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Articles by: Marina Melchionda

  • Dal Concilio Vaticano II a Ratzinger. Evoluzioni e devoluzioni dei rapporti ebraico-cristiani

    In occasione della Giornata della Memoria si terrà a New York una convention intitolata "Forced Conversion in Papal Rome".  In quanto Professore di Storia del Cristianesimo, le risulta vero che la Chiesa tentò un’opera di conversione nei confronti delle vittime ebree delle persecuzioni fasciste?
    Un tentativo pianificato di conversione degli ebrei perseguitati non ci fu: sappiamo invece che la lunga tradizione dei battesimi forzati e la disciplina del "favor fidei" avevano lasciato strascichi e mentalità che in qualche caso non si esaurirono neppure nella grande tragedia della Shoah. Tant’è che in qualche situazione sappiamo che ci furono bambini ebrei che vennero battezzati, spesso nella convinzione che erano rimasti orfani non solo dei famigliari ma anche della loro appartenenza profonda. Sappiamo anche che in altre situazioni – una è diventata famosa perché ne è stato protagonista don Wojtyla – preti e religiosi si adoperarono perché i bambini salvatisi in case religiose o cattoliche venissero riconsegnati alla comunità di cui erano a volte fra i pochi superstiti.

    Sappiamo anche che la situazione suscitò delle discussioni difficili: per la Francia, dove era nunzio una vecchia conosecenza della Jewish Agency di Istanbul come mons. Roncalli, il quale aveva assicurato il suo impegno per la restituzione dei bambini ebrei alle autorità ebraiche, il sant’Ufficio elaborò una istruzione che ribadiva i vecchi principi del regime di cristianità e del potere temporale a sfavore degli ebrei. E che dunque i bambini battezzati anche "invitis parentibus" dovevano essere cresciuti cristiani, come se Israele fosse una sorta di ghetto del mondo, dove gli ebrei battezzati non dovevano rientrare.
     

    In quella vicenda un abile gioco di ritardi e rinvii fra segreteria di Stato, nunziatura ed episcopato riuscì ad evitare che la questione diventasse un disastro internazionale. Ma è rivelatore del fatto che neppure l’azione di soccorso che ci fu e in vari casi fu coraggiosissima, riusciva a modificare una mentalità che giudicava il battesimo la miglior cosa che potesse capitare ad un ebreo.
     
    Verranno presto santificati due Papi, Giovanni Paolo II e Paolo XII, il primo generalmente amato, il secondo una figura controversa per la linea politica adottata durante l’epoca fascista. In una recente intervista apparsa su H2ONews a don Giancarlo Centioni, il sacerdote testimonia sulla rete clandestina creata da Pio XII per aiutare gli ebrei in fuga. Secondo don Centioni centinaia di questi ebrei erano a conoscenza che ad aiutarli era "Pio XII, attraverso noi sacerdoti, attraverso la 'Raphael's Verein', attraverso i Verbiti Società Tedesca a Roma". Una verità poco conosciuta. Servirà a destinare a questo Papa un altro posto nella storia?
    Per ora le beatificazioni non ci sono: si dice che ci sarà ad ottobre quella di Giovanni Paolo II, ma per Pio XII una data non c’è. Quel che il papa ha firmato a dicembre è un decreto sull’eroicità delle virtù di Pio XII che potrebbe anche essere tenuto così per un periodo più o meno lungo, a seconda delle valutazioni del papa e della Segreteria di Stato che valuta le contingenze anche politiche di atti che appartengono come tali al giudizio teologico "interno" al cattolicesimo.

    Ma in vista di quest’atto c’è stata una grande campagna di mobilitazione che ha teso a dire che la discussione su Pio XII era frutto di una congiura ordita dall’URSS, da Israele, dai cattolici polacchi irritati col papa che la mattina del 1 settembre 1939 non disse la parola Germania e che dopo Yalta lasciò la Polonia fidelis sotto il tallone russo. Alla metà degli anni Sessanta, quando il tema dei silenzi di Pio XII esplose nella opinione pubblica, Paolo VI che della politica di Pacelli era stato un collaboratore strettissimo, decise di pubblicare undici volumi di Atti della santa Sede nella seconda guerra mondiale: non c’era una tesi preconcetta, ma il tentativo di dire che la santa Sede sapeva poco, che temeva reazioni peggiori del bene procurato dalla denunzia, che attraverso la sua rete diplomatica aveva operato non certo in favore dei perpetratori delle Shoah che battono l’Europa dell’est e dell’ovest. Oggi la tendenza s’è rovesciata: è quella di dire che invece vanno fatte risalire all’ordine del papa tutte le azioni di soccorso messe in opera durante la guerra e specialmente a Roma. E che dunque Pio XII va beatificato proprio per questo.

    A mio parere c’è in molte di queste posizioni – a volte molto prudenti sul piano storiografico, altre volte sfacciatamente apologetiche – una debolezza fondamentale. La scelta di Pio XII del silenzio fu consapevole, ormai, dopo la pubblicazione dei diari Roncalli, lo sappiamo con certezza: quella scelta lo spinse a non dire mai la parola ebrei dal 1939 al 1945 e a non parlare mai della Shoah dal 1945 al 1958, quando invece il tema si affacciò nel dibattito pubblico e in quello storico e teologico.
     

    E’ evidente che ciò non dipendeva da una sua simpatia per il nazismo che non ci fu mai: discendeva da una convinzione sulla neutralità vaticana, sul pericolo bolscevico e si legava alla convinzione, espressa fino alla fine del 1943, che esistesse un antisemitismo cattivo (quello razziale biologico) e uno buono che doveva guardare in modo diverso agli ebrei battezzati (come tutti sanno p. Tacchi Venturi fu mandato dal Governo Italiano dopo la caduta del fascismo per domandare una abrogazione solo parziale delle leggi razziali); e faceva parte di questo intricato gomitolo di illusioni, mentalità e scelte anche il soccorso agli sventurati che bussavano alle porte delle case religiose. In questo papa Pacelli rappresentava pienamente le contraddizioni della chiesa.
     

    Sulla testimonianza di mons. Cintioni, cappellano della milizia fascista, vicino a mons. Hudal, in grado di andare a colloquio con Kappler (per lamentare la mancanza di frati che assolvessero le povere vittime delle fosse Ardeatine) io mi faccio due domande, che partono dal presupposto che ovviamente questo anzianissimo prelato dica la verità e che i suoi ricordi siano esatti: 1) se davvero questa azione di soccorso era importante e autorizzata da Pio XII in persona perché Paolo VI, che non poteva non esserne a conoscenza, non la face documentare in qualche modo già negli anni Sessanta? 2) se la rete di soccorso che salvò gli ebrei à la prova regina a favore di Pio XII in questo assurda idea che la storia debba "processare" un uomo mezzo secolo, come si deve giudicare la rete, spesso coincidente, dalla quale passarono i nazisti in fuga verso l’America latina e chi ne fu il responsabile ultimo?
     

    Su questo mi sembra ci sia parecchio da lavorare: e questo lavoro non si chiuderà il pomeriggio dopo l’apertura dell’Archivio Segreto Vaticano. Quello che emerge da ogni archivio, specie da uno come questo che contiene milioni e milioni di carte, è sempre un quadro complesso, una serie di significati ed episodi che richiederanno anni per essere inquadrati in modo appropriato. L’idea che un papa come Pio XII abbia bisogno di avvocati frettolosi che vorrebbero trasformare i dubbi in meriti e di accusatori frettolosi che trasformano i fatti in colpe dice che in fondo il problema non è lui: ma ciò che la Shoah ci ha insegnato sulla chiesa, sull’Europa, sull’uomo che vorremmo evadere trovando un paio di colpevoli (o un paio d’eroi) che scorcino le domande.


    Con la dichiarazione "Nostra Aetate" del Concilio Vaticano II vi è il primo sforzo della Chiesa Cattolica per l’apertura di un dialogo con le altre confessioni religiose. Molti rappresentanti della religione ebraica al tempo sostenevano che quello fosse un gesto arrivato troppo tardi, che la Chiesa era una delle principali responsabili del silenzio di fronte all’odio antisemita. Ma quali furono le conseguenze effettive del Concilio?
    La genesi di Nostra ætate al concilio è significativa: doveva essere un documento sull’ebraismo, quello che Giovanni XXIII aveva promesso a Jules Isaac. Affossato nella fase preparatoria da manovre oscure nel giugno 1962 fu ripresentato per volontà di papa Giovanni e poi "diluito" in un documento sulle religioni per evitare che i cattolici arabi lo vedessero come un riconoscimento dello Stato d’Israele che la chiesa di quel tempo non voleva fare. Anche per questo la diplomazia israeliana e Golda Meier in persona era scettiche sul fatto che quel documento potesse avere un effetto, se non quello di accreditare in Vaticano le dinamiche organizzazioni dell’ebraismo americano che una chiesa molto sprovveduta confondeva con Israele.

    E’ stato uno dei grandi meriti dell’ambasciatore Maurice Vischer e del suo numero due Nathan Ben Horin convincere Gerusalemme che senza quel passo e senza quella chiarificazione teologica la chiesa non sarebbe mai uscita dalle sua contraddizioni e incertezze. Ed avevano perfettamente ragione: perché la condanna dell’antisemitismo "quovis tempore et a quibusvis" e la definitva repulsione della catechesi sul deicidio segnò una svolta in cui la chiesa cattolica è stata corifeo e profeta in mezzo alle chiese sorelle. Non solo: ma a mio avviso proprio l’associazione fra giudaismo, col quel quale il cristianesimo ha un rapporto necessitato, e le altre religioni ha dato alla teologia delle religioni un paradigma nuovo e di grande importanza. L’antecedenza e la pura dipendenza della promessa ad Israele dal mistero di Dio ha infatti costituito Israele nel sacramento di tutte le alterità, come si è potuto vedere dopo. Se oggi la chiesa cattolica è in grado di percepire le manifestazioni di antisemitismo con una certa prontezza lo si deve alla svolta conciliare che, con buona pace di tutti i "relativisti del concilio", è una svolta netta come una conversione rispetto ad abitudini e mentalità che offendevano gli ebrei e la fede stessa.
     

