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Articles by: Nicola felice Pomponio

  • Arte e Cultura

    Daniel Defoe e il suo Robinson Crusoe: trecento anni e (non) li dimostra

    Il 25 Aprile del 1719 veniva pubblicato quello che tutt’oggi è considerato uno dei capolavori della letteratura inglese e occidentale: “The life and strange surprising adventures of Robinson Crusoe”. A così tanto tempo dalla pubblicazione questo romanzo continua ad essere un ineliminabile momento nella costruzione dell’immaginario e della coscienza della modernità e quindi, al di là delle ragioni commemorative, vale ancora la pena di sobbarcarsi la in verità lieve fatica di rileggerlo: la profondità, la potenza visionaria, la capacità di analisi e l’apertura al futuro di questo libro sono semplicemente stupefacenti. Daniel Defoe ha creato uno dei pochi miti moderni che, secondo Ian Watt, si affianca a Don Giovanni, Don Chisciotte e Faust (la modernità è molto avara di miti paragonata ad altre epoche storiche).

     

    Questa capacità mitopoietica di Defoe ha radici ben salde in una visione del mondo profondamente influenzata tanto dal pensiero religioso quanto dalla situazione socioeconomica inglese del XVIII secolo. Per questo val la pena rileggere questa opera, talvolta relegata nella letteratura per l’infanzia (come la potentissima, corrosiva, salace, misantropa satira del quasi contemporaneo, è pubblicato nel 1726, swiftiano Gulliver), in quanto pietra miliare del processo di costruzione del moderno individualismo. Una pietra miliare saldamente posta su quella strada regia a cui appartengono, venendone fortemente influenzata, capolavori quali “The Pilgrim’s Progress” di Bunyan e il meraviglioso “The Paradise Lost” di Milton.

     

    La trama del Robinson Crusoe è così nota da non dover essere riassunta, ma sono i particolari che innervano l’opera a dover essere ricordati. Crusoe è un affermato mercante che parte alla volta dell’Africa per commerciare in schiavi e quando si ritrova unico sopravvissuto su un’isola deserta riesce a recuperare molti dei beni che la sua nave trasportava. Su questo aspetto della solitudine è bene soffermarsi. Defoe proviene da una famiglia puritana e dissenziente. E’ un convinto protestante in anni di crudele lotta civile contro il cattolicesimo e da buon puritano non può che trovare nella luce interiore, nella solitudine (cosa di più solitario di un uomo su un’isola deserta?) la forza a partire dalla quale operare nel mondo. La Riforma ebbe il grande merito di sottolineare l’interiorità umana e ciò anche in polemica con un cattolicesimo visto come pura esteriorità di riti e Defoe, che espresse comunque sempre opinioni di tolleranza nei confronti di altre posizioni religiose cattolicesimo compreso, ben traspone nel suo romanzo questa situazione di abbandono in un mondo in cui a brillare è da un lato la coscienza del singolo e la divinità che in esso si trova, dall’altro una Divina Provvidenza che regola verso il meglio il corso degli avvenimenti (cosa di più “provvidenziale” del recupero di oggetti dalla nave naufragata che verranno a costituire la sua accumulazione originaria che, ben utilizzata, gli consentirà di sopravvivere?).

     

    Riecheggiano così temi calvinisti e luterani e la loro interpretazione del concetto di illuminazione di Agostino (non a caso Lutero era un frate agostiniano); dietro Robinson si ergono quindi le figure dei grandi della Riforma e forse solo all’interno del protestantesimo era possibile pensare non tanto, ovviamente, il concetto di solitudine (su cui scrisse una penetrante riflessione il nostro Pavese nella “Letteratura americana e altri saggi” parlando proprio di Robinson) quanto l’effetto che esso è in grado di imprimere all’attività umana. Questa solitudine, questa laboriosa solitudine è il fondamento di un agire che vede nel raggiungimento del successo - nel caso di Crusoe la sua sopravvivenza - la cifra della salvezza individuale oltremondana. Viene utile rileggere Defoe alla luce dell’analisi che Max Weber, ne “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, fa del pensiero di uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti: Benjamin Franklin. In ambedue i casi la razionale utilizzazione dei beni, l’industriosa attività del singolo, il rigore morale che proviene da una retta coscienza e un deciso individualismo di stampo illuministico sono alla base dei due pensatori. La identificazione dell’umano con l’Homo oeconomicus è uno dei caratteri fondamentali dell’antropologia dei due autori e ambedue sono espressione di quella nuova “middle class”, esplicitamente citata all’inizio del romanzo, che veniva a porsi tra i ricchi e i poveri.

