Articles by: Letizia Airos

  • Arte e Cultura

    Puglia: La poesia della mia terra

    “Se chiudo gli occhi mi ritrovo sulla Costa Salentina tra la campagna e il mare, dove l'anima si incendia perchè gli odori della campagna, agrodolci, si mescolano alla brezza del mare ed il profumo di iodio e salsedine… E quando sei verso la fine del pomeriggio in un luogo speciale, in cui la campagna si tuffa nel mare, oppure il mare si arrampica in quella campagna, accade un fatto molto particolare: ti accorgi che esiste una dimensione della luce, anzi della luminiosità che stordisce. Perchè la luce si fa suono, si fa odore, si mescolano i sensi. La Puglia è plurisensoriale... e io tante volte mi sono chiesto se il mito del morso del ragno da cui e nato il ritmo della Taranta non riguardasse proprio questa mescolanza di campagna, mare, luce... Nella Puglia dei muretti a secco e delle lucertole… Nella Puglia dove anche le pietre sono poesia.”

    A parlare è il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, leader politico di centrosinistra. Non esiste descrizione più efficace della regione dell'Italia meridionale con capolugo Bari, bagnata dal mare Adriatico a est e nord e dal mar Ionio a sud. 

    Vendola ha posto sempre la poesia come una delle forme che univano il suo essere politico e letterato. E quando parla della sua regione, al prosa si fa spesso poetica.

    “La crisi economica ha certo rappresentato un freno a mano. Noi avevamo ingranato la quarta già dai primi mesi del mio insediamneto nel maggio del 2005, per uscire da quella situazione di stagnazione economica e culturale in cui era precipitata la Puglia. Una regione sconosciuta, diciamo senza infamia e senza lode. In giro per il mondo non si sapeva niente della Puglia se non la parola Brindisi. Solo perchè da Brindisi si prendono i traghetti per raggiungere la Grecia. Era una regione di tranisto che non generava curiosità, conoscenza. Noi l' abbiamo raccontata, portata in giro per il mondo e abbiamo svelato la realtà plurale delle Puglie. Abbiamo investito sulla cultura in contro tendenza rispetto a una destra che governava l' Italia contro la cultura, contro la scuola pubblica. Sono nate nuove filiere produttive, un’idea di industria culturale e creativa. I prodotti che hanno cominciato a circolare generando ricchezza avevano anche il merito di attirare l'attenzione su una regione che improvvisamente diventava fascinosa particolare.”

    Il mondo ha cominciato a venire qui, a bussare qui, l 'essere pugliese ha cominciato ad essere qualche cosa di qualificante. La puglia è diventata di qualità. Per tanto tempo i pugliesi famosi dovevano vestirsi di altre identità, proprio per il carattere anonimo della puglia. Domenico Modugno per l'immaginario internazionale è un cantante siciliano, invece era un cantante di Polignano a Mare in provincia di Bari. Renzo Arbore è stato uno dei protagonisti della canzone napoletana ma è foggiano. Ecco questo è accaduto in passato e bisognava lasciare un' identità che era ignota, troppo prosaica. incapace di comunicare. Oggi l' identita pugliese comunica effervescenza culturale spirito di innovazione.

    Non si può non parlare di alcuni scandali che hanno interessato altre regioni italiane.

    La danza dei soldi attorno alla politica e della politica attorno ai soldi è stato un tratto perfino culturale del berlusconismo e questo ha determinato la perdita di ogni freno inibitore. Si teorizzava la necessità di liberarsi dalla nozione di pubblico per concentrarsi sul dinamismo del privato. Ma se il privato non si confronta con i limiti del bene pubblico del bene comune, con la supremazia dell' interesse collettivo, il privato è indotto a compiere ogni genere di appropriazione indebita. L sobrieta' soprattutto in questi tempi deve essere uno degli ingredienti fondamentali un anti berlusconismo dei fatti.

    Hai detto di aver presentato una fattura di 6000 euro nell’ultima tua missione americana. Questo colpisce…

    Sono stati sette giorni di lavoro frenetico ma molto importanti in cui ho tessuto relazioni e aumentato l’attenzione nei confronti della Puglia. Sono stato in California per la nascita di una rete mondiale contro il degrado ambientale, a Washingotn dove tra gli altri sono andato da Kerry, abbiamo avuto incontri anche alla Fondazione Rockfeller, la Fondazione Ford, con camere di commercio. Ma abbiamo è vero speso pochissimo, penso che la sobrieta' soprattutto in questi tempi debba essere uno degli ingredienti fondamentali un anti berlusconismo dei fatti.

    Presidente. Ha solo 4 giorni per stare in Puglia.  Vuole conoscere la regione, ma avere anche un po’ di relax. Cosa fa?

    Quattro giorni giusto per un veloce violento innamoramento. Quattro giorni per saltare dall' incanto dei paesi garaganici di Vieste, di Rodi, di Pugno chiuso, di Mattinata, per scendere giu' nella straordinaria geografia del Salento per attraversare la terra dei trulli affacciandosi sulla Costa Merlata per passare dalla città bianca che è Ostumi e andare invece fino alla punta estrema dove c'è Santa Maria di Leuca ma senza perdersi lo spettacolo indescrivibile di Otranto e con un salto nell’entroterra e scoprire il barocco da Lecce ai piccoli comuni alle chiese, i castelli, i palazzi…. In quattro giorni c'è forse tempo di passare dalle murge che congiungono in alcuni tratti dalla Puglia alla Basilicata, intorno alla citta' di Altamura, andare a tuffarsi a Gravina di Puglia ee vedere il castello di Federico II di Svevia. E poi magari concedersi una passeggiata in una delle città più invincibili, strepitose e paradossali che e' Trani con la sua catterale sospesa sul mare, con il suo centro storico….e poi non lo so...e per magari scoprire con paeselli come Pietra Monte Corvino o Orsara.
     

    Oppure ritornare giù nel Salento e scoprire che c'è una piccola regione nella regione, o una piccola provincia nella provincia che si chiama Brecia salentina dove si parla il greco antico il grico. Insomma poi magari entrare nella città sofferente, struggente con le lingue di fuoco delle sue acciaierie ma anche con le bellezza del suo centro storico. Taranto, la ex, una grande capitale della Magna Grecia poi una capitale di tanti altri problemi del fondo dell’Italia. Insomma la Puglia, le Puglie in quattro giorni possono essere annusate, sfiorate appena accarezzate ma dopo l' innamoramento bisogna tornare per sviluppare un attraversamento amoroso.”

    E' quando il corpo è tra quattro mura che lo spirito fa i suoi viaggi più lontani.”

    Augusta Amiel-Lapeyre, (Pensieri Selvaggi, 1909). C’è chi non è in grado di venire in Puglia. Cosa consiglia per vivere da lontano un pò di Puglia?

    "C' è una generazione di giovani autori pugliesi che spesso parlano di Puglia e che andrebbe scoperta come Nicola Lagioia, Alessandro Leogrande. Ultimamente è comparso il primo libro di un giovane insegnante giornalista che si chiama Giancarlo Visitilli “E’ la felicità, Prof?” un libro divertentissimo. Poi penso ai gialli, allo stile di scrittura diciamo barese anche molto interessnte che e quello di Gianrico Carofiglio.
     

    E per quanto riguarda la muscia alcuni nomi: i Negroamaro, Erica Mou, Emma, Caparezza. Tutti figli dell’ efferverscenza e creatività di questi anni.

    Poi io amo molto una puglia meditteranea che ripropone i ritmi della Taranta come quelli del Canzoniere Grecanico Salentino, una Puglia che parla anche in arabo che e quella di Radiodervish.
     

    Un altro modo per avvicinarsi alla Puglia? La cucina.
    Ci sono tantissi chef da noi che stanno diventando anche protagonisti di successo di una gastronomia culturale di una gastronomia del recupero delle radici. Anche nella mia giunta ci sono tantissimi bravi cuochi oltre me! Riassaggiare anche dall’estero le nostre specialità con i prodotti che esportiamo è un altro modo di avvicinarsi alla Puglia"

  • Life & People

    Puglia: The Poetry of My Land

    “If I close my eyes I can picture myself on the Salentine Coast between the countryside and the sea, where my soul is on fire because of the aromas—sweet and sour mixes with the sea breeze and the perfume of iodine and salt…
    And at the end of an afternoon in a very special place, where the countryside plunges into the sea and the sea rambles up the countryside, something unusual happens: you realize that there is a dimension of light, or rather of luminosity, that is stunning.

    Because the light becomes sound, it becomes smell, and the senses intertwine. Puglia (Apulia) ismultisensory... and I often wondered whether the myth of the spider bite which gave birth to the rhythm of the tarantola really has more to do with this mixture of countryside, sea, light… in the Apulia of dry stone walls and lizards, in the Puglia where even the stones are poetry.”
    So said center-left political leader Nichi Vendola, governor of the region of Puglia.

    There is no better description of this region in southern Italy. With Bari as its capital city, it lies on the Adriatic Coast to the east and north, and the Ionian Sea to the south. Vendola has suggested that poetry is what unites his political and literary identities. And when he speaks of his region, his prose is often poetic. “The economic crisis has certainly been an obstacle. We were gearing up for the first few months after I had been elected in May 2005.

