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Prima di tutto la passione per la musica

Letizia Airos (January 12, 2011)
Intervista con Ron prima del suo concerto newyorkese. "Amo il rapporto con il pubblico. Mi annoio in uno studio di registrazione." La sua lunga carriera e le difficoltà incontrate. X Factor e le case discografiche oggi. Il suo impegno per aiutare a combattere la Sla

Parliamo di musica davanti ad una pizza. Di musica di oggi, di ieri. Di 40 anni di carriera con un artista pieno di passione. Passione per la musica.
 
Ron è a New York per un concerto alla Sullivan Room (218 Sullivan st.) ed un incontro alla Casa Italiana Zerilli Marimò.
 
Comincia subito a raccontare del suo impegno contro la Sla. “Quando si fa questo lavoro bisogna avere la consapevolezza di essere uomini fortunati. Nonostante tutte le difficoltà e gli ostacoli che si incontrano in 40 anni di lavoro. Nel tempo capisci che facendo il musicista puoi anche diventare utile agli altri.
 
È vero che suoniamo per noi stessi, ma siamo anche responsabili delle canzoni che rimangono nei cuori della gente. Ora quello che mi è successo negli ultimi dieci anni è stato molto significativo. Ho un’amicizia con il dottor Mario Melazzini, malato di Sla. Sono stato al suo fianco, accanto alla sua famiglia. Per un periodo ho anche preso una pausa dal mio lavoro.
Poi ho capito che proprio il mio lavoro era utile per trovare denaro per la ricerca. Ho trovato in me una forza che non conoscevo.

E hai contattato i tuoi colleghi…

Non mi ero mai messo a telefonare ai miei colleghi per chiedere aiuto. Ma in questa occasione l’ho fatto. Ho spiegato cosa avevo provato, quanto era stato devastante vivere insieme agli ammalati diventati miei compagni di viaggio.
Un disco con tutti questi nomi era una cosa difficilissima, solo da pensare… Ma la motivazione per me era importantissima. I miei colleghi hanno sentito la mia sincerità. E hanno cominciato a rispondere sì. Tanti sì. Ognuno di loro ha cantato insieme a me una mia canzone. Il disco è andato bene in un momento di per sè abbastanza difficile. Ha fatto raccogliere tanti soldi.
Ho cominciato a considerare il mio lavoro in un altro modo. A non pensare per esempio alle classifiche , a ricordare la motivazione che mi ha fatto scegliere questa strada: la passione. Nient'altro.”

Passione… una passione comiciata quando eri giovanissimo…
Sì è cominciato tutto per passione e continua così. Sono nato e cresciuto in un paese che si chiama Garlasco, in provincia di Pavia. Mi piace molto e ho una famiglia meravigliosa lì.

Mio fratello, quando ero bambino, andava a scuola di pianoforte. La sua maestra insegnava anche canto. Ho cominciato con lei a 13 anni e ho fatto diversi concorsi. Erano selezioni che poi venivano sottoposte a dei talent scout. Un giorno, avevo 15 anni, un discografico mi scoprì. Ero un alunno su un banco di scuola e mi ritrovai di colpo sul palco di Sanremo. Ero uno sconosciuto e improvvisamente non potevo più camminare per strada senza essere riconosciuto. Devo ringraziare la mia famiglia: mi ha sempre fatto tenere i piedi per terra..
 

Quale è il segreto di un approccio così “sano” ad un mestiere così “ubricante” soprattutto per un giovane?
“Credo che, senza saperlo, ho affrontato questo lavoro con l’atteggiamento mentale con cui si va a vivere all’estero. Cioè predisposto alla fatica. E’ vero sono andato a Sanremo molto giovane ma non ho avuto vita facile, nè subito e neppure gli anni successivi. E poi sono stato dimenticato almeno tre volte. “

Dimenticato tre volte. Quando?

Sì. La prima volta fu dopo “il Gigante e la bambina”. Era il ‘71. Nel ‘73 arrivarono i cantautori. Si contestava ed i testi diventavano molto importanti, troppo. Io allora non scrivevo testi e soprattutto non volevo mischiare la musica con la politica. Si richiedeva una militanza. Per me invece la musica veniva prima di tutto.
 
