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Articles by: Michelina Zambella

  • Life & People

    I segreti di Mr. Papillon per traferirsi a NYC


    Lo incontri agli eventi, con microfono e telecamera, circondato da belle donne, sorridente e con un piccolo particolare impossibile da ignorare: il papillon. Stefano Spadoni o "Mr. Papillon", come molti lo chiamano, è un profondo conoscitore della città di New York e dei suoi abitanti. Bolognese, esperto di marketing e comunicazione, scrittore e giornalista, è conosciuto a New York (forse per il suo distintivo, il papillon, che ritrovi sul biglietto da visita e sul suo sito) dove ha fondato lo "Stefano's Network"       (www.stefanosnetwork.com), che mette in comunicazione migliaia di americani e italiani tra le due sponde dell'Oceano.



    Nei 10 anni trascorsi nella Grande Mela, Spadoni ha raccolto informazioni e consigli utili pubblicando il suo primo libro nel 2001 per Rizzoli. Dopo il grande successo della prima edizione (da tempo del tutto esaurita), Spadoni ha pubblicato dopo 6 anni una versione completamente aggiornata di "Vado a vivere a New York" (Stevensword Inc., 2007) con oltre il 60% in più di testo, nuovi episodi, aneddoti e trucchi per capire la metropoli americana. Un atto di generosità, diremmo, per chi da italiano all'estero cerca di rendere il cammino più facile a tutti coloro intenzionati a trasferirsi a New York. Determinato e convinto delle proprie idee, Spadoni non giudica a priori anche la nazione che da sempre fa parlare di sè, nel bene e nel male. Ne analizza pregi e difetti, tirando le somme in 400 pagine, con schemi comprensibili e accessibili.



    Partiamo da qui: perchè gli Stati Uniti? "Avete sempre sognato di pagare meno tasse?" scrive Spadoni nel suo libro: "Di trovare lavoro in giornata? Di vivere in un mondo dove il cittadino ha finalmente libertà di parola? Di vivere in un Paese dove la metropolitana è aperta 24 ore al giorno ed è possibile mangiare una bistecca alle 4 del mattino? Volete vivere come vi pare? Basta con i sogni, venite a vivere a New York".

    È con uno stile semplice, serio ma ironico che Mr. Papillon ci invita a trasferirci nell'ombelico del mondo, attraente ma pericoloso allo stesso tempo:  "Ma c'è anche il rovescio della medaglia" avverte Spadoni, e precisa: "il fisco non perdona, di fare gli assenteisti nemmeno a parlarne, affittare un appartamento costa una follia, si può finire in tribunale per aver chiesto ad una ragazza di aiutarla a portare le borse della spesa, le possibilità di lavoro sono fortemente limitate... Questo è infatti il punto chiave: il permesso di lavoro, la carta verde, il diventare insomma parte del sistema".



    Giusto per fare un esempio a proposito della carta verde, Mr. Papillon scrive: "L'Immigration ha il potere di mettere sotto torchio il coniuge americano promettendogli l'immunità se denuncia che l'altro si è sposato solo per ottenere la Carta Verde". Sebbene il fenomeno sia ancora in voga, siamo lontani dai tempi dei matrimoni arrangiati o fasulli, oggi ci si sposa anche e soprattutto per amore, ma Spadoni, quando lo abbiamo incontrato per parlarci del suo libro, non ci sembrava credere molto all'amore tra uomo e donna. Lui di certo un amore ce l'ha: il suo lavoro qui in America, la sua America, quella che gli consente di mediare tra mondi lontani e talvolta così simili, quel continente che continua ad attrarre i nostri connazionali, per i quali Spadoni sembra mostrare un amore infinito.  

    "Una guida utile", ci dice Alberto Caruana, giovane italiano a New York, che nel 2001 l'ha utilizzata prima di trasferirsi qui dalla Sardegna: "Ho acquistato il libro on-line e mi è stato utile, soprattuttto per quanto concerne la parte relativa ai visti. Trovi risposte pratiche a domande importanti". La "Bibbia" sembra funzionare quindi.



