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Dire no alla mafia. Una questione di dignità

Andrea Riccio (October 21, 2009)
Un popolo che paga il pizzo e’ un popolo senza dignita’, questo il motto di “Addio Pizzo”, un movimento volontario e spontaneo che combatte contro l’estorsione mafiosa. Abbiamo intervistato Francesco Bertolino, ex Presidente dell’associazione e promotore del consumo critico.

Addio Pizzo è un movimento dal basso, nato in Sicilia nel 2004 per proporre una “rivoluzione culturale” necessaria ad abbattere il sultanato della mafia. All’interno di una piu’ ampia lotta alla criminalita’ organizzata, il gruppo si prefigge in primo luogo di combattere contro il racket delle estorsioni, il “pizzo”, appunto, che mina lo sviluppo di numerosi commercianti ed imprenditori siciliani. Arma concreta di questa battaglia è il consumo critico, ossia l’acquisto di beni presso esercenti che dichiarano esplicitamente di non pagare il pizzo.

Francesco Bertolino, ex Presidente di Addio Pizzo, e fondatore di una lista di cittadini che si oppongono al racket, ci fornisce uno sguardo dall’interno al fenomeno mafioso e, soprattutto, ai modi per combatterlo

 

Addio Pizzo” nasce nel 2004, cosa è cambiato da allora?

“Addio Pizzo” ha sicuramente dei meriti importanti: in primo luogo ha reso il racket un tema di attualità, ha scosso la cittadinanza, l’ha spinta a parlare di un tema così delicato, le ha offerto la via dell’associazionismo, la prima arma per sconfiggere la Mafia, che agisce proprio quando il cittadino viene lasciato solo. Il movimento, inoltre, si è fatto portavoce di un messaggio innovativo: non sempre essere dalla parte della legalità corrisponde ad essere un perdente e, pertanto, seguire la via dell’economia pulita puo’ essere anche remunerativo.

L’associazione “Addio Pizzo” può essere definita una “risposta dal basso” alla criminalità organizzata. E’ possibile vincere questa guerra senza la mediazione delle Istituzioni? E, soprattutto, quali sono i rapporti di questi movimenti volontari con le Istituzioni?

E’ assolutamente impossibile pensare di sconfiggere la mafia senza l’aiuto dello Stato: il movimento, infatti, ha agito dapprima in segreto per poi cercare l’appoggio delle Istituzioni, che si sono dimostrate di grande supporto. “Addio Pizzo”, infatti, si prefigge di dimostrare che lo Stato c’è e che intende aiutare i cittadini.

 

 

La storia dell’Antimafia è  costellata di personalità carismatiche. C’è qualcuno a cui “Addio Pizzo” e lei in prima persona vi ispirate in particolare?

Sicuramente Libero Grassi, un imprenditotre che ha pagato con la vita la sua ferma opposizione al racket, è uno degli ispiratori del movimento. Anche la vedova Grassi, attualmente Presidente onorario di “Addio Pizzo”, è una persona a cui guardiamo con affetto e stima, una “nonna” per tutti noi. Personalmente sono anche molto legato al giudice Caponnetto, che per la prima volta ha dato visibilità  al pool antimafia e ha voluto nella sua squadra personalità del Calibro di Falcone e Borsellino. Anche al termine del suo mandato il giudice ha continuato la sua lotta alla mafia; lo ha fatto visitando le scuole siciliane, parlando con i giovani e sensibilizzandoli al tema. Anche il nostro incontro è avvenuto in questo modo.

La mafia è un fenomeno a sé  o può essere accostato alle altre forme di criminalità organizzata presenti nel Sud Italia? Se si tratta di un fenomeno “autonomo”, quali caratteristiche la rendono peculiare?

La mafia ha senza dubbio le sue peculiarita’: e’ l’organizzazione criminale più antica e più conosciuta del Sud Italia e, proprio per questo, è profondamente radicata sul territorio. Ma va detto che, oggi come oggi, la globalizzazione ha raggiunto anche la criminalità organizzata e non ha più senso parlare di fenomeni a carattere locale o di stampo esclusivamente mafioso.