     

    Così ciò che caratterizza l’agire di Robinson è proprio una logica ormai moderna in cui, per esempio, l’isola diviene suo possesso perché è da lui dissodata, valorizzata e lavorata. Oggi può forse sembrare scontato ma abbiamo appunto trecento anni di distanza dall’opera; le acquisizioni coloniali ispano-portoghesi del nuovo mondo erano atti notarili in cui venivano registrati luogo e data della scoperta e quindi annessi al re di cui lo scopritore era rappresentante. Nella riflessione anglosassone, soprattutto quella che si riferisce al liberalismo di John Locke attentamente studiato da Defoe, è il lavoro a giustificare il possesso, non tanto la scoperta e l’autorizzazione regale e/o papale. Robinson, da buon allievo di questo filosofo, diviene padrone della nuova terra in quanto la valorizza utilizzando al meglio ciò che possiede (ben poco a parte una “retta coscienza”) e ciò che trova (praticamente tutto), questo è il suo capitale iniziale che saprà far fruttare con “il sudore della fronte”.

     

    Da questo atteggiamento religioso discende inevitabilmente la superiorità nei confronti dei “selvaggi” (fiumi d’inchiostro sono stati versati su Venerdì) i quali, non avendo la coscienza illuminata dalla Rivelazione, sono condannati all’inferiorità verso il protagonista che, ricordiamolo, era in viaggio per questioni schiavistiche, ma, forse, la nave naufraga proprio perché compie un viaggio empio? Il testo non lo dice, ma la nota tolleranza di Defoe verso le altre confessioni potrebbe essersi ampliata, e qui seguiamo un’interpretazione ottimistica dell’autore, anche in direzione antischiavista. Altro elemento che richiamiamo, ma se ne potrebbero richiamare molti ancora, è una visione della natura completamente scevra da qualsiasi animismo o panteismo. Robinson agisce già dopo la rivoluzione scientifica, la natura è diventata una grande macchina e non ha più gli scrupoli o i timori che solo un secolo prima il grande John Donne (“And new Philosophy cals all in doubt”) esprimeva; con atteggiamento pragmatico, se non utilitaristico, la natura diventa un semplice oggetto su cui esercitare il proprio potere plasmatore e una fonte di ricchezza se ben sfruttata. Robinson, il nuovo Adamo, si appropria della sua isola e la utilizza ai suoi fini.

     

    Il romanzo risulta essere una grande, ampia, profonda allegoria in cui il singolo, l’individuo forgia un mondo a sua immagine e somiglianza in cui il collettivo è espunto e i rapporti tra gli uomini sono regolati essenzialmente da contratti (si veda la lunga discussione al riguardo che Robinson tiene con gli altri marinai approdati sull’isola). Il mondo del passato con i suoi rapporti naturali (la prima ribellione di Robinson è verso il padre), con le sue gilde, corporazioni, “stati” (nel senso prerivoluzionario del termine) è tramontato; l’interiorità è l’unica norma di riferimento e il successo dell’individuo (non del ceto, non del gruppo di appartenenza, non della società stessa) diventa, calvinisticamente, la prova di far parte della comunità dei salvati.

     

    Resta una domanda: se Robinson è un parto della fantasia e contemporaneamente un modello di comportamento, la vita reale si muove in questo modo? Già Marx aveva mostrato i limiti di quelle che chiamava “robinsonate” e cioè la pretesa di scambiare un fittizio e immaginario “stato di natura” per una realtà storica, ma oltre ciò, oggi, quanto è rimasto di quell’individualismo così compiaciuto di sé e talvolta così sospettoso verso il “diverso”? E cosa resta di individuale una volta che i moderni mezzi di comunicazione hanno frantumato quella identità così orgogliosamente fondata solo sulla coscienza interiore? Cosa rimane oggi del soggetto che si pensa in eterna contrapposizione all’oggetto e vede in esso sempre e solo qualcosa da addomesticare e ricondurre ai propri desideri, bisogni, brame? Ovvero, in altre parole, la grandezza del romanzo di Defoe sta nel consegnarci una figura mitica sorta tre secoli fa e che nel corso di questi anni si è usurata; ha dato grandi contributi allo sviluppo umano ma ha anche prodotto, senz’altro al di là delle intenzioni del suo autore, modelli per ideologie ancor oggi sbandierate come quella del “self made man” o quella del “destino manifesto” o quella del “fardello dell’uomo bianco”.

     

    Forse, però, oggi l’ottimistico individualismo anglosassone settecentesco mostra la corda da più punti di vista. E forse proprio nella sua fondazione religiosa. Rescindere i legami tra individuo e comunità di appartenenza (necessario per liberare le nuove forze emergenti) è senz’altro utile ma anche pericoloso nel momento in cui la “retta” voce interiore diviene l’unico termine di riferimento dell’agire; Robinson agisce da individuo libero da vincoli e legami sociali - per tacere della totale assenza di aspetti sentimentali o erotici - con una morale quasi stoica, la sua etica lavorativa ha qualcosa di eroico e ammirevole, ma ormai si è assistito da tempo alla più profonda divaricazione tra agire e “voce interiore”.

