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Francesco De Gregori: in America per risalire la corrente della mia musica

Maria Rita Latto (October 20, 2017)
Lo storico cantautore e musicista italiano è appena partito per una tournée nei club di ampio respiro che toccherà oltre l'Italia e l'Europa, anche, e per la prima volta assoluta, gli Stati Uniti. Abbiamo avuto occasione di intervistarlo prima del suo concerto al Bataclan di Parigi, e ci ha raccontato della tournée, del nuovo album, del suo prossimo debutto negli US e dello status della musica italiana contemporanea.

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È partito dal Vox Club di Nonantola, in provincia di Modena, il tour nei club di Francesco De Gregori. Un tour, iniziato lo scorso 13 ottobre, che vuole incontrare il pubblico in una dimensione più raccolta e che porterà il cantautore in scena in altri club italiani e anche all’estero. In calendario, oltre ad alcune città europee, anche due date negli Stati Uniti, a Boston e al Town Hall di New York, storico locale di Broadway dove ha suonato Bob Dylan.

Lo abbiamo raggiunto telefonicamente a Parigi, alla vigilia del concerto al Bataclan, locale storico per i musicisti di tutto il mondo, divenuto famoso per il terribile attentato del 13 novembre 2015 e gli abbiamo subito chiesto cosa l’abbia spinto a scegliere di fare una tournee nei club, visto che, insieme a Lucio Dalla, è stato uno dei primi, se non il primo artista italiano a riempire gli stadi con l’ormai leggendario tour di Banana Republic.

“Parliamo di anni lontanissimi, il 1979. Mi è capitato di suonare dappertutto in questi quarant’anni, in spazi piccoli e in spazi grandi. Tutto è iniziato al Folkstudio (un locale romano dove si faceva musica a partire dagli anni Sessanta, ndr.), che è stato il mio battesimo del fuoco. Conteneva centocinquanta persone, quando era strapieno. Da lì in poi ho imparato una regola, preziosa per me, che è suonare per gli spettatori, indipendentemente dal fatto di contarli. Da qualche anno c’è questa idea del sold out. Se non hai il sold out in prevendita sembra una tragedia. A me non ha mai interessato tutto questo. Pochi artisti italiani possono fare il tutto esaurito, artisti come Vasco Rossi, Ligabue, Laura Pausini, Tiziano Ferro e Jovanotti. Io invece alterno posti grandi a posti piccoli. Invece di fare due mega serate e basta, preferisco cantare più spesso in posti più piccoli. Mi piace suonare, per me suonare è un lavoro di routine, piacevole. Mi piace l’idea di essere un uomo che esce di casa per fare il suo lavoro per 50/60 concerti l’anno e sono molto felice di farlo. Ho suonato tanto in Italia e mi piace ogni tanto andare anche all’estero per lasciare spazio ad altri musicisti. In questo tour ho cambiato anche gruppo, ho cambiato suono, alla ricerca di qualcosa di nuovo. Per me, il tour è anche un esperimento sonoro”.

Perché tra i musicisti che l’accompagnano manca il batterista?

Scherzando ho detto che il batterista lo faccio io, battendo il piede sul palcoscenico. Ma scherzo fino a un certo punto perché la mancanza del batterista consente alle canzoni di respirare per quanto riguarda la velocità. Trovo che la batteria sia uno strumento che viene suonato sempre in maniera ripetitiva e questo in alcune canzoni può uccidere la musica. Il concerto si divide in due parti, con una scaletta di 23 brani alcuni dei quali mai o quasi mai eseguiti dal vivo, a cominciare da Deriva, mai fatta prima, per proseguire con Numeri da scaricare, I matti e Falso movimento. Nella seconda parte ci sono pezzi noti, come La leva calcistica della classe ‘68, Generale, Buonanotte fiorellino, Viva l’Italia, Rimmel, Titanic, La donna cannone, Alice. E, sorpresa finale, c’è il duetto con sua moglie, Alessandra Gobbi, in un classico della grande canzone napoletana, Anema e core.

Come ha scelto i brani della scaletta, incluso il duetto con sua moglie?

