“Lettera alla mia terra”. La bellezza e l'inferno per Roberto Saviano

Simona Zecchi (July 08, 2009)
Roberto Saviano presenta al Festival delle Letterature di Roma il suo nuovo libro “La bellezza e l’inferno – Scritti 2004-2009”. La raccolta descrive i due ambiti opposti e tuttavia complementari della sua esistenza dall’uscita di Gomorra: l’inferno di ciò che vede con i suoi occhi e la bellezza dell’arte, della scrittura di cui si serve per descriverlo, per essere testimone


Aprono il Festival Internazionale delle Letterature di Roma due scrittori, americano uno e italiana l’altra con  due racconti inediti com’è d’uso ormai in tutte le edizioni del festival: ben otto. Andrew Sean Greer e Margaret Mazzantini (con la lettura dell’attore Sergio Castellitto di un passaggio dell’ultimo libro della scrittrice) aprono le danze e due stili così diversi tra loro, nonché due lingue i cui ritmi non combaciano quasi mai, riescono ad amalgamarsi e a regalare sin dall’inizio una serata intensa. 

Quest’anno, come spiega la direttrice artistica del Festival, Maria  Ida Gaeta, si è voluto celebrare il 40° anniversario dell’allunaggio di Armstrong attraverso lo strumento della letteratura  i cui contrappunti musicali che hanno accompagnato le serate hanno saputo rinnovarsi rispetto alle scorse edizioni. Musica elettronica, colonne sonore, dj set insieme alla realizzazione di dieci trailer originali dedicati a tutti gli autori ospiti, sono state solo alcune delle novità che hanno caratterizzato il Festival.

 

Infatti, a chiusura dell’evento e quasi a sorpresa perché poco diffusa come notizia, Roberto Saviano nella sera del 30 giugno ha potuto essere presente per trasferire come sempre e con nuove forze, il potere della parola.

In realtà la basilica di Massenzio fuori le mura era già gremita di gente dalle 18.00 (benché come tutti i reading di quest’evento esso si svolgesse alle 21.00). La fila era per ottenere almeno 2 biglietti ciascuno e non farsi sfuggire quest’occasione così importante per stare raccolti intorno  allo scrittore, dal 2006 ormai sotto scorta.

 

Con il suo arrivo un fatto certo è emerso: la patina d’allure, che il festival inevitabilmente ha sempre avuto, si è improvvisamente scrostata per svelare il volto  della  concretezza che l’uso delle parole dovrebbe sempre trasferire.

Accompagnato dalle foto di Alberto Giuliani, Roberto Saviano si è sciolto in un racconto- verità lungo oltre due ore il cui tema portante è stato il ruolo delle donne di mafia e la funzione delle Madonne, come simboli religiosi utilizzati dalla mafia. Donne e Madonne, entrambe strumenti (anche oggetti) che la criminalità organizzata non esita a portare avanti come  scudi e a strumentalizzarne le figure, facilitata spesso da situazioni di arretratezza culturale.

 

I suoi angeli custodi erano intorno a lui presenti, attenti a ogni minimo movimento o flash indesiderato; allo stesso tempo si tenevano a distanza come a non voler essere d’intralcio a quest’uomo,  emozionato dal clamore che suscita alla stregua di un bambino alle prime armi. Il gesto della mano che accarezza la testa, confuso, rimane impressa negli occhi ed è difficile accostare quell’immagine alle sue parole ferme, precise  ricche di significati, sfumature e contenuti che hanno il solo e unico compito di “ (…) iscrivere  una parola nel mondo, passarla a qualcuno come un biglietto con un’informazione clandestina, uno di quelli che devi leggere, mandare a memoria e poi distruggere (…) scrivere è resistere, è fare resistenza.” Così nell’introduzione al suo nuovo libro: “La bellezza e l’inferno – Scritti 2004-2009”. Un libro che questa volta Roberto  ha dedicato ai suoi lettori che lo hanno sostenuto e continuano a sostenerlo facendo vivere le sue parole; parole pericolose come hanno dimostrato gli ultimi processi di camorra.

 

Una raccolta di scritti, editoriali e racconti (in parte pubblicati su quotidiani e riviste  nazionali e internazionali, da La Repubblica passando per l’Espresso a El Pais) nei luoghi più angusti e disparati. Tutti descrivono i due ambiti opposti e tuttavia complementari della sua esistenza dall’uscita di Gomorra: l’inferno di ciò che vede con i suoi occhi e la bellezza dell’arte, della scrittura di cui si serve per descriverlo, per essere testimone.

 

Uno su tutti, “Lettera alla mia terra”. Scritto comparso la prima volta nel settembre del 2008 su “Repubblica”. Un accorato lungo messaggio alla sua terra. Una concatenazione di fatti, omicidi, agguati, soprusi alternati da domande che poi ne racchiudono una sola: com’è possibile? Com’è possibile accettare giorno per giorno tutto questo?  

L’unica risposta, mentre ancora le sue domande attendono che gli interlocutori immaginari, i lettori ma anche i suoi concittadini, e tutto il paese ne diano una, lo scrittore l’affida alla scrittura. La scrittura come strumento di resistenza: resistere a chi getta fango su di te perché ‘ti arricchisci con i libri’; resistenza a chi non fa che ripetere che “non esiste solo quest’Italia” mentre questa Italia si allarga sempre più.

 

Non sono mancate, durante l’incontro, alcune nette critiche sulle ultime prese di posizione del governo: sulle intercettazioni (ddl in corsa che ha ricevuto un primo seppur timido stop dal Presidente della Repubblica) e l’indebolimento del 41 bis; sulla politica contro gli immigrati ricordati sempre in uno dei suoi racconti sulla strage di Castelvolturno in cui morirono sei africani che non avevano nulla a che vedere con la camorra (“Miriam Makeba: la rabbia della fratellanza”). Infatti, la camorra se l’è presa con loro mentre fa affari con la mafia nigeriana: ucciderne sei per educarne cento.

 

Il lungo applauso che ha accolto prima e salutato poi Roberto sembrava non volerlo lasciare mai, sembrava volerlo accompagnare nel suo lungo viaggio sotterraneo che pare non dover finire mai. Un carico applauso la risposta  del pubblico del Massenzio e un omaggio a questa nostra terra che ne ha tanto bisogno.   

 

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