    Quando Stefano è arrivato qui, 10 anni fa, avrebbe sicuramente apprezzato l'aiuto di un libro come il suo. Da quell'esigenza è nata la sua idea, laddove New York rappresenta una grossa opportunità per realizzare sè stessi e i propri sogni, di cui è possibile approfittare solo se  però si hanno le informazioni giuste. "Questo libro- scrive Spadoni- è uno strumento indispensabile se volete venire qui, avere successo e raggiungere i vostri obiettivi evitando spese inutili, perdite di tempo, errori, stress e quant'altro potrebbe ritardare o, peggio, farvi arrendere e tornare in Italia con l'amaro in bocca".

     



    Mr. Papillon svela i segreti più nascosti della città, passo per passo, spesso in maniera divertente ed ironica, offrendosi come canale alle immense possibilità di New York. Un libro utile.

    Mr Papillon, come al solito, organizzerà anche questo mese il suo famoso "Networking Party", questa volta al  ristorante "Dopo Teatro". Per l'occasione presenterà il suo nuovo libro con le "Tall Outstanding Women", un gruppo di ragazze da lui organizzato e che devono essere alte più di un metro ottanta e devono essere disposte a partecipare ad eventi di beneficenza. "Why you want to meet new people is your business, helping you to meet new people is my business" è l'invito con cui il mago delle relazioni spinge il suo network!

    Il libro di Stefano Spadoni "Vado a vivere a New York" è venduto presso la libreria Rizzoli (31 West 57th Street) e anche su www.amazon.com

     

    Pubblicato su 'Oggi7' il 13 gennaio 2008

  • I segreti di Mr. Papillon per traferirsi a NYC


    Lo incontri agli eventi, con microfono e telecamera, circondato da belle donne, sorridente e con un piccolo particolare impossibile da ignorare: il papillon. Stefano Spadoni o "Mr. Papillon", come molti lo chiamano, è un profondo conoscitore della città di New York e dei suoi abitanti. Bolognese, esperto di marketing e comunicazione, scrittore e giornalista, è conosciuto a New York (forse per il suo distintivo, il papillon, che ritrovi sul biglietto da visita e sul suo sito) dove ha fondato lo "Stefano's Network"       (www.stefanosnetwork.com), che mette in comunicazione migliaia di americani e italiani tra le due sponde dell'Oceano.



    Nei 10 anni trascorsi nella Grande Mela, Spadoni ha raccolto informazioni e consigli utili pubblicando il suo primo libro nel 2001 per Rizzoli. Dopo il grande successo della prima edizione (da tempo del tutto esaurita), Spadoni ha pubblicato dopo 6 anni una versione completamente aggiornata di "Vado a vivere a New York" (Stevensword Inc., 2007) con oltre il 60% in più di testo, nuovi episodi, aneddoti e trucchi per capire la metropoli americana. Un atto di generosità, diremmo, per chi da italiano all'estero cerca di rendere il cammino più facile a tutti coloro intenzionati a trasferirsi a New York. Determinato e convinto delle proprie idee, Spadoni non giudica a priori anche la nazione che da sempre fa parlare di sè, nel bene e nel male. Ne analizza pregi e difetti, tirando le somme in 400 pagine, con schemi comprensibili e accessibili.



    Partiamo da qui: perchè gli Stati Uniti? "Avete sempre sognato di pagare meno tasse?" scrive Spadoni nel suo libro: "Di trovare lavoro in giornata? Di vivere in un mondo dove il cittadino ha finalmente libertà di parola? Di vivere in un Paese dove la metropolitana è aperta 24 ore al giorno ed è possibile mangiare una bistecca alle 4 del mattino? Volete vivere come vi pare? Basta con i sogni, venite a vivere a New York".

    È con uno stile semplice, serio ma ironico che Mr. Papillon ci invita a trasferirci nell'ombelico del mondo, attraente ma pericoloso allo stesso tempo:  "Ma c'è anche il rovescio della medaglia" avverte Spadoni, e precisa: "il fisco non perdona, di fare gli assenteisti nemmeno a parlarne, affittare un appartamento costa una follia, si può finire in tribunale per aver chiesto ad una ragazza di aiutarla a portare le borse della spesa, le possibilità di lavoro sono fortemente limitate... Questo è infatti il punto chiave: il permesso di lavoro, la carta verde, il diventare insomma parte del sistema".