    Durante il suo pontificato Giovanni Paolo II ha approfondito molto i rapporti e il dialogo con il popolo ebraico, attraverso iniziative altamente simboliche quali la visita al Muro del Pianto e alla Sinagoga di Roma. Quali ne sono stati i frutti più significativi?
    I frutti dei grandi gesti – costituiti quasi come una forma nuova di magistero – di Giovanni Paolo II stanno arrivando lentamente, com’è normale in un grande corpo come la chesa cattolica. A 24 anni dalla sua visita in Sinagoga, Benedetto XVI ha accettato di ripetere quell’incontro e questo doppio precedente, non interrotto, di fatto obbligherà d’ora in poi i papi a continuare questa tradizione che è un segno importante. Il fatto che proprio Ratzinger abbia fatto un gesto che irriterà quei gruppetti lefebvriani che per mesi hanno monopolizzato la sua attenzione e gli hanno creato molte noie, dice che il papa s’è reso conto che il precedente wojtyliano era fondamentale. Che abbia citato in sinagoga la formula del mea culpa del 2000 sull’antisemitismo è un altro frutto del dialogo aperto da Wojtyla nella consapevolezza che si trattava di sbloccare un cammino, non certo di rompere una semplice incrostazione di età intransigente.
     
     In effetti sembra che il papato di Benedetto XVI sembra maggiormente volto a un’apertura verso la chiesa ortodossa piuttosto che con il mondo ebraico. Stiamo facendo passi indietro?
    Naturalmente Benedetto XVI non è un antisemita come tanti lefebvriani e non ha nulla a che spartire con una certa cultura del disprezzo che riaffiora in certi settori anche cattolici della società: ha una volontà chiara e precisa i mantenere buoni i rapporti con l’ebraismo e anche con Israele. E le sue parole nelle sinagoghe di Colonia, New York e Roma lo dimostrano. Però il suo sistema teologico si fonda nella convinzione che l’ellenizzazione del cristianesimo costituisca "lo" snodo fondamentale della teologia e in questo egli sente una "indipendenza" della fede e della teologia cristiana rispetto al rapporto con l’ebraismo che sarebbe impossibile sottovalutare.
     
    La visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma ha suscitato reazioni contrastanti, con il presidente dell’assemblea rabbinica italiana, Giuseppe Laras, che non vi ha presenziato. Si aspettava questa reazione?
    A me sembra che la visita al Tempio maggiore di Roma abbia segnato un grande successo per il rabbino capo Di Segni. Nell’altra visita Wojtyla si trovava davanti quello che in Vaticano, scherzando ma non troppo, era chiamato il "papa degli ebrei", Toaff. Rav Di Segni appartiene a una generazione più giovane ed ha una autorità più "ordinaria", se posso dir così: e dunque era quello che si assumeva i maggiori rischi. Ha ottenuto molto da Benedetto XVI: lo ha messo in una condizione nella quale il papa ha rinunciato a menzionare Pio XII sulla cui figura erano stati compiuti passi che sembravano fatti non per valutare una normale causa, ma per chiudere una discussione nella quale si cercavano complotti; lo ha portato a fare affermazioni sull’alleanza che un teologo attento come Ratzinger sa che peseranno nel dialogo; e, davanti a un papa che ha rinunziato a ripetere le formule di Nostra aetate contro l’antisemitismo di tutti e di sempre, gli ha ricordato che... il concilio è un punto decisivo e non negoziabile per gli ebrei! Le riserve di chi come Laras ha detto con franchezza che la visita poteva diventare un enodorsment ad attitudini mentali e teologiche negativa nella chiesa mi sembra abbia comunque aiutato Di Segni e abbia giovato perché ha fatto capire che quella poteva finire non con un modesto successo, ma con un grande disastro. E questo ha responsabilizzato tutti.
     
    Come pensa sia cambiato o si sia evoluto il sentimento di anti-semitismo dell’Italia di oggi? Espressioni come "sporco ebreo", "tirchio come un ebreo", non sono scomparse. Volendo escludere un ritorno fascista, quale è il pericolo?

    Non sono scomparse quelle espressioni e in più la crisi medio-orientale ha fornito nuove legittimazioni alla creazione di stereotipi collettivi di odio o di risentimento o di disprezzo. Per converso l’ondata islamofobica creata dalle immigrazioni ha motivato un filo-israelianesimo di destra, tutto politico, che conforta quegli stereotipi. E infine nella chiesa l’identitarismo cattolico e nazionalcristiano agitato in alcuni settori considera l’ebraismo qualcosa che si può appiccicare al cristianesimo con un trattino. Il vero problema è la trasmissione da una generazione all’altra di conoscenze sulla profondità di atteggiamenti e mentalità che solo se vengono conosciute possono essere oggettivate e combattute.
     
    Che significato dovrebbe assumere oggi la Giornata della Memoria?
    La memoria è una materiale pericoloso: da un lato il calendario si sta riempiendo di obblighi di memoria, di "tu ricorderai" divisi in modo scandalosamente equanime fra vittime del nazifascismo e del comunismo, della mafia e della guerra, col rischio che la somma sia una memoria-zero in cui tutto si mescola. L’idea che la memoria commuova, e la commozione prevenga l’iterazione del male suppone un automatismo che non c’è: a me colpisce che nei viaggi della memoria, che sono utilissimi e necessari naturalmente, i giovani italiani non ebrei si identificano con le vittime (posizione emotivamente più comoda) e non con i carnefici o con gli indifferenti alla cui discendenza oggettivamente appartengono: non è significativo che la legge sulla memoria italiana non contenga la parola "fascismo"?. Anche la memoria dei giusti (anch’essa più che necessaria e santa) serve spesso come forma di assoluzione collettiva a basso prezzo. Ho fatto con Marquard un libriccino su questo: se la memoria non ha un fondamento di conoscenze storiche (peggio ancora se si immagina che la storia serva a ricordare o a giudicare e non a sapere) rischia di vanificarsi e di banalizzarsi.
    Non crede sarebbe opportune crearne un’unica riconosciuta in tutti i Paesi del mondo?
    Del mondo non so: però so che il fatto che il fatto che l’Europa abbia una misura unica per mille cose e non per questo è significativo di cosa sta accadendo nel passaggio delle generazioni. Scomparsi i testimoni che potevano emozionare con le loro vite, mancano le conoscenze: con alcuni colleghi abbiamo promosso un network europeo per studiare le carte di Pio XI, che il Vaticano ha aperto e che sono quelle nelle quali c’è scritta la genesi della Shoah e il genoma degli atteggiamenti ecclesiastici.
    Ci vorrebbero centinaia di giovani studiosi per fare ciò che alla fine alimenterà non il circuito della memoria, ma quello della conoscenza: ma le pare che oggi i governi siano in grado di capire questo e di investire su questo? Tutto sembra rendere di più e la musealizzazione della memoria, che è quanto mai necessaria, sarà sempre elettoralmente più redditizia della ricerca, temo.

  • Dal Concilio Vaticano II a Ratzinger. Evoluzioni e devoluzioni dei rapporti ebraico-cristiani

    In occasione della Giornata della Memoria si terrà a New York una convention intitolata "Forced Conversion in Papal Rome".  In quanto Professore di Storia del Cristianesimo, le risulta vero che la Chiesa tentò un’opera di conversione nei confronti delle vittime ebree delle persecuzioni fasciste?
    Un tentativo pianificato di conversione degli ebrei perseguitati non ci fu: sappiamo invece che la lunga tradizione dei battesimi forzati e la disciplina del "favor fidei" avevano lasciato strascichi e mentalità che in qualche caso non si esaurirono neppure nella grande tragedia della Shoah. Tant’è che in qualche situazione sappiamo che ci furono bambini ebrei che vennero battezzati, spesso nella convinzione che erano rimasti orfani non solo dei famigliari ma anche della loro appartenenza profonda. Sappiamo anche che in altre situazioni – una è diventata famosa perché ne è stato protagonista don Wojtyla – preti e religiosi si adoperarono perché i bambini salvatisi in case religiose o cattoliche venissero riconsegnati alla comunità di cui erano a volte fra i pochi superstiti.

    Sappiamo anche che la situazione suscitò delle discussioni difficili: per la Francia, dove era nunzio una vecchia conosecenza della Jewish Agency di Istanbul come mons. Roncalli, il quale aveva assicurato il suo impegno per la restituzione dei bambini ebrei alle autorità ebraiche, il sant’Ufficio elaborò una istruzione che ribadiva i vecchi principi del regime di cristianità e del potere temporale a sfavore degli ebrei. E che dunque i bambini battezzati anche "invitis parentibus" dovevano essere cresciuti cristiani, come se Israele fosse una sorta di ghetto del mondo, dove gli ebrei battezzati non dovevano rientrare.
     

    In quella vicenda un abile gioco di ritardi e rinvii fra segreteria di Stato, nunziatura ed episcopato riuscì ad evitare che la questione diventasse un disastro internazionale. Ma è rivelatore del fatto che neppure l’azione di soccorso che ci fu e in vari casi fu coraggiosissima, riusciva a modificare una mentalità che giudicava il battesimo la miglior cosa che potesse capitare ad un ebreo.
     