     

    Non solo. Nelle moderne società individualiste l’etica del lavoro da un lato si è sganciata dall’illuminazione interiore (quindi da un fondamento morale) e dall’altra riduce l’individuo a semplice consumatore (di cose e persone); in tal modo la solitudine degli individui diventa una gabbia da cui, avendo soppresso ogni legame sociale, si corre il rischio o di non uscire o di proporre come vie d’uscita fantomatiche appartenenze alle più svariate, talvolta fortemente sospette, “comunità”. L’individualismo mostra così un volto predatorio i cui germi, assolutamente non voluti né previsti, si annidano già nell’avventura sull’isola deserta. Cosa ci resta dopo trecento anni di individualismo? Quell’individualismo che, applicato in tutti i campi, dalla morale all’economia, dalla politica ai sentimenti è diventato talmente aggressivo da non riconoscere più nulla al di sopra di sé se non il soddisfacimento di pulsioni e desideri, magari più espressione di leggi economiche che di reale necessità dell’individuo, e che nel momento della realizzazione rinnovano il bisogno? Già solo per questo vale la pena rileggere le avventure di Robinson Crusoe. Buona lettura!

     
  • Fatti e Storie

    Come eravamo..... negli anni '60

    L’autore, attraverso il ricordo e la descrizione di quegli anni, ricostruisce un mondo ormai lontano ma vivace, con grandi energie e tanta voglia di emergere; diventa metafora di questa grande vitalità proprio l’essere gracile dell’autore, combattuto con vitamine B12, e che, con grande autoironia, è il motivo ricorrente per descrivere quegli anni che si pongono a cavallo tra il boom e i tragici anni di piombo.

    “Ero gracile” conduce così, senza alcuna pesantezza, a rendere cosciente il lettore sia dei vasti cambiamenti intervenuti in questi anni sia delle nuove sfide che questi cambiamenti apportano (si veda ad esempio la descrizione del problema ecologico dello smaltimento dei rifiuti). Il progresso quindi appare da un lato come un oggettivo miglioramento degli standard di vita ma, dall’altro, non vengono sottaciuti i nuovi problemi che esso pone come, per riprendere il tema della gracilità, la questione dell’obesità che, vera piaga sociale negli Stati Uniti, assurge a contraltare, reale e metaforico, di ciò che veniva combattuto, durante l’infanzia, a suon di vitamine.

    Tutto ciò affrontando temi di vita quotidiana degli anni ’60 di cui alcuni dimenticati e altri, come l’emigrazione, a tutt’oggi ben presenti in Italia. Il tono generale del testo ne raccomanda la lettura; ironico, pungente, mai sopra le righe e mai faticoso, le pagine scorrono con una facilità che non scade nella superficialità ma ci consente di prender coscienza di questioni importanti attraverso il sorriso.

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    Domenico (Dom) Serafini dirige a New York “VideoAge”, mensile di primaria importanza per la produzione e la vendita di contenuti televisivi. Autore di vari volumi sul mondo della televisione è collaboratore di importanti testate americane (come “L’italo-americano” di Los Angeles e “America Oggi” di New York) e italiane (“Il Messaggero”, “Il Sole 24 Ore”).

     
  • Fatti e Storie

    “Regina blues”. Inno d'amore per l'Aquila

    Il romanzo “Regina blues” (Edizioni Progetto Cultura) é l' ultima fatica dello scrittore aquilano, romano d’adozione, Antonello Loreto. L’opera si sviluppa intorno alla finale del torneo di calcio tra le scuole superiori di Regina, tranquilla città italiana dietro la quale non è difficile riconoscere L’Aquila.

    La partita è lo spunto a cominciare dal quale l’autore ricostruisce la situazione esistenziale dei ventidue giocatori con l’arbitro (Syd) come voce narrante; è una scelta stilistica interessante perché permette a Loreto di tratteggiare variopinti, frizzanti, talvolta oscuri microcosmi che, allargati ad amici e parenti dei ragazzi, risultano essere la descrizione dell’intera città. I problemi, soprattutto sentimentali, dei protagonisti, le difficoltà di chi vive rapporti omosessuali, l’ansia per un futuro che, mai come a diciotto anni, è incerto, le relazioni non sempre semplici tra loro, tra loro e i propri genitori, tra loro e altri abitanti della città sono alcuni dei temi che, emergendo, delineano nel contempo i contorni di un ambiente cui l’autore guarda in alcuni casi con durezza (come ad esempio sulle questioni legate alla repressione omofobica) e in altri casi quasi con nostalgia.