Per quel che riguarda Anema e core, l’abbiamo fatta solo la prima sera e non so se la faremo ancora. È stata una bella idea che è scattata nella nostra testa. Mia moglie sa cantare molto bene. Quando l’ho conosciuta più di quarant’anni fa già cantavamo insieme per gioco, per scherzo. Al Folkstudio, il locale da dove è iniziata la mia carriera artistica, veniva anche lei e cantavamo insieme le canzoni americane o canzoni popolari italiane, quindi non è una novità. Anema e core è capitata per caso. Eravamo andati a Napoli a festeggiare un compleanno. Ci trovavamo in un ristorante dove ricordavo ci fosse uno di quei posteggiatori che vengono ai tavolini e cantano i classici napoletani. Gli avrei voluto chiedere di suonare proprio Anema e core, una canzone che a me piace molto. Purtroppo, quella sera non è arrivato nessuno, ed allora abbiamo cominciato a canticchiarla io e mia moglie, un po’ per gioco, e siccome veniva bene abbiamo pensato di metterla in scaletta. Abbiamo studiato insieme la pronuncia napoletana. Nella prima parte della scaletta ci sono pezzi meno conosciuti e quindi più difficili per il pubblico. Lo spettatore si sente rassicurato se sente cose che già conosce, però, se gli proponi qualcosa che non ha mai sentito prima, è curioso e alla fine è contento. Mi dispiace sempre lasciare fuori qualche brano dalla scaletta, ma non mi va di fare un concerto che duri più di due ore, al massimo due ore e mezzo, non perché non ce la faccio, ma perché io come spettatore dopo due ore di un concerto voglio scappare via, il mio tempo di attenzione finisce. Quindi, per forza di cose ho dovuto lasciare fuori alcune canzoni che però riutilizzo, perché non faccio esattamente la stessa scaletta tutte le sere.

Che effetto le fa suonare al Bataclan? La musica può contrastare con la sua forza la violenza?

Il Bataclan è un locale storico per chi suona a Parigi. Adesso in Italia è legato ai drammatici attentati, ma bisognerebbe vederlo per quello che è, e cioè un tempio della musica. Il Bataclan, il ponte di Westminster, il lungomare di Nizza, sono luoghi normali della vita sociale, del lavoro, del divertimento. Quindi, al di là degli eventi tragici accaduti, io vado a fare il mio lavoro di musicista. Tutti noi dovremmo avere nei confronti del terrorismo questa risposta di normalità.

Il suo ultimo album è Sotto Il Vulcano, un disco registrato dal vivo durante lo scorso tour, in cui ha cantato 4 marzo 1943 del grande Lucio Dalla. Com’è nata la vostra amicizia e quanto le manca?

L’estate scorsa stavo facendo un tour in Sicilia e, un paio di giorni prima del concerto al Teatro Greco di Taormina, sono passato molto vicino a Milo, una località ai piedi dell’Etna, dove Lucio aveva una casa. Mi sono messo a fischiettare la sua 4 marzo 1943. Allora ho pensato di suonarla durante il concerto, senza però caricarla di retorica. È chiaro che Lucio mi manca, sono stato molto vicino a lui e da lui ho imparato tanto, ma non c’è tristezza in me. 4 marzo 1943 è nella scaletta anche di questo tour, non perché debba ricordare Lucio, ma per portare all’estero un pezzo di musica italiana così bello, per testimoniare la bellezza e la ricchezza di una certa musica italiana. Forse, fuori dall’Italia è più conosciuta la nostra musica pop, quella fatta da artisti più presenti in televisione, mentre io voglio far vedere, soprattutto all’estero, un versante diverso della nostra musica.

Cosa resta nell’Italia di oggi di quella stagione gloriosa dei cantautori?

Di quella stagione dei cantautori sono rimaste le canzoni. Il personaggio del cantautore com’era descritto dalla stampa di allora era antipatico a tutti. Alla fine degli anni 70 è venuta fuori questa figura un po’ spocchiosetta del cantautore, forse lo eravamo. Secondo me la figura del cantautore non era molto gradito dai media, però sono rimaste le canzoni.

C’è oggi, nel panorama musicale italiano qualcuno alla sua altezza? All’altezza di Dalla, De Andrè oppure è una stagione finita?