    Verranno presto santificati due Papi, Giovanni Paolo II e Paolo XII, il primo generalmente amato, il secondo una figura controversa per la linea politica adottata durante l’epoca fascista. In una recente intervista apparsa su H2ONews a don Giancarlo Centioni, il sacerdote testimonia sulla rete clandestina creata da Pio XII per aiutare gli ebrei in fuga. Secondo don Centioni centinaia di questi ebrei erano a conoscenza che ad aiutarli era "Pio XII, attraverso noi sacerdoti, attraverso la 'Raphael's Verein', attraverso i Verbiti Società Tedesca a Roma". Una verità poco conosciuta. Servirà a destinare a questo Papa un altro posto nella storia?
    Per ora le beatificazioni non ci sono: si dice che ci sarà ad ottobre quella di Giovanni Paolo II, ma per Pio XII una data non c’è. Quel che il papa ha firmato a dicembre è un decreto sull’eroicità delle virtù di Pio XII che potrebbe anche essere tenuto così per un periodo più o meno lungo, a seconda delle valutazioni del papa e della Segreteria di Stato che valuta le contingenze anche politiche di atti che appartengono come tali al giudizio teologico "interno" al cattolicesimo.

    Ma in vista di quest’atto c’è stata una grande campagna di mobilitazione che ha teso a dire che la discussione su Pio XII era frutto di una congiura ordita dall’URSS, da Israele, dai cattolici polacchi irritati col papa che la mattina del 1 settembre 1939 non disse la parola Germania e che dopo Yalta lasciò la Polonia fidelis sotto il tallone russo. Alla metà degli anni Sessanta, quando il tema dei silenzi di Pio XII esplose nella opinione pubblica, Paolo VI che della politica di Pacelli era stato un collaboratore strettissimo, decise di pubblicare undici volumi di Atti della santa Sede nella seconda guerra mondiale: non c’era una tesi preconcetta, ma il tentativo di dire che la santa Sede sapeva poco, che temeva reazioni peggiori del bene procurato dalla denunzia, che attraverso la sua rete diplomatica aveva operato non certo in favore dei perpetratori delle Shoah che battono l’Europa dell’est e dell’ovest. Oggi la tendenza s’è rovesciata: è quella di dire che invece vanno fatte risalire all’ordine del papa tutte le azioni di soccorso messe in opera durante la guerra e specialmente a Roma. E che dunque Pio XII va beatificato proprio per questo.

    A mio parere c’è in molte di queste posizioni – a volte molto prudenti sul piano storiografico, altre volte sfacciatamente apologetiche – una debolezza fondamentale. La scelta di Pio XII del silenzio fu consapevole, ormai, dopo la pubblicazione dei diari Roncalli, lo sappiamo con certezza: quella scelta lo spinse a non dire mai la parola ebrei dal 1939 al 1945 e a non parlare mai della Shoah dal 1945 al 1958, quando invece il tema si affacciò nel dibattito pubblico e in quello storico e teologico.
     

    E’ evidente che ciò non dipendeva da una sua simpatia per il nazismo che non ci fu mai: discendeva da una convinzione sulla neutralità vaticana, sul pericolo bolscevico e si legava alla convinzione, espressa fino alla fine del 1943, che esistesse un antisemitismo cattivo (quello razziale biologico) e uno buono che doveva guardare in modo diverso agli ebrei battezzati (come tutti sanno p. Tacchi Venturi fu mandato dal Governo Italiano dopo la caduta del fascismo per domandare una abrogazione solo parziale delle leggi razziali); e faceva parte di questo intricato gomitolo di illusioni, mentalità e scelte anche il soccorso agli sventurati che bussavano alle porte delle case religiose. In questo papa Pacelli rappresentava pienamente le contraddizioni della chiesa.
     

    Sulla testimonianza di mons. Cintioni, cappellano della milizia fascista, vicino a mons. Hudal, in grado di andare a colloquio con Kappler (per lamentare la mancanza di frati che assolvessero le povere vittime delle fosse Ardeatine) io mi faccio due domande, che partono dal presupposto che ovviamente questo anzianissimo prelato dica la verità e che i suoi ricordi siano esatti: 1) se davvero questa azione di soccorso era importante e autorizzata da Pio XII in persona perché Paolo VI, che non poteva non esserne a conoscenza, non la face documentare in qualche modo già negli anni Sessanta? 2) se la rete di soccorso che salvò gli ebrei à la prova regina a favore di Pio XII in questo assurda idea che la storia debba "processare" un uomo mezzo secolo, come si deve giudicare la rete, spesso coincidente, dalla quale passarono i nazisti in fuga verso l’America latina e chi ne fu il responsabile ultimo?
     

    Su questo mi sembra ci sia parecchio da lavorare: e questo lavoro non si chiuderà il pomeriggio dopo l’apertura dell’Archivio Segreto Vaticano. Quello che emerge da ogni archivio, specie da uno come questo che contiene milioni e milioni di carte, è sempre un quadro complesso, una serie di significati ed episodi che richiederanno anni per essere inquadrati in modo appropriato. L’idea che un papa come Pio XII abbia bisogno di avvocati frettolosi che vorrebbero trasformare i dubbi in meriti e di accusatori frettolosi che trasformano i fatti in colpe dice che in fondo il problema non è lui: ma ciò che la Shoah ci ha insegnato sulla chiesa, sull’Europa, sull’uomo che vorremmo evadere trovando un paio di colpevoli (o un paio d’eroi) che scorcino le domande.


    Con la dichiarazione "Nostra Aetate" del Concilio Vaticano II vi è il primo sforzo della Chiesa Cattolica per l’apertura di un dialogo con le altre confessioni religiose. Molti rappresentanti della religione ebraica al tempo sostenevano che quello fosse un gesto arrivato troppo tardi, che la Chiesa era una delle principali responsabili del silenzio di fronte all’odio antisemita. Ma quali furono le conseguenze effettive del Concilio?
    La genesi di Nostra ætate al concilio è significativa: doveva essere un documento sull’ebraismo, quello che Giovanni XXIII aveva promesso a Jules Isaac. Affossato nella fase preparatoria da manovre oscure nel giugno 1962 fu ripresentato per volontà di papa Giovanni e poi "diluito" in un documento sulle religioni per evitare che i cattolici arabi lo vedessero come un riconoscimento dello Stato d’Israele che la chiesa di quel tempo non voleva fare. Anche per questo la diplomazia israeliana e Golda Meier in persona era scettiche sul fatto che quel documento potesse avere un effetto, se non quello di accreditare in Vaticano le dinamiche organizzazioni dell’ebraismo americano che una chiesa molto sprovveduta confondeva con Israele.

    E’ stato uno dei grandi meriti dell’ambasciatore Maurice Vischer e del suo numero due Nathan Ben Horin convincere Gerusalemme che senza quel passo e senza quella chiarificazione teologica la chiesa non sarebbe mai uscita dalle sua contraddizioni e incertezze. Ed avevano perfettamente ragione: perché la condanna dell’antisemitismo "quovis tempore et a quibusvis" e la definitva repulsione della catechesi sul deicidio segnò una svolta in cui la chiesa cattolica è stata corifeo e profeta in mezzo alle chiese sorelle. Non solo: ma a mio avviso proprio l’associazione fra giudaismo, col quel quale il cristianesimo ha un rapporto necessitato, e le altre religioni ha dato alla teologia delle religioni un paradigma nuovo e di grande importanza. L’antecedenza e la pura dipendenza della promessa ad Israele dal mistero di Dio ha infatti costituito Israele nel sacramento di tutte le alterità, come si è potuto vedere dopo. Se oggi la chiesa cattolica è in grado di percepire le manifestazioni di antisemitismo con una certa prontezza lo si deve alla svolta conciliare che, con buona pace di tutti i "relativisti del concilio", è una svolta netta come una conversione rispetto ad abitudini e mentalità che offendevano gli ebrei e la fede stessa.
     

    Durante il suo pontificato Giovanni Paolo II ha approfondito molto i rapporti e il dialogo con il popolo ebraico, attraverso iniziative altamente simboliche quali la visita al Muro del Pianto e alla Sinagoga di Roma. Quali ne sono stati i frutti più significativi?
    I frutti dei grandi gesti – costituiti quasi come una forma nuova di magistero – di Giovanni Paolo II stanno arrivando lentamente, com’è normale in un grande corpo come la chesa cattolica. A 24 anni dalla sua visita in Sinagoga, Benedetto XVI ha accettato di ripetere quell’incontro e questo doppio precedente, non interrotto, di fatto obbligherà d’ora in poi i papi a continuare questa tradizione che è un segno importante. Il fatto che proprio Ratzinger abbia fatto un gesto che irriterà quei gruppetti lefebvriani che per mesi hanno monopolizzato la sua attenzione e gli hanno creato molte noie, dice che il papa s’è reso conto che il precedente wojtyliano era fondamentale. Che abbia citato in sinagoga la formula del mea culpa del 2000 sull’antisemitismo è un altro frutto del dialogo aperto da Wojtyla nella consapevolezza che si trattava di sbloccare un cammino, non certo di rompere una semplice incrostazione di età intransigente.
     