    Regina, vera protagonista del romanzo, risulta essere un luogo non solo fisico, ma anche mentale; è un luogo dove, seppur tra molte contraddizioni e difficoltà, la vita sboccia con naturalezza, con forza istintiva e Loreto sa ben descrivere queste energie quasi primordiali che nella giovinezza si manifestano con particolare forza. Così la galleria di personaggi delineati nella prima parte si arricchisce continuamente di spunti e interessi vari, dalle moto al cinema, dal biliardo agli studi con due temi che, quasi come bassi continui, tornano costantemente: la musica e il calcio. La coralità del romanzo è sottolineata dall’amalgama che l’autore riesce a elaborare (cosa tutt’altro che facile trattandosi di ben ventitré ragazzi) sia passando agevolmente dal discorso diretto al flusso di coscienza sia accennando, senza mai essere troppo pesante, a ricorrenti elementi simbolici o metaforici come il caldo inusuale e soffocante per il mese di Aprile (mese scelto ovviamente non a caso, il mese del terremoto dell’Aquila nel 2009) o l’abbaiare furioso dei cani o presenze femminili inquietanti, elementi che appaiono presagi di avvenimenti nefasti.

    Qui l’autore sembra evocare le riflessioni conradiane sul preternaturale ove l’evento, verso il quale l’intera azione drammatica è indirizzata, rappresenta per tutti i protagonisti quella linea d’ombra superata la quale nessuno è più come prima, nessuno è più ragazzo e non ha avuto nemmeno il tempo di esser giovane, ma tutti dovranno confrontarsi con una maturità che giunge all’improvviso, troppo presto e nella più tragica delle maniere. “L’urlo agghiacciante” della terra trasforma irreversibilmente tutto. Le pagine più ispirate ci sembrano proprio quelle dove l’autore eleva come una preghiera alla città ferita; è questo il blues del titolo, un blues che non rimanda solo al genere musicale ma cita direttamente la poesia “Funeral Blues” di W. Auden.

    Dopo il terremoto le esistenze dei ragazzi, tutte tragicamente segnate, prenderanno strade inimmaginabili ma riaffermeranno una volontà di vita e di crescita nonostante e talvolta proprio in forza delle ineliminabili cicatrici. C’è nella narrazione un particolare che apre una prospettiva interessante tra gli elementi ai quali si accennava: nella devastazione generale, nel crollo di solidi edifici e possenti mura resta in piedi, miracolosamente, una biblioteca ed è da lì che, ripartendo dalla lettura, è possibile iniziare una nuova vita. La cultura assolve al ruolo fondamentale di preservare il ricordo e la memoria per poter riprendere a ri-costruire l’esistenza; un’esistenza che non può più essere quell’immediatezza di sentire e presentire del giovane prima dell’incontro con la sua linea d’ombra: gli adulti ormai sono qualcosa di diverso e le riflessioni, nelle ultime pagine, sulla maschera che indossano per poter continuare a vivere concretizzano le conseguenze di un disastro che non è mai del tutto consegnato al passato, ma tutto ha trasformato.

    A dieci anni dal terribile sisma dell’Aquila, questo romanzo ci appare come un grande inno d’amore verso la città abruzzese e la sua popolazione.

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    Il romanzo è stato presentato dall’autore presso la sede torinese della “Famiglia abruzzese e molisana del Piemonte e Valle d’Aosta”, alla presenza di un folto pubblico e del presidente Carlo Di Giambattista                                                        

     
  • L'altra Italia

    In quella casetta di Mott St. Una piccola grande storia tra Italia ed America

    Fulgenzio Pomponio scese dalla nave “America” a Ellis Island il 26/7/1921. All’età di soli 22 anni aveva alle spalle esperienze tutt’altro che simpatiche. Nato in uno sperduto paesino dell’Appennino abruzzese era uno dei “ragazzi del ‘99” ovvero di quella leva straordinaria arruolata nonostante la giovanissima età e spedita al fronte per arrestare l’avanzata austriaca (anzi “austroungarica”, come diceva sempre lui) dopo Caporetto.

    Si trovò così catapultato nella guerra di trincea a fare il portaordini sul monte Grappa e di questa esperienza avrebbe raccontato a me, suo piccolo nipote, a distanza di più di mezzo secolo, episodi la cui crudeltà ancor oggi mi fa rabbrividire. Anche a lui, come a tutti gli altri umili fanti-contadini, fu promessa la terra dopo la vittoria, ma, a parte un ricco medagliere di cui andava fierissimo (era Cavaliere di Vittorio Veneto), non arrivò nient’altro e così, dopo essersi sposato, andò a Napoli, trovò un lavoro sull’”America”, si pagò il passaggio e sbarcò una prima volta negli USA.

