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Leggo "Gomorra" e sono a casa

Fulvio Minichini (April 30, 2008)
Leggendo "Gomorra" di Saviano mi sono ritrovato nelle strade di casa mia, io infatti, vivo a Secondigliano o meglio, alla periferia di Secondigliano. Sono nella periferia della periferia, in qualche chilometro di strada fra I “cattivi” di Scampia e o buoni del Vomero (quartiere “bene” di Napoli).


Era circa un anno fa quando la tv ed il web sono stati assaltati dalla valanga di parole scritte e pronunciate su un certo “Gomorra”, il celebre romanzo/studio di Roberto Saviano sulla Camorra. Titolo accattivante, il primo pensiero che ho fatto è stato: ecco un altro libro su qualche vangelo apocrifo e sui segreti non troppo segreti del Louvre. Ho ignorato per settimane l’appello dei media a che la mia attenzione si rivolgesse a quell libro, ma alla fine ho ceduto, ed il libro è salito sulla mia scrivania.


Leggendolo ho incominciato con il pregiudizio di chi ha letto e sentito troppo parlare di Camorra con buonismo e superficialità, pronto a scrivere su qualche blog la mia critica affossante, per quello che vale. Nonostante i miei pregiudizi dalle prime pagine mi sono reso conto che non leggevo un romanzo, una sgradevole storiella strappalacrime per un pubblico lobotomizzato da anni di superficialità. Quello che avevo fra le mani era un album fotografico, un ritratto spietato e fedele della realtà che mi circonda oltre che un analisi meticolosa del “sistema camorra”.


Mi sono ritrovato nelle strade di casa mia, io infatti, vivo a Secondigliano o meglio, alla periferia di Secondigliano. Sono nella periferia della periferia, in qualche chilometro di strada fra I “cattivi” di Scampia e o buoni del Vomero (quartiere “bene” di Napoli). Dove vivo io, le storie raccontate da Saviano si incontrano con impiegati, operai e imprenditori che affogano nell’acquitrino dell’economia italiana, e intanto, cercano di restare immuni dal pericoloso morbo che si diffonde per la città, “La Camorra”.



Vivere a Napoli, convivere con la Camorra, è molto più complesso di come si possa immaginare. I cattivi non indossano la maschera e non hanno la follia negli occhi mentre I buoni non sono aitanti e cavallereschi, ma in compenso hanno spesso qualche rotella fuori posto.


Dopo 24 anni di euforica coscienza civile e di disprezzo per quello che mi circonda, io ancora non so se sono o meno camorrista. Il fatto è che non si sa cosa significhi, il camorrista non è solo quello che spara o che spaccia, il camorrista non corrompe solo I politici, ma in primis la povera gente, le persone comuni. Li corrompe col fascino del potere, con la ricchezza, con la vita dissoluta che può concedersi, con piccoli favori. Nella sua versione più subdola offre olio apparentemente a basso costo per ungere gli ingranaggi della macchina “Stato”, che in Italia, ed in particolare al sud, si inceppa spesso.



Il camorrista chiede “una cosa a piacere” (non accettando meno di due euro) quando parcheggiamo, giusto per stare tranquilli che nulla capiti alla nostra auto.



E noi, quella cosa a piacere, la diamo volentieri, forse perchè andiamo di fretta, forse per distrazione, forse perchè costa meno del grattino, forse, anzi sicuramente, perchè abbiamo paura. Noi non siamo camorristi e non sappiamo come farci rispettare. Noi non siamo camorristi e non possiamo permetterci un auto alla settimana.



Noi in questa città viviamo, abbiamo le nostre odiata routine, ci guadagnamo da vivere, studiamo, cerchiamo svago e soprattutto sopravviviamo. Come qualunque essere umano farebbe, ci adattiamo, impariamo a muoverci in questa città senza confine fra giusto e sbagliato, fra legale e illegale. Impariamo a guidare da camorristi, con prepotenza e in barba al codice della strada, per non attirare bulletti e rapinatori in cerca del primo “fesso”. Se dovessero avvicinarci, noi non siamo camorristi e non sappiamo come difenderci.