     In effetti sembra che il papato di Benedetto XVI sembra maggiormente volto a un’apertura verso la chiesa ortodossa piuttosto che con il mondo ebraico. Stiamo facendo passi indietro?
    Naturalmente Benedetto XVI non è un antisemita come tanti lefebvriani e non ha nulla a che spartire con una certa cultura del disprezzo che riaffiora in certi settori anche cattolici della società: ha una volontà chiara e precisa i mantenere buoni i rapporti con l’ebraismo e anche con Israele. E le sue parole nelle sinagoghe di Colonia, New York e Roma lo dimostrano. Però il suo sistema teologico si fonda nella convinzione che l’ellenizzazione del cristianesimo costituisca "lo" snodo fondamentale della teologia e in questo egli sente una "indipendenza" della fede e della teologia cristiana rispetto al rapporto con l’ebraismo che sarebbe impossibile sottovalutare.
     
    La visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma ha suscitato reazioni contrastanti, con il presidente dell’assemblea rabbinica italiana, Giuseppe Laras, che non vi ha presenziato. Si aspettava questa reazione?
    A me sembra che la visita al Tempio maggiore di Roma abbia segnato un grande successo per il rabbino capo Di Segni. Nell’altra visita Wojtyla si trovava davanti quello che in Vaticano, scherzando ma non troppo, era chiamato il "papa degli ebrei", Toaff. Rav Di Segni appartiene a una generazione più giovane ed ha una autorità più "ordinaria", se posso dir così: e dunque era quello che si assumeva i maggiori rischi. Ha ottenuto molto da Benedetto XVI: lo ha messo in una condizione nella quale il papa ha rinunciato a menzionare Pio XII sulla cui figura erano stati compiuti passi che sembravano fatti non per valutare una normale causa, ma per chiudere una discussione nella quale si cercavano complotti; lo ha portato a fare affermazioni sull’alleanza che un teologo attento come Ratzinger sa che peseranno nel dialogo; e, davanti a un papa che ha rinunziato a ripetere le formule di Nostra aetate contro l’antisemitismo di tutti e di sempre, gli ha ricordato che... il concilio è un punto decisivo e non negoziabile per gli ebrei! Le riserve di chi come Laras ha detto con franchezza che la visita poteva diventare un enodorsment ad attitudini mentali e teologiche negativa nella chiesa mi sembra abbia comunque aiutato Di Segni e abbia giovato perché ha fatto capire che quella poteva finire non con un modesto successo, ma con un grande disastro. E questo ha responsabilizzato tutti.
     
    Come pensa sia cambiato o si sia evoluto il sentimento di anti-semitismo dell’Italia di oggi? Espressioni come "sporco ebreo", "tirchio come un ebreo", non sono scomparse. Volendo escludere un ritorno fascista, quale è il pericolo?

    Non sono scomparse quelle espressioni e in più la crisi medio-orientale ha fornito nuove legittimazioni alla creazione di stereotipi collettivi di odio o di risentimento o di disprezzo. Per converso l’ondata islamofobica creata dalle immigrazioni ha motivato un filo-israelianesimo di destra, tutto politico, che conforta quegli stereotipi. E infine nella chiesa l’identitarismo cattolico e nazionalcristiano agitato in alcuni settori considera l’ebraismo qualcosa che si può appiccicare al cristianesimo con un trattino. Il vero problema è la trasmissione da una generazione all’altra di conoscenze sulla profondità di atteggiamenti e mentalità che solo se vengono conosciute possono essere oggettivate e combattute.
     
    Che significato dovrebbe assumere oggi la Giornata della Memoria?
    La memoria è una materiale pericoloso: da un lato il calendario si sta riempiendo di obblighi di memoria, di "tu ricorderai" divisi in modo scandalosamente equanime fra vittime del nazifascismo e del comunismo, della mafia e della guerra, col rischio che la somma sia una memoria-zero in cui tutto si mescola. L’idea che la memoria commuova, e la commozione prevenga l’iterazione del male suppone un automatismo che non c’è: a me colpisce che nei viaggi della memoria, che sono utilissimi e necessari naturalmente, i giovani italiani non ebrei si identificano con le vittime (posizione emotivamente più comoda) e non con i carnefici o con gli indifferenti alla cui discendenza oggettivamente appartengono: non è significativo che la legge sulla memoria italiana non contenga la parola "fascismo"?. Anche la memoria dei giusti (anch’essa più che necessaria e santa) serve spesso come forma di assoluzione collettiva a basso prezzo. Ho fatto con Marquard un libriccino su questo: se la memoria non ha un fondamento di conoscenze storiche (peggio ancora se si immagina che la storia serva a ricordare o a giudicare e non a sapere) rischia di vanificarsi e di banalizzarsi.
    Non crede sarebbe opportune crearne un’unica riconosciuta in tutti i Paesi del mondo?
    Del mondo non so: però so che il fatto che il fatto che l’Europa abbia una misura unica per mille cose e non per questo è significativo di cosa sta accadendo nel passaggio delle generazioni. Scomparsi i testimoni che potevano emozionare con le loro vite, mancano le conoscenze: con alcuni colleghi abbiamo promosso un network europeo per studiare le carte di Pio XI, che il Vaticano ha aperto e che sono quelle nelle quali c’è scritta la genesi della Shoah e il genoma degli atteggiamenti ecclesiastici.
    Ci vorrebbero centinaia di giovani studiosi per fare ciò che alla fine alimenterà non il circuito della memoria, ma quello della conoscenza: ma le pare che oggi i governi siano in grado di capire questo e di investire su questo? Tutto sembra rendere di più e la musealizzazione della memoria, che è quanto mai necessaria, sarà sempre elettoralmente più redditizia della ricerca, temo.

  • Art & Culture

    50 Italians. Should it be Screened in Schools?

    On the occasion of Remembrance Day 2010, and as part of Rai Fiction Week 2010, on January 20 the Calandra Italian American Institute hosted a double screening at the CUNY Graduate Center, "50 Italians" and "Memories of Anna Frank".

    The documentary "50 Italians" focuses on the gestures of 50 Italian men, Fascist diplomats and generals, who found a way to help  50.000 Jews escape from persecution and death in the concentration camps, or offered them help of different sort

    The work, directed by Flaminia Lubin  and produced by Francesco Pamphili , was presented by Paolo Galimberti, President of RAI. " This movie is  part of a strong effort to educate new generations on the crimes perpetuated by the Fascist regime. In Italy Remembrance Day is an important date to commemorate, and is strongly felt among all of our citizens. We believe that it is important to hand down the memory of what happened in our country just 60 years ago to our children, grandchildren, and all of those who will come in the future. That is why I am particularly glad to see the students of the Scuola d'Italia Guglielmo Marconi, college undergraduates, and so many young people in the audience. Many of their friends will see this movie, since we are planning to screen them in several schools of Italy".

    The Director of the Primo Levi Center Natalia Indrimi who was watching the movie with us on that morning, didn't find in it what she expected. Talking with her, we understood that actually some aspects and parts of "50 Italians" could be pretty controversial. We tought it was important  to share with our readers her opinions and comments.

    " '50 Italians' narrates a very partial story, seen from a very partial viewpoint. It seems to me that the work of the historian is to document and articulate the complexities and contradictions of the past. What I have watched today does the opposite: replaces documents with memories and simplifies the context to present a packaged message: that Italians were good because of some essential quality.

    "Would you then minimize the importance of the rescuers?

    "Of course we must recognize acts of courage, humanity and solidarity. But implying the existence of a national character follows the same irrational principle that animates prejudice. Why then shouldn't 7,000 Polish rescuers and the now increasing number of German rescuers that are being documented make good nations? Or a Jew who saved himself by reporting another make a bad nation? The generalizations of national rhetoric must be regarded as such, not used as historical realities. If this history teaches us anything it is that pushing the rhetoric to an extreme can produce dangerous propaganda."

    Wouldn't it make things easier to understand, help more people learn about this history?

    "A film that offers comforting answers and does not raise many questions, is not ideal in an educational setting. Someone with no other information may come out of the screening thinking that Mussolini was moved by Christian values and that the Italian army had a code of honor that made it by default save women and children. It is difficult to relate these statements to the way in which Italian Jews were outcast and eventually sent to their death, or to the massacres perpetrated in the colonies and territories, including Croatia."

    The film,however, does not embrace the after-armistice period...

    "Would you say that the responsibilities for the atrocities that happened after the armistice are of the Allies?

    Or that perhaps we cannot continue to consider the Fascist dictatorship a laughable joke that turned sour in 1938 or '43?"

    What do you think was missing to make these personal memories viable documents? 

    "The context. In the introductory scene a teen-age boy, I believe the son of the director, says that there is a controversy about the rescuers and that some people believe they acted for reasons other than goodness. He continues: "But I don't believe so". And goodness triumphs. Which controversies is he talking about? And with which authority does he answer?

    Controversies may exist on individual stories, but there is an overall historical picture that, especially today, when we know a lot more than we knew 20 or 30 years ago, cannot be completely avoided.

    How can we discuss the actions of the Italian Army on the Croatian front in 1942 without at least a few references to the broader picture and without even mentioning their full extent, including the fact that Jews and Yugoslavians were treated in very different ways? It would have for instance been useful to ask an historian to map out some basic events like the entry of the US in the war at the end of '41, the first defeats of the Nazis in the Soviet Union in '42, and the internal schisms of the Italian army and the Fascist élite in preparation of the deposition of Mussolini. Between the end of 1942 and the beginning of 1943 even Germany began to destroy the evidence of the massacres of the Jews in Eastern Europe.

    It seems to me that it is legitimate to ask whether the atmosphere of preparation for an aftermath that might not have been 1000 years of Reich affected the actions of certain factions of the Italian army. "

    What should be the role of single testimonies in the preservation of the memory of the Shoah?