    Di lui sono rimaste tracce precise e dettagliate sui moduli riempiti dagli addetti della dogana statunitense e, al riguardo, è da sottolinearsi l’ammirevole lavoro svolto dalla Ellis Island Foundation che ha messo in rete le registrazioni dei circa 12 milioni di migranti passati ad Ellis Island tra il 1892 e il 1954 (il sito è  >>). Mio nonno risulta con occhi e capelli marroni, alto circa m. 1,65, di professione contadino, senza malattie né segni particolari, proveniente da Liscia (provincia di Chieti nel cosiddetto “alto vastese”), di nazionalità italiana e, particolare di un certo interesse, alla voce “People or Race” indicato come “Italian South”, una definizione significativa dell’approccio americano. Ma di tutto ciò non so cosa comprese quel giovanotto che non sapeva nemmeno l’inglese; probabilmente il suo obiettivo era quello di trovarsi al più presto con il cognato che lo aspettava e che risiedeva al 147, Mott St., una via che allora era in piena little Italy e ora fa parte di Chinatown.

    Posso solo immaginare la scena dell’incontro e la vita trascorsa a New York ma senz’altro doveva essergli piaciuta molto se tre anni dopo, il 30/3/1924 circa quattro mesi prima che gli nascesse il secondo di sette figli, mio padre, trovo un nuovo passaggio, sempre pagatosi lavorando,  a Ellis Island. Stavolta dal transatlantico “Conte rosso” che avrà un tragico destino finendo affondato il 24/5/1941 dal siluro di un sommergibile inglese al largo di Siracusa e causando la morte di 1297 soldati diretti in Libia.

    L’America, comunque, rimase nel cuore di mio nonno. Imparò l’inglese e ammirò sempre i paesi anglosassoni; a me, piccolo bambino che guardava affascinato quest’uomo con tanta storia alle spalle, raccontava di un luogo dalle grandi realizzazioni, edifici enormi, tantissime persone provenienti da tutto il mondo, una lingua strana ma bella da parlare, con modi di dire assenti nell’italiano e poi la libertà. Non solo le “grandi libertà” di stampa, parola, espressione ma anche la tolleranza in cose che oggi ci fanno sorridere ma che in minuscolo paesino, rinchiuso in se stesso, misero e arretrato era impossibile avere. In America poteva, nelle feste, giocare a nascondino e a mosca cieca e, come raccontava a mia cugina, era bello poter ridere e scherzare nei giardini newyorkesi sbattendo anche contro gli alberi, come gli era capitato.

    Ma, come sempre, la vita dei “piccoli” è in balìa di forze ben maggiori. Probabilmente avrebbe voluto trasferirsi negli USA, ma proprio gli USA da tempo avevano assunto una politica restrittiva verso l’immigrazione italiana, accusata di tener bassi i salari e con accenti anche razzisti (i “white negroes”); a ciò si aggiunse la politica fascista che dal 1927 rese quasi impossibile l’emigrazione negli Stati Uniti, ma non risolse il problema della mancanza di lavoro costringendo così le persone a continuare ad emigrare ma verso il Sud America, mentre la generazione successiva si orientò anche verso l’Australia e l’Europa.

    Mio nonno dopo il 1924 non tornò più a New York; gli rimasero tanti bei, affettuosi ricordi e la conoscenza dell’inglese. Conoscenza che gli venne utilissima quando, dopo una fugace esperienza di colono in Etiopia, che nelle fantasie mussoliniane doveva costituire lo sbocco dell’emigrazione italiana, venne militarizzato, si trovò di nuovo a combattere (stavolta contro gli inglesi, da lui ammiratissimi) e venne fatto prigioniero nel 1941 a Cheren. A questo punto gli anni trascorsi a New York gli vennero in soccorso perché conoscendo l’inglese svolse un ruolo di “collegamento” tra soldati inglesi e italiani nel campo di prigionia in India dove venne internato fino al 1946. Ma questa è un’altra storia.

    Sono andato a Mott  Street non molto tempo fa. Una specie di pellegrinaggio personale in quella via e in quella New York di cui, affascinato, sentivo parlare da lui. Non so se la casa che ho visto è la casa in cui abitava (in un secolo cambiano molte cose) ma quei finestroni ampi e rettangolari, quei fitti mattoni rossi, quelle scale di emergenza poste in diagonale tra un piano e l’altro mi hanno dato la sensazione di una storia e di un vissuto che mi appartengono perché, indirettamente, attraverso sottilissimi fili, l’emigrazione di mio nonno, come quella di mio padre in Germania  o dei miei zii in Belgio e Svizzera ha contribuito a formare il mio carattere e quello dei miei figli. Tutto ciò mi fortifica, mi plasma, mi fa comprendere meglio sia l’attuale, enorme migrazione di popoli verso il Nord del pianeta, sia il destino personale mio e dei miei figli i quali, a loro volta, per realizzare i propri progetti di vita si dirigono l’uno verso la Germania e l’altra verso gli…….USA; sono passati cento anni e la storia si ripete, ma noi, gli “effimeri” (come ci chiama Eschilo), traiamo valore e dignità anche, ma non solo, dal nostro passato e dal passato delle collettività di cui facciamo parte.