    Giusto per fare un esempio a proposito della carta verde, Mr. Papillon scrive: "L'Immigration ha il potere di mettere sotto torchio il coniuge americano promettendogli l'immunità se denuncia che l'altro si è sposato solo per ottenere la Carta Verde". Sebbene il fenomeno sia ancora in voga, siamo lontani dai tempi dei matrimoni arrangiati o fasulli, oggi ci si sposa anche e soprattutto per amore, ma Spadoni, quando lo abbiamo incontrato per parlarci del suo libro, non ci sembrava credere molto all'amore tra uomo e donna. Lui di certo un amore ce l'ha: il suo lavoro qui in America, la sua America, quella che gli consente di mediare tra mondi lontani e talvolta così simili, quel continente che continua ad attrarre i nostri connazionali, per i quali Spadoni sembra mostrare un amore infinito.  

    "Una guida utile", ci dice Alberto Caruana, giovane italiano a New York, che nel 2001 l'ha utilizzata prima di trasferirsi qui dalla Sardegna: "Ho acquistato il libro on-line e mi è stato utile, soprattuttto per quanto concerne la parte relativa ai visti. Trovi risposte pratiche a domande importanti". La "Bibbia" sembra funzionare quindi.



    Quando Stefano è arrivato qui, 10 anni fa, avrebbe sicuramente apprezzato l'aiuto di un libro come il suo. Da quell'esigenza è nata la sua idea, laddove New York rappresenta una grossa opportunità per realizzare sè stessi e i propri sogni, di cui è possibile approfittare solo se  però si hanno le informazioni giuste. "Questo libro- scrive Spadoni- è uno strumento indispensabile se volete venire qui, avere successo e raggiungere i vostri obiettivi evitando spese inutili, perdite di tempo, errori, stress e quant'altro potrebbe ritardare o, peggio, farvi arrendere e tornare in Italia con l'amaro in bocca".

     



    Mr. Papillon svela i segreti più nascosti della città, passo per passo, spesso in maniera divertente ed ironica, offrendosi come canale alle immense possibilità di New York. Un libro utile.

    Mr Papillon, come al solito, organizzerà anche questo mese il suo famoso "Networking Party", questa volta al  ristorante "Dopo Teatro". Per l'occasione presenterà il suo nuovo libro con le "Tall Outstanding Women", un gruppo di ragazze da lui organizzato e che devono essere alte più di un metro ottanta e devono essere disposte a partecipare ad eventi di beneficenza. "Why you want to meet new people is your business, helping you to meet new people is my business" è l'invito con cui il mago delle relazioni spinge il suo network!

    Il libro di Stefano Spadoni "Vado a vivere a New York" è venduto presso la libreria Rizzoli (31 West 57th Street) e anche su www.amazon.com

     

    Pubblicato su 'Oggi7' il 13 gennaio 2008

  • Facts & Stories

    Beyond Wiseguys: Italian Americans and the Movies


    "Hahahahah". È con una risata generale che si apre la proiezione del documentario diretto da Turturro, quando compare in caratteri cubitali lo sponsor "Francesco Rinaldi Pasta Sauces", tra i principali finanziatori del progetto accanto alla NIAF (National Italian American Foundation). Nonostante il freddo, amici, attori, familiari e stampa hanno affollato il Museum of the Moving Image al Queens, domenica 16 dicembre, per assistere alla prima mondiale di "Beyond Wiseguys: Italian Americans and the Movies", seguita dal dibattito con John Turturro e Roseanne De Luca Braun, produttori esecutivi, e Steve Fishler di Pacific Street Film, co-produttore, accolti calorosamente dal pubblico.

     

    Il documentario è un percorso attraverso la vita e i film di tante star del cinema americano legate tra loro da un unico ed indelebile denominatore comune: l'origine italiana. Una ricchissima raccolta di interviste esclusive e materiali d'archivio che, in 57 minuti, porta alla luce un'affascinante quanto inedita foto di gruppo di attori ma non solo, dove compaiono John Turturro, Isabella Rossellini, Susan Sarandon, Martin Scorsese, Chazz Palminteri, Ben Gazzara, Marisa Tomei, Richard La Gravenese, Michael Imperioli, Nancy Savoca, Santo Loquasto, Fred L.Gradaphè e tanti altri.

     

    "Due anni di studio e cinque di produzione, alla ricerca di attori italo-americani disposti a raccontarsi. Abbiamo riscontrato grandi difficoltà nel contattare le star di Los Angeles, decisamente intente a nascondere le loro origini italiane che, al contrario, le star newyorkesi hanno messo in risalto" - ha affermato la Braun.