    We were attempting to get out of the economic and cultural stagnation in which Puglia had found itself. It’s an unknown region, without infamy and without praise. Around the world, no one knew anything about Puglia except for Brindisi—and that’s only because you take the ferry from Brindisi to get to Greece. It was only a place to transfer and it did not generate any curiosity or inspire interest. We’ve now brought Puglia to the forefront around the world and we’ve revealed its multi-dimensional facets. We have invested in culture against the rising tide of right wing politicians who rule Italy and who don’t support culture or public education. Several initiatives sprang up around the idea of cultural and creative industries.

    New products have been launched and are starting to generate profits, and they’re drawing attention to a region that has suddenly become fascinating. The world has started to notice us. Being from Puglia has started to mean something, and Puglia is now synonymous with quality. For a long time, famous people from Puglia had to take on other identities simply because of Puglia’s lack of recognition.

    For most people all over the world, Domenico Modugno is a Sicilian singer even though in reality he is a singer from Polignano a Mare in the province of Bari. Renzo Arbore was a major force in Neapolitan music but in reality he is from Foggia. This was in the past when it was necessary to keep one’s identity hidden; it was too prosaic and didn’t communicate anything significant. Today, Puglia’s identity reflects cultural effervescence and a spirit of innovation.” One cannot avoid talking about some scandals that have affected other Italian regions. “The dance between money and politics was characteristic of Berlusconi’s administration, and as such, there were no deterrents or consequences.

    It’s been theorized that it was necessary to break free from the commitment to the greater good to focus on the dynamism of the private sector. But if the private sector cannot provide for the common good and act in the collective interest, then individuals are forced to embezzle and commit fraud. Moderation is one of the key ingredients of the anti-Berlusconi movement.” You’ve said that you would submit a 6,000 euro bill for expenses incurred during your last trip to the U.S. This is striking...
     

    “They were seven hectic days but very important in which I cemented relationships and increased attention on Puglia. I was in California for the birth of a worldwide network against environmental degradation, in Washington where I met with Kerry; we also met with the Rockefeller Foundation, the Ford Foundation, with Chambers of Commerce. But it’s true – we spent very little. I think that sobriety especially in these times must be one of the key ingredients.”

    Let’s say a visitor has four days to spend in Puglia and would like to get to know the area but would also like to relax. What would you suggest? “Four days would be good for a short, passionate romance. Four days to dive into the enchanting towns of the Gargano such as Vieste, Rodi, Pugno Chiuso, and Mattinata to explore the extraordinary geography of Salento, passing through Alberobello (the land of the trulli), overlooking Costa Merlata and the white city known as Ostuni, and finally arriving in Santa Maria di Leuca. The indescribable spectacle of Otranto and a trip to the hinterlands to discover the baroque city of Lecce with its small towns, churches, castles, and palaces are not to be missed. There’s also enough time to visit Le Murge, go through the city of Altamura, and head to Gravina di Puglia to see the castle of Frederick II of Swabia. There might also be time to take a stroll in Trani, one of the most invincible and paradoxical cities, with its cathedral suspended above the sea and amazing historical center. There may also be time to explore small villages such as Pietra Monte Corvino and Orsara, or head back down into Salento and visit the small area in that region called Brescia Salento, where inhabitants still speak an ancient Greek dialect called Griko. You could then enter the suffering, struggling city of Taranto with the tongues of fire exploding from its steel mills, softened by the beauty of its historic center. Taranto was the former capital of a large Magna Grecia settlement, and it’s now a capital city with many of the same problems that Italy faces as a whole. In short, Puglia in four days can be experienced, touched, and caressed but to develop a deeper love you must go back and spend more time.”

    “When the body is between four walls it is then that the spirit travels the farthest.” This was Augusta Amiel-Lapeyre in Pensieri Selvaggi (1909). There are those who are not able to visit Puglia. What would you recommend to those who live far away?

    “There is a new generation of young writers who often write about Puglia and who should be discovered: Nicola Lagioia, Alessandro Leogrande. Recently, a new book by Giancarlo Visitilli, a young teacher-journalist, named È la felicità, Prof? [Is this happiness, Prof?]. It’s an entertaining book. Then there also detective novels written in the Barese style; those by Gianrico Carofiglio are very interesting. As for music, there are several names that stand out: i Negroamaro, Erica Mou, Emma, Caparezza. They are all products of the creativity and inspiration that has characterized the past few years in Puglia. Then I really love Mediterranean Pugliese music that focuses on the rhythm of the tarantella like Canzoniere Grecanico Salento. Radiodervish also sings in Arabic as well as Pugliese dialect. And of course another way to get to know Puglia is through its cuisine. There are so many chefs who are successfully leading the way to a cultural cuisine that rediscovers our roots. Even in my administration there are so many talented cooks who are beyond me! Tasting the products that we export abroad is another way to get to know our region.”

  • Arte e Cultura

    Quando la crisi diventa un'opportunità

    Don Gennaro Matino… lo incontro qualche anno fa. La prima cosa che mi colpisce, lo ricordo tuttora molto bene, è il suo sguardo lungo. Ancora prima di sentirlo parlare. Guarda lontano, anche se è vicino a te, e sembra scrutare qualcosa che non si vede ad occhi nudi.

    Questa è stata la mia sensazione istantanea e mi piace raccontarla qui,  prima di scrivere le parole di un’intervista, perchè ho continuato a provarla. Le parole: sì dunque le sue parole. Se la prima cosa che mi ha intrigato  è stato il suo sguardo, subito dopo sono arrivate, appunto: le sue parole. Parole intense, precise, acute, sicure, dinamiche, vive, vere. Parole che lasciano il segno. Parole lunghe come il suo sguardo. Parole, forse, profetiche.

    Parole di chi sa dare il valore giusto alla comunicazione. Don Gennaro Matino è perfettamente consapevole di questo; parroco e docente di teologia pastorale a Napoli, ha una biografia densa e difficile da sintetizzare.
    Riassumendo dico solo che ha operato nel terzo mondo, soprattutto in India; che è editorialista su Avvenire, Il Mattino e Famiglia Cristiana oltre ad altre  riviste pastorali; che ha pubbicato numerosi saggi e romanzi teologici. Che è, dal 1986, parroco della parrocchia della SS. Trinità di Napoli.
     

    Il 5 novembre (ore 18.00) presenterà insieme al Prof. Antonio Monda, presso la Casa Italiana Zerilli-Marimò (NYU), un libro che, - sia pure con la dolcezza consona a Don Gennaro Mattino - porta con se una forte provocazione e ha il potere di scuotere le coscienze.
     

    Il titolo parla da solo. Non è facile intuire però che questo testo lo ha scritto un sacerdote: «Economia della crisi. Il bene dell’uomo contro la dittatura dello spread” (Baldini & Castoldi).

    Comincio a riportare l’intervista. entrando subito nel merito, lo farò citando spesso passaggi scritti da lui.

    “È una crisi che viene da lontano. È la crisi dell’uomo, iniziata negli anni Ottanta, quando al valore dell’essere umano si è preferito quello economico aprendo la strada al pensiero unico, alla globalizzazione dei mercati, alla mercificazione dei diritti umani”. Un’analisi questa che ci vorrebbe tutti pessimisti, invece tu non lo sei. Perché? E’ un libro ottimista. Si può esserlo anche partendo dalla parola crisi?

    La parola crisi, nell’ideogramma cinese, significa opportunità e a me piace ritenere che la crisi economica, che ha travolto il mondo, sia un’opportunità per indurci a riflettere e a cambiare stile di vita. Voglio pensare al 2012 come all’anno della svolta in cui tutti ci siamo resi conto di quanto fosse vero quel banale detto, ricco di saggezza: i soldi non fanno la felicità.

    Forse col tempo impareremo a guardare al 2012 come all’anno della provocazione che ci ha costretto a vedere dentro di noi, a riappropriarci di noi stessi e a lasciarci alle spalle un’idea errata di economia il cui fine non è accumulare denaro, privilegiare alcuni a danno di altri, ma liberare l’umanità da ogni schiavitù, da quella lotta per la sopravvivenza che mette un popolo contro l’altro e genera lacrime e sangue anche all’interno di una stessa nazione.
     

    Allora il “Il 2012 potrà essere ricordato come l’anno della svolta se la politica, la cultura, la scienza, se tutti gli uomini di buona volontà, se tutti insieme,pronti a invertire la rotta, impareremo a parlare nuovi linguaggi”. Dove si trovano questi nuovi linguaggi?

    I nuovi linguaggi già esistono nel cuore dell’umanità, non si tratta di trovarli ma di ritrovarli. Mi riferisco al linguaggio dei popoli e non degli speculatori, a quello della democrazia e non a quello della finanza, al linguaggio dell’utile e non del superfluo, a quello del risparmio e non dello spreco, al linguaggio della condivisione e non a quello dell’individualismo, al linguaggio dell’uomo e non a quello dell’economia.
     

    “La crisi dei nostri giorni aggiunge precarietà a precarietà e sembra progressivamente cancellare ogni speranza di serenità. L’utopia correggela depressione e aziona sentieri inimmaginabili di ottimismo anche nelledifficoltà proponendo un cambiamento di rotta.” Altre parole ottimiste. Ma l’utopia può raggiungere, con la sua valenza positiva, anche chi in questo momento ha bisogno ed è scoraggiato da quotidiani problemi economici? Chi non trova unlavoro, chi non riesce a mantenere o far studiare i propri figli, chi non si può pagare spese mediche…?