Ce ne saranno diecimila alla mia altezza. Oggi c’è una musica diversa che io fatico ad ascoltare perché le mie orecchie sono quelle del musicista che sono, che ama la melodia di un certo tipo, ama gli strumenti di un certo tipo, non ama l’elettronica, le ritmiche esasperate del basso e della batteria. Non amo il suono che si ascolta nelle radio private che passano quasi sempre lo stesso tipo di suono. Io vivo in un altro mondo, non sono la persona adatta per giudicare la musica di oggi, ma so che gli italiani sanno fare, sanno suonare. Trovo stupefacente che lo stesso ragazzo che ascolta Fabri Fibra poi ascolti Generale o Rimmel e venga ai miei concerti a sentire come le faccio, adesso che sono diverse da come le facevo allora. La musica contiene dei misteri ed io ne faccio parte.

Penso al Nobel a Bob Dylan. Secondo lei, la canzone è letteratura?

La canzone può essere letteratura. Se mi avesse chiesto se il testo di una canzone può essere letteratura, le avrei detto di no, mentre la canzone nella sua completezza, nella sua complessità è letteratura, come secondo me sono letteratura il cinema, il fumetto. Io avrei dato il Nobel a Walt Disney, come lo avrei dato a Shakespeare, se ci fosse stato il Nobel ai suoi tempi. Shakespeare non scriveva per essere letto, ma per essere rappresentato, quindi perché confinare la letteratura e il Nobel per la letteratura a tutto ciò che può finire su una pagina scritta e basta? Letteratura è qualsiasi linguaggio con cui gli uomini comunicano i sentimenti, le depressioni, le ansie, le sconfitte, le disperazioni, e quindi si può considerare letteratura anche il cinema, la musica. Se avessero dato il Nobel a Fellini non mi sarei scandalizzato. È la qualità che fa la differenza.

Di tournée all’estero ce ne sono già state nella sua carriera, ma negli Usa sarà la prima volta. Come immagina suonare in America?

Sono andato in America per la prima volta nel 1976, muovendomi molto in macchina. L’America ha sempre contato per me dal punto di vista culturale nel senso più ampio del termine. Da piccolo guardavo i film dei cow boys, I magnifici sette, Mezzogiorno di fuoco, passando per Topolino, Paperino, Nembo Kid, Superman e poi avanti nel tempo con la letteratura, Melville, Steinbeck, Dos Passos. Non voglio fare il cantautore spocchioso, ma io a vent’anni ho avuto la fortuna di leggere i maggiori autori americani. L’America mi ha dato molto dal punto di vista letterario, culturale e musicale. Bob Dylan, Elvis Presley, la musica nera, il blues. Adesso suonare in America per me è come risalire la corrente e arrivare lì dove sono nate tante cose che ho preso e fatto mie.

Come vede i nostri italiani all’estero?

Gli italiani all’estero sono molto diversi tra di loro, ci sono varie categorie, anche a seconda dell’età. Girando per l’Europa vedo moltissimi italiani ai concerti e sono tutti orgogliosi di esserlo, hanno un senso di appartenenza maggiore di noi che viviamo in patria stabilmente. Noi non siamo affezionati al nostro essere italiani, mentre chi è all’estero sente questa appartenenza, l’amor patrio, la nostalgia. Poi ho notato anche che sono molto benvoluti, e che non hanno un senso d’inferiorità rispetto, ad esempio, ai cittadini tedeschi o svizzeri o francesi, e questo mi ha fatto molto piacere.

Quanto è attuale nell’Italia di oggi la sua Viva l’Italia? L’Italia di oggi rispetto a quella del 1979 è molto cambiata?

L’Italia di oggi non la guardo. Posso viverci dentro senza guardarla. È cambiata anche l’America rispetto al ‘79, è cambiata la Francia. Tutto è cambiato.

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Per maggiori informazioni sull'artista e sul tour 2017 cliccate qui >>

Francesco De Gregori Debut US Concerts
Sunday, November 5, 2017 / Arlington, MA (Boston)
The Regent Theatre
7 Medford Street
7:00pm
Info >>

Tuesday, November 7, 2017 / New York, NY
The Town Hall
123 W 43rd St
8:00pm (Doors 7:30pm)
Info >>

 

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