    Di mio nonno ho vivissimi ricorsi personali, ma purtroppo nessuna fotografia; c’è però un’opera di un incisore svizzero che ritrae un “Contadino abruzzese”. L’autore, Giuseppe Haas Triverio, era amico del grande artista olandese Maurits Cornelius Escher e negli anni ’30 del Novecento percorsero insieme il Sud Italia fermandosi a lungo in Abruzzo (qui Escher incise una bellissima litografia di Castrovalva, paesino abbarbicato su uno sperone roccioso vicino ad Anversa degli Abruzzi in provincia dell’Aquila). Questo “Contadino abruzzese” possiede tratti somatici incredibilmente simili a quelli di mio nonno. Non per i folti baffoni e la barba, ma per le profonde trincee scavate dal tempo sulla fronte, per l’austera magrezza del volto e del corpo, per gli occhi vivaci e penetranti, per il largo cappello nero indossato. Un ritratto che evoca una calma e serena consapevolezza di se stesso come quando, ormai anziano e io con l’età che lui aveva sul Grappa, gli chiedevo come stava e, invariabilmente, tra una partita di scopa e l’altra, sempre sorridente mi rispondeva che aspettava la morte e leggeva il Vangelo.

     

  • Fatti e Storie

    Papa Francesco come intellettuale

    Questo testo si segnala come una notevole ricostruzione, puntuale e approfondita, del pensiero, della formazione intellettuale e delle influenze delle situazioni storiche sulla riflessione di Papa Francesco. La stessa diretta collaborazione del Pontefice con quattro registrazioni audio rende il volume di grande valore come documento “in presa diretta” della dottrina di Bergoglio.

    L’autore ha cercato, riuscendovi, di descrivere la formazione e l’evoluzione del pensiero di Papa Francesco invece di presentarlo come un “sistema” definito e stabile aggiornato all’attualità dei recenti documenti; ne risulta un libro densissimo per l’ampiezza delle dottrine analizzate (molte delle quali, sebbene di estremo interesse, pressoché sconosciute in Italia) e per il collegamento sempre presente tra pensiero e realtà socio-politica con cui, Bergoglio, sempre si confronta. Scorrono così sotto i nostri occhi in capitoli ricchi di spunti di ulteriore ricerca non solo questioni teologiche o filosofiche ma anche i problemi posti dalla teologia della liberazione o dall’incontro con il “pueblo fiel” come pure il rapporto con il peronismo, la dittatura militare, la riflessione sulla “Patria grande” latinoamericana, la critica alla globalizzazione.

     

    Ciò premesso, risulta particolarmente ingrato il compito di un recensore che, per forza di cose, non può che essere parziale e inevitabilmente riduttivo a fronte della ricchezza intellettuale che il testo riesce a far emergere. Ci sembra però che l’autore sottolinei come il pensiero bergogliano nasca dalla confluenza di almeno tre grandi tradizioni di riflessione: quella gesuitica interna all’Ordine, quella della grande teologia europea del ‘900 e quella propria argentina o, ancor meglio, sudamericana. Questi momenti si connettono l’un l’altro senza mai dimenticare la concreta situazione in cui sono calati. Risulta quindi fondamentale punto di partenza del pensiero di Papa Francesco la meditazione del e sul fondatore della Compagnia di Gesù.

     

    E’ proprio dalla massima ignaziana “non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo, divinum est” che prende le mosse l’analisi del testo. La riflessione su questa frase e il continuo confronto con la tradizione interpretativa interna all’Ordine sono all’origine e al termine del pensiero bergogliano in quanto “è utile per caratterizzare dialetticamente (nel senso adottato da Fessard) la spiritualità ignaziana” (Bergoglio a pag. 37). Questa precisazione del Papa è di estremo interesse evidenziando uno dei cardini del suo pensiero: il concetto di dialettica. Come giustamente sottolinea a più riprese l’autore, la dialettica bergogliana (si noti il riferimento a Fessard) è pensata a prescindere e in contrapposizione all’impostazione hegeliana. Per Bergoglio, sulla scorta dell’incontro con alcuni dei più importanti pensatori cattolici novecenteschi quali De Lubac, Przywara, Congar, Fessard, Guardini, von Balthasar la dialettica non presuppone alcun “superamento”, alcuna “Aufhebung”, poiché in questa ciò che si ritiene scomodo o marginale viene semplicemente soppresso. La dialettica polare che origina dagli “Esercizi” si prende cura invece di ambedue le parti in gioco mettendole in tensione l’una con l’altra senza mai risolvere l’una nell’altra: il particolare non potrà essere in nessun caso sussunto, sacrificato o immolato sull’altare del generale.