Ritornai piano piano fuori con Banana Republic, con Dalla e De Gregori. Anche se soprattutto come arrangiatore. Con la Una città per cantare ricominciai…

Ma nell’83 mi fermai di nuovo. Non ero convinto delle cose nuove che mi chiedevano. Ho preferito non fare. Poi arrivò Joe Temerario. E un altro momento importante della mia carriera.
 

Comunque io non sono mai stato considerato un cantautore con la k e per questo ho anche pagato. Ricordo, nel 1973 accadde un episodio che mi fece fermare e riflettere.
Ci fu un concerto dopo il colpo di stato in Cile. Era a Roma al Palazzo dello Sport. C’erano tutti i cantautori impegnati. Avevo fatto da non molto il “Gigante e la bambina” ….

Una canzone certo non politica, ma che affronta un tema delicato. Parla di un un giardiniere che violenta una bimba, ispirandosi a un fatto di cronaca realmente accaduto. Fu anche anche censurata… Insomma era scomoda

Sì ma la mia immagine era legata al Disco per l’estate, alla televisione, al businnes.
Erano in 10.000 al Palasport e fischiarono la mia esibizione. Nonostante fosse una poesia di Neruda musicata, parlava di morti in piazza.
Allora mi frenai. Capii che la mia passione per la musica in quel momento si doveva mettere da parte…

Passione. Questa parola ritorna spesso nella nostra conversazione…

Ho scritto una Città per Cantare, non a caso. The Road di Jackson Browne. È un pò la mia storia. Quella di chi va in giro a cantare per passione. Nonostante sia difficile.
 
Passione importante più del successo discografico?
Sì c’è qualcosa per me più forte: cantare davanti alla gente. Lo preferisco ai dischi. Più di ogni altra cosa. Preferisco salire sul palco. Dopo sono un’altra persona. Viva, che respira in un altro modo. Incidere dischi mi annoia da morire.

 

Molti dei tuoi successi sono diventati noti con altri interpreti. Come Piazza Grande. Ti sei mai pentito di aver dato una tua canzone? Ti sei mai detto: la potevo cantare io…?
Una persona che mi sgrida a volte è mia madre: sei andato a dare la canzone a quello lì…
Piazza Grande. Avevo 17 anni anni e la scrissi insieme a Lucio. E l’anno dopo sentirla cantare da Amalia Rodriguez fu una grande emozione.
Ma, per esempio,  prendiamo Attenti al lupo, mai avrei pensato di cantarla io. Anche se il testo io non lo avevo considerato come un gioco, come fu poi reso da Lucio. In fondo nel testo il lupo è la vita, il mondo. Ho pensato a persone che vivevano in un mondo piccolo con la paura di uscire di casa, di farsi coinvolgere. Lucio ne ha fatto una canzone  diversa, confezionata anche ironicamente.
 
L’hai scritta sapendo che non l’avresti cantata?
Avevo appuntamenti segreti con mia nonna ogni pomeriggio. Segreti perchè le zie erano gelose. Lei mi preparava il the con delle ciambelle…
 
Un giorno tornando vidi un roseto bellissimo. E la casa da lontano: c’erano delle finestrelle piccole. Mi misi al pianoforte, avevo sentito the EnglishMan in New York di Sting. Con lo stesso tempo, ma accordi e melodia diversa uscì “Attenti al lupo” . Mi vennero musica e testo insieme. La prima volta, non ero mai riuscito a scrivere testo e musica insieme.
 
E poi cosa successe?
Mi resi subito conto che era una canzone lontana da me. La misi nel cassetto. Uscì fuori un giorno, insieme ad altre cose che ho fatto sentire a Lucio Dalla. Lui, che esagera sempre, mi disse: ‘Se me la dai vendiamo un milione di dischi!”. E abbiamo venduto un milione e mezzo di dischi!
 
Ritorniamo alla passione? E’ possible avere passione nel mondo di X Factor?
Posso parlarti bene di Giusy Ferreri. Il mio produttore era del suo paese. E andava a fare la spesa lì. Venne nel mio studio. 10 anni a far provini. E’ un’autrice fantastica, strepitosa, solo che non gli hanno ancora permesso di mostrarlo. I discografi stanno cauti e le fanno fare cose facili.
 
Un altro bravo è Marco Mengoni. E' uno con un grande talento e, quando ha raggiunto il successo, non aveva bisogno di imparare niente. Queste cose, quando le hai dentro, le hai.
 