    "Witnesses are not  historians per se. They had an experience that touched their lives in unimaginable ways and that's what they remember. The accounts of camp survivors are checked thousands of times against one another and then against the records before they can be considered valid historical reconstruction. The refugees' perception that the Italian army saved them is indeed correct. And the feeling they express for the soldier who brings them a piece of bread or a cup of milk can also be taken at face value. However their feelings cannot replace factual information on the people who helped the Jews and the context in which they acted. "

    The doc also featured an interview with historians from NYU and Yad Vashem. Was there a balance between the “historical truth” and the “truth of memory?”

    "I found it interesting that not one of the two or three historians who are the experts in the history of the Fascist camps, especially the Croatian camps, were included in the film. Marcello Pezzetti, director of the Museum of the Shoah in Rome briefly addresses the larger reality of Fascist anti-Semitism, but his comments are unrelated to the core topic of the film. The statements of Yael Orvieto of Yad Vashem and Ruth Ben Ghiat of NYU are cut so short that they come across as very generic, whereas rather repetitive testimonies on the goodness of Italians receive a great deal of space. This is a filmic choice."

    The doc starts with a conversation between two Jewish kids. One of them is about to enroll in the Israeli army, and states that soldiers there serve their country in the name of the memory of the Holocaust. What kind of message is sent out?

    "The representation of the Holocaust as raison d'etre of the State of Israel and foundation of its national identity is another generalization. As  such, it is used by the leaders of the country as well as by its most virulent attackers. I don't understand how it relates to an historical documentary on the Italian diplomats who rescued Jews."

    Is it proper to propose this kind of work on such an occasion like Remembrance Day?

    "I don't think there is a rule, and certainly not a limit, on what's appropriate and what's not. This documentary offers an opportunity to address a certain rhetoric that is very common and thus an important opportunity for debate."

  • Art & Culture

    50 Italians. Should it be Screened in Schools?

    On the occasion of Remembrance Day 2010, and as part of Rai Fiction Week 2010, on January 20 the Calandra Italian American Institute hosted a double screening at the CUNY Graduate Center, "50 Italians" and "Memories of Anna Frank".

    The documentary "50 Italians" focuses on the gestures of 50 Italian men, Fascist diplomats and generals, who found a way to help  50.000 Jews escape from persecution and death in the concentration camps, or offered them help of different sort

    The work, directed by Flaminia Lubin  and produced by Francesco Pamphili , was presented by Paolo Galimberti, President of RAI. " This movie is  part of a strong effort to educate new generations on the crimes perpetuated by the Fascist regime. In Italy Remembrance Day is an important date to commemorate, and is strongly felt among all of our citizens. We believe that it is important to hand down the memory of what happened in our country just 60 years ago to our children, grandchildren, and all of those who will come in the future. That is why I am particularly glad to see the students of the Scuola d'Italia Guglielmo Marconi, college undergraduates, and so many young people in the audience. Many of their friends will see this movie, since we are planning to screen them in several schools of Italy".

    The Director of the Primo Levi Center Natalia Indrimi who was watching the movie with us on that morning, didn't find in it what she expected. Talking with her, we understood that actually some aspects and parts of "50 Italians" could be pretty controversial. We tought it was important  to share with our readers her opinions and comments.

    " '50 Italians' narrates a very partial story, seen from a very partial viewpoint. It seems to me that the work of the historian is to document and articulate the complexities and contradictions of the past. What I have watched today does the opposite: replaces documents with memories and simplifies the context to present a packaged message: that Italians were good because of some essential quality.

    "Would you then minimize the importance of the rescuers?

    "Of course we must recognize acts of courage, humanity and solidarity. But implying the existence of a national character follows the same irrational principle that animates prejudice. Why then shouldn't 7,000 Polish rescuers and the now increasing number of German rescuers that are being documented make good nations? Or a Jew who saved himself by reporting another make a bad nation? The generalizations of national rhetoric must be regarded as such, not used as historical realities. If this history teaches us anything it is that pushing the rhetoric to an extreme can produce dangerous propaganda."

    Wouldn't it make things easier to understand, help more people learn about this history?

    "A film that offers comforting answers and does not raise many questions, is not ideal in an educational setting. Someone with no other information may come out of the screening thinking that Mussolini was moved by Christian values and that the Italian army had a code of honor that made it by default save women and children. It is difficult to relate these statements to the way in which Italian Jews were outcast and eventually sent to their death, or to the massacres perpetrated in the colonies and territories, including Croatia."

    The film,however, does not embrace the after-armistice period...

    "Would you say that the responsibilities for the atrocities that happened after the armistice are of the Allies?

    Or that perhaps we cannot continue to consider the Fascist dictatorship a laughable joke that turned sour in 1938 or '43?"

    What do you think was missing to make these personal memories viable documents? 

    "The context. In the introductory scene a teen-age boy, I believe the son of the director, says that there is a controversy about the rescuers and that some people believe they acted for reasons other than goodness. He continues: "But I don't believe so". And goodness triumphs. Which controversies is he talking about? And with which authority does he answer?

    Controversies may exist on individual stories, but there is an overall historical picture that, especially today, when we know a lot more than we knew 20 or 30 years ago, cannot be completely avoided.

    How can we discuss the actions of the Italian Army on the Croatian front in 1942 without at least a few references to the broader picture and without even mentioning their full extent, including the fact that Jews and Yugoslavians were treated in very different ways? It would have for instance been useful to ask an historian to map out some basic events like the entry of the US in the war at the end of '41, the first defeats of the Nazis in the Soviet Union in '42, and the internal schisms of the Italian army and the Fascist élite in preparation of the deposition of Mussolini. Between the end of 1942 and the beginning of 1943 even Germany began to destroy the evidence of the massacres of the Jews in Eastern Europe.

    It seems to me that it is legitimate to ask whether the atmosphere of preparation for an aftermath that might not have been 1000 years of Reich affected the actions of certain factions of the Italian army. "

    What should be the role of single testimonies in the preservation of the memory of the Shoah?

    "Witnesses are not  historians per se. They had an experience that touched their lives in unimaginable ways and that's what they remember. The accounts of camp survivors are checked thousands of times against one another and then against the records before they can be considered valid historical reconstruction. The refugees' perception that the Italian army saved them is indeed correct. And the feeling they express for the soldier who brings them a piece of bread or a cup of milk can also be taken at face value. However their feelings cannot replace factual information on the people who helped the Jews and the context in which they acted. "

    The doc also featured an interview with historians from NYU and Yad Vashem. Was there a balance between the “historical truth” and the “truth of memory?”

    "I found it interesting that not one of the two or three historians who are the experts in the history of the Fascist camps, especially the Croatian camps, were included in the film. Marcello Pezzetti, director of the Museum of the Shoah in Rome briefly addresses the larger reality of Fascist anti-Semitism, but his comments are unrelated to the core topic of the film. The statements of Yael Orvieto of Yad Vashem and Ruth Ben Ghiat of NYU are cut so short that they come across as very generic, whereas rather repetitive testimonies on the goodness of Italians receive a great deal of space. This is a filmic choice."

    The doc starts with a conversation between two Jewish kids. One of them is about to enroll in the Israeli army, and states that soldiers there serve their country in the name of the memory of the Holocaust. What kind of message is sent out?

    "The representation of the Holocaust as raison d'etre of the State of Israel and foundation of its national identity is another generalization. As  such, it is used by the leaders of the country as well as by its most virulent attackers. I don't understand how it relates to an historical documentary on the Italian diplomats who rescued Jews."

    Is it proper to propose this kind of work on such an occasion like Remembrance Day?

    "I don't think there is a rule, and certainly not a limit, on what's appropriate and what's not. This documentary offers an opportunity to address a certain rhetoric that is very common and thus an important opportunity for debate."

  • Dining in & out: Articles & Reviews

    Ode to Italian Cuisine

    For many of us Italian-Americans cuisine is poetry. It satisfies all five senses. What is better than the view of a set table, the taste of a cannolo, the touch of  fresh, soft basil leaves, the smell of a dish of fettuccine with Bolognese sauce, the noise of pots and pans and all kinds of kitchen tools when we prepare our favorite recipes? They make you close your eyes, breath deep... and feel good.
     

    I never thought that the love for food could be expressed with words, at least not through-and-through. I kind of changed my idea when I first red “Ode to the artichoke” by Pablo Neruda.
     

    The artichoke  With a tender heart

    Dressed up like a warrior, 

    Standing at attention, it built

    A small helmet  Under its scales 

    It remained  Unshakeable, 

    By its side

    The crazy vegetables 

    Uncurled  Their tendrils

    and leaf-crowns,

    Throbbing bulbs, 

    In the sub-soil  

    For many years I never came along anything like this anymore. I thought it was the only case of an ode to food put in rhyme. That was until I read “The poet’s cookbook” by “chefs” Grace Cavalieri and Sabine Pascarelli: a comprehensive collection of Tuscan recipes accompanied by 28 poems composed by Italian and American writers and dedicated to the pleasures of cooking and the Italian passion for culinary traditions.

    Published by the Italian-American publishing house Bordighera Press, the book is divided into seven chapters, according to the different courses: “Appetizers-Antipasti”, “Soups-Minestre”, “First Courses – Primi Piatti”, “Second Courses – Secondi Piatti”, “Vegetables – Verdure”, “Salads – Insalate”, “Desserts – Dolci”, each one of which features a number of poems on the theme.

    The first thing that I appreciated about the book was the total respect the authors showed towards authentic Italian cuisine.  I recognize all of them for being “original Italian – and Tuscan – traditional recipes”.  Reading the ingredients and the preparation instructions of some of them just made my mouth water. I also found some of my favorites, including “Porcini in umido con polenta” (Sauted porcini with Polenta), “Ribollita” (a soup made with different kinds of vegetables, beans and old bread), “Brasato al Barolo” (Meat cooked in a Barolo wine sauce), and “Cantucci” (hard almond and nut cookies typical of the area of Siena, near Florence).