    Nel cuore dell’uomo, benché le difficoltà, alberga il futuro e oltre il dolore è possibile dare senso al domani. Angoscia, paura, crisi dell’essere,certo raccontano il disagio del vivere, ma proprio questo disagio muove la speranza del nuovo. L’utopia nasce proprio quando ogni speranza sembra svanire e maggiore è il rischio del futuro, maggiore la sensazione del fallimento è pressante, tanto più si alimenta il desiderio di un giorno migliore. L’utopia, forte della speranza, riesce a orientare verso ilsuperamento della realtà presente, motivando di entusiasmo responsabileil pensare positivo anche dinanzi al disastro più complesso. Se taleorientamento si trasforma in azione, costringe gli eventi a mutare l’ordine esistente.
     

    “Due titoli nei capitoli nel tuo libro: Teologia ed economia - Avere o essere: per un’etica del profitto. Ma dottrina cattolica e impresa…. possono realmente dialogare? Come?

    La dottrina sociale della Chiesa, dall’epoca della Rerum novarum, ha sempre cercato di dialogare con il mondo dell’economia. In campo aziendale rispondo con quanto dichiarava a suo tempo il Concilio Vaticano II: “Nelle imprese economiche si uniscono delle persone, cioè uomini liberi e autonomi creati a immagine di Dio. Perciò prendendo in considerazione le funzioni di ciascuno – sia proprietari, sia imprenditori, sia dirigenti, sia operai – e salva la necessaria unità di direzione dell’impresa, va promossa, in forme da determinarsi in modo adeguato, la attiva partecipazione di tutti alla gestione dell’impresa”(GS 68). Una indicazione, questa del Vaticano II, che non è pura utopia, ma si può realizzare in una visione di etica aziendale.
     

    La grande sfida che chiama in causa tutti è creare una società che tuteli il bene comune. Dom Hélder, vescovo ausiliare di Rio e poi pastore a Recife - noto per la sua degli oppressi e degli emarginati - sosteneva di non aver paura di essere accusato di fare politica , di essere sovversivo e anche comunista. Tu sostieni che, in ragione del futuro possibile, è necessario avere il coraggio di essere sovversivi. Questo in un tempo in cui la povertà non è tanto lontana geograficamente a tutti noi. Ma combatterla vuol dire anche affrontarne degli aspetti subdoli.
    Gli stessi poveri, infatti, sono inconsapevolmente in cerca di falso benessere. Se sanno di non poterlo vivere direttamente, sperano di passarlo ai figli che a loro vota desiderano solo avere per sé beni di lusso.  Questa contraddizione la conosce bene chi ha avuto l'occasione di frequentare quartieri emarginati, anche a Napoli.
    Quella che proponi è una vera rivoluzione, interna ed esterna, che parte dall’uomo che, dici,  ha tradito se stesso. Il suo essere uomo. E vengo al punto: “La crisi non è solo crisi dei mercati, è piuttosto il frutto di uno smarrimento di valori”. Vanno rimessi dunque in discussione modelli di vita. Occorre dare all’impresa una dimensione prima di tutto sociale. Si può ancora? Quali sono le difficoltà?
     

    Innanzitutto, sarebbe troppo semplicistico dire che il mondo è tragicamentein ginocchio a causa di manovre finanziarie spregiudicate. Per quanto possaapparire una forzatura, la crisi economica affonda le sue radici in un vuoto etico, in un silenzio della coscienza che ha permesso al solo profitto di calpestare e tradire qualsiasi valore. Se si recupera il senso etico della vita, compresa l’economia, anche l’impresa può e deve avere una dimensione sociale. Secondo il Professore Sciarelli, un illustre economista napoletano, un’impresa nella sua dinamica deve essere vista come un centro di interessi, tra loro in correlazione e, allo stesso tempo, in contrapposizione, perché dal suo funzionamento debbono prodursi benefici non solo per l’imprenditore, ma per tutti coloro che sono coinvolti nella sua operatività”. La difficoltà, quindi, non è insita nel sistema, ma nella mentalità individualista di chi pensa solo a trarre maggior beneficio per sé a danno degli altri. Una mentalità sbagliata non solo in senso etico, ma anche pratico e d economico in quanto a lungo termine, come si è visto, ha portato alla drammatica crisi che stiamo vivendo.
     

    Parli di sfida educativa. Quale è oggi la responsabilità del mondo accademico per la formazione delle nuove generazioni?

    Innanzitutto partiamo dal principio che educare, da educere, significa farvenir fuori sentimenti, attitudini, creatività, il meglio che ogni ragazzo hadentro di sé, mentre la nostra società sta facendo venir fuori il peggio. La sfida educativa, allora, chiama in causa non solo i genitori, ma tutti gli educatori e in particolar modo tutti gli operatori della scuola e del mondo accademico per recuperare il senso della responsabilità educativa. E’ necessario gridare ancora con forza ai nostri ragazzi: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente” (Rm 12,1-2). Educare all’etica pubblica significa, dunque, promuovere nei giovani un radicale cambiamento di mentalità e nessun docente può trincerarsi dietro il tecnicismo della propria disciplina, né dietro il timore di fare ideologia. Si può essere credenti o atei, ma non vi può essere né vera scienza, né vera arte se si travalicano i confini dell’etica.
     

    Sarebbe opportuno che tutte le discipline e gli insegnamenti, tutti i settori della scienza, dell’arte, della cultura, dell’economia potessero maggiormente dialogare tra loro per arricchirsi l’una dell’esperienza dell’altra. Avendo tutte come fine l’elevazione dell’uomo, e senza auspicare una conoscenza necessariamente enciclopedica, si potrebbe garantire un maggiore equilibrio tra il sapere quantitativo e il valore estetico, così da far nascere economia della poesia, o la poesia economica, la matematica estetica o l’estetica della matematica, la fisica dell’arte o l’arte della matematica.
     

    Il tuo libro è per tutti e vuole raggiungere tutti. Anche chi non crede. Ti è capitato di parlarne con un non credente?

    Certamente. Molti non credenti ritengono che l’uomo d’affari è un automa che risponde alla domanda del mercato facendo ciò che la società mostra di richiedere e per questo motivo ogni ingerenza di ordine etico in campo economico sarebbe un’inutile forzatura. Ma tale obiezione non regge. L’inevitabile aspetto antropologico implicito in ogni forma di organizzazione economica, capitalista o collettivista o altro che sia, chiama in causa a giusta ragione la riflessione teologico-morale per realizzare un ordine economico che miri alla liberazione dalla alienazione e daogni forma di schiavitù. Di fatto, ci sono anche molti non credenti che la pensano in maniera diversa e sono convinti che nessuna scienza, per quanto autonoma, possa prescindere da principi etici universali che trovano il loro fondamento, al di là della fede e delle religioni, nella nota affermazione di Kant: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine, mai solo come mezzo”.
     

    Cosa ti aspetti da questa presentazione a New York?

    Spero che questo libro possa scuotere le coscienze, indurre alla riflessionee determinare nel tempo quella svolta etica che trasformi l’utopia in realtà.Certamente penso di tradurlo affinché l’utopia in cui credo possa arrivare oltre i confini del mio paese, della mia lingua. Lo presento a New York, dopo averlo presentato nella mia città, e lo presenterò a New Deli, perché ho scelto di iniziare da tre città che hanno in sé, nel proprio nome, il germe del “nuovo”. Io voglio guardare con fiducia e ottimismo a un futuro diverso in cui, uomini e donne di mondi diversi, uniti da un unico parallelo che avvicini Napoli, New York e New Deli, liberi da ogni sovrastruttura, saranno pronti a investire in valori antichi e sempre nuovi per restituire l’uomo a se stesso.

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    Presentazione del libro. Lunedì 5 novembre (ore 18.00)
    Con Gennaro Matino, Antonio Monda, Stefano Albertini, Letizia Airos
    Casa Italiana Zerilli-Marimò (NYU)
    24 West 12th Street
    New York, NY 10011

  • Facts & Stories

    Tony Scott. This is the Story of the Italian-American God of the Clarinet

    ITALIAN VERSION >>>

    I met Franco Maresco for the first time, a little over a year ago in Palermo. They told me he had made an important Italian-American film, Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz [I am Tony Scott: How Italy Got Rid of the Greatest Jazz Clarinetist].

     

    I knew him as a Sicilan director, screenwriter, and director of photography for sketches on Cynical TV and  other documentaries, which were often very provocative. Knowing his attention was focused on an Italian-American story made me very curious. Why had he made a documentary about Tony Scott, actually Anthony Joseph Sciacca?

    I enter and inside his office I immediately notice an indescribable amount of material collected to make the documentary. While speaking to Maresco, one of his associates played some film, mostly footage that was not used in the final cut. Beautiful, moving, almost always in black and white. And so disucssing the film, the director slowly loses his initial detachment and allows himself to share some special memories.

    I saw Maresco’s film along with Gaetano Calà from ANFE. It was clear to both of us that we had to screen the film in New York City. This was made possible thanks to the work of the Calandra Institute and ANFE, and the film will be screened on October 2 at 6:00 p.m. at Borough of Manhattan Community College.

    And so I began to discuss the documentary. What follows are responses to questions that I asked in a recent interview with the filmmaker, when he had just received confirmation that the film would be shown in New York City.

    Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz [I am Tony Scott: How Italy Got Rid of the Greatest Jazz Clarinetist]. The title contains a sense of contradiction. How? Why? A country that doesn’t appreciate the greatest jazz clarinetist?

