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Il paffuto brontolone del jazz: il contrabbasso!

Enzo Capua (March 08, 2017)
Troppo spesso il contrabbasso viene considerato un personaggio ingombrante e di poca importanza per la musica jazz. Eppure è uno strumento - di origini nobili e antiche - fondamentale per il sound dei brani.

Se c’è uno strumento che spesso viene bistrattato o poco considerato fra chi non segue con attenzione il jazz, questo è il contrabbasso. Molti lo vedono come un personaggio ingombrante, un paffuto brontolone che sta lì in mezzo agli altri musicisti a dire le sue pesanti lamentele.

Recentemente una mia amica durante un concerto mi ha detto: “Non capisco quel grosso violino, quel contrabbasso come lo chiami tu, cosa ci sta a fare con gli altri strumenti. Che senso dà alla musica?”. Ora, il contrabbasso, che ha origini nobili e antiche, è un componente fondamentale, quasi indispensabile nel sound di una jazz band. E’ il cuore pulsante, il perno su cui girano le altre voci strumentali, colui che dà senso al ritmo di base di ogni brano, forse più dell’eclatante batteria.

L'importanza del contrabbasso

Quindi, il “paffuto brontolone” pur essendo a volte invadente è quello che dona ad ogni song (canzone) il suo senso. Senza di lui gli altri si sentirebbero spaesati, senza un vero punto di riferimento e il suono apparirebbe anonimo, freddo, senza calore. Inoltre, essendo uno strumento che viene studiato regolarmente da secoli nei conservatori di musica - vista la sua importanza nelle orchestre del repertorio classico - molti jazzisti che lo suonano hanno sulle spalle degli studi accademici approfonditi. Il che li pone in primo piano nell’abilità tecnica e soprattutto nella composizione, forse la componente più difficile di ogni parte di cui è composta la musica.

Generalmente il contrabbasso si suona con l’archetto, ma come ogni spettatore di un concerto jazz si sarà accorto, in questa musica lo strumento viene di solito (ma non sempre) usato a mani nude, proprio per dare un maggiore impulso ritmico. Da qui forse il senso d’ingombro che percepisce chi non lo conosce bene e lo vede abbracciato con vari sforzi dai musicisti.

Il contrabbaso e il jazz

Nella storia del jazz il contrabbasso ha avuto un’evoluzione del tutto particolare: in origine il suo ruolo era svolto dal basso-tuba, cioè quell’enorme strumento a fiato che avvolge il musicista nelle vecchie jazz band di New Orleans. Poi, anche per la sua maggiore duttilità, si è fatto strada lo strumento a corde per rendere lo stesso impatto nelle band. La storia del jazz è piena di contrabbassisti che hanno svolto un ruolo fondamentale nei vari sviluppi stilistici: Jimmy Blanton, il contrabbassista geniale scoperto da Duke Ellington, ma anche Oscar Pettiford, Ray Brown, Scott La Faro e il grande Charles Mingus, che è stato anche uno dei più importanti compositori che il jazz abbia mai avuto. 

E poi, in tempi più recenti, gli americani Charlie Haden, Ron Carter, Christian McBride, John Patitucci (di discendenze italiane, come La Faro). Un contributo importante lo hanno dato anche alcuni contrabbassisti originari dell’Est Europa, come George Mraz e Miroslav Vitous.

Gli italiani non sono da meno: Giovanni Tommaso è uno dei grandi ancora in piena attività, poi Paolino Dalla Porta, Enzo Pietropaoli e Ares Tavolazzi fra quelli della generazione “di mezzo”. Fra i giovanissimi spiccano Gabriele Evangelista e una ragazza, Silvia Bolognesi, che fra le rare strumentiste si distingue per una grande inventività.

E poi c’è anche il “fratello più giovane” del contrabbasso - cioè il basso elettrico - che ha una storia a sé stante e parallela a quella del maggiore. Ma di lui parleremo la prossima volta. Per ora un consiglio a chi vuol capire di più il jazz e magari innamorarsene: prestare orecchio al contrabbasso! Ne gioverà l’ascolto, la cultura, il piacere di sentire fino in fondo la musica.

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