     

    Il nuovo documentario, che sarà nel 2008 anche trasmesso sul canale PBS, racconta in modo divertente e provocatorio la storia degli Italo-americani, che trascendono gli stereotipi per affermarsi come forza creativa nell'industria cinematografica, facendo leva proprio sulla loro italianità. Sarebbe questo il motivo che ha spinto John Turturro ad abbracciare questo progetto perchè- come lui stesso dice al dibattito- "quando si scrive, si recita, viene a galla tutto il tuo background e il modo e l'ambiente in cui si cresce inevitabilmente influenzano la tua azione, sia sotto l'aspetto personale che professionale. Porti il tuo background in ciò che fai, lo rendi arte, e il film parla proprio di questo". Quali forze sociali e culturali hanno guidato gli italo-americani nell'industria cinematografica e quale prezzo hanno dovuto pagare per arrivare ad avere successo in quel mondo, è quanto il documentario ci racconta attraverso passaggi netti, immagini chiare, con riprese in luoghi comuni ma comunque suggestivi, di cui vi proponiamo solo un assaggio con alcune scene che hanno divertito il pubblico in sala.

     

    A cena con Paul Borghese: racconta di un provino in cui gli viene chiesto di recitare con un accento italiano, che però lui non ha. Così, improvvisandosi siciliano, gli dice "Vuoi che parli così o colì, vuoi che parli come un Moron (uno stupido), cosa vuoi?". L'attrice Susan Saradon: "Non avevo alcuna percezione della mia italianità fino a quando sono andata in Italia, quando mi sono sentita letteralmente a casa". Ancora. L'attore Chazz Palminteri, arrivato a Los Angeles, cerca casa: "L'agente immobiliare era cortese e quando mi chiese di dove fossi le rispondo Americano. Lei continua chiedendomi se fossi ispanico, al che le dico di essere italiano. La donna, immediatamente, mi dice che non ci sono più case. La delusione è forte quando capisco che forse la mia italianità l'aveva turbata". Turturro, intervistato lungo tutto il documentario, rivela come l'etnicità consenta agli italo-americani di avere certi ruoli e non altri: "Oltre a quello del gangster- dice- l'indiano d'America, per via del colore della pelle o dei caratteri somatici". A Ben Gazzarra, così come a tanti altri, suggeriscono di cambiare cognome per avere maggiori possibilità di successo nel mondo cinematografico, al che lui dice: "Qualora avessi cambiato cognome e mio padre fosse stato ancora vivo, mi avrebbe ucciso".

     

    Ma quale è dunque oggi lo status dei cittadini Usa di origine italiana e quali sono le prospettive di persistenza della loro etnicità italo-americana?

    Nell'immaginario americano, gli immigrati italiani grezzi e volgari  sono stati rimpiazzati dagli italiani moderni, alla moda e sofisticati. Il sociologo Richard Alba della Suny Albany ha coniato l'espressione «crepuscolo dell'etnicità» per descrivere la condizione di assimilazione nella quale ora gli italo-americani si trovano. Ci sono volute diverse generazioni, ma, alla fine, questi sembrano aver raggiunto la "Terra Promessa".

     

    In anni recenti, il programma televisivo americano più popolare è stato "The Sopranos", serial televisivo pluripremiato con protagonista una famiglia criminale italo-americana, che se da un lato ha attratto fedeli spettatori, dall'altro lato, ha sollevato le indignate proteste delle associazioni italo-americane, dal momento che si continua a rintracciare nel crimine il tratto distintivo dell'esperienza italiana negli Usa. Ma chi è il gangster? Prova a darci una risposta il Prof. Fred Gardaphè, anch'egli intervistato nel documentario e presente alla serata al Museum of the Moving Image, col suo libro From Wiseguys to Wise Men. The Gangster and the Italian American Masculinity (Routledge, 2006).

     

    Nella Hollywood classica "pre-Padrino" la figura del gangster fu la pietra di paragone ufficialmente negativa, simbolo della cultura straniera e corrotta in opposizione a quella americana. Ma già qui il personaggio del gangster -vero e filmico- si differenziava dai criminali comuni per una sorta di stile che gli permetteva di commettere "i propri delitti con spacconeria, oltrepassando spudoratamente i confini tra bene e male, giusto e sbagliato, ricco e povero (...) gli americani si invaghivano del gangster, un uomo dalle umili origini che ostentava vestiti eleganti e automobili di lusso, sfidando le frontiere che separano le classi sociali" scrive Gardaphé ripetendo gli stessi concetti anche nel documentario. Da Coppola, a Scorsese, a De Palma, a Cimino, anche quando gli ambienti non sono italo-americani, per i personaggi proposti è tutto un vagare alla ricerca di se stessi dentro una società labirintica, satura di violenza palese e nascosta, fisica e psicologica, nello scontro tra tradizioni e futuro incalzante.