    The interview with Maresco begins with my own curiosity: “Italy has erased Tony Scott with the weapon it knows how to use best: underestimation and indifference. Italy did not have it in for Tony, but it does have this attitude towards its most distinguished artists. This isn’t the case if there were a prize, the Riccardo  Bacchelli prize, for example, which is awarded to artists who are living on the edge of poverty. Italy, alas, is a country that has a short memory and it’s not hard to imagine that someone like Tony, eccentric and bizarre, eventually became a sort of clown and was then marginalized by keeping his artistic greatness quiet.”

    The idea caught on many years ago when, along with screenwriter Claudia Uzzo, Maresco decided to make a film about musicians of Sicilian origin who emigrated to America. They began researching and found that in Italy there lived a great musician, Tony Scott. In 2000 he was invited to play in Palermo and they shot a long interview at his residence in Rome. Much of this conversation was used in the film.

    But it is the death of Tony Scott as an artist, forgotten by nearly everyone, which inspired Maresco to make a movie about him. “It was 2007 when I heard the news that Tony was dead. Something moved in my soul, a strong instinct that led me to take out the old interview and start making the film. Between research, preparation, and review, the project took almost three years.”

    Tony Scott enjoyed great success in New York City between 1930 and 1950 when he was considered a god of the clarinet, but later led a humiliating life in Italy. Back in his homeland, he was crushed by tedious nights spent on TV, in the streets, in second-rate clubs. He died forgotten.

    To make this documentary a reality, Maresco moved heaven and earth. His research spanned an ocean in 360 ​​degrees. “We had to go back in time, to Tony’s birth in 1921 and his work as a musician from an early age. We went through the swing era and the 1950s with bebop, which were the happiest years of Tony’s artistic career. To help with the research we enlisted friends who are musicologists, especially Stefano Zenni, critics, musicians, and historians. We also investigated the history of migration, the history of the Sicilians in America, and the relationship between entertainment, music, and the mafia.”

    It was certainly a challenge for the director, but he also knew what to look for. “I must say that I had some familiarity with the subject because I’m a jazz fan and so I had to know about the major contribution to jazz music that Italians made from the beginning. The two souths, the southern United States and southern Italy, join at the turn of the century and together they create this wonderful music that is jazz. This film debunks a number of misconceptions and highlights the importance that all have contributed something to jazz; Italians in general and Sicilians in particular have made a great contribution.”

    And Scott was born in Salemi. Italians were not loved by the Americans back then. I ask what his research revealed. “There were so many stories and I regret not being able to keep them all in the film. For the sake of editing we had to cut a lot of things, including a part about the relationship between Sicily and the American Cosa Nostra, and the price that thousands of honest emigrants had to pay, shouldering the reputation as mafiosi, dagos, criminals. In the film there are many interviews with musicians and scholars on one hand and Tony on the other; when he was alive, he told me about the difficulties that Italian-Americans and southern in particular encountered in everyday life.”

    And there was the mafia…. “This is a story that goes deeper and affects not only Italians. Even more mainstream films tell us this. Music was an essential element because the mob ran brothels and illegal gambling dens, and entertainment has always been a big business. On other occasions I’ve always said that, paradoxically, the mafia has made a significant contribution in supporting jazz and therefore the development of jazz music.”

    The film is full of ideas. The personality of Tony Scott is extremely varied as is the historical period of his life. His relationship with Blacks, the battles for civil and human rights–he was a major supporter and this is recounted with great sensitivity in the film:

    “This is one of the most fascinating aspects of Tony’s persona. I loved Tony and still love him as a musician and as a person because Tony was a Don Quixote, an true idealist. At the height of discrimination, Tony was also a great champion and defender of civil rights like few others.”

    The story of Tony’s sad decline after his return to Italy for Maresco also becomes a way to describe a country that knows how to destroy itself. “The film is not just for jazz fans. It was important for me because I wanted to not only tell Tony’s story, but the drift between Italy and Italians. Tony arrives in Italy in the 1960s just at a time when our country enters into an endless tunnel that will lead it to its current path. Tony’s story reveals the abyss into which this country collapses and the moral degeneration which is now visible to the entire world.”

    It’s clear that there’s much more than the mesmerizing music of Tony Scott. “It’s certainly about the figure of the artist who does not bend or compromise, his dedication to his art because he believed that art serves to change the world. On the other hand there is also Dr. Jeckyll and Mr. Hyde, which is a complex personality, a problematic personality with dark sides. So that’s what fascinated me most about Tony, and it also made me think that there were, from time to time, some similarities between our personalities.”

    Maresco could not attend the film screening despite very much wanting to do so. “In the first part the film, New York City is the protagonist – the city that gave birth to bebop. I’d like the audience to recognize and feel my own love for this music and for this city that for a thousand reasons I have never had the pleasure to visit.”

    Borough of Manhattan Community College
    Tribecca Performing Art Center
    Theatre 2
    199 Chambers Street
    New York, NY 10007

    Translated by Giulia Prestia

  • Arte e Cultura

    Tony Scott. Questa è la storia del dio del clarinetto

    ENGLISH VERSION >>>

    Ho incontrato per la prima volta Franco Maresco, poco più di un anno fà a Palermo. Mi avevano detto che aveva realizzato un film importante per il mondo italo-americano: “Io sono Tony Scott - Ovvero come l'Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz”.

    Lo conoscevo come regista, sceneggiatore e direttore della fotografia soprattutto per gli sketch di Cinico TV e altri documentari, spesso molto provocatori. Sapere di questa sua attenzione per una storia italo-americana mi aveva procurato non poca curiosità. Perchè aveva girato un documentario su Tony Scott, ovvero su Antony Joseph Sciacca? Solo perchè era di origine siciliana?
     

    Parlando con lui, nel suo studio, mi rendo conto dell'esistenza di un patrimonio indescribile di materiale raccolto per realizzare il documentario. Mentre discutevo, un suo collaboratore faceva scorrere sullo schermo alcuni filmati, spesso non utilizzati nel montaggio. Bellissimi, emozionanti, quasi sempre in bianco e nero.

    E così parlando di jazz ed italo-americani  il regista piano piano perde un'atteggiamento inzialmente un pò distaccato per raccontare e lasciarsi andare a qualche ricordo particolare.
     

    Con me c'era Gaetano Calà dell’Anfe. Una volta visto il film, è sembrato ovvio a tutti e due: andava portato a New York. Ed è grazie al lavoro dell’Anfe e del Calandra Institute che è possibile vederlo il 2 ottobre alle 18.00 al Borough of Manhattan Community College.

    Ma comincio a parlare del documentario dal titolo. Riporto le risposte ad alcune domande che ho fatto di recente a Maresco, non appena siamo riusciti ad avere la conferma che il film sarebbe stato proiettato a New York.

    “Io sono Tony Scott - Ovvero come l'Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz”. Un titolo che contiene in un certo senso una contraddizione. Cosa? Perchè? Un Paese non apprezza il pìu grande clarinettista del Jazz?

    Comincia da questa curiosità la mia intervista a Maresco che risponde : “L'Italia ha fatto fuori Tony Scott con l'arma che sa usare meglio: il sottovalutare e l'indifferenza. L'Italia non ce l'aveva con Tony, ma ha questo atteggiamento anche nei confronti dei suoi artisti più illustri. Non è un caso che vi sia un premio, il premio Riccardo Bacchelli, dedicato agli artisti che vivono al limite dell'indigenza. L'Italia, ahimè, è un paese che ha memoria corta e non è difficile immaginare che un personaggio come Tony, eccentrico e bizzarro, alla fine diventasse una specie di clown e quindi fosse emarginato mettendo in secondo piano la sua grandezza artistica.”

    L’idea prese l’avvio molti anni fa quando, insieme alla sceneggiatrice Claudia Uzzo, Maresco decise di fare un film sui musicisti di origine siciliana emigrati in America. Cominciarono le ricerche e scoprirono che in Italia viveva un grande, Tony Scott. Nel 2000 lo invitarono a suonare a Palermo e subito realizzarono una lunga videointervista nella sua abitazione romana. Buona parte di questa conversazione viene utlizzata nel film.

    Ma è la morte di Tony Scott, come artista dimenticato da tutti,  che genera in lui l’idea di fare un vero film sulla sua figura. “Era il 2007: quando appresi la notizia che Tony era morto. Ci fu un moto nell'animo, un forte istinto che mi portò a riprendere quella vecchia intervista e mi decisi ad iniziare il film. Tra ricerche, preparazione e riprese il lavoro è durato quasi 3 anni”.

    Tony Scott era passato da un grande successo a New York, tra gli anni' 30 e ' 50, quando era considerato un dio del clarinetto, ad una  vita quasi umiliante in Italia. Tornato  nella sua terra di origine, viene infatti travolto da volgari serate in tv, in piazza, in locali di second’ordine. Muore dimenticato.

    Per ralizzare questo documentario Maresco smuove mari e monti, è il caso di dirlo, la ricerche passano l’oceano, sono a 360 gradi: “Siamo dovuti tornare indietro nel tempo, alla nascita di Tony nel 1921 e alla sua attività di musicista fin da giovane, abbiamo affrontato la swing era e gli anni Cinquanta con il Be-bop che saranno gli anni più felici della carriera artistica di Tony. Per le ricerche ci siamo avvalsi di amici musicologi, tra cui ci tengo a citare Stefano Zenni, critici, musicisti e storici anche stranieri soprattutto di natura musicologica ma abbiamo indagato anche la storia dell'emigrazione, la storia dei siciliani in America e il rapporto tra intrattenimento, musica e mafia.”

