Torniamo a contare le stelle, come i bambini

Gennaro Matino (July 02, 2017)
E quanta pace se in quella notte, la tua notte, sai farti provocare dalle stelle che aprono pensieri utili a provocare risposte sorprendenti, inaspettate. Quante sono le stelle in cielo? Una domanda che affascina e che fa sorridere. Affascina perché ti pone di fronte all’universo a scrutare l’infinito, perché suscita la curiosità dello studioso, l’emozione dell’innamorato, risveglia il sogno e nutre di invenzioni il poeta. Ma fa anche sorridere, infantile, inutile, visto che non abbiamo risposte e probabilmente non le avremo mai. E poi a che servirebbe contare le stelle e quale utilità ne può mai derivare alla vita. Eppure se te lo chiede un bambino, e se le stelle le puoi contare nei suoi occhi mentre fissa la meraviglia di un cielo stellato, tutto cambia, tutto è diverso, tutto ha un senso.

Tempo d’estate, tempo di riposo. Molti sono già al mare o in montagna, molti partiranno ancora nelle prossime ore e, nonostante la crisi, c’è voglia d’estate. Io preferisco la montagna, non mi dispiace il mare, ma non sopporto il caldo e poi le nostre montagne, quelle a due passi da casa, sono bellissime. Le notti d’estate sui monti della Maiella sono uno spettacolo. Pescocostanzo, Rivisondoli, la mia Campo di Giove, il cielo sembra una grande coperta che avvolge le case debolmente illuminate. E quando ti allontani dai piccoli centri abitati, t’affascina scoprire quante sorprese nasconda la notte, quanto sia luminosa e come progressivamente si svelino le forme, si chiariscano, diventino familiari.

E quanta pace se in quella notte, la tua notte, sai farti provocare dalle stelle che aprono pensieri utili a provocare risposte sorprendenti, inaspettate. Quante sono le stelle in cielo? Una domanda che affascina e che fa sorridere. Affascina perché ti pone di fronte all’universo a scrutare l’infinito, perché suscita la curiosità dello studioso, l’emozione dell’innamorato, risveglia il sogno e nutre di invenzioni il poeta. Ma fa anche sorridere, infantile, inutile, visto che non abbiamo risposte e probabilmente non le avremo mai. E poi a che servirebbe contare le stelle e quale utilità ne può mai derivare alla vita.

Eppure se te lo chiede un bambino, e se le stelle le puoi contare nei suoi occhi mentre fissa la meraviglia di un cielo stellato, tutto cambia, tutto è diverso, tutto ha un senso. Non sei provocato solo da una domanda impossibile, sei chiamato a diventare interlocutore con un mondo mai completamente conosciuto, inesplorato, e anche se qualcuno lo riterrà assurdo, la domanda non si riferisce al numero delle stelle, ma alla capacità di saperle contare una a una a quel bambino che ti sta dinanzi. Farle diventare pretesto e motivo di un incontro tra i suoi sogni e i tuoi, e di più, alimentare i tuoi con i suoi, provando a far riemergere dalle ceneri del tuo passato quelle parole, immagini, domande che ti permisero di essere felice un giorno contando le stelle e che oggi, vuoi o non vuoi per il fatto che sei diventato adulto, non è che non ti senta felice, forse lo sei o forse no, ma non sei più bambino e ti dicono che non è da adulti restare a guardare le stelle e immaginarne il percorso.

Ricordo di aver letto da qualche parte di una falena e di una stella. La falena, che dalle parti mie è chiamata palomba, famosa anche per aver dato il titolo ad una delle più belle canzoni napoletane, è una farfallina che visita le case le notti d’estate. Per molti è una presenza confortante, speranza di benessere. E una piccola falena, sensibile e curiosa, si invaghì di una stella che aveva visto brillare nel cielo. Confidò il suo innamoramento alla madre, che pratica rispose che era meglio invaghirsi di un abat-jour. Molto più comodo, facilmente raggiungibile e soprattutto le stelle non erano fatte per svolazzarci dentro, a differenza delle lampade che servivano perfettamente allo scopo.

“Chi va dietro alle stelle”, gli diceva il padre, “non approda a niente”. Ma la piccola falena non ascoltò le raccomandazione dei genitori, aspettava il tramonto e quando la stella spuntava luminosa, volava, volava tentando di raggiungerla, e all’alba, ogni nuova mattina tornava a casa stremata senza aver agguantato la stella e con i suoi che ripetevano: “È tempo perso, non brucerai mai la tua ala, non potrai mai far brillare il tuo volo alla luce della stella. Se non porti addosso le bruciature di una lampada non sarai mai cresciuta. Lascia le stelle e cerca la lampadina!” Ma la falena aveva il suo grande obiettivo, raggiungere quella stella. E così, pur se addolorata, preferì lasciare la casa del padre e continuare il suo volo verso l’alto.

Era convinta che la stella fosse impigliata lassù tra i rami di un grande albero. Non la raggiunse mai e tuttavia i suoi sforzi la rendevano straordinariamente felice. Gli trasmettevano un grandissimo benessere. Provava, riprovava, notte dopo notte: alla fine capì che poteva ritenersi contenta non tanto perché avesse raggiunto il cielo, ma perché ci aveva tentato. Visse davvero parecchianni, mentre i suoi genitori e suoi fratelli e sorelle morirono presto bruciati al calore di una lampadina. Anche la falena si confrontava con un sogno e guardava le stelle e nelle stelle trovava il pretesto di un volo capace di emozioni, di libertà, di poesia. E quando fissi gli occhi di un bambino che conta le stelle è un invito a non disperare, a riprendere quel volo, il tuo. Buona estate allora, amico mio, quella delle stelle da acchiappare, di domande e di sogni.

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