     

    Il periodo più recente per il nostro gangster è quello "autoironico". Allontanandosi infatti dalle prime generazioni di immigrati, quelle più italiane, più europee, e dai loro drammi, e diventando sempre più americani (se non per i cognomi e per le abitudini alimentari - avere sangue italiano nelle vene tra l'altro oggi è motivo di vanto-), i cineasti italiani più giovani raccontano le vicende di un ambiente ormai americanizzato a fondo, ma pur sempre depositario di punti di vista particolari. Così "The Sopranos", la serie televisiva di David Chase che ha spopolato negli Stati Uniti - e non solo- in special modo tra i telespettatori italoamericani. Tony Soprano, è il personaggio di punta, è il ‘boss sotto stress' che si rivolge alle cure di una psichiatra non perché in crisi col suo ruolo o perché preda dei sensi di colpa, ma perché non più in grado di porsi alla pari dei grandi mafiosi del passato. Quelli si, potevano permettersi di avere sensi di colpa e dubbi, in quanto erano veri gangster, grandi figure negative ma mitologiche, ben salde nel loro essere. Il boss Soprano sembra così rappresentare la più recente figura identificativa della società e della cultura italoamericana, ormai completamente integrata nel villaggio globale, con tutte le sue tradizioni svuotate del loro senso: un etnia arrivata nella stanza dei bottoni a prezzo dell'omologazione. Dopo i Sopranos- scrive il Prof. Gardaphè e ribadisce Rosanne Shaun- non vi può essere alcuna rappresentazione della Mafia nel senso tradizionale del termine. "Quando Tony Soprano rompe il codice del silenzio e il concetto di ‘Omertà' tanto cari al vecchio mondo, non è più in grado di comportarsi come dovrebbe. Tony Soprano è l'ultimo dei wiseguys e diventa la figura fondamentale nello sviluppo dei wise men: è col sapere, e non con la violenza, che i nuovi italo-americani risolvono i problemi. In questo modo i ragazzacci diventano dei saggi. Che Tony Soprano rappresenti la degenerazione o rigenerazione del gangster è ancora da vedere. Il gangster è diventato una figura necessaria nella cultura americana e molti americani ne sono ossessionati"- si legge nel libro e ripete nel documentario Gardaphè.

     

    Chiediamo allora a Turturro se lo infastidisce vedere film o show televisivi, come i Sopranos, che hanno contribuito con enorme successo alla stereotipizzazione dell'italo-americano come gangster. Turturro risponde: "No, perchè è il frutto artistico di un lavoro scritto, diretto e interpretato da italo-americani. Per la prima serie, mi chiesero di dirigerlo e quando vidi la videocassetta che mi avevano dato ero con mia madre che mi dice "Get this sheet out!".

     

    Il pubblico ovviamente applaude e ride, di fronte al rammarico di Turturro, che ammette ironicamente di aver dato ascolto a sua madre e aver capito solo successivamente l'errore che stava commettendo, di fronte alla grandiosità di un tale progetto. A questo punto, gli abbiamo chiesto cosa ne sarà della prossima generazione di attori italo-americani. "Il gangster lascerà il posto ad personaggio autoironico, comico"- risponde. 

     

    "La volontà di raccontare la storia degli italo-americani, perchè tale storia non era ancora stata raccontata nei film" dice Turturro è il motivo che lo spinge ad accettare questo progetto che mostra la sfida della nuova generazione di cineasti, attori, produttori italo-americani: raccontare l'italianità, le proprie origini, di cui bisogna andare assolutamente fieri.