    Per il regista era certo una sfida, ma sapeva anche cosa doveva cercare: “Devo dire che io avevo una certa dimestichezza con l'argomento perchè sono un appassionato di jazz e quindi non potevo non sapere che un contributo fondamentale alla musica jazz l'hanno dato gli italiani fin dalle origini. I due sud, il sud degli Stati Uniti e il sud d'Italia, si uniscono a cavallo fra Ottocento e Novecento e insieme costruiscono questa musica meravigliosa che è il jazz. Questo film smitizza tutta una serie di luoghi comuni e mette in luce l'importanza del fatto che il jazz è una musica alla quale tutti hanno dato un contributo più o meno grande, gli italiani in generale e i siciliani in particolare hanno dato un grandissimo contributo.”
     

    E Scott era originario di Salemi.  Gli italiani non erano ben visti dagli americani allora. Chiedo che tracce ha trovato nelle su ricerche di tutto questo. “ I racconti sono stati tanti e mi rammarico di non averli potuti inserire nel film e per motivi di montaggio abbiamo dovuto tagliare molte cose tra cui una parte a cui io tenevo molto e cioè il rapporto tra la Sicilia e Cosa Nostra americana e il prezzo che dovettero pagare migliaia di emigranti onesti accollandosi la fama di mafiosi, di dago, di criminali. Nel film ci sono molte testimonianze di musicisti e di studiosi e d'altra parte Tony, quando era in vita, mi raccontava le difficoltà che gli italo-americani e i meridionali in particolare incontravano nella vita quotidiana.”
     

    E già, c’era la mafia…”Questa è una storia che va approfondita e non riguarda solo gli italiani. Da sempre, ce lo dice anche il cinema più commerciale, la musica era un elemento fondamentale perchè la malavita gestiva bordelli, bische clandestine e l'intrattenimento è sempre stato un gran business e in altre occasioni io ho sempre detto che paradossalmente la mafia ha dato un contributo non indifferente al sostentamento dei jazzisti e quindi allo sviluppo della musica jazz.”
     

    Il film è molto ricco di spunti. La personalità di Tony Scott è estremamente variegata,  come la fase storica che attraversa la sua vita. Il suo rapporto con i neri, le battaglie per i diritti civili e umani, di cui fu uno dei principali sostenitori è raccontato con grande sensibilità nel film:
    “Questo è uno degli aspetti più affascinanti della figura di Tony. Tony lo ho amato e lo amo tutt'ora come musicista e come persona perchè Tony è stato un Don Chisciotte, è stato un idealista come pochi. Nel periodo di massima discriminazione, Tony è stato anche un grande paladino e difensore dei diritti civili come pochi.”
     

    Ed il racconto del triste declino di Scott al ritorno in Italia diventa per Maresco anche un modo per raccontare un Paese che sa distruggere se stesso: “Il film non è un film solo per appassionati di jazz ma per me è stato significativo perchè vuole raccontare non solo la storia di Tony ma la deriva dell'Italia e degli italiani. Tony arriva in Italia negli anni sessanta proprio in un periodo in cui il nostro paese, l'Italia appunto, entra in un tunnel senza fine che lo porterà alla deriva attuale. La storia di Tony è rivelatrice dell'abisso in cui questo paese precipita e della degenerazione morale che ormai è sotto gli occhi di tutto il mondo.”
     

    E’ chiaro in Maresco non c’è solo tutta la fascinazione dalla musica di Tony Scott, c’è molto di più ” Sicuramente la figura dell'artista che non si piega ai compromessi, la sua dedizione all'arte perchè convinto che l'arte serva a cambiare il mondo. Dall'altro lato c'era questa personalità alla dott. Jeckyll e mr Hyde, cioè una personalità complessa, una personalità problematica con lati oscuri. Ecco, questo è quello che mi ha più affascinato di Tony e mi ha anche fatto pensare che ci fossero, di tanto in tanto, alcuni punti di contatto tra me e lui per quanto riguarda la personalità.”
     

    Maresco non è potuto venire alla presentazione del film, nonostante lo desiderasse molto e mi dice: “ Nella prima parte del film New York è la città protagonista, la città che ha ospitato la nascita del Bebop e mi piacerebbe che il pubblico riconoscesse e sentisse l'amore del sottoscritto per questa musica e per questa città che per mille motivi io non ho mai avuto il piacere di visitare”


  • Life & People

    A Piazza for the People in Little Italy

    “The people,” meaning those who are similar to and different from us, are the focus of this corner in Manhattan. During the feast of San Gennaro,  near the Basilica of St. Patrick’s Old Cathedral will be designated “Via del Popolo,” or “Way of the People.”

    Thanks to a project organized by parish priest Msgr. Donald Sakano, in collaboration with NYU’s Tisch School of the Arts, Aurora Vitrum Design, The New Museum, and the Two Bridges Neighborhood Council, the Basilica of St. Patrick’s Old Cathedral becomes the center of the sacred and the religious, a common reflection, an impression that refers back to ourselves and those around us.

    “You shall love your neighbor as yourself,” is one of Moses’s commandments. The commandment best informs this project which embodies the intensity for and commitment to a project born to serve the community and visitors.

    Until September 23, there will be no advertising posters affixed to the walls surrounding the basilica; beautiful and captivating photographs have been installed in their place.  

    Huge photographs of people, men, women, girls, boys, young, elderly, whites, blacks... People of different ethnicities, backgrounds, very different from each other, but united in their history, in their humanity.

    The photos, which seem to elicit the most surprises, could also be mistaken for advertisements, but this time no products are promoted. The viewer’s attention is on the subjects who are ordinary people like us.

    Life-size bodies seem to become animated and interact with the viewer, and often visitors photograph them or pose next to them. It’s entertaining to watch them assume different positions: friendly, affectionate, often playful. I myself could not resist this strange interaction with the photographs.

    There is a sense that we have always known the people represented in the photos. You discover a subjective dimension where you see yourself reflected in a stranger’s portrait. “Self as the other,” you could say.

    The photographer who curated this exhibit, Alex Arbuckle, deftly succeeded in bringing to the walls surrounding the basilica – through an authentic process of recognition – the pride of the history, intended as history, specifically personal history. His portraits of everyday people tell the story of the basilica today, outside of and inside itself.

    One is reminded of a quote from John Paul II: “The more human beings understand reality and the world, the more they understand themselves in their own uniqueness.”

    Surrounded by young members of different ethnic groups in his parish, from the start Msgr. Sakano made clear what he wanted even if the scope of the project seemed difficult to comprehend.

    He had a seemingly simple notion with complex implications. He wanted a way to bring the concept of an open street or piazza to the people, for the people. It would be a return to the feast’s origins, its roots, a renewal of traditions past and present.

    “We wanted,” Msgr. Sakano told me, “to emphasize a positive relationship with the community surrounding the church using the physical structure of the church itself. The street, the walls, the surrounding buildings. The aim was to bring ethnic culture, art, and spirituality into play, but also the small scale entrepreneurship in the neighborhood.”

    The project was a collaborative effort with students from Tisch School of the Arts was essential. It also gained the support of the Two Bridges Neighborhood Council represented by Victor Papa, who on the day of the opening, perhaps more than anyone else, allowed his emotion to show through after seeing the project materialize.

    And so the concept of a piazza, a common meeting place, was born. It’s an area closed to traffic where people can come together, get to know the people in the photos and each other. The world renowned actor Alec Baldwin was also heavily involved in the project. He wanted to include his own image of New York City through this initiative. Present at the opening of the exhibit along with Msgr. Sakano, Baldwin followed along by walking the entire periphery of the church marked by photographs and commenting on some of the people represented. Needless to say, Baldwin attracted a lot of attention from the public.

    Baldwin, a friendly and engaging presence in the neighborhood, told me that he immediately wanted to support the project as soon as he realized that it coincided with the date of his wedding, which he celebrated last June right there in St. Patrick’s Old Cathedral.

    The actor, among the other actors in Woody Allen’s latest film To Rome with Love, is very familiar with Italy and emphasized how this project is also important for New York City from an architectural point of view. He noted the European flavor of the city and urged the need to promote a lifestyle that is more humane and community-oriented within the larger city.

    Msgr. Sakano, a Japanese-American priest, carries out the church’s mission within a very specific context. His church serves different and varied communities that are increasingly complementary. The old Italian-American Little Italy that is ever fading and giving way to a more stereotypical than accurate representation, the presence of a Chinese community that is more integrated into the cultural fabric of the city, and nearby Soho that has expanded and literally taken over traditional Italian-Americans spaces.

    In the piazza nestled between Mulberry Street between Houston and Prince, with the area closed to traffic visitors can stop, listen to music, and also peruse books presented by IAWA (the Italian American Writers Association) led by its president Professor Robert Viscusi.

    The current feast of San Gennaro in Little Italy with its growing commercial influence bears little resemblance to the traditional feast celebrated years ago. The Piazza del Popolo initiative, even with its secular implications, attempts to bring the feast back to its origins.

