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Madre Teresa di Calcutta è santa. Lo era già!

Gennaro Matino (September 05, 2016)
Teresa l’ho conosciuta agli inizi degli anni novanta, nel corso del mio primo viaggio nella città di Calcutta. Quando l’ho incontrata, ho avuto subito la sensazione di trovarmi di fronte ad una donna fragile e potente, minuta fisicamente, un gigante per tutto ciò che aveva avuto la forza di fare, oltre le cose straordinarie da lei inventate per dare conforto agli ultimi, oltre le parole dei curiosi di sacre avventure che cercano santi per impetrare miracoli. I suoi grandi occhi azzurri scavati nella faccia aggrinzita, restano ancora un faro nella mia memoria.

Madre Teresa di Calcutta è santa. Lo era già. Lo è sempre stata anche quando il dubbio assaliva i suoi pensieri e il silenzio di Dio le sembrava assordante. La santa dei poveri, certo, anche se sarebbe meglio ricordarla come l’icona potente dell’amore senza confini. Teresa partiva dalla consapevolezza che ognuno di noi ha bisogno di ricevere e dare amore. 

Solo l’amore può renderci pienamente uomini e se felicità è possibile, è l’amore che rende felici. Amare come dono, come gratuità che altro non chiede come ricompensa che qualcuno che sia disponibile a farsi amare dal proprio amore. 

Teresa l’ho conosciuta agli inizi degli anni novanta, nel corso del mio primo viaggio nella città di Calcutta. Quando l’ho incontrata, ho avuto subito la sensazione di trovarmi di fronte ad una donna fragile e potente, minuta fisicamente, un gigante per tutto ciò che aveva avuto la forza di fare, oltre le cose straordinarie da lei inventate per dare conforto agli ultimi, oltre le parole dei curiosi di sacre avventure che cercano santi per impetrare miracoli. I suoi grandi occhi azzurri scavati nella faccia aggrinzita, restano ancora un faro nella mia memoria. 

Essere a Calcutta è come essere nel cuore stesso delle contraddizioni del sub continente indiano. Un miscuglio di sensazioni attraversa la tua anima mentre il sudore scende copioso dalla fronte per l’afa insopportabile. Ti sembra di vivere un sogno o un incubo. Il caotico percorrere le strade affollate di auto, carri, biciclette, buoi, cani, vacche, procioni e uomini, donne, bambini, tutti insieme, tutto insieme, un fragore da togliere il respiro. Uomini e donne, vecchi e bambini che freneticamente lavorano, cercano lavoro, sperano di lavorare e forse di mangiare e uomini che stanno seduti, sdraiati, rassegnati, in attesa forse di morire. 

Molte volte mi sono chiesto cosa aspettassero e da ‘buon occidentale’, forte delle mie “alte convinzioni”, cosa potessero ottenere senza prendere di petto la vita. Palazzi importanti, alberghi per ricchi manager e commercianti di ogni genere, architetture moderne che farebbero invidia all’occidente e uomini emaciati, bambini seviziati dalla fame, l’odore acre della povertà che assale fino a bloccare lo stomaco e la gola, a  giudicare debole ogni umana riflessione, stordendoti per la stridente contraddizione tra chi ha e chi non ha nulla e che forse ti costringe a scappare, a ignorare o peggio ad adeguarti al sistema per non porti la suprema domanda: da dove tanta ingiustizia. 

Questi erano i miei pensieri nel marzo che incontrai Teresa, per poter iniziare proprio in quel posto un progetto a favore dei bambini degli slums. Prima di poter incontrare la madre, mi fermai nel tempio di Calì, proprio di fronte alla sua Casa della sofferenza che aveva destinato all’accoglienza dei più poveri dei poveri, degli abbandonati della terra. Nel tempio, uomini in delirio, cercavano di placare con sacrifici di animali la collera della dea. Un rivolo di sangue lambiva i miei piedi. Silenzio e pace mi abbracciarono appena attraversai la strada, nelle mura intonacate d’amore della casa dei poveri sofferenti pronti a morire. Solo due passi, un mondo contrario all’altro, lontani anni luce. Ho incrociato gli occhi di Teresa, mi passavano una grande speranza. Mi disse: “Ma tu perché sei qua?” ed io le risposi: “Per fare qualcosa anche io per te, per i tuoi poveri!”. 

Ogni sua parola era pesata e accompagnata dalla solarità dello sguardo. Fu allora che ho percepito in lei i colori della santità: compromettersi ed esporsi fino all’ultimo istante della vita a favore dei prediletti del Maestro, senza badare al colore della pelle, alla razza, alla religione. Mi disse: “Tu fai già tanto, senza il tuo amore, il mio sarebbe vano!”.

Amo ricordare l’ultimo abbraccio e le parole che mi consegnò quando dopo anni di collaborazione, quasi vergognandomi, le dissi: “Perdonami, sto parlando dei miei piccoli progetti proprio a te che porti avanti opere gigantesche”. “La tua non è una goccia” rispose “e anche se lo fosse è la goccia che rende l’oceano, oceano. Tutto l’oceano per quanto è grande, è importante quanto lo è una sola goccia”.

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 Gennaro Matino: teologo, scrittore, docente di teologia pastorale

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