. The Jews lived in Italy for two thousand years. Overnight, we were told: ‘You’re nobody; you’re no longer a person; you have no rights.’ I felt it was right to return not only to try and help this community, which has a two thousand year history, to live again, but also to testify as a journalist and as a person.”

    "To live again ... " even in New York, probably the most Italian city outside of Italy and the most Jewish city, outside of Israel.

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    EVENTS OF THE WEEK OF REMEMBRANCE

    Friday, January 21 | 9.30 am – Scuola d’Italia “G. Marconi”, 406 East 67th Street : New York and Naples: Harbors of Dialogue”, a dialogue on tolerance between Naples Cardinal Crescenzio Sepe e Rabbi Arthur Schneier
    Thursday, January 27 | 9 am to 4 pm –Italian Consulate (690 Park Avenue) - Outdoor reading of the names of the Italian victims of the Shoah
    Thursday, January 27 | pm – Casa Italiana Zerilli Marimò at New York University, 24 West 12 St: presentation of a special issue of the magazine Zapruder on memory and colonialism.
    Friday, January 28 | 12 pm - The John Calandra Institute for Italian American Studies at CUNY, 25 West 43rd Street: A Difficult Identity? Literary Representations of the Shoah from Liana Millu to Helena Janeczek
    Sunday, January 30 | pm - Primo Levi Center, 15 West 16th Street: “The Jews of Italy between Antifascism and Resistance” , a conference on the contribution of the Italian Jewish to the Liberation of Italy
    Tuesday, February 1 | pm - The Italian Academy at Columbia University, 1161 Amsterdam Avenue Symposium: “Racially Inferior: Roma, Sinti and other Holocaust victims”.

     
    For further information, see http://www.primolevicenter.org/Home.html

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