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Che non sia solo una Chiesa che corre veloce con le parole senza fatti...

Gennaro Matino* (December 15, 2014)
Attenzione, questo nuovo linguaggio suggestivo e rivoluzionario, che non fa i conti con la realtà effettuale, potrebbe rivelarsi un boomerang per la Chiesa stessa. Un rischio si palesa ogni qualvolta un papa o un vescovo esprime la sua personale opinione, nelle quattro mura di una celebrazione privata, che diventa poi patrimonio pubblico. Un'opinione non è regola, non essendo supportata da decretazione canonica in corso, da scelte pastorali consequenziali, da disposizioni chiare che indichino alle comunità parrocchiali come rapportarsi con i fedeli, resta un pio desiderio.


EPPURE, nonostante sia apprezzabile la bontà dell'intenzione, ho il timore, forse infondato, che questo nuovo linguaggio suggestivo e rivoluzionario, non facendo i conti con la realtà effettuale, possa rivelarsi un boomerang per la Chiesa stessa.


Non credo che chi abbia responsabilità alte di ministero a Roma, a Napoli o altrove, possa dimenticare che i suoi pronunciamenti vengano accolti dalle masse e dalla comunicazione mediatica non tanto come opinioni personali, benché autorevoli, ma come verità di fede. Il confine tra il pensiero privato di un pastore e la verità ecclesiale è così labile nel tempo della comunicazione globale che il rischio della confusione è più che remoto. Un rischio che si palesa ogni qualvolta un papa o un vescovo esprime la sua personale opinione, fosse anche la più desiderabile e condivisibile, nelle quattro mura di una celebrazione privata, ma che diventa poi patrimonio pubblico. Opinione che non è regola e non essendo supportata da decretazione canonica in corso, da scelte pastorali consequenziali, da disposizioni chiare che indichino alle comunità parrocchiali come rapportarsi con i fedeli, resta un pio desiderio.


Una bellissima visione che però devasta il vissuto quotidiano delle parrocchie, lasciando senza risposte chi cerca pace nel suo stato di vita e rischiando perfino di spogliare di autorevolezza chi è costretto, anche suo malgrado, ancora a dire dei no e che per questo risulterà, senza avere colpa, impopolare, antipatico, retrogrado, e soprattutto agli occhi della gente non in linea con il papa e con il vescovo.


Non serve al destino della Chiesa, al suo futuro, fare promesse, prospettare rivoluzioni un giorno sì e un giorno no, soprattutto quando si ha la consapevolezza che il loro annuncio può provocare attese in chi aspetta risposte da tempo e soffre una condizione di esclusione dalla vita ecclesiale. Soprattutto quando, in forza di un muro antico di incrostazioni pesanti nella Chiesa, ci si accorge che le promesse che si stanno facendo restano buoni e santi propositi ma difficili da realizzare subito.


Non debbo qui ricordare che sono il primo a desiderare che finalmente la Chiesa si renda madre amorevole dei tanti che sono stati espulsi dal suo seno, dei tanti che amano il vangelo ma che nella Chiesa si sentono stranieri. Anche io sono tra i tanti che aspettano una rivoluzione di linguaggio, ormai ineludibile, che renda accessibile il comandamento dell'amore del Maestro di Galilea ai viandanti della storia che non comprendono il clericalese e che certo in papa Francesco hanno visto possibile realizzare tale rivoluzione.


Ma attenzione: una Chiesa dalle promesse gridate, anticipate, annunciate a grandi titoli dai giornali che restano però soltanto annunci, può provocare un male maggiore del passato malato da cui ci si voleva liberare; la Chiesa prima resta nuda delle parole gridate e di facile e fragile successo, poi spogliata anche di quelle che, benché antiche e datate, comunque le servivano per raccontare se stessa.


L'uso della parola è suprema arte per comunicare se stessi e il ruolo di chi lancia una sfida con le parole che annuncia è direttamente proporzionato all'autorità di cui è investito. Se un grande ricercatore oncologico, globalmente riconosciuto come il più autorevole tra gli scienziati, nelle sue interviste affermasse che c'è la cura per gli ammalati di cancro, quale sarebbe la reazione degli ammalati? Quale sarebbe la ricaduta nel delicato rapporto medico-curante e paziente qualora la terapia, ancora da provare, protocollare, da sperimentare vedesse il povero medico di base, costretto nella verità del mestiere, a essere messaggero di delusione? Non oso immaginarlo.


Una Chiesa che non sogna è solo un apparato, ne sono più che convinto, e non può recare lieti annunci se non ha una visione di futuro. Ma sognare da soli e restare da soli a sognare purtroppo costringe il sogno a restare solo un sogno. Bisogna invece sognare insieme e insieme costringere il futuro a diventare fatto, insieme bisogna trasformare il tempo del peccato in tempo di riscatto. Se l'annuncio del ricercatore avesse solo di poco preceduto la certezza della cura, il sogno allora sarebbe servito anche all'attesa, alla lotta dell'ammalato per curare se stesso. Ma se la cura ritardasse, l'amarezza, la delusione, il senso della sconfitta potrebbero provocare alla malattia accelerazioni mortali e trasformare l'annuncio di salvezza da sogno in incubo.


C'è  il timore che questo nuovo linguaggio suggestivo e rivoluzionario non facendo i conti con la realtà possa rivelarsi un boomerang.



* Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale e insegna Storia del Cristianesimo presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Editorialista di 'Avvenire' e 'Il Mattino'.  Opinionista di 'La Repubblica". Parroco della SS Trinità. Il suo più recenti libri: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread" (Baldini & Castoldi - 2013) e "Tetti di Sole" (2014).

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