Come rivelano gli studi del Centro Impastato il fenomeno mafioso gode in Sicilia di una “signoria territoriale”. Lei non crede che si possa parlare anche di una “signoria ideologica”?

Purtroppo si’. La Mafia interviene dove il cittadino e’ debole, privo di scelta; dove le istituzioni latitano o sono colluse. Io credo che nessuno accetterebbe di fare accordi con la mafia se avesse di fronte un’altra possibilità. E’ questo il problema: l’organizzazione mafiosa troppo spesso ispira un modello a persone che non lo hanno, fornisce assistenza, una sorta di assessorato alle politiche sociali, dove lo Stato non arriva. Ho addirittura saputo che in una recente retata sono stati trovati documenti relativi ad una sorta di “ufficio reclami” del pizzo. Più presente di così?

Dopo 5 anni, “Addio Pizzo” e le altre associazioni che combattono il racket possono definirsi il nuovo volto dell’Antimafia?

Il giudizio lo lascio a chi ci guarda dall’esterno, eppure mi sento di affermare che “Addio Pizzo” ha sicuramente degli elementi di grande novità rispetto al passato: proponiamo un messaggio diverso rispetto ai precedenti movimenti antimafia. Basti pensare che noi veicoliamo un’idea di successo, di prosperità economica (e pulita) a chi aderisce all’associazione. Il modello precedente, invece, si basava sul sacrificio, sulla morte per la causa: riscuoteva tanta solidarietà ma pochissimi -non a torto-  scendevano in campo.

Oltre alla lotta al pizzo, quali sono gli altri fronti necessari a recuperare la dignità?

Bisogna estirpare la corruzione, la complicità che a volte si instaura tra mafia e mondo politico. Non parlo, in questo frangente, della Magistratura o delle Forze di Polizia, dalle quali abbiamo sempre ricevuto grande aiuto. Mi riferisco, piuttosto, alla “politica pura”, del governo e degli enti territoriali. E’ difficile, in un tale contest6o, trasmettere un messaggio di legalità e farlo accettare ai cittadini.

Quanto è difficile aiutare un commerciante siciliano a sovvertire lo status quo? Trovate molta resistenza? Quanta paura c’è ancora in Sicilia?

C’è ancora paura ed è comprensibile, ma stiamo avendo un’ottima risposta dai commercianti e dagli imprenditori. Basti pensare che oggi “Addio Pizzo” raccoglie circa 400 attività mentre le precedenti liste anti racket arrivavano ai 10 iscritti. Questo accade perchè l’esercente si sente tutelato anche sotto il profilo economico e sa che le Istituzioni lo supporteranno attraverso rimborsi ed agevolazioni a seguito della sua denuncia.

Il messaggio di “Addio Pizzo”, inizialmente, è stato diffuso in maniera “virale”, quanto conta quindi  il “passaparola”? Che rilievo sta avendo, invece, il problema dell’estorsione criminale sui media? Pensa che sia dipinta in maniera corretta?

Il passaparola è stato fondamentale, soprattutto se si pensa che parliamo di un movimento spontaneo che è passato da sei a trenta aderenti in un mese appena. Ora anche i media -non solo in ambito locale ma anche nazionale ed internazionale-  ci danno grande risalto e, salvo pochi casi di “misunderstanding”, ci hanno sempre presentato in maniera corretta.

C’e’ chi dice che la criminalità organizzata stia cambiando volto, diventando più sottile e più insidiosa. Non esiste più l’etica dell’“onorata società”, non esistono più regole. Il mafioso o il camorrista, inoltre, non portano più i baffoni e la lupara; le nuove generazioni sono ben educate, ben vestite e spesso con master in prestigiose università. Il crimine accede, ben camuffato, alla “buona società”, alle sfere alte. Lei è d’accordo con questa opinione? 

Assolutamente sì, credo sia un fenomeno molto attuale. La mafia forse esiste ancora nelle sue forme stereotipate solo nei piccoli centri ma, ovviamente, il giro degli affari è fuori, in un contesto molto più ampio e molto più “legato” alle sfere alte. Lo stesso procuratore Grasso, proprio a New York, parlerà di questo tema in un intervento dedicato alla “nuova mafia”.

 

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