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Cucina italica: facciamola crescere per mezzo della creatività americana!

Piero Bassetti (July 17, 2009)
Abbiamo veramente bisogno di un modo di cucinare “immobile” e “dato per tutti i tempi”? Direi proprio di no. Siamo italici e tali sono milioni di americo-italiani! Un simile popolo di genio e d’invenzione non vorrà certo rinunciare alla sua creatività culinaria e culturale....



L’amico Ottorino Cappelli mi invita a commentare il suo interessante articolo “Cucina Italica? An exercise in post-colonial mutual understanding” in cui mette in discussione, una volta per tutte, l’eccessiva nostalgia della “vera cucina italiana” in opposizione al modo di cucinare odierno degli italo-americani.

Questi ultimi, sebbene si riallaccino alle ricette e ai prodotti tradizionali della cucina italiana, spesso e volentieri vanno ben oltre un modo di cucinare e di gustare legato al Paese di provenienza (una provenienza, a volte, “vecchia” di generazioni…).



Ora, abbiamo veramente bisogno di un modo di cucinare “immobile” e “dato per tutti i tempi”? Direi proprio di no. E qui mi associo a Ottorino Cappelli nel promettere una visita al ristorante segnalato per gustare l’ottimo “ibrido” fra cucina italiana e cucina americana. Andrei ancora più in là di quel che dice Cappelli: non solo il modo di cucinare degli italo-americani è rispettabilissimo, io questa loro cucina dai sapori nuovi (spesso le materie prime sono prodotte in loco) la chiamerei proprio americana-italiana.

 

Infatti, coloro che vivono in America sono americani, anche se di ascendenza italiana, nati e cresciuti in un ambiente americano ed educati a un gusto americano. Quando sono, come spesso accade, anche italici (consci della loro origine e di un universo di valori, cultura e gusto legato alla Penisola italiana) possiedono inoltre un “valore aggiunto” di esperienze legate alla cucina mediterranea. Inserire efficacemente queste esperienze in un ambiente tipicamente americano, con materie prime spesso americane e da offrire a una clientela americana, è un’arte. E l’arte consiste proprio nella capacità di trovare un equilibrio fra i gusti degli americani e le ricchezze della cucina italiana. Sono quindi senz’altro per il progressivo avanzare e affermarsi, accanto a quello italiano, anche di un gusto americano-italiano.

 

D’altronde, per non limitarci solo alla cucina, è sotto gli occhi di tutti il fatto che la civilizzazione italica abbia prodotto contaminazioni anche in altri campi. Pensiamo alla letteratura dove americani di origine italiana hanno compiuto, in inglese, opere di valore assoluto, spesso e volentieri impregnate di quella sensibilità tipica delle loro radici italiche. Hanno “cucinato” in inglese i loro romanzi?


Ma certo, eppure sulla tavola sono arrivate opere italiche… O pensiamo al cinema. Non a caso Cappelli cita una piccola gemma del cinema indipendente come “Big Night” (premiato al Sundance Festival), diretto dall’americo-italiano ovvero italico Stanley Tucci e dall’americanissimo (e italofilo, dunque italico) Campbell Scott. Una sorta di “Pranzo di Babette” rivisto in salsa italica, in cui l’inquietante brodo di tartaruga di Babette lascia il posto a un non meno inquietante e imponente timballo: simbolo vulcanico e barocco di un melting pot culinario che dal meticciato tra le due culture, italiana e americana, trae la sua ricchezza e unicità. 

Viviamo in un mondo mutietnico e del tutto contaminato. Questo non è affatto un male e sono convinto, ritenendo la civilizzazione italica un sistema fra i più aperti, che quest’apertura sottintenda una tacita legittimazione di ogni tentativo sinergico fra la tradizione di partenza e l’invenzione d’arrivo.

 

Siamo italici, perbacco, e tali sono milioni di americo-italiani! Un simile popolo di genio e d’invenzione non vorrà certo rinunciare alla sua creatività culinaria e culturale.


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