    When Little Italy was one big piazza, it often saw the intermingling of people who were very different from one another. An array of immigrant individuals and families attempted to reproduce in this faraway place the lives they led elsewhere. These are men and women who gave their story to a city, who contributed to New York City the most beautiful aspect it has to offer: diversity. It is a great asset that unfortunately today’s world still finds it difficult to appreciate, despite the perpetual cycles of migration, movement, and influence.

    Msgr. Sakano recounted some of the difficulties he’s had in explaining his project, especially to Americans “who don’t understand the concept of a piazza.”

    He has succeeded in making the project a reality, and instead of just imagining it you can see it for yourself. It’s located on the two streets at the corner of his parish, and it seems like a miracle – a small miracle from San Gennaro.

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    Translated by Giulia Prestia

    More pics of  Via del Popolo on Facebook Italy Page >>>Want ot know more? Read i-Italy Special Issue: "Via del Popolo in Mulberry"

    ITALIAN VERSION >>>
     

  • Arte e Cultura

    Una piazza per il Popolo a Little Italy

    “Il Popolo” - intendendo come tale noi stessi e tutti coloro che sono come noi e diversi da noi – è protagonista di un angolo di Manhattan a ridosso di una sua basilica.  A Little Italy ci sarà,  per qualche giorno,  un luogo chiamato  “Via del Popolo”.

    La chiesa di St. Patrick’ s Old Cathedral, grazie ad un progetto del suo parroco mons. Donald Sakano - in collaborazione con la Tisch School of the Arts della NYU, Aurora Vitrum Design, The New Museum e Two Bridges Neighborhood Council - diventa il centro,  religioso e laico al tempo stesso, di una riflessione comune, di un pensiero riferito a se stessi come agli altri che abbiamo intorno.

    “Amerai il prossimo tuo come te stesso…”, tra i comandamenti della tavola di Mosè questo è quello che più vicino a  questo progetto che ha tutta l’intensità e l'amore di un lavoro di squadra portato avanti per se e per gli altri.

    Lungo il muro che circonda la Chiesa affissi non ci sono in questi giorni manifesti pubbilcitari, ma delle bellissime ed intense foto.

    Enormi foto di persone, uomini, donne, bambine, bambini, giovani, vecchi, bianchi, neri…  Persone di varie etnie, provenienze, diversissime fra di loro, ma accomuntate dalla verità dello loro storia, di persone appunto.

    Tecnicamente le foto, che sono l'attrazione che soprende di più di via del Popolo, potrebbero anche sembrare commerciali, ma questa volta non si promuovono prodotti, all'attenzione ci sono le persone. Persone come tutti noi.

    Life-size questi corpi sembrano animati ed interagire con la gente che li guarda e che spesso li fotografa o si fotografa affianco. E'
    divertente guardarli mentre assumono posizioni di diverso tipo:  amichevoli, affettuose, spesso scherzose.  Io stessa non ho potuto resistere in questa strana interazione fotografica.

    Si scopre, grazie a queste persone rappresentate che ci sembra di conoscere da sempre, un’intersoggettività interna alla propia  dimensione soggettiva. “Sé come l’altro” si potrebbe dire. 

    Nonostante il soggetto nelle rappresentazioni sia primario, l’altro si deriva per analogia.

    Il fotografo  curatore di tutto ciò, Alex Arbuckle,  è felicemente riuscito a portare sulle mura che circondano la Chiesa - attraverso un vero e proprio iter di riconoscimento - l’orgoglio della storia , intendendo come storia, storia personale.  I suoi ritratti di tutti i giorni raccontano l’esistenza della Chiesa di oggi, fuori di stessa  e dentro.

    Viene in mente una frase di Giovanni Paolo II: "Più l'uomo conosce la realtà e il mondo e più conosce se stesso nella sua unicità".

    Monsignor Sakano, circondato dai  giovani appartententi a diverse etnie della sua parrocchia, ha avuto fin dall’inzio, quando il progetto sembrava piuttosto difficile, chiaro cosa volevesse realizzare.

    Un’intuizione apparentemente semplice la sua, ma con dei risvolti complessi. Voleva una via del popolo che portasse il concetto di una strada/piazza per la gente. Un ritorno alle origini, radici, un rinnovo di tradizioni tra passato e presente.

    “Volevamo” mi ha detto mons. Sakano “mettere l’accento su di un rapporto positivo con la comunità che circonda la Chiesa utilizzando la struttura fisica della Chiesa stessa. La strada, le mura, gli edifici circostanti. Lo scopo era quello di mettere in gioco l’etnia, l’arte, la spiritualità ma anche l’imprenditorialità semplice del vicinato”.

    La collaborazione con i giovani della Tisch School è stata fondamentale, come l’appoggio della associazione Two Bridges Neighborhood Council rappresentanta da Victor Papa che il giorno dell’inagurazione  ha lasciato, forse più di ogni altro, trapelare l’emozione nel vedere concretizzarsi il progetto. 

    E' nata una piazza, un luogo chiuso al traffico,  dove ci si incontra, si incontrano le persone nelle foto ed i propri amici

    Ed un testimone eccellente del mondo del cinema ha voluto mettere la sua immagine per comunicare alla città di New York questa inziativa,  Si tratta di un attore che è anche di uno studente eccellente di NYU, Alec Baldwin.
     

    Presente alla presentazione al pubblico, insieme a Mons. Sakano, ha seguito camminando tutta la traiettoria idealmente indicata dalla fotografie e commentato con alcune delle persone rappresentate.

    Inutile dire che Baldwin ha concentrato e attirato su di se molte delle attenzioni della gente.

    L’attore, affabile e divertente con tutto il vicinato, mi ha detto di aver voluto subito appoggiare il progetto non appena ne è venuto a conoscenza in occasione del suo matrimonio. celebrato lo scorso giugno, proprio lì a St. Patrick’ s Old Cathedral. 

    L’attore - fra l’altro anche tra i protagonisti dell’ultimo film di Woody Allen To Rome with Love - conosce molto bene l’Italia e ha posto l’accento su come questo progetto sia importante anche dal punto di vista architettonico per New York. Di come sia intimamente europeo e della necessità di promuovere un stile di vita pìù umano e comunitario all’interno della città.

    Monsignor Sakano, prete nippo-americano, svolge la sua missione in un contesto molto particolare.

    La sua Chiesa è a ridosso di diverse realtà, ma sempre più complementari fra di loro. 

    La vecchia Little Italy italo-americana che tende sempre di più scomparire o a dare di se un’immagine più stereotipata che vera, la realtà di una comunità cinese sempre di più inserita nel tessuto culturale della Città, la vicina Soho che ormai si è letteralmente mangiata i tradizionali spazi italo-americani.

    Nella piazza ideale che è nata tra Mulberry Street tra Houston and Prince, in questo spazio chiuso al traffico per l’iniziativa, ecco la gente fermarsi, ascoltare musica e trovarsi anche a consultare  i libri presentati in questi giorni dall’AIWA,  Italian American Writers Association guidati dal suo presidente Professor Robert Viscusi.

    Affianco alla tradizionale, e sotto diversi aspetti sempre più commericale festa di San Gennaro a Little Italy, l’iniziativa di Piazza del Popolo con i suoi risvolti anche laici riporta il terroritorio alla sue origini.

    Quando Little Italy era una Piazza e vedeva l’incontro delle vite delle persone spesso molto diverse tra di loro.  Persone,  prima di tutto persone e famiglie, che spesso riproducevano in posti diversi e lontani la vita che avevano altrove.  Si tratta di uomini e donne che hanno dato la loro storia ad una città, che hanno contribuito a costruire New York in quanto di più bello ha: la diversità. Un grande valore che questo mondo contemporaneo (in questo momento soprattutto europeo) stenta ancora a riconoscere, nonostate nuovi ed intensi processi migratori.

    Monsignor Sakano, ha raccontato di aver avuto difficoltà negli scorsi mesi a spiegare, soprattutto agli americani “che non sanno cosa sia una piazza”,  cosa era il suo progetto. 

    Ora è riuscito a realizzarlo e lo si può vedere, non solo immaginare, tra due strade all’angolo della sua parrocchia e sembra un miracolo. Un piccolo miracolo di San Gennaro.

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    Altre foto di Via del Popolo a Little Italy su Facebook >>>

  • Life & People

    The Timeless Style of Anna Sammarone

    There are Italian treasures that can never be paralleled in terms of simplicity, creativity, combining both tradition and innovation. There are those objects—from design to fashion and beyond—that have an unmistakable quality. At times they are part of a niche, other times not. Distinctive, always timeless, they are not passing trends. Some people use them—perhaps every day—unaware that these objects are on display in museums worldwide. This creativity is an asset that we Italians should appreciate, especially in times of crisis.

     But there’s more to this attribute of Italian genius; it often hides ordinary stories, those of small entrepreneurs, fashion designers, artisans, creative enterprises, both on cooperative and individual levels.

    It so happens that in a suite at The Setai, an imposing skyscraper on Fifth Avenue, I meet one of these artists. She hails from Larino, a small town in Molise. Her story, both big and small, is emblematic.

    Anna Sammarone. Thirty years old with an intense gaze that always seems to be searching for details. It examines and explores. Gentle, but firm at the same time. You can tell by her manner, even before seeing her designs, that her sensibility is completely modern: carefree and whimsical yet measured.

    Entering her apartment at The Setai—one she rented to sell her designs—a quick look at her clothes makes me realize that they are truly unique. Beautiful, simple. Ageless. Colorful.