     

    Articolo pubblicato da Oggi7 (23 dicembre 2007)

  • Art & Culture

    Bordighera Prize. Happiness in Poetry



    The John D. Calandra Institute Italian American Instiitute (Queens College, Cuny)  welcomed on Thursday, November 7th the winner of this year’s Bordighera Poetry Prize, Tony Magistrale for “What She Says About Love”; the first runner-up, Gary Ciocco; and last year’s winner, Emily Ferrara

    The award was founded by Daniela Gioseffi, who recently won The John Ciardi Award for Lifetime Achievement in Poetry for 2007, and is also the founding editor of Poets USA.com, NJPoets.com, & Italian American Writers.com. She is the author of eleven books from major presses and her new and selected poems “Blood autumn (Autunno di sangue)” was published in a bilingual edition by Bordighera Press in 2007. The co-founder, Alfredo de Palchi, is a poet and editor of the literary magazine Chelsea and a trustee of The Sonia Raiziss-Giop Charitable Foundation, the event’s sponsor.

     

    Every year  Bordighera Press – founded by Anthony J. Tamburri, Dean of Calandra Institute, Fred. L. Gardaphé and Paolo A. Giordano – is dedicated to finding the best manuscripts of poetry in English by American poets of Italian descent. Each winning manuscript will be awarded a cash prize of $1,000 for the winning poet and $1,000 for the commissioned translator. The poet, who must be a U.S. Citizen, has to translate his/her own work if bilingually qualified. The main aim of the prize is to keep alive the Italian language, defined by Montale as “the falling language”, among immigrants and Italian American authors.

     

    Tony Magistrale, the 2007 winner of the Bordighera Poetry Prize, was born in Buffalo, New York, the grandson of Italian immigrants from Bari, Italy. After obtaining a Ph.D. from the University of Pittsburgh, Magistrale spent a year at the University of Milan as a Fulbright lecturer. Since then he has returned to Italy on multiple occasions, and these trips inspired the poems in this collection. Magistrale is a Professor of English and Associate Chair of the English Department at the University of Vermont. Before reading the poems, each candidate was introduced by the distinguished Poet-Judge of The Bordighera Poetry Prize, 2007, Michael Palma, who has written of Magistrale's poems: “‘The Plan,’ which describes a Texas-style barbecue in a Venetian twilight, concludes: ‘In this most secreted city, I divulge no secrets / Content to wear my hat at rakish angle / Tend the grill, savor its sizzle,’ a characterization that neatly fits the many fine poems of Anthony Magistrale whose sizzle is sure to whet the appetites of readers. The tones may vary, from the moodiness of ‘Venetian Poems’ to the playfulness of ‘Beware, the Bible Warns, of Fallen Women,’ but constant throughout are the intellectual alertness, satisfying structures, and vivid descriptions: adjectives are often surprising as in ‘dense, pasty Milanese rain,’ but are almost always just right. ‘I Nemici’ begins: ‘The act of casting shape from chaos / breeds enemies.’ Magistrale’s point is well taken there but in this case it’s much more likely to breed friends and admirers”.

     

    After this pleasant introduction-lecture we moved on to the second runner-up, Gary Ciocco, who comes from Vermont. He teaches Philosophy at Gettysburg College, York College and other institutions. He has also taught English. He feels there is a relationship between his philosophy and poetry, but he can’t explain it. He also invited all the guests to join the great Italian community established in Pennsylvania, where he lives with his family. Michael Palma wrote of Gary Ciocco: “The most immediately infectious qualities of Gary Ciocco’s writing is its liveliness and dexterity—qualities that Ciocco celebrates in his tribute to Michael Jordan, modeled on e. e. cummings’ classic poem about Buffalo Bill Cody. The poems crackle with the intelligence of a quizzical mind playing over both familiar and unfamiliar situations and energizing them all with its curiosity and verve. And they crackle also with propulsive rhythms and rich verbal music that delights the ear with frequent clusters of (often internal) rhymes and near-rhymes. The collection is impressive in its range of emotions, from celebration of the exhilaration of being set down in the midst of this endlessly fascinating world to serious reflection—as in ‘A Prayer for My Son, Four Years Past Due’—on the hopes and dangers that accompany us on our journey through it.

    From a joyful mood we came to quieter and touching tones. Emotions and smiles entered the room with Emily Ferrante, 2006 Winner of The Bordighera Poetry Prize for The Alchemy of Grief. She is Assistant Professor of Family Medicine and Community Health at the University of Massachusetts Medical School, where she teaches and has developed curricula in creative writing, communication skills, mindfulness meditation, and cultural competence in medicine. Ferrante also directs the grants and special projects division for the school’s Office of Medical Education.