I talenti arrivano da X Factor. Il problema è che non fa bene alla nostra musica perchè non escono mai autori. C’è gente che scrive bene e nessuno lo sa. Le case discografiche, appena qualcuno ha successo usano quel successo e non danno spazio.

Potrei dire che, da un certo punto di vista, le case discografiche stanno divenando inutili. Aspettano i nomi che escono da X Factor, cosi non devono investire in ricerca. Poi fanno dischi in fretta, attenti al successo di chi viene dopo. Non hanno interesse a fare in modo che un talento cresca. Sfruttano il momento iniziale.
 

Colpa anche di Internet?
No, non credo. In Italia la musica è un optional. A Sanremo, per esempio, non è importante la musica ma lo spettacolo. Vengono tanti ospiti e soprattutto importa l’audience.
 
Tu hai avuto un buon rapporto con Sanremo. Molti colleghi lo hanno snobbato...
Ho partecipato era giusto andare. Non ho scritto Vorrei incontrarti tra 100 anni per Sanremo. Poi sono andato a Sanremo con L’ uomo delle stelle per far uscire il disco con tutti gli ospiti con la Sony per la ricerca.
 
Che rapporto hai con gli Stati Uniti?

Sono stato qui la prima volta nel ‘71. Cantai al Madison Square Garden con tanti altri. Teatro pieno. Mi strapparono la camicia… Poi andammo a Filadelfia, Atlantic City, Montreal.
Vidi allora un’America davvero violenta, la notte che arrivammo sulla 42esima strada il mio impatto fu terribile. Sentii degli spari che si avvicinavano, vidi una persona sfrecciare e dietro uno che sparava…
 
Tornai nell’81. Dieci anni dopo. Fu un viaggio molto diverso. Non lo dimenticherò mai. La casa discografica, dopo Una città per cantare decise che io dovevo stare in mezzo alla musica, collaborare con gli altri. Mi mandarono qui. Presero appuntamenti. Giravamo con la Cadillac pagati dalla RCA. Furono tre mesi pazzeschi. Meravigliosi. Lo scopo era di avere contatti e scambi che non avvennero mai. Andai a cercare Jackson Brown. A Los Angeles. La risposta fu: J.B. on vuol vedere nessuno. Niente.
 
Poi lo hai conosciuto?
Si, ma nel 2000. Venne nel mio studio. Si scusò. Fu veramente un bellissimo momento per me. Facemmo un video indimenticabile. Nella Piazza Ducale di Vigevano. Alle 7 di mattina. Con due chitarre suonammo Una città per cantare.
E come hai trovato questa volta New York?
Bella. Mi ha subito dato molta energia e tranquillità. Sono andato a Times Square subito. C’era un mare di gente. Rideva, camminava. Mi sono trovato a mio agio tra tanti. Bella atmosfera ovunque. Anche dove si fa musica rispetto all’Italia...
 
C’è anche un tono quasi triste in quello che dici…
In Italia io ed i miei colleghi stiamo soffrendo molto. Sembra non esserci spazio. Non puoi andare nei locali e suonare insieme come qui a New York.
Poi ci sono tanti problemi,  noi cantautori non siamo per esempio praticamente trasmessi dalle radio. Ci sono grandi network e molti stanno facendo le loro etichette discografiche. Nomi come il mio, De Gregori, Dalla, Renato Zero…ecc.. non sono nel loro target.
 
Ed i dischi non si vendono. E la cosa vale per tutti, anche per chi ha sempre venduto tantissimo. Adesso vai in classifica con 20.000 copie, per cui le case discografiche non investono. Un disco d’oro si fa con 25.000 copie contro le almeno 300.000 di una volta.E gli artisti non vengono più seguiti nella loro dignità di musicista. Nelle loro attitudini.
 
Esce un disco e ti mandano a fare la pubblicità televisiva nello stesso modo di tutti gli altri. Sempre lo stesso percorso. Non personalizzano niente. Avevo fatto questo disco che si chiamava Voci del mondo, tratto da un libro di Robert Schneider. Un lavoro che andava presentato diversamente, in maniera emozionale. Non è stato fatto.”
 
Un anticipazione su i tuoi appuntamenti musicali a New York>
Ci sto lavorando. Alla Casa Italiana parlerò della Sla e suonerò il pianoforte. Io ed il pubblico vicini. Voglio che la gente capisca chi sono.
 

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