    For years I played among scraps of cloth and spools of thread. I immediately recognize the details of a garment made by expert hands and I am taken in. It is important to remember that when someone has an affinity for an object, he or she is also responding to emotions, sensations.

    The noise of sewing machines comes to mind, the sun filtering through the blinds in a courtyard in the south near the seaside, fingers that guide a needle, sketches of new creations, tailor’s chalk, tissue paper patterns.

    Anna’s story is an important one from the south, of an Italy that is real and alive, young, and still unknown in the world. And the credit for introducing her to me goes to her friend, Marisa Falcone, who is a manager in the U.S. “She’s a niche designer,” she tells me in advance, “a crazy entrepreneur. I decided to give her a hand and I’m thinking of doing that for other people like her. We need them.”

    Between sips of coffee and advice to customers who try on her clothes, Anna tells me her story. She was born and raised in a well-off family in Molise. After high school, she decided to study law: she wanted to become an honest judge with integrity. This is in spite of the bewilderment of her father, who saw her as an artist. And so after graduation and her first few days in court, Anna realized that she on the wrong path. She experienced an overwhelming sense of oppression: she needed to make a change. Dad was right.

    So she decided to make blouses, a childhood passion. Aided by her friends, she started a business. She opened her first shop in Molise. From there her ascent begins: trade shows, Rome, Milan, the rest of Italy. This is thanks, in part, to several interactions that have benefited her sunny disposition.

    “Larino is a fantastic place, everything is small, attainable. The tailors are nearby and the people are all special. They believed in me. They gave their hearts. Without them I could not have done anything. But the same thing happened in Milan, where my shop is on Via Monteleone….”

    The colors and details of an industrious South permeate Anna’s story. There are certainly difficulties for a small business owner, but at the same time her dedication and desire to succeed are paramount. She focuses on quality, the area where she’s from, expert tailoring, pure fabrics and colors. Finally, but most important, she employs a team of women, all from of Molise.

    The search for details and refined combinations, original designs that go beyond passing trends, vitality, even a bit of irony—these are some of the features of her clothing. And then there are the fabrics, soft, precious, and sought after. The joy of creation shines through every inch of her garments.

    She’s a self-taught designer. “I’ve never designed a proper sketch. Just one design, sitting down at a desk. Inspiration always comes suddenly, perhaps during a trip, in a café, or on a plane. I sketch wherever, even on paper napkins. I follow my feelings, and you can see, from the first collection up until now, it’s authentic. There is joy but also suffering; new experiences have made me grow.”

    She’s a woman who understands other women. It’s apparent in how she treats her New York clients. She advises them but without being intrusive; she adapts her clothes to fit their bodies. Her clothes are worn without canceling out one’s personality with unnecessary excesses or forced appearances. They are all extremely wearable.

    The garments are hung up, almost waiting to be taken off the hanger and given a soul.

    “I want the product to speak for itself; its vitality must come out—it should be enough to just try it on,” Anna tells me. And here her voice confirms an intention that I had noticed, making her creations truly unique and timeless.

    “I try to design clothes that are very wearable. For me, certainly, the details are fundamental, but the design must take the form, the history of the wearer. It’s important that the wearer interprets it as she pleases. You should be able to wear it for two, three years. My clients are still wearing clothing from different collections and they do so on important occasions.” Her words reflect an appreciation for value that goes beyond today’s consumerism and that dates back to an older Italy, poorer perhaps, but healthier and saner than today. An outfit was valuable, it was treasured, and it often remained in the family.

    “And then if a garment must be altered,” Anna adds, “I don’t take it as an offense. Shortening a neckline, making it longer. It’s great. I can adapt.”

    She then describes a typical day of work: “I wake up and have coffee at my favorite café. I get to my office and I do everything. I mainly supervise the production, and wearing four-inch heels I load bolts of fabric into my Fiat 500 with a mouse on the antenna and go to the tailors. I encourage them, motivate them, discuss their choices.”

    The designer from Molise now aims to bring her work to the United States. She’s taking small steps, but her clothes are gaining recognition with women in New York. She’s been presenting her work here since 2009 and her clientele continues to grow.

    Word of mouth works. “I’m very happy. The goal is to create a trusted and serious brand. I walk the path. I’m aware that I have a niche product; I want to follow that with all of my might. There are no filters here. They judge you without bias. They evaluate the product. Yesterday, a store representative tried on one of my coats and said, ‘Bless you.’”

    In September she will participate in the American shows and present her winter collection. And New York awaits this young designer and entrepreneur who, with her feet planted firmly on the ground, expands her inimitable creations.

    Website di Anna Sammarone >>>

  • Arte e Cultura

    Gli abiti senza tempo di Anna Sammarone

    Ci sono dei tesori italiani che nessuno potrà mai eguagliare per la loro semplicità. Per la creatività con cui sono stati concepiti, coniugando tradizione e presente. Grazie ad una genialità senza contaminazioni che li ha pensati e, in un certo senso, reso eterni. Sono quegli oggetti - dal design alla moda – che hanno una linea essenziale, pura ed inconfondibile.

    A volte sono prodotti di nicchia, a volte nò. Unici al mondo, sempre attuali, non subiscono l’usura di trend passeggeri. Molti li usiamo anche tutti i giorni, altri – o magari gli stessi - sono addirittura esposti in musei internazionali.

    E’ una ricchezza questa tipo di creatività, di cui noi italiani dovremmo essere più consapevoli, soprattutto in momenti di crisi come questo.
     

    Ma c’è di più, dietro questa eccellenza tutta italiana spesso si celano storie semplici, quelle di piccoli imprenditori, minuscole sartorie, botteghe artigianali, fabbriche creative, piccole aziende spesso al femminile, cooperative o, semplicemente, singole persone.
     

    E, capita che, in una suite del Setaj, imponente albergo sulla 5 Avenue di Manhattan, incontro una di queste persone. Viene da Larino, un paesino del Molise. La sua piccola e grande storia è emblematica.
     

    Trentenne. Ha uno sguardo intenso, Anna Sammarone.  Sembra sempre in cerca di dettagli.  Scruta ed esplora. Dolce, ma determinata al tempo stesso.
     

    Si intravede già dai suoi modi, prima che con i suoi abiti, uno stile basato su di un bon ton completamente riaggiornato: spensierato, fantasioso ma  anche misurato.

    Appena entrata nell' appartamento da lei affittato nel Setaj - per la vendita degli abiti – un veloce sguardo ai capi mi fa subito capire che si tratta di vestiti unici. Belli, semplici. Senza età. Coloratissimi.
     

    Ho giocato per anni tra scampoli di stoffa e rollini di filo di mia nonna, anche lei sarta.  Riconosco i dettagli di un capo realizzato da mani esperte e ne rimango subito affascinata. Le sensazioni, suggestioni, che proviamo quando pensiamo di acquistare un oggetto sono importanti. Gli abiti di Anna, hanno anche questo valore aggiunto. Puntano a suscitare emozioni trasmettendo sentimenti di un territorio e della sua gente.
     

    A me sono venuti in mente il rumore della macchina da cucire, il sole che filtra attraverso le persiane in un cortile del sud vicino al mare, dita che infilano un ago, schizzi di nuove creazioni, gessetti, ditali, veline di modelli, l'odore di taralli appena cotti pronti per una pausa.
     

    Quella di Anna è un’altra storia del sud, di un’Italia vera e viva, giovane ma che non dimentica il passato. Questa Italia è ancora troppo poco nota al mondo. Ed il merito di avermi fatto incontrare questa impreditrice della moda è di una sua amica: Marisa Falcone che le fa da manager nel territorio americano. “E’ una stilista di nicchia – mi aveva anticipato - una lavoratrice pazzesca, ho deciso di darle una mano e sto pensando di farlo anche per altre persone come lei. Ne abbiamo bisogno”.
     

    Tra un sorso di caffè e consigli alle clienti che si provano gli abiti, Anna mi racconta la sua storia. Nasce e cresce nel Molise in una famiglia benestante. Dopo il liceo decide di studiare giurisprudenza: vuole diventare un giudice incorruttibile. Questo nonostante lo sconcerto del padre che la vede prima di tutto artista. E’ dopo la laurea, e la prima esperienza in tribunale, che Anna capisce di aver sbagliato percorso. Prova un senso di oppressione: deve cambiare. Aveva ragione il papà.
     

    Così decide di produrre comicette, una sua passione dall’infanzia. Aiutata dalle amiche comincia una nuova attività. Apre il suo primo showroom nel molisano. Da qui inizia la sua ascesa: fiere di settore, Roma, Milano, il resto dell’Italia. Questo grazie anche a diverse sinergie che beneficiano anche del suo carattere solare.

    “Larino è un posto fantastico, tutto è piccolo, raggiungibile. Le sartorie sono vicine e le persone sono tutte speciali. Hanno creduto in me. Ci mettono tutto il loro cuore. Senza di loro non avrei potuto far niente. Ma è successo lo stesso a Milano, dove vendo gli abiti a via Monteleone…”
     

    Nel racconto di Anna i colori ed i particolari di un Sud laborioso. Certo le difficoltà di una piccola impreditrice, ma al tempo stesso la testardaggine ed il desiderio di farcela. Punta sulla qualità, il territorio di provenienza con tagli sartoriali, tessuti puri, colori veri, suggestioni. Poi, ma è importantissimo, ha una squadra di donne, tutte molisane.
     