     

    Through the reading of her poems, ‘Mother’s Lament, Cremation, The Winter After’, we commemorated the fourth anniversary of Emily’s son’s death. A coincidence. Her shaking yet strong voice was alternating with Sabine Pascarelli, her translator. Sabine lives in Tuscany with her husband and two sons and she came to New York just for the award. She said, “I took a while before accepting to translate the work because through the translation I get closer to Emily and her pain. A touching and profound work I couldn’t refuse to do”. Distinguished Poet Judge for 2005-2006, Daniela Gioseffi, says of Ferrante’s book: “This is excellently controlled craftsmanship, conveying deeply felt emotion. The grief of loss is sharply poignant and real, yet never maudlin or self-indulgent. The music of the lines is subtle and fine. The tension between the controlled craft and the poignancy of the theme makes the reader participate in the poems and feel with the poet, sharing the human despair and transcendent emotions that bring us through to survival. This book shares with all of us the profound theme of the loss of a child to fate, an issue many American parents can identify with in these dark days of our republic”.

    In this sad atmosphere, we found happiness in poetry and the award. As we conclude this beautiful poetic evening, and we await next year’s ceremony

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  • Life & People

    NY and Love at First Step….


    In this scenario, the exhibition "I LOVE ITALIAN SHOES", made possible by the Italian Trade Commission in collaboration with the Association of Italian Footwear Manufacturers (ANCI) showcased the creativity, flair, sophistication and exquisite craftsmanship and style of Made in Italy shoe design and production. These beautiful shoes were presented in shining windows arranged around the central fountain, the obliged pass to the evening’s events..


    The aim is to create an original and unique product, capable of distinguishing itself from the other ones. The Made in Italy label is going to become both a reason of diversification and a certificate of warranty; it reminds the consumer that it’s with paying more for a better product. That’s why the Italian fashion industry, and then Italian footwear, is going to concentrate on a productive strategy unique and rare, refined and sophisticated. It seems better to produce goods impossible to copy, limited to a middle to high level of consumers. “Quality still keeps on protecting our goods from competition but this protection is going to finish as long as the competitive (Chinese) middle quality goods will get better. So, the real issue is what’s the best way to sell our high quality goods?” says Director of The Italian Trade Commission in NY, Aniello Musella.


    The National Association of Italian Footwear Manufacturers (ANCI) groups Italian footwear manufacturers together. Its purpose is to examine, support and promote projects of an economical, technical and scientific nature in the interest of the shoe industry and to represent the same on all institutional levels.


    The association is particularly dedicated to promoting the category on the most important foreign markets in order to ensure the good image and the presence of Italian footwear - renown for its creativity, style, original design, and precise workmanship of an artisan nature, as well as for the use of carefully selected materials. This event is part of a greater campaign against counterfeit goods, launched at the beginning of 2007. Italy is not just one of the world's biggest destinations for fake luxury goods, but also the place where they are being made or assembled. This is one of the dark sides of globalization. The counterfeiters have become multinational operations. But what do a brand, counterfeit products and the new footwear Italian strategy have in common?

    A brand, often communicated through a “trademark,” can be a company’s most valuable asset. Trademarks, simply put, are “source-identifiers;” they are a means of identifying brands. Notorious brands are so highly valuable because the public immediately recognizes them, and the products sold under them. Companies frequently obtain this instant brand recognition through successful and omnipresent advertising and promotion. However, to maintain the value of a brand, it always must be distinctive and in consumers’ minds. To achieve this goal (and even to increase the value of a brand), the trademarks identifying the brand must be continually policed and, if necessary, defended. Without vigilant policing of a brand to prevent others from misusing or diluting the brand, passing off a product as the brand, or counterfeiting the brand so as to confuse consumers into thinking that they are purchasing a genuine branded product, a brand can flounder and even die. If a brand has lost its distinctiveness, its owner has no competitive advantage. When a brand name means nothing to consumers, it is worthless. It has no selling strength and it lacks the ability to draw in the consumer and tip the balance in the purchasing decision. Consumers who cannot identify a brand generally have no particular reason to buy it. The aim of the campaign I LOVE ITALIAN SHOES answers to all these doubts. It aims to further promote Italian footwear on the most important foreign markets, like they well have done in the American one. Make the consumer more conscious of his purchases strengthening the Italian brand. The creativity, the inspiration, the quality of the materials and the skilled workmanship, in short, the inimitable style that gives Italian footwear its unmistakable character, however, date much further back in time.