    The poems that accompany these delicious recipes are exquisite as well! Some of them are dedicated to a single food, such as “Pear” by Linda Pastan:

    (…) Why else the fruit itself

    tawny and sweet

    which your lover

    over breakfast lets go your pear-

    shaped breast

    to reach for?”

    Others perfectly describe the atmosphere, joy, and pleasure of being together felt in an all Italian or an Italian-American household when the whole family is sitting around the table. In “Sunday”, as an example, Anne Caston says:

    “Here is a genial congregation,

    well fed and rosy with health and appetite,

    robust children in tow. They have come

    and all the generations of them to be fed,

    their old ones too who are eligible now

    for a small discount, having lived to a ripe age.

    Over the heaped and steaming plates, one by one,

    heads bow, eye close: the blessings are said”. 
     

    “There are many standard national cookbooks in English and Italian. However, we wanted to share recipes that were once purely Italian and are now also becoming  American. Because we came to our friendship through poetry and cooking, we offer some of each in this book. Cooking speaks of community, in Italy and in America; and the breaking of bread in any language, in every country, speaks of a fellowship with others. In this spirit, although the recipes are our own, we asked that the poems included be from our friends, other poets”, said Mrs. Cavalieri and Mrs. Pascarelli explaining the  reasons that brought them to the writing of this book.

    Poets Grace Cavalieri and Sabine Pascarelli translated all the poems they  collected. Mrs. Cavalieri has written several books of poetry herself and 21 produced plays. She founded “The Poet and the Poem” aired on public radio and now celebrating its 33rd anniversary. She also produces the series “From the library of Congress”.

    Mrs. Pascarelli’s family, on the other hand, is settled in Tuscany. She is a visual artist, a poet, and a translator of English, German, and Italian. Among the works she translated, “Alchengy of Grief”, which won the Bordighera Poetry Prize in 2006.

  • Art & Culture

    A Nostalgic Look at Sergio Leone

    I can’t think of anybody, of whichever generation, who has never heard about Sergio Leone. All of us, young people, adults, and senior citizens have seen at least once in our lives one of his best remembered movies, such as A Fistful of Dollars; For a Few Dollars More; The Good, the Bad and the Ugly; Once Upon a Time in the West; and Once Upon a Time in America. All of us know that his favorite scriptwriter was Sergio Donati, that most of his soundtracks were written by Ennio Morricone, that Hollywood stars such as Clint Eastwood found their fortune debuting with him.
     

    We all know that he is the Italian director who changed American Westerns.
     

    As popular as Leone was and is, however, his country has never given him the attention he deserved as the inventor of the cinematographic genre of the “Spaghetti Western”. Very few are the Italian academic publications dedicated to his works and person, while in America his talent has been much more widely recognized. We don’t know why this is so, but we are glad to notice that something is finally moving in the right direction.

      We recently met a talented, young and freshly graduated Italian student and journalist that has dedicated his last years of research and his final dissertation, recently published in book form, to director Leone.
     

    We met Roberto Donati on the occasion of the presentation of his work “Sergio Leone: l’America, la nostalgia, il mito” at the Italian Cultural Institute of New York on December 15. Together with Antonio Monda, Professor at New York University 's Tisch School of the Arts, he talked about the fundamental contents and aim of his research before an intimate public of experts and people passionate about cinema and its history. New York is only the first stop of his long American tour that will bring him to Philadelphia and finally to San Francisco in January 2010.
     

    Making an appointment with him during his stay in New York, we meant to talk with him about the origins of his passion for Leone who, although being often referred to as a “Legendary director”, does not certainly belong to his generation and we ended up discovering many interesting anecdotes related to the book, and finally understanding why Roberto decided to focus his research on only three movies, that he classifies as “La Trilogia del Tempo” (The Trilogy of Time): Once Upon a Time in the West (1968), Giù la testa (1971), and  Once Upon a Time in America (1984).
     

    We certainly found his book  to be an original work, a significant contribution to the Italian research on the director, but also a comprehensive collection of interviews, testimonials, and contributions by some of his closest friends and colleagues such as Claudia Cardinale, Ennio Morricone, and Sergio Donati, and by researchers and cinema experts, among whom Professor Antonio Monda himself. It offers new, interesting research keys, that will hopefully be available soon in English, since Roberto is currently considering translating it for the non-Italian readers and, in particular, the  American public.

    When did you first come up with the idea of writing this book?

    When I graduated I realized that my final dissertation, if opportunely modified, could become a book. It was released in its version by the publishing house Falso Piano in 2005. This year, on the occasion of the 20th anniversary of the death of Sergio Leone, I decided to propose a new version of it, featuring a new chapter dedicated to Leone’s biography and an entire section that collects memories and contributions from his friends and colleagues, or from people that have researched him before I did.
     

    How come you decided to focus your work on only three of his movies, Once Upon a Time in the West, Giù la testa, and  Once Upon a Time in America?

    Because those are the only three in which the theme of nostalgia is particularly  strong. That’s the aspect I wanted to do the most research on: nostalgia has always characterized my personal life, thus I wanted to understand how Sergio Leone managed to translate it in movie form. 

     


    When did you fall in love with Sergio Leone?

    Well, first of all I must say that he is not my favorite director. My parents, however, loved him, and thus his movies are some of the first I saw in my life. They would not allow me to watch violent movies, but his were always uncensored! Thus it might be right to say that having memories related to him dating way back to my early childhood, he certainly influenced my

    approach to Cinema.
     

    What is, instead, his major contribution to the transformation of the American Western?
    Classical American western pictures are completely different from Leone’s. The first, as an example, focus more on the landscape, the surrounding environment, than on the character himself. Leone, instead, has introduced a new kind of shooting, the one that privileges the close up, focuses on the eyes, puts in relief even the smallest facial features of the actors.

    His characters do not look like they are just coming out of a beauty spa. They have wrinkles, mud on their boots, dust on their clothes. They are cynical, disenchanted, there is not a neat contraposition between the “bad” and the “good”. For these characteristics they almost seem Roman, just as Sergio was. It is also said that he imagined his movies in Roman dialect, and asked his scriptwriters to do the same!

    These are some of the major novelties he introduced, and that definitely changed the way Western movies were shot from his time on.  
     

    Quentin Tarantino has often claimed that he considers Leone one of his masters, to the point that when he first started directing and didn’t know many technical terms, asked for a close up by saying “give me a Leone”. Do you look at him as one of Sergio Leone’s heirs?

    It is easier to find his heirs in the Oriental cinema than in ours. John Who and Miike Takashi as an example, could be two. It’s true that Quentin Tarantino is considered one of his disciples, but I feel that he gets inspiration from Leone just as he does from Dario Argento and others. Maybe Kill Bill I can be the only “Leonian” film he did, but the others are truly a mélange of different schools. 
     

    Are you planning to write more books about Leone, maybe focusing on other movies than these three?

    No, since that would mean losing that specific cut I was able to give my research by focusing on the theme of nostalgia. There are dozens of books both in Italy and abroad that extensively talk about his biography and production, I’d rather divert my studies to a new subject.
     

    To what kind of reader are you addressing your book?

    I think that only somebody that is quite passionate about cinema can fully understand what I wrote and meant to say. Although I write in a very linear and almost “colloquial” style, in fact, I often used a specialized lexical register, my real aim being to study his movies more from a technical than a critical point of view.

     
     

  • Events: Reports

    Griminelli and Zingaretti "Encounter" Scuola d'Italia Guglielmo Marconi

    Two great Italian interpreters - Luca Zingaretti and Andrea Griminelli ; two fields of art - theatre and music. The second appointment of the series Incontri organized by the Scuola d’Italia Guglielmo Marconi. One aim: to collect funds to finance the social and cultural activities organized by the only bi-lingual Italian-American Institute of North America.

    “We have organized this series of ‘encounters’ with the aim of promoting the best of Italian culture in New York and informing our co-citizens about the kind of education we provide to our students. As you know, last May we inaugurated the cycle with a theatre representation by Monica Guerritore. This time we decided to offer a double performance with two completely different artists and since one of them is a musician, American people could also “partecipate” in the event, pointed out the Dean of the Institute Professor Anna Fiore.

    On December 11 the theatre of the Industria Superstudio, located right in the heart of the Meatpacking District, in downtown Manhattan, was packed with students accompanied by their parents and relatives. But not only - many other people, both Italian and American,  filled the rows of the auditorium fascinated by the program which was offered that evening. All were willing to personally contribute to the initiative.

    Flautist Andrea Griminelli was the first to walk onto the stage. The concert he offered his audience lasted more than an hour and featured pieces by Verdi, Nino 
    Rota, Morricone, and Rossini. His generosity in satisfying the public’s requests was only comparable to the elegance with which he played his harmonious instrument. The continuous standing ovations of the public were nearly uncountable. The flautist that performed in the greatest theatres of the world, including La Scala of Milan and the Carnegie Hall of New York, did not save himself from playing with no interruption at all, and thrilled an enthusiast public to the very end.

     With his performance, theatre, cinema and TV actor Luca Zingaretti confirmed his deep love for the region of Sicily, the territory in which the series “Il Commissario Montalbano”, the work that gave him much of his popularity, is set. This time the artist performed a monologue entitled “Lighea”, written by the the Sicilian writer G. Tomasi di Lampedusa, very well known for his novel “Il Gattopardo” (the Tiger-cat). He literally held the stage and acted not only with dedication, but with visible passion.
     