     

    Per Hegel, in una famosa frase, “una grande figura, che procede innanzi, calpesta più di un fiore innocente (“Lezioni di filosofia della storia”); il pensiero di Bergoglio vuole invece tenere insieme, senza farlo calpestare, il fiore innocente e la grande figura, cosciente che questa “dialettica polare”, sola, può rivendicare la dignità dell’uomo. Così, ad esempio, è giusto sostenere i diritti della totalità, ma si scivola inevitabilmente nel totalitarismo nel momento in cui non si assume più come principio base del rapporto particolare/universale il “non maltrattare i limiti” (p.86). Questa riflessione sull’opposizione polare è dedotta anche dall’incontro col pensiero di Romano Guardini: la realtà si viene a costruire intorno non alla contraddizione (Widerspruch) ma all’opposizione (Gegensatz) dove “i poli della vita, gli opposti, sono tali quando non vengono assolutizzati, quando l’uno non esclude l’altro ma lo presuppone” (p. 123).

     

    Qui si apre uno spazio insospettato perché il contingente, il presente che verrà inesorabilmente travolto dallo scorrere del tempo rimanda a un altro da sé in cui la propria dignità trova fondamento; si apre all’utopia “come <cammino verso> o, come direbbero gli scolastici, l’utopia come <causa finale>, ciò che ti attrae; quello a cui devi arrivare: il bene comune” (Bergoglio, pag. 129). Il testo di Borghesi si sofferma con particolare attenzione sul rapporto con Guardini sia perché è teoreticamente rilevante sia perché segna un momento di continuità nei confronti di Papa Ratzinger che, in quanto “allievo” di Guardini è stato talvolta erroneamente opposto a Papa Bergoglio proprio su questa filiazione intellettuale. La dialettica polare s’inserisce comunque all’interno di coordinate ben precise che, esaminate nel dettaglio da Borghesi, innervano tutto il pensiero di Papa Francesco.

     

    Non si tratta di un mero, sterile, esercizio puramente teorico, bensì della sforzo di un confronto senza quartiere con la realtà in cui viviamo mai trascurando, evangelicamente, gli “ultimi” che sempre si ritrovano nelle tre coppie polari in cui il reale si manifesta: pienezza/limite, idea/realtà, globalizzazione/localizzazione in quanto espressioni particolari del generale problema della relazione tra unità e diversità. E questo problema, fondamentale da tutti i punti di vista (teologico, ecclesiologico, politico, economico, sociale ecc.), nonché le tre coppie in cui si manifesta deve essere pensato, calato nelle diverse realtà, secondo quattro principi fondanti: il tempo è superiore allo spazio, l’unità è superiore al conflitto, la realtà è superiore all’idea e il tutto è superiore alle parti laddove l’espressione “è superiore” non va intesa in senso costrittivo (o hegeliano) ma in direzione della “dottrina classica dell’unità dei trascendentali dell’Essere (bello-buono-vero) a stretto contatto con la riflessione teologica di Hans Urs von Balthasar” (pag.24).

     

    Qui ci sembra che la filosofia della polarità nel suo sforzo di mantenere insieme concetti o esperienze contraddittorie, nel costante assunto di non appiattirsi in una visione in cui una delle parti prenda il sopravvento fagocitando il tutto, questo grandioso tentativo di dare il giusto peso (che non è un “incontrarsi a metà strada”) a ogni particolare all’interno di un generale che lo conservi e valorizzi, essendo a sua volta conservato e valorizzato nel particolare, tutto ciò ci sembra possibile perché alla base del pensiero di Papa Francesco si situa il Mistero cristiano centrale: il Mistero dell’Incarnazione. Il realismo bergogliano ha presente che “Ireneo può arrischiare la frase che Agostino ha ripetuto: ogni eresia andrebbe ricondotta al comune denominatore, che la Parola non è diventata carne” (Balthasar a pag. 269). Arianesimo, monofisismo, pelagianesimo, gnosticismo (compreso il panlogismo hegeliano e la sua lettura di Fil. 2,6-8) ma anche “sbandate” ideologiche che possono lacerare il tessuto ecclesiale o che nel fuoco dell’impegno politico dimenticano il rapporto costante col “pueblo fiel” diventano prospettive in cui l’Incarnazione, la tensione polare tra uomo e Dio, viene persa in una estremizzazione che può assumere i contorni del fanatismo.