    La ricerca dei dettagli e di raffinati accostamenti, originali, fuori da trend passeggeri, vitalità, anche un pò di ironia, queste sono alcune delle caratteristiche dei suoi vestiti. E poi stoffe morbide, preziose e ricercate. In ogni centimetro traspare tutta l’allegria della sua creazione.

    E’ una stilista autodidatta. “Non ho mai disegnato un bozzetto, un solo capo, stando seduta ad una scrivania. L'ispirazione mi viene sempre all'improvviso, magari durante un viaggio, in un bar o in aereo. Capita che faccio schizzi ovunque, anche su tovaglioni di carta. Seguo i miei sentimenti e si può notare, dalle prime collezioni ad oggi, un vero cammino. Sono le gioie, ma anche le sofferenze, le mie nuove esperienze che mi hanno fatto crescere.”
     

    E’ una donna che conosce le altre donne. Lo vedo da come tratta con le clienti newyorkesi. Le consiglia, ma senza essere invadente, adatta i suoi abiti al loro corpo. I suoi capi vanno indossati senza annullare la personalità con inutili eccessi o forzature estetiche. Sono tutti portabilissimi.  Sono lì appesi negli stand e la sensazione è che siano in attesa di prendere e dare un’anima a chi li indossi.
     

    “Voglio che il prodotto parli da solo, la sua vitalità deve venire fuori senza di me, basta aprirlo” mi dice Anna. Ed ecco dalla sua voce la conferma di un’intenzione che avevo intuito, che rende veramente unici ed intramontabili le sue creazioni.
     

    “Cerco di disegnare capi estremamente vestibili. Certo per me sono fondamentali i particolari, ma il capo deve prendere la forma, la storia di chi lo indossa. E’ importante che ognuno lo interpreti come preferisce. Deve poterlo indossare anche tra uno due tre anni. Le mie clienti vestono ancora abiti di diverse collezioni fa e lo fanno in occasioni importanti”.  "Se poi c’è da fare un accorgimento ad un abito – aggiunge Anna - non credo sia un offesa per me. Chiudere una scollatura, allungarlo. E’ fantastico. Io mi adatto”.  C’è nelle sue parole  anche l'aspirazione percezione a creare un valore che superi il consumismo, legata maga al ricordo – che molti anziani hanno - di un’Italia meno ricca, ma forse più sana di oggi. Un vestito rimaneva, si usava nel tempo e si passava anche tra familiari.

    Ed ecco il racconto di una sua giornata di lavoro a Larino, quando non è in giro per l’Italia: “Mi sveglio, vado a bermi un caffè nel mio bar preferito, arrivo in ufficio e faccio di tutto. Seguo soprattutto la produzione, sui miei immancabili tacchi 12 cm, carico rotoloni di stoffa nella Fiat 500 con il topolino sull’antenna. Vado nelle sartorie. Li incoraggio, motivo, condivido le scelte con i miei collaboratori”.
     

    La stilista molisana, oggi punta a far conoscere il suo lavoro negli Stati Uniti. Lo fa a piccoli passi, ma i suoi vestiti cominiciano già con l’essere indossati da diverse donne newyorkesi. E’ dal 2009 che li porta a New York ed le clienti crescono sempre di più.
     

    Il passa parola funziona. “Sono molto contenta, l’obiettivo è quello di costrure un marchio affidabile e serio. Percorro la strada. Sono consapevole che il mio è un prodotto di nicchia e voglio seguirlo con le mie forze”. “Qui non ci sono filtri, ti giudicano senza pregiudizi. Valutano il prodotto. Ieri un rappresentante di un negozio ha aperto un mio cappotto e ha detto: Bless You! “
     

    A settembre parteciperà a delle fiere americane e porterà di nuovo i capi invernali. E New York aspetta questa giovane stilista imprenditrice che, con i piedi saldamente per terra, diffonde le sue creazioni uniche e senza tempo. Piccole opere di genialità, tesori tutti italiani.

    Website di Anna Sammarone >>>

  • Fatti e Storie

    Volete conoscere le delizie abruzzesi? Andate dove va Rosanna

    ENGLISH VERSION

    Rosanna torna. E questa volta l’aspetta una New York che un pò la conosce.  L’ho incontrata anch’io come tanti, qualche mese fa, quando con il sogno americano negli occhi ha cominciato a cucinare in giro per lo Stato di New York.

    I suoi piatti hanno catturato il palato di piccoli e grandi, di importanti personalità del mondo italiano e americano ma anche di gente che, in un mercato, in un negozio, ad un evento aperto al pubblico, ha avuto la fortuna di incontrarla.

    E una cosa è certa: chi l’ha conosciuta non può dimenticarla.
    Rosanna mi aveva contattato via facebook prima di venire. Ricevo tante richieste ma, confesso, la sua aveva qualcosa di più. Mi aveva colpito per la provenienza: da Vasto, il paese di mio padre.

    Quando si è presentata in redazione, con la sua colorata brochure ed il suo calore umano, poi ci ha conquistati un pò tutti, ancora prima di cucinare.

    Confesso quindi, di essere terribilmente di parte.

    Rosanna è arrivata determinata, con l’idea di far conoscere la sua regione attraverso la sua cucina.
    Il desiderio era quello di trasferire le grandi tradizioni culinarie della sua terra d'abruzzo, Vasto in particolare, oltre oceano. Per questo si è armata di grembiule per entrare in tutti i posti dove è possibile cucinare. Lo ha fatto con una carica difficilmente replicabile, spesso con un pizzico di sfacciataggine, ma sempre con grande passione e semplicità.

    ‘Ma chi è quella signora con gli occhiali ed il grembiule che si aggira di qua e di là?’  Se lo sono chiesto in molti. Per conoscerla non restava che assaggiare i suoi formidabili piatti preparati con la generosità di un’autentica cuoca che ama far scoprire i sapori della sua terra. Cucina semplice, con ingredienti scelti con cura, portati dall’Abruzzo ma anche raccolti a New York dopo lunghe esplorazioni per i suoi mercati.  Poi un grande amore in ogni dettaglio delle sue ricette.

    Proprio così. come si vede per fortuna nella sua terra, in quelle grandi cucine dove si usano ancora il tegame di terracotta, di rame e la brace.

    Rosanna cucina da Whole Food, da Di Palo, nella Marymount School, nel  Bronx, in tantissimi posti, in diverse case. Rosanna fa la spesa e corre ai fornelli.

    E’ un continuo passa parola tra dicembre e febbraio. La notizia rimbalza anche da facebook a twitter. I giornali abruzzesi cominciano scrivere di lei.

    Un giorno con la redazione decido di accompagnarla nel Bronx, dove realizziamo un video molto divertente (in fondo all'articolo). Rosanna conquista l’intero mercato con la sua simpatia, con i colori, i sapori ed i profumi dei suoi piatti, non parla inglese ma certo le non serve.

    Ho avuto la fortuna di spiarla in una cucina di un locale. Il suo modo di comunicare, anche con adetti ai fornelli spesso non italiani, è straordinario. Lei spiega tutto quello che fa. Dietro un dosaggio preciso delle sue ricette, prodotti di altissima qualità,  la necessità di farlo capire a tutti.

    Rosanna va via da New York gli ultimmi giorni di febbraio ma lo fa dicendo a tutti: torno!

    E nessuno ha mai avuto un dubbio al riguardo. Rieccola arrivare.

    Nei mesi passati in Italia non ha perso tempo. Si è organizzata.

    “Ho smontato l’Abruzzo” mi ha detto ”Sono andata ovunque, qualcuno mi ha accolto con gentilezza, qualcuno mi ha fatto proposte, qualcunaltro alcora mi deve ricevere,  ma io vado avanti lo stesso”. Certo l’Italia non è un Paese facile e soprattutto in un momento di crisi come questo,  è difficile trovare chi si imbarchi in nuovi progetti.

    Eppure Rosanna ci riprova. Rilancia l’associazione culturale “Abruzzo in tavola” che ha la sua stessa missione: quella di portare in giro per il mondo la cucina tipica abruzzese.

    E torna quindi con "l’Abruzzo Week” sponsorizzata da aziende abruzzesi che ha contattato lei stessa. Vuole portare una sorta di vetrina con diversi prodotti della sua terra.

    “L’intento è di unire aziende alimentari abruzzesi interessate a far conoscere i loro prodotti in America” ci dice. Ma sarà molto lunga questa settimana, visto che già si prospettano eventi fino a giungo.  “E’ vero ,è molto più di una settimana. Ci sto lavorando e ci saranno molte altre sorprese”.

    Per avere aggiornamenti – e sapere dove va Rosanna – rimanete in contatto con i-Italy, con la pagina facebook di i-italy e con il sito di Rosanna.

    Possono esserci novità e cambiamenti ogni giorno.

    Dunque siete pronti a conoscere l’Abruzzo in cucina? Ad assaggiare un brodetto alla vastese, la pasta alla hitarra, paccheri con carciofi e ricotta salata? E ancora tantissimi altri prodotti...

    Program:
    26/27       - The New Community College CUNY 
    April 29  -  DI PALO
    30 Aprile -  Madison Avenue
    May 2      - Enoteca DI PALO'S 
    May 3     - Italian Cultural Center(Westchester) 
    May 5    - LA VIA DEL GUSTO (Connecticut)
    May 10  -  CITY COLLEGE NY.

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