    There could be nothing better than a tale inspired by classical mythology such as Lighea to make the students feel personally and culturally involved with an initiative like “Incontri”. The school, in fact, requires them to study the history of  mythology as part of their educational curriculum, and this was certainly a precious opportunity for them to broaden their knowledge on the subject. As Dean Fiore explained to us, Mr. Zingaretti was nice enough to accept to have a meeting with the students the day before the performance, and to debate with them about Sicilian and Italian contemporary fiction and mythological literature, focusing in particular on the Lighea tale.
     

    The students of the Scuola were actually the real protagonists of the event. Two  of them presented the two artists, while all the others stood out in the first rows of the theatre, excited and elegantly dressed for the important night awaiting them. It was an important growth occasion  for these young adults, both from a cultural and a personal point of view. They got fully involved with the event, and actively participated with their parents in the silent auction that took place between the two performances. They helped their parents, relatives, and the rest of the people participating to choose the item to bid for. They could choose among a wide variety of prices, that went from elegant gift baskets filled with Italian products to precious necklaces and arts & crafts works made by the kids of the Institute’s elementary school. They could become perfect Christmas presents, or little gifts for the loved ones or decorations for the house, but certainly the sale of each one of them would contribute to the cause pursued by the School, and help finance its cultural program.
     

    While tasting both light and full-bodied Italian wines and Italian gourmet delicacies offered by the Scuola, we had the opportunity to exchange a few words with Dean Fiore who, visibly satisfied with the outcome of the evening, show  her appreciation to all of those who participated in its organization. “I am talking in particular about Alessandra and Fabrizio Ferri, both very well connected to the Italian cultural world. They were the first who proposed to involve Griminelli and Zingaretti in this initiative, and mostly thanks to them they immediately accepted”.
     

    It was the success of the evening that encouraged Dean Fiore to carry on the project of 'Incontri': “The third appointment of the series will most probably take place next Spring, and will involve two artists once again. This time, however, I would like one to be Italian and the other American, to further underline the perfect equivalence of the two cultures in our scholastic program. Of course the aim will not change: as a private institution we need to collect funds to sustain our activities. The help and support of the students’ parents is particularly appreciated and shows us that by offering culture at its highest levels we can go on looking at a bright future for both the Scuola and our students, the professionals of the future  ”.

  • Art & Culture

    Premio Napoli Prize. A Neapolitan Tribute to John Ashbery in NYC

    Fin dal libro di esordio: Some trees, pubblicato nel 1956 con la prefazione di Auden, l’opera di John Ashbery è stata caratterizzata da due elementi apparentemente contraddittori: rinnovamento e durata, sperimentalismo e durata. Con “Un mondo che non può essere migliore”, la giuria premia il maestro della vastità e del dettaglio, del mondo come meditazione e come sguardo. Critico d’arte, raffinato musicologo, Ashbery crea poesie-quadri e poesie –partiture. Il suono abita lo spazio della pagina e ritma con la luce, i pensieri appaiono in folate, fragili come nebbie ma trattenute dalla struttura, nell’architettura dei versi. 
     

    ("From his very first book, 'Some Trees', published in 1956 with a preface by Auden, John Ashbery's works have always been characterized by two apparently contradictory elements: renewal and stillness, experimentation and stillness. The jury presents this award to the master of vastness and detail, that looks at the world as a place for meditation, for his book "Un mondo che non puo' essere migliore" (A world that could not be better). Art critic and refined music expert, Ashbery creates poem-pictures and poem-scores. Music penetrates the page and follows the rhythm of music, thoughts appear in blasts, fragile as the mist, but supported by the structure and architecture of the verses).
     
     

    This was the motivation the jury of the Fondazione Premio Napoli gave when assigning the “Premio Napoli” 2009 Prize for World Literature to John Ashbery.

    The poet was given the award on December 10 at the Italian Academy at Columbia University.  At first considered almost an obscure avant-garde experimentalist, Ashbery became by the 1970s one of America's most important (though still one of its most controversial) poets. His long list of awards began with the Yale Younger Poets Prize in 1956, but it was in 1975 that he won all three major American poetry prizes (the Pulitzer Prize, the National Book Award, and the National Book Critics Circle Award) for his Self-Portrait in a Convex Mirror, a poem considered to be one of the masterpieces of late-20th-century American poetic literature. His following publications made of him, by the 1980s and 1990s, a central figure in American and more broadly English-language poetry. In particular, with books like A Wave (1985) and the later And the Stars Were Shining (1994), he gained the fame of great poet for the unmistakable originality of his works. Throughout his career he maintained a controversial relationship with the critics, to the point that he once stated that "One of my goals is to produce a poem that the critic cannot even talk about".

    Needless to say, his extraordinary talent of poet and interpreter of feelings and reality were all finally recognized. On December 5, a large number of "insiders" were thus reunited at the Italian Academy to pay him homage during the awarding ceremony held by the Fondazione Napoli. The event, organized in collaboration with the John D. Calandra Italian American Institute, was attended by both Italian and American students, professors, and artists. With Mr. Ashbery, Silvio Perrella, (President of the  Premio Napoli Foundation); Nelson Moe (Associate Professor of Italian at Columbia University); Barbara Faedda (Acting Director of the Italian Academy); Anthony Tamburri (Dean of the John D. Calandra Institute); and Charles Simic, winner of the “Premio Napoli” Prize for World Literature, for the book “Club Midnight.” 
     

    "I think that we all agree that writing and reading have the power to transform lives in a positive way. But poetry does much more: as the anthropologist Paul Frederick wrote in 1996, “Poetry provides privileged access into particular cultures and helps us to think about what culture is. Poems can constitute an incredibly swift and sensitive entryway into the gyst of culture", said Barbara Faedda while introducing the event. "Poetry is perhaps the highest form of emotional expression with regard to literature", continued Prof. Tamburri. "This is why I am so delighted to see Italy and America dialoguing in this particular field." 
     
    As the President of the Fondazione Silvio Perrella explained to the public, the Fondazione Premio Napoli was instituted in 1960 and operates under the patronage of the President of the Italian Republic. Aside of diffusing literature and culture through the organization of lectures, seminars, and conferences, other aims of the Foundation are to promote a particular attention to the main social, cultural and political issues existing in Southern Italy nowadays. Also, it encourages the implementation of recovery and development politics that could re-launch culture in those areas. 
     
     The Premio Napoli Prize is nowadays subdivided into two categories: Italian Literature and World Literature. Each year a jury of about 14 prominent writers and editors chooses the books that qualify to be considered for the €5,000 prizes in two main categories, Italian and World literature. The books are then distributed to more than 170 "reading committees" around the world, totaling about 1,600 people. each one of which being called to cast a vote for the best book of the year in each category. Professor Moe himself has been serving in the Premio Napoli jury for the last two years.  "This event has a special meaning for me, since I have spent much of my life moving between Naples and New York. It has been some time that with my colleagues at the Fondazione we have been thinking about how we could best honor John Ashbery with an award. I think we have found a wonderful way by hosting this event tonight". 
     
    It was Charles Simmic who presented John Ashbery with his award. "His works are the most beautiful and original anybody has come up with in the last few years anywhere in the world. His 25th collection has just come out a week ago, and it mirrors Ashbery's steady project: the lifetime effort to elude categories. His poems witness his constant effort to renew himself, to do something different from book to book. This is an effort that I find more than admirable, and that's why it is with greatest honor that I award him, a milestone in the last century's poetry, with the Premio Napoli Prize". 
     
    Mr. Ashbery looked sensibly moved when he received the plaque "with my name on it". As he told us, he did not expect to receive the prize from Fondazione Napoli. He has been to Naples 8 times in his life, and had a chance to visit the most famous sites of the area, including the National Museum, and the Museum of Capodimonte. The award will certainly contribute sealing this particular bond he has with the city, a bond that he put down in words, verses that he read for us at the end of the conference. They take the name of "And you know", a poem he wrote in 1954, the year in which he won a Fullbright scholarship to Europe and went to France. That's when he visited Italy and wrote these verses, dedicated to "somebody who is desperate to travel, visit places."

  • Life & People

    Globus et Locus. Networking the World Community of Italici

    During the XX AISLLI Conference “LANGUAGES, CULTURES, IDENTITIES OF ITALY IN THE WORLD (Philadelphia, 3-6 December 2009), i-Italy met Piero Bassetti, president of the Italian association Globus et Locus.
     

    On December 6 Mr. Bassetti held a plenary session and presented his project “Glocalismo e identità: realtà e linguaggi dell’italicità” (Globalism and Identity: reality and languages of Italicity”) together with Mrs. Maddalena Tirabassi, president of the Centro AltreItalie, now under the direction of Globus et Locus.
     

    We talked with Mr. Bassetti about his foundation, and the project it carries on: to reunite all the “Italici” spread throughout the world through a wide virtual network that overcomes traditional geographical, spacial, and temporal borders. 
     

    How important is this conference to present your project in America?

    It is important for two orders of reasons. First, because it gives me the opportunity to meet eminent members of  the Italian-American community; second, because it is the first step towards a larger collaboration between Globus et Locus and AISL.
     

    Your discourse at the conference is named “Globalizzazione ed identità. Realtà e linguaggi dell’Italicità”. (Globalization and Identity. Reality and Languages of Italicity”. …. What is it about?

    I wrote my essay both in Italian and English, in order to reach the widest number of readers possible. In it I claim that “glocalism” is the main revolution of the recent era: being it linked to the transformation of the concepts of time and space, it implies a definitive change of the concept of “identity” itself. Persons, communities and peoples, are now involved in a continuous dialectic between local and global, and find themselves in a new “glocal” space where they can build a new identity dimension. The system built centuries ago in Westfalia, based on the “cuius regio eus religio” dogma, is over. There are no geographical borders that can establish the limits of identity, but networks that have no physical location. This means that the new concept of “national people” must be based on the continued status of “mobility” that characterizes the lives of contemporary men.
     