Per le strade andiamo senza dare nell’occhio, l’orologo nascosto dal polsino della camicia ed il computer in borse anonime; testa alta e faccia feroce, feroce come quella di un camorrista. Quando ci muoviamo per I quartieri “a basso reddito procapite”, fra lo sciame di persone che qualcuno infelicemente definisce popolino, parliamo in dialetto e imitiamo le fattezze della gente di strada, perchè così, nel dubbio, ci rispettano. Contrariamente è facile incappare nella loro indifferenza, nella loro furbizia, come se aspettassero il “fesso” per una rivalsa, per avere il loro momento di prepotenza dopo tanti soprusi subiti.



E così facendo, la camorra cresce, il suo stemma è sul petto di tutti, dall’avvocato che compra un testimone al fruttivendolo che di “sua sponte” regala un cesto di frutta al bullo di quartiere. Chi non è camorrista sa cosa significa esserlo, almeno in apparenza, e lo imita quando serve, quando può, facendogli inconsapevolmente pubblicità, alla Camorra.


Da questo punto di vista è una strategia di marketing vincente, è come il logo di un’azienda su una busta della spesa, quella busta gira e diffonde il verbo: O così……o fesso, o così …..o povero, o così ….o sottomesso.


E con una buona pubblicità è dimostrato, aumentano I profitti. Come ci ricorda Saviano, la Camorra è una delle poche aziende italiane in attivo da vent'anni. Cresce, si infiltra nella politica, nell'economia, nei circoli culturali e nelle parrocchie, alza palazzi e crea nuove discariche, rafforza il controllo sui suoi territori e ne conquista di nuovi.


Con i suoi interventi arriva sulle coste come sulle montagne distruggendo il paesaggio, depauperando il nostro patrimonio, minando in continuazione alla nostra salute e cosa peggiore, mortificando quotidianamente i nostri animi, rendendoci complici nel nostro silenzio.


Qui la vita si svolge in trincea, con i sacchi di sabbia a bloccare la tentazione piuttosto che i proiettili. La tentazione ad arrendersi, a cedere alle lusinghe quotidiane della camorra, non pretendendo uno scontrino, non pagando una corsa di autobus, parcheggiando in seconda fila, non differenziando i rifiuti, non essendo cittadini italiani insomma, ma camorristi.



Io mi ritengo fortunato, nato e cresciuto con la mia famiglia alla periferia dell’inferno. Ho visto i soprusi che abbiamo dovuto affrontare con gli occhi di un bambino, ho visto la mia casa oscurata dalla villetta abusiva del camorrista di zona, ho visto mio padre e mia madre rifiutare ossessivamente ogni minimo compromesso e conosco il prezzo pagato per questo. Nessun colpo di pistola o bomba, ma un sottile e inesorabile stillicidio di dispetti e piccoli incidenti, quelli che rendono la vita impossibile, che fanno imprecare ed ammalare di fegato, quelli che fanno fumare tre pacchetti di sigarette al giorno.


La maggior parte di noi, quelli “non camorristi”, li ammazzano così.



La nostra quotidianeità è così. La Camorra non è un mondo d’ombra fatto di demoni e diavoli. La Camorra vive e si riproduce alla luce del giorno, la si può trovare in un feroce assassino così come in una madre premurosa. Questo non perchè il popolo di queste terre sia infettato irrimediabilmente come alcuni vorrebbero credere, ma perchè - e Saviano lo spiega bene - la Camorra è un sistema, una struttura sociale, nella quale tutti siamo calati e della quale tutti facciamo parte, oguno con il suo ruolo, chi da protagonista, chi da comparsa e chi da antagonista.

 

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