     

    Abbiamo sommariamente delineato alcuni aspetti dell’analisi di Borghesi, impoverendo inevitabilmente sia il contenuto del testo sia le tante interessantissime sfaccettature del pensiero dell’ex provinciale dei Gesuiti. Ci preme però sottolineare che la ricostruzione effettuata dall’autore è di grande interesse anche quando affronta l’influenza di autori sudamericani, come l’argentina Amalia Podetti o l’uruguayano Methol Ferrè, sul futuro Papa. Analisi, questa, doppiamente meritoria poiché da un lato ricostruisce il percorso intellettuale (e politico) di Bergoglio, dall’altro opera una lodevole opera di divulgazione di riflessioni troppo velocemente bollate, anche in Italia, come “periferiche”. Si segnala così di particolare rilevanza il confronto sempre vivo tra Bergoglio e la floridissima teologia sudamericana che, tenendo fermo all’opzione preferenziale per i poveri, ha attraversato con grandi figure, da Medellin in avanti, sia la teologia della liberazione (alla quale Bergoglio non può essere assimilato) sia la rinascita cattolica latinoamericana della fine del XX secolo.

     

    Vogliamo in chiusura richiamare un momento “concreto” del pensiero bergogliano in cui emerge con chiarezza l’afflato teologico e filosofico della sua attenzione al reale attraverso la dialettica polare. Il testo di Borghesi è molto ricco di esempi e se scegliamo il problema della globalizzazione non è certo per sottovalutare la valenza di altre questioni trattate nel libro, ma lo sviluppo economico successivo alla caduta del muro di Berlino assume tratti di peculiare rilevanza sia filosofica (la sconfitta del marxismo rappresenta la vittoria di un neopositivismo alla Comte) sia politico –sociale. Dobbiamo quindi partire dalla dialettica centro/periferia in cui la periferia, e gli uomini che la abitano, è sempre più marginalizzata, ridotta a “scarto”; alcuni paesi, ma anche ampi strati di popolazione nei paesi più ricchi, sono rigettati indietro nel momento della redistribuzione della ricchezza da politiche iperliberiste che, dissolvendo il tessuto sociale e i corpi intermedi che lo compongono, se talvolta sono in grado di aumentare gli indicatori economici, troppo spesso lo fanno a scapito di sempre più esseri umani (“scarti”) marginalizzati non solo nelle grandi “Villas” di Buenos Ajres ma anche nelle periferie urbane del mondo capitalisticamente più avanzato.

     

    Si crea così una nuova cultura in cui “gli esclusi non sono <sfruttati> ma rifiuti, <avanzi>” (Evangelii Gaudium § 53). Il marginalizzato, il particolare, perde la dignità umana in nome di un generale, l’economia di mercato abbandonata a sé stessa, che s’impone come unica prospettiva e unico metro di giudizio su ciò che è male e ciò che è bene. Così sempre più esseri umani scivolano, più o meno velocemente, nella povertà; la via d’uscita indicata nell’Evangelii Gaudium diventa la rivendicazione del “primato della politica, di una politica che torni a ragionare sul bene comune di un popolo, all’interno di un orizzonte non immanentista. La politica può oggi <trascendere> l’economia solo se si muove nella tensione polare tra immanenza e trascendenza” (p. 215). La politica riassume anch’essa dignità come spazio di conciliazione di tensioni contrastanti avendo ben presente che “il modello tecnocratico, che guida l’economia odierna, si coniuga, nell’era della globalizzazione, con la filosofia individualistica e relativistica” (p. 215).

     

    Papa Bergoglio usa una bella immagine per caratterizzare il rapporto centro/periferia: la globalizzazione non dev’essere come una sfera dove tutto sulla superficie è uguale, ma “come un poliedro: ogni sfaccettatura (l’idiosincrasia dei popoli) conserva la sua identità e particolarità però si uniscono in una tensione armoniosa alla ricerca del bene comune” (Bergoglio, pag. 199). Ovviamente per i cantori delle magnifiche sorti e progressive del neoliberismo queste affermazioni sono da rigettarsi. Borghesi, altro pregio del libro, discute vari giudizi negativi su Bergoglio. Tra questi, tralasciando gli italiani, ci piace riportare la citazione di Luttwak che dice in modo diretto ciò che altri forse pensano ma non osano affermare sostenendo che “Papa Bergoglio proviene dagli ambienti intellettualoidi di Buenos Aires. Quelli che a suo tempo sostenevano la teologia della liberazione di Padre Torres” ovvero “la guerriglia per rimediare alle ingiustizie sociali” (p. 212 nota 547).

     

    Davanti a queste semplici menzogne ancor più gigantesca si erge la profetica figura di chi, a partire dall’ignaziano “non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo, divinum est” dice: “finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali dell’iniquità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema. L’iniquità è la radice dei mali sociali…Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato (Evangelii Gaudium § 202,204).