    At your session, the President of AltreItalie Mrs. Tirabassi will also be present.

    This research center was once controlled by the Agnelli Foundation and only recently has it passed under your direction. How will Globus et Locus work with it?

    Nowadays the research center is fully integrated in Globus et Locus. It still keeps a partial independence and carries on its own studies in other fields, but of course we are working on some projects together. In particular, we are trying to collaborate further with them in the field of migration studies: we think that the consistent data they have collected in the last years could help us in developing and improving our knowledge on the phenomenon and better connect the Italici in the world. Moreover, together we are working on a new concept, the one of “mobilization”, which is different from “migration”. The transformation of the concepts of time and space imply in fact a greater mobility of persons in shorter time frames thus making it more difficult to retrace the distribution of the Italici in the world. AltreItalie will help us in doing that, working as our research center in this particular study area. 
     

    Many readers are not too aware of these epochal transformations we are talking about. Let’s try to give a definition of the new “Italici”people …

    There are several kinds of Italici. First of all, we have the descendents of Italian immigrants, that keep  a “blood bond” with their country of origins. But there are also those who love Italy, its culture, history, are fascinated by the country in any imaginable way, and keep a “emotional bond” with it.

    So what is the difference between the “Italian” living abroad and the “Italico”?

    Italians can be considered all those who have a social and political experience with the Italian Republic, they “have the passport”, as it is commonly said. There are between 4 and 5 million Italians living out of the country nowadays. The Italici, on the other hand, are about 250 million, more than four times the actual population living in Italy. In this larger group there are also the Italians, but not only. We have Italian-Americans, Italian-Brasilians, Italian-Australians, etc. In their case, the Italian values and culture are not the only ones forming their identity, but are the prevalent ones.

    How do they communicate, what is their “lingua franca”?

    Italian, including its dialectical expressions, still remains an important means of communication. But there are other “means of communication” that we have to take into account. First of all, we have to remember that English is the global “lingua franca” nowadays, so it might be easier for them to communicate in English or, as a second choice, Spanish. Many Italics do not know Italian too well, as it is not their mother tongue, and find in other languages a better way to share their love and passion for Italy. What is the new role assumed by the Italian language in this case? It must still be found and understood, being it one of the purposes of this conference. It is our belief that it will keep its importance in some particular fields, such as food, music, and art. In others, as in the everyday life, it might be kept only by people of Italian nationality while the other “Italici” will most probably substitute it.
     

    What will be the role of the web in keeping the world of the Italics united?

    It will be decisive since it substitutes the geographical territory in the glocal world. It is a virtual place where new kinds of aggregation phenomena take place. Relationships built on the web will most probably be more important than the ones born thanks to physical closeness. In this new contest, the new web media assumes a decisive role as well. They must know how to interpret the needs Italians abroad have nowadays and to mirror them by creating a new form of journalism, that puts the two worlds together in one. Italians in the US, as an example, feel as American as their neighbors, with the only difference that they also keep their Italian identity and order of values alive. I-Italy, as an example, knows how to interpret their needs: written in English to involve all the Italici living in this country, it focuses on news and happenings that directly relate to Italy and all things Italian.
     

    Recently the president of the Italian Republic Giorgio Napolitano has publicly asked Italian young people to remain in Italy in the hope of a better and more prosperous future. How does “Globus et Locus” look at this new generation of Italian emigrants?

    We look at it in a different way from President Napolitano: I encourage it, because these “brains” can be the best ambassadors of Italian culture in the world. Their contribution to the progress and social and cultural development of other countries could be essential. I would never ask an Italian-American as Nancy Pelosi to go back to Italy, but I would hope that she would inspire the American Government in building a stronger relationship with Italy, in both the economic and foreign politics fields.
     

    How will this new generation of Italian emigrants change the image of the Italici in the world?

    Since many of them are educated, high-ranking businessmen and officials, the new Italian emigrants will certainly enhance this image. They have to work together though, be united. And that’s one of the main aims we at Globus et Locus carry on. When we say “Italici di tutto il mondo uniamoci” (Italici of all the world let’s unite), it is not to “aggravate” some other nationality or ethnical group, but to find in a joined group the best way to build a better present and future for us all. One of the best ways to get together, once again, is the web that allows the Italici to overcome the geographical barriers that keep them apart.
     

    How will Globus et Locus operate to support the creation of this network in the near future?

    After the first important step of perceiving the potentials of aggregation of this enormous number of Italici in the world, we are working on the next level of our commitment: to actively collaborate in the construction of factual communities by building partnerships with research centers, cultural institutes and other institutions situated in different countries. We already set up one with the  Calandra Italian-American Institute, that is so active on the East Coast of the United States, and I believe this is the first important step towards the accomplishment of our goal. Now we are working to build similar relations in California and then in Australia, and in South America.

    The final aim is to build a “network of poles”, all different from each other, but that will finally be able to work together and stay continuously connected through a number of services. One of them could be a social network space, something like an Italici Facebook, or applications for mobile phones by which the members of this big community could exchange information on the best coffee and pizza places located in different areas of different countries...  We are working on this and much more, in order to inspire and justify a bigger and deeper sense of affiliation to Italian cultural roots.

  • Life & People

    An Insight on the Jewish Community of Piedmont

    On December 8 the auditorium of the Center for Jewish History hosted the last event organized by the Primo Levi Center of New York for the Autumn Season. Again, the protagonist was the Region of Piedmont and its centenary Jewish community. The event “Unfolding Borders: the Jews of Piedmont”, divided in three different sections, was attended by a considerable number of people who found in it an important occasion to learn more about that land’s history, beauty, and landmarks.  

    The speaker of the first section was Jacob Wisse, director of the Yeshiva University Museum. "I am very proud to be here as the representative of a museum dedicated to the preservation and reinterpretation of the Jewish culture from a historical point of view. The art and culture of the Jews of Piedmont is distinct and really specific, and also part of a broader history that relates to the tradition of our people within the context of Italy".  
     

    Mr. Wisse thoroughly retraced the history of the Jewish community in Piedmont starting from the time they first arrived in the area in the 14th century up to these days. He explained to the audience that the group, that barely reaches 50.000 members by now, is considered with special interest by the scholarly world since it still today preserves its traditions and culture in spite of the current processes of globalization.  

    The second section featured the screening of the documentary “Il Ritorno” (The Return) produced in 1980 by Giorgio Treves with the participation of Uto Ughi. Winner of the ASOLO Prize at the International Festival of Art in Asolo. The 42 minute film took the audience on a journey across the main Jewish landmarks of Piedmont, revisited through the stories and testimonials of the members of the local community. The plot of the picture, indeed, was based on the return home of a violinist, interpreted by the Italian legend Uto Ughi, who accompanied his visits to the decaying synagogues of the region with music by Bach and Mozart. The result was a touching voyage to places of which there is no relevant historical memory yet, but which hide unsuspected beauties and testify to the humanistic spirit of the Italian Jewish tradition which the region of Piedmont is willing to promote and spread. 
     

    The documentary was also an occasion for Director Indrimi to thank the Cahnman Foundation on behalf of all those present. The foundation, founded in memory of Gisella Levi Cahnman, has not only sponsored the Center’s public programs during the last few years, but is also contributing to the restoration of some of Piedmont’s synagogues.
     

    The second speaker of the evening, Professor Giorgio Sacerdoti, president of CDEC (Centro per la Documentazione Ebraica Contemporanea - Center for Contemporary Jewish Documentation) followed the same path as the documentary. With the help of slideshows and multimedia contents, he followed the lives and experiences of a group of Jewish families that emigrated from Piedmont to America between the 15th and the 20th century. His lecture "From the Ghetto to America: Five Piedmontese Families in Motion" thus became a peculiar and original point of view to look at the diaspora of a people and how it evolved in the last centuries, its meanings, its consequences.
     

    The third and last part of the evening, finally, consisted in the screening of the video "Rav Dario Disegni, a 20th-Century Story", produced in collaboration with  the Archivio Terracini of Turin. It presented the virtual exhibition dedicated to Rabi Disegni, the spiritual guide of the Jewish Community of Turin from 1935 to 1959, that was organized by the city of Turin between the end of 2008 and early 2009. Set against the larger historical context that goes from the Unification of Italy to the end of World War II, the display analyzed five different moments of Rabbi Disegni's life: his education in the early XX century; his spiritual growth within the Jewish community of the time; the two world wars; his religious activity of spreading and teaching the Jewish tradition; the translation of the Bible, to which he dedicated the last period of his life.

     
    Those attending the event certainly left the auditorium with a greater knowledge about the Jewish community of Piedmont, and the desire to visit those areas and monuments that appeared so magnificent in video. The books that were presented during the evening could with no doubt provide a good source of information for those willing to know more about the history and culture of the people who have lived and still populate the area. The first, Ebrei Piemontesi. The Jews of Piedmont. (Yeshiva University Museum, 2008), a collection of nice essays and rare illustrations, was published in conjunction with a Yeshiva University Museum exhibition and is available only in English.

    The second, The Synagogues of Piedmont. Words, Images, Objects and Architecture. (Franco Lattes, Paola Valentini, Umberto Allemandi Publishing House, 2009) is the result of a collaboration of the Jewish Community of Turin and the publishing house Umberto Allemandi. Published both in Italian and English, it offers an insight on Jewish contemporary life in Piedmont and the artistic and intellectual heritage that enriches it.
     

    A Twentieth Century Story: Rabbi Dario Disegni (1878-1967)

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